Beyazid_II

Commenti

Beyazid_II
Newbie
18/04/2019 | 13:34

  • Like
    0

@Itaconeti said:
in germania è stata introdotta dal 2001 la liberalizzazione e regolamentazione della prostituzione che permette ai tedeschi - che hanno un reddito medio molto superiore al nostro - di scopare pay a prezzi molto più bassi che in italia risolvendo un problema che angustia molti su questo sito

invece in svezia e norvegia è stata introdotta la punizione del cliente delle prostitute facendo passare il settore nella completa illegalità che ha portato all'impennata dei prezzi

negli stati uniti la prostituzione non è di competenza dell'unione ma dei vari stati e distretti federali ciascuno dei quali fa una sua politica

per esempio a new york e miami è formalmente illegale ma ampiamente tollerata mentre nelle zone con forte presenza evangelica è perseguita e in nevada - a parte las vegas - è legalizzata tipo germania

negli stati uniti è diffusissimo il fenomeno delle sugar babies in gran parte studentesse universitarie che cercano un sostegno per mantenersi

quindi le situazioni reali sono molto variegate a dispetto delle tue fantasie vittimistiche di una generale persecuzione in atto contro il maschio etero

Apprezzo chi ancora ha la correttezza di separare i fatti dalle opinioni. Però il racconto dei fatti va completato ad aggiornato.

PUNTO 1: La legge tedesca sulla prostituzione risale all’epoca (2001/2002) in cui il mai abbastanza rimpianto Schroeder (socialdemocratico di larghe vedute) era alleato dei verdi e quel governo “rosso-verde”, dopo aver ascoltato le associazioni delle lavoratrici del sesso ed interpellato studiosi seri, decise per una regolamentazione molto pragmatica e sensata. Erano i tempi in cui la sinistra era ancora libertaria (basti dire che, anche in Italia, rifondazione e i verdi, per i quali politicamente non ho mai avuto simpatie, flirtavano con il comitato per i diritti civili delle prostitute di Pia Covre e avevano deputati che si presentavano all’europarlamento per sostenere questo anche questo genere di cause).
Ora lo scenario è cambiato come fosse passato un secolo e, a colpi di quote rosa, colpevolizzazione del desiderio maschile e propaganda di genere, l’ala “progressista” della politica è diventata anti-libertaria in termini di prostituzione (ed anti-maschile in termini di morale sessuale). Difatti, all’inizio del 2014, quando l’europarlamento votò la risoluzione per la condanna di noi puttanieri (sulla base del “modello svedese”, ovvero dell’ideologia nazifemminista sostenuta solo e soltanto dalle lobbies anti-prostituzione e dagli pseudoscienziati al loro servizio), i parlamentari TEDESCHI (cioè gli che in patria mantenevano la legge regolamentratrice libertaria) votarono A FAVORE (assieme agli altri infami).
Quello fu il momento in cui divenni anti-UE (che significa solo contro la UE, non contro il concetto di Europa). Mi dissi, un secondo dopo la votazione (che avvenne in modo vergognoso, con uno pseudodibattito di 3 minuti ed una votazione puramente ideologica di quanto già stabilito dalla commissione preposta): “questa è per me la sentenza di morte del parlamento europeo”.
A capo della commissione che materialmente preparò quell’infame documento vi era, guarda caso, una laburista inglese, la quale dichiarò: “ora la porta è aperta per spazzare via la prostituzione dall’Europa”.
E’ un bene, quindi, che l’UK sia uscita dall’Europa, così la prossima volta non può farci scherzi del genere! Quel documento era basato su “dati scientifici” di provenienza e soprattutto di interpretazione discutibili (del genere: si considerava segno di aumento delle violenze il fatto che più prostitute si rivolgessero alla polizia, quando ciò potrebbe invece segnalare una maggiore consapevolezza di essere tutelate dalla legge!).
Aveva delle motivazioni illogiche evidenti (del genere: considerava un insuccesso la regolamentazione perché erano stati scoperti più casi di sfruttamento quando ciò dimostra invece che proprio regolamentando si raggiunge il fine di far emergere l’illegalità!). Puoi trovare tutto nell’allegato in fondo.
Tornando alla Germania, dall’anno scorso è entrata in vigore una regolamentazione molto più restrittiva che è stata voluta dalla CDU per accontentare l’ondata femminista neo-illiberale che, con la scusa dello “sdegno per essere il bordello d’Europa”, continua a diffondere menzogne aperte e stereotipi falsi su prostitute e clienti. Qualcuno ritiene che sia il primo passo per lo smantellamento del “paradiso tedesco”. Questo causerebbe, a catena, la fine anche della prostituzione nei paesi limitrofi (Austria, Svizzera, Repubblica Ceca) per evidente effetto di emulazione progressista.
L’unica cosa che in tal caso potrebbe salvarci sarebbe proprio l’anti-europeismo e l’anti-progressismo di alcuni governi nazionali!

PUNTO 2. La legge svedese risale già al 1999, ma nei primi anni di applicazione fu semplicemente una “legge-manifesto” del femminismo (con numeri di condanne risibili e praticamente nessun effetto pratico in un paese dove la prostituzione era già scarsa). Poi venne applicata (durante la prima ondata neofemminista d’inizio secolo) più “seriamente” (facendo pure da modello per la vicina Norvegia) con i risultati che tu dici. Eppure, la narrazione filo-governativa dei paesi scandinavi continua a dire che “abbiamo cancellato il problema” (quando l’hanno solo nascosto sotto il tappeto). A parte l’assurdo logico e morale di condannare chi compra e non chi vende (come se si condannasse chi compra droga per dipendenza ma non lo spacciatore che la vende per interesse!), sono evidenti i tipici danni del proibizionismo (gli stessi dai tempi di Al Capone!).
Va aggiunto che fra le motivazioni della legge vi era anche “migliorare i rapporti fra i sessi costringendo i maschi a relazionarsi con le donne anziché pagarle”. A parte l’ovvia assurdità del pensare che dover corteggiare per obbligo renda il corteggiamento più gradito e le donne più simpatiche (piuttosto vero il contrario, come in tutto ciò che si deve fare quando non si ha altra scelta), mi dico: ma che diritto ha lo stato di interferire in tal modo nella vita privata e sessuale dei cittadini? Addirittura dicendo “ti metto questo divieto per educarti, per costringerti ad amare”? Questa è la negazione del pensiero libertario e della libertà personale! Questo va detto, dato che qui si parla di chi sia più totalitario fra oriente islamico e occidente femminista!

PUNTO 3. Non ti sei soffermato sulla Francia, dove il precedente governo Hollande ha introdotto la stesse legge della Svezia (carcere e multe per noi) con le stesse motivazioni (“la prostituzione è violenza di genere”), nonostante l’attiva proteste delle stesse prostitute (che evidentemente si sentono più vittime del governo che non dei clienti). L’attuale governo Macron ha aggiunto la chicca della multa per che approccia con complimenti o altro le donne per strada: insomma, non si può né pagare né provarci e bisogna rassegnarsi (come lui) a tentare di conquistare da scolari la propria insegnante!
Aggiungiamo pure che Il Front National fu l’unica forza politica a votare contro. Se aggiungiamo che in Italia gli unici non contrari alla prostituzione sono i leghisti, capiamo perché chi vuole combattere politicamente il femminismo sia stato “costretto” a diventare “sovranista” (scusa se parlo di politica, ma questo è un fatto).

PUNTO 4.
Sugli Usa è vero quanto dici, ma ti assicuro che anche nelle “democratica” California è da tempo difficile riuscire ad andare a segno con il pay (almeno a livello di escort reclamizzate sui siti, se poi tu hai dei canali privilegiati alla “flautomagico” allora magari è diverso). Ed il motivo è sempre il proibizionismo (anche se lì, ai miei tempi, molto più d’origine puritana che femminista). Ultimamente qualche vento neo-libertario sta soffiando (timide proposte di depenalizzazione), magari per recuperare alla causa democratica quei consensi maschili migrati su Trump, magari perché le femministe più giovani non sono più misandriche e sessuofobiche, ma la prudenza è d’obbligo.

VARIE ED EVENTUALI
Chiudo allegando la lettera che mandai a TUTTI gli europarlamentari italiani al tempo (invii: centinaia risposte 0; ecco perché non ho fede in questa europa e in questa democrazia! E’ tutta una farsa! Non vi sono né dialettica, né dialogo con i cittadini, né ragione, né libertà, né diritto. Solo votazioni “bulgare” quando si tratta di crociate contro il genere maschile!)

Onorevoli Europarlamentari,

state per votare una risoluzione (Dossier FEMM/7/12772 “Sexual exploitation and prostitution and its impact on gender equality"), proposta dalla Commissione “Diritti della donna e uguaglianza di genere”, che si propone di estendere a tutta Europa il cosiddetto "modello svedese" per la prostituzione.
Come cittadino, sento il dovere di invitarVi a leggere la pubblicazione allegata (scritta da due ricercatrici indipendenti) la quale documenta come tale approccio sia puramente ideologico e non raggiunga alcuno dei "magnifici risultati" vantati dai suoi sostenitori, ma, anzi, peggiori le condizioni di vita delle sex-workers.
Esaminandolo, Vi potrete rendere conto di come i presunti "dati scientifici" che vengono ripetutamente citati nella relazione dell´On. Mary Honeyball, a sostegno della criminalizzazione del "cliente", siano, quando non palesemente falsi (o comunque nient´affatto scientifici), gravemente lacunosi, discutibili o intenzionalmente distorti.
Del resto, il fatto stesso che ovunque nel mondo tutte le associazioni di sex-workers si battano contro un tale approccio dovrebbe già far dubitare in partenza della buona fede di chi lo propone raccontando di voler "proteggere le prostitute".

Da diversi anni ormai vengono prodotti, dai media “mainstream”, articoli e indagini fasulli e fuorvianti su tutte le sfaccettature del tema prostituzione: dalla percentuale delle prostitute costrette, alle motivazioni dei clienti, dai presunti risultati mirabolanti del modello svedese al presunto fallimento del modello “regolamentarista”.
A titolo di esempio, su quest´ultimo punto, Vi riporto il link ai dati della polizia tedesca che dimostrano come non vi sia affatto stato un aumento della tratta e dei reati connessi alla prostituzione dopo la regolamentazione di quest´ultima nella Repubblica Federale Tedesca.
http://www.bka.de/DE/ThemenABisZ/Deliktsbereiche/Menschenhandel/Lagebilder/lagebilder__node.html?__nnn=true
Certo in aula la signora Honeyball vi mostrerà (o vi ha già mostrato) tutt´altri dati (provenienti, per lo più, da persone o associazioni ideologicamente orientate a priori contro la prostituzione), ma credete davvero, in tutta coscienza, che numeri forniti da chi ha (per mestiere o per ideologia) l´obiettivo di fornire una visione stereotipata della prostituzione (e, attraverso essa, dei rapporti di genere) siano più attendibili della statistiche ufficiali del maggiore stato europeo?

I motivi per cui l´estate scorsa si sono diffusi articoli giornalistici allarmanti sulla “Germania bordello d´Europa” e per cui tali articoli sono mendaci e fallati sono ben spiegati nel seguente sito (tenuto da femministe liberali irlandesi sensibili al problema e assolutamente prive di motivi per mentire su di esso):
http://feministire.wordpress.com/2013/06/06/does-legal-prostitution-really-increase-human-trafficking-in-germany/
Altri siti in cui, se ne avrete il tempo e la curiosità, potrete documentarVi su un approccio al problema diverso da quello solitamente proposto dai media sono quelli di Laura Augustin, studiosa di fenomeni migratori:
http://www.lauraagustin.com/
e di Petra Ostergren, femminista liberale svedese (una delle autrici del documento allegato):
http://www.petraostergren.com/
Questo per dimostrarVi che, al contrario di quanto sta scritto nella proposta di relazione dell´On. Honeyball, esistono persone studiose del fenomeno prostituzione e dei rapporti di genere convinte che il lavoro sessuale non possa essere semplicisticamente ricondotto a “costrizione, sfruttamento, tratta, oppressione e disuguaglianza di genere”.

Mi permetto inoltre di citare due blog (forse più mediaticamente noti nel mondo della rete): quello di Brooke Magnanti
http://belledejour-uk.blogspot.de/
e quello di Maggie Mc Neil
http://maggiemcneill.wordpress.com/
dove, assieme a temi personali, vengono spesso trattati con pertinenza argomenti inerenti la prostituzione. Non sono certo link scientifici come i precedenti; testimoniano tuttavia l´esistenza (negata dal documento che la Commissione “Diritti della donna e uguaglianza di genere” Vi chiede di approvare) di persone emancipate e culturalmente evolute che hanno scelto il lavoro sessuale senza costrizioni.
Non sono qui a svolgere una difesa d´ufficio del lavoro sessuale (ci sono I sindacati delle/dei sex workers per questo, i quali pure vi hanno rivolto un appello:
http://www.lucciole.org/content/view/822/3/
mentre io svolgo, come potete leggere in calce, tutt’altro mestiere), ma dell´onesta´ intellettuale innanzitutto e della libertà personale subito dopo.
Non si tratta solo di rispettare la “libertà dei clienti e delle sex workers”, ma di rispettare la libertà di tutti, impedendo che menzogne basate su mera ideologia instaurino una illiberale morsa repressiva e soprattutto il concetto di un super-stato armato del “diritto” di imporre ai cittadini una visione “politicamente corretta”, in questo caso del sesso, in futuro magari di tanti altri temi.
Per dimostrare che non sto esagerando con i termini, copio e incollo qui, dal sito di Daniela Danna (http://www.danieladanna.it/wordpress/?p=393), nota e reputata ricercatrice in sociologia presso la Statale di Milano, il commento da lei stessa a introduzione della sua relazione sulle leggi in materia di prostituzione all’interno dell’Unione Europea.

“This is my work on EU member states’ laws on prostitution (the PDF version is for better printing because of its numerous tables). It should have been the first part of a report for the EU Commission that I was coordinating, compiling it with the help of other experts, but I was forced to retreat from the project because my work has been rendered impossible by the abolitionist stance of the Gender Equality division officers to whom I had to deliver the report. Their fanatism (personnally experienced during the only meeting we had in Brussel in late June – after lots of hostile and unreasonable comments on my written work) was deaf to all empirical research demonstrating that prostitution acts do not necessarily amount to violence against women, and that sex work is different from trafficking.
What I was to understand is that my role should be simply to give them reasons to justify the extension of the criminalization of clients to the whole EU. (I don’t know how they got this power over a document that was commissioned and should be presented to the EU Commission.) This is contrary to our national Sociological Association’s ethical chart, that prohibits us from being influenced in drawing our research conclusion by requests from committers – and I totally agree with this article. The coordination role was given to Liz Kelly and Madeleine Coy.”

Penso che ogni ulteriore commento sulla “onesta´ “ intellettuale della commissione per la “Gender Equity” e sul presunto “valore scientifico” delle ricerche da essa presentate sia inutile.

Ritengo altresì pericoloso che il tema delle pari opportunita´ venga usato cosi´ a sproposito (e con argomentazioni, quali “ridurre il mercato per ridurre la tratta” e “costrizione per povertà”, che solo all´apparenza sono ragionevoli e umanitarie, ma che, non valendo per altri ambiti e per altri gruppi di persone, nascondono, dietro la mozione degli affetti, irrazionalità ideologica e sessismo) per definire dall´alto il “bene” e il “male” in una sfera tanto delicata e personale come quella delle scelte di vita personale e sessuale, sulla quale dovrebbero poter giudicare soltanto le diverse esperienze e le specifiche e irriproducibili sensibilità delle singole persone (almeno quando adulte e consenzienti, secondo le definizioni valide per il codice penale).

Oggi la crociata ideologica contro il sesso a pagamento, domani contro le libertà (magari quella di parola: sappiamo che in ambito europeo un documento con il fuorviante titolo di “Istituto per la promozione della tolleranza” potrebbe condurre potenzialmente a vietare per legge qualsiasi critica al femminismo “mainstream”) che credevamo acquisite nell'ambito dello stato liberale di diritto.
Certo che, qualunque sia la vostra personale opinione sulla prostituzione, non vorrete approvare un provvedimento basato sulla menzogna spacciata come scienza e sull´ignoranza delle richieste di chi nel mondo del lavoro sessuale si trova a lavorare, Vi ringrazio anticipatamente e Vi rivolgo un caloroso imbocca al lupo per le prossime elezioni europee, ricordandoVi che tutti i cittadini (siano o no clienti o sex workers), votando, terranno presente le vostre posizioni sui temi della libertà di scelta e di parola (di cui l'atteggiamento verso la prostituzione costituisce, a mio giudizio, un’ottima cartina tornasole).

NOME COGNOME

P.S.
Chi scrive, oltre a firmarsi con nome e cognome, invia questa mail dalla propria casella di posta elettronica “lavorativa” al solo fine di non sfruttare l’anonimato altrimenti offerto da questa forma di comunicazione. Correttezza vuole che, essendo pubblici i nomi dei destinatari di questa lettera, lo sia anche quello del mittente.

Allegavo poi il documento PDF delle due attiviste svedesi favorevoli alla prostituzione autodeterminata.

Beyazid_II
Newbie
17/04/2019 | 19:46

  • Like
    0

@Itaconeti said:
@Beyazid_II

il tuo castello di argomenti si fonda su un doppio errore riguardante il caso specifico di ingiustizia in uk

prima di tutto è stata un'ingiustizia non nel senso di errore giudiziario nell'ordinamento positivo - come il caso tortora - ma nel senso di una decisione di diritto positivo contrastante con i principi del diritto naturale liberale alla libertà di informazione

poi non c'entra il femminismo ma il fondamentalismo islamico contro il quale il condannato ha fondato un movimento e stava facendo uno streaming su un caso giudiziario di stupri seriali di cui erano accusati dei musulmani

quindi sei finito fuori strada

ingiustizie dovute ad applicazioni illiberali del diritto positivo ce ne sono sempre state e sempre ce ne saranno nei sistemi liberali perchè la perfezione non è di questo mondo

Va bene che i castelli e le cattedrali gotiche non piacciano più e vadano pure a fuoco, ma potevi almeno leggere quel mio “castello di argomentazioni” prima di rispondere!
Io stavo parlando di coloro che, in UK e nell’occidente tutto, vengono condannati per “stupro” senza prove o per fatti di realtà e gravità poco credibili se non addirittura risibili (vedi Assange).
E tu mi rispondi parlando dell’attivista anti-islamico tirato fuori da pussylicker? Cosa c’entra?
Ho poi dettagliatamente descritto la situazione italiana, in relazione all’articolo 609 del codice penale e alla fonte di prova, così come stabilito dal nostro ordinamento e ribadito da recenti sentenze dalla s.c. di cassazione.

La questione è semplice come una casupola, non complicata come un castello.
Ritieni tu che la possibilità di condannare in penale l’imputato basandosi sulla sola parola dell’accusa, anche “in assenza di riscontri oggettivi e testimonianze terze atte ad avvalorare dall’esterno l’uno o l’altra tesi” sia conforme al diritto ed alla ragione?
Io rispondo di no.
Se tu rispondi di sì, evidentemente, hai un concetto di ragione e di diritto che poco corrisponde all’illuminismo (il quale decide della verità in base ai fatti e non agli aristotelismo) e a Kant (il quale ha ben spiegato, con il noto esempio dei talleri, come l’essere non sia un predicato) e che è invece molto vicino a quanto faceva comodo al regime fascista (che ha introdotto questa porcheria nel codice Rocco) e al nazifemminismo (che oggi la sfrutta).
Non mi pare molto difficile.
E poiché questo è un principio sbagliato introdotto nell’ordinamento penale, e non un evento casuale o il capriccio di un singolo giudice, io ho tutto il diritto a dire che si tratta del primo passo per smantellare la concezione liberale della giustizia.
Certo, in passato gran parte dei giudici non se ne è avvalsa (per fortuna), ma ora, proprio in relazione alla cosiddetta violenza sessuale (proprio nelle sue versioni talmente allargate dal femminismo da comprendere potenzialmente qualunque cosa anche a posteriori), l’indirizzo nazifemminista è quello di dire “per fortuna che c’è questa possibilità così gli stupratori non si salvano più”. Dimenticando che con la scusa di condannare senza prove qualche colpevole si permette potenzialmente a chiunque di mandare in galera una marea di innocenti.
Ovviamente questo non sta ancora succedendo in maniera eclatante, ma diversi casi sono avvenuti e comunque è la possibilità stessa che questo avvenga (ripeto: non per l’interpretazione stramba e illiberale di un singolo giudice all’interne di una legge liberale, ma per una distorsione autoritaria del sistema rimasta dal fascismo e fatta tornare in auge dal nazifemminismo con la benedizione di amnisty international, telefono rosa, Boldrini, Bongiorno e vittimiste varie) a determinare l’illiberalità del sistema giuridico quanto a reati sessuali.
Ripeto:
Anche nell’ancien regime non era una regola così quotidiana che un suddito fosse messo a morte per capriccio del re o per uno sguardo storto alla regina. Eppure era possibile. Ed è per questo che l’illuminismo aveva ragione a voler cambiare regime: bastava quella semplice possibilità a rendere il sistema contrario al diritto ed alla ragione.
Perché dunque oggi tu non ammetti che la semplice possibilità di essere condannati senza prove (e gli esempi non mancano) per un “errore sistematico” (come spero di aver spiegato) basti a definire il sistema occidentale (a parte ancora qualche eccezione) come non più liberale in termini di diritto?

Dirai: è liberale tutto il resto. Ma se in un mondo dove tutto è liberale proprio quando si tratta del diritto alla difesa di un uomo davanti ad una donna si resuscita l’inquisizione, allora abbiamo tutto il diritto di gridare alla discriminazione antimaschile ed alla tirannide femminista.
Per farti capire la gravità di quanto tu sottovaluti circa l’occidente, ti riporto quanto successo anni fa negli Usa (se vuoi vado a cercare la fonte).

"Diario segreto di una nazi-femminista

Un uomo è stato riconosciuto innocente e risarcito per 5 anni di carcere quando il diaro segreto della misandrica che lo aveva fatto incarcerare per stupro con la sua sola parola è finito su internet ed all’attenzione dei giudici [Fonte]:

«Mi sento un po’in colpa per averlo fatto incarcerare, ma la sua mancanza di rispetto per le donne è terribile. Ricordo quanto poco ci rispettava… pensa che le donne siano oggetti sessuali. È un tale imbroglione. Voleva Holly e me mentre era fidanzato. L’ho accusato perchè era la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E perchè ho sempre voluto qualcosa di forte nella mia vita. Altrimenti mi annoio. Bisogna cambiare, sono stanca di uomini che si approfittano di me… e di me che gliela do. Non sono una ninfomane come tutti pensano. Non sono abbastanza forte da dire di no. Sono stanca di essere una puttana. Basta.

Ieri sono andata da due avvocate per denunciarlo civilmente. So che è sbagliato, ma che altro posso fare? Normalmente non sono una persona cattiva, ma mi ha fatto arrabbiare. Se sono vendicativa, peggio per lui. Probabilmente mi sentirò in colpa, un giorno.

Parlando di soldi, lo denuncio. Ho bisogno disperato di soldi. La mia coscienza mi ha impedito di farlo, ma devo pagare un debito e farò quello che serve.»

Cinque anni di galera.

Una persona è stata umiliata e sequestrata in carcere, ha perso il lavoro, gli studi, una carriera nello sport. La nazi-femminista non ha ricevuto nessuna punizione. La società, preparata ad affrontare la violenza incarcerando un uomo sulla sola base della parola di una puttana, sta solo ora sviluppando gli anti-corpi per i reati nazi-femministi.

La violenza di genere è la calunnia femminista."

La notizia è del 2010, e vedo che dopo nove anni gli anticorpi sono ancora piccini. Vedo anche perché l’Italia non regge la sfida globale. Se tu rappresenti qui la classe dirigente, sfido che questa non veda ad un palmo dal suo naso: giudichi solo l’istante presente (“ora si vive meglio qua che in Iran”) senza voler guardare che, in prospettiva, le cose stanno cambiando in maniera drammatica per tutti noi (domani magari non si vivrà ancora benissimo in Iran, ma si vivrà malissimo qua, a causa del nazifemminismo che lasci agire indisturbato).

Beyazid_II
Newbie
17/04/2019 | 16:09

  • Like
    0

@Itaconeti said:
deciditi se stai dalla parte dei fondamentalisti islamici all'iraniana o dalla parte di chi li combatte

la tua ipocrisia di far passare un caso di ingiustizia in uk come fosse un intero sistema e voltare la testa dall'altra parte di fronte a un intero sistema totalitario come quello iraniano mostra che sei in malafede

d'altronde l'odio per la libertà e la 'perfida albione' erano connaturati al tipo di europa che ti piace e che per fortuna è stata seppellita nel 1945 con i suoi campi di sterminio

No, scusa, in malafede è chi difende il sistema occidentale fingendo sia ancora funzionante secondo diritto e ragione (se mai lo è stato).
Un conto sono gli errori accidentali, un conto sono gli errori sistematici.
Errore giudiziario accidentale fu, ad esempio, quello di Tortora: un caso di omonimia che ha causato un’ingiusta detenzione anche a causa di un giudice che non voleva ammettere il proprio errore iniziale (debolezze umane e troppo umane….)
Gli errori giudiziari di cui parla pussylicker e di cui tu, tuttosommato, te ne freghi, sono invece errori sistematici, ovvero non dovuti al caso, bensì ad una falla del sistema esistente a priori. Sappiamo entrambi che un sistema giudiziario correttamente funzionante secondo diritto e ragione preferisce, nel dubbio, un colpevole libero ad un innocente in carcere.

Lo preferisce secondo ragione, perché, come ci insegna Popper (il quale, per quanto pessimo secondo me come filosofo, resta ottimo come epistemologo), mentre è sempre, in linea generale, possibile (anche se a volte difficile) dimostrare l’esistenza di ciò che è (ad esempio, tracciando la mia chiamata o trovando un biglietto dell’autostrada sarò possibile risalire a chi ho parlato e dove sono stato), è invece spesso impossibile dimostrare la non esistenza di ciò che non è (come potremmo dimostrare, ad esempio, che ieri NON abbiamo parlato con gli alieni o che NON siamo stati con l’ippogrifo sulla luna?). Ed è quindi la ragione a dire che spetta all’accusa provare al di là di ogni dubbio la colpevolezza e alla difesa dimostrare la non colpevolezza.

E lo preferisce secondo diritto, perché, come ha detto qualcuno più autorevole di me, “migliaia di colpevoli possono girare liberi, ma un solo innocente in carcere rende l’intero sistema legale un sistema criminale”. Difatti, nel primo caso, lo stato semplicemente manca (nonostante gli sforzi di magistratura, polizia, inquirenti) di sanzionare un crimine commesso da un criminale, mentre nel secondo caso attua in prima persona un nuovo crimine (la privazione della libertà o peggio), ovvero agisce in senso contrario rispetto a ciò per cui è stato concepito (secondo quella concezione settecentesco-illuminista che tu sembri avvalorare, proprio per difendere la libertà e la sicurezza dei cittadini dalla violenza, dall’arbitrio, dal sopruso, dalla menzogna, in una parola dal crimine).

La presunzione di innocenza (o, a essere più rigorosi, di non colpevolezza) è stata alla base di tutte le civiltà degne di questo nome. Visto che prima pareva qui pareva farsi riferimento ad ariani e semiti, a roma contro giudea o giudea contro roma, posso dire, ad esempio, che “in dubio pro reo” esiste tanto nel diritto romano quanto nella bibbia. E se anche le due civiltà diametralmente opposte (secondo qualcuno) concordano su questo, significa davvero che è uno dei pochi cardini di cui si può davvero dire “diritto universale” (espressione in altri casi molto abusata).
Ecco, il femminismo è riuscito (almeno in parte, almeno laddove gli interessava) a scardinare questo punto (in occidente). “in dubio pro reo” è diventato “in dubio pro donna”. Proprio a partire dal mondo anglosassone che tu vedi come patria della libertà (sic!), è iniziato un ritorno al “medioevo” giudiziario (con tutte le virgolette del caso) in cui la gravità del crimine (ad esempio lo stupro) funge da “anticipazione” di colpevolezza.
“Uno stupratore non merita difese”, o “lo stupro è così grave che non può restare impunito” dice l’irrazionalismo femminista, ignorando come proprio la gravità dell’accusa (e quindi dell’eventuale condanna) motiva il rigore e l’attenzione nel garantire il diritto alla difesa e come la gravità di un crimine non possa mai giustificare una condanna affrettata e motivata solo dal non avere “un caso irrisolto”.
Se per una multa può bastare la foto dell’autovelox, per una condanna grave bisogna valutare con rigore tutte le possibili ipotesi che vedrebbero l’imputato non colpevole (e condannare solo qualora tutte siano ragionevolmente ritenute impossibili). Anche l’omicidio è grave, ma non per questo si accetta di mandare in galera qualcuno senza aver provato che sia l’assassino anzi, senza neanche aver dimostrato che vi siano un cadavere e un omicidio.

Nella prassi giudiziaria occidentale, questa isteria collettiva (innata nella plebe – giustizialista da sempre - anche per altri reati, ma cavalcata dal femminismo) è stata codificata attraverso la definizione vaga e onnicomprensiva (quindi contraria alla tassatività del diritto e ai principi generali dello stato liberale, in cui ciò che è vietato deve essere rigorosamente definito a priori e circostanziato nei fatti) della cosiddetta “violenza sessuale” e/o attraverso limitazioni all’azione difensiva (famoso il caso di Tyson cui non venne concesso di porre in evidenza le precedenti false accuse della sua accusatrice e recente quello in cui, anche da noi, un giudice non ha permesso di fare “domande scomode” all’accusatrice del carabiniere: con la scusa dell’offesa alla donna si è impedito di cercare contraddizioni nel racconto su cui, in assenza di riscontri oggettivi o testimonianze terze, si pretendeva di basare l’accusa).
In Inghilterra, recentemente, hanno cambiato la legge (che invece prima era, ed è anche adesso per tutti gli altri casi, pienamente liberale) proprio per permettere questo (il discorso dell’ubriachezza è uno specchietto per le allodole, se sai leggere fra le righe!)

Ti parlo nel dettaglio del caso italiano. C’era una volta il codice penale coevo dello statuto Albertino, in cui, come a scuola ci insegnano dovrebbe sempre essere, spettava all’accusa l’onus probandi. Il regime fascista (sì, proprio lui, quello che ci raccontano essere stato sconfitto dalla storia e soprattutto espulso dalle leggi), avendo interesse a poter mandare in galera qualunque potenziale oppositore con qualunque pretesto, introdusse, nel Codice Rocco, la possibilità di basare la condanna sulla sola testimonianza della “persona offesa”, qualora ritenuta “credibile” dal “libero e motivato convincimento del giudice”, anche “in assenza di riscontri oggettivi e testimonianze terze atte ad avvalorare dall’esterno l’una o l’altra tesi”. In età repubblicana ci fu un grande dibattito, ai tempi dell’introduzione del nuovo codice penale, sull’opportunità di abolire questa porcheria giuridica (peraltro non sempre utilizzata dai giudici, i quali, in gran parte, sono o almeno erano, persone responsabili). Purtroppo prevalse la volontà di una certa corrente giuridica di mantenere questa “prerogativa” di quasi onnipotenza del giudice e, potenzialmente, dell’accusa. Dico “onnipotenza” perché i giudici così facendo avocano a sé il potere di considerare quale fonte di prova, sulla quale basare anche esclusivamente il convincimento di colpevolezza dell'imputato, la semplice parola dell'accusa (sentita formalmente anche come "teste", cosa non concessa all'accusato), solo perché il suo racconto è ritenuto (con argomentazioni sofistiche, ovvero basate non sui fatti ma sulle parole: roba da aristotelismo di Don Ferrante nei promessi sposi!) intrinsecamente più credibile di quello dell'imputato, “in mancanza di riscontri oggettivi o altri elementi atti ad avvalorare dall'esterno l'una o l'altra tesi” (come se, magicamente e sofisticamente, fosse possibile distinguere, nella stessa persona , nelle stesse parole, quanto dice la parte in causa con la testimone, come se, contro quanto mostrato da Kant, l'essere fosse un predicato, la verità di una proposizione fosse ricavabile solo dal suo senso logico in abstracto e non dalla sua verifica sperimentale concreta, come se i famosi “talleri” immaginati di kantiana memoria fossero qualitativamente diversi da quelli reali).
Basarsi sulla “credibilità oggettiva” (ovvero sul fatto che il racconto sia coerente, credibile, circonstanziato, ricco di particolari e privo di apparente voglia di infierire) e “soggettiva” (ricavabile da indagini sulla sua dirittura morale, sui suoi eventuali interessi a mentire, e sui suoi comportamenti abituali) senza più doversi ricondurre ai fatti, significa abolire il principio di realtà. Sul piano della mera “credibilità intrinseca”, allora non ci sarebbe più differenza fra un bravo romanziere (che racconta qualcosa di coerente, credibile, circostanziato, ricco di particolari, pacato ecc.) e un bravo storico (che indaga le fonti), tra una vera vittima che racconta e una furba che è andata dall’avvocato per farsi spiegare come raccontare qualcosa di credibile. E sul piano della credibilità soggettiva, di quale verifica stiamo parlando se indagare sull’intimità della presunta vittima diventa “seconda violenza”?

Così di fatto i giudici danno a qualunque donna (in qualsiasi momento e per qualsiasi motivi: capriccio, vendette arbitraria, voglia di risarcimento, gratuito sfoggio di preminenza nell'esser credute a priori, patologico bisogno di sentirsi vittime, rancore generalizzato verso il genere maschile, scommessa alla Don Rodrigo su come poter rovinare il primo che passa, mancanza della capacità di assumersi la responsabilità di certi comportamenti - magari in preda ai fumi dell'alcool e della trasgressione, di cui ci si pente a posteriori, fredda volontà di mascherare un tradimento o un pasticcio o di non lasciar conoscere un comportamento giudicabile troppo disinibito, e dunque dannoso per l'immagine di turris eburnea da cui molte traggono ancora in questo secolo desiderabilità e potere, o semplicemente paura di essere criticate da famiglia e amici per certi atteggiamenti erotici ecc.) il "diritto" di spedire in galera qualunque uomo con la sola parola, anche prima e anche senza riscontri oggettivi e testimonianze terze della presunta violenza, facendo valere come prova la vostra dichiarazione unilaterale e definendo a posteriori e secondo i suoi soggettivi parametri il confine fra lecito e illecito.

Tu dirai che, secondo la tua conoscenza, questo non avviene così spesso e che io sto esagerando. Non è così
1) non possiamo sapere quanto spesso avvenga, poiché conosciamo solo i casi di falsi accuse che vengono smascherati, non quelli che, proprio perché conclusi da una condanna ingiusta, finiscono nei “grandi numeri della violenza”;
2) i casi di violenza a processo sono qualche migliaio l’anno, non i milioni di cui parla la propaganda rosa, quindi è ovvio che tu non conosca vittime maschili del femminismo tra i tuoi amici, ma magari percentualmente non sono così rari;
3) se i casi sono ancora relativamente pochi (in Italia) è anche perché nemmeno le donne più stronze sono in genere consapevoli di queste “possibilità” (spiegate di solito dalle avvocate quando lo ritengono “utile” in una causa di divorzio), essendo, appunto, tanto contraria al diritto e alla ragione da non essere comunemente pensata come possibile in un paese occidentale. Eppure lo è.

**Anche nell’ancien regime non era una regola così quotidiana che un suddito fosse messo a morte per capriccio del re o per uno sguardo storto alla regina. Eppure era possibile. Ed è per questo che l’illuminismo aveva ragione a voler cambiare regime: bastava quella semplice possibilità a rendere il sistema contrario al diritto ed alla ragione.
Perché dunque oggi tu non ammetti che la semplice possibilità di essere condannati senza prove (e gli esempi non mancano) per un “errore sistematico” (come spero di aver spiegato) basti a definire il sistema occidentale (a parte ancora qualche eccezione) come non più liberale in termini di diritto?

Se tu togli dall’occidente questi cardini di civiltà che sono la presunzione di innocenza e l’oggettività del diritto (incompatibile con una definizione di reato lasciata a posteriori alla soggettiva sensibilità della presunta vittima, cosa peraltro non concessa, a proposito di parità, alla diversa ma non inesistente sensibilità maschile, la quale altrimenti potrebbe, provocatoriamente ma con pari diritto, reclamare l’istituzione, ad esempio, del “reato di stronzaggine”), allora rendi legittima la domanda: “e se mi avessero sempre mentito”?
Ovvero: se tutta la prosopopea sulla libertà e i diritti individuali fosse, in occidente, non un valore in sé come ci raccontano, bensì solo e soltanto un mezzo per giungere alla sola libertà di cui ai “liberali” interessi qualcosa, ovvero la libertà di scambiare merci e capitali (come, peraltro, sostiene dal 1848 quel famoso figlio del rabbino di Treviri che, forse, andrebbe sempre letto e riletto a prescindere da ideologie politiche e divisioni etniche)?

Permetti che davanti ad evidenze così inconfutabili di violazione del diritto e della ragione, nascoste dal sistema anzi fatte passare per progresso, io mi ponga questo dubbio?

E allora, da scettico quale sono, permetti che prenda in considerazione altre ipotesi di sistema in cui vivere?

P.S.
Possibile che, di tutto quanto ha lasciato il fascismo, si continuino a condannare elementi non intrinsecamente fascisti, anzi in alcuni casi civilmente condivisibili, quali il nazionalismo (doveroso per una nazione recente come la nostra, passata direttamente dalla retorica risorgimentale alla propaganda socialista anti-nazionale), l’ostilità (motivata da fatti storici come la vittoria mutilata) alle sedicenti democrazie occidentali, il liceo di matrice gentiliana (senza cui il boom degli Anni 60 non ci sarebbe stato per mancanza di valida classe dirigente, come ora), la concezione virile e guerriera dell’esistenza (senza cui la fiamma di cui parla @pussylicker non avrebbe significato), la ribellione aristocratica alle “idee moderne” (vale a dire, nietzscheanamente, le idee false) e non quanto davvero ha reso il fascismo una dittatura, ovvero la distorsione del diritto (che viene anzi elogiata dal femminismo giudiziario)?

Se è possibile, allora mi permetto di non credere all’antifascismo. I “democratici”, in tal caso, dimostrano di fatto di usare le leggi fasciste per esercitare o lasciar esercitare una potenziale tirannide di stampo femminista.

Beyazid_II
Newbie
17/04/2019 | 16:04

  • Like
    0

@dell said:
Tutte queste cagate nazifemministe e politicamente corrette mettono sotto stress mentale i maschi che non hanno potere d'acquisto, quindi non hanno forza in un sistema capitalista. Chi ha forza (potere d'acquisto) se ne frega perchè a quelle cagate crede 1 donna su 100 mentre le altre 99 cercano l'uomo che serva da ascensore sociale: è il capitalismo, bellezza!

Frase vera e da incorniciare, ma due cose meritano di essere sottolineate:

1) non è un danno così trascurabile "mettere sotto stress mentale i maschi", perchè, nell'età in cui non si possono ancora aver dimostrato e conquistato doti e posizioni di prestigio o preminenza nella società, elementi quali la tranquillità mentale e la fiducia in sè sono ancora più vitali del denaro. E quindi è una violenza psicologica di massa. Anche se so che non interesse a nessuno (Zarathustra mi direbbe: "che importa di un sultano? si metta a sedere fra i due re falliti"), la mia vita è stata compromessa da quel tipo di propaganda antimaschile iniziata negli anni 2001/2002 (dove l'uomo era presentato o come un pezzo di legno da sollevare nell'illusione e gettare nella delusione, o come un bruto da colpire nel modo più doloroso e umiliante dai calci nelle palle alle pistolettate, o come un sacco senza valore da scaricare da una macchina in corsa - vedi Breil - o come uno stupido - confondendo stupore per la bellezza con mancanza di doti intellettive) e culminata con la Boldrini (sensi di colpa indotti, paura motivata di finire in galera senza prove, leggi o interpretazioni giuridiche apertamente discriminatorie, cultura ufficiale con lo stereotipo uomo=brutto, cattivo, sporco, brutale, rozzo, colpevole, semplice e donna=bella, buona, pura, raffinata, evoluta, innocente, complessa). Autostima distrutta e tensione sessuale colpevolizzata hanno non solo impedito di vincere le mie timidezze nella sfera sessuale (pazienza), ma mi hanno comunque distrutto la psiche (o quasi) sul lavoro (tanto qui lo posso dire: i miei colleghi non leggono). Sarò anche uno sfigato io, ma in un mondo in cui anche togliere l'amicizia su facebook è considerato violenza ed anche un complimento molestia, chi ha subito un tale trattamente psicologico potrebbe anche essere oggetto di attenzione dal "sistema" (come vedi, non sono diventato filo-iraniano per caso, ma per necessità di fuggire da una situazione mentale invivibile)

2) dillo piano: se tutti quelli che non possono spendere 10k al mese per l'indipay capiscono che sono frustrati o zerbini per colpa del capitalismo, allora nessuno riterrà più questo sistema tanto "bello"! Vuoi forse fare propaganda per lotta comunista?

La maggiore forza attuale delle donne giovani non dipende dalle cagate del nazifemminismo e del politicamente corretto - chi pensa questo è fuori strada - ma dalla demografia occidentale: poche donne giovani ambite da tanti maschi, sia giovani che maturi. E' per questo che le gnocche giovani sono in posizione di forza per scegliere, non certo per 4 gatte di femministe e per i notiziari della BBC.

Verissimo anche questo. Il privilegio delle donne (anche non più tanto giovani) è puramente natura, è invariante per contratto sociale ed inestinguibile tanto nel capitalismo quanto nel comunismo, tanto sotto il fascismo quanto sotto l'antifascismo, tanto con Hitler quanto con Stalin, Polpot o Mao. Questo è un principio. Però gli stati possono pur fare qualcosa per bilanciarlo!

Gli stati tradizionali davano ruoli diversi ai sessi in modo che anche il non-ricco avesse qualcosa di bramabile da offrire alle donzelle (possibilità di uscire di casa, prospettiva di vita dignitosa ecc.).

Gli stati liberali non ancora femministizzati davano la possibilità ai migliori fra i maschi di emergere nello studio e di conquistare con esso posti di lavoro prestigiosi e remunerati più della media, in modo da bilanciare il potere della bellezza.

Sono gli stati nazifemministi che, davanti alle disparità di numeri e desideri volute dalla natura, favorevoli grandemente alle donne, e da queste sfruttate senza limiti, remore nè regole, ci dicono: "peggio per voi che siete nati maschi" (mentre, sogghignando, si tengono ben stretti gli antichi privilegi come il corteggiamento assieme ai moderni diritti che non li giustificherebbero più), anzi ci sfottono "non siete in grado di tenere il passo delle donne", "non sapete accettare la parità" ecc. (ben sapendo che la condizione di partenza, per natura, non è affatto "pari", maledette mentitrici!)

P.S.
delle "cagate cui crede 1 donna su 100" te ne freghi fino a che non si fanno legge.
Poi quando spingono uno stato a vietare la prostituzione ti rendono o zerbino delle stronze che se la tirano o segaiolo represso.
Quando riescono a far approvare circolari di polizia con cui un questore può, senza nessuana sentenza, sequestrarti tutti i beni per la sola accusa di stalking (reato, ricordo, in cui sulla sola parola - a posteriori ! - di una donna si può essere senzionati per atti come telefonate, regali e complimenti e corteggiamenti altrimenti non reati) -accusa, non condanna - ti rendono come un esule ottocentesco.
Quando si infiltrano fra università e imprese e riservano posti alle portatrici di vagina ti rendono disoccupato e superato sul lavoro senza demerito.
E potrei continuare, ma devo andare dal dentista.

P.P.S.
Anche le altre 99 sfruttano le leggi (e le condizioni socio-economiche) che quell'1% ha ottenuto!
E come fai a scopartele in qualità di "ascensore sociale" se per programma di governo spostano ricchezza dal nostro genere al loro? Ti rendi conto che stai sostenendo un sistema che ci costringe a lottare gli uni contro gli altri a vantaggio delle melanzane?! Peggio che bestie in amore!

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 19:39

  • Like
    0

@Itaconeti said:
@pussylicker

detto da te - che hai scritto che l'europa è morta nel 1945 con la sconfitta nazifascista e che hai fatto spesso allusioni antisemite - che qualcuno è vittima di propaganda fa scompisciare dal ridere

il problema è che scrivi spesso cazzate madornali - tipo che bisogna avere più paura di scopare in gran bretagna che in iran - che mi tocca correggere ricordando che oltre alle tue fantasie esiste anche la realtà

Da un punto di vista geopolitico, questo è oggettivamente vero. Da allora, al di là dei discorsi ideologici, non vi sono state più possibilità per l’Europa di “unirsi nella potenza” (l’europeismo auspicato da Nietzsche) e tutte le potenze planetarie sono state (e sempre più stanno diventando)extraeuropee (l’America prima, la Cina poi, ecc.).

Quello che il discorso di @pussylicker manca di sottolineare è che, purtroppo, il problema esce dalla dicotomia fascismo/antifascismo e rientra nella secolare incapacità degli Europei di concepirsi politicamente come tali. Anche prima della seconda guerra mondiale: tanto la Francia di Napoleone quanto la Germania del Kaiser si erano, al di là della retorica, sempre pensate come “Grande Francia” e “Grande Germania”, anziché come “primo mattone” di un’Europa unita. Ed ancora oggi è così: l’Europa di Aquisgrana è ormai un accordo bilaterale fra i due paese (relativamente) più forti a danno degli altri. Se almeno ciò servisse ad essere, come continente, competitivi contro Usa, Cina e India potrei pure accettarlo, ma l’evidenza dimostra che è vero il contrario: siamo sempre più una brutta copia degli Usa a livello di politica interna ed una colonia a livello di politica estera. Della serie: Europa e Unione Europea non sono sinonimi ma contrari.
Certo, parlando fuori dai denti, rimproverare agli europei di non rimpiangere il III Reich, quando questo ha trattato molti popoli europei (primi fra tutti i Polacchi) come bestie da soma non depone certo a favore della credibilità metapolitica di @pussylicker, ma non per questo tutto quello che dice è infondato.

Tornando al piano metapolitico, infatti è verissimo che le ideologie liberali e comuniste siano state da principio (Evola docet) due facce della stessa medaglia (il materialismo o, meglio, la sovversione egalitaria), le quali raggiungono il medesimo fine (massificazione della società, distruzione di ogni personalità superiore, riduzione dell’uomo ad animale da gregge, negazione di ogni dimensione “spirituale” – noi nietzscheani dobbiamo sempre mettere questo termine fra virgolette per non essere rinnegati dal maestro - o anche solo autenticamente artistica) tramite mezzi opposti (lasciar fare, emancipazione, divertimento, mancanza apparente di regole, apparente libertà di pensiero, società post-sessantottina e di facebook, insomma, contro totalitarismo esplicito, imposizioni sociali, coercizione, violenza politica, propaganda aperta).
Ed è ancora più vero oggi che l’orizzonte “valoriale” progressista altro non sia se non la fase ultima della sovversione dei valori denunciata da Nietzsche nell’Anticristiano: ai valori “ascendenti” (proprio in quanto “virili e aristocratici”, ovvero nati da ciò che vive in quanto vince e che vale in quanto si differenzia) su cui si è fondata l’Europa nei momenti più alti della sua civiltà (la Grecia di Omero, la prima Roma Repubblicana, l’India Vedica, la Persia Iranica, la Germania Sacra e Imperiale e, aggiungo sempre io all’elenco, il Rinascimento italiano) la sovversione sostituisce un sentimento del mondo femineo ed egalitario (perché pone il fondamento del valore e quindi del diritto nel fatto bassamente biologico di essere nati da una donna e, nel suo anteporre l’appartenenza alla specie alle costruzioni storiche delle diverse identità di sangue e spirito, fa tendere verso il basso del “tutto indifferenziato” primordiale), che, per dirla con le parole del Nostro, fa “di ogni verità una menzogna” (vedi, dico io, il primato storico conseguito a partire dalla rivoluzione neolitica dalle civiltà indoeuropee sulle altre fatto passare per “colpa storica”, “invenzione culturale”, o “razzismo”) e “di ogni valore un disvalore” (vedi, continuando con parole mie, i meriti scientifici di tanti singoli appartenenti al “genere maschile” fatti oggi passare come “prova di discriminazione contro le donne nella scienza”, al punto che sto vedendo i muri della mia facoltà tappezzati da propaganda culturale femminista del genere “processo alla ricerca” perché “senza donne non si può”) e conseguentemente chiama “barbaria” la civiltà (vedi le fondamenta etico-spirituali della civiltà romana bollate come “patriarcato” o “oppressione” da superare) e “civiltà” la decadenza (vedi le degenerazioni attuali esaltate come “progresso” e l’umanitarismo propagandato come “bene” quando altro non è se non la morale della debolezza e della rinuncia e della negazione di sè).

Era davvero quanto intendeva Hitler? Come lettore a suo tempo non prevenuto del “Mein Kampf”, ho i miei dubbi. E anche se fosse, come ho ripetuto fino alla nausea in passato, non vedo perché dovrei ritenermi per questo più legato al nazismo e ai suoi crimini di quanto non debba essere considerato complice di Robespierre, Lenin, Stalin e Polpot (ma potrei anche aggiungervi vari capi di stato occidentali da Leopoldo del Belgio a Bush Jr) chi sostiene ideologie egalitarie, progressiste o liberali.

per il resto sono ferocemente contro il nazifemminismo ma da un punto di vista libertario e cioè che ciascun maggiorenne nel sesso faccia quel cazzo che vuole senza reprimende moraliste

reprimende moraliste come quelle delle nazifemministe o dei liberal della bbc o come le tue in questo 3d

tu hai in odio la libertà sessuale esattamente come le nazifemminste o i liberal della bbc solo partendo da un presupposto diverso

il presupposto contro la libertà sessuale delle nazifemministe e dei liberal della bbc è il 'politicamente corretto' a cui le modalità del sesso secondo loro dovrebbero sottomettersi

il tuo presupposto contro la libertà sessuale - come hai scritto anche in questo 3d - è un tradizionalismo che sogna di rimettere indietro le lancette della storia tornando all'italietta sessualmente repressiva esistita fino a mezzo secolo fa

io invece sono per la piena libertà sessuale individuale - free o indipay o pay - tra persone maggiorenni e consenzienti

Le tue idee sono pienamente condivisibili. Paiono il condensato di quanto io stesso pensavo fino a 10-15 anni fa.
Peccato che, appunto come tu dici, esista anche la realtà. Nella realtà attuale i paesi (ex)liberali e (pseudo)libertari hanno sposato in pieno (chi più, come la GB, chi meno come la Germania) la causa nazifemminista, tanto da far approvare al Parlamento europeo l'infame risoluzione contro i clienti delle prostitute, tanto da siglare impegni per "ridurre il divario di genere sul lavoro" (il che significa quote rosa e campagne di demonizzazione contro gli uomini, soprattutto giovani, che riescono ad emergere in taluni settori, dipingendoli come "discriminatori", o, alla Murgia, come "figli privilegiati di mafiosi), tanto da eleggere a suo tempo una Boldrini a presidente della camera, tanto da continuare a promulgare leggi che fanno strage di principi come presunzione di innocenza e oggettività del diritto (spiegamo cosa c'entra con lo stato di diritto un'interpretazione legislativa di questo genere, che permette, come nel ragionamento aristotelico di Don Ferrante, di stabilire il vero basandosi sulle parole e non sui fatti: http://archive.fo/7UDkX), tanto da fare della televisione una grancassa propagandistica per il nazifemminismo degna di Goebbels (dai films alla pubblicità, passando per la cultura ufficiale, tutto quanto è sentito come femminile veine presentato come bello, buono, evoluto, pacifico, raffinato, tutto quanto è visto come maschile svilito come brutto, cattivo, primitivo, rozzo, violento, brutale), tanto da usare platealmente due pesi e due misure (si può, ad esempio, dire che "gli uomini sono tutte delle merde" ma non che "le donne non si intendono di calcio").

C'è chi tiene conto giorno per giorno dei fatti che la realtà di oggi ci mette sotto gli occhi:

https://stalkersaraitu.com/

C'è ancora chi ritiene sia possibile resistere qui in occidente. Io, al contrario, ritengo più credibile rivolgere le armi contro questo occidente che "non mi ama e non mi vuole" e schierarmi con l'oriente. A costo di lasciarmi irridere da chi, come te, si sente intoccabile (e spero per te che non ti capiti mai di doverti ricredere!). Io ho cambiato schieramento perchè ho tenuto gli occhi aperti, tu hai tenuto lo stesso schieramento perchè preferisci chiudere gli occhi!

E uscendo dalla prospettiva occidentalista, ho scoperto altre interpretazioni per quelle idee. Io solevo criticare le femministe accusandole di essere, appunto, simili a delle talebane, a delle sessuofobiche religiose. Era la mia arma retorica (che rivedo nelle tue parole). In verità, la questione, non è mai stata, essere sessuofobici o meno, ma trovare un modo per avere più o meno potere nella (o tramite la) sfera sessuale.

Perchè il sesso prematrimoniale era peccato per la chiesa? Perchè dispiaceva davvero a dio? No, perchè i preti volevano esercitare potere tramite il senso di colpa e la sovranità religiosa sul matrimonio!

Perchè per le femministe è male la prostituzione? Perchè offende davvero la dignità della donna? No, perchè permette anche agli uomini "normali" di avere la possibilità di godere della bellezza e del piacere dei sensi senza dover passare sotto le forche caudine del corteggiamento e senza dover offrire e soffrire tutto quanto la "dama" di turno pretenderebbe nei rapporti "free".

Perchè per me e per te è invece un bene? Perchè davvero crediamo alla retorica liberal-libertaria? No, perchè ci permette di esercitare la NOSTRA libertà sessuale.

Ecco quindi che nella misura in cui tu vedi possibile, all'interno del paradigma liberale e della morale libertaria, propiziarti i favori di tante donzelle interessate a quanto puoi offrir loro in termini di denaro e privilegio sociale, sei un sostenitore del liberalismo e della dottrina libertaria.
Allo stesso modo, nella misura in cui io, fino a 10-15 anni fa, mi immaginavo possibile fare altrettanto, ero altrettanto liberale e libertario.

Da allora sono cambiate due cose:
1) l'ascensore sociale, almeno in Italia, si è bloccato (quindi non è più credibile sperare di scopare di più aspettando di arricchirsi e di far carriera);
2) anche per chi è ricco e famoso, è sempre più difficile difendersi dal nazifemminismo avanzante tanto nella realtà (sempre più ampie fette di denaro e potere sono, per volontà politica o per effetto collaterale dell'economia, passate dagli uomini alle donne, sì che le vecchie possibilità di bilanciamento sociale delle disparità naturali diminuiscono per numero e convenzienza) che nella rappresentazione (sempre più leggi e costumi rendono difficile o pericoloso quel rapporti di "scambio" fra bellezza da un lato e denaro o altra utilità economica dall'altro).

Ecco perchè io, che in parte vivo e in parte prevedo una situazione ben diversa dalla tua (attuale), ho "cambiato idea".
Ma poi in fondo tu ed io la pensiamo allo stesso modo. Entrambi sappiamo che Nietzsche aveva ragione da vendere quando diceva che "l'uomo è nato per la guerra, la donna per il riposo del guerriero".
Solo che tu credi ancora possibile comprarti quel riposo con quanto la società ti permette ancora di guadagnare. E allora difendi a spada tratta QUESTA società. Io vedo già impossibile non solo e non tanto per me, quanto per i miei simili e i miei successori, trovare una venditrice o avere abbastanza denaro da comprare. E allora voglio realizzare il titolo del 3d (RIVOLUZIONE). Voglio far sì che quel riposo del guerriero venga concesso "di default" a tutti i bravi cittadini. Non per ideologia, ma solo per poter "vivere sopportabilmente", come tu (e del resto anch'io) sei (siamo) sempre riuscito (i) a fare nel mondo liberale e come il mondo liberale attuale inizia a non permettere più alla maggioranza degli uomini.

Io rispetto chi ha idee diverse dalle mie, ma non chi mi fa passare per imbecille (volendomi far credere davvero tenga per vere certe idee).
E comunque...

In guerra non conta da quali "presupposti" sei idealmente partito per scegliere lo schieramento, non contano il "punto di vista" delle idee che ti hanno spinto all'una o all'altra adesione: conta solo da che parte stai e come combatti.

E nella guerra attuale ci sono, come in tutte le guerre, SOLO DUE schieramenti. Dato che l’antifascismo (in tutte le sue versioni retoriche variabili dai liberal al comunismo) si è saldato con il femminismo, delle due l’una:

- o credi tanto alla narrazione del "male assoluto" da accettare di essere "anti-fa" nonostante le Michela Murgia che, raccogliendo risibili luoghi comuni sulla destra, si inventano i "fascistometri" sono le stesse che scrivono menzogne contro gli uomini (del genere "i bambini maschi sono come i figli dei mafiosi"). Nonostante la stampa mainstream che sostiene i cosiddetti "valori" dell'occidente sia la stessa che reprime la libertà di parola quando vorrebbero parlare gli anti-femministi, che inventa le fake news per screditare i dissidenti (vedi Strumia) o per giustificare le porcherie giudiziarie (vedi casi molto dubbi di "violenza sessuale" dove se la galera non è certa i giornali gridano allo scandalo o inventano versioni femministicamente distorte dei fatti), che dipinge l'uomo eternamente colpevole (anche solo per il suo desiderio di natura verso il corpo femminile, vedi le campagne anti miss-italia, anti-ombrelline F1 ecc.). Nonostante i (maledetti!) socialisti spagnoli che si ergono a paladini della "intelligenza" contro "la morte" (rappresentata per loro da Franco e dal fascismo) siano gli stessi che hanno creato le leggi speciali (quelle sì, fascistissime come metodo!) contro la violenza di genere (per le quali, lo ricordo, basta una telefonata per ridurre un uomo ad esule ottocentesco privato di "famiglia, casa, roba"), che cancellano persino "cappuccetto rosso" o la "bella addormentata" dalla scuole (perchè vogliono togliere ai giovani maschi qualunque possibilità di avere desiderabilità amorosa e valore sociale - fosse anche quella data dalla cavalleria del salvare una fanciulla - e ridurre anche gli adulti allo stato di impotenza tipico dell'età scolare in cui nulla si ha per "bilanciare" quanto all'altro sesso è dato dalla bellezza), che vorrebbero appena possibile vietare la prostituzione con la solita retorica della "dignità offesa" (per ora sono riusciti solo ad impedirne la legalizzazione);

- oppure te ne freghi dei giudizi morali della cosiddetta "storia" ( che peraltro, Machiavelli docet, dalla morale è distinta), te ne sbatti delle ideologie del novecento e stai, in QUESTO SECOLO, dalla parte di chi davvero (per qualunque cavolo di motivo ideale o idealista, materiale o materialista) odia e combatte il femminismo.

'consenzienti' vuol dire anche che non si scopano le ubriache - perchè non possono dare un consenso cosciente - e chi lo fa oltre a fare schifo può subirne giustamente le conseguenze

Questa prima o poi me la dovete spiegare. Come fa ad essere considerata non-cosciente una donna ubriaca quando è considerato cosciente (e quindi punibile senza attenuanti) l'uomo che, per ebbrezza alcoolica o altro tipo di alterazione psichica, stupra, uccida o commetta un qualunque altro reato? O la persona ubriaca è in grado di intendere e di volere o non lo è. A prescindere dal sesso. Qua invece vedo il solito doppiopesismo per cui se è donna è vittima, se è uomo è carnefice.

Io penso, da vecchio socratico nonostante tutto, che in uno stato fondato sulla ragione l'uomo debba sempre essere responsabile di se stesso. Se ha paura che ubriacandosi accetti di fare o subire qualcosa di cui poi si potrebbe pentire deve cercare di restare sobrio (appunto come Socrate) quando è in pubblico. Questo vale tanto per il maschio che non può giustificare una rissa o peggio con "ho alzato un po' il gomito" quanto per la femmina che non può dire di essere stata violentata dicendo "se non avessi bevuto non ci sarei stata".

Altrimenti la tua è un'idea di coscienza a senso unico alternato.

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 18:22

  • Like
    0

@pussylicker said:
@itaconeti la sai la storia dell' ex calciatore di man city e nazionale inglese adam johnson? E non si è tolto nemmeno i vestiti di dosso, altro che scopare. Sì, una sentenza del genere mi fa più paura dell'iran.

Puoi fare tutti gli esempi che vuoi. I "liberali" risponderanno sempre che qui c'è libertà. Per capire che non siamo più nel secolo in cui gli stati sedicenti liberali lo erano davvero per gli uomini-maschi, forse certa gente ha bisogno di vivere sulla propria pelle esperienze come quella di DSK o di Weinstein.

Altrimenti, saremo sempre noi ad avere le "fobie". Che sono poi semplici previsioni di quello che può accadere laddove, nella realtà effettuale, parole come "diritto" e "ragione" vengono distorte dal nazifemminismo.

Molti uomini chiudono gli occhi di fronte all'orrore di quella "vagina a cielo aperto" che è l'occidente e lo difendono proprio perchè in loro stessi fingono che non sia quello che è purtroppo diventato negli ultimi anni.
Presunzione d'innocenza e oggettività del diritto non sono valori negoziabili. Eppure l'occidente "libero" li ha scambiato per i vantaggi che trae dal femminismo. Ecco perchè, almeno per quanto mi riguarda, mi schiero dall'altra parte.....altro che nostalgia per vecchie teocrazie...

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 18:01

  • Like
    0

@cavalinho said:
Non diciamo minchiate. Pagando scopi tranquillamente. Certo se sei ricco e in vista ci può essere la furbetta che ne vuole approfittare, oppure il ricco che pensa di cavarsela con l obolo che versano tutti gli altri.
Qualche anno fa un noto giocatore di calcio brasiliano organizzava feste dove non badava a spese negli hotel più belli, e le marchettone che arrivavano, magari le stesse che su rosa rossa con 100 euro te le scopavi, probabilmente prendevano cifre maggiori 5/10 volte.
Tutto per fare in modo che tutti siano contenti e nessuno interrompa il gioco. Se sei ricco e famoso paghi anche di più per la tranquillità, la riservatezza.
Poi per carità à volte entrano anche in gioco altri fattori (tipo come per strauss khan) dove magari uno che ha interesse a farti cadere fa scoprire la cosa.
Cmq in ogni caso non si può mettere a paragone i pericoli che si hanno in certi paesi tipo irán, con quelli che si hanno qui...

Scopi tranquillamente nei paesi dove la prostituzione non è ancora reato.
Prova a scopare "tranquillamente" in Svezia, Francia o Israele.....

Dove è reato, scopare a pagamento è "tranquillo" come da noi lo è comprare e vendere droga: finchè decidono di lasciarti stare ti va bene.

E comunque, come fai a stare tranquillo sapendo che chiunque, raccontando ad un magistrato un racconto "credibile e coerente" possa farti finire dietro le sbarre a prescindere da quanto hai fatto?

L'unica tranquillità te la danno gli fkk con telecamera!

Chi dice che "pagando si scopa", evidentemente, parla per sentito dire (da un altro secolo) e non ha mai provato a pagare dove davvero la prostituzione è reato.
Io ho provato (circa 15 anni fa) a scopare pagando negli USA (dove era ed è illegale) e ho ottenuto di spendere (per due volte) più di 1000 dollari per sentirmi dire, al momento clou: "No sex. These are United States", alla mia rimostranza ("ma come, ovunque nel mondo pagando quelle come te si scopa"). Da allora è nato il mio "fuck united states".

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 17:53

  • Like
    0

@Itaconeti said:

@Beyazid_II said:

Io, ad esempio, ho sempre scopato solo pagando, quindi non accetto mi si dica che “vivo in un’altra realtà”: io vivo nella realtà italiana (altrimenti detta “melanzania”) che descrivo per come essa è e non per come dovrebbe essere secondo la retorica libertaria e la narrazione antropologica…

quindi hai avuto la libertà di scopare pagando

quella che per la narrazione libertaria dovrebbe essere liberalizzata come in svizzera-austria-germania

in iran per scopare pagando rischiavi 100 frustate perchè il matrimonio di 24-48 ore non lo celebrano con le prostitute

e comunque solo i ricchi - e non un qualsiasi prof universitario - in iran hanno i soldi e le conoscenze per mettersi al sicuro in questo modo

in ogni caso se l'iran come avevi scritto è il posto più simile alla repubblica dei sapienti vagheggiata da platone non capisco perchè non provi a trasferirti

o almeno a passarci una larga parte dell'anno grazie alla grande 'flessibilità' di lavoro permessa in italia ai prof universitari

perchè insistere a stare in questo schifoso occidente sputando veleno quando c'è la felicità di una repubblica di platone in terra che ti attende?

Ti rispondo con una battuta: è risaputo che la repubblica di Platone non può offrire gli stessi divertimenti dell'Atene "democratica".
Se, fuori metafore, l'occidente avesse dato segno di restare simile a Svizzera, Austria e Germania, non avrei mai sognato l'Iran.

Poichè invece vi è più di un segno che queste nazioni rischino di cambiare direzione in tema di prostituzione (e non solo), fra due regimi preferisco quello che si oppone alle femministe.

Comunque stai tranquillo che prima o poi andrò davvero in Iran. Basterà che qualche prorettrice alla parità di genere mi faccia saltare i nervi e gridare verità ben più pesanti di quelle presentate da Strumia nelle slides della discordia:

https://alessandrostrumia.home.blog/

Al contrario del mio collega, non sarei in grado di sopportare tante menzogne e tante ingiustizie su di me senza prendere provvedimento ben più drastici di generiche vie legali.
Tanto più che io non ho i numero di Strumia (che, curruculum alla mano, è un gigante scientifico al confronto di chi lo critica) e quindi butterei via una ben più misera carriera rinunciando all'occidente per Teheran.

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 17:45

  • Like
    0

@Itaconeti said:
@pussylicker

uno che ha più paura di scopare in uk che in iran si definisce da solo e non serve aggiungere altro

Si definisce un preveggente, o almeno un uomo con gli occhi aperti.

Chi ha paura di scopare in UK più che in Iran vede tutto il potenziale pericolo di leggi e costumi che permettono di mandare in galera qualunque uomo sulla parola di qualunque donna anche prima e anche senza riscontri oggettivi o testimonianze terze della presunta violenza (anzi, lasciando alal presunta parte lesa il "diritto" di definire a posteriori e secondo i proprio soggettivi parametri il confine fra lecito e illecito, contro ogni principio di oggettività del diritto) e che, sistematicamente, considerano (con una ridotta considerazione della volontà e della responsabilità femminile veramente degna del più primitivo dei patriarcati greco-antichi) la donna "vittima" di default (tanto da considerare automaticamente violenza situazioni che, a parti invertite, non lo sarebbero: vedi il caso di due sballati fra i fumi dell'alcool e della seduzione che scopano, visti come "due trasgressivi" o come "vittima e stupratore" a seconda non di un dato oggettivo, ma del sesso di chi decide di denunciare l'altro/a perchè insoddisfatto/a o perchè ha cambiato idea a posteriori)

Almeno, vede l'insostenibilità di un sistema che si definisce liberale e di diritto ma che, come l'Inquisizione, si permette di condannare l'imputato sulla base di parole e non di fatti, negandogli diritto alla difesa con il solito trucco del "mettere in discussione la parola della donna è una seconda violenza" (corrispettivo moderno del medievale "mettere in discussione l'accusa di eresia è un'ulteriore prova di colpa e un'offesa a dio").

Chi nega che si debba avere in UK paura di scopare come e più che in Iran non vuole guardare la realtà.
Forse perchè è troppo brutta per ammetterla per vera (infantilismo maschile proprio da parte degli "uomini denim").
O forse perchè si sente protetto dai propri soldi e dalla propria posizione sociale (eppure a DSK e a Weistein non sono bastati nè i soldi nè il potere a difendersi dal nazifemminismo).

Perchè ho più paura in UK che in Iran?
Perchè nel primo caso verrei messo alla berlina come un maniaco, come un pervertito, come un mostro che nessuno avrebbe l'ardire di difendere.
Non interverrebbero in mio favore nè amici nè avvocati (perchè fare "domande scomode" alla "parte lesa" ci "porterebbe indietro di 30 anni", come ha detto l'infame togato che ha condannato senza prove il carabiniere accusato dall'americagna a Firenze). E per la televisione sarei "lo stupratore" senza appello.
Nel secondo caso, avrei, come occidentale, almeno la possibilità che l'ambasciata possa intervenire. E che la TV monti una campagna stampa in mia difesa.

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 17:32

  • Like
    0

@Itaconeti said:

@pussylicker said:
@itaconeti guarda che cavalinho ha detto "Non è un caso quello che succede nei paesi islamici....proprio perchè non scopano". Che c'entra la tua risposta? Volevo sapere cosa succede in tali paesi a causa della maggiore restrizione sessuale e tu mi citi le leggi che impediscono il sesso prematrimoniale.

quindi secondo te 100 frustate o fino a 2 anni di galera a un ragazzo e una ragazza non ancora sposati perchè hanno fatto sesso non sarebbero restrizioni sessuali?

se non ti bastano come restrizioni aggiungo che nei paesi islamici fondamentalisti - a partire dall'iran - c'è la pena di morte per adulterio e omosessualità

Poi scrivi "E poi c'è anche una via di mezzo tra le frustate per il sesso prematrimoniale e una massa di drogati quali siamo noi su gnoccatravels, nell'italia di 20/30 anni fa nessuno ti frustava e nessuno aveva le ossessioni che abbiamo noi qui (io sono il primo eh), e se vai su italian seduction è pure peggio"

nell'italia di 20/30 anni fa - i mitici anni 80/90 - c'era molta più ossessione sessuale di adesso sia nella realtà che in tv solo che non c'erano i social

Poi scrivi."Tra chi è ossessionato col fare numero (ce l'ho), chi col collezionare bandiere (ce l'ho), chi spende migliaia di euro in puttane (mi manca), chi va con gli scambisti (mi manca), chi con le ons (ce l'ho), chi va a trans (mi manca), qua stiamo a pezzi veramente,"

si chiama libertà sessuale individuale ma se ti dà fastidio puoi andare a vivere in un paese islamico fondamentalista dove la libertà sessuale individuale non c'è

Sì, saranno restrizioni, ma almeno l’immaginario collettivo non è a tal punto riempito di “tette e culi” (sia detto anche nel senso figurato di quella sopravalutazione estetico-filosofica della figura femminile all’apice oggi nell’occidente “emancipato” ed invero figlia più del medioevo stilnovista che non dell’emancipazione illuminista!) da portare il desiderio naturale maschile ai livelli quasi “patologici” di oggi!

E poi sono restrizione che hanno un fine magari non condivisibile ma almeno comprensibile: rinsaldare la struttura sociale fondata sulla famiglia e l’identità nazionale basata sulla stirpe (nel caso, iranica).
Qua, invece, la sessuofobia femminista ha il fine opposto della disgregazione sociale ed etnica (e non serve essere “complottisti” per capirlo: basta tenere gli occhi aperti e il cervello collegato davanti a quella propaganda pseudoculturale così ben riassunta da @pussilicker).
Insomma, sacrifichiamo l’eudemonia per un fine anti-anagogico!
E anche se non vi fosse questo “razzismo al contrario”, vi sarebbe comunque l’intento palesemente antimaschile: vietare ad adulti consenzienti di scambiare sesso per denaro (come avviene in Francia, in Svezia, in Israele e in tutti i paesi più “progrediti” e “antifascisti”) sulla basi di “nomi sanza soggetto” come quelle della “dignità della donna” (che in realtà esiste come dignità delle singole donne che in un mondo libero dovrebbero al contrario decidere autonomamente cosa è più o meno dignitoso/vantaggioso per la loro soggettività, e non essere accumunate nella figura della “vittima” a partire dalla quale si stabiliscono le politiche antiprostituzione) non ha alcuna motivazione sociale, se non, appunto, rendere sessualmente apolide il maschio. Nazifemminismo allo stato puro sostenuto dagli stati “antifascisti”.


Poi scrivi:"> Poi premesso che a me dell'iran non me ne frega un cazzo, non so perchè continui a nominarlo, mi viene spontanea una domanda. Ma se tu scopi a casa tua, la polizia religiosa come ti becca? Mica vai a scopare fuori la moschea."

tu hai chiesto delle restrizioni sessuali nei paesi islamici e quindi ho esaudito la tua richiesta a partire dall'iran che è il paese sessualmente più restrittivo di tutti

rispondo anche alla tua nuova domanda sul come la polizia religiosa ti becca in casa

un vicino fanatico o a cui stai sul cazzo telefona alla polizia religiosa

la polizia religiosa arriva e ti trova con una ragazza che non nè tua moglie nè tua sorella

se sei ricco e non sono dei fanatici li paghi e fanno finta di crederti che è tua sorella

se i soldi non li hai accertano che sei in casa con una ragazza che non è nè tua moglie nè tua sorella

il tribunale della sharia vi condanna entrambi a 100 frustate in pubblico

se sei straniero e interviene l'ambasciata è probabile che le 100 frustate vengano commutate in espulsione a vita dall'iran

Beh, in fondo allora è come in occidente (libertà personale proporzionale alla ricchezza).
Anzi, in occidente manco i miliardari sono al sicuro, perchè le leggi americane possono sbattere in galera sulla sola parola dell'accusa anche un presidente del FMI come Strauss-Kahn e il me-too può rovinare anche un uomo progressista di successo come Weinstein.

E per cose, in fondo, non certo più gravi di quelle contestate ai tromboamici iraniani.

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 17:28

  • Like
    0

@Itaconeti said:
@pussylicker

per esempio succede che in iran vige la sharia e il sesso fuori dal matrimonio è illegale e viene punito con 100 frustate

100 frustate non solo per la prostituzione o l'adulterio ma anche per il sesso prematrimoniale perchè la norma punisce indistintamente tutte le forme di sesso fuori dal matrimonio

e la norma vale sia per le donne che per gli uomini

Almeno lì c’è parità!
Non come da noi, dove la donna ha diritto a mostrare e l’uomo ha il dovere di non guardare quanto è mostrato (altrimenti, come quel tale di Lecco già 11 anni fa, rischia una condanna per aver fissato troppo le tette della dirimpettaia), dove la prima ha il diritto a suscitare disio (nel modo che vuole e per il tempo che vuole, dall’innocente scoprire le gambe per strada all’intenzionale “fare la stronza” nei modi da me più volte specificati) e il secondo ha il dovere di non esprimerlo (altrimenti, non dico una mano sul culo – fatto ormai punito, in proporzione agli ordinamenti penali vigenti, con l’equivalente economico-giudiziario delle 100 frustate iraniane e dei 2 anni di galera marocchini, ma anche solo un complimento giudicato a posteriori troppo “pesante” può costare addirittura la carriera grazie all’ondata neofemminista del “me too”), dove, di fatto, la donna, potendo contare su quelle disparità di numeri e desideri nell’amore sessuale ad essa favorevoli (e da essa sfruttati in ogni modo tempo e luogo senza limiti, remore, né regole), può sempre decidere quando, quanto e con chi “accoppiarsi”, mentre l’uomo (dovendo sottostare ad una situazione naturale sfavorevole che l’ordinamento sociale ormai non gli consente più di bilanciare con lo studio, il lavoro, la posizione sociale, cultura, il denaro, il potere) deve, se gli va bene, sottostare alla scelta altrui (accontentarsi e pagare comunque, in denaro e altri termini), se gli va male, vivere nella frustrazione sempiterna del proprio disio.

i giovani ricchi risolvono il problema pagando lautamente ogni volta un prete sciita che celebra un matrimonio temporaneo - 24 o 48 ore - che li pone al riparo dalla polizia religiosa

i giovani non ricchi - quindi quasi tutti - hanno l'alternativa tra l'autorepressione sessuale e rischiare ogni volta 100 frustate se beccati dalla polizia religiosa

Non è mica poco poter uscire dalla situazione di frustrazione “pagando il biglietto” come a teatro (mia vecchia definizione di “escorting”). In Svezia, Francia e Israele (ovvero presso i nemici dell’Iran) ciò non è più possibile. E negli altri paesi occidentali, a causa della riduzione del valoro “socio-sessuale” del maschio, conseguenza diretta del femminismo, è l’unico modo rimasto per non farsi seghe (il pubblico sempre più giovane numeroso degli FKK lo dimostra). E quindi destinato a diventare sempre più costoso (bei tempi quelli in cui anche l’italiano medio poteva permettersi le escort…).

simile è la situazione anche nei paesi sunniti dove viene applicata la sharia come per esempio l'arabia saudita

perfino nel moderatissimo marocco il sesso fuori dal matrimonio è illegale

ma - non essendoci la sharia - non viene punito con 100 frustate ma solo con il carcere fino a 2 anni

e c'è molto meno rischio di essere beccati perchè non esiste un'apposita polizia religiosa a indagare

in conclusione se pensi che danneggi meno il tuo equilibrio psicofisico non scopare che l'ipersessualizzazione allora l'iran è il posto giusto per te per vivere meglio

Forse qualcuno è troppo ricco per capire che per i non-ricchi la situazione italiana è già a livello di quella dell’Iran in quanto a possibilità di scopare realmente (e non solo di raccontarlo: per il sesso parlato, ammetto che in occidente abbiamo più libertà…). Io, ad esempio, ho sempre scopato solo pagando, quindi non accetto mi si dica che “vivo in un’altra realtà”: io vivo nella realtà italiana (altrimenti detta “melanzania”) che descrivo per come essa è e non per come dovrebbe essere secondo la retorica libertaria e la narrazione antropologica…

Beyazid_II
Newbie
13/03/2019 | 18:14

  • Like
    0

@Tesista76 said:
Caro Sig. Bez,

mi chiamo Enzo, conosco il suo amico tesista il quale mi ha chiesto di parlarle della donna più bella del mondo, almeno così dicono sia mia figlia

Non ho capito perché dovrei parlare di mia figlia in un forum di puttanieri, ma l’argomento mi stimola perché ho saputo che lei è un pretendente ed un appassionato e molto competitivo quindi è mio dovere metterla in guardia perché ha un caratteraccio

La madre la incontrai da giovane tra i campi, era sporca, grassa, fredda e ignorante (anche io brillavo poco a scuola) ma giovane e sveglia, rimase subito incinta e la mia gioia fu immensa

Avevamo all’inizio solo le nostre vite e nostra figlia, che crebbe ad una velocità impressionante

All’inizio le piaceva stare insieme a me, ma già da piccola si rivelava un carattere indomabile e nel giro di pochi anni con dispiacere la vidi diventare una donna bellissima ma profondamente sola

Non che non avesse avuto pretendenti, fior fior di ingegneri, bellissimi ragazzi della provincia lombarda, persino tanti uomini che lasciavano un paese lontano per lei

Peccato li trattasse tutti come maggiordomi o peggio, li guardava dall’alto in basso e li allontana dopo poco tempo

Così ha fatto anche con il suo più grande amore, l’ha spinto fino al limite pur essendo lui sposato con bimbi, e la triste conclusione fu una immensa nostalgia, da parte mia, perché mi ero affezionato a quella faccia simpatica da scapestrato

Lei si curò la ferita sostituendo subito il suo amante

Tutti quelli che le sono vicino le danno della viziata, della snob, diciamola come vorrebbero dirla, della stronza

In realtà alla mia bambina la bellezza ha dato solo solitudine e impegni, un senso della competizione esagerato ed a me ha riempito la vita di alti e bassi

Ho avuto un maschio che morì da giovane, non mi va di parlare di lui, è stato sfortunato ed io lo amavo tanto, quasii di più della passione per la madre e dei successi della figlia, perché eravamo simili, ci piaceva lavorare e soffrire per una donna acccettandone ogni capriccio perché alla fine ci riempiono la vita è ne danno senso

Sono morto molti anni fa anche io ma so che altri cervelli da 110 e lode si fanno bistrattare dalla mia ragazza, altri si lamentano e sbattono la porta, ma a tutti poi viene il magone a ripensarla bella con quei capelli rossi in boccoli da principessa e la sua voce diretta e dirompente

Lasci che le dica, la bellezza rovina il sonno, fa vivere in solitudine le persone e bisogna valutare delle amanti meno belle ma che curano le ferite

Se le sto consigliando di non incontrare mia figlia? Ci mancherebbe, può farlo con cautela, anzi vivrà una delle stagioni migliori della sua vita, ma sappia che poi la abbandonerà senza dubbio e a lei si cicatrizzerà una ferita callosa sul cuore o le lascerà fare lo schiavo fino alla fine

In bocca al lupo Sig. Bez

Maranello, 08/03/2019

Caro Commendatore,

forse, nell’alto cielo in cui Lei vive, le notizie delle cose terrestri giungono con anni di ritardo. Mi trovo nell’imbarazzante situazione di doverLa informare che la sua adorata bambina è divenuta, agli occhi del mondo, ben altro da ciò che Lei ancora (affettuosamente) pensa.

Fino a quando era sposata al suo prediletto genero Luca, il numero dei suoi amanti restava “sempre uno di meno di chi mi la chiede”. Da quando ha scelto di accasarsi con il recentemente scomparso Sergio (e poi con il suo successore maltese), ha preso la strada della perdizione, del “tanti più, tanti meglio”, come una qualunque azienda quotata a Wall Street avente come fine il profitto, e non più l’esclusività o la poesia.

Non sa quanto mi dispiace doverglielo dire, ma, se è stata tirata in ballo in questo forum, è proprio perché ormai tutti la considerano una “escort”.
Quanto alle mie vicende personali, non so cosa Le abbiano raccontato, ma le due “Elise” della mia vita non furono affatto “stronze”. Essere belle non è una colpa ed io riservo quel termine solo e soltanto a chi usa la bellezza per ferire, irridere e umiliare. Distribuirlo a caso al genere femminile minerebbe la mia credibilità. Nei due casi in esame, semplicemente, fui io a non essere all’altezza o a non essere credibile.

Un nostro comune amico mi ha proposto una visione dell’amore parente della rassegnazione/consolazione. Secondo tale visione, ci si dovrebbe accettare di guidare solo delle Fiat Panda per poter guarire dalle ferite riportate in incidenti con auto da corsa. Io, invece, piuttosto che rassegnarmi a rinunciare per sempre alle pericolose emozioni che resero immortale il nostro Gilles, preferisco una visione dell’amore parente della vendetta e della guerra: a costo di usare il denaro per pagarmi il sedile, cercherò sempre di guidare cavalli (meglio se cavallini) di razza. Così da far schiattare d’invidia le men belle che pure mi hanno disprezzato. E da godere sempre della bellezza.

Cordialmente

Qualche giorno dopo l'8 marzo
Da qualche parte del mondo non distante dalla fabbrica della Lamborghini…

Beyazid_II
Newbie
06/03/2019 | 19:35

  • Like
    0

@marko_kraljevic said:
È straordinario come il nostro amico abbia letto e ritenuto l'intera letteratura italiana e probabilmente mondiale senza giungere neppure alle soglie della modernità. Fosse arrivato almeno alle prime pagine dei Promessi Sposi - non dico alle Note Azzurre di Carlo Dossi - si sarebbe accorto di scrivere come l'Ignoto secentista sbeffeggiato da Manzoni.

Manzoni chi? Il piccolo aristocratico milanese nato da un adulterio della madre, cresciuto e vissuto fra imbonimenti illuministi ed infine sbeffeggiato (a ragione) secoli dopo dal personaggio di Silvio Orlando nel film sulla scuola (“della letteratura italiana dell’Ottocento si salva solo Leopardi: mentre Manzoni scrive e riscrive i Promessi Sposi, Tolstoj infila quattro capolavori di fila”)?
Quello che ha pensato di scrivere un romanzo sul Seicento senza fare i conti coi gesuiti (che infestano ancora oggi la “cultura”, a iniziare dall’usurpatore terzomondista del trono di Pietro)? Quello che è considerato fra i “grandi” della nostra letteratura per meriti politici (adesione acritica alla retorica risorgimentale) più che letterari? Quello che divide con il “bandista di Parma” (Giuseppe Verdi) il primato della sopravvalutazione delle proprie opere rispetto a contemporanei molto più talentuosi ma molto meno politicizzati?
Dovrebbe fregarmene qualcosa del giudizio suo o di chi per lui? Rispondo come avrei risposto ai suoi frati questuanti: “già dato”. Mi basta aver dovuto scriverci commenti e schede del libro alle medie ed al liceo.
Io scrivo per “la ideale comunità dei dotti di ogni epoca” (presieduta, come noto da Pietro Bembo e avente ideal sede in un empireo con le fattezze a metà fra una camera del parlamento e la biblioteca marciana). Poco mi cale del giudizio della cultura “mainstream”, sia essa ottocentesca o contemporanea.

Piaccia o meno, la lingua è andata avanti con le idee e, grazie a Ezra Pound, abbiamo definitivamente appreso e accettato che "Beauty is difficult" per gli artisti

Occhio che quando fu pensato l’omaggio ad Ezra Pound con quel titolo, si intese primieramente la difficoltà imposta al lettore nell’apprezzare l’ardua bellezza della poesia di ogni tempo (e quindi anche contemporanea), non già la difficoltà dell’autore nel raggiungere quella bellezza!

Apprezzare la bellezza costruita con le parole è come apprezzare la bellezza di una parete rocciosa: bisogna innanzitutto saper scalare. Per godere, ad esempio della bellezza dello spigolo del Sass d’Ortiga sulle Pale di San Martino, per vedere quanto sia elegantemente “arrotondato”, quante migliaia di possibili appigli offra, quante provvidenziali clessidre facilitino la scalata, è necessario possedere la tecnica e l’allenamento per affrontare un quinto grado. In caso contrario, sembrerà affilato, strapiombante, privo di possibilità di salita, indistinguibile da un qualsiasi muro di cemento la cui possibilità di salita consista solo nel tirarsi a forza di braccia su per una corda. Solo chi sa arrampicare almeno fino ad un certo livello potrà salirvi, al contrario, con piacere e senza sforzo, a piccoli passi morbidi, come si fa sugli scalini di un lettino a castello.
L’aver attribuito cattedre di letteratura e di filologia a vero e proprio ciarpame umano intellettualizzato, l’aver dato diritto di parola e critica a gente nata per zappare la terra o servire i tavoli, l’aver esaltato come poeti modesti ragionieri (mentre ci si permettevano sberleffi al “poeta laureato” che, prima di esser appellato tale, aveva studiato al Cicognini di Prato!) ha prodotto un malgusto letterario incapace di riconoscere la bellezza generata dalle parole, come se, in ambito alpinistico, gli accademici del CAI, vergassero guide in cui le più belle pareti dolomitiche fossero paragonate, appunto, a muri verticali in cemento soltanto perché “ormai nessuno, al giorno d’oggi, studia più il modo di riconoscere gli appigli e sfruttarli per salire”.

Confondere il Cinquecento con il Seicento, paragonare una scrittura rinascimentale (o aspirante tale) con l’ampollosità barocca, mescolare la ricerca dello stile puro e rarefatto, tipico del Petrarca, con l’insana voglia retrò di un pedante aristotelico significa, ad occhi che sappiano leggere la bellezza, significa non tanto aver disprezzato il mio scritto (che pure, lo ammetto candidamente, come tutti i tentativi dei dilettanti, può avere dei difetti o addirittura mancare completamente gli obiettivi), quanto, piuttosto, aver mostrato la propria totale ignoranza di cosa siano le belle lettere (che, se non piacciono, non per questo diventano "superate", ma semplicemente qualificano come impoetico - qualcuno più importante di me avrebbe non senza ragione detto "degenerato" - il singolo o la società che non sanno più apprezzarle).

Siete comunque in buona compagnia, proprio perché avete ragione. "La lingua è andata avanti con le idee". Quindi, le idee moderne (“uguaglianza”, “emancipazione”, “progresso”), che, come mostra Nietzsche sono tutte, senza eccezione, idee false, hanno falsificato la bellezza anche in letteratura, rendendo la prosa (come del resto la poesia) più plebea, più impura, più sgraziata, in una parola, più falsa (essendo il vero, Platone e Keats docent, legato al bello).
Il periodo umanistico-rinascimentale, picco sommo, in ogni campo, della civiltà europea (che, saltando a piè pari il medioevo, si era finalmente disfatta della componente sovversiva del giudeocristianesimo), aveva significativamente capito come i veri modelli ideali dovessero essere il Petrarca in poesia ed il Boccaccio in prosa. La successiva era barocca (figlia anche della controriforma e quindi, indirettamente, della menzogna cristiano-luterana) aveva iniziato a smarrire il sentiero, con i suoi primi “slanci moderni” (quasi che la contemporanea nascita della scienza galileiana, basata sui fatti e sulle verità dimostrabili, dovesse essere “compensata” dall’aumento di storture e menzogne negli ambiti extra-scientifici – filosofia, politica, arte - prima ancora guidati verso il vero e il bello dal Neoplatonismo). Il Leopardi, forse unico veritiero fra i poeti moderni, era riuscito a ritornare alla lingua di Petrarca rinnovandola (si veda, ad esempio, l’andamento bimembre – “ridenti e fuggitivi”, “lieta e pensosa” – proprio di “A Silvia” e già tipico del Petrarca - “solo et pensoso”, “tardi e lenti” – o l’uso “fonetico” delle preposizioni - “d’in su la vetta”, “D’in su i veroni” – veramente innovativo e coerente con la ricerca di quella musicalità che nel Petrarca era affidata invece alla sola e rigorosa metrica del sonetto). Peccato nessuno lo abbia seguito fino in fondo. Faccio un’eccezione per D’Annunzio, i cui versi sembrano davvero una partitura musicale, e i futuristi (che hanno ricercato la musica attraverso il paroliberismo o le parole “strane” alla Ardengo Soffici di “Sul Kobilek”), ma tutti gli altri poeti “moderni” (italiani) valgono poco o nulla per me, perché non hanno capito come la poesia debba essere parente più dello “spirito della musica” (ancora una volta Nietzsche docet) che non dello “spirito dei tempo” (Hegel mangiamerda).

Stimo ovviamente Ezra Pound senza riserve, anche perchè, nato americano (e quindi madrelingua inglese), comprese comunque la potenzialità musicale della tosca favella, tanto da ciminetarsi persino in essa (il contrario dei provinciali italiani di oggi che, per compiacere il mainstream e far più soldi, finiscono addirittura per buttare al vento la loro fortuna di madrelingua nella più poetica delle lingue cantando in inglese).

Io posso aver fallito nel cercare di riprodurre con una prosa boccaccesca la musicalità del Petrarca e nell’affidarmi alle citazioni del Poliziano e di altri artefici di bellezza risuonante del rinascimento per “significare” la poesia, ma almeno ho dimostrato di avere un’idea su dove bisognerebbe andare. I moderni invece, siano dell’ottocento o contemporanei, siano poeti o prosatori, siano critici o forumisti, vanno solo dove li portano le mode e le voglie di essere “al passo coi tempi” (ovvero, fuor di ipocrisia, apprezzati, lodati, premiati e possibilmente pagati dalla “cultura” dominante). Preferisco passare per un pessimo scrittore (che punta in alto per desiderio di una bellezza sinceramente amata) piuttosto che mostrarmi un buon scribacchino (che mette assieme delle parole al servizio delle idee moderne principalmente per “avere consenso”).

figuriamoci per noi.

Per noi, semmai, è difficile, per voi è semplicemente incomprensibile. Per tutti noi, qua dentro, è comunque "very expensive". Non sapevo che anche Ezra Pound facesse indipay. Ecco perchè ha dovuto occuparsi di economia!

Beyazid_II
Newbie
06/03/2019 | 19:26

  • Like
    0

@Tesista76 said:
Boh amico bez, ti mancava l’intuizione che davi troppa importanza alla vista, la bellezza è una scala maggiore, bella fino alla noia,

La bellezza, per me, è tutto.

"O Poeta, divina è la parola, ne la pura bellezza il ciel ripuosa ogni nostra letizia/ E il verso è tutto

Non sono versi scritti ovviamente da me, ma paiono esserlo per me. Come mi alzo alle 3 per cogliere la bellezza della montagna che richiede tempismo, così sarei disposto a rinunciare a tutto il resto pur di cogliere in una donna terrestre la bellezza celeste.

Un proverbio arabo sostiene come "falso sia l'interiore che non corrisponde all'esteriore".

Se non interpreta il mio sogno estetico ella non può ricoprire quella funzione di cui abbisogno e per cui la desidero in quanto donna. Quindi accontentandomi non risolvo nulla e dovrei comunque cercare altrove il soddisfacimento del mio bisogno di bellezza. E allora a cosa serve la donna non bella? Serviva (magari, ma non bastava) quando cucinava e faceva da mamma. Adesso tanto vale stare soli aspettando.

Del resto, ho pure precisato in chiosa che accontentarsi non paga. Mi dispiace, ma su questo il fondatore della teoria dei giochi ha clamorosamente toppato. Non ha considerato il valore negativo del dover stare assieme ad una donna che, non rappresentando il nostro sogno estetico, ci farà sempre girare la testa verso le bellezze passanti. E pretenderà pure le stesse attenzioni e gli stessi servigi di miss mondo (in Italia).

Come si fa a corteggiare, a trascorrere tempo, a dedicare attenzioni se l’interessata non è, almeno in quel momento, il nostro sogno estetico, se tutte le volte che siamo con lei vorremmo essere con un’altra, se tutte le volte che passa una bellezza dobbiamo sospirare, guardarla, guardare il cielo e poi abbassare gli occhi alla nostra compagna dicendo: "mi sono dovuto accontentare"? E’ questo "l’amore"?

Adesso ritrarre le Elise qui conforta la convinzione che tanto spetti a quelle disgraziate collezioniste di testicoli, altrettanto farebbe ritrarre volti in panda su una tela ed appenderla in una latrina autostradale: avrebbero vista a tanti membri, quanti ne spetterebbero secondo bez

Ragazzi, passi prendiate in giro quanto il volgo vile chiama “amore” (l’ho fatto anch’io, forte dell’insegnamento del nostro Schopenhauer sull’inganno dato dalla Natura all’uomo per propagarne la specie). Che però vi facciate beffa di quanto la ideale comunità dei dotti di ogni epoca, ed in particolar modo il Cardinal Bembo, il buon Ariosto ed il sommo Poliziano, ha scorto ed eternato come “bellezza” non è accettabile.
Se non ti conoscessi per la profonda umanità e la schietta intelligenza di molti altri tuoi interventi, questo commento varrebbe a farmi rivalutare le femministe misandriche: paragonare una “amata immortale” ad un bidet sulla base dei cazzi visti potrebbe quasi giustificare la definizione di uomo-medio come “ammasso di ormoni” incapace di sentimento.

Idea bez, ritrai Elisa ed acquarello, metti il tutto nel bagno di una discoteca e scrivi “performance artistica in corso, si prega di piscarci sopra”. Non è male come concetto e se lo declini nel modo giusto puoi entrare nel mondo degli artisti early 40 e scopare qualche figlia del 2001, giusto per festeggiare la ricorrenza

Sapessi quante volte ho pensato che se, cinque anni dopo averla persa di vista, avessi reincontrato Elisa convincendola con questa lettera a copulare, ora avrei una figlia maggiorenne! Ancora più sconcertante è pensare a come la figlia che ella potrebbe aver avuto copulando con un altro potrebbe, incontrata oggi, suscitarmi gli stessi desideri della madre.
Per la prima volta mi avete fatto sentire un vecchio puttaniere! Devo proprio rifugiarmi nella scrittura per sopravvivere.

Beyazid_II
Newbie
06/03/2019 | 19:15

  • Like
    0

Caro autore del post (https://www.gnoccatravels.com/viaggiodellagnocca/149730/donne-che-sognano-il-cazzo/),
cari lettori “Denim” (“quelli che non devono chiedere mai”, direbbe la mia vecchia amica Chiara di Notte, quelli che hanno scritto i primi due commenti nel post linkato, ad esempio), così pronti a prenderlo di mira con l’accusa di “perdere autostima” e “de-virilizzarsi” solo per aver essersi semplicemente sfogato circa “l’insostenibile leggerezza dell’essere in competizione”, chi vi replica ora è uno di quelli che, a suo tempo(diciamo per i primi cinque lustri di vita), è “cascato a due piedi” nell’inganno di quanto viene oggi in occidente impropriamente chiamato “competizione” (con le donne, con gli altri, col mondo).

Personalmente, un po’ per la passione innata per le competizioni automobilistiche (sono pur quel fanciullo nato con qualche giorno di anticipo sulle previsioni per non perdermi il duello “Arnoux-Villeneuve” a Digione nel giorno della prima vittoria di un Turbo in F1), un po’ per amore filosofico per la guerra in senso Eracliteo (“Polemos padre di tutte le cose”), mi sono sempre sentito nato per competere. Anzi, prima dei 25 anni non ho mai saputo concepire altro senso del vivere che quello della “gara”.

Mi sono sentito in gara per quasi vent’anni ininterrottamente, dal primo giorno di scuola, nel quale volli battere tutti alla domanda “fino a quanto sai contare” rispondendo “all’infinito” (avevo difatti già autonomamente sviluppato, ovviamente in modo inconsapevole, i concetti di induzione e di infinito numerabile, senza che nessuno me li spiegasse e quindi a scorno di chi sostiene le idee matematiche non essere innate e non ammettere predisposizioni naturali), all’ultimo anno di ingegneria (quando, nient’affatto contento di sapere che anche chi aveva una media sensibilmente inferiore alla mia avrebbe potuto, con il “bonus” della tesi, ottenere il massimo dei voti e la lode, scelsi una tesi di maggiore impegno all’estero, anche se non mi sarebbe servito neanche un punto, pagando così, in tempo, impegno e denaro, sei mesi all’Università della California solo e soltanto per poter dire: “ma io in più di voi ho la tesi all’estero”).

Non ho mai disdegnato nemmeno di competere contro “le femmine”: dagli anni precedenti la prima comunione, quando (all’epoca ero ancora cristiano) alla domenica il prete interrogava noi bambini durante e l’omelia ed io cercavo a tutti i costi di mantenere il “punteggio” (ovvero il numero di risposte esatte) dei maschi sopra quello delle femmine, fino a quelli dell’università, quando la mia più seria preoccupazione era quella di non permettere alla mia media esami di finire anche solo di uno “zero virgola” al di sotto di quella di una delle ragazze iscritte (all’epoca pochissime, ma, proprio per questo, anche molto selezionate e quindi brave). Il periodo più divertente (e ricco di allori) fu quello del liceo, dove la “guerra” era totale (poiché la si viveva 6 giorni su 7 per mezza giornata a scuola e per l’altra mezza a casa o in biblioteca, direttamente o indirettamente) e su più fronti, non solo quello delle materie scientifiche (dove, proprio perché “i cervelli sono diversi”, alcuni di noi potevano contare su quella predisposizione a “lavorare con le cose” che ci rende più immediate, facili e interessanti, ad esempio, la matematica e la fisica e che è null’altro se non il corrispettivo dell’opposta-complementare predisposizione femminile a “lavorare con le persone”, che rende invece le donne parimenti più favorite, ad esempio, nell’apprendimento delle lingue, nell’espressività della scrittura, nella lettura dell’emotività propria e altrui, nella razionalizzazione dell’emotività grazie a cui spesso non solo scrivono temi migliori ma sanno anche trarre maggior profitto concreto dalle relazioni), ma anche quello delle discipline umanistiche (ricordo distintamente come, quando riuscii a “batterle” finalmente anche lì, mi sentissi felice almeno quanto Vettel dopo aver vinto il GP di Silverstone gridando nella radio “a casa loro, ragazzi!”).

Quando, alla fine di 5 anni di “guerra liceale”, la maturità vide ben 6 60/60 nella classe, tutti maschi (con la prima femmina a 58), guidati da me, cui venne concesso (da una commissione tutta al femminile: o fui davvero molto bravo, oppure, penso adesso, molto affascinante) addirittura un pubblico “encomio ufficiale” per “l’eccellenza dei risultati conseguiti in tutte le discipline ed in sede di esame”, potei gonfiarmi il petto enunciando “ho vinto terza la guerra mondiale dei sessi!”

Ho vinto, e allora? Cosa ho vinto? Non soldi (paga molto di più, per le femmine, essere una “fashion blogger”, anche se capace solo, agli inizi, di scrivere post con la “k” al posto del “ch” e, per, appunto, “i maski”, prendere a calci un pallone, anche se solo a livello di serie B o C1, che non, per entrambi essere diventati con lo studio bravi ingegneri), non gnocca (perché le disparità di numeri e desideri nell’amore sessuale volute dalla natura per i propri fini riguardanti propagazione e selezione della vita, e favorevoli grandemente alle donne, nonché da queste sfruttate senza limiti remore né regole, non si lasciano certo compensare da qualche buon giudizio scolastico o da qualche buona citazione; inoltre danno oggi molta più visibilità le sparate rapper di cantanti ignoranti – come quella con cui i “comunisti col rolex” rimarcano, senza vergogna alcuna, come laureati ricchi di meriti accademici e culturali ma poveri economicamente e in cerca disperata di lavoro, possano prendere solo due di picche dalle belle ragazze, le quali invece offrono sorrisi e oltre a chi ha il solo merito di “essere famoso” e “avere tanti amici”), non carriera (perché anche in termini di ottenimento di progressioni lavorative paga molto di più darla via all’uomo giusto al posto giusto che non “dimostrare eccellenza” in senso accademico).

Mi si obietterà: lo studio non conta. E allora che dovrebbe contare? Il caso, il culo? O la faccia da culo? Contano soprattutto “altre qualità”? Perché mai, allora, tutte queste qualità umane che i detrattori dell’importanza dello studio raccontano di possedere (per giustificare la loro preminenza sociale rispetto a chi ha mostrato in esso più eccellenza di loro) non avrebbero dovuto emergere quando vi era, per tutti, la possibilità di dedicare gran parte del proprio tempo al dovere (corrispettivo del diritto di studiare), quando si era impegnati tutti a fare più o meno gli stessi “compiti in classe” (in senso lato: si era tutti in qualche modo “confrontabili”), quando le valutazioni erano (più o meno) oggettive (nelle materie scientifiche quasi sempre, in quelle umanistiche almeno “mediamente”: su tanti esami le arbitrarietà si bilanciavano)? Perché dovrebbero emergere solo “dopo la laurea”, proprio quando si inizia ciascuno ad avere un compito diverso (e quindi confrontare la bravura dell’uno con quella dell’altro diventa come chiedersi se sia più bravo Marques a guidare la moto o Hamilton a guidare la macchina, se sia più giallo il giallo o più azzurro l’azzurro), quando non vi sono più valutazioni oggettive (difficile in molti lavori capire quale sia davvero il contributo del singolo al risultato finale, e spesso anche capire quale davvero debba essere il criterio di valutazione), quando le assunzioni dipendono non da esami rigorosi e oggettivi, ma da “casi di studio” da psicologi?

In tutto questo caos (cui da giovani devono sottostare ambo i sessi), le femmine hanno almeno due certezze: 1) la desiderabilità amorosa e l’influenza sociale garantite dai loro ruoli naturali (di sorgente di desiderio in primis, ma anche di madre e confidente di “teneri sensi” in secundis, tramite i quali l’influsso esercitato sulle cose e sugli uomini tramite quanti in essi vi è di più profondo e irrazionale non è eludibile da alcun tipo di organizzazione sociale per quanto “maschilista”); 2) la possibilità di cercare (se lo si ritiene opportuno) “scorciatoie” (tipo “darla via”) per la carriera (sconosciute invece in genere agli uomini anche se volessero).

Eppure esse negano entrambe le verità, inventando la “teoria gender” per fingere non esista il loro primo privilegio ed il vittimismo del “me too” per negare l’esistenza della seconda possibilità (fatta passare addirittura per soprusi subiti!)

Quando ho visto tutto questo, ho capito finalmente che la competizione è “truccata” (e di “trucco” ne hanno di più le femmine, in tutti i sensi).
Anzi, è pure iniqua. Doppiamente iniqua.

In primis, è iniqua nel merito, perché alla resa dei conti paga di più, per una di loro, essere nella prima metà del genere femminile per estetica e intelligenza (per le disparità di desideri naturali di cui si discorreva prima, esse sono già per questo viste e sentite come “gnocche”) che non, per uno di noi, essere (come io, ad esempio – mi duole scrivermelo da solo, ma mi ci avete tirato per i capelli con questa provocazione sulla “paura della competizione” – lo sono stato quando, ad esempio, mi sono piazzato nella top 10 su migliaia di neoiscritti a ingegneria ai test di ammissione) addirittura nel “top 1 percento” del genere maschile per meriti intellettivi (sull’estetica tralascio perché, anche se non mi sento un cesso, poco esse la prendono in considerazione: altrimenti i gigolò potrebbero essere numerosi e ricchi come le escort).

In secundis, è iniqua nel fine, poiché per noi competere (e quindi raggiungere una certa posizione sociale, mostrare determinate doti conferenti primato o prestigio, guadagnare necessariamente tot euro) è un obbligo (altrimenti restiamo amorosamente negletti come elefanti maschi scacciati dalla matriarca e socialmente trasparenti come fuchi fra le api), mentre per loro è una scelta (perché riceverebbero comunque il sorrisi dei presenti, il desiderio degli astanti, il sospiro degli assenti, l’apprezzamento sociale, insomma, già per quello che sono, per la grazia, la leggiadria, la bellezza – e quando questa dovesse mancare supplirebbe comunque l’illusione generata dal disio- senza bisogno del “fare” cui siamo invece condannati noi dalla notte dei tempi) e perché, in natura, la competizione non è “con loro”, ma “per loro”.
Ergo ne bis in idem: non possono essere al contempo meta e corridore o addirittura (cosa che giustamente ci manda in bestia a prescindere da nostre presunte “paure di perdere”) sfruttare l’attrazione propria della “meta” per vincere facile su gran parte dei “corridori” (vedi “darla via” o diventar famose grazie alle forme del loro culo e attribuire poi il merito alle qualità del loro cervello)

Ecco perché bisognerebbe tagliare le mani a chi scrive articoli o sentenze che sostengono le inaccettabili pretese e le mendaci interpretazioni femminili, e la lingua a chi difende le donne verbalmente (qui come altrove).

Ma chi sono, visti più da vicino, questi “uomini denim” che difendono le donne perché “non hanno paura di loro”, “non hanno paura di perdere”, anzi “sono dei vincenti”?
Ve ne sono di vecchi e di giovani. I giovani sono principalmente degli ingenui (come Arietback, che non riesco a criticare fino in fondo perché mi fa tanta tenerezza e mi ricorda me stesso alla sua età) i quali sperano di ottenere grandi premi dalla società e dalle donne per le loro qualità (che magari ci sono, ma che, come spiegato, non saranno ahimè premiate). I vecchi, invece possono essere sia ingenui (perché magari credono davvero che i soldi accumulati come “self-made men” siano dovuti alle loro particolari doti personali anziché alla particolare condizione storico-economica del dopoguerra la quale ha permesso anche a ragionieri poco più che fantozziani di aprire fabbriche ed avviare attività lucrose) sia farabutti (come certi baroni universitari o certi intellettuali mainstream, i quali dovrebbero benissimo sapere come la loro superiore posizione rispetto ai “giovani che non sanno corteggiare/che hanno paura delle donne /che odiano le donne” dipende solo e soltanto dal loro essere entrati “prima” nel “sistema”, quando questo, essendo figlio del ’68, non faceva praticamente selezione, dal loro essersi arroccati a discapito dei più giovani e dei più meritevoli e a prescindere da ogni dialettica aperta e da ogni indagine nel merito, e dal loro uso settario, monopolistico, autoreferenziale, “esoterico” – quando non apertamente mafioso – di termini come “cultura” e, mi vergogno quasi a dirlo facendone parte, “scienza”).

Potrebbero, queste facce toste professorali e intellettuali, limitarsi a godersi i propri privilegi e le proprie prebende. Invece no, vengono pure qui a dire che il sistema è giusto e che chi si lamenta lo fa perché è “impreparato“ o perché “ha paura della competizione”!
Provocano e poi si lamentano che chi è “chiamato fuori” (questo è il significato del termine latino pro-vocare) “esprima odio”. Essi chiamano “odio”, per inciso, ogni forma di dissenso e di critica verso il sistema che li privilegia e per difendere il quale non hanno sufficienti argomenti dialettici, razionali (e neppure sentimentali) per accettare un confronto senza squalifiche morali aprioristiche.

Poi si lamentano, come quel giovane scrittore progressista, che ha scritto “il censimento dei radical chic”. Se continueranno di questo passo, con questo tipo di “argomenti” e questo genere di “provocazioni”, si troveranno a dover fronteggiare dei processi sommari e delle fucilazioni di massa di tipo messicano, altroché!

Il mio (ma dovrei dire il nostro, ché solo non sono) non è rancore, bensì eroico furore in senso “bruniano”. “Eroico” da “Eros”, come appunto voleva Giordano Bruno.
Avete voluto introdurre anche il tema “gnocca” (e quindi, per noi, il tema erotico per eccellenza) nel calderone della polemica socio-politica? Otterrete come risultato la rottura, oltre che delle scatole dei forumisti qui dentro e degli italiani là fuori, del patto sociale scellerato che lega progressismo, femminismo, turbofinanza all’oppressione dell’elemento nazional-popolare, alla pseudo-meritocrazia (che giustifica il sopruso lavorativo) e alla repressione del comune desiderio di gnocca.
Se cercavate un modo per accelerare il redde rationem fra quel ciarpame umano intellettualizzato autoproclamatosi “elite” (che, sprovvisto com’è di ogni buon gusto, di ogni buon senso e di ogni retto istinto, in ogni epoca nietzscheanamente “in salute” o evolianamente “in ordine”, avrebbe al massimo zappato la terra o servito i tavoli) e il resto della “plebe” (non vedo “aristoi” a tutt’oggi) lo avete trovato. Continuate pure a provocare anche sulla gnocca. Verrà un momento in cui né la polizia postale né quella sulle strade, né eventuali scorte potranno fermare la “rivolta contro il mondo moderno” (ovvero, seguendo l’insegnamento nietzscheano, il mondo falso, di cui certe provocazioni su noi antifemministi che avremmo “paura di perdere”, quando in realtà abbiamo già di mostrato di aver vinto in un gioco fair, sono prova evidente). Non abbiamo paura né della competizione, né delle donne, né di chi le difende quando sono indifendibili. Non abbiamo paura di voi e delle vostre polizie. Ci avete già rubato tutto quanto ci interessava della vita (gnocca, soldi, posizione, prestigio). Non abbiamo più nulla da perdere, mentre ci resta “il mondo da guadagnare” (su cui finisco pure per concordare con i miei ex-nemici marxisti).

Beyazid_II
Newbie
26/02/2019 | 16:11

  • Like
    1

@Rio_751 said:
Da quello che si vede sulle notizie di Google uno dei due è stato condannato a quattro anni ed otto mesi di reclusione.
Ovviamente il processo durerà ancora.
Oltre a questo processo i due carabinieri sono sottoposti ad un altro processo, ovvero quello da parte del tribunale militare per abbandono di armi lunghe nell'auto di servizio, per essere andati in un'area che non gli competeva, per non aver avvisato la centrale che uscivano dall'area di loro interesse.
Detto questo, fortuna che la legge non la pensa come voi qui sul forum. Pensate se vostra sorella in compagnia di un'amica andasse in discoteca, bevesse un paio di coktail, due carabinieri in divisa ed armati di pistola le accompagnano a casa, poi, entrati nell'androne del palazzo, le abbassano i pantaloni e glielo mettono dentro.
Fortunatamente per la legge italiana lo stato di ubriachezza della vittima è un'aggravante, altrimenti pensate quanti uomini approfitterebbero delle ragazze che escono dalla discoteca brille per metterglielo dentro. La persona che non è nel pieno possesso delle proprie facoltà psico-fisiche è tutelato dalla legge ed è giusto che sia così.
Io ho sempre avuto successo con le ragazze da quando ero giovane. Nel 1995 ho conosciuto una ragazza in un campeggio vicino Perugia. Ero in campeggio con degli amici e, dopo qualche giorno di conoscenza, una sera la ragazza in questione era un pò brilla (ma, ripeto, già la conoscevo), abbiamo passeggiato, siamo andati su un prato, ci siamo distesi, baci ed abbracci, ho infilato il preservativo ed abbiamo fatto sesso. Nei successivi quattro o cinque giorni abbiamo continuato a scopare. Oltre questo episodio, non ho mai avuto a che fare con ragazze ubriache in vita mia. Ed ho sicuramente più esperienza di donne dei due carabinieri in questione messi insieme.
Se hai un porto d'armi e minacci una persona, anche se non hai la pistola con te, ti viene tolto il porto d'armi. È giusto? Dura lex sed lex.
Se hai quarant'anni, porti una divisa ed hai una pistola, non vai a provarci con le ventenni dentro o fuori alle discoteche.
Questo vale anche per noi quarantenni: quale ventenne ha intenzione di dartela in Italia, mentre esce da una discoteca? Nessuna. Vuoi intimorirla, facendo leva sulla pistola che hai nel cinturone? I giudici ti condannerranno ad una pena ancora maggiore di quella a cui ti condannerebbero, se non avessi la pistola con te. La ragazza è ubriaca? Significa che non è perfettamente capace di intendere e di volere e la tua posizione davanti a un giudice si aggrava.
Portare un'arma comporta delle responsabilità e chi ce l'ha lo sa bene.

E quindi preferisci che io, tu o altri possiamo in qualunque momento finire in galera sulla sola parola della presunta vittima di uno “stupro” che non abbiamo commesso?
A volte mi chiedo se voi servi del femminismo (che accusate gli altri di essere “violentatori” o di “giustificare lo stupro”) siete davvero così allocchi da bervi tutte le menzogne femminil-femministe o fingete di crederci per “guadagnare punti” con l’altro sesso.
Hanno condannato un carabiniere sulla sola parola di una “sgualdrina” (purtroppo nella nostra lingua non esiste un termine adeguato a descrivere bassezza morale di individui simili) americana, che si “messaggiava” con lui prima e dopo, che non mostrava alcun segno psichico o fisico di violenza, che ha definito come tale il rapporto avuto solo ex-post (DOPO essersi “consultata” con le amiche ed essersi quindi “pentita” di essersi concessa così “facilmente”) e che ha quindi fatto come ormai è prassi in quella cloaca di femminismo a stelle e strisce chiamata USA (per paura di essere “malgiudicata” o semplicemente per non compromettere il proprio “valore” economico-sentimentale – difficile indurre un uomo ad offrire e soffrire di tutto per i suoi favori se si sa in giro che la “turris eburnea” la può dar via gratis in un momento di “debolezza” fra i fumi dell’alcool e della trasgressione – ha definito “violenza” un rapporto a cui si è a suo tempo prestata ben volentieri, confidando sulla definizione onnicomprensiva di tale termine voluta dal femminismo e sulla possibilità, offerta ormai ovunque in occidente, di far valere la sola testimonianza della “persona offesa” come “fonte di prova”).

Ma non sai che all’avvocato difensore non è stato consentito dal giudice (evidentemente preoccupato più di eventuali critiche di “maschilismo” – sempre possibili da parte delle lobbies culturali d’oltreoceano e dalle arpie femministe nostrane, dato il clamore mediatico della vicenda – che non della ricerca della verità) nemmeno di porre domande “scomode”? Con la giustificazione “non voglio tornare indietro di cinquant’anni!”
Invece sono proprio le femministe e i loro servi con la toga (o con l’account qui su GT) che ci fanno tornare indietro non di 50, ma di 500, anzi 1000 anni, al medioevo (o comunque all'era della controriforma) del processo inquisitorio (in cui anche solo mettere in dubbio l’accusa era una ulteriore prova di colpa, in cui l’accusato di “eresia” “offendeva ancora dio” quando provava a raccontare una versione diversa da quella dell’inquisitore, esattamente come oggi viene accusato di “offendere le donne” quando tenta di rilevare contraddizioni nella tesi accusatoria o chiede gli vengano posti innanzi fatti e non parole per dirlo “stupratore”)!

Se, come giustamente un tempo, secondo diritto (in uno stato di diritto migliaia di colpevoli possono anche girare liberi, ma anche un solo innocente in carcere rende l’intero sistema legale un sistema criminale, giacché nel primo caso lo stato semplicemente non riesce a punire un crimine già commesso da un criminale, mancando di compiere il proprio dovere, mentre nel secondo lo stato compie in prima persona un crimine ex-novo, rendendosi colpevole non solo di una mancanza, ma di qualcosa di diametralmente opposto a ciò per cui è stato istituito: difendere i cittadini dalla violenza e dall’ingiustizia) e ragione (come mostrato da Popper – ottimo epistemologo anche se pessimo filosofo – mentre è sempre, almeno in via teorica, possibile – anche se magari difficile - dimostrare l’esistenza di ciò che è, risulta spesso impossibile provare la non esistenza di ciò che non è: possiamo dimostrare la non esistenza degli alieni, dei fantasmi, o dell’unicorno? Possiamo dimostrare di non essere andati con l’Ippogrifo sulla luna come Astolfo?) si richiedessero riscontri oggettivi (fisici o psichici) alla presunta violenza, non ci sarebbe bisogno né di domande scomode né di indagare su dettagli (personali, e spesso ininfluenti) come l’abbigliamento, il comportamento, le abitudini sessuali, eccetera. Poiché invece si pretende di far valere la sola parola dell’accusatrice come fonte di prova, allora è ovvio che l’accusato finisca per dover aggrapparsi a qualunque particolare per cercare di minare la credibilità (magari anche solo per dimostrare una contraddizione nel racconto) e gli avvocati debbano domandare dettagli imbarazzanti per mettere in dubbio l’accusa.

La verità è che si dovrebbe rinunciare alla possibilità di condannare senza prove, non pretendere di far valere come prova la sola parola femminile a prescindere da tutto, in nome del “non credere offende” o del “nessun dettaglio può scagionare”. Bisogna prima dimostrare che l’accusato sia uno stupratore! Spetta all’accusa dimostrare la colpa non alla difesa l’innocenza. Spetta all’accusa provare la realtà del mancato consenso, non alla difesa il consenso.
E nei fatti in questione non vi è nulla che provi i carabinieri abbiano usato pistole, manette o altri deterrenti legati alla “divisa” per indurre o costringere le ragazze a concedersi. Mentre vi sarebbero molti elementi (come appunti i messaggi sul cellulare della ragazza prima e dopo il rapporto, e tutto quanto il giudice - per timore della reazione isterica dell'opinione pubblica femministizzata - non ha permesso all’avvocato difensore di porre in evidenza) che potrebbero rendere ancora credibile l’ipotesi del consenso. E uno stato di diritto dovrebbe condannare solo “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Ipocriti siete voi servi del femminismo, che raccontate si voglia da parte nostra “giustificare” lo stupro con l’abbigliamento, la provocazione ed altre amenità in cui non crede nessuno.
Noi vogliamo semplicemente evitare che si possa mandare in galera un cittadino sulla sola parola dell’accusa.
Avete allargato troppo la definizione di presunto stupro. Se qualcosa non è tale da lasciare alcun segno oggettivamente riscontabile nel corpo e nella psiche, allora ci si deve mettere in dubbio sull’averlo reso reato! Altro che distruggere la presunzione di innocenza perché “gli stupri (che a priori, se raccontati, sono solo presunti) non devono restare impuniti. Meglio un colpevole libero che un innocente in carcere!
Qui in occidente, invece, anziché “in dubio pro reo” pare vigere la regola “in dubio pro femina”.

Quanto alla questione dell’alcool (che, se leggi gli atti, non riguarda in realtà il caso in esame, ove pare probabile che le studentesse non fossero affatto ubriache), visto che ne fai una questione generale, ti rispondo con altrettanta generalità.
Un conto è se l’uomo (ventenne o quarantenne che sia) somministra droga o alcool alla tua amica/moglie/sorella per usare la perdita dei sensi al fine di violentarla, o se comunque sfrutta la debolezza psicofisica dovuta alla condizione di ubriachezza per costringerla a compiere o subire atti da lei in quel momento non voluti, altro conto è se, come invece capita nei casi comunque definiti “stupro” dal femminismo, è la amica/moglie/sorella a manifestare il desiderio di un rapporto sessuale, che magari da sobria non avrebbe avuto, ma che comunque non è stato dovuto ad alcuna costrizione esterna.
In quest'ultimo caso il consenso oggettivamente vi è stato, ed il fatto che sia stato motivato dall'euforia alcoolica (piuttosto che da cedimento sentimentale, da scelta razionale, da calcolo di interesse o da pianificata volontà di "divertimento" o da mille altri motivi) non può cancellarlo. Non può la freccia del tempo invertirsi e rendere violenza un rapporto avvenuto con il consenso di ambo le parti solo perchè le condizioni che hanno portato al consenso sono state "particolari" e sono poi mutate (tanto da generare pentimento o addirittura ribrezzo).
Giudicheresti forse stupratore o stupratrice un uomo o una donna che si trovino a cogliere l'abbandono erotico-sentimentale di una persona appena lasciata e bisognosa di consolazione o divertimento? Eppure anche quella sarebbe una particolar condizione di debolezza psicologica. Eppure, anche se quel rapporto non sarebbe mai avvenuto in condizioni diverse, non è "violenza" perchè la persona interessata ha prestato il suo consenso. Che poi se ne penta o provi disgusto (morale, estetico, sentimentale) all'aver in tal modo ceduto alla propria debolezza momentanea non rileva.

La tua obiezione sul presunto dovere di astenersi da qualsiasi atto con persone ubriache-per-causa-loro è insussistente, in quanto non prevista dall'ordinamento giuridico. E' vero che se io faccio ubriacare a tradimento una persona per farle firmare un contratto a me vantaggioso quel contratto è nullo (ovvero il consenso è viziato), ma è anche vero che se un ubriaco per causa propria mi propone di vendere un orologio da diecimila euro per due centesimi io non ho alcun dovere di rifiutare: essendo egli il solo responsabile della condizione di ebbrezza alcoolica è anche il solo responsabile dell'incauta proposta conseguente.

Moralmente si può pensare quello che si vuole, ma oggettivamente non si può negare come dal principio "chi è ubriaco non è in grado di intendere e di volere, quindi il suo consenso non vale" segua secondo stringente necessità che chiunque commetta un reato, dallo stupro all'omicidio, dal furto all'incendio doloso, sotto l'effetto di alcool assunto per volontà propria, non dovrebbe essere punibile in quanto "incapace di intendere e di volere".
Concorderai che è una pretesa un po' forte.
E non puoi negare che sarebbe un grave vulnus nel diritto (e soprattutto nella logica, nell'etica e nella ragione) stabilire che la facoltà di intendere e volere a causa dell'alcool debba considerarsi venire meno solo nell'ambito del consenso all'atto sessuale e solo per le donne (chè a volte può essere l'uomo ad essere ubriaco prima di un rapporto e ad avere dunque, secondo il tuo ragionamento, il diritto a denunciare la donna per stupro, in un mondo concedente pari diritti ad ambo i sessi).

E' vero che ciò accade in Gran Bretagna, ma ciò dimostra solo quanto quel paese sia preda della demagogia femminista e della stupidità cavalleresca. In esso infatti accade:

a) che la modifica alla legge da te lodata è stata proposta da una nazifemminista con il chiaro intento demagogico di aumentare la percentuale di condanne nei processi per violenza (cioé, anzichè ammettere che la vaga e omnicomprensiva definizione di "violenza sessuale" voluta dal femminismo e comprendente non solo e non tanto quanto ogni mondo civile ha da sempre riconosciuto e punito come stupro, ma letteralmente tutto ciò di cui una donna, a posteriori e secondo i propri soggettivi parametri, possa accusare un uomo, nonchè il modo "cavalleresco" di polizia e magistrati di procedere con le indagini e le incriminazioni, credendo a priori alla donna anche prima e anche senza riscontri oggettivi e testimonianze terze della presunta "violenza", portino a giudizio fin troppi innocenti, si pensa, con la scusa della mancanza della facoltà di intendere sotto l'effetto dell'alcool, che però, stranamente, annulla il consenso della donna ubriaca ma non la responsabilità dell'uomo che da ubriaco commetta stupri o altri reati, a far ricadere nella "violenza" anche atti consensuali, al fine di condannarne il più possibile):

b) che il risarcimento per stupro viene erogato ancora prima del processo (ovvero di sapere se la donna è davvero vittima, in ossequio al dogma antimaschile secondo cui ella lo è sempre e comunque a priori), di modo che per certe ragazze con pochi scrupoli risulti conveniente adescare malcapitati alla bisogna (economica);

c) che la pena per stupro possa arrivare all'ergastolo (quando non vi arriva nemmeno quella per omicidio), mentre quella per chi fa rischiare una tale pena ad un innocente con una falsa denuncia non superi mai l'anno (e non venga quindi, causa condizionale, mai scontata in carcere);

d) che una ragazza che strappa i testicoli all'ex dopo che questo le ha rifiutato un rapporto venga condannata a due anni e mezzo mentre gli ex-fidanzati accusati di violenza (che difficilmente però può, con tutto il rispetto per le donne, causare un trauma fisico e psicologico superiore ad una castrazione violenta di quel genere) vengono condannati a pene dieci volte superiori spesso con prove assai meno certe;

e) che una donna venga assolta da un omicidio commesso perchè ha la sindrome mestruale (con lo stesso principio se un uomo uccidesse e violentasse in seguito ad uno stato di ira o di eccitazione dovuto a certi suoi problemi psicofisici dovrebbe venire parimenti assolto).

La GB è uno stato canaglia e chi la cita come fonte di diritto un criminale internazionale.

Beyazid_II
Newbie
26/02/2019 | 16:11

  • Like
    1

@Stilicho said:
@Rio_751
IN SERVIZIO NON SI SCOPA.

Vero, ma tu vedi la pagliuzza nell'occhio altrui (il comportamento poco serio dei due carabinieri in servizio) e non la trave nell'ordinamento giuridico (il fatto che un cittadino - in questo caso un carabiniere, ma la cosa potrebbe capitare a chiunque di noi, anche se non carabiniere e non in servizio - possa essere condannato per "stupro" sulla sola parola dell'accusa, anche prima e anche senza riscontri oggettivi e testiminanze terze della presunta "violenza", solo perchè le zoccole in questione hanno "cambiato idea" ex-post e presentato a posteriori quel rapporto a cui a suo tempo si sono prestate volentieri, come una costrizione, citando elementi inesistenti o inessenziali, come la presunta ubriachezza o la presenza di armi).

Beyazid_II
Newbie
14/02/2019 | 23:55

  • Like
    0

QUARTO GRADO: DA MARSILIO FICINO A FRIEDRICH NIETZSCHE (10/18)
Ovvero: "LE DONNE, I CAVALLIER, L’ARME, GLI AMORI, LE CORTESIE, l’AUDACI IMPRESE"
Parte 11 di 18 : “Le donne: Elisa”

Nel giorno di San Valentino di diciotto anni fa, mi accingevo a scrivere una lettera. Erano passati quasi cinque anni dall’incontro con Elisa, la mia “amata immortale” e ancora non avevo veduto niuna donna degna di paragonarsi a lei o, comunque, in grado quanto lei di ispirarmi amorosa passione. Ebbi quindi la prima conferma (ma io ne ero stato sicuro fin da quella “prima notte di quiete” che era stata la vigilia della sua partenza da quel di Giulianova) del fatto che non l’avrei mai potuta dimenticare, in altre parole, della sua “immortalità”, almeno nella mia memoria.
“Dolce ne la memoria” mi aveva insegnato il Petrarca durante quel terzo anno di liceo che precedette le vacanze d’estate del 1996 in cui la incontrai. Avrei voluto aspettare dieci anni, per avere una cifra tonda, una decade, con cui misurare la lunghezza temporale del mio “amor platonico”, ma già l’avvicinarsi del primo lustro di malinconia mi rendeva, all’inizio dei quel 2001, propenso ad abbandonarmi al suono delle mie stesse parole come l’autore di “Voi che ascoltate in rime sparse il suono” (Petrarca sa che i propri “rerum vulgarium fragmenta”, al cui incipit è ha scelto proprio di porre quel sonetto, più che ai lettori si rivolgono a lui stesso).
Decisi dunque di scrivere la mia prima vera (e quindi anche unica) lettera d’amore.

Elisa,
Scrivo a te dopo un lustro col tono grave e soave con il quale, mi immagino, Cloridano e Medoro invocano, in una delle più belle pagine dell’Ariosto, la purissima grazia della Luna per pregarla di illuminare a giorno il campo nemico, così da riconoscere il corpo del loro signore e riportarlo, a rischio della propria vita, al suo accampamento, per tener fede fino all’ultimo al giuramento di fedeltà. Mi rivolgo a te con quel tono con cui ci si richiama ad un vincolo antico e potente, più alto delle relazioni che intercorrono nella vita comune degli uomini e delle donne, più nobile dei lacci che legano le azioni e i pensieri alla dimensione quotidiana, un legame più silenzioso dei più taciti pensieri, più segreto dei più chiusi desideri, troppo delicato per essere espresso dalle parole, troppo forte per essere taciuto dalla mente.
Ti parlo con l’animo pervaso dall’ebbrezza lieta e fuggevole del sogno lontano (dolce ne la memoria), dolce come nel cielo il novilunio di settembre, lieve come il silenzioso viso esangue della creatura celeste che ha nome luna, con una collana sotto il mento sì chiara che l’oscura, e trasparente come la medusa marina, come la brina nell’alba labile come neve sull’acqua la schiuma sulla sabbia, pallido come il piacere sull’origliere, di quel sogno “gravis dum suavis” che il mare, più soave del cielo nel suo volume molle, culla col suo lento ploro quando “non canto non grido non suono pel vasto silenzio va”.
Ti vorrei parlare con le parole che esalano al mare gli aneliti brevi di foglie, i sospiri di fiori dal bosco, con la melodia della terra, la melodia “che i flauti dei grilli fan nei campi tranquilli, che le rane fan ne le pantane morte” per dire quanto sian dolci sulla sabbia l’ombre de’ voli, pria che la falce dell’estate, il suo spirito di alghe di resine d’alloro, trapassi, (“dopo che tanto l’amammo, dopo che tanto ci piacque”), pria che la sua canzone di aromi, di silenzi di auree e di ombre si taccia per sempre.
Elisa, Tu sei bella come il mare del novilunio placido di settembre, sei soave come un giorno senza fiamme e una notte senza ombre, sei profonda ne gli occhi tuoi come “il mar che non ha fondo e non ha lido”, rifletti, nelle tue sembianze di divinità castana, un sospiro d’eternità, come quell’ora breve in cui “il Giorno e la Notte commisti sul letto del mare, non lieti, non tristi, effondono, ancora, una tal chiarità che tu puoi vedere, ancora, le onde del vento sulla sabbia, le conche vacue, le orme dei fanciulli, le alghe argentine, gl’ossi delle seppie, le guaine delle carrube”.
Elisa, tu sei la mia Estate e sei bella, come l’anima fatta bella dal suo pianto, la terra abbeverata lungo l’affrico nella sera di giugno dopo la pioggia, come il plenilunio quando si specchia sull’onde d’argento del mare, sei liscia, ne la tua pelle delicata, come la molle sabbia dorata del mattino nelle sue conche vacue quando l’onda lasciva l’accarezza lieve e subito si ritrae, e pura, nelle tue vesti aulenti, come il commiato lagrimoso della primavera sugli olivi “che fan di santità pallidi i clivi e sorridenti. Le divine lunghezze del corpo e lo slancio delle membra scolpite da un ottimo e divino artefice su un marmo vivente, rosato come il volto vago della riva al tramonto, elevano lo sguardo ad adorare ogni bellezza sotto le stelle scorrenti del cielo alle luminose piagge della luce; le tue forme d’Eliso racchiudono ogni segno vago, ogni forma fuggente, ogni parvenza ne l’ora breve: tu sei donatrice di beatitudine, come una cristallina fonte nella canicola d’agosto, sei mite come l’oro in bocca all’estate, sei gioiosa come le risa dell’acqua sulla riva soleggiata.
Elisa, tu sei bella come Colei che nacque dalla spuma del mare greco, come la rosa fresca aulentissima dischiusa dal sen de la Bellezza: nel tuo sorriso risplende una serenità più che terrena, nel tuo viso, attorniato da riccioli castani simili a chiare ginestre e aulenti, rivive, più che nei marmi divini, l’ideale classico. Nella linea scultorea del naso da dea greca rifulge il tocco perfetto della mano di Fidia, nella spontaneità delle movenze quella gioia naturale e pagana che certo ebbe Venere quando nuda uscì dalle onde.
Nella tua alta figura di dea rivive più di una speranza, più di una promessa, più di un piacere, più di un sogno: rivive il mito della felicità edenica, dell’innocenza primigenia, il mito dell’età dell’oro, una beltà più che terrena, “quell’aurea beltà ond’ebber ristoro unico a’ mali/ le nate a vaneggiar menti mortali”.
Appena ti conobbi vidi restituita al corpo di Venere quella divina lunghezza che le copie terrene dimenticano di tramandare e, sopra ogni cosa, quel calore di sabbia d’oro baciata dal sole, quella pienezza di vita, quel colore divino d’ambra tersa e pura alla mattina, quel senso palpitante di felicità che il marmo non può trasmettere. Una gioia di esistere era dipinta in te che forse soltanto Leonardo ha saputo figurare ne “la Gioconda”.
Come nelle notti d’incanto la montagna esprime dalle sue mamme delicate un latteo manto di nuvole sparse, simili a talami in cui le essenze della terra si giacciano con le bellezze del cielo, così, mentre volgevo gli occhi al cielo per mirare l’altezza della tua figura, mi apparisti come “copula mundi” tra le bellezze inferiori, che sono terrene e quelle superiori, che sono divine.
Ammantata dalla tua veste bianca, parevi il velo che al sospirar dei venti la luna distende sull’acque deserte, sulle colline lontate e sulle cime dei pini, laddove una santità d’argento sembra proteggere da labbra impure la fresca polpa soave di frutti divini e terreni.
Cosi’ prima Ti vidi.
Quando, sia pure per celia, mi venne concesso dal Cielo di tangerti in una sorta di danza mi si schiuse dall’animo un’ebbrezza nuova, non mai provata, una sorta di rapimento estatico, come immagino abbia provato Icaro quando iniziò a staccarsi da terra e a esplorare le altitudini del cielo.
Come a quell’improvvido aviatore la terra e il cielo non parvero più come li aveva sempre visti, così a me tutti gli aspetti della vita, anche quelli più comuni e quotidiani che avevo sempre disprezzato, si presentarono in una nuova prospettiva: l’intera vita m’apparve mutata da una nuova luce.
Lingua mortal non dice quel ch’io aveva in seno.
Dipinto era in te il colore della gioia “di essere forte di essere giovane, di mordere i frutti terreni con saldi e bianchi denti voraci, di por le mani audaci e cupide sovra ogni dolce cosa tangibile, di tendere l’arco verso ogni preda novella che il desio miri.

“Nel vago tempo di sua verde etate,
spargendo ancor pel volto il primo fiore,
né avendo il bel Iulio ancor provate
le dolce acerbe cure che dà Amore,
viveasi lieto in pace e 'n libertate;
talor frenando un gentil corridore,
che gloria fu de' ciciliani armenti,
con esso a correr contendea co' venti:”*

Come, prima di incontrare Simonetta, il giovane Giulo delle “Stanze” del Poliziano viveva, nel suo cuore solitario e selvaggio, in una vita maschia e attiva, tra interminabili cavalcate e battute di caccia, così io, fino a quel momento, ero cresciuto e vissuto in un mondo di idee e di pensieri, alieno da ogni interesse mondano, scevro da ogni banalità terrena, dagli inganni dell’età, dai divertimenti comuni, dagli scherzi fra coetanei, delle inutili uscite serali.
Dov’era dunque la mia felicità se non in quell’istante in cui, terminati gli studi, contemplavo, dall’angustia della mia stanza, dalla ristrettezza dei quotidiani affanni, l’immensità dell’orizzonte, l’infinito de’ sentimenti? Quale maggiore letizia di un roseo tramonto in sintonia con i moti della sua anima che lentamente volgevano alla quiete? A quale più intensa gioia guardavano i miei occhi sognanti perdendosi nella vastità della pianura, confondendosi fra le nubi rosate da un sole morente, vagando tra i dolci pendii delle prime colline velate da un’effimero luccichìo? Non sapevo forse che una nuova alba attendeva, e un’altra grigia giornata, e un ennesimo arido meriggio, e così fino al definitivo tramonto oltre il quale v’è solo una fredda e lunga notte da dormire? Non importava: trascorrendo la gioventù tra le sudate carte, appagandomi dell’infinità del tramonto, nutrendomi del piacer figlio d’affanno, sdegnavo tutte le azioni comuni e banali, tutte le gioie imperfette, tutti gli affetti e gli amorini tanto semplici quanto passeggeri come Giulo disprezzava le ninfe e i sospiri.

Poi, quando già nel ciel parean le stelle,
tutto gioioso a sua magion tornava;
e 'n compagnia delle nove sorelle
celesti versi con disio cantava,
e d'antica virtù mille fiammelle
con gli alti carmi ne' petti destava:
così, chiamando amor lascivia umana,
si godea con le Muse o con Diana.

E se talor nel ceco labirinto
errar vedeva un miserello amante,
di dolor carco, di pietà dipinto,
seguir della nemica sua le piante,
e dove Amor il cor li avessi avinto,
lì pascer l'alma di dua luci sante
preso nelle amorose crudel gogne,
sì l'assaliva con agre rampogne:

"Scuoti, meschin, del petto il ceco errore,
ch'a te stessi te fura, ad altrui porge;
non nudrir di lusinghe un van furore,
che di pigra lascivia e d'ozio sorge.
Costui che 'l vulgo errante chiama Amore
è dolce insania a chi più acuto scorge:
sì bel titol d'Amore ha dato il mondo
a una ceca peste, a un mal giocondo.

Ah quanto è uom meschin, che cangia voglia
per donna, o mai per lei s'allegra o dole;
e qual per lei di libertà si spoglia
o crede a sui sembianti, a sue parole!
Ché sempre è più leggier ch'al vento foglia,
e mille volte el dì vuole e disvuole:
segue chi fugge, a chi la vuol s'asconde,
e vanne e vien, come alla riva l'onde.

Prima ancora di viverli di persona, avevo tratto dai romanzi e fatto propri tutti i trasporti, le speranze e le disillusioni della passione. Con l’animo di chi molto ha vissuto e sofferto, desideravo dal mondo qualcosa di più puro e rarefatto, simile allo stile del Petrarca, e bramavo (ah, quanto si fallava il pensier mio!) di porre in grembo a Venere Celeste ciò che nudo in Grecia e nudo in Roma nacque, di rinchiudere cioè ogni mio più puro slancio alla dimensione del pensiero, scavando così in me un solco incolmabile tra il mondo della Natura e quello dello Spirito. Ritenendo la passione amorosa (come dopo avrei saputo da Schopenhauer), la più spietata delle leggi della Natura Onnipossente, l’inganno estremo della specie, la mia mente ricercava nella donna esclusivamente una interlocutrice per le sue speculazioni filosofiche, disprezzando la sua valenza mondana.
Rinchiudendomi nel mondo del pensiero come Giulo si era chiuso nelle sue attività, deridevo con medioevale misoginia coloro che trascorrevano il giorno a corteggiare le belle pulzelle, in quanto in esse vedevo l’effigie e quasi il simbolo della vita di natura con la quale non volevo riconciliarmi.

“Giovane donna sembra veramente
quasi sotto un bel mare acuto scoglio,
o ver tra' fiori un giovincel serpente
uscito pur mo' fuor del vecchio scoglio.
Ah quanto è fra' più miseri dolente
chi può soffrir di donna il fero orgoglio!
Ché quanto ha il volto più di biltà pieno,
più cela inganni nel fallace seno.

Con essi gli occhi giovenili invesca
Amor, ch'ogni pensier maschio vi fura;
e quale un tratto ingoza la dolce esca
mai di sua propria libertà non cura;
ma, come se pur Lete Amor vi mesca,
tosto obliate vostra alta natura;
né poi viril pensiero in voi germoglia,
sì del proprio valor costui vi spoglia.

Quanto è più dolce, quanto è più securo
seguir le fere fugitive in caccia
fra boschi antichi fuor di fossa o muro,
e spiar lor covil per lunga traccia!
Veder la valle e 'l colle e l'aer più puro,
l'erbe e' fior, l'acqua viva chiara e ghiaccia!
Udir li augei svernar, rimbombar l'onde,
e dolce al vento mormorar le fronde!

Quanto giova a mirar pender da un'erta
le capre, e pascer questo e quel virgulto;
e 'l montanaro all'ombra più conserta
destar la sua zampogna e 'l verso inculto;
veder la terra di pomi coperta,
ogni arbor da' suoi frutti quasi occulto;
veder cozzar monton, vacche mughiare
e le biade ondeggiar come fa il mare!

Nel ristoro mio primo dalle fatiche della scuola, da me affrontate con l’intensità propria di un interminabile campionato di Automobilismo costellato di impegni importanti e sfide decisive, nel tempo in cui le cure si placano come un fiume sul mare, nel giorno esatto del mio diciassettesimo compleanno, (ah come va fortuna cangiando stile), con una coincidenza che pare tratta dalla vita nova di Dante, incontrai te. Allora la nobile terra d’Abruzzo, natale a D’Annunzio e Ovidio, i due Sommi Poeti dell’Ars Amandi, parvemi la selva in fiore della Toscana, popolata di veneri e amorini, nella quale Iulo primieramente conobbe Simonetta, e solo la raffinata lira del Poliziano può rievocare, nel suono armonioso dell’ottava, quel che successe nel cor mio sanza offendere la delicatezza del sentimento o la fralezza de’ sensi.

Tosto Cupido entro a' begli occhi ascoso,
al nervo adatta del suo stral la cocca,
poi tira quel col braccio poderoso,
tal che raggiugne e l'una e l'altra cocca;
la man sinistra con l'oro focoso,
la destra poppa colla corda tocca:
né pria per l'aer ronzando esce 'l quadrello,
che Iulio drento al cor sentito ha quello.

Ahi qual divenne! ah come al giovinetto
corse il gran foco in tutte le midolle!
che tremito gli scosse il cor nel petto!
d'un ghiacciato sudor tutto era molle;
e fatto ghiotto del suo dolce aspetto,
giammai li occhi da li occhi levar puolle;
ma tutto preso dal vago splendore,
non s'accorge el meschin che quivi è Amore.

Non s'accorge ch'Amor lì drento è armato
per sol turbar la suo lunga quiete;
non s'accorge a che nodo è già legato,
non conosce suo piaghe ancor segrete;
di piacer, di disir tutto è invescato,
e così il cacciator preso è alla rete.
Le braccia fra sé loda e 'l viso e 'l crino,
e 'n lei discerne un non so che divino.

Candida è ella, e candida la vesta,
ma pur di rose e fior dipinta e d'erba;
lo inanellato crin dall'aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Rideli a torno tutta la foresta,
e quanto può suo cure disacerba;
nell'atto regalmente è mansueta,
e pur col ciglio le tempeste acqueta.

Folgoron gli occhi d'un dolce sereno,
ove sue face tien Cupido ascose;
l'aier d'intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luce amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose;**
ogni aura tace al suo parlar divino,
e canta ogni augelletto in suo latino.

Con lei sen va Onestate umile e piana
che d'ogni chiuso cor volge la chiave;
con lei va Gentilezza in vista umana,
e da lei impara il dolce andar soave.
Non può mirarli il viso alma villana,
se pria di suo fallir doglia non have;
tanti cori Amor piglia fere o ancide,
quanto ella o dolce parla o dolce ride.

Sembra Talia se in man prende la cetra,
sembra Minerva se in man prende l'asta;
se l'arco ha in mano, al fianco la faretra,
giurar potrai che sia Diana casta.
Ira dal volto suo trista s'arretra,
e poco, avanti a lei, Superbia basta;
ogni dolce virtù l'è in compagnia,
Biltà la mostra a dito e Leggiadria.

Ell'era assisa sovra la verdura,
allegra, e ghirlandetta avea contesta
di quanti fior creassi mai natura,
de' quai tutta dipinta era sua vesta.
E come prima al gioven puose cura,
alquanto paurosa alzò la testa;
poi colla bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior pieno un grembo.

Non nella selva eravamo, ma nel giardino di un albergo in una notte d’estate.
Non come una ninfa schiva che tema la fiera, ma senza alcuna paura ti volgesti a me con una morbidezza lieve, un velo leggerissimo di grazia e di leggiadria.
Tanto vago era il tuo sorriso che se avessi trovato dentro di me l’ardire di rivolgerti la parola avrei favellato:

"O qual che tu ti sia, vergin sovrana,
o ninfa o dea, ma dea m'assembri certo;
se dea, forse se' tu la mia Diana;
se pur mortal, chi tu sia fammi certo,
ché tua sembianza è fuor di guisa umana;
né so già io qual sia tanto mio merto,
qual dal cel grazia, qual sì amica stella,
ch'io degno sia veder cosa sì bella".

Mentre bramavo di rivolgerti la parola fosti tu (tale era in me la timidezza!), forse lieta, forse pietosa del mio gran martire, a parlarmi per prima. Mai gaiezza fu in me sì lieta! Quando spiran liete le onde sulla riva non fan suono più soave: fu un ristoro sonoro al mio meditare silenzioso e nascosto. Fu come il “dolce color d’oriental zaffiro” di cui parla Dante nel Purgatorio che s’apre all’orizzonte dopo una notte di patimenti, e vedere il tuo sorriso fu come conoscere “il tremolar de la marina”.

Volta la ninfa al suon delle parole,
lampeggiò d'un sì dolce e vago riso,
che i monti avre' fatto ir, restare il sole:
ché ben parve s'aprissi un paradiso.
Poi formò voce fra perle e viole,
tal ch'un marmo per mezzo avre' diviso;
soave, saggia e di dolceza piena,
da innamorar non ch'altri una Sirena:

Indi ti conobbi. Come Dante con Beatrice cercai di schermirmi, per inesperienza del caso, per ignoranza del male, delle sventure, dei patimenti che avrebbero potuto offuscare quella pura gioia, ma soprattutto per paura, per timore di dissolvere nel turbine delle vicende materiali quall’aurea di idealità armoniosa e beata, quell’alone di luce diffusa che circondava la tua figura e il mio sentire.
Dolce e caro era per me il pensare che stavamo leggevamo il medesimo testo. Io così ti contemplavo con gli occhi dell’anima, parlandoti in un linguaggio silenzioso, più nobile e più alto di qualsiasi suono, mentre udivo dalle onde lontane del mare il tuo divino e vicinissimo respiro.
Quando ero in barca con te mi sentivo come in quella fantasia di Dante “Guido, come vorrei che tu Lapo ed io” preso come per incantamento nel mare senza fondo e senza lido dei desideri. “Trasumanar significar per verba non si poria”. La gioia incredula, con la quale il Padre della Lingua Italica udì in Paradiso “io son Beatrice” non ha potuto, sono certo, superare quella ch’io provavo nel raccontarti le storie che la sera mi figuravo e che avrebbero, nel mio ascetico e ingenuo pensiero, dovuto rivelarti l’anima. Ma, come dice Petrarca “quando piace al mondo è breve sogno”.
Continuavo a fingere che i momenti di incontro con te fossero frutto del caso o della cortesia. Schivavo, come mio solito, i ritrovi numerosi, almeno quelli in cui non potevo sfoggiare la capacità e l’ordine del dire, e persi le tante occasioni di rimanere teco. Volli restare fedele fino alla follia al mio costume e persi. Venne il momento della partenza e fu per me come il trascolorare dell’estate, il trapasso di luce dal giorno alla notte:

Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che 'l ciel tutto asserenò d'intorno,
mosse sovra l'erbetta e passi lenti
con atto d'amorosa grazia adorno.
Feciono e boschi allor dolci lamenti
e gli augelletti a pianger cominciorno;
ma l'erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia e azurra fassi.

Che de' far Iulio? Ahimè, ch'e' pur desidera
seguir sua stella e pur temenza il tiene:
sta come un forsennato, e 'l cor gli assidera,
e gli s'aghiaccia el sangue entro le vene;
sta come un marmo fisso, e pur considera
lei che sen va né pensa di sue pene,
fra sé lodando il dolce andar celeste
e 'l ventilar dell'angelica veste.

E' par che 'l cor del petto se li schianti,
e che del corpo l'alma via si fugga,
e ch'a guisa di brina, al sol davanti,
in pianto tutto si consumi e strugga.
Già si sente esser un degli altri amanti,
e pargli ch'ogni vena Amor li sugga;
or teme di seguirla, or pure agogna,
qui 'l tira Amor, quinci il ritrae vergogna.
La sera prima della tua dipartita capii l’errore.

Avevo sperato di poterTi conquistare con il mio sciocco costume schivo ottocentesco e mi sbagliavo. Avevo pensato che quel ritegno cupo e meditativo, quell’aria un po’ triste e malinconica che mi dipingevo ne gl’occhi celandola con un’apparente spensieratezza e cortesia di modi avrebbe potuto rappresentare una qualche attrattiva per te.
Con quel mio ostentato disinteresse per le faccende mondane che non interessassero la sfera automobilistica, con quel mio ascetismo moderno “suoi generis” speravo di ammantarmi di quel fascino solitario e selvaggio tipico degli eroi dell’Alfieri e del Foscolo.
Con quel mio ascetismo moderno tutto letterario e filosofico, con quel mio fare un po’ sdegnato e altezzoso (tanto simile a quello di Guido Cavalcanti quando, preso in mezzo da un gruppo di coetanei risponde: “i privi di sentimento sono peggio di uomini morti”), con quel mio ostentato disinteresse per le faccende mondane che non riguardassero la sfera automobilistica, speravo di ammantarmi di quel fascino solitario e selvaggio tipico degli eroi tragici dell’Alfieri e del Foscolo.
Ahi quante volte, dopo quella sera tornai con la mente alle mie azioni, ai miei silenzi, ma soprattutto ai tuoi sguardi, ai tuoi assensi e ai tuoi rifiuti, a quel tuo lagrimare sul palco, durante le note della sigla d’addio, nell’ultima notte, che finsi così bene di ignorare.
Rasentai la perfidia quando dissimulai gesti di derisione. Quella sera camminai insino al porto. Mi parla da allora l’anima infelice di Torquato Tasso, le cui rime, nel loro languore infinito, sono le sole parole atte a narrare i tormenti malinconici e le soavi inquietudini di quell’ora.

“Ne l’aria i vaghi spirti,
han l’onde del mar quiete,
ogni fiume è più tacito di Lete;
ima valle, alto monte o verde selva
non ode augello o belva;
sol io con vani accenti
spargo il mio duolo al cielo, a l’onde, a’ venti.”
Come respirava sicuro il mare nelle sue acque odorate! Come luccicava nelle sue onde più lontane!

Calma e placida era la notte, e senza vento. Il luccichìo del paesello giungeva debole da oltre siepe, mentre in lontananza la lanterna del molo rifletteva sull’acqua il suo labile raggio di luce. Taceva il verde fatto cupo dei monti, tacevano le cime degli alberi lontani, tacevano gli orti e i giardini non più baciati da sole, tacevano le ville maestose e solitarie tristemente vuote. Sotto il limpido cielo stellato si potevano udire solo le fioche voce dei fanciulli che con gli occhietti luccicanti dal desiderio pregavano ora l’uno ora l’altro di quei brillanti lassù. Camminavo a capo chino in riva al mare, meditando sull’addio. La risacca marina accompagnava il mio passo, accarezzava il mio sguardo, cullava i miei pensieri, mentre il pallido chiarore della luna piena gli segnava il tragitto.
Il velo del tempo e della nostalgia avrebbe elevato la bellezza della tua figura a meta ideale e perfetta per i moti che puri gli sgorgavano dall’anima. I flutti del torrente in piena dei suoi sentimenti finalmente si placavano sfociando nel mare della perfezione. Dunque, dopo tante battaglie, dilaniato e stremato dai conflitti interiori, mi dilettavo ora a lasciarmi abbandonare a una quiete consolatrice tra le acque non già della mia anima straziata, ma di quella dell’amanza. Che soave melodia udire in quelle onde il respiro di te, ignara nel tuo sonno come il mare lo è dei fiumi che vi riversano ogni ragion d’essere, ogni sforzo, ogni vitalità! E allora perché avresti dovuto sapere ch’io ti faceva affluire tutti i moti dell’anima, tutti i sentimenti più puri, tutti gli atti vitali?
Con il passo segnato da tali domande avevo oltrepassato la zona costeggiata dalle palme del lungomare, avevo lasciato alle spalle le file di ombrelloni fra le quali gli pareva ancora di sentire i quotidiani romorii che avevano accompagnato i miei taciti incontri ed ero ormai giunto al molo. Rimembravo il tempo in cui, supino sullo sdraio accanto al tuo, ti contemplavo senza parlare, senza guardare, solo con gli occhi dell’anima, temendo gli altrui sguardi. Oh come mi palpitava il cuore al solo pensiero che tu, ad onta del mio contegno, avresti potuto accorgertene! E se proprio per questo tu m’avessi rivolto spontaneamente la parola, se proprio per ammirazione di quel mio sentimento così ingeuo, così innocente, così colmo di dignità, così diverso da quello degli altri ragazzi, tu avessi scelto me per ballare, se a me avessi indirizzato sinceri quei gaii sorrisi e ora stesse soffrendo in attesa di un segno d’affetto da parte mia, destinato a non arrivare mai? Mille strali mi colpivano il cuore quando concepivo che il mio dolore interiore poteva suscitarne uno maggiore nella persona a me tanto cara. Mi fermavo, rabbrividendo in quella calda notte d’estate, quasi chinandomi su me stesso a proteggermi il petto, e mi sentiva evaporare lo spirito, anelante di dissolversi nell’aere abruzzese che tu, per l’ultima sera, respiravi. Indeciso se fermarti la dimane prima della partenza e dichiararti come non ti avrei più dimenticata, immaginavo quanto sarebbe stato dolce farmi messe ondeggiante al vento per abbracciarti fino ai ginocchi, farmi aria per parlarti nel profondo non con parola umana e ma con quella brezza tremante di luce là per l’acque deserte, farmi onda per avvolgerti con mano più pura e più carezzevole.

“Taccion i boschi e i fiumi,
e ‘l mar senz’onda giace
ne le spelonche i venti han tregua e pace
e ne la notte bruna
alto silenzio fa la bianca luna:
e noi tegnamo ascose
le dolcezze amorose:
amor non parli o spiri,
sien muti i baci e muti i miei sospiri.”

Come avrei potuto, a quel punto, parlarti apertamente, svelare i più riposti sentimenti, cambiare il comportamento, rischiando anche di ferirti, se avevo paura persino di sederti accanto (ricordi, la prima sera, quando rimase tra noi una sedia vuota?), se trasalivo al minimo contatto materiale (deh, quale rossore interiore quando capitò di sfiorarci con la punta dei piedi in canotto o quando dovetti tangerti con le labbra sulla guancia nel cerimonioso addio), se temevo di dissolvere la soave immagine con il solo sguardo? La natura del mio amore intellettivo era puramente contemplativa, per questo giammai avevo voluto forzare la mano al destino: avevo sempre desiderato che c’incontrassimo naturalmente, come due goccie che scivolano su un medesimo piano. Nulla avevo mai fatto per attrarti a me: se ci eravamo parlati, se ci erano trovati vicini in spiaggia e nel giardino, se ogni volta in sala da pranzo trovo innanzi a me il tuo viso (e da quello, non dal cibo, traevo nutrimento vitale), era solo, così pensavo colmo di giubilìo, per volontà divina.
Sarebbero bastati una parola, un gesto, un cenno a far svanire quella magica atmosfera.
Probabilmente l’amicizia, la cortesia, i sorrisi che tu mi avevi offerto erano frutto del tuo gentile comportamento innato. Forse dedicavi a tutti quella gaiezza, quella gioia di vivere; splendeva per il mondo intero la tua solare bellezza, giammai per me solo, come aveva creduto prima in un soliloquio chimerico. Non solo sarebbe sembrato singolare, assurdo, inopportuno nonchè degno dell’altrui derisione una sorta di dichiarazione d’amore così plateale ed improvvisa, ma mi avrebbe altresì fatto apparire agli occhi tuoi banale come tanti altri spasimanti.
Ammesso per assurdo che anche tu provassi simili sentimenti, ammesso che all’ultimo momento, prima di partire, mi avessi concesso un amoroso segnale, cosa avrebbe a noi riservato, pensavo, la realtà? Una relazione convenzionale avrebbe presentato non pochi problemi: la lontananza, il tempo, gli impegni scolastici. Certo, avremmo potuto mantenere una relazione epistolare, risentire di quando in quando le nostre voci per telefono, ma per quanto tempo? Dopo una lunga annata di studi, di amicizie strette e abbandonate, ti saresti ricordata di me, non mi avresti considerato soltanto una parentesi estiva, come ragione suggeriva? A tratti tali interrogativi parevano pretesti per la mia ignavia, ma d’altronde agire avrebbe significato violare l’incantevole immagine di beatitudine che circondava la tua figura di donna, sconvolgerla inevitabilmente e per sempre con l’impeto dei sentimenti.
Se fosse successo come l’anno prima, come due anni fa, se, dopo un ennesimo anno di affanni, speranzoso di rivedere la meta dei suoi flutti sentimentali, avessi scoperto che non per me gioivano quegli occhi, non me ridevano quei riccioli, non per me aleggiavano le soavi parole, avrei sopportato nuovamente il dolore? Come avrei potuto assistere a veder rivolta ad altri la grazia eletta a ragione di vita?
Se invece, al di là di ogni mia speranza, fra un anno ci fossimo rivisti, memori entrambi l’uno dell’altro, un rapporto reale avrebbe svilito il sentimento, inesorabilmente dissolto quel velo radioso che circondava la tua bellezza. Cosa volevo dunque, affrontare con te le meschinità di questa vita sensibile, abbassarti alle convenzioni umane, cosa volevo, forse, giugnere con le labbra alla polpa soave di il frutto terreno e divino che mi parevi, schiudere in un bacio infinito ogni desiderio di beatitudine? No, Io guardai la luna e ti rividi nella tua forma ideale e perfetta, resa sublime dall’alone luminoso dell’irraggiungibilità. Voleva lasciarti lassù, come m’eri parsa innanzi la prima volta, fasciata dalla tua candida veste. Con quell’angelica visione scolpita nelle pupille dei miei occhi proseguì addentrandosi verso il mare. Guardando ora a destra ora a manca l’impalpabile spumeggiare dei flutti, mi volteggiavano nella mente i ricci capelli del tuo capo greco, leggiadri come la purezza di un’antica età dell’oro in cui l’uomo, alieno da ogni struggimento nel proprio o nell’altrui core, poteva fondersi, in una pace senza fine, con l’inconsapevole eternità della natura. Mentre le calme onde rumoreggiavano sulle scogliere in quei suoni io riudivo il riso bianchissimo della tua bocca, un riso innocente, spontaneo, ignaro di ogni travaglio, un riso soave come il sonno. Compresi da quel suono che tu stavi ancora dormendo beata, e a me, sperduto in quel mare luccicante e solitario, sembrava di ascoltarti da vicino come mai in vita avrei potuto o osato.
Com’eri bella così, “dulce ridente dulce dormiente”, perchè svegliarti?
Il cielo oscuro e misterioso mi ricordava la brillante profondità dei tuoi occhi castani dai quali spesso avevo cercato di carpire uno sguardo. Ma le stelle non rimangono forse immobili nella loro perfetta beltade, splendidamente incuranti dei desideri che a loro si levano dalla terra? E la candida speranza del fanciullino non è essa stessa la vera felicità?
Ero arrivato al termine estremo del molo, oltre v’era solo il mare nella cui risacca riudivo sempre più il tuo respiro. Non rimaneva che tornare indietro, ma la luce dei fari lo impediva.
Piangevo, e non potevo avere felicità maggiore di quel sentimento
All’apparir del vero non volevo sapere se m’avessi amato mai, non volevo sapere se amassi un altro uomo, non volevo sapere se oltre al mio torrente emotivo anche altri fiumi riversassero i propri flutti in quel mare, non volevo sapere se m’avresti dimenticato, desideravo solo prolungare per il resto dei miei giorni quella dolcissima incerta attesa. Lo scioglimento del dubbio che pur tanto mi tormentava avrebbe dissolto, nel bene o nel male, la speranza.
Come aveva ragione il Leopardi quando sosteneva che la poesia è nel vago!
Ora volevo rendere eterna la vigilia poiché sapevo che, anche con il raggiungimento della meta tanto agognata e sofferta, l’intensità emotiva non sarebbe stata più tale, l’atmosfera mai più così carica di sentimento, il volto tuo santo mai più tanto radioso.
Avevo già deciso come comportarmi la dimane: nulla avrei lasciato trapelare dei miei sentimenti, poichè, credevo, che avessi accolto o meno l’amore, saresti in ogni caso divenuta una ragazza, splendida come prima, ma mortale. Ed io non volevo farti scendere dal cielo nè per odiarti nè per baciarti: dove avrei ritrovato, “ubicumque terrarum”, un’altra creatura simile? Tu impersonificavi la forma dei miei moti dell’anima, eri l’ideale di perfezione per cui tanto avevo penato, ancor prima di conoscerti, al tacito morir di ogni giorno d’affano. Ecco cosa cercavo di scorgere all’orizzonte tra quelle arrossate nebbie sfumanti! Andavo ora comparando il rosso di quei tramonti con il fuoco della mia anima che, anelandoti inconsciamente, divampava di silenziosa e ardente passione. Ora, trovata la causa finale di quello struggimento, non volevo rischiare di perderti nei meandri di questa vile esistenza, ma proteggere la tua immagine nel laghetto della mia interiorità, un locus amenus in cui custodirla lietamente e in eterno contemplarla. E in questo lago volevo piangere, tacito e solitario, ammirando la tua immagine nella perfezione del cerchio descritto dalle lacrime cadenti. Per questo non ne avrei fatto parola con nessuno: ti avrebbe risparmiato ogni derisione, t’avrei difesa dalle facili ironie, in te avrei riversato ogni virtù, a te avrei dedicato ogni gesto non vile della mia esistenza, per te sarei stato disposto a soffrire per il resto dei miei giorni, poichè è più degno dell’uomo morire per qualcosa che vivere per niente. Gli anni non sarebbero più bruciati “senza un grido, senza un lamento levato a vincere d’improvviso un giorno”, avevo trovato una ragion d’essere, una creatura degna di dare un nome alle morte stagioni: nel ricordo di te persino l’infinito dolore dell’anima, pensavo, mi sarebbe divenuto assai caro. Quanta sublime letizia in quel pianto liberatore! Quale maggior gaudio potevo desiderare da questa vita? Forse passeggiare con te, giacere con te, vivere con te, quelle banalità materiali destinate a finire con gli uomini e sovente anche prima? Poichè “quanto piace al mondo è breve sogno”, se di te si doveva trattare, meglio soffrire in eterno che gioire per breve tempo. Comprendevo così come l’immagine delle tue forme, cristallizzata nel ricordo e attorniata dalla speranza, sarebbe rimasta immutata nella suo perpetuo splendore. Non è dato all’uomo di essere felice, ma solo di sperarlo o di ricordarlo, m’ero sempre detto; ora però una soavità novella mi si schiudeva dal profondo assieme alle lacrime, più dolce ancora della speranza e della nostalgia armoniosamente fuse. Ecco la vera essenza della felicità, lieve e profonda, impalpabile e granitica, fuggevole e imperitura! Ecco da quel mare luccicante per i faretti del porto e limpido come di pianto intensificarsi il vento che mi accarezzava, mi avvolgeva, mi trasportava. Non importava che con esso fuggisse anche il soffio vitale dei desideri, delle aspirazioni, della giovinezza: ora, a quella “balaustrata di brezza”, ero finalmente appoggiato anch’io.
Promisi a me stesso che quegli occhi ora colmi di lacrime sarebbero stati solo per te: le altre bellezze avrebbero ferito quell’anima a cui era stato concesso di vedere la propria beatitudine fatta sensibile. Proprio dalla tensione emotiva di quel breve istante si riformava nel dolce soffrire la tua immagine: ma se tanta soavità fosse dipesa solo dal piacer figlio d’affanno, ovvero dai sentimenti che io provavo prima di incontrarti, se si fosse perciò dissolta assieme ad essi? Sarebbe caduta con le prime foglie d’autunno?
Così ragionavo.
Da quella sera tu diventasti l’Eccelsa, l’effigie benedetta attraverso la quale tornare a vivere nella vita reale, a immischiarsi con l’anima nelle umane vicende
Attraverso di te anche le banalità più impoetiche di questa vita mi parvero pregne di una dolcezza non mai provata, e mi sforzai di attingere alle più nobili virtù degli umanisti per sentirmi degno d’esser uomo per te.
Studiai non più soltanto per il voto, ma soprattutto per forgiare un pensiero virile, per trarre dall’antiqua vera docta religio il germe della Sapienza. Ho dibattuto con Guinizelli come “al cor gentil rempaira sempre amore”, ho inveito con Dante (“Ah, serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchier in gran tempesta non donna di province ma bordello”) nei pomeriggi di studio, ho esclamato con Cavalcanti “Chi è questa che ven ch’ognom la mira”, ho pianto con Petrarca “i capei d’or a l’aura sparsi”, ho vagheggiato con Poliziano la figura di Simonetta, simbolo lieve e fuggevole della primavera, ho discusso col Bembo sull’essenza dell’amor platonico, ho pensato con Machiavelli al superiore interesse dello stato nei confronti del moralismo de’ singoli e de’ preti (“poiché a ciascuno puzza questo barbaro dominio”), mi sono lasciato cullare dal languore delle rime del Tasso, ho elogiato con Marino le grazie delle dame, ho sospirato con Metastasio “dolce memoria al mio pensier sarai”, ho deriso con Parini la stolta superbia de’ nobili di sangue, mi sono sdegnato con Alfieri, le cui ossa “fremono ancora amor di patria”, ho rievocato con Foscolo “l’aurea beltà ond’ebber ristoro unico a’ mali le nate a vaneggiar menti mortali”, ho celebrato con Carducci le tradizioni romane e classiche della patria, ho auscultato con Pascoli la parola arcana della natura, ho vissuto con D’Annunzio il trapasso dell’Estate nella figura eterea e impalpabile, eppure divina, di Ermione. Capii, come dice Seneca, che nonostante la brevità della vita, si può vivere molto e a lungo, poiché attraverso la scrittura “nullo nobis saeculo interdictum est: Disputare cum Socrate licet, dubitare cum Carneade, cum Epicuro quiescere, hominis naturam cum Stoicis vincere, cum Cynicis excedere”. Persino le versioni di latino, fino ad allora teatro di travagli e meschine rivalità con i compagni, mi parlarono con voce più franca e più umana.
Più belle mi parvero le sfide sportive, e persino più avvincenti i gran premi, che già mi piacquer tanto, più nobile la mia “battaglia” scolastica, perché pensavo a te.
Accettando l’etica della rinuncia trovai la mia riconciliazione con la vita.
Sembra una contraddizione e non lo è.
Presi a curare assieme all’anima anche il fisico, per avvicinarmi a te nella mia completezza, in una visione perfettamente classica all’insegna del motto “mens sana in corpore sano”, in una costante tensione verso un ideale di uomo rinascimentale e modernamente dannunziano.
Dall’apprezzamento dei classici e dalla lettura dei romanzi dannunziani provo da allora di trarre quell’amore, ereditato direttamente dagli Antichi, per la magnanimità e la grandezza, quella tensione, espressa nel “Trionfo della Morte”, verso l’assoluto della melodia, quel desiderio insopprimibile di lotta e di sfida, di velocità e ardimento magnificato in “Forse che sì forse che no”, e soprattutto, come Andrea Sperelli, quel senso dell’unicità e dell’eccellenza, quel gusto estetizzante per la romanza e il sonetto, quel culto della forma che ricopre ogni aspetto della vita di un’aurea di idealità artistica.
Ricordi quando ti risposi di non scrivere poesie?
Intendevo disprezzare quella turba di ragazzi che danno uno sfogo qualsiasi ai propri sentimenti e lo chiamano poesia, tributando magari lodi alle “dissonanze”, alle rime “aspre e chiocce” di Montale, alla dissoluzione della forma di certi autori barbarici.

Non solo al personaggio di Andrea Sperelli ho cercato di avvicinarmi, ma anche a quello di Paolo Tarsis. Ho iniziato ad allenarmi seriamente per diventare un pilota, ho disputato qualche gara per rivivere nella competizione quell’ardimento temerario che segna la storia del protagonista di “Forse che sì forse che no”.
Soprattutto, dal temperamento Dannunziano ho tratto il desiderio di donare, la coscienza che la vera ricchezza risiede nel regalare alle amanti, agli amici, ai posteri. Tutto ciò che di bello pare al mondo, l’Arte, l’amore e la gloria, può essere soltanto donato, non posseduto o guadagnato. La grandezza e, oserei dire, l’intima essenza di un Uomo risiedono nell’eredità di affetti e nell’opera ch’egli ha lasciato al mondo: “Io ho quel che ho donato”.
Per questo ricerco una Donna nella quale la naturale sensualità, diffondendosi a ogni atto del pensiero, a ogni movenza lieve, a ogni scelta dei vocaboli, dei balsami e dei vestiti si elevi alla sfera dei sentimenti, pervada l’intima essenza del suo essere, l’intera dimensione estetica e vitalistica, fino a divenire Voluttà. In Lei la ricerca del Piacere in ogni singolo atto deve affinare il gusto verso lo stile puro e rarefatto del Petrarca (“quanto piace al mondo è breve sogno”), verso quello gentile ed elegantissimo del Poliziano costellato di ninfe e di simboli viventi della primavera e della giovinezza fuggevole, verso quello armonioso e leggiadro dell’Arcadia disseminata di veneri e amorini, verso quello musicale e vario, pieno di chimere e di allusioni di D’Annunzio.

Quella Donna non puoi essere che tu.
Nivale nella tua veste breve, alta nelle tue forme elise mi sei apparsa pura come un’effigie benedetta elevata sull’altare e soave come la polpa dischiusa dei frutti terreni: un segno di comunione tra la natura e lo spirito, una riconciliazione definitiva tra corpo e anima.

“L’alta bellezza tua è tanto nova” (Sennuccio Salimbene): questo antico verso mi riconduce all’altezza dell’immagine tua quale io la vidi effigiata nella luna, ne la notte in cui per me “incipit vita nova”.
Simile era la mia felicità per i brevi momenti trascorsi accanto a te alla giovinezza, mia e del mondo: il senso di caducità la rendeva straordinariamente intensa, come mai nulla di immortale può essere. Il respiro del mare mi asciugò le lacrime. Io mi sentii di nuovo palpitante di vita e cominciando a marciare con passo svelto verso riva sentii una bellezza sorgente non dall’immutabilità del proprio essere, non dall’essenza stessa della persona, non dall’immortalità dell’anima, ma soltanto da un sottile raggio di luce, da una lieve folata di vento, dallo spumeggiare di un rivoletto sorto dopo la pioggerella di maggio e destinato a svanire. Ma se proprio per questo era inesorabilmente soggetta alla corruzione della morte, all’aridità del tempo, cosa rimane dunque all’uomo di tanta beltade? Cosa rimane (come disse il poeta) delle nevi dell’anno prima? Nulla, solo il ricordo. Ma potevano morire quei riccioli, potevano morire quegli occhi, potevano morire quelle labbra che risuanavano nella sua mente dolci parole? Ecco quindi che anche “morte bella parea in suo bel viso”. E rimangono almeno i ricordi di ciò che per lei aveva immaginato, rimangono i pensieri che quei riccioli, quegli occhi, quelle labbra avevano suscitato, o sono destinati a svanire malinconicamente come quell’aria densa di salsedine? Mi sovvenivano allora sì dolci e care le parole di quell’umanista, tale Cristoforo Landini: “le azioni finiscono con gli uomini, i pensieri, vincendo ogni secolo, vivono immortali e s’innalzano all’eterno”.
Se quanto piace al mondo è breve sogno, se tutte le gioie e le speranze sono destinate a dileguarsi come neve al sole (cosa rimane, disse il vate, delle nevi dell’anno prima?), se il tempo passa e non s’arresta ognora, se la stessa rosa che sboccia oggi domani appassirà, allora , “erigere un tempio, far vivere un marmo, comporre un immortale inno” immortalare la bellezza di una Donna, deificarla nell’opera eterna, sublimarla nella più perfetta delle forme sono gesta degne di una dimensione più che umana. Io non appartengo certo a quella ideal razza inimitabile di oltre-uomini in grado, come Fidia, Petrarca, Poliziano, Ariosto, Tasso, Metastasio, Canova, di fissare forme eterne nel marmo e nelle parole.
Se della mia vita potessi salvare solo un’ora certo preserverei dall’oblio la notte chiara in cui tanto pensai a te. Se Monna Morte concedesse ai miei occhi rivolti alla fuggente luce un sol minuto pria di non veder più “questa bella famiglia d’erbe e di animali” certamente sceglierei di rivivere teco “quella favola bella che ieri m’illuse che oggi t’illude”: se mi restasse a quel punto di vita un sol minuto lo vivrei per un’eternità. Da quella notte infatti non sono più solo: ti rivedo continuamente nel chiarore della luna, risento il tuo riso nel soave scrosciar di ogni ruscello di montagna, riodo il tuo respiro in ogni risacca marina, riammiro i tuoi occhi in ogni cielo stellato, accarezzo i tuoi riccioli in ogni spumeggiante cascata, poichè tu sei rimasta “dolce ne la memoria” la mia amata immortale.

VIVAS VALEAS FLOREAS

ETERNAMENTE TUO, F.

Ovviamente, la lunghezza di questa immaginaria missiva protrasse il suo concepimento ben oltre il mese, fino ad oltre l’inizio del Mondiale di F1, addirittura alla vigilia del GP della Malesia, seconda gara di quell’anno. Quando avevo conosciuto Elisa, le Williams stavano dominando il mondiale con i motori Renault e i piloti Damon Hill e Jacques Villeneuve (il suo primo sorriso, difatti, rallegrò la triste domenica del mio compleanno in cui avevo ricevuto in regalo dalla sorte la rottura del motore di Schumacher – che partiva dalla pole - nel giro di ricognizione). Dopo una fase di appannamento, le vetture di Patron Frank stavano proprio in quell’anno per tornare sulla creste dell’onda, grazie ai motori BMW e al talento di due piloti perfettamente complementari fra loro come Juan Pablo Montoya e Ralf Schumacher. Proprio il fratellino di Schumy, nelle qualifiche malesi, stupì il mondo lottando (per la prima volta) per la pole (fino all’anno prima la Williams era una vettura valida ma non da prima fila). Anche i colori erano tornati simili a quelli di cinque anni prima: la sponsorizzazione tedesca “Allianz” prevedeva un elegantissimo bianco-blu molto simile cromaticamente a quello delle gloriose sponsorizzazioni “Rothmans”.

Accesi la televisione proprio nel momento in cui, alla penultima curva dell’ultimo tentativo (all’epoca non vi erano i segmenti odierni denominati Q1, Q2 e Q3, che regolano e scaglionano lo spettacolo e le esclusioni, ma ci si giocava il tutto per tutto all’ultimo secondo utile prima della bandiera a scacchi), Ralf arrivava lungo e, bloccando le ruote, mandava in fumo una possibile, clamorosissima, pole position.

Ancora più clamoroso era il fatto che io avessi perso quasi tutta la sessione. Cosa era successo? Semplicemente, avevo fino a tarda notte provato a terminare quanto avete appena letto e, non riuscendoci per la spossatezza, lo avevo rifinito di mattina. Poiché però il labor limae porta via ancora più tempo delle prima smazzate sul marmo, avevo sforato l’orario solito della colazione e, quindi, l’inizio delle qualifiche tenendo conto del fuso orario con la terra di Sandokan. Non mi era mai capitato (né mai sarebbe capitato in seguito) di lasciarmi sfuggire inconsapevolmente l’orario di una “funzione comandata” come la qualifica di un gran premio. Questo, più di ogni altra parola scritte, testimonia la sincerità degli affetti a cui tutte le figure retoriche fungono da ornamento.
Come però un vedovo che, parlando sulla tomba dell’amata sposa, si senta dopo tanti anni sciolto dall’obbligo di fedeltà post-mortem proprio dal dialogo immaginario, così io sentii, dopo un lustro, di aver ricevuto il “permesso” di cercare nel mondo qualcuna nelle cui sembianze, nei cui modi, nel cui nome, poter avere almeno l’illusione di prolungare il rapporto con la mia amata.
La frequenza del corso di ingegneria, all’epoca ambiente quasi monacale per scarsità di fanciulle e severità di costumi (nel senso che, essendo severi i professori agli esami, le aule erano popolate da aspiranti ingegneri disposti a “sospendere” fra cielo e terra la propria vita in favore dello slancio ascetico verso il sapere scientifico) non mi agevolava certo nella ricerca di una “quasi sostituta”.
Il caso volle però pormi come compagna di banco una fanciulla originaria di San Marino, di un anno maggiore di me, di qualche centimetro superiore a me per altezza e anch’essa, come la mia Elisa, giocatrice di pallavolo.

Non aveva per la verità il fisico atletico e le gambe da modella della mia amata, ma nel grigiore di ingegneria spiccava comunque, se non altro per gentilezza di viso e slancio di figura. Era vagamente bionda (probabilmente tinta e quindi originariamente castana) e, oltre a tutte le somiglianze fisiche e anagrafiche elencate, si chiamava proprio Elisa.
Decisi di fare un tentativo con lei, esattamente come Dante fece con la “donna dello schermo”. La mia fama di “imbattibilità” negli esami più “tosti” mi facilitava il compito di “agganciarla”. Poiché neanche ricordo come avvenne, probabilmente non deve essermi costato troppa fatica. Anzi, forse fu lei ad agganciare me. Sta di fatto che, per un anno e più, fu usuale per me svolgere esercizi di analisi o di fisica a casa sua, dandole modo di apprendere spiegazioni che in aula non venivano date con altrettanto puntiglio (all’epoca molto veniva dato per acquisito dagli insegnanti). Inframezzavo alle spiegazioni degli esercizi qualche moderato complimento sulla sua avvenenza (non dovevo esagerare per non cadere nell’iperbole, dato che neppure ella si sentiva il paradigma della bellezza femminile) e, soprattutto, sull’interesse che doveva suscitare in un mondo così maschile. Scherzando, dicevo che doveva avere il cellulare intasato di chiamate di ammiratori, come colei che “benigna sen va sentendosi laudare” - “Non mi chiama mai nessuno” disse invece con la boccuccia delusa e quasi supplicante (come volesse fossi io a chiamarla), dopo che avevo fatto cenno alla cosa all’arrivo di un sms sul suo cellulare. Una volte, mentre stavamo studiando, entrò sua madre ed io, per recitare da bravo ragazzo, anche se non mi aveva visto, la salutai con un educatissimo (e per me insolito, amando io poco i convenevoli) “buona sera, signora”.

Più difficile era invece trattare con le amiche bruttine e femministizzate che la circondavano. Allora come ora mi rifiutavo di essere “politically correct” e non trattenevo la verità quando dovevo rispondere a fandonie come i paragoni fra la bellezza femminile e maschile e la presunta uguaglianza nei due sessi di fattori come l’età o l’attrazione sessuale.

“Devi goderti la vita ora, a vent’anni, a trenta è tutto finito” mi diceva accaloratamente. Ed io rispondevo “finito per voi, che ve la potete godere ora, per noi, semmai inizia, perché allora inizierò ad avere soldi e potere, se riesco a laurearmi bene e a trovare un lavoro conseguente!”
“Un po’ maschilista” commentò la sua inseparabile compagna piccola, scura e panciuta proprio come una melanzana. Già da allora era uso appellare “maschilismo” il rifiuto di un uomo a piegarsi alla propaganda pseudoegalitaria femminista quando questa cozza contro ogni natura, ogni istinto ed ogni ragione.
E pure, dico, ogni giustizia. Sì, persino nella crudele natura c'è un grammo di giustizia! Chi non ha avuto privilegi nella prima parte della vita ha compensazioni nella seconda. E a chi, nella prima parte ha potuto, per privilegio di natura (accresciuto dalla cultura cavalleresca) permettersi di tutto davanti al sesso opposto, la natura chiede il conto.
Quando si hanno meno dei vent'anni non si hanno nè poteri nè ricchezze da contrapporre alla bellezza che già fiorisce sulle coetanee e quindi al di là di ogni nascondimento (dettato da delicatezza o ipocrisia) si può soltanto essere ammiratori dal basso all'alto, uomini episodici (quando va bene) o ammaliati perennemente illusi e frustrati (quando va male), comunque socialmente trasparenti, cavalieri serventi pronti a tutto per un sorriso, ma più frequentemente mendicanti alla corte dei miracoli pronti a tutto per un sorriso (nella speranza di qualche briciola di carità amorosa), giullari di cui ridere e a cui irridere nel disio,, o attori da porre in ridicolo innanzi a sè e agli altri quando recitano male la parte dei seduttori
Se e quando con il tempo, lo studio, il lavoro, la fatica, l'impegno, la fortuna o il merito individuali si ha avuto modo di raggiungere una certa posizione di preminenza o prestigio nella società le cose cambiano. E' in genere dopo i quaranta anni che ciò accade (quando accade).
Solo allora, infatti, si possono aver conquistato quelle doti immediatamente apprezzabili e oggettivamente valide al pari della bellezza con le quali essere universalmente mirati, amorosamente disiati e socialmente accettati a priori, a prescindere dalle soggettività, e al primo sguardo, così come le belle donne lo sono per le grazie corporali.

Nonostante questi battibecchi, il nostro rapporto proseguiva settimana dopo settimana (anche durante le lezioni, non ci si vedeva tutti i giorni, perché, anche se sugli esami più importanti l’Elisa sanmarinese frequentava le mie stesse lezioni, essendo in ciò quasi una “fuoricorso”, per gli altri seguiva i corsi del suo anno) con una simpatia reciproca non affettata e difficile da sperimentare in luoghi ove lo sbilanciamento numerico fra i sessi è così forte da rendere le femmine “preziose” come acqua nel deserto.

Una volta, in pieno inverno, uscendo dal solito cancello, rischiai di cadere su una placca di ghiaccio proprio mentre inizia la lunga discesa che dall’ingresso della facoltà solitaria, tranquilla ed immersa nel verde in posizione elevata come si conviene al sapere, porta al semaforo giù sui viali trafficati. D’istinto, mi aggrappai a lei, che, come un “bastone della giovinezza” mi permise di non perdere l’equilibrio. “Visto, che anche io ti servo a qualcosa!?” – commentò con dolce soddisfazione probabilmente riferendosi a tutte le volte in cui ero stato io, nelle cose dello studio, ad impedirle di cadere a terra nella disperazione.

Salimmo sulla mia elegante e sbarazzina Panda 1000S verde metallizzato e ci immettemmo nel flusso denso di veicoli. “No, dai, se mi offri anche il pranzo mi fai sentire una merda” – mi disse Elisa – “vieni a mangiare da noi, te lo offro io, siamo fra ragazze, se ti accontenti, qualcosa di discreto sappiamo sempre preparare”.
Accettai quindi tale profferta (in quanto, per una volta, vagamente antifemminista). Il traffico dei viali era intasato dalla pioggia al punto tale che uno stesso semaforo richiedeva spesso due “turni” di attesa col rosso e solo con notevole ritardo l’incrocio veniva sgomberato dai veicoli attraversati col verde, ma poi bloccati nel mezzo del crocevia dalla coda precedente. Nonostante questo, la fretta dell’ora di pranzo (avevamo appena finito le lezioni che quel giorno occupavano fortunatamente solo mezza giornata) faceva viaggiare fra un semaforo e l’altro le vetture, fianco a fianco, a non meno della velocità massima concessa dal codice in centro abitato. Una signora alla guida di un’utilitaria, evidentemente stanca di aspettare di poter attraversare i viali dopo l’ennesimo “turno” di verde andato a vuoto, accennò ad immettersi. Mi vide sopraggiungere e fece per fermarsi. Poi, inspiegabilmente e come se niente fosse, avanzò fino ad occupare tutta la mia corsia. Vie di fuga non e ne erano: a sinistra vi era l’aiuola spartitraffico, a destra il possibile flusso di altre vettura (senza contare che, se quell’auto avesse attraversato, sterzare a destra avrebbe solo spostato il luogo della collisione).
All’epoca la mia auspicata carriera da pilota (seppur pagante) era di fatto già sfumata. Dopo i difficili inizi col “formulino” Ford, un paio di gare turismo e, soprattutto, un paio di decine di milioni di danni in test molto sfortunati, avevo già terminato ogni budget presente e futuro. L’occhio, però, era ancora quello allenato alla reazione fulminea, ma pacata e precisa. Facendo appello quindi all’abs “naturale” che all’epoca avevo nel piede (le generazioni odierne, nate e cresciute non solo con l’antibloccaggio dei freni, ma pure con i vari controlli di stabilità, non sapranno mai il significato di quel genere di simbiosi con l’auto e l’asfalto), modulai la frenata al limite del bloccaggio (sempre in agguato su un asfalto bagnato così liscio e così poco drenante), senza esagerare nei primi istanti (se si eccede con la pressione sul pedale prima che possa avvenire il trasferimento di carico sull’anteriore, questo si blocca subito), massimizzando gradualmente ma con decisione (una volta sentito “carico” l’avantreno) e rilasciando parzialmente ad ogni accenno di bloccaggio, fino ad arrestarmi a pochi centimetri dalla portiera dell’incauta signora. “Che bravo! Io l’avrei centrata”. La mia risposta fu senza parole: mi limitai a fare all’altra guidatrice un teatrale segno di “prego, si accomodi”. Non dissi ad Elisa che anche io, fino a qualche istante prima, ero quasi sicuro di “centrarla”.
Mi tenni il segreto per guadagnare “punti-prestigio” agli occhi della mia compagna di corso.

Arrivati sani e salvi nel suo appartamento (che condivideva con un paio di altre studentesse), fui “coccolato” per tutto il pasto (nel senso che mi pareva di essere tornato bambino quando, di straforo, finivo per mangiare “quello che c’era” a casa delle zie, le quali, comunque, premettendo l’imprevisto, facevano di tutto per accontentare qualunque piccola voglia culinaria). Non ricordo quello che venne preparto per pranzo, ma sicuramente devono essere state ottime pietanze giacché, in caso contrario, me ne sarei ricordato per le difficoltà di digestione durante le successive lunghe ore di studio. Gli esercizi di matematica e fisica scorrevano così veloci che senza accorgermene le grigie luci della giornata uggiosa avevano ormai fatto posto alle prime ore della sera.

Fu in uno di quei momenti, a casa sua, in uno di quei casuali pomeriggio di studio assieme, che si decise l’esito del mio “tentativo” con l’Elisa “dello schermo”. Dopo l’ennesima soluzione che a me pareva ovvia e a lei incomprensibile, la vidi sbuffare e dare vita con gli occhi ad un’espressione di indifesa sincerità e al contempo di indefinita bellezza. Uscendo dalle mie consuete parti di “compagno secchione” per entrare goffamente in quelle di “pretendente”, esclamai, con voce di adorante indifeso: “sei bella”. Per risposta, la mia “donna dello schermo” sprofondò il viso ridendo. Non era però, la sua, né una risata di scherno nei miei confronti, né di autoironia nei propri. Pareva proprio un riso sincero, anche se irrefrenabile quasi come quello di Angelica alla battuta di Tancredi nel Gattopardo. Si dice che il rido uccida la paura. In quel caso, invece, uccise ogni ulteriore tentativo “amoroso”. Forse ella aveva concepito il mio approccio come nient’affatto credibile o forse aveva capito di essere solo la “donna dello schermo” (anche se, di problemi di cuore, non ne avevo mai parlato). Fatto sta che aveva ragione: all’epoca le “qualità di guida” e quelle di studio non erano affatto le uniche a mia disposizione. Anche se non la usavo per venire all’Università, la mia BMW berlina sportiveggiante nuova era conosciuta per fama nell’ambiente e le mie “capacità di spesa” erano altrettanto note. Proprio quell’anno, ad esempio, pianificavo, alla fine degli esami del primo ciclo, di passare una settimana alle Canarie. “Che fortuna, vai alle Canarie!” mi aveva detto ella stessa.

D’altronde, all’epoca, se non altro per amicizia con il giovane titolare del negozio (non mio coetaneo per pochi decisivi anni di più) di fianco a casa mia, con il quale era in corso un gioco letterario sul “dandismo di destra” (gli avevo prestato la mia copia del “Ritratto di Dorian Gray” e tutte le volte in cui c’era da scegliere un vestito per me ci chiedevamo “ma Sir Henry cosa avrebbe scelto? E soprattutto cosa avrebbe detto?”) ero solito scialacquare denaro in vestiti firmati (quasi sempre Armani) alla moda (in attesa di chissà quale “occasione” mondana e amorosa), che a volte portavo anche in aula, sicché non era difficile individuarmi anche solo ad una prima superficiale occhiata come “un buon partito”. Eppure, mi ritrovavo ad esternare queste debolezze da sfigato disiante, come se mi volessi per forza accontentare. Le donne che più o meno intensamente desideriamo sono a volte stronze, ma mai stupide. In quel caso, l’Elisa mia compagna di corso ebbe l’intelligenza di capire come il mio interesse nei suoi confronti fosse “di schermo” a ben altro amore o, comunque, di rendersi conto di essere apprezzata in quanto “unica forma femminile vagamente in grado di suscitare un sia pur minimo palpito di desiderio”, e non in quanto “l’unica” intesa come “l’eccelsa”, “colei che non ha l’eguale” (come avrebbe detto il nostro comunemente amato D’Annunzio). Forse percepì esattamente quanto mi “sforzassi” di desiderarla. Anche se quando ero con lei a volte il trasporto era sincero (soprattutto quando vedevo la vetta della sua figura leggermente più in alto di me o quando percepivo il suo stile di vita, fra studio e pallavolo, nella mia immaginazione simile a quello della mia “vera” Elisa), spesso, lontano, mi chiedevo: “ma perché non c’è niente di meglio di lei? Perché mi devo accontentare?”

Serva questo di lezione a tutti i razionalisti che, dietro la scia di un’improvvida esternazione del premio Nobel Nash (padre della teoria dei giochi), pensano che “abbassare le pretese” sia un metodo efficace per “andare a segno”. Ciò è invece doppiamente sbagliato: in caso di esito positivo, non si ha comunque colei che sola potrebbe appagare il nostro bisogno estetico e ci si trova daccapo (frustrati e bisognosi, si continua a percepire quindi la mancanza di bellezza e a chiedersi “perché le belle non possono toccare in sorte a me?”, finendo poi per doverci voltare a guardare tutte le “sventole” che passano per strada sospirando “capitano solo agli altri!”); in caso di esito negativo, la colpa è solo nostra, in quanto a nessuna donna sfugge la “rabbia” del nostro istinto per l’incolmabile distanza fra il sogno di bellezza e la forma reale che il nostro “accontentarci” ci ha posto accanto (assieme ai medesimi sacrifici ed alle medesime limitazioni che ogni fidanzata, dalla più bella miss universo alla più brutta delle anonime lavapiatti di Calcutta, egualmente – e comprensibilmente, trattandosi di amore - impone e pretende).
Insomma, la media pesata probabilistica della scelta “al ribasso” è sempre negativa: è vero che “accontentandosi” le probabilità di riuscita aumentano, ma, almeno nel mio caso, il risultato condizionato al successo è “negativo” (rabbia per dover ammettere di non essere fra gli “eccellenti” che si accompagnano alle belle donne, frustrazione per non poter godere di quella bellezza di cui il mio animo ha da sempre sentito profondo bisogno, spesso espresso in versi e sublimato in studio), tanto quanto quello condizionato all’insuccesso.

Qualche tempo dopo vidi la mia compagna di corso accompagnata dal suo “fidanzato”: un ragazzo bruno e simpatico, ancora più basso di me. La cosa rincuorò me, che dai tempi del liceo sentivo di “non essere all’altezza”, già nel senso letterale dell’espressione, delle ragazze alte e slanciate da cui ero attratto. Era chiaramente un tipo sveglio, anche se, probabilmente, non al mio livello d’intelletto (fra gli “eccellenti” all’epoca in corsa per il primato nei corsi dell’ingegneria dell’informazione ci si conosceva più o meno tutti ed egli non era nel “giro”). Fui sicuro che ebbe successo perché non dovette accontentarsi, ma vide in quell’Elisa che per me era “donna dello schermo” qualcosa, credo, di simile a quanto per me era l’Elisa conosciuta a Giulianova, ovvero il massimo a cui potesse aspirare.

Beyazid_II
Newbie
30/01/2019 | 09:38

  • Like
    0

@ElBroder81 said:

Sintetizzando all osso mi sembra di carpire che secondo te i pantaloni li portano quasi sempre le donne in casa? O sbaglio collega filosofo?

Non "quasi sempre", Solo tutte le volte che le persone così decidono. Ho solo detto che questa libertà (minacciata de facto dal femminismo) deve essere preservata (ovviamente in entrambi i sensi).

Il punto è questo. Prima di decidere (o, meglio, dato che si tratta di passioni e non di decisioni razionali, meglio dire "lasciare manifestare") chi sta sotto e chi sta sopra fisicamente, sentimentalmente, amorosamente, bisogna che si stabilisca la relazione!
E la relazione si stabilisce solo se c'è attrazione reciproca.

Nell'uomo, questa sorge con la rapidità del fulmine e l'intensità del tuono dal momento in cui la bellezza della donna si fa sensibile.

In quest'ultima, l'attrazione sorge solo se e quando l'uomo rende evidenti e tangibili quelle doti di sentimento o intelletto pretese dalla donna per un rapporto (di apprezzamento soggettivo e arbitrario e percepibili più con le orecchie che con gli occhi, in quanto espresse tramite il tono della voce, la scelta dei vocabili, il flusso dei pensieri, il tempo dato al corteggiamento) e, soprattutto, un certo grado di "eccellenza sociale" senza cui nessuna femmina, già in natura (per motivi afferenti selezione e propagazione della vita), percepisce come interessante un maschio.

Ecco perchè il femminismo, con le sue pretese di parità laddove la natura è "dispari" (a nostro svantaggio), rischia non solo di "far portare i pantaloni" alle donne anche laddove il marito non voglia, ma, anche e soprattutto, di impedire che la coppia si formi (togliendo desiderabilità sociale e quindi amorosa alla parte maschile). E i problemi di cui ci si lagna in questo sito circa la difficoltà a sedurre o a fidanzarsi sono l'effetto di questo cancro sociale che è l'iniquità rosa (e che non può essere combattuto con un "veteromaschilismo" da strapaese).

Beyazid_II
Newbie
29/01/2019 | 19:57

  • Like
    0

Dissento totalmente dall'autore del post.

Ruoli sociali e ruoli amorosi devono restare nettamente distinti, altrimenti si presta il fianco alla critica femminista su noi puttanieri mossi da una sadica e perversa "volontà di umiliare e possedere", o, comunque, si rafforza il falso mito (su cui la retorica mainstream fonda il vittimismo femminil-femminista) del "potere maschile".

So che vi sconvolgerò, ma nelle relazioni erotico-sentimentali preferisco di gran lunga "farmi guidare" quasi per mano. Ecco perchè, come gli eroi dei miei romanzi giovanili, ho sempre amato donne più mature, più alte, più belle, più "sveglie" di me. Ebbene sì, anche "a letto" mi piace "stare sotto".

Proprio per questo (e non "nonostante questo") sono un fiero avversario del femminismo e della (pseudo) uguaglianza di genere. Solo se, socialmente, l'uomo possiede "qualcosa" (poteri, ricchezze, prestigio) di cui la bella donna senta bisogno e brama di intensità e immediatezza pari a quanto da lui provato davanti alle grazie femminili è possibile una "parità" (di possibilità di scelta e di forza contrattuale).

Nel mondo dei ruoli sociali tradizionali (che non significano affatto il gretto "maschilismo" di un certo tipo di italiota pantofolaio anelante alla "donna-servetta": non è certo quanto voleva dire l'autore del post, ma certi lettori e certe lettrici potrebbero fraintendere apposta!) è possibile per uomini e donne scegliere se "stare sotto" o "stare sopra" nel rapporto.

Nel mondo femminista, al contrario, l'uomo resta sistematicamente "sotto" perchè non ha armi con cui bilanciare in desiderabilità e potere tutto quanto alle donne è dato dalle disparità di numeri e desideri nell'amore sessuale e da quelle psicologiche correlate alla disposizione all'esser madri. La sua non è più una scelta.

P.S.
Con ciò non smentisco nulla della mia battaglia contro il maschio-pentitismo e in favore dei valori virili ("Vir" è il maschio nelle sue funzioni in società, non a letto!)

Beyazid_II
Newbie
29/01/2019 | 19:43

  • Like
    0

@Viaggiatore_Nero said:
E ti auguro figli maschi e femmine, non per forza in questo ordine. Colleghi, questa tradizione misogina di augurare figli maschi come se fossimo ancora nel 800 o alla corte di Enrico VIII, e' triste e deve finire. Lo so che lo fate in buona fede, ed e' proprio questo il problema...

No, il problema è che anche un “nuovo italiano” si adegui a ripetere pappagallescamente le “vecchie scemenze” del femminismo più moralista e sovversivo.

Se si augurano “figli maschi” non è certo per disprezzo delle “figlie femmine” (la sopravvalutazione estetico-filosofica della figura femminile, incipiata ai tempi delle dame e dei tornei medievali assieme ai primi capolavori della nostra letteratura cavalleresca e stilnovista, e mai più messa in discussione nemmeno oggi, con tutto quanto ne consegue in termini di difficoltà anche solo ad approcciare umanamente le “melanzane”, basti come smentita!).

Il motivo è la speranza di vedere perpetuarsi il proprio cognome che, a queste latitudini, ha, fin dai tempi di Enea, sempre viaggiato per linea di padre.
La questione del cognome è emblematica.

Essa non riguarda il diritto individualistico ed eudemonico del singolo cittadino, uomo o donna, a trasmettere ai figli una parte della propria identità nominale per mero appagamento di vanità o di superbia, o per foscoliana consolazione per il fatto di dover morire, bensì il diritto del nascituro ad essere legato agli avi e, tramite essi, a quell'identità di sangue e spirito cui appartiene per nascita e cultura.

Non si tratta quindi neanche di emancipazione, ma, al contrario di legame (chi volesse essere "emancipato" in senso squisitamente individualistico dovrebbe al contrario cancellare ogni nome derivante dal passato, dall'altro da sè, per affermare di per sè con il proprio nuovo nome la propria nuova "libera" identità non più vincolata a quelle degli avi e della comunità di appartenenza e quindi rifiutare ogni cognome in favore di un nickname).
E il legame con gli avi (e con l'identità di sangue e spirito di cui essi sono parte), per essere saldo, per adempiere alla sua funzione di fornire al nascituro la possibilità di riconoscersi con certezza quale erede biologico e spirituale di una tradizione, non può passare ad ogni generazione dal maschile al femminile (o viceversa) come una biscia strisciante fra gli ostacoli della terra, non può ondeggiare con incertezza fra il maschile e il femminile in balia delle mode del tempo o del capriccio dei singoli genitori, ma deve raffigurarsi come una linea retta e sicura, orientata nel senso che ogni specifica civiltà, nel suo affermarsi storicamente come tale, ha voluto dare alla propria visione della vita e del mondo.
I popoli con una visione del mondo virile e aristocratica (per i quali la vita non è conservazione ma continuo superamento dell'umano e quindi si identifica con quella spirituale ascendente data dal padre piuttosto che con quella corporale e conservativa data dalla madre) hanno avuto una linea di discendenza patrilineare.

Viceversa, i popoli dalla visione del mondo femmineo-egalitaria hanno optato per una linea matrilineare (conformemente al non ri-conoscere altra fonte di valore, diritto e significato dal dato meramente biologico d'esser nati da una donna). Non esiste un modo razionale e universale per scegliere.
Le obiezioni in senso matriarcale delle femministe sono infondate: le "fatiche" e i "dolori" del parto non necessariamente devono essere considerati più importanti rispetto a quelli necessari per un uomo a raggiungere quella posizione di prestigio o preminenza sociale senza cui non potrà mai sperare di essere scelto da una donna come miglior padre della futura prole, o comunque a riuscire nella cosiddetta "conquista".
Inoltre il mero fatto di apparire nel mondo non necessariamente è più significativo della posizione (sociale, economica, cultura, ideale) in cui si nasce, delle qualità materiali e spirituali di cui per eredità di natura o di cultura si viene dotati, del rango (individuale e familiare, materiale e intellettuale, di censo e di spirito,) in cui ci si pone al mondo, di tutto ciò insomma che viene dato dal padre, sia in termini individuali (le quantità di ricchezze e poteri che può trasmettere ai figli per il loro bene e grazie a cui è emerso nella competizione con altri maschi fino a farsi accettare dalla donna come unico), sia in termini collettivi (l'ordinamento sociale in cui, rispetto all'egalitarismo naturalistico, certe doti e determinate qualità hanno un certo valore e danno una determinata posizione, generato storicamente dai padri).

Sia detto di passaggio. Chi dice che le stesse cose possono essere date da una madre mente due volte: la prima perché, per quanto una donna possa avere poteri e ricchezze, non avrà mai l'obbligo propriamente maschile di competere per vincere le disparità di disio (che ella ha invece a favore) ed essere accettata come madre (chè lo è già al primo sguardo per la bellezza o, quando manca, per l'illusione di disio), la seconda perché il mondo ordinato in kosmos dal chaos è stato generato dai popoli virili e aristocratici non da quelli femminei ed egalitari, per i quali saremmo rimasti al tutto indifferenziato delle preistoriche società matriarcali senza classi, prive di ogni ordine gerarchico e anagogico e di ogni forma propria, prigioniere della specie, incapaci di elevarsi alla storia o comunque storicamente recessive.

Comunque la si pensi, non esiste una risposta univoca. Tutto dipende da cosa si considera per vita e da cosa si ritiene dominante nella propria specifica visione del mondo. E, soprattutto da coloro di cui si vuole essere eredi.

Per questo non ha senso invocare l'uguaglianza per stabilire di chi debba essere il cognome del nascituro. Lo avrebbe se la questione del cognome riguardasse il diritto dei genitori (allora ad uguali diritti davanti alla legge dovrebbe in effetti corrispondere un pari diritto ad imporre il proprio cognome), ma siccome riguarda, come detto, il diritto dei figli a riconoscersi nell'identità degli avi, essa deve essere risolta tramite la risposta sincera alla domanda: "di chi vogliamo essere gli eredi?".

Se vogliamo eredi della Grecia e di Roma, dell'India Vedica e della Persia iranica, dell'epopea vichinga e della Germania sacra e imperiale, allora sceglieremo il nome del padre, come hanno fatto gli autori dell'Iliade e dell'Eneide, della Baghavad Gita e dei poemi persiani, del Beowulf e dell'Edda, seguendo quel senso del vivere che ancora possiamo leggere in tali opere.
Se invece ci sentiamo eredi di (lasciatemi usare una citazione testuale dai tempi dell’Ariosto) “giudei e sarracini”, allora mettiamo pure il nome della madre...

Non venite poi però a lamentarvi del fatto che “l’identità di un popolo non può essere definita”. Al contrario, si definisce proprio in base alle scelte come questa (che, proprio perché “arbitrarie”, “fondano” le identità, ovvero qualificano l’appartenenza ad una piuttosto che ad un’altra visione del mondo).

Non è una questione di essere bianchi o neri di pelle, ma di scegliere “chi” si voglia essere in questioni di fondo come questa. State con Cartagine o con Roma?

E tu in particolare, chi sei per dire che la nostra tradizione spirituale debba finire? Perchè dovremmo prendere ordine dai "cartaginesi" come te?
Veramente triste è che persino su questo forum si debbano leggere rimproveri femministi e ci si debba sorbire "lezioni di buone maniere" sugli auguri da chi, evidentemente, al di là di ogni proposta sullo ius soli e di ogni retorica sull'integrazione, ha nell'animo una Weltanschauung allogena.

P.S. I Celti erano bianchi, ma al momento decisivo si schierarono con Annibale, per cui le loro croci restano per me simbolo di infamia. Massinissa era nero, ma fu decisivo per la vittoria di Scipione. E fedeli a Roma furono ancora secoli dopo gli Ascari, che ritengo più degni di essere considerati italiani di tanti intellettuali progressisti.

Beyazid_II
Newbie
21/12/2018 | 23:41

  • Like
    0

Cara Paola,
dopo aver colonizzato le favole di Walt Disney, il femminismo si sta (anche, mi duole dire, per tuo tramite) impossessando pure dei film di Natale italiani. Ti ho sentita oggi nel trailer e su radio 3 (“cinema alla radio”).

Commentando l’acredine del personaggio da te interpretato verso “Babbo Natale”, arrivi a dire “viene pagata di meno perché donna….”, proseguendo la solita menzogna portata avanti dai giornalisti mainstream (e da qualche anno persino dagli usurpatori gesuiti sul trono di Pietro).

Tu sai benissimo di non essere una befana. E allora perché argomenti come se lo fossi? Proprio perchè la donna gode del privilegio di natura e quindi di cultura d'esser universalmente mirata, amorosamente disiata, socialmente accettata per quello che è - bella (quando la bellezza manca o è mediocre supplisce l'illusione del desiderio) senza bisogno di dover mostrare altre doti o di compiere imprese particolari (cui sono invece costretti i cavalieri i quali senza esse restano puro nulla socialmente trasparente), il fatto di non avere sempre il femminista 50 e 50 non dipende da discriminazioni (del genere: "non ti permetto di svolgere questo mestiere perchè sei una donna" o "anche se fai questo lavoro a parità di competenza e straordinari ti pago meno perchè sei nata femmina"), ma dal tentativo umano e disperato dell'uomo di compensare con lo studio, il lavoro, la fama, il successo, la ricchezza, la cultura, il potere, la fatica, il merito o la fortuna individuali tutto quanto (in desiderabilità e influenza sul mondo) alla donna è dato delle disparità di desideri nell'amore sessuale e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all'esser madre (se un uomo non raggiunge una certa posizione di preminenza o prestigio sociale resta negletto dalle donne, perchè non è in grado di rappresentare ai loro occhi "la miglior scelta", "il miglior padre per la futura prole", l'eccellenza nelle doti qualificanti la specie e per questo desiderabili simmetricamente alla bellezza femminile, e trasparente per la società, perchè non può nemmeno contare su quel modo di influire sulle cose e sugli uomini proprio della donna, agito, a prescindere da cultura e società nei ruoli comunque presenti di madre, moglie, sorella, amante, amica, confidente, per tramite di quanto negli uomini vi è di più profondo e irrazionale e notato persino da Rousseau).

Tutto ciò che ne consegue ulteriormente, ovvero il fatto che tutti gli uomini debbano lavorare mentre le donne possono scegliere se "essere indipendenti" o "farsi mantenere" (diritto non solo strappato de facto in ogni unione con le ben note disparità di numeri e desideri nell'amore sessuale grazie a cui la donna può adottare il grado di di ricchezza dell'uomo come criterio di scelta almeno quanto per l'uomo lo è la bellezza, ma sancito pure dalla cassazione per cui il tenore di vita del matrimonio deve essere mantenuto anche a costo di costringere l'ex marito a dormire in macchina o a continuare a pagare gioielli e vestiti firmati), il fatto che gli uomini debbano disporsi a svolgere lavori stressanti o alienanti (vedi management, finanza ecc.) solo perchè ben pagati e conferenti primato sociale, mentre le donne possano scegliere l'attività per indole (ad esempio l'insegnamento), per comodità (ad esempio gli impieghi "polleggiati"), per il tempo da lasciare alla famiglia e ai figli (ad esempio il part time), il fatto che siano principalmente gli uomini a dovere, nella lotta per il potere e la ricchezza, a commettere delitti e finire in carcere (poichè, innanzi alla sicurezza di avere una vita sessualmente e socialmente apolide, ridotta ad un susseguirsi di illusioni, irrisioni, ferimenti intimi, umiliazioni pubbliche e private e frustrazioni sempiterne d'ogni disio molti preferiscono il rischio del delitto e della galera), il fatto la maggioranza di chi muore, o spende la vita in sacrificio e fatica, nel lavoro, nella pace come nelle guerre sia costituito da uomini e non da donne (fatto trascurato dalle stesse femministe che non aspettano di avere un 30 percento di morti femminili sul lavoro o nelle "missioni di pace" per richiedere un 30 percento nei CDA e nei parlamenti), non è, come vorrebbero far credere stupidità maschilista e propagande femminista, frutto di condizione debolezza della donna o di discriminazione contro di essa, bensì di una condizione di "forza contrattuale naturale" femminile e del tentativo maschile di bilanciare collettivamente (un tempo, con le mirabili strutture dell'arte come della religione, della politica come della storia, del pensiero come della società) e individualmente (ancora oggi, con lo studio, il lavoro, la posizione sociale, la cultura, il potere, la ricchezza, la fama, il successo, e quant'altro consegue al merito o alla fortuna individuali) tutto ciò che alle donne è dato in desiderabilità e potere, dalle disparità naturali nell'amore sessuale e nella riproduzione e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all'esser madri, affinchè anche l'uomo abbia la stessa libertà di scelta e la stessa forza contrattuale delle donne nella realtà della vita al di là delle apparenza sociali).

Oggi la donna in occidente (soprattutto, e sottolineo il soprattutto, in Italia) è oggettivamente emancipata, secondo il significato di libertà connesso al termine. Se vi sono statisticamente meno donne che guadagnano tanto (ma qualcuna vi é, a dimostrazione proprio di come chi davvero vuole arrivare a certe posizioni vi arrivi, se alla pari di un uomo si impegna, e come non esistano affatto "soffitti di vetro" o ostacoli costruiti apposta contro le donne) non è perché sono vittime di un complotto o le si paga di meno in quanto donne (sarebbe assurdo), ma semplicemente perché molte donne non hanno bisogno di guadagnare necessariamente tot euro al mese per essere socialmente accettate o di raggiungere una certa posizione, di forza o di prestigio, socio-economica per essere desiderate dagli uomini (e quindi appagare un profondo desiderio di natura). Per questo non avrebbe senso per molte donne sacrificare il proprio tempo, la propria sensibilità, il proprio impegno, i propri stili di vita, sull'altare della carriera lavorativa la quale sotto la specie della natura non aggiungerebbe nulla alle loro possibilità d'essere felici nella sfera erotico-sentimentale (giacché l'uomo mira esclusivamente alla bellezza o alla sua illusione).

Non è emancipato l'uomo, il quale non può né coprirsi né scoprirsi, né essere (senza quattrini) seduttore, né mantenuto, ma deve per forza (non già per scelta) impegnare ogni sforzo d'intelletto e di mano, ogni goccia di volontà e di sudore, nel lavoro, per sperare di ottenere una posizione tale da essere immediatamente e oggettivametne guardato, ammirato, disiato dalle donne così come queste sono da lui bramate per la bellezza. L'uomo è ancora costretto ad un ruolo, e se non vi eccelle non ha certo il sorriso (sincero) del prossimo, l'ammirazione degli astanti e l'accettazione sociale al primo sguardo come le donne, né suscita in loro interesse (se non come buffone di cui farsi beffe). L'uomo, al contrario della donna, DEVE DEVE DEVE (indipendentemente dai sui gusti, dalla sua sensibilità, dai suoi valori) affermarsi nel lavoro, pena essere considerato trasparente dalla società ed essere negletto dalle donne.

Dovrebbe esistere un ministero per l'emancipazione dell'uomo, ammesso che ciò sia possibile, dato che già in natura non esiste sesso "gratuito" e le femmine non si danno "liberamente" a chi le desidera, ma selezionano chi raggiunge un primato fra i maschi. La natura è più forte della cultura: di qualsiasi cultura e di qualsiasi ideologia, anche di quella femminista sostenuta (a detta di alcuni) dalle lobbies angloamericane.

Ma è inutile ragionare sulle conclusioni e sui fatti della realtà. Già la tua premessa è la madre di tutte le menzogne.
“Lui è il mio competitor quindi è lui il mio problema”. Non si capiva manco se parlassi di Babbo Natale in particolare o dell’uomo in generale (giacché pare proprio il riassunto dell’attuale programma di propaganda dei vari ministeri per il femminismo che dettano le veline ai giornali e alla tv…).
Quanto è certo è che in natura (e quindi anche nelle culture sane e non sovvertite) la donna non è il competitor ma il partner dell’uomo (e viceversa), essendo la dualità dei sessi (i quali, ben lungi dall’essere uguali, risultano opposti-complementi in ogni ambito fisico e psichico) un presupposto per la vita almeno quanto quella fra apollineo e dionisiaco lo sia (Nietzsche docet) per l’arte.

Per questo le costituzioni più sagge del modo Arabo preferivano scrivere questo prima che i burattinai delle varie primavere colorate dettassero la brutta copia dei testi europei sull’uguaglianza. Se hai sposato questi, ti lascio al tuo destino di befana, serbando nel cuore la dolce memoria di quando interpretavi la escort.

Mi rivolgo allora a tutti i gnoccatravellers.
Sono appena tornato da Abu Dhabi (facendo scalo ovviamente nella mia Costantinopoli), dove, mentre voi in occidente dovete sorbirvi le lamentele delle femministe invecchiate sulle “ragazze troppo svestite” in tv (e quindi sempre più “censurate” dal politicamente corretto), si vede iniziare la tendenza opposta.

Qui, almeno negli hotel a 5 stelle (senza Di Maio &C.) si vedono giovani gnocche arabe (forse indipay, a giudicare dai loro ricchi ed attempati accompagnatori) visibilmente felici per poter iniziare a troieggiare mostrando tette e cosce (evidentemente nascoste per obbligo nei loro paesi d’origine).
Lì da voi in occidente, invece, ultraquarantenni inguardabili pretendono di soffiarvi il posto sul lavoro per le loro presunte doti e i loro presunti diritti di genere e vorrebbero pure impedirvi di guadagnare col merito quanto dovete spendere (che sia in free, pay o indipay, poco importa) per un livello di gnocca qualitativamente e quantitativamente sufficiente a non vivere nell’inappagamento sessuale ed esistenziale.
Qua, invece, si sta iniziando il virtuoso percorso di abituare le donne a lasciare che l’uomo, dopo aver guadagnato adeguatamente, offra loro qualcosa per ottenere la concessione delle grazie. Chi lo sa, forse un giorno il mondo arabo moderato sarà la nuova Europa dell’est.
Intanto, mentre voi, in nome del politicamente corretto (presente in quantità da diluvio universale anche nel film della Cortellesi in termini di classe multietnica e multiculturale), rinunciate talvolta persino ai simboli del Natale in casa vostra, ad Abu Dhabi l’illuminato emiro locale ha dato ordine di allestire alberi di Natale in tutti gli hotel per far sentire a casa i turisti!
L’Islam (almeno, questo Islam) ci sta dando una lezione di tolleranza e di civiltà. L’Occidente, come diceva Spengler, è al tramonto, ed io mi godo il momento in un luogo più male-friendly:
20181211_175417.jpg

Ho cenato qua pagato dal mio datore di lavoro.
20181211_181134.jpg

Solo per dimostrare la fallacia di chi pensa che io sia “arrabbiato” con l’occidente solo perché sarei povero, oppresso e sfigato, posto qui le immagini della spiaggia privata dell’hotel in cui mi è toccato per sbaglio di alloggiare (in quello della conferenza avevano fatto overbooking e mi hanno dovuto “dirottare” a parità di rate…)
20181211_231453.jpg

Sono stato qui per lavoro e purtroppo mi sono dovuto ad un certo punto alzare da qui per andare ad una conferenza (questa sì che è sfiga!).
20181212_102750.jpg

Soprattutto a chi deve restare a casa, auguro Buon Natale, facendo notare che almeno io, a differenza di altri parimenti o più fortunati di me (sempre impegnati qui ad “argomentare” dicendo che “io e gli altri odiamo perché non studiamo, non sappiamo, non viaggiamo”), non ritengo giusto il nostro occidente solo perché personalmente ho avuto il colpo di fortuna di infilarmi in un impiego comodo o redditizio.
Sono già rientrato in Italia pronto a combattere al vostro fianco contro il femminismo demagogico e la finanza usuraia! Sempre morte ai tiranni (anche a Natale!)

P.S.
Il circuito di Yas Marina non poteva mancare nel tour "lavorativo":
20181212_183100.jpg

Beyazid_II
Newbie
14/12/2018 | 22:49

  • Like
    0

QUARTO GRADO: DA MARSILIO FICINO A FRIEDRICH NIETZSCHE (10/18)

Ovvero: "LE DONNE, I CAVALLIER, L’ARME, GLI AMORI, LE CORTESIE, l’AUDACI IMPRESE"
Parte 10 di 18 : “Le donne: Ilaria”

Pare davvero passato un secolo da quando avevo solo la mia naturale timidezza come ostacolo all’approcciare le donne, al porgere loro sonetti, all’esprimere con la parola, lo sguardo, il gesto, il mio naturale desiderio verso la loro bellezza (o, comunque, quelle parvenze mi apparivano come tali). Mi pare, oggi, davvero un altro secolo quello in cui la reazione dell’interessata, come nel caso di Nina, era (a prescindere dal fatto di voler poi intrattenere un rapporto, anche solo verbale o epistolare, più o meno lungo) improntata alla gratitudine ed alla gentilezza. Pare soprattutto incredibile, oggi, che meno di venti anni fa la reazione “sociale” all’approccio di una sconosciuta fosse ancora estremamente positiva: gli altri villeggianti avevano osservato con lo sguardo sospeso tutta la scena nel suo aspetto romanesco. Impegnati fino ad un attimo prima nella lettura dei loro libri e delle loro riviste, avevano potuto guardare svolgersi la vicenda come se, per incanto, fosse uscita dalla carta per diventare immaginazione vivente: la mia consegna della busta al cameriere; il discreto (ma non nascosto) modo in cui questi, con la sua bella livrea colorata, l’aveva passata alla giovane che, con la madre, si stava preparando alla partenza; il concitato aggirarsi della bella veneziana in cerca di me; il timore che per un disguido del caso, come in certi films dal finale amaro, non ci incontrassimo; il lieto fine dell’incontro, delle parole dette da Nina che essi non potevano sentire ma su cui potevano fantasticare; il nostro appartarci all’interno della hall, che dai loro sdrai potevano intravvedere attraverso le vetrate, ma di cui nulla potevano sapere. Poteva essere, per loro, la scena senza parole di un grande film, nella quale (come, ad esempio nella scena della stazione di “C’era una volta il West” con Claudia Cardinale che non trova nessuno ad attenderla e cerca una carrozza) si vedono, ma non si sentono, i personaggi parlare. Qualcuno, la sera dopo cena, venne addirittura a congratularsi stringendomi la mano per il mio “ardire” (evidentemente non ero l’unico a vedere Nina, in quel luogo, come “la donna più bella del mondo”). Altri commentavano con mia madre: “signora, che meraviglia! Addirittura una poesia! Non come quelli che stanno tutta la sera a fissare una ragazza senza fare nulla…”.

Allora, di tutto questo, nulla mi interessava. Ero preso soltanto dall’ebbrezza per il sorriso sincero che Nina mi aveva regalato (prima che ci fosse Miss Italia, qualcuno aveva pensato a “mille lire per un sorriso”) e dalla possibilità (che mi faceva già trepidare) di proseguire la relazione per via epistolare; forse anche della (remota ma non a priori impossibile) di re-incontrarla per caso in zona universitaria, fra i portici e le mura medievali della città dai tetti rossi.
Ci ripenso però oggi, con più ira che nostalgia, oggi che siamo in un altro secolo. Oggi è il secolo dei Macron (infimo individuo servo della finanza internazionale e del femminismo demagogico e pseudoculturale), che creano dal nulla leggi per punire (con 90 euro: pochi economicamente, ma molti psicologicamente) chi approccia le donne per strada, con la scusa di salvare le francesi da volgarità ed “approcci non graditi” che “limitano la loro libertà”. Distingueranno, pure, spero, le discendenti delle donne di Stendhal, fra corteggiamento e molestia, fra approccio e importuno, ma se il discernimento è lasciato al giudizio arbitrario ed ex-post della presunta vittima, nessun uomo ragionevole farà mai neppure un tentativo. Non si può sapere in anticipo se un complimento, un aforisma, un atteggiamento fisico o psicologico, un invito, un verso, oppure soltanto uno sguardo sarà gradito o meno, se e come verrà interpretato come lusinghevole forma di interesse oppure verrà deprecata come volgarità, insulto a sfondo sessuale, disturbo della propria quotidianità. Lo stesso comportamento, lo stesso irrompere nel cammino altrui può risultare piacevole digressione dalla noia quotidiana (a prescindere dal fatto di voler o meno proseguire il flirt) ovvero fastidiosa scocciatura, a seconda della persona che più o meno esplicitamente con esso si propone in senso erotico-sentimentale. E chi è costretto ancora da (questi sì) stereotipi di genere a farsi avanti per primo non può, ahilui, sapere a priori se possieda o meno quelle specifiche qualità d’aspetto, d’intelletto, di sentimento o di posizione sociale richieste dalla controparte per essere minimamente preso in considerazione come qualcuno diverso da “uno fra i tanti”, da un “banale scocciatore”. Anche il mio sonetto, con la sua metrica rigorosa, avrebbe potuto essere considerato molesto da una sostenitrice del verso sciolto e del paroliberismo! E questo senza contare che, non esistendo altra “prova” dal soggettivo sentire riportato dalle parole della donna, anche chi non ha fatto o detto assolutamente nulla di “sessualmente” offensivo, o anche solo vagamente invitante ad un principio di seduzione, possa essere accusato e multato a capriccio.[ NOTA 1]

Oggi siamo, insomma, nel secolo che si accanisce su chi, per ben noti e comprensibili (almeno a chi sia disposto a comprenderli mettendo da parte i paraocchi ideologico femministi-progressisti) è più debole in quel gioco pericoloso che è l’ars amandi nella sua prima fase, cioè su noi giovani (nel mio caso ancora per pochi mesi) maschi. Già che dobbiamo (nostro malgrado) sempre fare la prima mossa senza poter sapere a priori se il tentativo sarà gradito (e rischiando di essere trattati con malcelata sufficienza o addirittura con aperto disprezzo, quando non con una dose di violenza fisica e psicologica spettante piuttosto a veri e propri assalitori, se con immediatezza e sincerità, attraverso la parola, lo sguardo, il gesto, esprimiamo il disio spontaneo -o comunque l’apprezzamento subitaneo – per le lunghe chiome, il chiaro viso, la figura slanciata, le membra marmoree, la pelle liscia ed indorata come sabbia baciata dall’onda e dal sole, le braccia scolpite, le gambe lunghissime e modellate, le rotondità del petto, il ventre piatto e levigato e l’altre grazie che, come direbbe Dante, “è bello tacere”, o comunque di essere chiamati “molesti” se, dopo magari essere con fatica e buona volontà riusciti, nella speranza di compiacerle e di stabilire un contatto sia pur solo momentaneo ed emotivo con loro, già che dobbiamo farci avanti e continuare con complimenti formulati e inviti meditati, senza poterci arrendere ai primi dinieghi (pena l’eterno disprezzo delle donne per i “pavidi nel corteggiamento”), già che dobbiamo (per pretesa loro) insistere, resistere ai dinieghi (da esse una buona metà delle volte appositamente posti come prova, dal significato del tutto opposto ad un invito ad andarsene), inventare nuovi modi, nuove proposte, offrire e soffrire sempre di più (per permetter loro di verificare il nostro interesse, accrescere il nostro disio, valutare con calma l’eventuale presenza in noi delle doti da voi volute, pregustarle se presenti o irriderle se assenti, indugiare in tale condizione di preminenza psicosessuale), già che dobbiamo (per disparità naturali) sottostare alla condizione psicologicamente critica di chi è costretto a fare qualcosa (o comunque ad essere “sotto esame”) innanzi a chi invece è già mirata, disiate e accettata per quello che è (bella, quando non vi è la bellezza supplisce l’illusione del desio) e può già rilassarsi e scegliere se divertirsi con noi o su di noi, dando con ciò la possibilità alla dama di turno di usarci (per capriccio, moda, vanità, interesse economico-sentimentale, gratuito sfoggio di preminenza erotica, patologico bisogno di autostima o sadico diletto) come freddi specchi su cui testare l’avvenenza, pezzi di legno innanzi a cui permettersi di tutto, come giullari del cui disio irridere, come attori condannati alla parte dei dongiovanni per compiacere la vanagloria femminile, come cavalier serventi costretti a dare tutto in pensieri, parole ed opere per la sola speranza, come mendicanti d’amore alla corte dei miracoli indotti, nell’attesa della sportula a guardare e implorare dal basso verso l’alto colei dal cui gesto dipendono il paradiso e l’inferno, o addirittura come pupazzi da scegliere fra tanti, sollevare per gioco nell’illusione (fingendo apprezzamento) e gettare poi con il massimo del disprezzo, dell’umiliazione e del dolore, punching-ball insomma per gli allenamenti delle stronze, ci viene pure detto che se anche in buona fede sbagliamo l’approccio (o la non immediata interpretazione delle intenzioni femminee nel corteggiamento) dobbiamo essere multati o trattati da delinquenti?

Oggi siamo nel secolo del videogioco “Hey Baby”, dove “le donne si vendicano delle molestie giocando”, dove per “molestatore” non si intende un bruto che metta le mani addosso o che mostri intenzioni poco gentili, ma chiunque osi rivolgere la parola a qualunque forma femminile si trovi a “gir per via” (d’altronde, l’origine extraeuropea dell’inventrice canadese del “gioco” chiarisce come l’impossibilità di richiamarsi allo Stilnovo per far sprofondare iniziative come questa nelle vergogna sia solo l’ultima deleteria conseguenza della “società multietnica”, priva cioè di un substrato culturale, valoriale e psicologico comune a far da diga allo straripare della propaganda e della demagogia legislativa). Fra i motivi per cui la versione femminista di Lara Croft acquisisce il pretesto per usare tutte le armi del mondo vi sono, difatti, non solo volgarità esplicite da scaricatore di porto (comunque in sé segno di “apprezzamento”, anche se limitato alla “corporeità spiccia”, anche se proveniente di un animo rozzo suscitante disgusto e non interesse), ma addirittura frasi educate come “posso aiutarla?” usate per mettere a frutto l’occasione dell’incontro fortuito, dell’attrazione casuale, ai fini di una conoscenza. Fu, per inciso, l’approccio che mio padre usò con mia madre quando ella, smarrita turista polacca venuta in vacanza in Italia per sfuggire dal comunismo, cercava invano la strada, girandosi su se stessa e con ciò mostrando evidentemente la sua figura elegante e quelle parti che, anche senza citare Dante, devo ovviamente tacere perché si tratta pur sempre di mia madre. Se lo scopo prefissato di “porre fine agli abbordaggi in strada” fosse stato raggiunto dal femminismo mezzo secolo prima, io non sarei mai nato (questa è la misura di quanto il neofemminismo sia antivitale e anche di quanto io sia per esso un nemico mortale). Vogliono, le donne che “giocano” (non tanto al pc, ma nella realtà, con lo sguardo e le parole al posto dei testi e dei fucili) con questo tipo di finalità rendere potenzialmente reato anche il primo complimento? Perché "non richiesto"? Ma se si deve aspettare che la controparte chieda un apprezzamento si passa la vita muti. Un apprezzamento può avere effetto se è spontaneo (oltre che ovviamente non offensivo). E se si deve pensare prima se può essere considerato molesto o no, si finisce per far svanire il momento dell'ispirazione. E allora non lamentatevi che gli uomini non vogliano più corteggiare (ogni corteggiamento nasce da un complimento: se lanciare un complimento è potenzialmente molestia, la soluzione razionale per l’uomo è rivolgersi esclusivamente alle sacerdotesse di Venere Prostituta).

Si dirà che sto prendendo troppo sul serio un “semplice” videogioco (che si conclude facendo sorgere una lapide laddove si trovava lo sfortunato aspirante corteggiatore fai da te, con su scritta a monito del posteri la frase che ha osato rivolgere alla protagonista), ma nel secolo del digitale tanto ciò con cui si gioca al pc quanto ciò di cui si parla sui social (come dimostra l’ondata del “me too”) ha la stessa valenza sociale e soprattutto psicologica che il mondo “non virtuale” aveva nel trascorso secolo “analogico”. Siamo nel secolo in cui, magari nessuno mi multerà per un verso declamato ad una donzella e nessuna donzella mi farà realmente del male per un complimento, ma in cui comunque tutto questo ha potuto essere diffusamente pensato, culturalmente avallato e socialmente accettato [NOTA 2]. Siamo, insomma, nel secolo del “me too” permanente. [NOTA 3] Anche senza denunce reali e sventagliate di mitra virtuali, quanto ferisce profondamente e fa perdere per il futuro la capacità di sorridere alla vita e al sesso o comunque di esprimere con spontaneità la gioia del (principio di) disio amoroso e di approcciarsi alle ragazze senza vedervi sorgente di perfidia, inganno o tirannia è il fatto stesso di sentire contro di sé (proprio da parte di chi si sta immediatamente, irresistibilmente e profondamente apprezzando, ingenuamente e soavemente mirando, probabilmente amorosamente disiando), disprezzo, rabbia, addirittura odio proprio mentre si apprezza sinceramente (con la parola, lo sguardo, o il gesto), ci si abbandona ingenuamente al disio (senza alcuna intenzione ostile o violenta) e si è mossi almeno da un principio di attrazione amorosa (la quale, almeno per l'uomo, sorge sempre dalla vista, come direbbe Cavalcanti, il più nobile dei sensi: "chi è questa che vien c'ognom la mira, che fa tremar di chiaritate l'aure, e mena seco amor sì che parlare null'omo pote ma ciascun sospira"). E quel disprezzo, quella rabbia e quell'odio non son virtuali, sono il motore di queste leggi e del movimento “me too” che le ha ispirate”. [NOTA 4]

Insomma, se vent’anni fa l’immagine foscoliana della derelitta cagna che raspa fra le ossa del cimitero in cui è sepolto il Parini mi richiamava agli alti temi dei “Sepolcri”, oggi in tale scena vedo soprattutto le sostenitrici del “me too” (nel caso di Asia Argento, poi, l’essere figlia di un regista dell’orrore, ed un orrore estetico-umano ella stessa, la rende perfetta per un contesto lugubre e tetro come quello del cimitero) che rovinano con le loro zampacce le pellicole dei maestri del cinema (un tempo proiettate dalla mia immaginazione ogni volta in cui riuscivo a tentare un approccio, oggi sbobinate e gettate a terra dal “progresso culturale femminista”).
Ma fatemi uscire per un attimo dal cimitero dell’attualità. Lasciatemi ancora rimanere, almeno in queste pagine, nel Novecento (o forse anche nell’Ottocento, per come io concepivo la letteratura e le donne a vent’anni) ancora per un po’.

Appena Nina (così mi disse di chiamarsi, con quella sola prima lettera a differenziarla dalla protagonista del film la “donna più bella del mondo” dedicato a Lina Cavalieri) se ne fu andata, mi resi conto dell’errore
Avevo dimenticato persino di chiederle l’indirizzo! A ciò rimediò la sempre presente Carla, che, evidentemente, aveva capito tutto ed agito nell’ombra proprio come Liu. La sera stessa mi annotai l’indirizzo di Nina, sicuro che avrei iniziato una relazione simile a quella fra Andrea Sperelli ed Elena Muti nel Piacere. La differenza di anni ed anche la tipologia di bellezza femminile erano simili. Eppure fui proprio io a dimenticarmi poi di prendere con me il foglio con l’indirizzo al momento della partenza per il mese di vacanza in montagna. Arrivò quindi settembre, finalmente le scrissi appena tornato, ma non ebbi risposta. Forse il secondo sonetto era riuscito peggio del primo (quindi non lo riporto al lettore). Un giorno vidi nella cassetta delle lettere una cartolina scritta a mano che finiva con “un momento”. Pensai ad una sua risposta letteraria. Invece era la pubblicità di un’associazione basata sulla “carità cristiana”. “Ma va’ in mona!” pensai in perfetto veneziano.

La storia con Nina finì lì, eppure, quando vidi “la Venexiana” con Laura Antonelli e Monica Guerritore (nonché musiche di Ennio Morricone) nei panni di due madonne veneziane che, approfittando del loro status di giovane vedova e di neo-sposa con marito lontano e impegnato, si litigano i favori di un giovane e misterioso straniero (Jules) non potei non pensare a lei. Con l’aiuto di una coppia di servi (è una delle poche commedie dove i signori trombano mentre servi fanno cilecca), Jules, nell’unica notte a sua disposizione, si reca prima dalla vedova (interpretata da una come sempre bellissima Antonelli) e poi, ormai a giorno fatto, dalla neosposa (travestitasi da uomo per poter uscire non riconosciuta e non perdere “l’ultima occasione”).
Di questo film mi colpirono due cose. Una, in relazione a Nina e l’altra alla goliardia che avrei poi vissuto in ambito universitario. La prima è l’attrazione quasi infantile che queste dame apparentemente irraggiungibili subiscono dal giovane e bel forestiero “di passaggio” (ovviamente io avevo sempre immaginato nascondersi in Nina qualcosa di simile nei miei confronti). La seconda sono gli spettacoli osceni di marionette che pure non rovinano ma anzi arricchiscono l’atmosfera ovattata di una Venezia notturna. “Ne li tempi antichi, i cassi eran reputà sapienti”. Il protagonista si ferma ad assistere allo spettacolo fra una fatica amorosa e l’altra. E lo spettatore può godersi per un attimo una serata licenziosa in epoca barocca.
“Un bel giorno, i cassi grosi, d’acordo con le pote bele, misero sul trono un re: Cazzone I” (evidente qui la fierezza della Repubblica Serenissima, ben contenta anche nello scherzo di avere un doge scelto ed eletto per le proprie capacità e non un re dinastico che può essere anche un perfetto imbecille!). “Ma loro non erano d’accordo” “loro chi?” “Ma come chi, i cojoni!”. Risentita adesso, questa storiella dice più di mille dissertazioni sui motivi per cui moralismo e femminismo (con il suo contorno di servi c…) sorgono a disturbare la vita dei gaudenti e degli amanti della bellezza in genere. Dopo una serie di mirabolanti avventura fra il cavalleresco e l’osceno, si arrivava al gran finale. “Allora re Cazzone, per punirli, li mise tutti dentro certi sacchetti, dove ancora oggi stan!”.

Forse il “c….” di questa storia sono stato io, ma allora non me ne rendevo conto più di tanto. Mi concentravo sul fatto che avessi capito il “trucco”: adoperare le armi della cultura e delle parole per incantare le fanciulle. Non avevo mai pensato fosse possibile riutilizzare in tal modo quello che ero stato costretto ad apprendere durante le ore di Italiano e Latino. L’avevo imparato, al tempo, al solo fine immediato di ottenere il massimo dei voti anche in materie per cui mi sentivo meno portato rispetto a quelle scientifiche. Ed ora, che avrei dovuto “dismettere” tutto essendo passato agli studi universitari (per i quali la sola preparazione scientifica era richiesta), stavo trovando il modo di riutilizzarlo. Il mio modello di riferimento divenne quindi Vittorio Sgarbi, a cui, probabilmente in modo improvvido e prematuro, l’insegnante di disegno e storia dell’Arte mi accostava spesso ai tempi del liceo per la mia capacità (a suo dire) di porre in collegamento i quadri e le sculture con la grande storia, la grande letteratura, la grande poesia (che nel frattempo apprendevo dalle rispettive materie di studio).

Nei primi giorni del nuovo anno scolastico, quindi, approfittai della scusa della “nostalgia” per recarmi nel mio ex-liceo a trovare i miei amati docenti. “Se vuoi pescare, devi recarti dove sono soliti radunarsi molti pesci”, consiglia all’apprendista seduttore Ovidio nell’Ars Amandi. Quello che nei suoi tempi erano i portici di Ottavia erano, per me, i corridoi del mio vecchio liceo. Lì, infatti, albergavano numerose fanciulle, popolando classi assai più fortunate della mia in termini di bellezza ed abbondanza di presenze femminili. Scelsi, ovviamente, un giorno in cui sapevo che la mia “ammiratrice”, professoressa Irene, aveva lezione in una delle ultime classi (quarta o quinta). Era stata, ella, in gioventù un’intima amica della mia dottoressa, per cui ebbi a suo tempo con lei anche un’introduzione adeguata. Di origine marchigiana, si era trasferita nel paese in seguito al matrimonio. Dopo il divorzio dal marito, finito oltretutto in carcere ai tempi di tangentopoli, viveva con la figlia in una bella villa dal lato della prima campagna che guarda verso gli Appennini. Inizialmente severa e molto rigida all’apparenza (mi ricordo il dettato di un dizionario di termini artistici in cui, alla voce classico, ci faceva iniziare con “è il miglior stile di vita…”), divenne via via più amichevole fino al punto da lasciarci (nell’ultimo anno) le sue ore per svolgere i compiti delle altre materie. I tempi in cui piangevo perché mi aveva dato un sei-meno-meno a causa di un disegno tecnico non preciso erano lontani. Vicini invece erano quelli in cui, assieme ad un paio di miei compagni, discutevamo con lei indifferentemente di letteratura e di arte, mentre il resto della classe preferiva chiacchierare separatamente di altri argomenti. Uno sguardo superficiale potrebbe bollare questo modi di proporsi in classe come “lassismo”, ma per me fu semplicemente “aristocratico”: i migliori avevano la possibilità di scambiarsi pareri conoscenze (“chi è quel pittore che, da vecchio, ha dipinto suo padre giovane tanto da farlo apparire piuttosto suo figlio, di cui parlava Sgarbi ieri?”), mentre gli altri potevano fare i loro comodi senza disturbare. Non dovrebbe essere sempre questo la “cultura”, piuttosto che un obbligo uguale per tutti che uniformava al minimo e oggi neanche a quello?

Comunque, da “visitatore”, venni accolto così bene che fui invitato (in via ovviamente informale e “abusiva”) a intrattenere i ragazzi sugli argomenti del programma. Feci quindi la prima “lezione” sul barocco (avevo d’altronde madonna Nina in mente!), partendo dall’etimo della parola: la “perla rara” (“barueco”, in spagnolo) dalla forma irregolare che iniziò presto ad indicare anche un modo di ragionare pieno di sillogismi e arguzie.
Feci quindi subito l’esempio del “bagnar co’ soli e rasciugar co’ fiumi” che avevo ovviamente ben in mente per averci costruito sopra il sonetto per Nina, ma passai tosto a quello che gli alunni stavano certamente studiando in letteratura: lessi quindi la prima strofa de“l’elogio della Rosa” di Giambattista Marino:

Rosa, riso d'Amor, del Ciel fattura,
rosa del sangue mio fatta vermiglia,
pregio del mondo e fregio di natura,
della Terra e del Sol vergine figlia,
d'ogni ninfa e pastor delizia e cura,
onor dell'odorifera famiglia;
tu tien d'ogni beltà le palme prime,
sopra il vulgo de' fior donna sublime.

Anche se non si rivelano arguzie a livello della “freddura” di cui sopra, il continuo accostamento, quasi ad ogni verso, fra le bellezze, i colori, le forme, gli odori tipici dell’ambiente naturale (di cui la rosa è regina: terra e sole, ninfe e pastori, le profumate famiglie di fiori e i rossi petali della rosa stessa), da un lato, e attributi propriamente umani, come il riso, il sangue, l’onore, i concetti di popolo (“vulgo”) e signoria (“donna” dal latino “domina”, ovvero signora), addirittura le sensazioni di piacere (“delizia”) e preoccupazione (“cura”), l’idea quasi di “concorso di bellezza” (tenere “d’ogni beltà le palme prime” significherebbe, oggi, arrivare prima a Miss Italia), dall’altro, pare quasi aspirare a “compenetrazioni” e “metamorfosi”, fra mondo umano e mondo vegetale, tutt’altro che “naturali”.

Anche il modo “musicale” di tesser l’elogio della rosa, con allitterazioni “rosa, riso”, rime interne “pregio, fregio”, ritmo “allegro”, dà l’idea di un musicista che inventi molti orpelli per gravare sulle partiture. Siamo lontani dalla “naturalità” armoniosa dell’ottava ariostesca, così come dalla musicalità delicata di quella del Poliziano. Qui la sovrabbondanza di immagini (viene citata addirittura quella dantesca della madonna con il “del Ciel fattura”) è continua e per il gusto rinascimentale sarebbe stata pura e semplice “affettazione”, se mi permettete di citare il Cortigiano del Castiglione.
“Una perla irregolare è qualcosa sì naturale, ma anche di insolito. Possiamo quindi dedurre che, se l’obiettivo del periodo umanistico-rinascimentale era stato quello di ricondurre, in tutte le arti, l’uomo alla natura dopo i secoli di simbolismo, e per certi versi di astrattismo, medievale, il fine del barocco fu quello non di negare, ma, in un certo qual modo di proseguire la natura”.
Avevo iniziato a parlare
“Questa prosecuzione della natura evidenziò subito tutti i tratti, se non del mostruoso, almeno dell’artificioso o comunque dell’estremo. Prendiamo la scena tratta da Ovidio che il Bernini ha scolpito nella “Metamorfosi di Daphne”. Tanto le fanciulle che rappresentavano le ninfe quanto le piante erano ovviamente parte della natura, ma la subitanea trasformazione dell’una nell’altra costituisce proprio quella forzatura nel collegamento fra due entità agli estremi (l’umano ed il vegetale) che dà il brivido, se non della mostruosità, almeno di un divino visto dal suo lato terribile.”

Potevo mettere a frutto un ricordo liceale su cui mi ero preparato

*“La metamorfosi della ninfa in pianta di alloro mentre cerca di sfuggire ad Apollo che la voleva per sé rende dapprima la sensazione della rigidità, ma poi lascia trasparire il tentativo di combattere e di fuggire al destino più forte di lei. Lo scultore ha registrato il primo momento di rigidezza, quando i piedi vengono fissati al terreno perché diventano radici, ma evidenzia il senso di movimento dato dalla tensione del bacino, mentre le braccia iniziano a diventare rami con le foglie. Bernini riesce a cogliere l’azione nella sua durata. Lo scultore deve fermare il tempo e servirsi di altre abilità per rendere il tempo e il moto, rispetto a quelle che adotterebbero dei poeti come Ovidio o D’Annunzio.
Secondo la filosofia Barocca il tempo è il modo della vita (non è un caso se nel suo recente libro Umberto Eco), l’essere è il movimento. Bernini applica alla statua il tempo, dà al marmo il potere della parola, usando fasci di luce, creando effetti che rendono l’intera scena dell’inseguimento, dell’arresto, del dolore e della sofferenza di Daphne. Il Bernini è un virtuoso della materia: affronta il tema della trasformazione di una materia in un’altra, della carne in movimento in vegetazione statica; argomento stimolante per il virtuosismo materico. Facciamo subito una comparazione con quanto avete studiato l’anno scorso: le opere di Michelangelo. La relazione tra Michelangelo e Bernini è di opposizione più o meno netta, anche se Bernini era figlio di un artista seguace del michelangiolismo. Michelangelo blocca il Davide in un momento potenziale, mentre Bernini evidenzia l’atto, crea la dimensione temporale del movimento. Nelle descrizioni di Callistrato l’opera scultorea viene completamente risolta con la parola. La parola si svolge nel tempo e il lettore è costretto a tenere in mente la prima parola fin quando non ascolta l’ultima, deve quindi tenere in mente tutto il discorso. Anche guardando la statua del Bernini bisogna tenere in mente varie cose, proprio per la sua affinità con ciò che potrebbe essere un discorso. Nell’opera non c’è pentimento per amare tipico di altre epoche, viene concessa una certa libertà di amare anche svincolata dal senso familiare. Bernini prestava particolare attenzione agli effetti cromatici conferiti alla statua dalla luce dell’ambiente; poichè desiderava che l’osservatore si trovasse totalmente immerso, sia mentalmente, sia fisicamente, nella scena, in un atmosfera tale da permettergli di cogliere tutti quegli effetti di riflessi e di colori frutto di un attento studio. La visione barocca , rispetto al Caravaggio, rappresenta un totale riversamento, dei valori, v’è ottimismo e trionfalismo; per Bernini non c’è più la tensione, che viene sciolta nel movimento. Il trionfalismo è segno della restaurazione , segno di affermazione della chiesa cattolica su quella protestante. Il dinamismo e la sovrabbondanza del barocco interpreta quindi il momento trionfale. La chiesa non mostra più le terribili minacce (come il giudizio universale di Michelangelo), non mostra più l’inferno, ma il paradiso, la gioia virtuosa, ciò che realmente è l’ “estasi berniniana”.
Bernini suggerisce approcci e suggerimenti nuovi per gli scultori, e, basandosi anche sulla musica alla quale rivolgeva anche un particolare interesse, riesce a far apparire nelle sue opere sensazioni di potenza e vigore. Anche l’architettura segue in pieno questo intento politico: nel periodo barocco l’attenzione si sposta dalla singola statua, dal singolo palazzo, all’insieme, alla scena, all’effetto generato sullo spettatore, che doveva avere l’idea di trovarsi al centro di uno scenario in cui quella Grande Madre della Chiesa Cattolica abbracciava quasi fisicamente i suoi fedeli rendendoli partecipi della gloria celeste. A questo servirono i complessi di piazze e fontane che mai come in quel periodo iniziarono a sorgere in Roma e che così bene sono descritti dalle pagine del Piacere di D’Annunzio dedicate alle passeggiate di Andrea Sperelli nei pressi del suo buen retiro a Piazza di Spagna. L’attenzione per le fontane e i giochi d’acqua sarà poi una costante nella gestione della propria immagine da parte del potere anche nei secoli successivi, basti pensare a Versailles ed alle altre regge coeve in tutta Europa, da Potsdam a Caserta, da Schonbrunn a Vienna alla Venaria Reale in Piemonte”.

Il mio buon umore, il riferimento a Miss Italia, il florilegio di immagini luminose e trionfanti, il richiamo esplicito al “Piacere” ed alle sue trame erotiche e quello implicito al libertinaggio nel XVII secolo e, soprattutto, la scelta di iniziare con un omaggio floreale e di proseguire con una scena di “rapimento della bella” da parte di un dio greco, erano tutti dovuti a colei che, fin dal momento dell’appello, avevo sentito chiamarsi Ilaria.
Vestiva non diversamente dalle altre coetanee, in jeans e maglietta, ma la sua figura slanciata spiccava decisamente. Anche attraverso i jeans chiari e stretti si poteva comunque cogliere la statuaria bellezza di due gambe lunghissime, così come le rotondità del petto, pur discrete come si conviene ad una “miss”, erano ben immaginabili sotto la leggera maglietta (era appena l’inizio dell’autunno). Era bionda con i capelli lisci e due occhi marroni che parevano fissarmi profondamente. Per la verità, mentre i maschi erano distratti da attività collaterali, quasi tutte le femmine mi stavano seguendo. Non so se inizialmente per la novità “sociale” di un ragazzo più grande in classe o per effettivo interesse verso la materia, ma posso dire di aver avuto un pubblico femminile piuttosto attento in quell’occasione.

Decisi quindi di ritornare qualche tempo dopo, quando era prevista l’introduzione al Roccocò. Questa volta tutta la classe fu attenta dall’inizio, forse perché, anziché iniziale con il Marino, spiegai semplicemente che “se il barocco aveva a volte esagerato nel florilegio di immagini e nell’artificio continuo per esasperata volontà di proseguire la natura in modo insolito ed estremo, il roccocò può essere visto come un movimento di riflusso, che pone al centro non più i concetti di arguzia e di ricerca della perla rara, bensì quelli di leggerezza ed eleganza.“
Feci ripetere di quando in quando le parole chiave del discorso agli alunni per avere la loro partecipazione. Come corrispettivo letterario, citai l’Arcadia, ovvero l’accademia nella quale ogni adepto doveva scegliere il nome di un pastore, dare alle proprie amate quello di una ninfa e seguire in poesia il modello dell’omonimo poema del Sannazzaro, dove l’umanità poteva tornare allo stato di felicità edenica tramite la riconciliazione con la vita naturale di campi contrapposto a quella “artificiale” delle città. L’Accademia stessa, difatti, era nata con il preciso intento teorico di contrapporsi al “malgusto” barocco (“romper guerra alle gonfiezze del secolo, e ritornare la poesia italiana per mezzo della pastorale alle pure e belle sue forme”). Per dare un’idea della contrapposizione con il periodo precedente, lessi qualche verso da “Solitario bosco ombroso” di Paolo Rolli (che sapevo perfettamente stavano studiando in Italiano, non essendo cambiato il docente):

“Solitario bosco ombroso,
a te viene afflitto cor,
per trovar qualche riposo
fra i silenzi in questo orror.”

Lodai la nobile semplicità di questi versi, stilizzati proprio come un elegante soprammobile settecentesco, che, abbandonando l’artificiosità e l’affettazione, riprendevano il tema tipicamente petrarchesco della natura solitaria in cui il poeta cerca conforto dai tormenti interiori e dalle pene amatorie. Come da consiglio ovidiano, stavo insomma usando il racconto di infelici amori altrui per propiziare un felice inizio ad un’avventura amorosa mia.
A quel punto, anziché citare anche l’altra corrente dell’Arcadia, quella “classicheggiante” massimamente rappresentata da Pietro Metastasio (vero e proprio dominatore culturale del Settecento, poeta di corte a Vienna, autore di innumerevoli libretti d’opera e soprattutto di un intero mondo poetico, trasversale alle arti e travalicante i confini nazionali, fatto di mitologia greca, destinata poi a confluire in parte nel neoclassicismo ed inopinatamente ridotto, dal De Sanctis, nella sua storia, al rango di “minore” per volgari e contingenti motivi di propaganda politica: al primo storico della nostra letteratura, nonché primo ministro della nostra pubblica istruzione, erano più funzionali i “patriottici” Leopardi e Foscolo rispetto al “cortigiano” filoasburgico e fu così che, giudicando il settecento con i criteri dell’ottocento, si fece, e si fa ancora, torto alla storia della letteratura), passai al corrispettivo musicale dell’epoca.

Davanti alle grazie di Ilaria, scelsi di citare “l’Orfeo ed Euridice” di Gluck. Non potendo mettermi a cantare l’aria “ Che farò senza Euridice?/ Dove andrò senza il mio ben?” (non avevo intenzione di fare la voce bianca…), raccontai la storia. Come noto dal mito greco, il cantore e musico Orfeo possedeva un’arte talmente sublime che ammansiva le belve più feroci e veniva seguita persino dai sassi (addirittura si diceva che addirittura gli alberi delle foreste si disponessero secondo uno schema delle sue danze). Quando, al ritorno dall’impresa assieme agli Argonauti, sposò la ninfa mortale Euridice, scelse con lei di stabilirsi fra popoli selvaggi per godere dell’isolamento dal mondo. Un giorno, però, correndo nella foresta, Euridice venne morsa da un serpente velenoso e morì. Orfeo, non potendo sopravvivere senza di lei, discese negli inferi e, grazie alla sua musica, convinse perfino i più terribili mostri dell’averno ad aprirgli le porte per ricongiungersi con Euridice. Gli dei inferi, però, precisarono che avrebbe potuto riportarla con sé la sua bella, che però sarebbe morta per sempre se si fosse voltato a guardarla. Fu così che, dopo un’iniziale fase di gioia per essere tornata alla vita, Euridice iniziò ad accusare il marito di trascurarla (non sapendo del patto infernale che Orfeo aveva giurato di tenere segreto). Non potendo resistere a questo, Orfeo si voltò ed Euridice venne riportata per sempre nell’Ade. Qui finirebbe il mito greco tragico, ma il settecento italiano, che amava le feste (oggi si direbbe le “serate eleganti”), voleva un nuovo finale. Così, nell’opera, interviene il “deus ex machina”, in questo caso “Amore”, che trattiene il braccio di Orfeo intento a suicidarsi e fa resuscitare Euridice una seconda volta, fra il coro di giubilo “Trionfi amore/ il mondo intero/ servi all’impero/ della beltà”.

Era chiaro che, per una volta nella mia vita, non aspiravo all’amore infelice e più o meno romantico, ma a quello concreto basato sul godimento terreno e, perché no trattandosi della storia in fondo di due sposi, sulla fedeltà. In realtà pensavo più prosaicamente a qualcosa di simile ad un fidanzamento, ma questa volta fondato non (come nel caso dell’innominata, che narrerò in seguito alla voce “amori”) sull’illusione di aver trovato una presunta anima gemella con cui condividere un’esistenza “leopardiana”, bensì sull’evidenza di aver innanzi una giovine donzella di bellezza magari non siderale, ma comunque tale da poter partecipare alle selezioni di Miss Italia puntando a diventare “miss gambe” (o, almeno, così mi confermarono in seguito).
Ero, forse per la prima volta in vita mia, consapevole di poter offrire, in cambio di quella bellezza corporea, la facoltà, chiamata prosa, di raccontare storie, miti e avventure per dire l'indicibile di sé, per parlare con parole più brucianti delle più brucianti carezze, per comunicare all'altra anima con un flusso più continuo dello scorrere di un torrente, e quant'altro può essere espresso con la capacità e l'ordine del dire, con la modulazione della voce, la scelta dei vocaboli, le sfumature degli aggettivi, e i sottesi delle storie, i silenzi più eloquenti delle più eloquenti parole. E, da come ella era attenta alle mie parole, io vedevo che quella bellezza non corporale non le era indifferente. Non mi era mai capitato con una tale evidenza da poter essere colta (anche da parte di un uomo distratto come me!) negli sguardi ora insistiti ora sfuggenti ma comunque mai indifferenti verso di me.

Con l’ultima lezione, però stavo rischiando di sembrare un cicisbeo settecentesco ed avrei corso seriamente il rischio di ottenere soltanto di “frequentarla in bianco”, come capitava a certi gentiluomini di quell’epoca stravagante ed effemminata, i quali quasi mai arrivavano a possedere carnalmente la dama cui tenevano compagnia. Ecco quindi che per il mio terzo intervento, incentrato sul Neoclassicismo, cambiati totalmente tematica e puntai su qualcosa di assai più decisamente “virile”.

Scelsi il celebre quadro del “Giuramento degli Orazi” per farne il perno della mia lezione. Parlai dello scatto all’unisono dei tre protagonisti maschili, con le donne abbattute e piangenti sullo sfondo, come della determinazione dei rivoluzionari ad accettare il superamento di ogni “fralezza umana” pur di servire l’ideale fino alla morte. Non sapevo che, al contrario della mia, quella classe aveva per “ideali rivoluzionari” non più quelli “rossi”, bensì quelli “neri”. Quando dissi del comune costume repubblicano, che dagli ultimi anni del XVIII si sarebbe esteso per tutto il XIX (arrivando, con i suoi ultimi echi, alla Tosca di Puccini, dove il Cavaradossi si chiama “Mario” ad onore della fazione “popolare” in lotta contro gli “optimates” di Silla) di riprendere persino i nomi dagli eroi “politici” romani, sentii qualcuno commentare (“io chiamerò mio figlio Benito”). Involontariamente, avevo, per una volta, ottenuto l’attenzione anche dei maschi di quella classe. Dissi chiaramente che i giacobini riprendevano, in modo apertamente propagandistico, ma non per questo “inautentico”, dalla storia dell’antica Roma certi miti-chiave per farne meta e modello per il futuro. A differenza del quadro di Delacroix (“la libertà sulle barricate”), che sarà già romantico, qui l’idea politica ha principalmente un aspetto virile (applausi). Siamo ancora nell’era illuminista, in cui si credeva che la sola forza della ragione avrebbe potuto rivoltare il mondo.

“Non siamo ancora alla disillusione della Restaurazione, quando, dopo la parentesi napoleonica, si capì che la libertà avrebbe potuto essere raggiunta solo valorizzando quanto di più passionale, e di specifico, esista nei diversi popoli. Se per Manzoni la nazione è “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor”, per i giacobini essa è ancora un “archetipo universale” che per accidente è sorta prima in Francia ma che può, come si pensò con la dichiarazione di guerra del 1793 e con la successiva epopea Napoleonica, esportare “sulla punta delle baionette” (altri applausi) in tutto il mondo civilizzato. Ecco quindi che i tre fratelli che giurano di combattere fino alla morte con i tre corrispondenti Curiazi rappresentano l’idea maschile e “neoclassica” di azione ineluttabile guidata dalla “necessità logica” (il duello è stato ragionevolmente stabilito per evitare una sanguinosa battaglia fra le due fazioni che avrebbe reso il vincitore facile preda dei vicini Etruschi) e dalla “ragione universale” (come “universali” sono le materie scientifiche che piacciono massimamente a noi maschi), mentre la donna a seno nudo di Delacroix, che incita il popolo alla rivolta brandendo il tricolore francese con impeto passionale, raffigura al contrario l’idea femminea e romantica di nazione come “madre del sangue”, del corpo, di tutto quanto è specifico, soggettivo, sentimentale (come, insomma, la correzione di un tema).”

Probabilmente Nietzsche avrebbe preferito invertire l’associazione fra i termini del dualismo ragione/sentimento e quelli relativi alla psicologia dei sessi, ma, poiché i rispettivi pittori avevano fatto la scelta più “scontata”, da tempo avallata dal facile ed ottuso senso comune, mi adeguai pur senza rinunciare alla necessaria ironia contro il proverbiale arbitrio delle donne nel correggere i compiti in classe che tanto mi aveva fatto penare in gioventù. La professoressa Irene mi rimbrottò solo bonariamente.
In ogni caso, avevo con quest’ultimo discorso raggiunto un tale livello di popolarità “locale” che la bella Ilaria vedeva ormai in me un “personaggio” fidanzandosi con il quale avrebbe potuto appagare la propria “vanità sociale”. Era sparita dal suo sguardo, infatti, la benché minima traccia di stronzaggine tipica della “melanzana figa” che se la tira. Rimaneva però un ostacolo. Come fare ad invitarla ad uscire? Non potevo certo chiederle il numero di telefono davanti alla classe o cercarlo nel registro!

Ero talmente inesperto in fatto di “cuccaggio” che, dopo esser riuscito a far abboccare il pesce seguendo le istruzioni di Ovidio, non sapevo come dovessi usare la canna da pesca per portarlo a me. Ai tempi di Ovidio, infatti, si faceva tutto tramite messaggi segreti su pergamena e passaparola di servi. Ai miei tempi entrambe le cose erano purtroppo cadute in disuso. Risolsi l’indecisione non facendo semplicemente più nulla.

Forse avevo scoperto di non essere tanto interessato a lei. Dopotutto, per quanto abbastanza bella anche di viso, non rispettava a rigore gli accostamenti cromatici su cui fin da fanciullo ero fissato, secondo i quali agli occhi azzurri avrebbero sempre dovuto corrispondere i capelli biondi (come nel caso della fatale Elena dei miei nove anni) e agli occhi neri i capelli neri (come nel caso “recente” di Nina). E, fra le diverse combinazioni possibili, la sua era la meno auspicabile: se gli occhi azzurri attorniati da capelli scuri sono una perla, occhi marroni su capelli biondi sono qualcosa più da “finta bionda” dell’omonimo film di Vanzina che non da musa per un poeta barocco o arcadico. O forse ella mi interessava proprio perché. soddisfacendo un ideale estetico non “mio” particolare, bensì “comunemente sentito”, già per il solo fatto di apprezzarmi (senza bisogno di arrivare ad rapporto intimo o ad un fidanzamento) mi toglieva la nomea di “sfigato” e mi riconciliava con quel genere di “gnocca” il cui disinteresse nei miei confronti (dovuto ad una mancanza di interessi comuni) era sempre stato da me ricambiato con l’avversione (fin dai tempi in cui, alle medie, bisticciavo con mia cugina ventenne). O forse, ancora, pensavo che l’occasione sarebbe capitata “naturalmente” data ormai la comunanza delle conoscenze (i maschi della classe consideravano quasi un “ras locale”) e per questo non volevo rischiare di compromettere tutto con manovre frettolose ed avventate.

La cosa sorprendente è che in quel periodo (si era, lo ripeto, agli sgoccioli dell’ultimo anno del novecento) mi sentivo felice come se avessi ottenuto un incontro intimo per il solo fatto di poter fantasticare motivatamente sulla possibilità di invitarla. Ero tornato a tenermi in forma grazie alla palestra, mi radevo più spesso usando poi nuovi raffinati dopobarba e mi facevo accompagnare da mia madre a spendere in modo opportuno denari per vestiti (come se mi dovessi preparare ad un appuntamento). Dulcis in fundo, stavo attendendo arrivasse (e sarebbe arrivata nella prima settimana del 2000) la mia nuova BMW serie 3, duemilaecinque benzina sei cilindri, nero metallizzato con interno chiaro e cerchi in lega originali BBS a raggi. Era talmente bella che la gente si fermava ad ammirarla in concessionaria durante la consegna. Anche le prima volte in cui uscivo la sera, mi pareva sentire le ovazioni. Qualche figlia di amiche di mia madre arrivò addirittura a farmi i complimenti per il buon gusto nella scelta degli accessori e degli accostamenti cromatici. Pareva un modello progettato “per portare in giro le belle ragazze” (disse mia madre la prima volta che vi salì).
Eppure non riuscii mai a farci salire Ilaria. Quando la rividi una sera d’inverno presso amici comuni capii che sarebbe stata perfetta. Finalmente in minigonna, mostrava a propria gloria due gambe stupende (che fino ad allora avevo solo intuito) ed indossava un raffinato accostamento fra il verde di gonna e top ed il bianco delle calze velate e degli stivali. Pareva un confetto con cui inaugurare qualcosa di importante per la propria vita estetico-sentimentale (come l’automobile, appunto). E più la vedevo perfetta per me, più ero lontano dall’avvicinarla. Mi guardava ancora, anche se parlava poco. Pareva quasi scocciata della propria compagnia e desiderosa di cambiare in meglio. Eppure non seppi approfittare.

Avevo tutto, allora, per poter ragionevolmente sperare in un successo: era, si direbbe oggi, dello stesso “social circle”; avevo su di lei una sorta di “supremazia culturale” essendo stato, anche se un po’ per scherzo, un suo “insegnante di storia dell’arte”; mi aveva conosciuto in una situazione in cui subito avevo potuto apparirle in una veste interessante (lo avevo capito dalla sua attenzione alle mie parole in aula); avevo il “prestigio sociale” dato dalla “fama” di cui godevo fra i suoi professori (che ancora parlavano di me e mi portavano immeritatamente ad esempio imperituro); avevo l’aurea dell’artista per le mie “performance” da “Vittorio Sgarbi de noialtri”; avevo la “giusta” (secondo i criteri delle ragazze dell’epoca, che sceglievano sistematicamente fidanzati più grandi di loro) differenza d’età a mio favore (ed era la prima volta: in precedenza avevo mirato solo a coetanee o a ragazze più grandi); avevo la nomea di giovane facoltoso confermabile con la mia fiammante BMW; avevo la prospettiva di una buona carriera donata dai miei iniziali successi nello studio in una facoltà all’epoca giustamente ritenuta prestigiosa e quasi “inespugnabile” come l’ingegneria. Avevo, in quel tempo (e non era così frequente), persino il “fisico” (avevo appena ripreso la palestra dopo un’estate di attività fisica).

Raramente si concentrano insieme tanti fattori positivi. Ovidio avrebbe potuto aspettare giorni e notti con la canna da pesca in mano e non avrebbe potuto trovare momento migliore nella vita. Sono ancora irato con me stesso quando cerco di capire perché non ci abbia provato.
La incontrai ancora una volta per caso, poco tempo, dopo, ad una festa organizzata da amici comuni. Era in compagnia dei suoi compagni di classe, ed il più sveglio fra essi, non sospettando nulla delle mie mire, confessò ad un mio amico: “sembra tirarsela, ma è molto buona oltre che bona”. Il frastuono non mi fece capire altro che “…e lei sempre più nuda…” detto con l’aria di chi è in vena di confidenze amichevoli per vantarsi. Dal tono, deducevo che erano in corso movimenti avanzati ma non conclusi. L’interessata era davanti a noi, un po’ in disparte, con gli altri. Questa volta era vestita di nero, con una minigonna ed un top che ben poco lasciavano all’immaginazione. Si vedeva il suo pancino nudo, piatto e levigato come in una statua, e statuarie come sempre erano le sue gambe, rese mitologiche da un paio di lunghi stivali da cubista. Pareva una ragazza immagine e questo la rendeva definitivamente attraente ai miei occhi. Sessualmente, infatti, dopo l’adolescenza non sono mai stato attratto dai tipi intellettuali. Lo ero (e lo sono) invece da quella tipologia di ragazza che si direbbe non dico oca, ma, almeno, “leggera”, “banale”, totalmente dedita alla moda, allo shopping, alla modernità superficiale e giovanilistica, ai divertimenti mondani, alla musica da discoteca e a tutto quanto, in genere, io non amo. E’ proprio la lontananza di interessi a rendermi la figura di una bella ragazza ancora più irraggiungibile (e quindi desiderabile) di quanto non possa già fare la stessa bellezza.

Stabilire con certezza perché non ci abbia provato è un problema paragonabile all’alt della macchina di Turing: una macchina non può sapere in anticipo se si fermerà o meno (è il tipico esempio di problema indecidibile). Solo un’altra macchina (in questo caso la mente del lettore) può capire perché io mi sia inceppato.
Forse non sono semplicemente nato, almeno in ambito amoroso, per rincorrere prede. Forse, al di là di tutte le parole e tutte le letture possibili dell’ars amandi di Ovidio, non sono capace di percepire le belle fanciulle come prede da cacciare o come pesci da pescare. Forse sono troppo innamorato della bellezza per non desiderare di essere piuttosto predato da essa. Se con un minimo di intraprendenza moderna si fosse fatta avanti Ilaria per prima (magari anche solo attaccando discorso per caso o chiedendo un passaggio con una scusa) sarei stato felicissimo di assecondarla e diventare a mia volta più audace. Pianificare però da principio il tutto restando di fronte all’immobilità della controparte è qualcosa che esce dal mio concetto di desiderio perché implica una strategia, una prevedibilità di eventi, una catena di cause ed effetti, ovvero tutto quanto è estraneo al sogno. Forse proprio perché la donna resta per me un sogno, se vuole restare tale non può essere la mia preda.
Insomma, qualcuna direbbe che sono nato gazzella.

Qualche anno dopo, in un triste pomeriggio di settembre, si tennero i funerali della professoressa Irene, celebrati da quello che era stato il nostro professore di religione (il prete a cui io e Matteo provammo, fin dal primo giorno, di dimostrare l’inesistenza di Dio). Fu l’unica volta in cui la chiesa mi parve umana: aveva concesso questa “delicatezza” a noi studenti, che potemmo, nell’omelia, ascoltare da una voce amica i ricordi comuni su una persona che, pur con tutti i distinguo del suo ruolo, ci era stata amica.
“Ma rapida passasti; e come un sogno/ fu la tua vita.” Quello che Leopardi diceva di Nerina io posso dire di quel breve lasso di tempo in cui (galeotta fu la prof) mi sono sentito un po’ seduttore nei confronti di Ilaria. Non so se la bionda miss dagli occhi marroni abbia perso un potenzialmente apprezzabule fidanzato o solo l’ennesimo scocciatore. So che ha almeno guadagnato un sonetto:

“Angelica Ti mostri ed elegante,
O Bionda creatura che hai nome Ilaria:
Qual fossi una parvenza straordinaria
Lo sguardo scorre, stupito e adorante,

Per le linee del tuo corpo svettante;
Alta, bella e di figura statuaria
Tu sorgi come una stella nell’aria
Con il candore delle cose sante,

Ammaliato dalla tua breve gonna
Bramo cantare in versi il tuo splendore
Con quei toni supplichevoli e lievi

Ch’hanno i Devoti innanzi alla Madonna,
Fino a sciogliermi in un bianco languore
Come sull’acqua i fiocchi delle nevi.”

NOTE ANTIFEMMINISTE A PIE’ DI PAGINA

[NOTA 1] Se la definizione del confine fra lecito e illecito è lasciata alla arbitraria interpretazione e alla irriproducibile (e spesso inconoscibile) sensibilità della presunta vittima, come sarà possibile anche per chi non ha fatto nulla di male dichiararsi innocente? Se una donna dichiarerà di essersi sentita molestata, come farà l'uomo accusato a sostenere il contrario, non essendo nelle sue facoltà entrare nella psiche della controparte e mostrare che non vi è stata sensazione di molestia? Che la donna menta o meno, l'uomo potrà soltanto dire di non aver avuto intenzione di molestare e di non aver compiuto nulla di oggettivamente molesto. Se però l'oggettività del diritto è sostituita dalla soggettività femminile la condanna risulterà sistematica (poiché il reato verrà definito a posteriori e a capriccio della presunta vittima). Bella prospettiva per uno stato di diritto.

[NOTA 2] Se proseguirà questa deriva (che la lobby della finanza senza patria di cui Macron è campione sta sospingendo da decenni ormai) di leggi e costumi circa la cosiddetta “molestia sessuale” nessun uomo dabbene mai più corteggerà. Come si fa infatti a sapere a priori se un complimento, un atto, uno sguardo sarà considerato molesto o meno? Nel dubbio un uomo savio non farà assolutamente nulla. Non ci si lamenti allora se gli uomini non vogliono più corteggiare: ora alla naturale timidezza, alla razionale considerazione di non convenienza (nel dare tutto in pensieri, parole e opere per ricevere come funzione di variabile aleatoria), all'emotiva ritrosia a doversi sentire "sotto esame", al rifiuto psicologico a trovarsi nella condizione del cavalier servente pronto a tutto per un sorriso e potenzialmente vittima d'ogni tirannia, umiliazione e inganno, si aggiunge pure il pericolo di essere multati e la consapevolezza di venire trattati (sia pure per ora solo amministrativamente) con la violenza psicologica e l'odio spettanti semmai a veri violentatori, o comunque di venire considerati "molesti" per il fatto stesso di aver espresso (senza alcuna intenzione violenta o molesta) il proprio disio di natura (e quindi di essere condannati o all'eterno disprezzo dall'altro sesso o ad un continuo nascondimento di sè), anche quando non si sono usate parole volgari o offensive (non lo sono né "dio ti benedica", né "come sei bella", utilizzate come esempio di “motivi per essere mitragliata da una giustiziera in gonnella” in questo demagogico videogioco “antimolestie” di qualche anno fa). Magari certe multe (come certe smitragliate) resteranno pure virtuali, ma l'uccisione della spontaneità nei maschi è ormai reale. Come si può pretendere che un uomo addirittura corteggi, quando anche solo la prima naturale espressione (più o meno raffinata, più o meno poetica, più o meno esplicita a seconda delle inclinazioni, degli stili e delle conoscenze di ciascuno) del suo desiderio per le grazie femminili può essere ad esclusivo arbitrio della presunta vittima reputata un’infrazione alla legge? Questo porterà ad una uccisione sul nascere della spontaneità di ogni uomo (soprattutto se giovane) in ogni rapporto con le donne e un conseguente progressivo allontanamento di ogni uomo dotato d'intelletto dal genere femminile. Sarà anche vero che la maggioranza delle donne non denuncerà un ammiratore per un complimento osé, e si limiterà a segnalare i casi davvero molesti, ma se si supponessero tutte le persone buone e giuste non servirebbe neppure la legge.

[NOTA 3] Quanto rende queste “iniziative culturali” (che divengono poi giudiziarie) abominevoli è il fatto di permettere a quel sottoinsieme di donne false e perfide di denunciare chicchessia per capriccio, vendetta arbitraria, ricatto, interesse o gratuito sfoggio di preminenza erotico-sociale (nel poter far finire nei guai un uomo con l'arma dell'attrazione sessuale e nell'esser creduta a priori mentre l'altra parte è tenuta a tacere e se parla reputata indegna d'ascolto e degna solo o del riso o del disprezzo). Non sto dicendo che le donne siano tutte perfide e sadiche, sto solo esprimendo il mio sdegno per una subcultura ed una giurisprudenza tali da permettere a chi lo sia di infierire massimamente sul primo uomo incontrato per strada. Sarebbe come una giurisprudenza che permettesse agli stupratori di infierire sulle vittime (le donne se ne lamenterebbero anche senza considerare tutti gli uomini stupratori).

[NOTA 4] Care (si fa per dire, a meno che non facciate le escort), eventuali, lettrici, non fraintendetemi apposta con menzogna ideologica femminista: non sto affatto sostenendo sia in qualche misura “accettabile” che una donna, vestita come le pare, sia fatta oggetto di molestie o addirittura violenze (o comunque intimidazioni), bensì che non posso accettare consideriate “molestia” un semplice complimento (almeno fino a quando non contiene elementi di offesa o minaccia chiaramente voluti). Posso capire che non tutti gli apprezzamenti possano risultare graditi quando vengono dal primo che passa, ma voi dovete capire che nessuno può sapere cosa davvero voi vi aspettiate da uno sconosciuto ammiratore (e tutti coloro che prim vi mirano sono giocoforza all'inizio sconosciuti) per concedergli l'opportunità di mostrare in un incontro solus ad solam l'eventuale eccellenza nelle doti da voi ritenute importanti per un eventuale rapporto. Se non è manifesta l'intenzione offensiva e prepotente non avete alcun diritto a lanciare virtualmente sventagliate di mitra e a comportarvi realmente da stronze e avete invece a mio avviso il dovere di ringraziare comunque, declinando. E non potete pretendere che l'uomo, prima di aprire bocca o spalancare lo sguardo, si metta a “pensare” cosa possa essere considerato gradito e cosa molesto. Non solo perché impossibile, ma anche e soprattutto ucciderebbe la spontaneità. Un complimento, un invito, un guardo, un verso o un'espressione qualunque, implicita o esplicita, poeticamente vaga o banalmente diretta che sia, di desio, valgono (come possibile inizio di un rapporto eventualmente amoroso) solo quando sorgono spontaneamente, dal profondo del proprio essere, senza mediazione razionale. In caso contrario rappresentano solo o affettata galanteria o perfido calcolo di seduttore (o addirittura pedante educazione) e giammai possibilità di instaurare un primo rapporto empatico eventualmente sfociante in desiderio reciproco di conoscenza amorosa. Rendere manifesto quel disio che sorge con la rapidità del fulmine e l'intensità del tuono pone l'uomo in una condizione di debolezza, o comunque di potenziale disagio emotivo, perché ammette ella è immediatamente mirata, disiata e accettata per quello che è (bella), mentre lui è costretto a “fare qualcosa” per mostrarsi alla di lei altezza, o comunque a restare sotto esame mentre lei può valutare con calma e scegliere se divertirsi con lui o su di lui. Se un uomo pensa, pensa anche a ciò e allora non rivolge più alcun complimento. E voi, innanzi a chi comunque si fa avanti per cercare di carpire i vostri favori (ponendovi di fatto con ciò su un piedistallo checché ne dicano le menzogne femministe pronte a confondere donna-oggetto con persona oggetto di desiderio), ponete le immagini proposte da questo videogioco? Non ho più parole. Ho fatto bene a lasciarvi perdere. Io stesso, prima di essere psicologicamente violentato dalla propaganda mediatica femminista, ero ancora tanto ingenuo da lasciarmi andare ogni tanto a complimenti rimati, anche nei confronti delle sconosciute (ricevendo per la verità sempre atteggiamenti, anche da parte di coloro cui non interessavo affatto, assai più gentili di quelli sostenuti come giusti nelle discussioni sui forum e sui social di oggi). Ora che nel mio inconscio si è iscritto il vostro “vendichiamoci di chi ci approccia con complimenti a sfondo sessuale” (anche il canzoniere di Petrarca è a “sfondo sessuale”), la mia reazione è stata quella di tramutare i “o soave fanciulla, o dolce viso di mete e circonfusa alba lunar” e i “cortese damigella il prego mio accettate, dican le dolci labbra come vi chiamate” in “vanagloriosa tiranna che attiri chi vuoi respingere, infierisci su chi ti mira e tratti con malcelata sufficienza quando non con aperto disprezzo chiunque tenti un approccio verbale o visivo, non meriti la benché minima attenzione da me, meglio le puttane dichiarate” e in “stronza occidentale, che con con tale sprezzo dell'uomo fai uso della tua libertà, meriteresti di vivere in Afghanistan” . Forse le donne reali sono migliori di quelle virtuali, o forse no. In ogni caso, a tutte voi che passate per strada con le vostre forme più o meno belle in bella mostra, addio. Neanche più un verrso avrete da me. Al massimo, queste note a piè pagina!

Beyazid_II
Newbie
06/12/2018 | 01:18

  • Like
    0

Mi è rimasto nella tastiera l'accento prima di Italia. Meglio vada a dormire...

Beyazid_II
Newbie
06/12/2018 | 01:11

  • Like
    0
  • la storia cui mi riferisco è più ampia di almeno due migliaia di anni rispetto al pezzettino 1915-1945 che viene usato dal sistema attuale come propaganda post-bellica per tacitare gli avversari senza combattere più nemmeno dialetticamente.

Beyazid_II
Newbie
06/12/2018 | 00:54

  • Like
    0

Comunque, quanto mi fa accapponare la pelle è che qua sembra non essere vista nemmeno più come un problema la prospettiva di avere fra 20-30 anni un Italia senza Italiani o comunque che non parla più italiano.

Per me invece questo è il problema dei problemi, perchè la lingua non è un semplice strumento di comunicazione (come un linguaggio binario), ma è il modo caratteristico di un dato tipo umano di interpretare la realtà.

E noi avevamo il modo migliore, quello del connubbio fra Greco e Latino che ha partorito il Rinascimento. Quando penso che l'effetto di quanto oggi si chiama "progresso culturale" sarà non avere più bambini in grado di leggere Dante nè studenti in grado di amare Petrarca, o anche solo dover girare per le strade e non trovare più fisionomie italiane parlanti la tosca favella, ma gente di tutte le stirpi biascicanti uno slang fra l'inglese e il dialetto africano provo solo disgusto per l'università (cui pure, ahimè, appartengo) che sta spingendo in questa direzione!

Se è vero che gli Italiani sono nati per mescolanza casuale di stirpi, è anche vero che rimesconado casualmente le stirpi difficilmente salterà fuori un popolo capace di rifare il Rinascimento (mica riescono tutte le volte i colpi di fortuna della genetica)!

Dissipare questo patrimonio, che è assieme di sangue e spirito, per me è un delitto più grave di ogni eccidio.

Oggi dovrebbe essere l'umanitarismo a risultare reato, piuttosto che il presunto "razzismo" di chi la pensa come me sull'immigrazione.

Ma come si fa a pensare di andare avanti con un sistema che per sostenersi deve aumentare continuamente produzione e popolazione (tesi immigrazionista)? La terra esploderà. Anche il problema dell'inquinamento non si risolve senza ridurre la popolazione mondiale, o comunque la popolazione che vive nel benessere. E allora la scelta è: chi ha diritto a stare bene? Io ho la mia risposta. I nostri avi avevano pure i mezzi per affermarla. Si chiama storia.

Non serve troppo razionalismo per capire che mai ci saranno nella storia (così come mai ci sono state) risorse per far vivere bene tutti. La natura era ancora più drastica: una volta manco c'erano le risorse per far semplicemente vivere tutti.

Una coscienza sana dice: "allora che le poche risorse siano per me, per i miei figli, per la mia stirpe, per quanto afferma ed eterna ciò che per me nella vita e nel mondo ha valore e bellezza."
La coscienza malata del cristianesimo dice invece: "che siano distribuite a tutti equamente, a costo di fare di questo mondo una valle di lacrime".

Vediamo gli effetti. Nella storia, la sovversione cristiana (assieme ad errori politici correlati come mescolare tutte le stirpi, dare la cittadinanza a tutti, dare gli stessi diritti a tutti, annacquare e dissipare così i vecchi sani popoli italici protagonisti della storia di Roma repubblicana) ha portato alla caduta dell'Impero (checchè se ne dica), cioé alla distruzione di tutto quanto era stato costruito dagli Avi "verso l'alto". E tale caduta ha fatto star male non solo gli "aristoi", ma gli stessi strati popolari (non è che nel medievo si vivesse bene...)
Ora, una simile sovversione di valori laicizzata (progresso, uguaglianza, ecc.) sta portando alla distruzione non solo del benessere acquisito con la ricostruzione post-bellica, ma alla dissoluzione civile, linguistica ed etnica dei popoli europei tutti (e noi per primi).
E tutto per avere un sistema di società più funzionale alla finanza senza patria con sede in Usa che promuove questo in nome di una presunta "umanità universale" (che poi, in realtà, semplicemente sfrutta come serbatoio di manodopera semi-schiavistica o intellettuale ma sottopagata).

Dove li mettiamo? Semplicemente, non dovevano esserci! Non certamente nel senso di un invito al genocidio, ma di un invito al controllo delle nascite!
Nessun paese ha diritto a "produrre" più gente di quanto il suo territorio possa sfamare! Se c'è un'eccedenza, se ne deve fare carico chi l'ha creata: in primis l'America con la sostituzione del colonialismo europeo con il suo sistema! L'America con le sue guerre di esportazione democratiche! Non l'Europa!

Insomma, ora come duemila anni fa, tutto va a svantaggio dei popoli e a vantaggio di una casta di sacerdoti: allora la chiesa, oggi la grande finanza con il suo clero di magistrati, intellettuali, giornalisti e forumisti che, appunto, fanno la predica in nome dell'amore universale contro l'odio di noi "indemoniati complottisti".

P.S.
Scusate lo sfogo, avevo detto di non disturbare più qua. Anche perchè ci pensarà, stavolta sì, la realtà dei prossimi decenni a convicervi. Torno a ritirarmi nel mio topic. Ammesso che non mi vogliano bannare...

Beyazid_II
Newbie
06/12/2018 | 00:35

  • Like
    0

@Michel said:
@marko_kraljevic
Eggià. Che poi nessuno costringe a vivere qui. Prendessero e si trasferissero dove credono si stia meglio.

Piccolo particolare: questa è casa mia come vostra.
Siete voi che la volete snaturare importanto stili di vita (e di linguaggio) anglofili e stirpi da tutto il mondo!

Se ve ne andaste voi? Orban docet.

Vediamo se verrà data loro la libertà di manifestare il loro dissenso apertamente come succede qui, tanto per iniziare.

Quale libertà? Quella di parola che è stata negata al Prof. Strumia quando ha osato dire in faccia all'assalto femminista alle materie STEM che la minor presenza di donne non è dovuta a discriminazioni ma a differenti scelte/doti individuali (statisticamente parlando, ovviamente e fatte quindi salve le imprevedibilità individuali)?

Il diritto alla difesa negato a quel povero carabiniere condannato in primo grado sulla sola parola di due puttanelle americane che anche dopo il presunto "stupro" hanno continuati a scambiare con lui messaggini amorosi e poi sono state convinte dalle amiche a "cambiare idea" negando a posteriori il consenso per paura di essere "malgiudicate", come sono abituate a fare in quella fogna di femminismo che è la loro patria?
Quella libertà di difesa negata all'avvocato che manco ha potuto fare domande "scomode" altrimenti le femministe si arrabbiavano? Se non vogliono quelle domande, devono evitare di dare alla sola parola della donna il potere di essere unica fonte di prova!

Beyazid_II
Newbie
06/12/2018 | 00:29

  • Like
    0

@marko_kraljevic said:
@ArietBack, continui a porti come se l'accesso a donne giovani, belle, colte e ricche sia un diritto che ti viene ingiustamente negato. In attesa che vengano istituiti i Tribunali della Figa, avanti ai quali potrai finalmente agire per smantellare tutti i social circle, il mio consiglio - a dire il vero assolutamente banale - è slo quello di abbassare le pretese

Ma @Arietback non solo è nato da famiglia altolocata, ma ha dimostrato di “meritare” la sua nascita sacrificandosi per essere fra i migliori nello studio ed ottenendo risultati eccellenti in una università prestigiosa.
Non è uno qualsiasi. Ha "diritto" ad una ragazza del suo livello (o, meglio, di un livello estetico corrispondente al suo livello intellettuale e sociale, chè sono tali doti, nell’uomo, a bilanciare la bellezza naturale della donna). Ovviamente prendo per vere, come si conviene nel virtuale, le sue affermazioni su se stesso.

Anche io ero come @ArietBack, ma io non ho cambiato idea né ho chinato il capo.

Non dico che sia suo diritto vedersi infilata una modella nel letto, ma almeno ottenere una posizione lavorativa (corrispondente alla sua eccellenza negli studi) tale da poter ragionevolmente ambire (per possibilità economiche e prestigio sociale) a conoscerla e conquistarla.
O solo ai calciatori deve essere data questa possibilità? Secondo me è diritto dei giovani ottenere una posizione lavorativa corrispondente ai loro meriti (che all’inizio sono di studio).

Ed è diritto di tutti i giovani maschi vivere in una società in cui la posizione meritata possa bilanciare in desiderabilità e potere (contrattuale: quindi possibilità di scelta) la bellezza, in modo da avere pario pportunità rispetto alle ragazze (avvantaggiate dalle disparità di numeri e desideri nell’amore sessuale volute dalla natura per i suoi fini di selezione e propagazione della vita, avulsi da qualunque logica umana) in quanto davvero conta innanzi alla natura, alla discendenza ed alla felicità individuale.

Il turbocapitalismo nega il primo diritto, il femminismo il secondo. Ce n’è abbastanza da chiudere i conti con l’occidente. Per ora ariet insiste, ma capirà. Lasciategli tempo.

P.S.
Se accontentandosi fosse possibile conoscere fanciulle carine e alla mano, allora il consiglio (sia pur discutibile per me) avrebbe senso. Ma la situazione patologica italiana è tale che anche quelle solo lontanamente somiglianti e appena in grado di suscitare un sia pur minimo palpito di desiderio sono circondate da amici ammiratori pronti a tutto per un sorriso, da cavalieri serventi disposti a dare tutto in pensiero parole e opere per la sola speranza e da mendicanti da corte dei miracoli d’amore e si atteggiano di conseguenza.
Anche le fanciulle di bellezza men che mediocre trattano con malcelata sufficienza o con aperto disprezzo chiunque tenti un qualunque approccio e, da chi scelgomo di accettare, pretendono comunque gli stessi sacrifici, le stesse fatiche, le stesse corvè medievali più o meno ammodernate, che un uomo ragionevole potrebbe si e no accettare per una topmodel.
Si viene maltrattati e fatti oggetio di stronzaggine non da miss mondo, ma da fanciulle che, rispetto alle altre, non sono né estaticamente né intellettualmente né socialmente collocate meglio di quanto non lo siamo noi rispetti agli altri maschi.
E' semplicemente di questo che ci si lamenta.

Accontentarsi non serve a nulla. Le qualità che ci immaginiamo debbano supplire alla minor bellezza (sentimento, affetto materno, intelligenza ecc.) non ci sono quasi mai, mentre le pretese da soddisfare sono sempre le stesse!
La donna, a prescindere dalla sua effettiva bellezza, pretende comunque di essere l’unica, di verificare il nostro interesse negandosi dapprima come test, di farci patire per vedere quanto siamo disposti a soffrire ed offrire, ci costringe a spendere in tempo, denaro, fatiche di ogni genere, recite, sincerità e dignità molto più di quanto non corrisponda al suo reale valore estetico.

Con le belle, anzi, è relativamente più facile: non hanno certi complessi (non hanno bisogno di fingere disinteresse per essere interessanti, di fuggire per essere inseguite, di negarsi per accrescere disio). Se e quando ne hanno voglia spendono tempo con noi per interesse sincero, dicono chiaramente se siamo interssanti o meno per loro. E poi più affinità elettiva: entrambi veneriamo la bellezza e viviamo per essa (su, dai, fossimo donne, Ariet ed io faremmo le modelle...)

Beyazid_II
Newbie
06/12/2018 | 00:21

  • Like
    1

Eh, da @marco_kreljevic una risposta piovuta dall’altro secolo, quando era ancora credibile (anche se pur sempre falso) accusare l’antifemminismo di voler costringere una donna a concedersi al primo che capitava o sostenere che bastasse girare in topless per “meritarsi” di essere aggredite.

Qua stiamo semplicemente dicendo che se una donna crede proprio diritto girare a seno nudo non può pretendere sia reato guardare (in qualunque modo e per qualunque tempo) quanto ella stessa sta (nel modo che vuole e per il tempo che vuole) pubblicamente mostrando. Mi pare pacifico.

E visto che siamo in tema di molestie, se una “dama” mi mostra le tette con l’intenzione a priori di non darmela sta commettendo una formale e verissima violenza sessuale psicologica nei miei confronti in quanto il suo atteggiamento è evidentemente volto puramente a generare frustrazione, ferimento intimo, irrisione al disio o ( a seconda dei casi, dei luoghi, delle persone, delle circostanze e delle conseguenze) umiliazione pubblica o privata.

Così io mi sento molestato, chè non solo il sentire femminile può definire la molestia.
Vogliamo dire che non si possono assumere criteri così soggettivi in ambito penale?
Bene, ed allora perché per accontentare le femmine-femministe lo si è fatto e si pretende di farlo sempre di più?!

Poiché cosa sia “adeguato alle circostanze” ed “educato” è stabilito non da criteri oggettivi o comunque noti a priori, ma, a posteriori, dall’inconoscibile soggettività della presunta vittima, il tuo “altamente improbabile” deve leggersi “comunque possibile”, considerato anche come l’attrazione erotica e l’approccio amichevole siano situazioni di per sé legate alla sfera più intima e soggettiva.
Già sarebbe grave se ad arbitrio di un uomo qualcosa potesse essere considerato “reato” solo perché “non piace” (si violerebbe l’oggettività del diritto). Figuriamoci quando può succedere a capriccio di una donna, abituata a sfuggire chi la segue e ad inseguire chi la sfugge, a simulare e dissimulare interesse (per meglio giocarsi le proprie carte, come a poker), a recitare da madonna contro messere in un contrasto di ciullo d’alcamo (ove ella cede solo alla 1001 esima profferta, dopo aver maltrattato il poveretto nelle altre 1000), a sottoporre i pretendenti ad una serie di dinieghi posti come verifica del loro effettivo interesse e di quanto siano disposti ad offrire e soffrire, a disprezzare come “pavidi nel corteggiamento” quelli che si “arrendono” alle prime difficoltà e non “sanno insistere e resistere” ai dinieghi e “sorprenderla” con “nuovi e migliori tentativi”.

E poi, maccheccavolo, se anche non condividete quanto scrivo, come potete comunque non condividere che sia inaccettabile andare in galera sulla sola parola dell’accusa, per un presunto atto (tipo toccare il culo in ascensore) la cui lieve entità (consistente nel non lasciare segni fisici o psichici oggettivamente rilevabili, ovvero nel poter difficilmente essere provato), anziché mettere in dubbio l’opportunità di considerarlo “violenza”, motiva addirittura i giudici a condannare senza prove (“prendiamo come fonte di prova la parola della vittima, perché altrimenti non si potrebbe mai condannare”)! Un rovesciamento del diritto e della logica!
E finchè ci saranno giudici che ragionano come kraljevic andrà sempre peggio. Farli rinsavire è utopia. Forse solo metodi "antidemocratici" possono fermare una certa deriva della magistratura di questo stato sedicente "democratico".

Beyazid_II
Newbie
06/12/2018 | 00:15

  • Like
    0

@marko_kraljevic said:
@Beyazid_II Le solite dosi veterinarie di vittimismo e complottismo in salsa antidemocratica e anticapitalistica.
La realtà, molto più semplice e molto più dura da accettare perché implica nostre responsabilità, è quella tratteggiata da @Itaconeti.

Che dire allora della tua solita ramanzina democratica e progressista (senza, come al solito, uno straccio di argomento), ora pura in salsa paternalistica?

Adesso perché avete diversi anni e qualche euro in più vi credete più "competenti" in termini "socioeconomici" ed in termini di gnocca?
Ma guardatevi voi allo specchio, piuttosto, che vi ho pure sentito dire "quanto è bello che ci sia la crisi in Italia così la figa nostrana diventa più disponibile..."

Ed a proposito di responsabilità: quella di aver trasformato il 5° paese più industrializzato in quello che siamo ora è della tua generazione, del tuo amato neoliberismo e della tua cultura mainstream, non della mia (che potrà aver avuto altre responsabilità, ma non questa).

Poi, quale complottismo? Sono tutte cose note! Chi è che ha speculato nel 1993 contro l'Italia? I nostalgici del fascismo? Chi è che finanzia le Femen, oggi, mio nonno? Dove scrivono le scribacchine femministe che paragonano i maschi ai figli dei mafiosi? Sul giornale di Mussolini?

A livello nazionale ci penseranno i mercati finanziari a riportarci alla ragione.

E se stavolta fossero i popoli (anzi, i giovani) a riportare alla ragione i mercati? Tranquillo, non intendo con questo governo che sposta gli zero virgole e quando conta resta servo del femminismo demagogico (anche se in salsa "bongiorno" piuttosto che "boldrini"). Dopo quello che ha appena fatto non lo difendo più. Intendo quando gli "arrabbiati" smetteranno di discutere qua con me e si organizzeranno. Prima o poi accadrà.
Prima o poi si capirà che non ha senso avere una moneta unica senza una istituzione statale che faccia quanto in Italia si faceva prima del 1981 (e nel resto d'Europa fino a molto dopo)! Prima o poi si capirà che non si possono de-industrializzare dei paesi solo per obbedire a teorie economiche fondate solo sui pezzi di carta autoreferenziali del mondo accademico!
Prima o poi si capirà che un sistema che, alla fine della fiera, costringe tutti a lavorare sempre più come schiavi per far guadagnare non dico pochi industriali come era fino a 20-30 anni fa (andava ancora bene, perché come effetto collaterale migliorava anche il benessere di una buona fetta della popolazione), ma pochissimi speculatori di wall-street non merita di essere detto "democratico" e nemmeno "liberale"!

E allora, certo senza odio, ma sicuramente anche senza pietà, l'attuale classe dirigente non meriterà altro che la fucilazione per tradimento.
D'altronde, l'unica definizione possibile di globalizzazione è questa: periodo in cui gli interessi delle classi dirigenti non coincidono più con quelli dei popoli che sono state chiamate ad amministrare.


A livello personale ci pensa il mercato della figa.

A beh, se per te la "legge della vita" coincide con l'arbitrio delle stronze, allora, per farti contento, ti grido "viva la muerte!"
Quando non ci eravamo ancora "convertiti", era Romolo a fare la legge della vita, non le Sabine!

P.S.
Fammi capire questa cosa del guardarsi dentro: cosa avremmo sbagliato io e gli altri coetanei o i ragazzi più giovani, a parte la data di nascita troppo tarda?
Posso anche dire, personalmente, di aver commesso molti errori nella vita. Qui però parliamo di intere generazioni, non di singole persone.

Se vedessi tanti coetanei e giovani laurearsi meglio di me ed intraprendere fulgide carriere potrei anche pensare di avere delle responsabilità verso me stesso.
Se vedessi gli altri connazionali sguazzare in mezzo a belle gnocche potrei anche ammettere di essere uno sfigato.
Poiché vedo invece che anche quei pochi (non è un vanto, è un dato oggettivo, per voi che amate i numeri...) che uguagliano quanto fatto da me a suo tempo non ottengono nulla di più nè come ricchezza nè come prestigio sociale, poichè vedo che chi si dice "fidanzato" è in realtà accompagnato da donne di bellezza non mai alta e comportamento sempre altezzoso con le quali non vorrei avere un rapporto manco pagato, concludo che forse il problema è generale.

Colpa nostra/colpa degli altri è una questione che va esaminata ogni volta. Non esiste una scelta sempre valida. Certo, se dalla telemetria vedi che la tua guida è il problema devi cambiare tu. Ma se pensi di essere tu il problema quando l'assetto è sbagliato e cerchi di forzare, vai più piano. In quei casi bisogna fermarsi ai box e imporre di cambiare le regolazioni, se si vuole abbassare il tempo.

Beyazid_II
Newbie
05/12/2018 | 18:23

  • Like
    0

@Tesista76 said:
Caro @Ariet, è inutile parlare ai ragazzi di queste cose, purtroppo gli hanno raccontato vagoni di leggende metropolitane e sia per la figa che per la politica fanno fatica a capire chi ha ragione

Il parallelo più evidente lo hai quando litigano nel forum, paradossalmente visto l’argomento

Se parli con saggezza di figa sei un seduttorone se parli di politica un professorone 😅

La realtà è che siamo tutti un po’ segaioli, sia con la figa che con la politica, perché tendiamo pigramente a raccontarcela piuttosto che entrarci dentro 😉

Le massime leggende metropolitane (anzi, universitarie) attuali, in Occidente, si chiamano "Uguaglianza" e "Progresso".
Le raccontano i seduttorini e i professorini.
Ci hanno tolto (o, comunque, dato meno di quanto sarebbe tecnicamente possibile, da 25 anni a questa parte) la figa e il benessere.

Questo nella realtà che dobbiamo vivere. In quella che siamo costretti ad insegnare (e a raccontare pubblicamente, per essere "credibili", ovvero per non subire ritorsioni sociali ed economiche) succede magari quello che dice @Ariet.

Nihil novi. Nietzsche lo aveva capito due secoli fa e ci impazzì. Sono, in fondo, leggende da vecchi ruderi liberali e socialisti...leggende per cristiani senza più manco cristo. Un qualunque "barbaro dell'est" vedrebbe la verità.

Inutile scannarsi a parole. I progressisti di destra e di sinistra sono come il vecchio Cartesio che, malato, volle curarsi da solo secondo il suo "razionalismo" e morì.

Quando capirete che "la ragione aveva torto" sarà troppo tardi.....

Beyazid_II
Newbie
05/12/2018 | 18:06

  • Like
    0

@Itaconeti said:
le italiane mica nascono e crescono in una realtà composta da sole donne

le italiane diventano come sono perchè si relazionano con gli uomini italiani

che le distinguono in brave ragazze e troie ovvero traduzione mondana della dicotomia spirituale angeli e demoni

e sono in media pronti a metterle nella seconda categoria anche a un minimo segno di disponibilità verso l'altro sesso

per poi contraddirsi lamentandosi contemporaneamente che non trovano la brava ragazza e che le italiane la danno poco

per cui l'italiana per sopravvivere ai giudizi deve salvare l'apparenza da brava ragazza tenendo gli uomini a distanza

e poi può farsi gli affari propri quando non è sotto osservazione nel proprio contesto abituale

per cui quella catalogata come brava ragazza oltre al fidanzato spesso ha l'amante in un'altra situazione sociale

e quella che è libera da relazioni se dà troppa confidenza o peggio si sa che ha scopato senza essere in coppia viene catalogata come troia

quindi le italiane sono in media come sono per la mentalità media degli uomini italiani che emerge bene dalla lettura del topic di questo 3d

Ma davvero siete tutti così ingenui da pensare di avere così tanta influenza nelle scelte comportamentali delle donne? Pensate davvero che queste, in Italia, se la tirino "per finta" solo per compiacere la nostra "dicotomia spirituale" di ascendenza cristiano medievale?!

Leggetevi quello che già scriveva due secoli fa Schopenhauer (e le tedesche sono 100 volte meglio delle Italiane quanto ad affabilità nell'approccio!)

La "morale sessuale" (mille virgolette) femminile del non concedersi se non dopo un lungo ed estenuante corteggiamento (almeno quando sono osservate) deriva dallo stesso motivo per cui gli oligopoli stabiliscono precisi limiti quantitativi alle vendita dei beni di cui vogliono tenere alto il prezzo! Altro che "paura di essere giudicate male", "difesa dal maschilismo italico" ed altre amenità del genere come la presunta "volontà di compiacere la nostra mentalità" (quando su ogni singolo argomento della vita fanno piuttosto di tutto per distruggerla, peraltro!)
Puro interesse di potere economico-sentimentale!

Certo che se non sono "sotto osservazione" si comportano diversamente: esattamente come quando certi mercanti vendono "sotto banco" e "sotto costo" per i più diversi motivi. L'importante è che il grande mercato non lo sappia! Altrimenti, se non apparissero "rare e preziose" non potrebbero ottenere in cambio di semplici sorrisi e tacite promesse tutto quanto di concreto e di vanitosamente appagante ottengono ora!
Sono esse a mantenere in vita la mentalità medievale anche in assenza di medioevo.

Cui prodest? Non certo a noi.
Certo che noi avremmo interesse ad avere solo donne e non, come diceva l'Arturo, "dame" da un lato e "donne perdute" dall'altro. E' il korps delle donne, però, che tiene in vita questa distinzione. Fateci caso: sono sempre le donne a dare della "troia" alle altre. Noi spesso andiamo dietro per semplice stupidità o conformismo. Come nel caso della prostituzione: sono le femministe (non tutte, ma sicuramente la maggioranza) a considerare "non donne" quelle che scelgono il mestiere e a mantenerne, tramite lo status di "vittime", la stigma sociale (che cade inevitabilmente su chi è considerata priva di capacità di decidere e svolgente un mestiere "impuro" o, come si dice oggi, "offensivo per il corpo della donna").

Non prendiamoci anche colpe che non abbiamo, per piacere.
Il sesso non è libero perché alle donne non conviene lo sia. A loro conviene che da parte nostra si debba sempre pagare, in un modo o nell'altro. Non è in genere così forte (o comunque impellente) il bisogno naturale (come invece ahinoi lo è per gli uomini) da prevalere sul calcolo razionale!

Se l'oligopolio funziona peggio nell'est europeo o in altri posto più "atei" non è perché là gli uomini siano diversi da noi, ma perché alle donne non è riuscito (magari per diversi rapporti numerici uomo/donna o per maggiore abbondanza naturale di "bellezza femminile") di mantenere vivo il medioevo delle dame, dei cavalieri e del contrasto madonna/messere di Ciullo d'Alcamo (che adesso rischia di essere chiamato, da qualcuna non contenta, "stalking")!

Beyazid_II
Newbie
29/11/2018 | 12:50

  • Like
    1

@traveler97 said:

@ArietBack said:
se provi ad approcciare una così dal nulla ti ritrovi ridicolizzato in 30 secondi.
ti vedi l'annuncio su spotted "ragazzo che oggi era vestito con X, all'edificio X all'ora X mi hai approcciato.....ma quanto sei sfigato???" e giù a ridere nei commenti e poi magari trovi pure chi tagga......guarda che sono cose successe veramente.....alcune addirittura hanno pubblicato foto di spalle di questi rincoglioniti che hanno provato ad approcciarle così dal nulla e ovviamente si sono trovati smerdati perchè taggati da qualcuno.....figure di merda madornali, presi per il culo da tutta l'università....e non erano nemmeno brutti.

per questo dico che senza social circle è meglio che non ci provi nemmeno onde evitare figure di merda assurde

Vero, confermo parola per parola, mi sembra che qui molti non abbiano mai frequentato l'università.
Poi diventi lo zimbello dell'istituto, del tipo che ti fissano/indicano e parlano dietro gli sconosciuti e dopo devi solo cambiare città per salvarti la faccia (poi mica si dimenticano, succede che a distanza di anni qualcuno se esce con "aspetta, ma tu non sei quello (con accezione di maniaco/pervertito) che fermava le tipe in uni?").
Purtroppo queste reazioni sono il risultato della mentalità da paesello presente in Italia.

No, non divaghiamo. Ragazzi, non scherziamo. Non sono i compagni di corso ad essere sfigati: sono le compagne ad essere stronze, (oggi fra i corridoi delle facoltà che hanno iniziato ad infestare, come nell’Ottocento delle passeggiate per Roma davanto al Leopardi del "non trovate una befana che vi guardi": non è quindi affatto colpa del "bigottismo maschilista" o "provincialismo italiota", dato che è accaduto ed accade nelle società arcaiche o bigottte così come in quelle moderne ed emancipate, in provincia allo stesso modo che a Roma)!

SI INTENDONO CON STRONZE LE DONNE APPARTENENTI ALLE SEGUENTI CATEGORIE

1) coloro le quali, essendo appagate del semplice sentirsi ammirate da schiere di corteggiatori, senza che questo necessariamente si traduca in un vero rapporto umano, sincero e appagante, poiché la vanità, naturale nelle femmine, si mostra manifestamente soddisfatta dal ricevere quelle cure, quelle riverenze, quelle attenzioni che i plurimillenari privilegi della Galanteria impongono di tributarle, sfruttano la situazione per attirare ad arte ammiratori e poi respingerli, con l'unico scopo del proprio diletto e del rendere loro ridicoli agli occhi degli amici e dei presenti, dell'offendere il loro desiderio di natura, del farsi gioco del loro purissimo ed ingenuo trasporto verso la bellezza;

2)coloro le quali dimenticano come non tutti siano commedianti nati al pari di loro, che si sforzano con ogni mezzo di suscitare ad arte il desiderio negli uomini per poi compiacersi della sua negazione ed infoltire così le schiere di ammiratori, ed alla fine guardano tutti dall'alto al basso, arrivando addirittura a deridere gli approcci, o ad appellare molestatori quegli aspiranti corteggiatori che ingenuamente o maldestramente cercano di conquistarne i favori;

3) coloro le quali trattano con sufficienza, se non con aperto disprezzo, coloro i quali tentano un qualsiasi tipi di approccio con loro, atteggiarsi come chi ha tanti ammiratori e può fare a meno di tutti, e far così sentire colui, il quale dal trasporto verso la bellezza sarebbe portato ad affinare la propria anima e il proprio intelletto, uno dei tanti, un uomo senza qualità, un banale “scocciatore”.

Non tutti sono commedianti nati come certe donne/ragazze le quali, ammantandosi di un alone di intangibilità (nomato senza pudori "rispetto", e oggi “accettare approccio solo dal proprio social circle”), sperano in realtà soltanto di arricchire in modo perverso il proprio fascino e di aumentare le schiere di ammiratori.

Accrescere il desiderio degli ammiratori per poi dilettarsi a deriderne gli approcci o addirittura a disprezzarli costituisce una vera e non punita forma di molestia sessuale.

Le donne che deridono o disprezzano i propri ammiratori meriterebbero quanto meno di essere proiettate in un mondo di soli gay. Solo così allora il duro gelo dell'indifferenza punirebbe secondo giustizia la loro stolta superbia.
Con tutti i millenari privilegi di cui godono le fanciulle nella Tradizione Occidentale a partire dal giorno infausto nel quale l'avo Quirino ebbe la pessima idea di rapire le donne de' Sabini è scandaloso come qualcuna possa lamentarsi dei propri ammiratori sino a deriderli. Nemmeno le dee infatti disprezzano i propri adoratori, poiché è proprio grazie ad essi che rimangono immortali e venerate

Dall'epoca del ratto delle Sabine ricade sui discendenti di Romolo l'onere della conquista: le donne che si lagnano di ciò, e di come taluni non eccellano nella difficile Arte del corteggiar pulzelle, in verità, si lamentano soltanto di uno splendido privilegio. Forse se anziché Romolo in quel momento il re fosse stato Numa Pompilio, notoriamente saggio ed avveduto, non esisterebbe questo "dovere" da parte degli uomini, ma si sa, il buon Quirino era tutto impeto ed ardore. Certo, se al suo posto vi fosse stato il Cunctator, Quinto Fabio Massimo, avremmo una bellissima società in cui le donne belle dovrebbero morire nella spasimante attesa che il cavaliere si faccia avanti. Come disse Ovidio Nell'Ars Amandi, "se noi uomini decidessimi, tutti insieme, di ritrarci, la donna, vinta, si farebbe aventi per prima". Purtroppo per quelli come me la società si è evoluta sotto questo punto di vista in maniera assai conservatrice, per cui il rapporto non è paritario mai, poiché gli uomini hanno sempre il dovere della conquista.

P.S.
Più in generale, le donne per prime in genere pretendono che sia l’uomo a sopportare i rischi e le fatiche della cosiddetta conquista (ad agire o inscenare e indovinare quanto a loro gradito), e poiché in una sfera tanto soggettiva come quella amorosa quanto piace all’una dispiace all’altra (e prima di conoscerlo per esperienza non lo si può indovinare per speculazione) bisogna sempre tentare senza sapere a priori se il tentativo avrà successo (ovvero sarà gradito), poiché una preventiva dichiarazione, una richiesta esplicita, o comunque un rigido schematismo comportamentale fugherebbero ogni effetto sorpresa, ogni atmosfera erotica ed ogni spontaneità necessaria alla riuscita dell’amor naturale, non si possono dichiarare tutte le intenzioni, richiedere tutte le autorizzazioni, o domandare ove la controparte gradisca “l’attacco” (come non lo si potrebbe fare con il “nemico”), ma si deve procedere per tentativi regolandosi poi su come procedere o ritirarsi in base alle reazioni (a come si viene accettati o respinti), tentando di indovinare dalle parole dette e da quelle non dette quali siano le reali intenzioni della donna, e poiché la donna pretende di sentirsi conquistata non è accettato arrendersi ai primi dinieghi, ma bisogna (come nelle battaglie) insistere, resistere e continuare nel rischio e nello sforzo, e se già il primo tentativo può essere considerato a posteriori “molestia” e la riuscita in quella schermaglia amorosa pretesa dalle donne per sentirsi “conquistate” (e nella quale all’uomo spetta di inseguire chi, fuggendo, vuol essere seguita e di vincere le resistenze di chi, lottando, vuole essere vinta) addirittura “stupro”, allora si dice a tutte le “normali” grazie e arrivederci e ci si rivolge solo e soltanto alle prostitute, le cui modalità sono chiare ed esplicite, le cui pretese sono soltanto economiche e con le quali sono dunque possibili accordi razionali, consensuali e noti a tutti a priori su cosa fare e non fare, senza inganni, ferimenti o fraintendimenti.

P.P.S.
FELICISSIMO, se quanto scrivete è vero, di aver studiato in una università quasi "female-free" (all'epoca). Ecco un altro motivo per cui bisogna respingere a baionettate l'assalto femminista agli ambienti "stem".

Beyazid_II
Newbie
29/11/2018 | 12:07

  • Like
    0

QUARTO GRADO: DA MARSILIO FICINO A FRIEDRICH NIETZSCHE (9/18)

Ovvero: "LE DONNE, I CAVALLIER, L’ARME, GLI AMORI, LE CORTESIE, l’AUDACI IMPRESE"

Parte 9 di 18 : “Le donne: Nina”

Fra me, Carla e l’amico di Roma, a cui avevo fatto da navigatore per scherzo in quel mini-rally di “Costa Smeralda” che era stata la nostra uscita serale, sorgeva talvolta, nel primo pomeriggio, qualcosa di simile ad un salotto letterario-filosofico fra gli sdrai e i tavolini della piscina dell’hotel vicino al bar, quando nella caletta faceva ancora troppo caldo nonostante il provvidenziale “mistral”. Carla era libera dai suoi impegni di animatrice perché i bambini dormivano con le loro mamme dopo il pranzo. Per lo stesso motivo, era libero dai suoi impegni di papà anche il driver capitolino della Mercedes C-Klasse. Solitamente, io mi intrattenevo soltanto per breve tempo, giusto per bere qualcosa prima di tornare sotto l’ombrellone a leggere, in quanto preferivo l’ambiente marino naturale a quello artificiale. Quella volta, stranamente, rimasi più a lungo. Si parlava di come dovesse essere una donna. Strano che la discussione fosse condotta con pari vivacità e convinzione dai due, nel medesimo senso, a cui solo io parevo oppormi con sdegno. Non era forse strano per lui, che evidentemente, se anche da sposato era così attento (come stava dimostrando) a ingraziarsi le animatrici e, soprattutto, ad adocchiare le villeggianti, doveva davvero avere un debole particolare per la sensualità. Era stranissimo, invece, per lei, la quale, nella sua affabile modestia, tutti i ruoli femminili pareva voler ricoprire, dalla confidente di teneri sensi con i coetanei alla piccola madre per i bambini, dall’amica intellettuale con cui discutere di letteratura e di storia alla coetanea alla mano con cui uscire e passare il tempo senza secondi fini (quindi soprattutto senza impegno psicologico e preparazione “strategica”), fuorché quello di “seduttrice”. Possibile fosse così masochista da proporre un modello di donna totalmente estraneo a se stessa?

Entrambi sostenevano, difatti, che nessuna virtù morale, nessuna dote intellettuale, nessuna costruzione del pensiero potesse sostituirsi alla forza dei sensi nel generare i presupposti non solo per l’innamoramento, ma anche per un rapporto duraturo.
“Una donna deve essere sensuale”. Diceva l’amico. “Ma no”, dicevo io, “deve sublimare l’animo”. “Ti deve piacere…” cercò di trovare un compromesso Carla mettendo le mani avanti quasi a dirmi “calma, calma”. Io, che potevo certo accettare l’immediatezza degli istinti essere alla base di quanto, nella dottrina neoplatonica, era l’amore sensuale, non potevo però ammettere tale base potesse essere sottesa anche all’amore “celeste” (intendendo con ciò, proprio come l’autore degli “Asolani”, quell’elevarsi del desiderio per la bellezza dall’ambito dei sensi a quello dello spirito, al di fuori del quale non vedevo alcun motivo per il matrimonio o anche solo per un fidanzamento più lungo del tempo necessario ad appagare, con una singola donna, il proprio desiderio naturalmente poligamo).

“Ho detto sensuale, non sessuale” – precisò Carla quasi con tenerezza per placare le mie rimostranze. Avevo come modello Beatrice, perché non era una donna terrena, soggetta come tutte le creature alla corruzione del tempo e della morte, ma la “beatitudine dell’anima fatta sensibile” (come mi ricordavo avesse detto un fine critico), ovvero, al contempo, la figura simbolica dell’ideale di conoscenza (che conduce a Dio) e il piacere che la contemplazione di tale ideale provoca negli spiriti eletti (i quali, quindi, hanno in lei una premessa – più che una promessa – di paradiso).
Avevo come modello Laura, perché proprio il suo essere, a differenza della figura dantesca, una donna “vera”, con le sue grazie corporali e la sua bellezza destinata a spegnersi come “soave e chiaro lume”, induce il poeta a “conoscer chiaramente che quanto piace al mondo è breve sogno”, a vergognarsi del tempo perso in vaneggiamenti di amori mondali e, di conseguenza, a “non salire mai oltre il bel piè” nelle liriche, la cui tensione amorosa nasce proprio dalla volontà cosciente di “coprire” il desiderio dei sensi.
Avevo come modello, e non lo dicevo, Elisa, perché, proprio come per Laura, la sua prorompente sensualità era stata il motivo per il quale l’avevo ricoperta del velo della purezza (la immaginavo sempre vestita di bianco come la prima volta in cui l’avevo incontrata e mi vietavo di immaginarla in atteggiamenti erotici), del velo del silenzio (neppure mia madre aveva mai saputo di Elisa: il mio diario sentimentale era stato custodito più gelosamente di un segreto di stato), del velo della malinconia e del ricordo (avevo iniziato a scrivere di lei al passato remoto, come ne potrei scrivere ora dopo vent’anni, già dalla sera prima dell’addio e già dopo un mese sapevo che non l’avrei mai dimenticata), del velo di quell’idealità armoniosa e beata ben raffigurata dalla ”notturna lampa” (non mi curai mai di sapere la fase lunare nella notte in cui la conobbi e in quella prima dell’addio, ma ebbi sempre davanti agli occhi l’immagine di me solitario sulla riva con gli occhi al cielo a mirare il plenilunio, quasi ad immaginare, nei mondi più lontani, le gioie più intime), di tutti quel veli, insomma, che impediscono alle cose sognate di diventare reali e, per questo, le preservano intatte nella loro perfezione (che sarebbe compromessa dalla realizzazione terrena), nella loro vaghezza (che, propria dello stato di lontananza, sarebbe dissolta dalla necessità di “definire”, e quindi limitare, insita in ogni azione concreta), nella loro infinita desiderabilità (che si dissolverebbe nella vicinanza).

“Vabbè, non come Laura e Beatrice…” disse finalmente Carla con tono amichevolmente sdrammatizzante. L’amico di Roma aveva, al contrario di me, un modello concreto da additare. “Quella signora, sarà forse sulla trentina, che si vede ogni tanto passare di qua per andare a prendere il sole nell’altura dietro le piante”. Evidentemente il suo status di coniugato non gli impediva di essere molto più attento di me alle nuove avventrici dell’hotel. “Quando l’ho vista passare questa mattina col pareo portato in quel modo ho detto: quella è la sensualità a passeggio”. Avevo in effetti una vaga idea di chi potesse essere, ma riuscivo a farmi venire alla mente soltanto una delle tante “melanzane” con i capelli banalmente lisci e marrone scuro ed il viso inespressivo coperto da occhiali da sole, perennemente seriose e con la bocca socchiusa come a sbuffare per qualunque sguardo o approccio, o a dare ordini silenziosi a presenti o immaginari servitori o amici-zerbini. Una in particolare, forse, era oggettivamente più bella delle altre, ma, al di là dell’aver ancheggiato un po’ più vistosamente della media, non ritenevo stesse mostrando al mondo nulla di particolarmente degno per diventare emblema di qualcosa.
Una cosa erano, per me fino a quel momento, le immagini della lussuria. E altra quelle della poesia. Allo stesso modo, da una parte c’erano le muse e le potenziali amate e dall’altra le ragazze normali più o meno belle e più o meno ritrose e le donne dai costumi più o meno facili. L’una cosa, insomma, erano i sensi, l’altra lo spirito.

Non avevo insomma mai saputo pensare, con D’Annunzio, che “l’opera di carne” potesse divenire “opera dello spirito ed i moti dello spirito fremiti della carne”. Mi mancavano non solo le premesse filosofiche, ma soprattutto il vissuto di una tale esperienza da “Poema paradisiaco”. L’esperienza sensuale, anche e più di quella spiritualmente amorosa (che pure avevo potuto vivere nell’intimo) era rimasta per me una vera e propria chimera. Non potevo immaginare che di lì a qualche ora la Chimera si sarebbe mostrata proprio a me e proprio in quel luogo.
Il pomeriggio si era fatto tardo, fra i dialoghi con i miei due interlocutori reali e quelli fra me e me. Mancava ormai poco alla cena. Era quella che il D’Annunzio del “Fuoco” chiamava “l’ora del Tiziano”, perché, alla luce del tramonto riflesso sul mare, i colori acquistano una sì viva tonalità che paion le figure stesse irradiare una tal chiaritate quale che si mira nelle pitture del Maestro. In quell’ora io la conobbi. Solo la “Romanza” che D’Annunzio fa iniziare con il petrarchesco “Dolce ne la memoria” può accostarsi all’armonia che magicamente si stabilì, fra cielo e terra, davanti ai miei occhi e dentro la mia anima in quel momento, a quell’apparizione:

Una pace serena,
la pia pace che amavi
ne’ tuoi cieli soavi,
o Claudio di Lorena,

si spandea ne l’occaso,
piovea su’ cuori oblío.
Vinto l’essere mio
da quel fascino e invaso,

tutto de la recente
voluttà pieno ancora
(come, o dolce signora,
la tua bocca era ardente!),

all’alto all’alto, anélo,
tendea, spenta ogni guerra.
E parea che la terra
illuminasse il cielo.

Vidi il suo sorriso. Quella serena beatitudine e purissima gioia non sarà mia più mai.

“Voi che passate voi siete l’Eccelsa
e passate così, per vie terrene
chi vi prende chi vi tiene?
Siete come una spada senza l’elsa
Pura e lucente non brandita mai”

Ora era il “Poema Paradisiaco” a parlarmi. Passeggiava con sua madre essendo appena arrivata in albergo. Avevo visto per un attimo il suo sorriso perché si tolse gli occhiali per salutare il personale dell’accoglienza. La madre, mi fece notare la mia mamma, era zoppa. La figlia pareva invece a suo agio nella falcata da modella che mostrava, a gloria della natura, due gambe stupende e, al pari dell’altre grazie che (come direbbe Dante) “è bello tacere”, marmoree (perfettamente scolpite cioè nelle loro linee, definite come da un ottimo e divino artefice rinascimentale).

Aveva, la sua bellezza, veramente qualcosa di “barocco”, non nel senso deteriore di “pesante” o “posticcio” che i detrattori di tale stile vi attribuiscono oggi, bensì nel senso originario di “perla rara” da cogliere grazie all’arte e all’arguzia, che ne davano i poeti del Seicento.
Non era in effetti vistosa né per capigliatura, né per trucco, né per abbigliamento. Bisognava essere attenti per cogliere quanto la distingueva dalla norma di quei luoghi. Di giorno vestiva, per le rare volte in cui la si vedeva aggirarsi fra piscina e spiaggia, normali pantaloncini cortissimi, che veramente poco lasciavano all’immaginazione quanto alla statuaria delle sue gambe, ma che erano comuni a praticamente tutte le sue coetanee. Di sera, per la cena che spesso era a buffet, passava fra i tavoli con un vestito lungo che, per quanto elegante e ben portato, non la poneva su un piano d’impatto visivo troppo diverso da quello di gran parte delle altre signore, di età più matura.

Eppure la vedevo fisicamente altissima e socialmente inarrivabile. “Ma no, sarà alta come te, è che ha dei tacchi così” disse mia madre mimando il gesto di misurare almeno dodici centimetri. “Stanno sempre fra loro, non parlano con nessuno” osservò poi circa il contegno della fanciulla e di sua madre, che io interpretavo come segno di appartenenza ad un empireo di nobiltà che non ama mescolarsi. “La madre per me ha la puzza sotto al naso” interpretò invece la mia mamma. “Ma a me interessa la figlia!”.
I suoi capelli erano folti e ricci, di un nero intenso e le circondavano l’ovale del viso come solo in certi ritratti di madonne veneziane si può vedere. In qualche punto del romanzo ambientato a Venezia, D’Annunzio scrive di certi visi di donna “belli come un bel viso maschile”, intendendo con ciò la capacità della perfezione estetica di andare di là addirittura dalle abituali distinzioni di sesso. Quando le linee del viso sono perfette, basta cambiare la capigliatura d’intorno per mutare l’effetto da maschile a femminile e viceversa. E’ forse questo il mistero, ad esempio, della “Gioconda”.

In quella lirica della Chimera dedicata “Al poeta Andrea Sperelli”, il Vate scrive in proposito:“E anch’ella simigliava oscuramente/ l’Essere ambiguo, il prodigioso Mito/ che Leonardo amò ne la sua mente.” Non lei, ma la madre aveva effettivamente qualcosa di androgino. Vestiva sempre scuro e da uomo. Ella, invece, pareva, nel corpo, un’esplosione di femminilità, specialmente quando si presentava alla cena con il suo vestito rosso Valentino, che avrebbe fatto sfigurare ai miei occhi la simile immagine, al tempo, della Bellucci.
A differenza dell’attrice, ella non aveva quello sguardo a volte troppo da oca giuliva, ma sempre una perfezione composta, che diventava sguardo indefinibile, leonardesco appunto, se lo si associava al nero deciso “dei grandi medusèi capelli”, quelli che tornando al Poema Paradisiaco, sono

“bruni come foglie morte
ma vivi e fien come l'angui attorte
de la Górgone, io temo, se ribelli,
e pieni del terribile mistero.
Me non avvolgerà tanto mistero.
Dicono che nel folto de le chiome
voi abbiate una ciocca rossa come
una fiamma: nel folto chiusa. È vero?
Io la penso, e la veggo fiammeggiare.
La veggo stramente fiammeggiare
come un segno fatale. - O passione
arsa a quel fuoco! - Tutte le corone
de la terra non possono oscurare
quel segno unico. Voi siete l'Eccelsa.”

Non potevo in quei frangenti avvicinarmi tanto a lei da controllare se avesse o meno una ciocca rossa in mezzo ai suoi folti capelli mori, ma in compenso potevo ben ammirare la sua figura statuaria svettare fra gli altri ospiti (parimenti eleganti, ma che, al suo confronto, apparivano “grigi” ai miei occhi) avvolta da quello splendido vestito davvero fiammeggiante. Se fossi stato un pittore o un fotografo, avrei creato un’immagine in bianco e nero con solo lei colorata di fuoco acceso.
Ero soltanto uno studente al primo anno di ingegneria, con molti ricordi di letteratura. Creai quindi un sonetto. Il mio primo sonetto. Fu, più precisamente, la prima volta nella quale composi un sonetto per una donna, sonetto con l’intenzione di consegnarlo (o farlo consegnare) fisicamente alla destinataria.
Quasi come per presentarmi con sincerità, da leopardiano quale ero (o ero stato), scelsi di iniziare il primo verso con un richiamo alle “negre chiome” di Silvia. Lo stesso primo verso doveva al contempo terminare con il premio che avrei voluto ricevere, ovvero un “radioso sorriso”. Questo dettò già metà delle rime nelle quartine. Il resto venne di conseguenza

Negre le chiome radioso il sorriso
Di gaudio pieno e di gaiezza pura
Da chetar sì tosto ogn’apra pena e dura
Quando soave volgi ‘l claro viso

Ad ogni mortal dal tuo guardo priso
Prodigio mai non rimirò natura:
Due lumi fulgenti in notte oscura.
O ameno incanto de’ Paradiso,

Forse da Celeste imago colpito
Son’io o da dolce sogno rapito?
Già tace d’Eolo ‘l soffio per udirti

Si piegano i Lauri e divini i Mirti
Il mondo tutto omai a te s’inchina
Giacché d’ogni desir tu se’ regina.

Già al secondo verso sembro in difficoltà, perché, volendo, gaudio e gaiezza sono sinonimi, ma per fortuna esistono gli aggettivi a distinguere i due sintagmi: “pieno” si riferisce tacitamente alla “paganità” dell’amore terrestre che le di lei grazie mi suscitavano, mentre “pura” richiama all’idealizzazione della figura della donna senza la quale nessun amore celeste è possibile. Ecco che i due mondi, prima contrapposti nel dialogo fra me, Carla e l’amico di Roma, finalmente si univano. La rima in “ura” richiamava di peso il celebre verso petrarchesco ripreso dal centone del Bembo (“riso ch’accheta ogn’aspra pena e dura”), mentre quella in “ira” mi permetteva di tornare allo stilema stilnovista del “claro viso” (in modo che anche il cantore di Beatrice fosse contento al pari di quello di Laura).

La seconda quartina inizia a descrivere gli effetti di cotanta bellezza: lo sguardo degli uomini diventa prigioniero (parola contratta in “priso”), ma soprattutto il mondo può rimirare un prodigio apparentemente impossibile. Ecco infatti qui il cuore del lirica: la “perla rara” che avevo assolutamente in animo di offrire con questo sonetto dedicato ad una bellezza “tardo-rinascimentale” o “veneziano-barocca”. La perla originaria della poesia barocca che avevo in mente parlava di una donna dagli occhi bellissimi che si asciugava le lacrime (nella fattispecie, la donna piangente è Maria Maddalena) con i propri lunghi capelli. Il poeta barocco poteva allora pregiarsi di dire “Ché ’l crin se è un Tago e son due soli i lumi”, ovvero, se i capelli sono lunghi e fluenti come un fiume (“Tago” per sineddoche) e gli occhi chiari come due soli, allora “prodigio tal non rimirò natura: bagnar coi soli e rasciugar coi fiumi.” Tale “arguzia”, che è diventata per molti critici l’emblema dell’intera stagione letteraria barocca, era quanto volevo adattare alla mia situazione, che non si prestava né a romanticherie strappalacrime (le quali non sarebbero state in quel caso nemmeno sincere, sentendomi io ancora sentimentalmente legato al ricordo di Elisa) né, per ragioni opposte, a complimenti troppo arditi (forse sinceri, ma sicuramente poco distinguibili da quelli che avrebbe potuto ricevere in loco da qualunque scaricatore di porto). Il tono quasi di “freddura” veniva però nel mio caso mitigato: gli occhi restavano sì due soli, ma non piangevano più. Al contrario, risplendevano così tanto nel sorriso che, sebbene profondi e nerissimi come la “notte oscura”, parevano nondimeno “lumi fulgenti”. La mia “arguzia” era certo un po’ più complicata di quella originale, ma certamente anche più galante. L’ultimo verso della quartina doveva terminare in “iso”: il richiamo al Paradiso, determinato dall’esigenza metrica, coincide però anche con quello stato d’animo da me provato al tempo e descritto dai versi del “Poema Paradisiaco” riportati prima.

Per le terzine, ammetto di aver usato la poco (o nulla) diffusa rima baciata (quando di solito lì si usano l’alternata o la ripetuta) principalmente per far notare alla lettrice (di cui non potevo conoscere a priori il livello culturale) che tutta la lirica rispetta uno schema metrico. Non volevo pensasse fosse la “solita poesia” che qualunque innamorato poteva dedicare alla propria ragazza. Pretendevo si rendesse conto di essere diventata per caso la musa di uno degli ultimi “poeti estinti”, quelli cioè ancora in grado di rimare.

Già da allora mi resi conto che le terzine sono la parte più difficile del sonetto, sia perché si devono scegliere tre rime per sei versi (anziché due per otto, come nelle quartine) e quindi si è sempre molto più indecisi (quando nella prima parte della lirica la convinzione dei primi due versi può già portare dritti agli altri), sia perché è richiesta bravura per evitare che strofe di tre versi appaiano una versione ridotta e “zoppa” di quelle precedenti a quattro. Voglio dire che, se si mantengono lo stesso ritmo, gli stessi toni e gli stessi argomenti, c’è il rischio che, come notato da qualcuno più autorevole di me, il sonetto sembri una persona con un gran busto (le quartine in alto) e gambe (le terzine in basso) ridicolmente corte. Mi accorsi personalmente di quanto fosse dunque provvidenziale il consiglio di accelerare il ritmo, alzare il tono e concentrare qui il messaggio.
A costo di apparire enfatico citando implicitamente il Foscolo di “Alla Sera”, con il termine “imago” passato dal tono tenebroso a quello disteso (“Forse perché della fatal quiete/ Tu sei l’imago a me si cara vieni,/ o Sera! E quando ti corteggian liete/ le nubi estive e i zeffiri sereni.../), volevo accentuare la gioia paradisiaca che le grazie di colei che avrei saputo chiamarsi Nina (ed essere veneziana come l’esule di Zacinto) mi avevano suscitato. Del resto, l’avevo vista la prima volta proprio in una serena sera d’estate azzurra come uno zaffiro ed allietata dalla brezza marina e con questo sonetto volevo corteggiarla leggero come una bianca nuvola. Ecco quindi che il secondo verso della terzina doveva chiudere rapidamente una domanda improvvisa e dare l’idea del dubbio fra sogno e realtà. Non seppi fare di meglio che riprendere l’espressione “da dolce sogno rapito” da un’opera dell’Alfieri letta per caso. La sonora rima in “irti” doveva legare l’ultimo verso della prima terzina ed il primo della seconda, quasi a richiamare l’attenzione come l’ampio movimento del cappello che i cavalieri spagnoli o i gentiluomini veneziani facevano proprio in epoca barocca prima di inchinarsi a dame e sovrani. Scelsi di far entrare qui il tema mitologico.

Avevo proprio in quei giorni acquistato, in una libreria di Porto Cervo, il “dizionario della mitologia greco-romana”, per rispondere ad un’esigenza di ordine e completezza circa i vari miti che avevo disordinatamente ed indirettamente appreso leggendo e parafrasando Omero, Virgilio e, soprattutto, il fantasioso Ovidio. Vi era inoltre la consapevolezza di trovarmi per la prima volta (l’anno prima ero troppo distratto dagli eventi e dall’insistente presenza dell’amico) fisicamente immerso nell’ambiente della macchia mediterranea da cui la mitologia antica è nata (quasi a dare personalità e senso agli elementi del paesaggio). Fu quindi naturale introdurre il dio minore del vento, che di solito non cessa mai di rumoreggiare in sottofondo, smettere di soffiare e tacere per protendere l’orecchio alla mia bella (come in un film in cui la musica cessa all’entrata della primadonna). I mirti, che D’Annunzio chiamava “divini” nella Pioggia nel Pineto perché sacri a Venere, venivano poi associati ai lauri che rappresentavano la poesia, ovvero l’io parlante, chinato ad omaggiare la mia dama. Gli ultimi due versi accentuano l’inchino associandovi il mondo intero per concludere plasticamente la scena dell’omaggio barocco di un cavaliere di fine Cinquecento. Mi venne naturale proclamare “regina” colei che mi aveva fatto sorgere tanto desiderio.

Forse su questa “deificazione” influiva ancora una volta la recente visione di un film cui avevo assistito con l’animo liberato dagli impegni universitari e quindi pienamente recettivo: “la donna più bella del mondo” con Gina Lollobrigida e Vittorio Gassman. La storia, nella prima parte, ripercorre la biografia di Lina Cavalieri. Ad inizio secolo, una popolana si trova a sostituire la madre in un teatrino di Trastevere, dove le sue doti naturali di attrice la fanno subito apprezzare dal pubblico, ma la sua bellezza le fa ance subire pesanti avances da un prepotente del luogo. Interviene per difenderla un misterioso principe russo che, una volta sapute delle sue difficoltà economiche, le dona del denaro ed un anello. Conscia che solo diventando una famosa cantante lirica avrebbe forse potuto un giorno reincontrare il suo principe, Lina investe tutto il denaro e tutto il proprio impegno nella propria formazione artistica. Grazie al maestro Doria, apprende perfettamente le tecniche del soprano, ma, quando il maestro rivela il proprio desiderio per lei, preferisce rinunciare alle agevolazioni di carriera che avrebbe potuto avere sposandolo piuttosto che tradire il suo principe. Fugge allora a Parigi, ricominciando come vedette di locali osè, nei quali deve scontrarsi tanto con la volgarità degli spettatori quanto con la perfidia delle primedonne locali, che però sgomina in una sorta di duello rusticano che le dà notorietà nella capitale francese. Ecco che finalmente diventa un’affermata cantante lirica e può accedere al bel mondo. Ministri, generali e nobili la ricoprono in camerino di fiori e omaggi di ogni genere e ai balli si mettono in fila per farle la corte. Lina, per nulla “melanzana”, li ringrazia uno ad uno, passandoli quasi in rivista, ma li respinge tutti. Epica la risposta di un vecchio generale in pensione al bonario rimprovero di Lina per essere stato troppo ardito e diretto nella proposta “da uno stratega come voi mi aspettavo qualcosa di più elaborato di un simile assalto frontale” - “Mi scusi signora, ma alla mia età non mi è rimasto molto tempo per un lungo assedio!”.

La seconda parte del film è decisamente più romanzesca. Ecco infatti che, finalmente, quando il destino fa capitare nel palco il principe Sergej, non ha dubbi nel concedersi la sera stessa a colui cui tanto deve ma cui ha anche tanto sacrificato di sé. Il principe però non si ricorda affatto di lei e si fa avanti soltanto per una scommessa goliardica fra giovani ufficiali dello Zar. Quando Lina lo scopre, fugge lontano da Parigi, rifugiandosi nella quiete della campagna, dove oltre alla lirica incontra un tenore che la consola e di cui si innamora. Ma, alla prima rappresentazione locale della Tosca, questi resta ucciso proprio nel modo del Cavalier Cavaradossi (i fucili non erano a salve nemmeno nella rappresentazione!). L’antico amore per Sergej si tramuta in odio, essendo egli il principale indiziato per Lina. Solo dopo diversi colpi di scena e la confessione del vero colpevole (il maestro Doria folle di gelosia) e due possono tornare finalmente amanti e sposarsi.
Quanto mi colpì del film fu il ruolo “divino” della bellezza, motore immoto della trama fin da principio e tanto “celeste” da non portare in sé nulla di volgare o avvilente né quando i corteggiatori vengono respinti (la gentilezza della protagonista mostra sempre apprezzamento per chi è stato a sua volta gentile e genera sguardi e parole a metà fra il compiaciuto e l’affettuoso) né quando persino un nipote dello Zar circondato da temibili cosacchi si inchina senz’armi ad implorare clemenza alla bella dama involontariamente offesa. Proprio come “bene celeste”, la bellezza della donna sembra in questa vicenda qualcosa che non richiede, al contrario dei beni terrestri, un possesso esclusivo per generare beatitudine. Anche chi non sposa Lina ne può beneficiare, se sa avvicinarvisi con “cor gentile” e nessuna condanna sociale o irrisione amicale piove sulla maggioranza degli uomini respinti.

Fu questo stato d’animo irripetibile che mi permise di farmi avanti per la prima volta con una fanciulla che vedevo e sentivo come “la più bella del mondo”. Credevo in precedenza che la furia del desiderio fosse nemica della calma e della freddezza necessarie alla parola efficace. Forse questo è vero nella prosa della vita. Nella poesia, invece, fu proprio il desiderio a farmi riuscire in quanto prima mi pareva impossibile: creare immagini e suoni con le parole (che è la vera definizione di sonetto). In precedenza, avevo potuto soltanto o, goffamente, mettere assieme in metrica per scherzo versi quasi totalmente copiati dalla letteratura appresa (come nella involontariamente quasi comica lettera ad Eva) senza alcuna descrizione dei miei stati d’animo o, con sentimento, scrivere parole libere come in prosa con qualche attenzione al ritmo, ma nessun rispetto della metrica. Ora, per la prima volta, ero riuscito a mettere insieme le due cose ed a sentirmi, come in seguito mi dirà una cara amica, “un maestro”.

Scritto il sonetto (di cui, come prima realizzazione, ero piuttosto soddisfatto), dovevo però trovare il modo pratico di consegnarlo. Questa si rivelò la parte più difficile, in quanto la mia bella non si vedeva quasi mai di giorno e certo difficilmente avrei potuto sgattaiolare fra i camerieri durante la cena e porle una busta col sonetto sul piatto al posto delle portate. Ma perché, al contrario di tutti gli altri villeggianti, non era mai né in piscina, né in spiaggia, né al bar? Il fatto che la vedessi parlare sempre e solo sottovoce con la madre dava al suo mistero qualcosa di inquietante. Ancora una volta, “La Chimera” del Vate:

“Il mio grande segreto è sovrumano.”

Era lì per una missione segreta? Erano donne d’affari che non avevano tempo di divertirsi? Era la figlia di genitori separati che faceva la spola fra l’albergo del padre e quella della madre? Di certo c’era che quel segreto rendeva il mio desiderio impotente.

“Il tuo desire è contro me senz’armi.
Non giunge fino a me la tua preghiera.
Vincermi tu non potrai, né puoi stancarmi.
Io son la Sfinge e sono la Chimera.
O tu che sogni, qui ne le mie dita
la trama del tuo sogno è prigioniera.”

Non potevo davvero nemmeno rivolgerle quella supplica in versi che era il mio sonetto. E, fintantoché non fossi riuscito a consegnarlo, non mi sarei dato pace. Non stavo male come in altre situazioni, ma avevo una continua tensione come prima di un esame di una materia piacevole cui pure mi sentivo preparato. Eppure l’esaminatrice aveva il volto della Sfinge ed il mio sogno di bellezza e piacere dei sensi era davvero prigioniero di quelle dita che non avevo ancora neanche stringere in un normale saluto.

“O tu che soffri, io so la tua ferita.
Ma nulla più mi turba e più m’accora.
Io conosco le leggi de la Vita.

Io guardo in me. Le tènebre ch’esplora
il mio sguardo profondo, internamente,
m’attraggon più d’ogni più bella aurora.
Che è l’aurora? Che è mai l’ardente
spira de li astri, il mar blando e feroce?
Io guardo in me con le pupille intente.
Sola io contemplo, sola e senza voce,
un mar che non ha fondo e non ha lido.
O tu che soffri, il tuo soffrire è atroce;
ma non saprai giammai perché sorrido.”

Avrei dato tutto l’oro del mondo per vederla sorridere davanti a me e per me. Gli orgasmi possono essere simulati, l’ebbrezza dei sensi può essere concessa per secondi fini, come merce di scambio, a uomini che si possono anche disprezzare, persino l’affetto coniugale può essere finto in nome di interessi diversi da quello per l’uomo, ma il sorriso no. Il sorriso di una giovane donna è come la luce diffusa dell’aurora che, sorgendo a prescindere dagli umani affanni, finisce per illuminare di mille vari colori, dai più tenui ai più accesi, anche i più impensabili anfratti della terra. Non è la luce artificiale del sorriso di circostanza mirato. Tutte le “corone della terra”, tutti i successi conseguibili con l’affermazione sociale, persino tutte le conquiste di cui un seduttore può vantarsi non potranno “oscurare quel segno unico” che per me sarebbe stato il sorriso sincero ed inaspettato di Nina.

Per avere l’occasione di quel sorriso dovetti aspettare fino al giorno che si rivelò per lei della partenza. Difatti (come potei ricostruire in seguito), avendo già lasciato la camera entro l’ora stabilita nella mattina ed avendo l’aereo nel pomeriggio, madre e figlia erano finalmente in zona tavolini su piscina. Me la ricordo prendere il sole dietro la “piccola altura” che separava la piscina dalla macchia mediterranea che dava direttamente sulle rocce degradanti verso il mare. Non potevo vederla, ma potevo far lavorare gli occhi dell’immaginazione. La vedevo quindi con gli occhi dell’anima immobile e statuaria nel silenzio come una dea di marmo scolpita per essere adorata dai posteri per l’eternità: dovevo essere io a darle le parole.
Ecco che quindi vinsi ogni remora ed usai lo stratagemma di chiedere al cameriere di servizio di consegnare la mia busta alla “signorina con la madre che è passata prima”. “Sarà fatto”, mi rispose sicuro il ragazzo con l’aria di chi è avvezzo a tali scambi "galeotti". Poi, chissà perché, mi assentai per un’oretta tornando in camera da mia madre. Avevo forse paura della reazione.

Mi pareva di aver gettato il sasso in uno stagno che aveva l’intenzione ed il diritto di rimanere in quiete. Quindi nascosi la mano. Quella volta mi sbagliavo. Quando tornai in zona piscina per raccogliere i frutti, la ragazza, che si stava aggirando attivamente fra gli sdrai, mi venne incontro per prima. Non dovetti fare più nulla. Nemmeno pensare alle parole. Con un fare un poco preoccupato e un poco frenetico compì gli ultimi passi fra noi togliendosi gli occhiali da sole che mi avevano sempre, in tutte le giornate precedenti, impedito di scrutare il suo sguardo da sfinge. “Scusa, io ti devo ringraziare”. Già l’incipit mostrava la sua insindacabile nobiltà d’animo: è proprio degli spiriti nobili scusarsi di ogni eventuale mancanza di tatto, mentre è l’arroganza del plebeo a spingere ad urtare gli animi come erroneamente si crede faccia l’abusata figura “dell’aristocratico prepotente”. Parlava con voce quasi commossa, forse anche un po’ agitata come avevo sentito ai tempi del liceo da Francesca verso il suo idolo giovanile. “Andiamo dentro che parliamo con più calma?” mi fece capire con un gesto della mano prima che potessi dire altro. Evidentemente il sole le dava davvero fastidio e non era stato per “tirarsela” che schermava sempre il viso con gli occhiali scuri.

Al riparo, nella hall dell’albergo, dalla luce accecante del primo pomeriggio, potevo finalmente contemplare i suoi occhi ridenti. Erano sì neri e profondissimi come li avevo sempre visti di sfuggita e cantati nel sonetto, ma non erano quelli della sfinge. Paravano piuttosto, almeno in quel frangente, quelli di una fanciulla “cui si mostri per la prima volta un libro colorato”. L’immagine dannunziana che lessi, credo, nel “Fuoco” (ambientato in una Venezia dipinta dal poeta con i tre colori del suo tramonto e dei suoi quadri: l’azzurro, il porpora e l’oro) si confaceva a quello che le avevo evidentemente provocato. Non mi disse il perché non fosse quasi mai presente in hotel, ma volle raccontarmi la sua storia di studentessa. “Sono di Venezia, ma fatto il liceo classico a Trieste”. “Io ho fatto lo scientifico in provincia di Bologna e, come il Petrarca, avrò il rimpianto di non aver conosciuto il Greco”. “Anch’io ho appena finito di studiare a Bologna, ho fatto giurisprudenza. E adesso voglio specializzarmi per lavorare al tribunale minorile. Amo i bambini e voglio combattere chiunque faccia loro del male”. Forse era allora proprio l’amore per i bimbi, più che un’attrazione erotica, ad averla spinta ad accettare l’approccio di un ragazzo minore di lei in ogni senso fisico, anagrafico e psicologico. Aveva, infatti, quattro anni più di me. Io non avevo nulla da offrirle in termini di esperienza amatoria o di promozione sociale (tutto pareva infatti farmela supporre collocata anche socialmente molto al di sopra di me) e potevo solo farla “giocare” con le parole, le immagini, i diletti insomma di quell’eterno fanciullo che è il poeta.

Riportai quindi la conversazione in campo letterario, ed in particolare sul libro che avevo appena terminato di leggere: “tu che conosci anche i Greci puoi dunque dirmi se, nell’ambito delle vite parallele di Plutarco, fra Demostene e Cicerone, è preferibile il primo o il secondo?”. Felice di potermi parlare (pareva una bambina a cui la maestra avesse finalmente concesso di raccontare la tesina su cui si era preparata), si espresse in favore di Cicerone, adducendo sia la bravura retorica sia la capacità politica. “Mi consola saperlo da te, perché io potrò sempre e solo apprezzare il secondo e gli altri mi potranno dire: per forza preferisci Cicerone, non sai il Greco e non puoi leggere Demostene”.

“Io so il Greco”, mi risposte dimostrando, purtroppo, di aver capito male le mie parole, il cui “tu” era messo in bocca ad un ipotetico critico che parlasse di me, non certo a lei. Purtroppo, nel parlato non esistono le virgolette. Comunque non si offese di certo ed il fatto di aver frainteso testimoniava un turbamento d’animo che doveva compiacermi. Magari ora sarà un’austera giudice del Tribunale dei Minori, o un’affermata matrimonialista, oppure una ricca donna d’affari (è utile in molti affari essere avvocati). E la vita di molte persone dipenderà dal peso delle sue parole. Magari avrà anche tanti amanti, più esperti, capaci e affermati di me. Eppure, fra tutti, io potrò sempre dire che, anche se solo per un giorno o per un’ora, gli occhi, il sorriso e la mente di quella donna allora nel fiore della bellezza sono stati luminosi, grati e addirittura agitati “verso di” “a” e “per” me.

“Purtroppo io sono in partenza” doveva chiudersi così quell’idillo. “Tutti siamo in partenza” risposi io filosofeggiando, non tanto sul mio futuro termine delle vacanze balneari, ma pensando alla provvisorietà della condizione umana”. Mi diede per salutarmi un bacio sulla guancia che non dimenticherò mai per il profumo (misto a quello tipico del mare e delle piante mediterranee) e la morbidezza della sua pelle ambrata (davvero simile alla sabbia prima arsa dal sole appena baciata dall’onda fresca). Potei anche percepire la vicinanza con le due rotondità del petto, che, seppure non volgarmente esposte (“riluttanti al corpetto”, avrebbe detto D’Annunzio), credevo di sentire odorose come rose e fresche come pompelmi, apparendomi del tutto simili a quelle delle madonne veneziane nel teatro del Goldoni, delle dame in costume settecentesco dei film su Casanova o addirittura a quelle apertamente mostrate ne “La Venexiana”, ambientata un secolo e mezzo prima, per simboleggiare il ritorno alle gioie della vita dopo la peste.

Mi parve, per un attimo, che davvero potesse nascondere, nel nero profondo di quei grandi capelli davvero “medusei” (parevano usciti davvero da un ritratto veneziano!) che si arricciavano a pochi centimetri dalle mie labbra, quella ciocca fulva e misteriosa, come quella della principessa amata da D'Annunzio. Colei che fino alla sera prima mi passava soltanto innanzi, colei che ai miei occhi era “l’eccelsa” era ora, sia pur per quel breve momento, fra le mie braccia. Stavo, nel breve abbraccio di quell’addio, in qualche modo “brandendo” quella “spada senza elsa”. Ebbi il tempo di immaginare di riuscire a dirle:

Come puri fra le navate salgono i cori alla gloria celeste, così allo stesso modo, se ti vedessi in chiesa, farei salire a te rime ed inni intarsiati da lunghe suppliche amorose. Con voce sincera, come di preghiera sussurrerei che quando appari in questi luoghi all'ora del tramonto "par la terra illuminare il cielo". Con lo stesso sguardo incantato di chi suspiciens rimiri l'immagine santa da venerare guarderei come dal basso le tue chiome e sommesse pronunzierei le prime frasi. Ricercando le parole più dolci e soavi alle labbra, canterei le tue grazie parlandoti del mio desire. Con lo stesso palpito di chi richieda fervidamente una grazia o di chi sincero prometta una rinuncia ti chiederei un appuntamento, promettendoti poi di essere sempre il tuo cavaliere. Con l'ansia e il timore di chi attende il perdono aspetterei la tua risposta, infine, con la purezza d'intenti del fanciullo introdotto per la prima volta al rito della comunione andrei verso di te come verso l'altare. "Introibo ad altare dei" per confessarti sulla tua bocca che a me tu sola piaci. E a chi mi dicesse blasfemo risponderei con le parole stesse di Sant'Agostino: "ama e poi fa ciò che vuoi". Come a compieta ti si addicono i versi di Primo Vere:
"Bruna madonna piena di splendore
dice la gente che voi siete un fiore
di gentile pietà
Dice che voi guarite ogni dolore,
che versate ne' calici del cuore onde di voluttà;
Che ad un sorriso dei vostri occhi muore
qual caligine notturna a 'l novo albore
ogni triste ansietà... "

"Ecco un frate poeta e peccatore
che va pe 'l mondo a la cerca dell'amore
fate la carità!..."

Fra le tue labbra vedo i segreti della bocca che perde le anime e la purezza di quella che dice "Ave", Quale che sia l'origine del fascino arcano che da te s'emana e che m'accieca, io in te ravviso la mia fonte di beatitudo. Sono pronto a seguirti per mano nell'ascesa dei cieli come a sprofondare a te avvinto negli abissi carnali dell'inferno fra onde di piaceri e vortici di voluttà. Verso quale destino saremo mossi tu sola lo sai.

E’ impressionante come certi rari momenti della vita siano in grado, per così dire, di “concentrare” il tempo al punto da trasmetterci, in pochi secondi, il messaggio di un discorso lungo diversi minuti. Fu allora che capii come la donna sia “come un verso” e come quindi avrei avuto bisogno di molta “prosa” per parlarne. Eppure non dissi nulla più che “ciao” o “buon viaggio” (ma non “addio”). Non per nulla quelle era l’anno di “le parole che non ti ho detto”.
Non lo sapevo, ma quell’addio avrebbe rappresentato per sempre uno spartiacque. Nina sarebbe rimasta l’ultima bellezza ad essere da me conosciuta durante le vacanze balneari assieme a mia madre. E sarebbe stata la prima di una lunga serie di donne, più o meno conosciute, più o meno reali, a cui avrei poi dedicato sonetti. Pensandoci, adesso mette quasi i brividi: era l’ultima estate del Novecento.

Beyazid_II
Newbie
26/11/2018 | 19:00

  • Like
    0

P.P.S.
Se volete agitarvi ancora di più, pensate a questa: dato l'andazzo femminista della giurisprudenza e del giornalismo, non è neanche necessario per una puttana concedersi al cliente. Basta che lo attragga in casa e poi lo denunci per violenza. Tanto crederanno a lei e guadagnerà come risarcimento più di quanto avrebbe preso come compenso. Oppure può semplicemente ricattarlo prospettandogli tale minaccia. L'ho scoperto dieci anni fa, "Oddio, oddio, adesso le puttane non me la daranno più.....". Eppure sono dieci anni che scopo tranquillo a pagamento, e nessuna me l'ha mai rifiutata, né mi ha mai minacciato!
Ripeto: non siamo rational players!

Logo Gnoccatravels

Stai per entrare in una sezione vietata ai minori di anni 18 che può contenere immagini di carattere erotico, che tratta argomenti e usa un linguaggio adatto a un pubblico adulto. Se non sei maggiorenne esci immediatamente cliccando ESCI. Se non ritieni il nudo di adulti offensivo alla tua persona e se dichiari di essere maggiorenne secondo la legge dello stato in cui vivi e se, entrando nel sito, accetti le condizioni di utilizzo ed esoneri i responsabili del sito da ogni forma di responsabilità, allora puoi entrare in Gnoccatravels!

Gnoccatravels.com tutela e protegge i minori e invita i propri utenti a segnalare eventuali abusi, nonchè ad utilizzare i seguenti servizi di controllo: ICRA – Netnanny – Cybersitter – Surfcontrol – Cyberpatrol

Contenuti ed immagini qui presenti, sono stati ottenuti attraverso internet, quindi sono ritenuti di dominio pubblico, od autorizzati dagli interessati medesimi. Gli inserzionisti di Gnoccatravels.com dichiarano che gli scopi della pubblicazione richiesta sono leciti (secondo le vigenti normative in materia penale) e strettamente personali, quindi esentano i gestori del sito da ogni responsabilità amministrativa e penale eventualmente derivante da finalità, contenuti e azioni illecite, nonché da usi illegittimi e/o impropri della pubblicazione medesima.

Scegliendo ACCETTA ED ENTRA, l'utente dichiara di essere maggiorenne e di esonerare totalmente i fornitori del servizio, proprietari e creatori del sito Gnoccatravels.com dalla responsabilità sul contenuto degli annunci/inserzioni pubblicitarie e del loro utilizzo.

SONO MAGGIORENNE ESCI