Beyazid_II

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Beyazid_II
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19/06/2019 | 13:57

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@marko_kraljevic said:

@Beyazid_II said:

(omissis)
Mi era andata bene: non ero stato accusato di molestie da nessuna
(omissis)

In verità va bene a molti, anzi a quasi tutti: meno i molestatori.

In primis, all’epoca ero suggestionabile. Vedere, a poco più di vent’anni, quando, uscito da un mondo di romanzi e di sonetti, oltre che di libri di testo di ogni genere (scientifico ma non solo), mi apprestavo ad affacciarmi alla vita reale, manifesti come quelli “anti-molestia” delle università americane di allora (e non oso pensare oggi) furono uno vero e proprio shock!

Facevo fatica, per naturale timidezza e ripetute esperienze di stronzaggine con le melanzane, a trovare il coraggio e soprattutto le motivazioni per “abbordare” con una scusa una fanciulla in corridoio o per via, per incipiare un dialogo non formale, per tentare di trovare parole di invito o complimento volte a manifestare un interesse a cui l’interpellata potesse eventualmente rispondere. Ed ora un disegno da fumetto, da segnale stradale di pericolo, quasi da pornografia dell’orrore, mi sbatteva in faccia una narrazione nella quale, per il solo fatto di desiderare una fanciulla, di avvicinare una fanciulla, di guardare una fanciulla, di desiderare, seguire e cercare di ottenere, insomma la bellezza, per il solo fatto, insomma, di essere maschi e di seguire la mia natura, ero, potenzialmente “il mostro”!
Un volto di giovane donna gridava muta come nell’urlo di Munch sotto la scritta “sexual harrassment” (ed ovviamente il numero da chiamare in caso di tale “emergenza” paragonata a quella di un incendio o di un terremoto).
Se volessi rubare il lessico alle femministe direi “anche questa è violenza” (come dicono quelle che vengono sopranniminate “Poppea” dai compagni o vengono guardate per più di 5 secondi da un passante).

Perché mi sono sentito trattato da “mostro”? Semplicemente perché, se leggi quello che gli yankees intendono per “molestia”, hai, né più né meno, tutto quanto ogni femmina pretende un uomo agisca, per essere almeno preso in considerazione come “pretendente”: palesare disio sincero e al di là di ogni ragionevolezza (altrimenti, “razionalmente”, con un’analisi costi-benefici, lascerebbe perdere…), fare la prima mossa, non abbattersi ai primi rifiuti, ma riprovare, insistere e resistere, inseguire colei che fugge (e in ciò dando prova di interesse non superficiale), essere sempre inventore di nuove mosse, di nuovi inviti, di nuove offerte (che così l'interessata potrà valutare con calma, misurando il proprio "valore economico sentimentale" anche da quanto lo sfortunato è disposto ad offrire e soffrire) e, esattamente come in guerra, cercare di capire dalle reazioni del “nemico” se e come proseguire l’attacco. Per stare invece “nel sicuro”, per non rischiare di essere, in caso di fallimento, denunciati come mostri, bisogna rinunciare ad attuare quasi tutto quanto Ovidio consiglia nell’Ars amandi (non si può sapere, a priori, se il tentativo sarà gradito e se siamo proprio noi l’uomo da cui l’interessata vorrebbe ricevere il “tentativo”).

Basti dire che il massimo esempio di “molestia” veniva descritto come probabile a San Valentino, “quando l’occasione può lasciar credere al molestatore di poter lasciare impunemente un fallocratico mazzo di fiori, un fastidiosissimo cioccolatino, o un violentissimo regalino sulla scrivania…”
Da quella volta ho dismesso ogni velleità di diventare capace di corteggiare (ammesso, per inciso, di volerlo, di accettare insomma quella disparità di ruoli nell’amor “cortese” favorevole grandemente alle donne e da queste sfruttata in ogni modo, tempo e luogo, persino negli stessi modi, tempi e luoghi in cui pretendono invece la mitologica “parità”).

E non è stata un’impressione solo mia. Alcune mie colleghe (melanzane, ma simpatiche ed esistenzialmente “sportive”), tornate dagli Usa, hanno riferito della medesima situazione: “a volte in certe discoteche sembra che si vogliano accoppiara sul palco” disse l’una “ma è tutto finto, se ci provi, se le tocchi, ti ammazzano, ti denunciano, ti spennano…è tutto finto”.

In secundis, all’epoca ero ancora assai idealista. Adesso capirei che, con solo poche migliaia di dollari da spendere, non risultavo interessante agli occhi delle americane “perbene” (ovvero le escort non dichiarate del genere metoo) nemmeno per quel tipo di “spennamento legalizzato”.
La cugina di mia madre (la repubblicana doc più volte citata) continua a dire che le accuse di molestie sono direttamente proporzionali al “bottino” che una donna può conseguire mentendo o esagerando ad arte.
Ecco quindi che se per un presidente dell’FMI la probabilità è 99,9 percento, per uno come me è 0.01 (se non meno).

Resta comunque (e torna fuori l’idealista) la questione di principio sulla quale non si dovrebbe ridere: se il confine fra lecito e illecito non è più una definizione certa di reato e soprattutto non è più una prova oggettiva e dimostrabile, ma solo la “sensibilità” e la “parola” della donna, chi ci assicura che lo stesso trucco (ovvero inventare qualcosa di “credibile e coerente”) non possa essere in qualunque momento praticato da qualunque donna per qualunque capriccio (al limite, anche solo il capriccio “alla Don Rodrigo” – visto che a te piace il Manzoni - di mostrare alla amiche come possa distruggere un uomo con l’assistenza del sistema culturale e sociale in cui, per uno strano e non riconosciuto mix stupidità cavalleresca e demagogia femminista, il sesso femminino – checché se ne dica – è privilegiato e non svantaggiato: tanto, per una falsa accusa, non rischia praticamente nulla e per essere scoperta deve proprio accadere che per caso salti fuori una prova a favore dell’imputato e se anche accade a volte neppure basta!)?

In stati meno ricchi della California (dove, dato il reddito medio, la cosa interessa poco, almeno alle “bianche” benestanti), capita che le donne denuncino falsamente anche solo per avere il sussidio statale previsto per le vittime di violenza. Provvidenziale, in questo caso, che le finanze italiane siano così disastrate da non permettere alla Bongiorno, alla Carfagna o alla Terragni di proporre una cosa simile!

Ma tu poi, caro professorino sempre pronto a irridere facilmente e screditare moralmente le argomentazioni altrui senza uno straccio di prova, senza un briciolo di ragionamento, senza un barlume della sbandierata "razionalità illuminista e progressista", senza, insomma, dialettica (e difatti mi chiedo perchè ho perso inutilmente due pagine per risponderti), parli per esperienza personale o per adesione acritica all’american way of life? Per renderti edotto della realtà “democratica” di quel paese (che, fra parentesi, esattamente 20 anni fa ha “democraticamente” bombardato la nazione da cui proviene il tuo nick), ti riporto solo il caso più eclatante, quello di Carlo Parlanti.

Quasi 10 anni di carcere da innocente o comunque sulla base di prove chiaramente false o costruite ad arte da complici dell’accusatrice (a cui è bastato andare dallo sceriffo per rovinare una vita!):
https://www.errorigiudiziari.com/carlo-parlanti-8-anni-in-un-carcere-usa-io-innocente-e-abbandonato-dallitalia/
All’epoca seguii tutta la vicenda da diverse fonti ed ebbi modo di appurare in via documentale la clamorosa mendacità delle accuse (con un po’ di pazienza magari i documenti si trovano ancora in rete, ma, per rubare un'espressione al compianto @flautomagico, “che te lo dico a fare”? Tanto tu credi solo agli Yankees). E mi feci l’idea che fosse solo la punta dell’iceberg di un sistema giudiziario malato (e non solo per via del femminismo: https://www.pianetacarcere.it/carceri/carceri-private-negli-usa-e-in-uk-aumentano-i-dubbi-sulla-gestione-privata-dei-penitenziari-661.asp).

In 15 anni di navigazione “culturale” atlantista, abbiamo avuto tutto il tempo di farci venire addosso quell’iceberg (da cui cercavo ingenuamente di scappare tornando qui a costo di rinunciare ad una possibile carriera ben più brillante), dato che anche in Italia, ora, succedono due fatti come questi.

A) Un ragazzo (non ricco come Strauss-Kahn, non “dissidente” come Assange, non famoso e potente come Weinstein, insomma, uno “sfigato” come noi) viene prosciolto solo perché (e solo dopo che), del tutto casualmente, sono saltati fuori i video in cui il suo presunto approccio “violento” appare come un malriuscito tentativo di semplice “corteggiamento”.
https://www.ilmessaggero.it/roma/news/molestie_pizzaiolo_bacio-4475285.html
Presta attenzione alle parole degli avvocati «In assenza di quel video discolparsi sarebbe stato quasi impossibile». E tutte le volte in cui poveri e maldestri “corteggiatori” in erba come noi gt non hanno una telecamera a scagionarli? Se le mie contestazioni all’andazzo delle cosiddette violenze/molestie non ci dovrebbe essere bisogno di una telecamera!

B) Un professore si suicida dopo essere stato oggetto di accuse probabilmente inventate e sicuramente tutt’altro che dimostrate e dimostrabili (eppure sufficienti a metterlo alla gogna sociale).
https://www.corriere.it/cronache/19_giugno_16/ultimo-biglietto-prof-suicida-b041e356-9071-11e9-9eb3-08018d4e5f3d.shtml
Certo, potrebbe anche essere stato colpevole (il processo non ci sarà…). Ma, sicuramente, nessun cittadino in un mondo libero, dovrebbe temere di finire in carcere e alla gogna mediatica solo perché non ha al momento modo di “provare la propria innocenza” (dovrebbe essere il contrario, come da me ripetuto inutilmente più volte e come invece opportunamente scritto nell’attuale codice russo, proprio a casa di colui che la propaganda yankee dipinge come “dittatore”)! Se le mie preoccupazioni fossero degne del riso, non ci sarebbero suicidi prima ancora del processo e della condanna (e vediamo se ora hai il coraggio di ridere anche davanti alla morte!).
https://stalkersaraitu.com/nel-nome-di-vincenzo-auricchio/
Solo gli “antifemministi” si indignano e si propongono di fare qualcosa. Per il “mainstream” è sufficiente chiedere scusa alla memoria e continuare a parlare di “numeri allarmanti” di (presunte) violenze sulle donne con i quali si giustificano proprio leggi e procedure che distruggeranno altre vite come quella del professore. Per chi si basa sulle sole denunce per dire che “ci sono tanti uomini violenti”, anche questa vittima maschile va ad alimentare i numeri di “non una di meno” su (presunti) “violentatori”.

Libero di pensare che io sia un allucinato complottista ed un bieco sovranista.
Ma il mio professore (ebreo americano consulente del Pentagono) e il mio advisor (elettore pentito di Mariotto Segni), i quali mi hanno consigliato quelle prudenze anti-denuncia che tu ritieni risibili e infondate, erano “promotori d’odio fascista e nazista” anche loro?
E questi fatti che ti riporto per rispondere alle tue due (nemmeno quattro) chiacchiere? Sono fake news?
E se la vera fake news fosse invece l’idea dell’occidente come mondo libero? Se la “cultura” in occidente non fosse altro che qualcosa di simile all’orchestra del Titanic, qualcosa che suona la stessa musica da tempo immemore anche quando la barca affonda davanti alla realtà?

Beyazid_II
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18/06/2019 | 17:13

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QUARTO GRADO: DA MARSILIO FICINO A FRIEDRICH NIETZSCHE (13/18)

Ovvero: "LE DONNE, I CAVALLIER, L’ARME, GLI AMORI, LE CORTESIE, l’AUDACI IMPRESE"

Parte 13 di 18 : “Le donne: la escort americana”

Era buio sebbene fosse già mattino. Come da anni non si sentiva, il telefono meccanico strillò dalla camera dei miei genitori in un silenzio irreale. Pareva quello della scena centrale di “C’era una volta in America” (quando De Niro chiama l’ufficio di polizia nell’intento di salvare la vita all’amico). Mia madre emise un gemito fra la paura e la sorpresa. Io venni gettato dal dormiveglia in un mondo che mi parve tornato indietro di una quindicina d’anni, all’infanzia, al suono di quel pesante telefono di marmo su cui i numeri si componevano girando la corona forata.
Ebbi persino l’impressione di trovarmi con il letto orientato al modo in cui lo era quella della mia cameretta nella casa precedente (nella quale non abitavo più da quasi dieci anni, ma sulla quale si fermavano spesso i sogni). “E’ il telefono?” chiese con voce calma e serena, ma parimenti sorpresa, mio padre testé svegliatosi.

Era una domenica della prima decade di settembre, alla fine di una delle estati più calde che si ricordino nel continente europeo: quella del 2003.
“Sì, rispondi lì perché manca la luce” – dissi con una lucidità che soprese persino me stesso. Era la nostra cara vecchia zia che, dal suo appartamento all’interno del nostro stesso centro storico (in cui si era trasferita da quattro anni), voleva chiederci preoccupata come ci si sarebbe dovuti organizzare senza elettricità. “Ah, ecco” si spiegò mio padre mentre mia madre ripeteva quanto ci riferiva la zia.
Un forte temporale aveva fatto cadere alcuni alberi sull’elettrodotto al confine con la Francia, per cui praticamente tutta la nostra penisola (ahimè dipendente allora come ora anche da cugini da un punto di vista energetico) era in condizioni di black-out.
Io spiegai che, evidentemente, mancando l’alimentazione, i due nuovi telefoni cordless installati nella sala e nella mia camera non potevano funzionare e così quel vecchio telefono, residuato del secolo precedente e fino a quel momento evidentemente bypassato nel collegamento dai suoi successori, aveva potuto una tantum tornare ad avere la sua linea e il suo suono. “Una volta potevano funzionare anche senza alimentazione. L’energia per la trasmissione è già nel doppino che trasmette e tutte le operazioni necessarie alla commutazione avvengono con i meccanismi a cui si dà inizio girando la rotella” – provai ulteriormente a esplicare cercando di convincere prima di tutto me stesso.

Ad un laureando di ingegneria delle telecomunicazioni appariva ormai inverosimile che uno strumento qualsiasi del settore potesse funzionare così “rozzamente”, con contatti meccanici, molle e senza alcun controllo elettronico. Informandomi per la tesi, sentivo ovunque parlare di passaggio dal GSM all’UMTS e invece dovevo vivere in casa mia il ritorno alla linea fissa pre E-Tacs! In pratica, per i miei standard, quasi al telegrafo!
Le mie principali preoccupazioni di quella domenica non riguardavano però le telecomunicazioni in sé, ma la mia vita.
In primis, per la serata era in programma l’attesissimo Gran Premio degli Stati Uniti da Indianapolis, penultima prova del mondiale di F1, la cui classifica vedeva racchiusi in due punti distacco l’allora cinque volte iridato Michael Schumacher su Ferrari, sfidante (ed era tale da due anni, da quando, in Brasile, osò passare il Kaiser con una staccata a ruote fumanti come fino ad allora si erano viste solo in Indycar e si pensavano impossibili nella più compassata e “britannica” massima formula) Juan-Pablo Montoya su Williams-BMW ed il giovanissimo (era, poco più che vent’enne, soltanto al suo terzo anno di massima formula) Kimi Raikkonen su McLaren-Mercedes. Da quando seguivo la formula 1 (e quindi dalla seconda metà degli anni ottanta) non avevo mai vissuto un duello finale a tre per il mondiale: roba da “Il Buono, il Brutto e il Cattivo” in versione a quattro ruote! Ed ora un maledetto albero sopra un dannato elettrodotto con la dannatissima Francia rischiava di impedirmi la visione in diretta del gran premio più atteso ed emozionante da anni!
In secundis, il giorno successivo, lunedì, avrei dovuto svegliarmi all’alba e partire per Milano alla volta dell’Ambasciata Americana, dove avevo appuntamento (all’epoca non tutte le procedure burocratiche potevano effettuarsi per via telematica) per completare la pratica per il rilascio del visto di ingresso negli Usa. Avevo bisogno di quel documento perché il periodo all’estero, per una tesi di maggiore impegno come la mia, superava abbondantemente il lasso di permanenza possibile con il visto turistico. Avevo calcolato tutto proprio per poter partire dopo il GP degli USA (pensando che, come negli anni precedenti, il titolo si sarebbe assegnato prima dell’ultima gara in Giappone). Ed ora non solo rischiavo, colmo dei colmi, di perdere il gran premio da casa, ma pure la possibilità di partire entro le date stabilite: se i treni fossero rimasti fermi in ritardo, mi sarebbe stato impossibile raggiungere la città meneghina con l’Eurostar che avevo fiduciosamente prenotato!
“Come facciamo? Chiamiamo un taxi?” Chiedeva mia madre. “Aspetta almeno che si chiarisca la situazione” replicava mio padre “vuoi che fra oggi e domani non ripartano?” “Ma io voglio vedere il gran premio oggi!” brontolavo infine io stesso.

[PAUSA]

Nel tragitto che percorsi a piedi dalla stazione centrale all’edificio dell’Ambasciata statunitense pensavo continuamente all’impatto così decisivo che il meteo aveva avuto sull’esito della gara vista la sera prima e, probabilmente, del mondiale. Williams e Mclaren, così competitive sull’asciutto grazie alle gomme Michelin più larghe e più “slick” (perché spesso, forse per via di un modo programmato si usurarsi, durante la gara le scanalatura obbligatorie svanivano e il battistrada diventava liscio come quello pre-98), erano improvvisamente divenute impotenti a fronteggiare la Ferrari gommata Bridgestone sotto il diluvio di Indianapolis. Il solo Raikkonen, il meno atteso dei tre, era riuscito, eroicamente, a contenere il distacco da Schumy. Montoya l’arrembante (idolatrato da me) era naufragato nelle retrovie, matematicamente già fuori dalla lotta per il titolo. Mancava una sola gara e Schumacher aveva il distacco di una vittoria su Raikkonen. Per vincere, gli era sufficiente un solo punto (ottavo posto) anche con il finlandese vincitore a Suzuka. Mi dispiaceva solo che il mio idolo della Williams fosse fuori dai giochi. A questo punto, tanto valeva tornare a tifare per la Ferrari (e contro la Mercedes che motorizzava la argentea monoposto del finnico). Non mi dispiaceva neanche troppo il rischio di perdere l’occasione di vedere l’ultima gara (non avevo idea di come oltreoceano fosse organizzata la visione dei gran premi). L’incertezza “una e trina” del giorno precedente si era quasi del tutto dissolta. Pareva impossibile per Schumacher perdere quel mondiale (dopo che a tratti, in quella lunga estate, era apparso quasi impossibile vincerlo!).
Potevo concentrarmi sulla mia missione. Appena girato l’angolo, vidi i poliziotti italiani di guardia, armati ed all’erta. Era il periodo in cui le ambasciate americane erano sotto il tiro dei contestatori per via della guerra in Iraq.

[PAUSA]

Non sono nato anti-americano. Anzi, il patetico anti-comunismo di mia madre (del genere: “c’è lo sciopero? I treni sono in ritardo? Piove? E’ colpa dei comunisti!) mi aveva mostrato sin dall’infanzia gli Yankees come un popolo amico simile ad un buon vecchio zio in grado di intervenire con la forza per salvarmi dai “rossi”. Forse uno zio un po’ troppo lontano, distratto, giocherellone e ingenuo. Ma sempre dalla nostra parte.

Questa visione, in verità, aveva iniziato a scricchiolare sul finire del secolo, quando l’intervento Nato in Kossovo aveva contrariato le mie simpatie filo-serbe figlie del mio attaccamento tardo-risorgimentale alla Prima Guerra Mondiale (dai tempi della “Ode alla nazione serba” di D’Annunzio). Era stato un periodo nel quale avevo iniziato a declinare verso “sinistra” (anche se sempre da una prospettiva decisamente patriottica ed anti-internazionalista) dopo la lettura delle “Confessioni di un Italiano” di Ippolito Nievo e la conseguente ricomprensione del sentimento unitario all’interno dell’epopea napoleonica figlia della rivoluzione francese. Era stato il periodo della riscoperta del valore “nazionale” della giustizia sociale (“del resto”, pensavo, “solo presso i barbari vi sono re nababbi e plebi alla fame, a Roma vi deve essere un minimo dignitoso garantito a tutti”), del bonapartismo come sinonimo di meritocrazia e progresso scientifico (vedevo che nell’atrio della facoltà di fisica, dove mi recavo per le relative lezioni incluse nel programma dell’allora biennio formativo di ingegneria, ancora campeggiavano le lapidi in ricordo di Giacchino Murat, “re d’Italia” e fondatore delle facoltà scientifiche da contrapporre al buio della superstizione religiosa e dell’immobilismo feudale), delle istanze socialiste o comunque socialisteggianti di un certo “fascismo immenso e rosso” (quello delle origini diciannoviste e delle intenzioni proclamate nell’epilogo di Salò, che chiudono come parentesi un ventennio di conformismo, clericalismo e destrismo). Era stato il primo periodo in cui avevo identificato gli Americani non più con il vecchio e giocoso Zio Sam, ma con il grande capitale senza volto che opprime i popoli, distrugge i valori, cancella le identità.

Poi vennero i fatti di Genova e la guerra in Iraq. Allora non sperimentavo ancora sulla mia pelle i danni della globalizzazione, per cui i “no global” mi apparivano (con il senno di poi, a torto) soltanto come i soliti contestatori sessantottardi a cui non andava bene neppure il benessere, come i mai morti “comunisti” che avrebbero voluto limitare le mie libertà economiche ed esistenziali (come, insomma, ai tempi del liceo, quando l’anticapitalismo era una scusa per non studiare e per dare del fascista a chiunque non fosse aprioristicamente concorde con le infinite contestazioni). Soprattutto, mi pensavo ancora come in quel film in cui Nicolas Cage, andando avanti e indietro nel tempo della sua vita, dice, per giustificare la propria scelta di voler essere ad ogni costo (anche a costo di non avere una famiglia) un supermanager: “se vivessi ai tempi dell’Impero Romano vorrei andare a Roma e poiché vivo nel secolo americano, voglio stare dove c’è il suo centro: qui, dove ci sono le sedi delle multinazionali, dove si decidono le cose, dove girano i soldi”.

Il percorso di studi universitari quasi compiuto non mi faceva più vedere come uno studente post-liceale imbevuto di letteratura (e quindi pronto a contestare un sistema basato sulla subordinazione della cultura al profitto), ma come un ingegnere-pronto-all’uso non dimentico della formazione umanista, ma innanzitutto desideroso di iniziare a guadagnare nel mercato globale del lavoro ben retribuito.

E magari non credevo a Powell quando si presentava all’Onu con le finte provette delle presunte armi di distruzioni di massa di Saddam, ma da giovane testa calda e vecchio interventista, tutte le scuse mi parevano buone per partecipare ad una guerra (all’epoca avrei voluto un’Italia schierata anche militarmente al fianco di Bush jr, perché il nemico principale non mi pareva ancora l’oligarchia finanziaria e mondialista Usa, pronta ad “esportare la democrazia” a suon di bombe - e di fanfare mediatiche “crociate” - per interessi bassamente “umani, troppo umani”, ma lo “spirito prudente, pacifista, diplomatico, e neutralista” contro il quale si era sempre scagliato Filippo Tommaso Marinetti).

[NOTA: Vedendo le cose a distanza di quindici anni, dico ora che al tempo non avevo semplicemente la maturità (d’altronde, avevo vissuto solo sui libri, esattamente come l’attuale classe intellettuale filoyankee di oggi, e non ancora nella vita vera) per capire quanto fossero in quel caso profonde, veritiere e profetiche le parole di Papa Wojtyla (“Ho vissuto la seconda guerra mondiale e sono sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, per questo ho il dovere di ricordare a tutti i più giovani, a tutti quelli che non hanno avuto questa esperienza, ho il dovere di dire, mai più la guerra [..] Sappiamo tutti che non è possibile dire pace a ogni costo, ma sappiamo tutti quanto è grande, grandissima la nostra responsabilità […] Ecco perché di fronte alle tremende conseguenze che un'operazione militare internazionale avrebbe per le popolazioni dell'Iraq, per l'equilibrio intera regione del Medio Oriente, nonché per gli ulteriori estremismi che ne potrebbero derivare, dico a tutti: c'è ancora tempo per negoziare, c'è ancora tempo per la pace. Non è mai troppo tardi per comprendersi e per continuare a trattare") e quanto divergente fosse il mio sano spirito guerriero di origine greco-romana e di natura etico-spirituale (mirante cioè a costruire interiormente il tipo umano superiore del guerriero attraverso la guerra esteriore) dal banale tentativo piratesco delle varie oligarchie yankee di impadronirsi delle risorse mondiali d’energia (non per costruire qualcosa di spirituale, ma solo e soltanto per protrarre il proprio potere, il potere del tipo umano inferiore, del “mercante”)].

[PAUSA]

La mia atavica ostilità verso i contestatori studenteschi ed i pacifisti in genere mi aveva insomma reso, nuovamente, filoamericano. Orgoglioso e sorridente, quindi, salutai con modi urbani i due militari, miei coetanei, e mi lasciai perquisire. Lo feci con il compiacimento di chi volesse, con ciò, distinguersi dai “no-global” e dagli “anarchici” sempre pronti a lamentarsi delle perquisizioni e a scrivere “ACAB” sui muri delle città. Quasi come se quei due ragazzi in divisa fossero emissari, non del governo italiano, ma di quello statunitense, mi sentii subito accolto dalle braccia dello zio Sam.

All’interno, venni fatto attendere in una sala che avrebbe potuto essere quella d’aspetto di un dottore o di un avvocato. Eravamo in un piano superiore e ricordo perfettamente la luce entrare senza ostacoli dai vetri inondando la stanza di quella sensazione di estate e di leggiadria che è propria dei luoghi aperti. Era una mattina fresca, limpida e luminosissima, sotto un cielo privo di nubi. Pareva quasi una mattina su una bianca spiaggia dei Caraibi.

E questa sensazione aveva un motivo femminile: c’era, nella stanza, una bella morettina che avrebbe potuto essere la classica modella caraibica degna del più lieto finale di un film d’avventura o di spionaggio (quando il protagonista è riuscito a scappare dai cattivi o dalla polizia e si gode il meritato riposo e i meritati quattrini bevendo tequila in dolce compagnia).
Troppo riccia e troppo mora per essere “soltanto” americana, troppo perfetta nella figura statuaria del corpo e nelle linee modellate delle gambe per non essere anche un po’ mulatta, aveva quell’espressione “non lieta, non triste” che D’Annunzio avrebbe associato al novilunio di settembre. Aspettava anch’ella un documento. Era sola e pareva sorridermi. La compostezza dei suoi modi e la semplicità del suo atteggiamento la rendevano distante anni luce da quell’aria di irraggiungibilità (e, implicitamente, anche di ostilità) che una bellezza di quel genere avrebbe irradiato se italiana. Feci dunque quello che non avrei mai altrimenti fatto. Le rivolsi la parola cercando di intavolare una discussione a partire dalla comune noia per l’attesa. Appresi che si trovava nella mia stessa situazione (previsione di soggiorno superiore ai 3 mesi e quindi necessità di visto non turistico). La gentilezza e la felicità che trasparivano dai suoi occhi e dalla sua voce quasi mi fecero sperare di averle fatto cosa gradita. Parlava quasi più di me e mi lanciava occhiate timide eppure suadenti. Sembrava davvero essere interessata a conoscermi e a farsi conoscere. Pareva addirittura esprimere gioia per poter parlare con me e per un’eventuale relazione almeno amichevole. Era colombiana proprio come il mio idolo del momento Juan Pablo Montoya. Purtroppo, era però fidanzata con un militare americano. Capii allora che, al massimo, la sua disposizione nei miei confronti era dovuta, oltre che all’educazione, ad una mia probabile somiglianza all’epoca con il prototipo del giovane “marine” con i capelli biondi rasati, gli occhi azzurri e la faccia sbarbata.

Cercavo di consolarmi pensando: se il genere piace, allora troverò altre fanciulle come lei. Vado pure in California, delle bagnine di Bay Watch e dei telefilm dove gli amori estivi del sole e del mare durano tutto l’anno!

[PAUSA]

Era notte fonda quando atterrai a San Diego. Mia madre mi accompagnava nel primo viaggio per aiutarmi a trovare casa e ad avviarla (senza che dovessi togliere tempo allo studio). Il viaggio senza dormire, con scalo ad Atlanta, era stato interminabile. Eppure, era parso ancora più lungo il tempo perso ai controlli aereoportuali. La psicosi successiva all’11 settembre di due anni prima rendeva usuali domande come “avete preparato voi i bagagli? Sono rimasti sempre sotto il vostro controllo?” alle quali si rispondeva “sì” dopo diversi tentennamenti mentali (quasi come se si venisse alla lontana accusati di importare più o meno involontariamente bombe).
Alloggiammo in un albergo non distante dall’università, che avevo trovato scontatissimo su internet grazie all’affiliazione universitaria. Era un hotel con giardino e piscina, dove si incrociavano continuamente uomini d’affari incravattati e donne manager in grigio scuro con la gonna appena sopra il ginocchio, così come pure giovani vacanzieri di ambo i sessi. Da italiani, mia madre ed io sembravamo eleganti anche vestiti casual.

Il problema dell’housing venne risolto da un’agenzia immobiliare specializzata in affitti per soggiorni di lavoro inferiori all’anno. La responsabile dell’ufficio era una donna sulla quarantina che pareva uscita da “Sex and the City” per la sua compulsiva abitudine a mescolare discorsi seri inerenti soldi e leggi con riferimenti alla moda, ai divertimenti serali e alle avventure sentimentali. La sua aiutante, una trentenne forse meno carina ma sicuramente ancora più “in tiro”, mentre ci accompagnava a visitare gli appartamenti continuava a complimentarsi con mia madre per le scarpe, la borsa ed altri particolari comuni per noi che però ad un occhio statunitense parevano inconfondibilmente “italiani”.
Con un notevole dispendio di denaro ed un’altrettanto fastidiosa perdita di tempo, si trovò dunque l’appartamento per me: in zona residenziale non distante dal campus universitario, era ai piani alti di un palazzo situato fra un ristorante italiano e un supermercato. Ero dunque letteralmente a due passi dalle mie esigenze primarie di sopravvivenza. Le donne dell’agenzia, ormai “amiche” di mia madre, ci trovarono pure la donna (messicana) di servizio per due giorni la settimana (indispensabile se si voleva che, alla mai prima esperienza in solitaria, non “naufragassi” totalmente).

Chissà se fu perché sentivo inconsciamente, in un ambiente così frivolmente effemminato, la mancanza della figura paterna (anzi, diciamo pure di una figura “seria” tout court) rimasta a casa, ma il primo film che vidi dalla televisione di quell’appartamento fu “Era mio Padre”, storia di un ragazzo che ricorda come il padre, un killer della mafia irlandese degli Anni Trenta, abbia fatto di tutto (fino al sacrificio della propria vita) non solo per proteggerlo dalla persecuzione del suo ex-boss, ma anche per non farlo diventare a sua volta un killer. Fu l’ultimo film di Paul Newman (nelle parti dell’anziano boss che cerca di sterminare la famiglia del protagonista, fino a quel momento da lui cresciuto come un figlio, solo per proteggere il figlio naturale - e “scalmanato” – il quale ha deciso di eliminare gli unici testimoni del suo stesso tradimento al padre). Forse, con il senno di poi, fu anche l’ultimo film hollywoodiano in favore della figura paterna, mostrata come più forte di ogni bene e di ogni male. Il protagonista (interpretato da Tom Hanks), nonostante sia un gangster senza scrupoli, ha per la propria famiglia un affetto ed una dedizione degni del buon padre di famiglia di romana memoria. E anche il vecchio boss, nel suo proteggere il figlio (criminale e pure senza principi d’onore “mafioso”) contro tutto e contro tutti, pur sapendo che lo stava derubando e tradendo (e pur a costo di lasciarlo perseguitare e uccidere la famiglia del protagonista cui aveva sempre voluto bene) dimostra di essere, a suo modo, prima di tutto un padre. Vedere quel film proprio nella nazione famosa già da allora per promuovere un ritorno del facto al matriarcato in salsa “progressista” (con il “diritto” delle donne a decidere, con le leggi su aborto, divorzio e violenza sessuale, della vita e della morte del marito e dei figli, a far finire a capriccio in qualunque momento e per qualunque motivo – il cosiddetto divorzio “no fault” - l’esistenza dell’ex in quella di un esule ottocentesco privato di famiglia, casa, roba con il cosiddetto “assegno di mantenimento” o della libertà con le accuse false, a far nascere e a far crescere bambini “senza il maschio” in ogni senso sociale e pure biologico) mi scaldò il cuore.

Affittammo (e pagammo) l’appartamento ammobiliato, ma alcuni mobili, oltre che pesanti e poco funzionali, emanavano un odore terrificante (chissà dove erano stati tenuti fra un trasloco e l’altro). Feci dunque la mia prima visita all’Ikea per sostituirli con qualcosa di funzionale (avevo bisogno di una libreria/scrivania su cui appoggiare il computer portatile e i libri di studio). Era, per fortuna, il giorno in cui negli Usa lo stato rinuncia all’equivalente dell’Iva pur di promuovere gli acquisti di massa. Assieme ad un lato positivo, ne vidi anche uno negativo. Quando seppero che avevo spostato i mobili da rimuovere nel corridoio, dall’agenzia mi avvisarono che si trattava di un atto pericoloso: “se c’è un incendio e qualcuno rimane bloccato da quei mobili, tu vieni perseguito, se qualcuno si fa male prendendoci contro per caso, tu vieni perseguito, ….se un asino casca dal cielo sulla testa di qualcuno, tu vieni perseguito”). Con la cara giustizia italiana, ognuno riderebbe di simili minacce, ma con la solerte macchina giudiziaria mangiasoldi statunitense, le minacce erano credibili. Le narici, però, hanno sempre ragione, per cui scelsi di correre il rischio per qualche giorno.

[PAUSA]

Quando, dopo i primi giorni di “avviamento”, la mamma mi lasciò solo per tornare in Italia, mi sentii, forse per la prima volta nella mia vita, “libero”. Avevo una bella casa tutta per me, nel quartiere più “in” di San Diego, avevo un lavoro (quello di tesi) che, per quanto impegnativo, mi lasciava ampia libertà di orari, mi trovavo nello stato-simbolo del sogno americano e dell’immaginario vacanziero mondiale: la California.

Avevo tutto: l’atmosfera da città centro del mondo data dai grattacieli e dalle mille luci notturne se prima di cena guardavo fuori dalla finestra, così come quella di città-da-vacanza se, nel tardo pomeriggio, prendevo un taxi ed andavo a fare un giro in riva all’oceano, fra foche al sole sulla spiaggia e porta-aerei sullo sfondo.

Non mi pesava neppure dover fare la spesa, dover per lo meno organizzare i lavaggi degli indumenti, dover cucinare. Non mi ero mai sentito tanto realizzato e indipendente. Ero lì per meriti di studio e per prospettive di carriera (così allora pensavo). Rimiravo quella mia situazione come una perfetta opera d’arte nella perfezione del nuovo arredamento che il personaggio di Fight Club avrebbe volentieri mandato a fuoco. Persino il nuovo materasso “King size” era divenuto un simbolo del mio “star bene” nel mondo. Per completare l’opera, avevo pure acquistato uno stereo (immancabilmente con orologio) da comodino da cui ascoltare la lirica mentre cucinavo o sistemavo i vestiti. Nel negozio hi-tech in cui mi ero recato, il giovane responsabile del settore (con cui mi ero intrattenuto parlando sia di tecnologia sia di musica) si era complimentato con me per il mio inglese (pensandoci ora, mi sembra impossibile) e, forse, provava ad intrecciare un legame vagamente omosessuale (ma sempre molto educato), quasi degno di un romanzo di Oscar Wilde.

Avevo, con l’occasione, acquistato anche nuovi CD con la musica di “Madama Butterfly” (ne trasmettevano l’aria “un bel dì vedremo” all’inizio di una trasmissione radiofonica del pomeriggio che avevo imparato a riconoscere dalla radio accese dei negozi) e dell’Elisir d’Amore. L’opera pucciniana era motivata dalla presenza del militare americano Benjamin Franklin Pinkerton mentre quella di Donizetti dall’importanza del denaro (cruciale negli States più che altrove). Avevo la musica. Mancava solo il coronamento all’opera: la “prima donna”.

Sapevo che ivi la prostituzione era illegale, ma pensavo fosse soltanto una copertura ipocrita per un’attività fiorente e tollerata, come in tutto l’occidente civilizzato. La responsabile dell’agenzia mi aveva avvertito che il contratto non prevedeva di ospitare altre persone oltre a me, sia per motivi di assicurazione, sia per motivi di eventuale disturbo ai vicini (“no parties, no girls…”). Era stata però ella stessa ad esclamare, dopo aver visto come ero riuscito a rendere l’appartamento, prima spoglio o mal arredato, una perfetta alcova, con tanto di tappeto e tavolino di vetro davanti al televisore e al divano (nell’angolo opposto rispetto a quello “di studio”), “Oh, ma qui ci manca solo una bella ragazza da invitare!”

Il mio modo di invitare fanciulle, però, era ed è esclusivamente professionale. Appena il ritmo delle cose da fare per imbastire la tesi rallentò (mi era bastata mezza giornata per capire il problema, qualche giorno per arrivare al nocciolo della soluzione, ed un mesetto o due per scrivere i capitoli principali), iniziai a dedicare maggiore tempo nella ricerca di una escort. Quando seppi che il mio advisor, vincitore di un premio ad una conferenza, doveva assentarsi per quasi una settimana, lasciandomi praticamente “incustodito” (avevo sì dei compiti, ma la mia superiore velocità, appunto di computazione mi garantiva almeno 2-3 giorni di margine), mi dissi “è il momento di agire”. Incidentalmente, quella settimana doveva arrivare anche un bonifico di supporto da casa. Avevo infatti avvertito mio padre delle ingenti spese di sopravvivenza nella San Diego altolocata, ma avevo esagerato nell’allarmismo. Frattanto, ero infatti riuscito, con qualche risparmio sulla spesa e sui locali (praticamente, non mangiavo quasi nulla a pranzo e mi rifacevo cucinando alla sera con ingredienti “italiani”) a farmi bastare i denari affidatimi. I nuovi potevano dunque essere totalmente investiti nell’affare-gnocca. Si trattava di oltre un migliaio di dollari, che andai felice a ritirare una meteorologicamente grigia mattina di sabato. Senza perdere tempo, iniziai a contattare i siti specializzati, dove tutte le fanciulle parevano modelle.

[PAUSA]

Purtroppo, alcuni siti fornivano numeri inesistenti, altri raccoglievano messaggi in segreterie telefoniche e non richiamavano, altri ancora parevano evidenti fregature. Arrivai dopo vari tentativi ad un sito all’apparenza serio (lo si capiva dalla mancanza di promesse esplicite, come ovvio per un paese proibizionista, e dalla presenza di rimandi ad “accordi privati non generalizzabili” miranti evidentemente ad eludere qualsiasi accusa di pubblicità alla prostituzione).
Mi sentivo eccitato ed ingenuo come quel liceale del film visto anni ed anni prima, che cerca l’avventura sul catalogo delle escort ma trova la fregatura con la tipa la quale, temendo di non essere pagata, si prende da sola il controvalore in mobilio mentre lui è ritirare i soldi in banca. Per questo ero andato per tempo in banca ed avevo raccolto il necessario in una busta messa in cassaforte.

Ammetto però che, proprio nel tragitto dalla banca alla casa, avevo per un attimo provato comica pietà di me stesso costretto dal bisogno dei sensi a sacrificare il budget di un mese di sopravvivenza per una sola notte d’amore terreno. Sentivo zie e amiche materne dirmi “poverino…”
Povero, ma poeta! Come nella “Boheme”. Ecco perché, davanti alle foto delle potenziali candidate, avevo iniziato a scrivere sonetti tentando pure di tradurli in Inglese.
La prima bellezza da cui fui colpito fu una bellezza bionda, in bikini, che si raffigurava al sole di una classica spiaggia californiana, la quale, ai miei occhi sognanti, si trasfigurava ovviamente nel greco mar “da cui vergine nacque Venere”:

“You are so beautiful in your golden hair
As a magnificent angel, oh Sapphire,
Perfect, in the statue’s figure
Of your body and in the modelled line

Of your limb, as a dreamed form,
High as the appearances of the air,
So that from them the look of each admirer
does not diverge watching your blessed face,

And you are so beautiful as the Goddess who was born,
In her bare body, from the Greek Sea’s waves;
You seem her divine image,

Pure and gleaming as on an altar:
You shine as her first evening star
Rising over the water expanses.”

Si chiamava proprio come la personificazione di quel vento (Zefiro) che, secondo il Petrarca, “il bel tempo rimena”. Chiamai dunque il sito, ma trovai la segreteria telefonica. Già sul web si avvertiva di lasciare il proprio numero in chiaro e di aspettarsi di essere richiamati per rispondere a “few delicate questions”.

Attesi quindi fiducioso, ma frattanto era venuta l’ora di cenare. Proprio mentre ero alle prese con la delicata fase di valutazione del grado di cottura degli spaghetti, suonò il telefono. “Hello! Bla bla bla”. Era una pubblicità registrata che nulla aveva a che fare con l’escorting.
Decisi, dopo cena, di ritentare. Frattanto composi un altro sonetto (molto simile al precedente) sempre davanti a quel corpo scolpito di dea, che sotto “spiagge luminose della luce” degne del poema di Lucrezio, pareva più dorato della famosa ragazza di James Bond:

“You are beautiful in your blond hair
As the beach kissed by the sun,
Smooth, in your delicate and golden skin,
O Sapphire, as the shore, which is soft

For the caresses of the wave,
Tall, as the more desired star,
And perfect, in your slender sculpt body,
As the Goddess who was born from

The white foam of the Greek sacred Sea;
In the length of your divine figure
And in the two rounded forms of the breast

You are as the Venus’ shining planet,
And in your perfect waist line
The thrill lies of the dream I like.”

Quanto avrei voluto baciare quella pelle che al mio gusto immaginario sapeva di “pesca intatta” come avrebbe detto D’Annunzio! Mille e passa dollari mi parevano anche pochi per poter percorrere con le labbra le lunghezze infinite di quelle gambe da modella e scorrere fra le dita l’oro fluente di quei capelli da copertina. E difatti lo erano. Mandai una mail per spiegare tutto e chiedere di essere contattato, ma non ebbi risposta alcuna.

"*Hello, marvellous Sapphire. My name is F.

I am an Italian visiting Scholar and I stay in La Jolla to do the researcher for ….
In spite of being and engineer, I don't live only in a platonic world of calculations and numbers, but I love Poetry, Literature, History (expecially Renaissance), Philosphy and Opera. I'm a lover of the Beauty, in all its forms and expressions, above all in female figure, which in all centuries, from Ancient Greeks till Keats, has inspired the True Art and the most sublime Poetry.
Since I come from Dante's Country, I would like to meet even in California my Beatrix (she who donates bliss) who conduces me along Heaven's ways.

*Sorry if my English is not perfect, but this is the first time I stay in United States.
I know your service is a high level service (and for this reason it satisfies my refined aesthetic taste), but if you reply me what exactly are your rates, it will be easy for me to provide the "financial funds" for your compensation. Please contact me for an appointment within this week."

My full name is ……, 3550 Lebon Drive #6413, La Jolla (CA) (XXX)YYY ZZZZ e-mail …..
It's better for me if you reply by e-mail, because, since I don't understand spoken English perfectly, by telephone could happen unpleasant misunderstandings.
If reply me, I will be able to give you also a literary gift.

*Even if the translation from Italian to English destroyes rhimes, sounds and often changes words' meaning and feelings, I would like to dedicate you a Sonnet. It will be the right tribute in adoration of your Beauty.
For now, I am sorry for the disturb, I hold out homages to your Beauty and I'm waiting your reply."

Greetings"

[PAUSA]

Sapphire non esisteva ed evidentemente il sito era un fake che utilizzava immagini di altre modelle per rubare dati dalla carta di credito di utenti ingenui.
Fortunatamente, anche aiutato dai vari “gnoccatravels” dell’epoca (la rete è sempre servita soprattutto a quello, per me), individuai un sito affidabile. Faceva riferimento alle parole “escort”, “San Diego” e “deluxe”: un trinomio perfetto per i miei gusti raffinati e rampanti. Chiamando, rispondeva sempre una delle ragazze, che faceva l’elenco delle colleghe disponibili per la sera.

Quella che avrei voluto da me era la prima della lista, una certa Jen, altissima, mora ed assai aggressiva sia nello sguardo sia nel vestimento (nero, forse in lattice, e vagamente allusivo a pratiche fetish). Era così come una rosa che sbocciasse nella sua bellezza intatta proprio perché irraggiungibile e comunque difesa dalle spine:

"To Jen

You are beautiful in your dark hair,
You appear as a fleeing dream,
As a sweet laugh of Nature,
As the reflection, over shining

Silver waves, of the heavenly
Creature who we call Moon,
Trembling in the water for the breath
Spreaded by the purest breeze,

When it’s warm and silent, in the spell
Of an Heaven night. I admire you
As an untouchable thing, from whose

Highness I’m waiting a smile;
You are for me as the earthly face
Of the Creature which we call Rose”

Aveva la soavità e la purità di un plenilunio ma anche il mistero pericoloso del buio e la severità di un ambiente freddo, aspro, selvaggio e spietato. Purtroppo, alla mia chiamata, risultà “unavailable”: irraggiungibile non solo per altezza!

Dovetti quindi ripiegare su una terza scelta che aveva il proprio programma nel nome: Caprice. “Caprice is available” mi dissero. Era la seconda più alta (stando ai dati del sito) dopo Jen ed era castana (come, del resto, lo era stata Venere prima di immergersi nello Scamandro). Ecco che quindi anch’ella divenne bersaglio della mia poetica foscoliana in una prima coppia di sonetti:

I.
Tall, kind and with brown hair,
You appear divine at my adoring look,
As if you were the bare Venus, wrapped
By the trembling waves of the Sacred Sea:

For your heavenly sky blue eyes
For your elegant body’s length,
Covered of more than human graces,
You rise the look at the holiest beauties

Of the sky full of blessed stars,
There my soul recognize you
In the planet sacred to Aphrodite

And all my thoughts are captured by you
You are beautiful as the most beautiful Goddess
But you are earthly and your name is Caprice.

[QUI IN NOTA l’originale italiano in metrica ABAB ABAB CDC DCD

Alta, gentile e di chiome castane
Divina appari al mio sguardo adorante
Qual tu fossi, tra le dive pagane,
Venere avvolta dal mare tremante

Sull’onde azzurre dell’acque lontane;
Per la lunghezza del corpo elegante
Ricoperto di grazie più che umane
Elevi gl’occhi alle beltà più sante

Di cui il cielo stellato si bea,
Là suso l’alma mia ti ravvisa
Nel pianeta sacrato a Citerea

Ed ogni sua visione è da te prisa:
Bella tu sei come la greca dea
E sei terrestre ed hai nome Caprisa]

II.
“Beautiful you are for the modelled form
Of your body and for the pretty aspect,
Pure as the moon reflected there
On the waters in the deep night;

Perfect, in the heavenly line
Of your breast, as the warm shore,
In the morning in the untouched
Sand, smooth for the wave’s caresses;

Tall, as every more than human grace
Which makes the air trembling of light;
In the lengths of your goddess body,

Till the curls of your brown hair,
The myth in your slender limbs
Relives of Venus sourcing from the sea.”

[QUI IN NOTA l’originale italiano in metrica ABAB ABAB CDE CDE

Bella sei per la forma modellata
Del corpo tuo e per l’aria gioconda,
Pura come la luna rispecchiata
là sull’acque nella notte profonda;

Perfetta, ne la linea angelicata
Dei seni, come la tepida sponda,
Al mattino ne la sabbia inviolata
Che è liscia per le carezze dell’onda;

Alta come ogni grazia più ch’umana
Che l’aere fa tremar di chiaritate;
Nelle lunghezze del corpo di dea

Fino ai ricci della chioma castana
Il mito nelle Tue membra slanciate
Rivive di Venere Citerea

]

[PAUSA]

Gli occhi erano blu oltremare come quelli di Saphire, ma almeno lei esisteva. Suonò al campanello all’ora convenuta ed io scesi ad aprire (il palazzo era grande e non mi fidavo a lasciarla vagare fra i corridoi in cerca di me). Appena la vidi capii di avere di fronte più una ragazzina che una dea. Aveva più o meno la mia età, mentre nel mio immaginario di allora la escort per eccellenza era una donna più matura (magari sulla trentina, come Elena Muti nel “Piacere”) nella quale la bellezza pienamente sbocciata diveniva anche simbolo di intelligenti esperienze di vita (e di cultura) a cui attingere, oltre che di innumerevoli ed indicibili esperienze di letto da cui imparare.

Già al citofono, aveva detto semplicemente “Am I”, come la più impacciata delle bambine sotto casa del compagno di classe. “Io, chi?” avevo pensato ricordando come, in quei casi, la maestra ci irrideva quando davamo risposte prive di contenuto informativo. Mi venne però quasi immediatamente naturale risentire in quella risposta anche la diciottenne sotto casa del primo fidanzatino da salutare con l’usata, abitudinaria, confidenza. E ciò contribuì a non far cadere del tutto l’eccitazione pre-amorosa. Era vestita come una caramella: una giacca di panno (non troppo pesante, ma adatta al tiepido inverno californiano) la avvolgeva, stretta alla vita da una cintura, mentre sotto di esse sbucavano le nude gambe, essendo probabilmente la sua gonna più corta del soprabito. Pareva che, slacciandole la cintura, fosse possibile denudarla istantaneamente come un confetto.

Nei primi convenevoli, non mi era parsa particolarmente intelligente né brillante. Aveva il viso ancora leggermente segnato dall’acne giovanile, così come da quell’espressione pensosa, tormentata e silente degli adolescenti (quando sono appunto ancora troppo giovani per prendere le piccole-grandi cose della vita con la dovuta “ironia ariostesca”).
Terminati i soliti dialoghi del “cosa fai? Da dove vieni? Ti trovi bene negli States? Eccetera”, volli farla entrare nel vivo chiedendo, con il dito semialzato quasi in gesto di domanda che interrompe: “…and for your compensation? Before or after?”. “Befoooore” mi disse con tono dolce ma deciso prolungando la “o” quasi a dare foneticamente un senso di ovvietà. Aprii dunque la cassaforte ed estrassi la busta. Prima di consegnargliela, le fece un’ultima domanda che avrebbe voluto e dovuto essere decisiva: “are you full service?”. Era la domanda con la quale i puttanieri yankee dell’epoca si raccomandavano di sincerarsi sull’effettiva disponibilità del servizio sessuale in cambio di denaro in un paese dove legalmente ciò è vietato e dove quindi fioriscono truffe più o meno apertamente fondate sull’ambiguità.

“You will have good time…” fu la sua risposta, accompagnata da un ammiccamento e da un accavallamento di gambe. Con il senno di poi avrei dovuto ritrarre la busta e richiuderla nella cassaforte congedando la fanciulla troppo vaga. Ma all’epoca la vaghezza era per me sinonimo di poesia e mi accontentai di quell’assicurazione verbale così debole e persistentemente ambigua.
“Sei il primo che parla di compenso, di solito gli altri chiedono solo: how much do you want?”. “Che bruti questi americani” pensai “è forse il modo di rivolgersi ad una fanciulla?” Supposi essere una volgarità nascente dall’ignoranza delle buone maniere ed invece di lì a poco avrei appreso trattarsi di brutalità forse non giustificabile ma certamente comprensibile e dovuta alla “saturazione della pazienza” per truffe e ipocrisie politicamente (o legalmente) corrette.
Tranquillizzata per l’aver potuto infilare la sospirata busta nella propria borsetta, Caprice si rilassò visibilmente, come se avesse appena smesso di recitare una parte (quando, semmai, in quanto escort, la sua recita avrebbe dovuto cominciare proprio a partire da quel momento). Si abbandonò sul divano di fronte al tappeto con il tavolino ed iniziò a raccontarsi sorseggiando il drink che le avevo offerto.

Era di origine svedese: i suoi genitori si erano trasferiti negli Stati Uniti nel dopoguerra. “Come mai?” chiesi “Così” rispose alzando le spalle “dopo la guerra l’Europa era povera e così i miei nonni, sia i genitori di mia madre sia quelli di mio padre, hanno pensato ci fosse più futuro per i loro figli negli Stati Uniti. Poi a vent’anni si sono incontrati qui e si sono sposati”.
Mentre era sprofondata nei ricordi, le suonò il telefono che aveva lasciato nell’altra stanza dentro la borsetta. Corse furiosa come se si trattasse di un incendio. “All OK” disse e chiuse subito. “Era il mio amico che si era preoccupato”. Capii subito che, come tutte le escort americane di cui avevo sentito parlare alla tv, aveva qualcosa di simile ad un boyfriend o ad un autista con l’incarico di chiamarla entro un certo numero di minuti dopo l’orario fissato per l’incontro, per assicurarsi almeno della sua incolumità fisica. In un paese in cui il commercio sessuale è illegale, una ragazza sola potrebbe essere facilmente preda di un serial killer, di un violento, o semplicemente di un cliente che preferisca di colpo la violenza al pagamento.

Per farla dimenticare di qualcosa di così importante, l’inizio del nostro incontro doveva avere quindi avuto su di lei la stessa funzione del fumo di oppiacei per il personaggio interpretato da De Niro nella scena iniziale e finale di “C’era una volta in America”.
Vedendola richiamata così ai doveri della sua professione, approfittai per condurla in camera da letto. Chiese se non avessi per caso la possibilità di diffondere musica con la quale accompagnare il suo spogliarello. Ovviamente, l’unica musica a disposizione in casa mia, allora come ora, era ed è la lirica. Non ebbi dunque altra scelta (Puccini mi perdonerà) che inserire nel lettore CD la Tosca, accompagnando ciò con una veloce quanto doverosa spiegazione della trama e del contesto storico.

Per costruire il ponte con il suo mestiere di escort e quindi a suo modo di attrice, dissi innanzitutto che già la protagonista, una cantante, era per l’epoca in cui è ambientata, la vicenda, uno scandalo: ancora all’inizio dell’ottocento non era del tutto socialmente accettabile, per una donna, cantare o recitare su un palcoscenico. Del resto, in precedenza, era successo pure che agli attori in genere venisse negato il diritto alla sepoltura nei cimiteri: interpretando per mestiere tante anime diverse, si supponeva addirittura non ne possedessero una propria e dovessero essere quindi messi in fosse comuni, lontano dai defunti “per bene”.
Forse, al di là del pregiudizio paolino sul “sacrilegio” del “fare mercato” con il corpo “vaso dello spirito santo” e dell’ideologia femminista vittimizzatrice (“nessuna donna che si vende è mai totalmente libera”: come se chi vende prestazioni diverse da quelle sessuali avesse invece libertà assoluta e potere contrattuale infinito…) e mistificatrice (“una prostituta vende se stessa”, come se chi vende qualcosa di non sessuale non mettesse comunque a frutto una parte di sé non meno preziosa e personale: il fisico, l’intelletto ecc.), una parte della stigma sociale contro le escort autodeterminate deriva ancora dalla stigma contro gli attori. La escort, in quanto tali, devono il loro guadagno proprio alla capacità di recitare il sogno estetico completo dell’anima contemporanea, all’abilità di farsi vedere, dagli occhi del desiderio, come personificazioni della bellezza inarrivabile, del fascino misterioso, dell’esperienza indicibile, della cultura viva, alla magia di essere percepite, da ogni diverso cliente, come la donna che, nel dialogo come nell’amplesso gli “corrisponda” individualmente. A parità di bellezza e prestazioni offerte, il segreto è tutto lì, come quello delle grandi attrici.

Attrice molto scarsa era invece Caprice, la quale, non sapendo dire altro che “yes, I understand” al mio commento alla Tosca (chissà cosa avrà capito della trama dell’opera e della campagna d’Italia di Napoleone…), inizio a denudarsi ballando senza immedesimarsi né nella Tosca né nella protagonista di “Showgirl”.
Quando le note di “Vissi d’arte, vissi d’amore” terminarono, ella si trovava di fronte a me con soltanto un tanga indosso e le poppe a poche centimetri dal mio viso. Attesi, prima di toccarla, che foss’ella a prendere l’iniziativa per l’accoppiamento (ero alle prime armi). Vedendola ferma, mi insospettii e chiesi “in che posizione lo facciamo?” “Facciamo cosa, sex?” – la sua bocca e il suo tono si deformarono a quella "x" come schifati per la richiesta - “Obviously”. “I don’t have sex with people that I meet for the first time.” “What?” “If you are kind and gentle, maybe one of the next times” - “Ma scusa, questo avviene quando si cerca una fidanzata, non quando si paga” pensai! “Allora c’è la storia della fanciulla con la reputazione da conservare che non si deve concedere la prima volta” “But I have paid!” protestai quindi. “You have paid for the companionship”. Disse con la burocratica tranquillità di un sito di annunci escortistici che voglia mettersi al riparo da possibili accuse di favorire la prostituzione. “Questo è quello che si dice all’esterno per schivare la legge, ma in tutti i paesi civili si sa che si paga anche per la prestazione sessuale. Sono stato in tutta Europa, in Francia, in Austria ed ovunque è così!” “But these are United States” mi replicò con tono definitivo “Fuck United States!” mi dissi da quella volta e per sempre.

[PAUSA]

“What can you do?” le chiesi allora per avere un menu dei servizi consentiti. “Posso fare lo spogliarello come ho fatto, posso farti un massaggio e se vuoi posso farti una sega. Mi hai pagata per 3 ore, devi scegliere tu”. “vabbè, allora fammi una sega”.Inizò quindi a massaggiarmi il membro con una tale lentezza che sarebbe stato impossibile giungere al piacere entro la fine del mondo. “Ma così non riesco a godere, cerca di essere più incisiva”. “Ah, non so come fare, perché io… non ce l’ho” “E con quello che ti ho pagata ci mancherebbe pure che avessi l’uccello!” pensai in risposta. “Ti ho dato 1000 dollari per scoprire che non sei una escort nel senso completo (europeo) del termine. Se scoprissi che non sei manco una donna l’uccello te lo taglierei!”
Dovetti quindi fare da solo anche in quel frangente.

Una volta svuotata la mente (e non solo) dall’angustia del disio, tornai a prestare ascolto ad un altro tipo di fame. Si era fatta ormai sera ed era quindi tempo di andare a cena. Invitai quindi la mia “dolce” accompagnatrice nel ristorante italiano sotto casa. Si rivestì con allegria e velocemente si agghindò con la cintura e i sandali.
Il nostro rapporto era pervertito anche da quel punto di vista. Anziché conoscerci a cena e poi passare nella camera da letto spogliandoci come i personaggi maschili e femminili dei tanti filmetti americani, stavamo facendo l’esatto contrario. Ci eravamo conosciuti nudi sul letto e ci stavamo rivestendo per andare a cena fuori.

Durante il pasto (a base principalmente di spaghetti scotti in salsa rossa di presunto pomodoro, come capita sistematicamente ai non-italiani) Caprice era tornata affabile e disposta a raccontare sinceramente di sé. Mi chiedeva anche informazioni su come funzionava l’escorting in Europa. Su tale tema, ci facevamo vicendevolmente segno di abbassare la voca ogni volta che il cameriere si avvicinava, quasi come potesse essere un informatore della polizia.
Mangiava con grande voracità, come se non lo facesse da tempo, come se il mantenersi magra fosse stato uno sforzo estenuante fino a quel tempo. Quando avemmo finito era già completamente notte e restava ormai soltanto una manciata di minuti allo scadere del tempo pagato. Non le feci quindi nemmeno risalire le scale e l’accompagnai al taxi salutandola.
L’estrema solitudine esistenziale della società nordamericana favorisce il consolidarsi di un senso di umanità anche nei confronti di persone estranee o conosciute da poco e con le quali, in Europa e soprattutto in Italia, magari saremmo portati a litigare. Una plastica evidenza di questo fatto mi fu ribadita dal biglietto di invito che trovai nella buchetta della posta: era il comitato del condominio che invitava tutti coloro i quali non avessero con chi passare il Natale a ritrovarsi parlando del senso delle religioni e dell’uomo.

[PAUSA]

Mancavano pochi giorni a Natale e, come stabilito, evitai di ritornare a casa come gli altri italiani: dato il mio soggiorno di neanche mezzo anno mi pareva inutile spendere soldi, tempo e fatica solo per tornare a casa qualche giorno). Ammetto però che, verso il 21-22 di dicembre, quando il mio advisor mi salutò dicendo che l’indomani aveva il volo per l’Italia, ebbi per qualche ora gli occhi lucidi. Percorrevo in discesa il viale che mi riportava verso casa e immaginavo lui in procinto di rivedere la patria. “Rivedrai le foreste imbalsamate, le fresche valli, i nostri templi d’or”. Le arie dell’Aida sulla nostalgia per la terra natale mi risuonavano dapprima scherzose (giacché l’Italia non è l’Etiopia di Aida e di Amonasro e non ha né le sorgenti del Nilo né la foresta equatoriale), ma poi via via più commoventi a mano a mano che il significato letterale si trasmutava in quello sentimentale (la lontananza).

Mia madre aveva organizzato un surrogato della festa in famiglia grazia alla sua cugina di Seattle. Era la moglie del dentista Julius, quello sulle cui ginocchia avevo per la prima volta preso il volante di un’auto quando ci erano venuti a trovare ai tempi delle elementari! Ora si erano separati senza rancore (ma anche senza rimpianti: e pareva incredibile per una coppia durata più di trent’anni e passata dai sacrifici iniziali – con lei che faceva la donna di servizio o la segretaria per pagare a lui gli studi – al successo economico e sociale con tanto di ville e figlie laureate) dopo che, da pensionato, lui aveva voluto a tutti i costi tornare in Europa e, piuttosto che perdere la possibilità di vivere serenamente gli ultimi anni fuori dagli Usa, si era adattato a sposare la vedova di un collega svizzero. Julitta, così si chiamava ella, era in tal modo rimasta sola, con la casa troppo grande, la Mercedes nuova di fabbrica che guidava quasi con imbarazzo, e metà del ricco patrimonio comune (del resto, Julius non poteva piangere miseria, essendosi risposato con una donna ancora più ricca di quanto non fosse lui). A Natale, il tradizionale ritrovo in famiglia proseguiva a casa della figlia maggiore (sposata con due figli) e assieme all’altra figlia single (l’altra che da piccolo mi batteva sempre poco cavallerescamente a ping-pong quando ci vedevamo nella residenza estiva del nonno in Polonia). Quella volta ero quindi invitato anch’io. Presi, da solo (per me era la prima volta che salivo in aereo da solo) l’aereo per Seattle, con una felpa sotto braccio da indossare al volo per mitigare lo sbalzo termico fra il sole della California e il gelo dello stato di Washington al confine col Canada. La ragazza che mi era seduta di fianco in aereo mi chiese se ero dell’università del… “No, sono italiano e mi trovo negli Usa per la tesi presso l’università della California” - “no, perché quello è lo stemma dell’università del… e se lo porti in giro la gente pensa che sei dei loro…e non scorre buon sangue con altre università”. Insomma, scoprii all’improvviso che le patacche americane che con indifferenza portiamo sulle felpe hanno a casa loro un significato simile alle maglie delle squadre di calcio!

Arrivato comunque sano e salvo, trovai Julitta a prendermi all’aereoporto e a condurmi prima a casa sua, poi presso quella della figlia. Devono essere ben lunghe e complicate le percorrenze automobilistiche nello stato di Washington, dato che per un paio di volte ci smarrimmo su contorte strade di montagna (quelle fitte foreste di alto fusto a quelle latitudini appagavano la mia fantasia e il mio senso di avventura) e solo il gentile intervento di un’auto con la scritta “to protect and serve” (quando l’auto della polizia ci affiancò con la sirena lampeggiante e rumoreggiante, ebbi per un attimo paura stessimo per essere multati e arrestati, tanto era stata forte, per via della tv, la demonizzazione delle forze dell’ordine statunitensi) ci poté riportare alla retta via. Julitta ringraziò, tranquilla e (al contrario di me) per nulla sorpresa, il ragazzo in divisa (forse lì la cavalleria è di casa) e ripartì. Nel tragitto, ci fermammo poi a comperare il regalo senza cui a Natale non si può entrare in alcuna casa onorata. Ella diceva che sarebbe bastato un “Pinot grigio” (non volendo infierire sulle mie finanze di studente), mentre io insistetti per portare anche una bottiglia di Champagne (temendo di non fare altrimenti una figura da gentiluomo).
Una villa davvero enorme (e simile a quella in cui giocavo da bambino con la mia amica cretese) era la dimora della famiglia di Jackie. Due piccoli vichinghi già forti e combattivi la animavano. E il marito, un grande vichingo di origine norvegese che lavorava come ingegnere alla Boeing, fu molto gentile con me.

“Scusa, ma serviranno almeno tre donne di servizio per una casa così!” sussurrai a Julitta “no, fa tutto Jackie” mi rispose sorpresa. Ed io pensai: “meglio che stia zitto, io che ho bisogno della donna delle pulizie tuttofare messicana per sopravvivere in un bilocale, e già mi sento impegnato al limite!”

“My background is Norway” mi spiegò il padrone di casa, sintetizzando involontariamente in due parole il procedimento sincretico con cui l’identità americana si costituisce nutrendosi di tutti quei piccoli e grandi patrimoni cultuali, etnici, linguistici e persino etici che si possono immaginare compresi nella parola “retroterra” (la quale, per contrasto, rende quindi, quasi nietzscheanamente, mi si consenta il termine “terra davanti”, ovvero “terra dei figli”, il nuovo continente).
Frattanto, i due bambini giocavano lottando gagliardamente per il possesso dei nuovi giochi, mentre gli adulti discutevano di politica, con Julitta scatenata nel sostenere le tesi del partito repubblicano e la figura, all’epoca odiatissima dai media, di Bush Jr. Molto prima di Trump, la tesi del “muro anti-immigrati” doveva avere forti sostenitori nell’America “profonda” già da allora: appena saputo che venivo da San Diego, il “vichingo” esclamò “benvenuto negli States”, con ciò intendendo la città californiana essere ancora “Messico”. “Io costruirei un muro di separazione con quella gente!” E intanto, dopo l’ennesimo rotolarsi a terra dei due pargoli-combattenti, la mamma li aveva invitati a recarsi nella “stanza dei giochi” a proseguire il loro scontro fratricida senza disturbare il resto della famiglia. “E’ come se fosse già così” risposi io “sull’autostrada la polizia ha istituito tanti di quei posti di blocco che è come passare la dogana”. “Sì, hanno molti problemi con l’immigrazione da quelle parti”.

Per introdurre argomenti più leggeri, qualcuno chiese a Julitta se l’altra figlia si fosse fidanzata. “Possibility of a boyfriend” risposte facendo con le dite il noto segno delle virgolette o dell’asterisco per evidenziare la “possibilità lampeggiante”. Seguirono elogi a questo potenziale fidanzato, di umili origini ma di profonda intelligenza, tanto ricco di qualità sentimentali da aver preferito lavorare come insegnante di sostegno per bambini in difficoltà piuttosto che seguire il “cursus honorum” degli uomini in carriera. E nonostante questa rinuncia alla promozione sociale e alla glorificazione economica aveva (cosa che mi parve mirabolante, se comparata alla situazione italiana) aveva attirato l’attenzione (e, a quanto capivo, anche conquistato il cuore) di una giovane, bella e ricca donna in carriera come era la figlia single di Julitta. “But he is very, very clever” continuava a ripetere la cugina di mia madre per concludere le sue risposte altrimenti “deludenti” alle domande tipicamente “americane” sulle persone (del genere “che macchina ha”, “quanto guadagna”, “dove lavora” ecc.).

Quella cena così lontana da casa ebbe però il potere di farmi sentire esistenzialmente apprezzato. In prospettiva, avevo un roseo orizzonte con un ben remunerato mestiere di ingegnere sullo sfondo, di cui la figura del padrone di casa rappresentava il teorema di esistenza, con il relativo corollario di bella casa, bella moglie, bella macchina e bei bambini. Nel presente, sentivo che, comunque mi sarebbe andata la vita lavorativa, esisteva un paese in cui un giovane maschio poteva, solo e soltanto per le sue doti personali (non già per la posizione sociale, per il potere, per la fama, per i denari conquistati), solo e soltanto per quello che è (non già per quello che rappresenta), proprio come capita ad una donna per la sua bellezza, essere apprezzato dall’altro sesso al punto da divenire argomento di conversazione alla vigilia di Natale. Fu un bel modo di dirci “Merry Christmas” (non lo sapevo, ma sarebbe stato l’ultimo Natale felice, l’ultimo natale con quelle illusioni).

Il giorno successivo conobbi il nuovo compagno di Julitta, un piccolo e burbero irlandese che non amava i giri di parole. “Cosa fai dopo la laurea?” “Non, so, dipende” risposi io che ancora non avevo scelto se restare all’università a fare ricerca o cercare fortuna in azienda “Depends on what?” mi rispose come se volesse sapere la verità da un politico ciarlatano. “Dipende dalle occasioni che troverò all’università e nelle aziende…” cercai di glissare, sorpreso dal fatto che, per una volta, il verbo “dipende” non fosse sufficiente a fermare una domanda scomoda. Mentre attraversavamo in auto la città, vedevo ragazzi di colore con la testa nella felpa come nei film sui rappers bighellonare ascoltando musica o radunandosi in bande metropolitane. Era un freddo pazzesco e dai finestrini dell’auto potevo vedere non solo le chiazze di neve sui marciapiedi, ma anche il vapore acqueo che si formava quando quelle persone gridavano o cantavano. Qualcuno aveva la cuffia ed altri battevano le mani inguantate: tutti parevano a disagio in quel clima (forse non solo meteorologico). Contemporaneamente, dalla vista e dall’udito, facevano capolino tutti i luoghi comuni sull’America multietnica: il carattere rude degli irlandesi e la segregazione metropolitana (con elementi di potenziale guerriglia urbana) dei neri.

Eravamo a pranzo da altri amici di Julitta. Essi dovevano tradizionalmente situarsi su un versante politico più “democratico”, data la fatica che la cugina di mia madre faceva per trattenersi da dire tutto quanto pensava. Nelle lunghe pause fra una portata e l’altra venivo invitato ad uscire per accompagnare due donzelle che, come ci si fosse trovati in un film western o in un romanzo ottocentesco, si sedevano sull’uscio di casa per lavorare a maglia. “Tranquillo che non ti mangiano” mi diceva la loro madre notando la mia congenita timidezza nei confronti dell’altro sesso. Magari, al contrario della stronza-media occidentale, sempre pronta ad attirare (e illudere o lasciar illudere) per respingere, ferire, irridere, umiliare per sadico diletto o calcolo sentimentale, o addirittura denunciare falsamente per capriccio o guadagno, esse non erano pericolose. Non erano però nemmeno tanto interessanti quanto a compagnia, simili com’erano proprio a quelle figure ancillari ed insipide a cui la menzogna femminista lamenta falsamente esser state ridotte le donne prima del femminismo. Possibile che fra le arpie femministe e le ancelle che filano non ci fosse una umana via di mezzo? Contraddizioni della società americana…

Quando fui sull’aereo che mi avrebbe riportato a San Diego, mi accorsi di essere seduto vicino ad una signora anziana e mi venne in mente quella scena di Fight Club in cui il protagonista spiega alla propria vicina di posto il modo di ragionare delle compagnia di assicurazioni (“probabilità di incidente per probabilità di perder la causa per entità media del risarcimento uguale a X. Se X è inferiore al costo della sostituzione o della modifica, noi quel pezzo non lo ritiriamo dal mercato.”). Per fortuna non vi fu alcuno scontro in volo con altri aerei i potei tornare senza incidenti al mio bilocale di La Jolla, che, dopo quel paio di giorni tanto a nord in zone tanto ignote, mi apparve cinta da un’aria piacevolmente meridionale e familiare.

[PAUSA]

La sera del capodanno fu da me passata alla scrivania a migliorare e rielaborare lo scritto della tesi. Fatica sprecata, col senno di poi (nel senso che anche quanto era scritto prima sarebbe ampiamente bastato e che comunque non avevo bisogno di alcun punteggio aggiuntivo). Meglio avrei fatto a scendere in strada e ad unirmi alla festa cittadina. Potevo sentire e vedere, proprio sotto di me, la gente radunarsi dapprima, verso l’ora di cena, lentamente, poi freneticamente, cantare e ballare. Verso mezzanotte si raggiunse l’apoteosi, con tanto di brindisi, spumante e fuochi d’artificio. In quella piazzetta così “in” pareva essersi dato appuntamento il fior fiore dei discendenti dei “coloni”. Erano quasi tutti di aspetto europeo e di portamento elegante. Magari avrei vissuto qualche avventura da filmetto americano del sabato sera.

I giorni successivi tornò la solita routine americana. Alternavo orari folli (a volte mi veniva in mente una modifica da apportare alle simulazioni e, quando non riuscivo a dormire, mi recavo come un ladro nel cuore della notte in laboratorio – era sempre aperto per chi aveva il badge - per lanciarla) fra calcoli e scrittura della tesi a momenti distensivi come la spesa al supermercato, aperto tutti i giorni 24 ore su 24. Ricordo in particolare i ritorni a casa con il pulmino dell’università guidato da studenti in procinti di prender la patente: un susseguirsi di frenate improvvise e sbagli seguite dal “sorry” del o della conducente-adolescente. Una volta, con il mio advisor che abitava poco lontano, discutevamo del modo per sfuggire agli yankee “eh, ma allora devi davvero non farti più trovare da loro” rispose alla mia ipotesi sullo scappare per non pagare un debito (tipo quelli terribili che si contraggono per cause civili montate ad arte) “devi andare in un paese del medio oriente e sperare che non lo invadano come l’Iraq!”. Mi fece l’occhiolino e scese alla sua fermata.

Era sempre sereno in California e i tramonti parevano davvero tutti i giorni quelli dei film western, quelli così struggenti che da noi, quando capitano, si imprimono nella memoria. In America, invece, anche quello era diventato routine e la gente andava e veniva per le strade indifferente allo spettacolo della natura.

I pranzi dei giorni festivi erano allietati dalle gare Nascar, che avevo iniziato a seguire come ogni buon appassionato americano. Fra i piloti, conoscevo Tony Stewart, perché aveva iniziato la sua carriera nelle monoposto dell’IRL che seguivo su Autosprint (dopo la scissione dalla Cart). Lo avevo sempre identificato con le monoposto sgargianti del team Menard e con quelle corse in cui, a fine carriera, aveva iniziato a cimentarsi (senza sfigurare) anche il nostro Michele Alboreto. Quindi decisi di tifare per lui. Quell’anno, però, in testa al campionato era Dale Earnardt Jr, figlio del grande “The Intimidator” (un pilota così famoso e vincente che persino io lo avevo conosciuto tramite i trafiletti di Autosprint fino al giorno della sua tragica morte in corsa). Il loro duello infiammò l’edizione 2004 di Daytona, che seguii dall’inizio alla fine, gustandomi anche la comparsata dell’allora contestatissimo presidente Bush Jr.

Lo spot della Porsche Cayenne Turbo (era al tempo un’assoluta novità, per non dire uno scandalo, un SUV di marca Porsche, dopo che per decenni, dai tempi della mai compiante 944 e 928, qualunque tentativo di produrre e vendere qualcosa di diverso dalla classica 911 era fallito miseramente) era memorabile. La versione “Turbo” di una Porsche, del resto, ha sempre meritato qualcosa di particolare. Padre, madre e bambino sono seduti a tavola per la cena. All’improvviso, il figlioletto afferra il piatto come fosse un volante e inizia girarlo facendo “brum brum, meeeh” con la voce. I genitori depongono le posate e lo guardano con severità. “How many times I told you…” inizia il padre con voce severa. Lo spettatore si aspetta che dica qualcosa come “non si gioca a tavola”. Ed invece, sempre, con imperturbabile severità, continua con “you accelerate only after passing the apex of the corner”. L’insegnamento paterno non riguardava quindi la banalità delle “buone maniere” a tavola, ma il modo corretto di affrontare una curva, con la frenata regressiva, l’ingresso in rilascio, il ritardo del punto di corda in funzione della velocità e del raggio, e l’accelerazione finale una volta superato il centro curva. Ovviamente se si accelera troppo presto o si deve poi mollare, con conseguente perdita di tempo, o si finisce in sotto o sovra sterzo e si rischia l’uscita o comunque si compromette la prestazione.

Erano quelle le pubblicità che andavano per la maggiore su “Speedy Channel”, un canale a pagamento che avevo acquistato con il pacchetto della TV via cavo. Purtroppo, il tecnico venne ad installare il tutto a GP del Giappone 2003 già disputato, cosicché dovetti aspettare quasi cinque mesi per poter vedere la gara registrata da mio padre (il quale, quella sera, in diretta, mi aveva fatto la radiocronaca per telefono).

[PAUSA]

Una cosa però imparai dagli Americani che mi è rimasta tutt’oggi. Il concetto di ricorrenza decennale applicato all’automobilismo: “F1 Decade”. Era una trasmissione che mandava in onda, in rigoroso ordine cronologico, i gran premi di dieci anni prima, in corrispondenza dell’anniversario corrente. L’avevo scoperta, per la prima volta, infatti mentre faceva rivivere il GP d’Australia 1993, corso a novembre del 1993 e trasmesso da “Speedy channel” una domenica di novembre del 2003. Andai a dormire commosso: avevo visto l’ultima vittoria di Senna (su McLaren-Ford) e la sua stretta di mano (sincera, forse, per la prima volta) ad Alain Prost (secondo su Williams-Renault, ma già matematicamente campione da diverse gare), su un podio che, con il senno di poi, avrebbe simboleggiato la fine di un’era. L’anno dopo il francese si sarebbe ritirato, il brasiliano si sarebbe immolato in mondovisione al Tamburello e la formula 1 non sarebbe stata più la stessa. Rivendendoli a distanza di dieci anni, avevo potuto capire come entrambi, non dico presagissero la fine del “decennio senniano” (1984-1994), ma almeno comprendessero quanto dal gran premio dopo, dall’anno dopo, nulla sarebbe più rimasto come prima (sarebbe iniziata “l’era Schumy”, meno maledetta e più salutista, più calcolata, più vincente, più politically correct, almeno nelle dichiarazioni, più computerizzata, più, insomma “moderna” nel bene e nel male).

Si dice che Augusto, in punto di morte, si sia lasciato sfuggire “la commedia è finita”, per significare come nella vita anche i grandi uomini della storia altro non siano che attori. Ebbene, nello sguardo dei due eterni nemici della F1 moderna io vidi (potendolo rivedere con calma a distanza di 10 anni) lo sguardo disincantato, se non commosso, di due attori che, nel prendere gli applausi sul palco al termine recita, ri-conoscano tutti gli odi, le maledizioni ed i furori a cui hanno prestato voce e vita fino ad un minuto prima essere stati soltanto, appunto, “rappresentazione” e si conoscano, per la prima volta, “ugualmente uomini”, sotto la prospettiva del “mondo come volontà”. “La stessa voglia di vincere, gli stessi rischi, la stessa passione per la velocità, la stessa dedizione assoluta, lo stesso talento” devono aver visto l’uno nell’altro. E aver riconosciuto, per la prima volta, che quel “personaggio cattivo da romanzo” (che ciascuno di loro rappresentava per l’altro) tanto temuto ed odiato mentre scrivevano le pagine della loro vita (che erano anche le più belle pagine della storia della F1) era qualcuno da rimpiangere ora che si apprestavano a rileggerle.

Era la prima volta mi sorprendevo capace di un’introspezione temporale in quello sport che fino ad allora avevo vissuto solamente in un continuo presente.

[PAUSA]

E allora da dove il mio anti-americanismo? Semplice, dall’esito del secondo incontro con la escort. Avevo preparato un’altra coppia di sonetti per Caprice.

III.
“High, between the Heaven’s spheres you appear,
Wonderful in your golden hair
Of heavenly angel creature;
In the splendour of your sky blue eyes

No star can be equal to you:
You rise in your tall slender figure
As a Dawn of blessed light
Who lays the hair over the sea waves;

And you are beautiful as the Goddess
Who was born, bare, from the Greek Sea:
You seem her divine image,

At whom stare sighing and adoring:
You shine as the morning star
Rising over the water expanses.

[In NOTA l’originale italiano in metrica ABBA BAAB CDE DEC:

“Alta tra le sfere del Ciel m’appari,
Bellissima nella chioma dorata
Di celeste creatura angelicata;
Nello splendor dei tuoi begl’ occhi chiari

Nessuna stella a Te può star di pari:
Sorgi nell’alta figura slanciata
Come un’aurora di luce beata
Che i crini distenda all’onde dei mari;

E sei bella quanto la dea che nacque
Nuda fra l’onde del Greco Mare;
Tu pari la sua effigie divina

A cui volger gl’occhi e sospirare:
Splendi come la luce mattutina
Sorgente sulle distese dell’acque.”

]

IV.
“Beautiful you appear in your blonde hair
As a star from marine cavities,
In the depth of your blue eyes
It seems that the light diffuses of Venus,

And sweet spreads as a wave
In the spell of morning dreams
The brown reflection of your hair
Given to the Caprice of the playing air;

Beautiful you are as the warm Dawn,
When raising in its mild splendour
Large mirror it makes of the light waters:

You are for me the Woman who enchants,
And kissing you it seems to adore
In your graces the Aphrodite’s body.”

[Qui in NOTA l’originale italiano in metrica ABBA ABBA CDE CED

“Bella appari nella tua chioma bionda,
Come una stella fra gl’antri marini;
Nel profondo dei tuoi occhi azzurrini,
Par che di Venere il lume s’effonda,

E soave s’estende come un’onda
Nell’incanto dei sogni mattutini
il riflesso castano dei tuoi crini
Dati al capriccio dell’aura gioconda:

Bella sei tu come la calda aurora
Quando sorgendo allo splendore mite
Ampio specchio si fa dell’acque chiare:

Tu sei per me la Donna ch’innamora
E baciandoti parmi d’adorare
Nelle tue grazie il corpo d' Afrodite”

]

Ingenuamente sicuro che questa volta, non essendo più la prima, quella “brava ragazza” di Caprice mi si sarebbe concessa completamente, l’avevo ri-prenotata per 3-4 ore e re-invitata a cena. Si presentò vestita al medesimo modo (si preoccupava tanto di cosa pensassero i vicini, ma se fosse vestiva tutte le volte allo stesso modo per andare agli incontri sarebbe stata riconoscibile in fine come se avesse indossato una ipotetica “divisa da escort”!). Giunti allo stesso punto della volta precedente, mi disse, con voce dispiaciuta: “vedi questo taglio? Il chirurgo ha tagliato proprio lì. E’ estremamente doloroso se faccio su e giù. Ti prego, per questa volta lasciamo stare”.
Anche questa volta bevvi l’amaro calice del rifiuto, ma credendoci la metà della volta prima. La controprova venne di lì a poco. La terza volta che la prenotai, non avendo più scuse a disposizione, si inventò che non le avessi aperto la porta. Quando richiamai l’agenzia, mi risposero infatti “sì, è arrivata da te ma poi è tornata indietro”. Riuscii a convincerla a ritornare, ma dovetti pagare io il taxi. Arrivò e, come prima cosa, raccontò che aveva rotto il cambio (automatico) dell’auto. Disse quindi che, se avessi voluto continuare a rivederla, avrei dovuto provvedere io al pagamento della riparazione (a tre zeri). Risposti che doveva fare come noi europei e prediligere il cambio manuale “che non si rompe mai se lo usi bene”. Poi iniziò il suo spettacolino (non completamente sessuale), interrotto soltanto dalla paura. Avevamo sentito dei rumori ed ella, per nulla tranquilla, aveva guardato dallo spioncino della porta. “No police!” disse tirando il fiato.

[PAUSA]

“Sì, ma comunque anche no sex” pensai di rimando. E non erano i primi mille dollari che venivano così bruciati a vuoto! Quando, al telefono, me ne lamentai con i miei, mio padre disse che, forse, per poter andare a segno avrei dovuto essere introdotto in giri ristretti fra ragazzi abbienti del luogo. “E vabbè, allora se uno ha i suoi giri non ha bisogno di pagare! Un mondo civile è un mondo che fornisce servizi a pagamento a tutti!” - “Ma se tu mi dici che ci sono tanti indiani, tanti neri, tanti messicani, è ovvio che una ragazza non voglia andare con tutti” - “Ma un’escort deve avere un’etica professionale! E poi nemmeno il bianco biondo come me le andava bene! Il razzismo è una scusa per la stronzaggine! Approfittano di queste leggi di merda per spennare senza neanche darla!” - “Se tu avessi un amico americano, bianco e ricco, sicuramente ti indicherebbe i posti giusti, sia a pagamento che free” - "Mi sa che non ce ne sono di posti giusti qui” - “Ci sono, ma tu da straniero non vi puoi accedere” - “Va beh, allora se ci sono barriere d’accesso alla gnocca anche in questa cosiddetta società aperta, vuol dire che, in quello che conta, ci sono cittadini di serie A con accesso allo jus chiavandi e cittadini di serie B senza diritti, che si fanno le seghe sui porno e che se ci provano vengono spennati o arrestati, e allora tanto vale istituzionalizzare la discriminazione e ripristinare le caste. Però gli ingegneri li mettiamo nella casta superiore!” - “Eh, ma cosa pretendi dai discendenti dei cow-boys? L’India brahamitica?”

Ecco che da quella volta gli Stati Uniti, con il loro proibizionismo sulla prostituzione (non a torto Caprice temeva di poter essere arrestata se colta in fragrante), con il loro puritanesimo di facciata (“non scopo con il primo venuto”, “oddio se i vicini scoprono cosa faccio”), con la loro falsa emancipazione (“free speech, free sex, free women”, ma se dici qualcosa di politicamente scorretto o semplicemente antifemminista perdi il lavoro e la posizione sociale, se scegli di pagare piuttosto che corteggiare –e quindi vai a puttane - vieni arrestato e messo alla gogna, se fai la puttana –esplicitamente e senza inganni - viene parimenti arrestata e messa alla gogna puritana) iniziarono a divenire per me il “Grande Satana”.
Qualunque stato apertamente tirannico e notoriamente illiberale mi sarebbe parso più gradito di quel finto mondo di “libertà” e “diritti”.

Non vi può essere alcuna effettiva libertà se in una sfera tanto intima, profonda e simbolica come quella sessuale non sono libero di ricercare l’appagamento dei bisogni naturali nel modo voluto con un’altra persona adulta e consenziente (sia pur consenziente per interesse e non per amore: ma cos’è, giuridicamente, l’amore? E da quando l’interesse economico è un reato dal lato di chi lo concede o di chi lo persegue? Da quando una scelta “interessata” non è una scelta libera e consapevole?). Non è terra della libertà un posto in cui, per appagare il mio naturale bisogno di bellezza e piacere (dei sensi come delle idee) non ho la libertà di pagare l’attrice del mio sogno estetico ma ho, di fatto, l’obbligo di passare sotto le forche caudine del corteggiamento (con i relativi, insostenibili, costi psicologici e alla fine pure economici e i relativi rischi di essere trattato come “punching ball” sessuale dalla stronza di turno interessata solo a sfruttare la propria avvenenza per ridurmi ad un pupazzo da sollevare e far cadere, per farmi sentire “uno di troppo”, per pormi in ridicolo davanti a me stesso o agli altri, per ferirmi, per illudermi, per sentirsi “valorizzata” sulla base di quanto offro e soffro per causa sua, o addirittura sbranarmi in senso economico-sentimentale).

E, a pensarci bene, nonostante (o, forse, proprio per) le mille e mille opere cinematografiche e le mille e mille puntate televisive basate tutte su indagini e processi, non erano (e non sono) neppure la terra del “diritto” (ma, piuttosto, quella del “rovescio”).

D’improvviso mi ricordai del mio advisor che mi aveva avvertito, per il futuro, di tenere sempre i meeeting a porte aperte, per impedire che qualche studente (e soprattutto qualche studentessa) si inventasse accuse di molestie (“ma sarà poi chi accusa a dover provare la veridicità della propria parola” “certamente, ma per non avere problemi legali qui negli Usa mi ha detto M. dalla prima volta che è meglio non dare nemmeno la possibilità di fare causa”). E questa sarebbe la terra del diritto? D’improvviso trovai fra le varie notizie sui giornali, sulle tv e sul web mille indizi sull’effettivo rovesciamento dell’onere della prova nei processi per violenza, molestia o altro di simbolicamente femminista. D’improvviso mi ricordai che Tyson era stato messo in galera sulla sola parola (peraltro dubbia anche solo “in abstracto”: perché appartarsi, di notti in camera di albergo, con un pugile con fama tanto violenta se non per concedersi del tutto consenziente e forse in cambio di qualcosa, alla sua “violenta brama”?) dell’accusatrice. D’improvviso capii quale reale finalità vi fosse (e ovviamente vi sia) dietro la pretesa femminista di “essere credute senza troppe domande per non subire una seconda violenza”: la brama di poter (almeno in linea di principio) mandare in galera qualunque uomo per qualunque motivo in qualunque momento. Difatti, a Tyson non venne concesso di difendersi citando il fatto che la sua accusatrice avesse più volte accusato falsamente altri uomini.

Ecco perché i nemici “degli stati uniti e della libertà” divennero anche i miei potenziali amici e alleati. Nel gioco di strategia militare sulla seconda guerra mondiale, presi le parti della Germania. Nel suo “mod” sulla guerra fredda presi l’Unione Sovietica. E nella guerra di civiltà presi, da allora e poi per sempre, le parti dell’Islam.

[PAUSA]

Tutto può essere perdonato a chi mi può aiutare a distruggere l’elemento demoniaco e tirannico che si nasconde dietro vesti di umanità e di apparente libertà.
Ciò che, nei nemici dell’America, vi è di ingiusto, illiberale, tirannico, è sotto gli occhi di tutti. E quindi può essere combattuto o almeno modificato se non neutralizzato. Tutto ciò che invece negli Usa è ingiusto, illiberale, “medievale” e tirannico (come, appunto, il femminismo, il proibizionismo, il puritanesimo, il turbo-capitalismo) si presenta sotto vesti di giustizia, di libertà, di “progresso”, di emancipazione (basti pensare all’evoluzione estrema del capitalismo che riduce i ceti popolari – socialmente parlando - al rango di servi della gleba – privi di diritti, di rappresentanza politica efficace, nonché di voce in capitolo nel definire i termini “bene e male” - e racconta di essere “la stessa cosa” che ha prodotto la rivoluzione industriale ed emancipato le masse dall’ignoranza e dalla povertà). E’ veramente un grande demonio che si finge nostro amico per impedirci di combatterlo.

Il saggio bramino d’India con cui condividevo la scrivania del laboratorio mi aveva messo in guardia: “in Italia non avete mai avuto il capitalismo puro. Avete un mix di socialismo e capitalismo, con cui siete riusciti nel dopoguerra a costruire un mondo comunque moderno, ma in cui una buona parte della popolazione (a differenza di quanto accade negli stati puramente capitalisti) ha potuto per decenni avere istruzione, libertà e benessere garantiti grazie anche all’intervento dello stato nell’economia e ad un certo concetto di giustizia sociale nella ripartizione delle ricchezze”.
Sarebbero passati ancora anni prima che potessi capire la profondità di quel giudizio. Eppure proprio la mia disavventura con la escort che non aveva aperto le gambe avrebbe dovuto farmi aprire gli occhi.

Cos’è, in effetti, la prostituzione come noi la intendiamo, se non un modo per permettere anche all’uomo di livello economico medio (o addirittura medio-basso) di accedere (tramite il pagamento di un prezzo in fin dei conti, per forza di cose, “calmierato”) alla bellezza e al piacere come, nel mondo “puramente capitalista”, potrebbero soltanto i pochi privilegiati “vincitori” della spietata lotta economica (quelli che, insomma, potrebbero spendere decine di migliaia di euro al mese senza che ciò appaia loro un sacrificio)?

Il “capitalismo” è la giungla in cui le escort-leonesse (anche e soprattutto quando queste non si sentono prostitute) sbranano i clienti-gazzelle (anche e soprattutto quando questi si muovono per desiderio amoroso prima che per “do ut des”). E in cui solo qualche cacciatore con il fucile (ovvero con capacità di spesa “fuori catalogo”, garantita da entrate economiche sconosciute ai ceti popolari e ottenute grazie a posizioni sociali inaccessibili alla “massa”, al di là della retorica del merito individuale e all’illusione dello studio) sopravvive (ovvero chi, per nascita, età o fortuna, è riuscito ad entrare per tempo dalla parte “giusta” di un meccanismo di ingiustizia sociale in cui, a prescindere da studio e intelligenza, per dirla col vecchio – e male interpretato - Marx, “chi lavora non guadagna davvero e chi guadagna davvero non lavora” – ma al massimo, aggiungo io, specula finanziariamente).

Il “comunismo” è il mondo utopico (o distopico) in cui la realtà (come del resto la natura) è negata (“non esiste la prostituzione”, “non esistono le disuguaglianze”, “non esistono le contraddizioni sociali” hanno sempre detto ad est del muro davanti all’esatto opposto delle loro affermazioni) e in cui è quindi impossibile vivere.

La “civiltà” è ciò che permette agli uomini di appagare i propri bisogni naturali (negati dall’utopia progressista in genere) senza dover sottoporsi totalmente ai rischi e alle brutalità dello “stato di natura” (quello che il capitalismo crede l’unico stato possibile). Ecco perché, come iniziai a capire quindici anni fa, la civiltà deve contemplare a livello sessuale la prostituzione (per salvare dalla frustrazione o dalla potenziale schiavitù chiunque non sia un casanova o un miliardario) e a livello politico la socialdemocrazia (per dare libertà effettiva e benessere a una larga parte della popolazione, la quale non può essere totalmente costituita soltanto da “lottatori”, da “vincitori”, da “eccellenze”, come il darwinismo sociale - pessima corruzione del pensiero nietzscheano e della natura - e un malinteso senso del termine “meritocrazia” vorrebbero farci credere).

[PAUSA]

Negli Stati uniti, constatavo, a dispetto dell’hard tuning di cui tante muscle car e non solo facevano vanto estetico-esibizionistico, non si poteva andare forte in macchina (e, proprio per questo, avevo scelto di non prendere neanche, come avevano fatto miei colleghi in precedenza, la patente Usa e un’auto: sarei finito in galera alla prima accelerata), non si poteva andare con le escort, non vi era lo stato sociale. Paese barbaro! Dove, invece, si poteva viaggiare (almeno in linea di principio) senza limiti di velocità, si poteva seguire il culto di Venere prostituta e vi era lo stato sociale? In Germania… E, anche se non ufficialmente, in paesi meno illuminati, ma almeno dalla giustizia provvidenzialmente malferma come l’Italia. Nell’Italia di Berlusconi (pensavo ingenuamente allora [NOTA: sarei stato smentito da destra e da sinistra!]) nessuno oserà mai considerare culturalmente “impuro”, eticamente inappropriato o addirittura legalmente perseguibile il comportamento del gaudente cercatore di prostitute e, in genere, tutto quanto ricade nel diritto a cercare di godere della bellezza nella vastità multiforme delle creature femminine.

Ecco quindi che non vedevo l’ora di terminare il mio periodo negli States e tornare in Italia. Decisi istantaneamente che nemmeno per lavoro sarei mai tornato in quella terra ostile. Decisi in quel momento che avrei preferito rinunciare ad ogni prospettiva di carriera e di ricchezza che avesse previsto di vivere secondo standard (materiale e morali) americani, secondo regole americane, secondo valori americani. Meglio guadagnare meno, essere meno famosi, ma almeno poter vivere, poter parlare, poter trombare. Nessuna quantità di denaro avrebbe compensato l’ingrassamento che quello stile di vita e quel cibo spazzatura avrebbe inevitabilmente comportato (avevo un figurino quando ero partito ed ora mi vedevo con il collo ingrossato e le membra adipose). Nessun guadagno materiale avrebbe bilanciato l’impossibilità di dire ciò che si pensa e ciò che è vero (perché questo accade laddove, magari sotto le vesti menzognere del femminismo, dell’antirazzismo, della “democrazia”, domina il politicamente corretto divenuto obbligatoriamente invasivo proprio a partire dall’inizio degli anni Duemila). Nessuna prospettiva di carriera poteva rendere accettabile il rischio di essere licenziati, processati o addirittura incarcerati sulla sola parola di un’accusa falsa o montata ad arte cui venga riconosciuto il “diritto” non solo di essere da sola una fonte di prova per la presunta violenza/molestia, ma pure di definire a posteriore e secondo soggettivi ed inconoscibili parametri il confine fra le cito e illecito (perché questo accade laddove la “cultura” è mossa da “studi di genere” che inventano abomini contro-natura e contro-diritto come lo “stupro visivo” o la “duge’s law”).

Meglio a questo punto un paese ex-nazista che però nazista non è più rispetto alla “più antica democrazia del mondo” che però, attualmente, è il luogo di due tirannidi (quella turbocapitalista e quella femminista). Meglio un paese governato da una donna (la Merkel avrebbe preso di lì a poco il potere a Berlino) piuttosto che un paese guidato apparentemente da uomini i quali alla prova dei fatti si rivelano sempre soltanto teste di legno (come, da lati opposti, Bush e Obama) per interessi massonico-capitalistici e femminil-femministi.

Non sapevo ancora cosa avrei fatto dopo la laurea, se sarei rimasto in Italia o se sarei andato all’esterno, se sarei rimasto all’università per il dottorato e se sarei andato in azienda, ma decisi che, in ogni caso, il prossimo soggiorno all’estero sarebbe stato in Baviera o in Sassonia, terre di fkk, e non in California, terra di finte escort truffaldine! Troppo facile a quel punto sarebbe stato cadere nella misoginia e dare tutta la colpa alla falsità e alla stronzaggine di questa o quella ragazza. La colpa era chiaramente del sistema, che, minacciando le escort di arresto e facendo pendere la stigma sociale sulla testa (e non solo sulla testa) di tutte le donne disposte a concedersi, più o meno apertamente, per denaro, costringeva queste a “farsi furbe” per non apparire “puttane” (e averne lo stesso gli incassi).

Di quel sistema divenni nemico. Al momento di prendere l’aereo per Atlanta (e da lì quello per Roma) ebbi un ultimo timore di essere arrestato per qualche motivo durante i controlli (mia madre cadde in una perquisizione supplementare a campione da parte di una “female assistant” chiamata all’uopo che per poco non ci fece perdere il volo). Appena decollato da Atlanta alla volta dell’Italia ebbi un sospiro di sollievo. Mi era andata bene: non ero stato accusato di molestie da nessuna, nessuno mi aveva fatto causa con un pretesto di sicurezza (tipo i mobili nel corridoio) per motivi economici. E neppure ero finito in galera per disintegrazione dei draconiani limiti di velocità yankee. Non avrei mai più ritentato la sorte. Non avrei ma i più messo piede negli Stati Uniti. Lì, per me (pilota e puttaniere in erba), non c’era vita.

Beyazid_II
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27/05/2019 | 19:58

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QUARTO GRADO: DA MARSILIO FICINO A FRIEDRICH NIETZSCHE (10/18)

Ovvero: "LE DONNE, I CAVALLIER, L’ARME, GLI AMORI, LE CORTESIE, l’AUDACI IMPRESE"

Parte 12 di 18 : “Le donne: Maria”

Alla Gentildonna M.

Poiché il tuo nome è quello dell’Ave, nome che pare un balsamo a la bocca, io ti prego che Tu m’oda. Fin da fanciullo mi sono sempre sentito sacro a Minerva Atena, Dea della Ragione, delle Arti e delle Scienze, e per questo, nello studio, ho sempre ricercato la perfezione e l’eccellenza, anche quando questo ha comportato un distacco, oserei dire ascetico, dalle cose mondane. Mi sovvengono ora alla mente quei tramonti in cui, riposte le sudate carte. Del resto, ho sempre preferito le aepistolee di Cicerone ai discorsi volgari dei coetanei, il dialogo con i grandi personaggi effigiati da Plutarco o sognati da Virgilio al confronto con la mediocrità dei moderni, la lettura dei romanzi dannunziani, ricchi di immagini e di suoni, ammantati da una sfera lirica ed eroica ai comportamenti meschini e scevri di ogni grazia di certe donzelle popolane.

Come dice Seneca, nonostante la brevità della vita, si può vivere molto e a lungo, poiché attraverso la scrittura “nullo nobis saeculo interdictum est: Disputare cum Socrate licet, dubitare cum Carneade, cum Epicuro quiescere, hominis naturam cum Stoicis vincere, cum Cynicis excedere”, e infatti ho dibattuto con Guinizelli come “al cor gentil rempaira sempre amore”, ho inveito con Dante (“Ah, serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchier in gran tempesta non donna di province ma bordello”) nei pomeriggi di studio, ho esclamato con Cavalcanti “Chi è questa che ven ch’ognom la mira”, ho pianto con Petrarca “i capei d’or a l’aura sparsi”, ho vagheggiato con Poliziano la figura di Simonetta, simbolo lieve e fuggevole della primavera, ho discusso col Bembo sull’essenza dell’amor platonico, ho pensato con Machiavelli al superiore interesse dello stato nei confronti del moralismo de’ singoli e de’ preti (“poiché a ciascuno puzza questo barbaro dominio”), mi sono lasciato cullare dal languore delle rime del Tasso, ho elogiato con Marino le grazie delle dame, ho sospirato con Metastasio “dolce memoria al mio pensier sarai”, ho deriso con Parini la stolta superbia de’ nobili di sangue, mi sono sdegnato con Alfieri, le cui ossa “fremono ancora amor di patria”, ho rievocato con Foscolo “l’aurea beltà ond’ebber ristoro unico a’ mali le nate a vaneggiar menti mortali”, ho celebrato con Carducci le tradizioni romane e classiche della patria, ho auscultato con Pascoli la parola arcana della natura, ho vissuto con D’Annunzio il trapasso dell’Estate nella figura eterea e impalpabile, eppure divina, di Ermione, dal commiato lacrimoso della primavera (“la pioggia che bruiva, tepida e fuggitiva”) della “Sera Fiesolana” fino al “Novilunio di settembre” sul mare, più soave del cielo nel suo volume molle “tra il giorno senza fiamme e la notte senza ombre”.
Se percepire gli stimoli della Vita e del Sogno attraverso il filtro della Letteratura e dell’Arte classicamente intese si identifica con la pedanteria, allora io sono fiero di appartenere al Circolo de’ Pedanti.

Nell’Armonia del verso, nella pressoché infinita varietà dei registri prosastici e poetici, nell’innata musicalità delle parole (piene di vocali, ricche di allitterazioni ed onomatopee, di elegantissimi suoni “ore rotundo”, pure e lontane dalle impoetiche dissonanze delle lingue consonantiche nordiche), nella perfezione della rima, invidiata da tutto il mondo civile, la tosca favella si impone come il modello ideale di lingua artistica. Il Verso Italiano, quale è giunto a noi, a mio parere, grazie a D’Annunzio, ha una tale potenza suggestiva, un tale “divino” potere di evocare immagini e bellezze naturali e più che umane, una tale suadente melodia interna, una sì profonda musicalità di suoni e di parole, che l’anima è appagata nei suoi sensi assieme allo spirito. Il verso di D’Annunzio è in grado di evocare tutti i Maestri della Tradizione, dai classici Virgilio e Orazio ai Parnasiani e ai Simbolisti, dagli elegiaci romani Tibullo e Properzio ai al filone tardo stilnovista di Cino da Pistoia, dai trecentisti dimenticati (come Francesco di Vannozzo, dolce amico del Petrarca, di cui Marsilio Ficino scrisse “sovran maestro d’ogni melodia”) al Pascoli dalla lirica “cosale”, dai mistici medioevali come Jacopone da Todi (“il pazzo di Dio”) ai cultori della forma Cinquecenteschi. Esso spazia dai larghi modi del Poliziano alla grazia dell’Arcadia, dall’armonia perfetta dell’ottava alla compostezza del sonetto, dalla malinconica sensualità del madrigale alla struggente melodia della romanza. Nella metrica sciolta da rigidità predefinite, ma attentissima a creare, attraverso richiami continui, assonanze, ripetizioni, onomatopee, rime interne e allitterazioni, una partitura musicale, il verso Dannunziano si rivela nella sua più pura quanto inimitabile bellezza. Quando questo accade, il verso si ammanta di un alone di luce diffusa, come un manto di stelle, e brilla di una luce propria, quasi divina, incurante delle bassezze degli uomini. Esso vive di una vita simile a quella dei beati Dei, e parla solo ai più puri tra gli uomini.
“O poeta, divina è la parola, nella pura bellezza il Ciel ripose ogni nostra letizia, e il Verso è Tutto”. Il verso è tutto, poiché un verso, al contrario di altre opere d’arte, che necessitano di materiali e restauri, è perfetto in sé, nel suo potere di evocare immagini, nel suo valore allusivo e fonetico, nella melodia dei suoni interni, nella sua perfetta metrica. Un verso si richiude nella sua perfezione e non ha bisogno di spiegazioni: esso è come un lampo che squarcia i veli del tempo per giungere direttamente all’animo di quei pochi in grado di comprenderlo (nel significato etimilogico di “cum prendere”, “prendere con sé”), ovvero di riviverlo, di sentirsi risuonare per l’animo tutte le corde interne dell’armonia, di risentirne gli echi, le voci, gli aromi.
Come diceva John Keats “Beauty is Truth and Truth is Beauty”: non esistono verità o vite veramente degne al di fuori dell’Arte e della Bellezza. La forma è tutto. Nel grigio diluvio democratico odierno che molte e gentili cose ha sepolto, rari e sparuti sono rimasti gli animi in grado di comprendere come non dal barbaro gusto dei moderni sanza litterae, non dal fallace giudizio degli “intellettuali” di questo secol superbo e sciocco, non dall’occhio vile del volgo, ma soltanto dalle molli e carezzevoli mani di Venere Citerea possa la Beltà discendere ai sensi di noi mortali.

L’arte altro non è se non la Tecnica con la quale l’Idea Assoluta di Bellezza, custodita da Colei che nuda nacque dalle onde del Greco mare, può rendersi sensibile per gli uomini. La tecnica che rende gli uomini più simili agli dèi, poiché, pur investendo tutti e cinque, nasce nella sfera del pensiero, e, vincendo “di mille secoli il silenzio” si eleva all’eternità, è la poesia, la “creazione di immagini attraverso l’arte del dire”.
Per far sì che essa sia assoluta deve rimanere oggettiva ed esteriore. La Poesia è nel vago, ma perché rimanga tale, ovvero, deve rifuggire dagli eccessi di sentimentalismo, dal cattivo gusto e dall’arbitrarietà tutta interiore in cui la vorrebbero gettare certi barbari romantici. L’ispirazione e il forte sentire dell’artista, sono un unicum con la Forma che egli ha dato alla propria opera d’arte e la forma esteriore coincide con la legge interna o regola che fa sì che una cosa sia quella che è. Per un Dannunziano come me si può dire che la Forma sia tutto poiché contenuti della Vera arte sono sempre e dovunque i medesimi: la fugacità del tempo e delle speranze rivissuta tramite il fiorire e il trascolorare dei giorni e delle stagioni (“Soles occidere et redire possunt, nobis cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda), la brevità della vita e delle gioie della giovinezza ammantate da un velo leggerissimo di grazia e di malinconia (“Com’è bella giovinezza che ci fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia del doman non vè certezza” iscriveva il Magnifico), l’adorare ogni gioia caduca, ogni forma fuggente, ogni parvenza nell’ora breve come segni più sublimi e vaghi d’ogni cosa eterna (si rileggano le Stanze del Poliziano, e la tenue soavità della figura femminile di Simonetta, effigie della primavera fuggente e di tutte le gioie indefinite e caduche della vita), il contrasto tra luci ed ombre nella visione classica della vita come calore e della morte come freddo (come in “Pianto Antico” di Carducci), il desiderio di vincere la morte con l’armonia, le gesta e la Bellezza (basti pensare ai Sepolcri del Foscolo) e, soprattutto, la tensione verso la meta unica e perfetta idealizzata nelle forme della donna amata (“ Chiare fresche et dolci acque… Colei che sola a me par donna”).

Non scrivo per fomentare il cattivo gusto di esternare ai quattro venti i più sinceri e intimi moti dell’animo, col fine di apparire “intellettivi” e nominando questo malcostume “poesia”. Ho orrore nel dover notare il sentimentale “gittarsi a manate, vendersi a staia; persone e libri innumerevoli far professione aperta di sensibilità; ridondare le botteghe di lettere sentimentali e Drammi sentimentali e Romanzi sentimentali e Biblioteche sentimentali”. Il “caro fior dell’anima” dovrebbe essere custodito in luogo inaccessibile per l’occhio vile del volgo, come una reliquia sacra, e le intime pulsioni dell’animo dovrebbero sublimarsi nella ricerca della forma perfetta. Il vero artista non opera “per la gente”, ma per la gloria, che è postuma, e perciò non fruibile.

Io, che non sono certo un artista, né tanto meno un poeta, ma solo un cultore della bellezza, non concepisco poesia che non sia rivolta alla donna nella sua figura di sacerdotessa su gli altari di Venere. Ad altro di nobile non aspira il lauro se non a propiziare il mirto. Il fine ultimo di ogni Poesia deve essere la conquista materiale o spirituale della donna amata, in quanto “copula mundi” tra le bellezze inferiori, che sono terrene, e quelle superiori che sono divine. Con tutto il mio essere cerco di apprendere le tecniche dai maestri della forma per forgiare piccole liriche cesellate, a simiglianza di doni e immagini votive, da porgere, assieme alle opere degli artisti antichi, “mani delle donne che incontrammo una volta nel sogno e ne la vita”. La Donna è l’oggetto e l’essenza prima d’ogni Vera Poesia. Nel suo sorriso perennemente rivive più di una speranza, più di una promessa, più di un piacere, più di un sogno: rivive il mito della felicità edenica, dell’innocenza primigenia, il mito dell’età dell’oro, una beltà più che terrena, “quell’aurea beltà ond’ebber ristoro unico a’ mali/ le nate a vaneggiar menti mortali”.

Ora che i casi della vita mi impongono di studiare in un monastero di numeri e di calcoli (la Facoltà di Ingegneria), ove manca l’ispirazione principale dell’arte, la bellezza femminile, ho necessità di trovare la forma sensibile di ogni più elevato e nobile sentimento del “Bello”, la figura mondana di ogni più segreta brama dell’anima, la meta ideale e perfetta per ogni più puro e sublime slancio artistico.
La storia ha dimostrato che senza la figurazione terrena anche le più alte attività dello spirito non producono nulla di veramente artistico. Solo per merito delle donne boccaccesche la civiltà dei Comuni è uscita dall’antivitalismo medioevale per apprezzare le attività artistiche e riconoscersi figlia del naturalismo pagano, è solo grazie alle belle dame delle corti italiane del Quattrocento che l’Umanesimo ha avuto valenza artistica, solamente in virtù delle eleganti e dotte puelle del Cinquecento il pensiero platonico ha prodotto l’Arte che il mondo invidia. Solo la bellezza femminile, è dimostrato, può inculcare nei petti de’ gentili, oltre all’amoroso sentire che placa le maschie intemperanze, quel terreno fertile ove germoglia la Vita dell’Arte.
Ad altro non pensò Guinizelli quando, effondendo il “dolce Stilnovo ch’io odo”, incipiò la vera poesia italica; ad altro non sospirò Petrarca quando forgiò i sonetti dallo stile puro e rarefatto senza eguali nel mondo, che improntarono la tradizione italiana al culto della forma ideale e ai canoni d’armonia, equilibrio e compostezza; ad altro non guardò Boccaccio quando, narrando le storie che restituirono l’Italia alla religione delle lettere e della bellezza, riprese dalla Classicità l’eleganza di una prosa ampia e armoniosa, paragonabile soltanto all’Eloquio Latino.
La Donna è per me come un verso: non può e non deve essere apprezzata dalla Ragione, ma deve essere amata dall’anima nell’istante in cui si fa visibile. “Chi è questa che ven c’ognom la mira” deve esclamare l’animo rapito dello spettatore. Una donna potrà apprezzare un uomo dopo averlo conosciuto nel fondo dell’animo, così come si apprezza un romanziere, il suo pensiero e il suo stile, dopo aver letto le sue opere, ma per un Uomo non esiste fiamma d’amore vero che non scaturisca dalla vista, il più nobile dei sensi, come sosteneva Cavalcanti. Dall’ammirazione per la Bellezza l’uomo dotato di intelletto si eleva alla contemplazione di quel mondo Ideale dello spirito a cui ha anelato a lungo nelle sue speculazioni filosofiche o nelle sue estasi artistiche. La Donna, sacerdotessa di Citera sulla Terra, proprio come un verso perfetto, deve rispettare, nel corpo e nello spirito, nel vestire e nel guardare, nel comportamento e nelle movenze i canoni classici di armonia, di compostezza e di equilibrio, raffigurando al contempo l’elegante slancio della bellezza terrena verso quella divina con la grazia dello stelo di un giglio proteso verso la luce.

Altri uomini potranno appagarsi esclusivamente con la bestialità immediata dell’istinto, o all’opposto con la filosofia misogina che richiude l’uomo in un mondo puramente spirituale; per me la felicità può essere raggiunta soltanto attraverso l’amore Dannunziano, inteso come Arte del Piacere e Culto della Bellezza. Se desiderassi nella donna una interlocutrice per le mie speculazioni filosofiche, rimarrei un puro spirito senza appagamento, se ricercassi una femmina qualsiasi in grado di soddisfare i miei piaceri scaverei un solco incolmabile tra Natura e Spirito.
Solo quando lo slancio artistico e intellettivo ritrova nel corpo e nella naturale mondanità di una Donna il proprio prolungamento nel mondo dei sensi; solo quando la Donna, esteta della propria parvenza, sacerdotessa de’ valori mondani, che è vissuta nella assidua cura di tutti gli abbellimenti del mondo, vede nella mente artistica di un uomo la propria naturale e inimitabile continuazione nel mondo dello spirito, la sublimazione della propria Bellezza nel Mondo Delle Idee, possono veramente i due principi incontrarsi e fondersi all’insegna dell’Armonia.
Un uomo come me, cresciuto e vissuto in un mondo di idee e di pensieri, alieno da ogni interesse mondano, scevro da ogni banalità terrena, quale i futili amorini fanciulleschi, gli inganni dell’età, i divertimenti comuni, gli scherzi fra coetanei, le inutili uscite serali, quest’uomo interessato non al giudizio dei contemporanei ma al dialogo con la ideale comunità dei dotti di ogni epoca, questo individuo siffatto, avvezzo a confortare i dubbi di Petrarca, a consolare il Tasso, a discutere con l’Ariosto, a ragionare con Leopardi, a sdegnarsi con Foscolo, a esaltarsi con D’Annunzio, quest’uomo vede nella Bella Donna, unione mistica di mente e spirito, l’Unica possibilità di riconciliazione con la vita di natura.

E’ naturale per chi, dopo aver trascorso la leopardiana gioventù tra le sudate carte, appagandosi dell’infinità del tramonto, nutrendosi del piacer figlio d’affanno al termine di ogni fatica di studio, ha sempre sdegnato tutte le azioni comuni e banali, ha sempre trascurato tutte le gioie imperfette e transeunti, ha sempre rifiutato tutti gli affetti e gli amorini tanto semplici quanto passeggeri, bramare di unirsi, anima e corpo, ad una Donna dedita al culto della propria fisicità, alla cura del corpo, alla cosmesi del volto, ad una Donna che non concepisca preoccupazione a lei prossima dissimile dall’accrescimento, dal mantenimento, dal “culto” della propria Bellezza. Una donna siffatta, sacerdotessa di una religione mondana e naturale, piena di leggiadria e gioia di vivere, attenta ai piccoli particolari della vita terrena, interessata ai pettegolezzi e agli intrighi mondani, desiderosa della serenità e del conforto fornito dalle terrene ricchezze, dovrebbe a mio modesto parere, desiderare lo slancio artistico dell’uomo d’intelletto, il suo ascetismo, il suo disinteresse per le faccende mondane, il suo ideale distacco dalla quotidianità, il suo vivere nella pura dimensione del pensiero.
Per questo ricerco una Donna nella quale la naturale sensualità, diffondendosi a ogni atto del pensiero, a ogni movenza lieve, a ogni scelta dei vocaboli, dei balsami e dei vestiti si elevi alla sfera dei sentimenti, pervada l’intima essenza del suo essere, l’intera dimensione estetica e vitalistica, fino a divenire Voluttà. In Lei la ricerca del Piacere in ogni singolo atto deve affinare il gusto verso lo stile puro e rarefatto del Petrarca (“quanto piace al mondo è breve sogno”), verso quello gentile ed elegantissimo del Poliziano costellato di ninfe e di simboli viventi della primavera e della giovinezza fuggevole, verso quello armonioso e leggiadro dell’Arcadia disseminata di veneri e amorini, verso quello musicale e vario, pieno di chimere e di allusioni di D’Annunzio.
Una donna siffatta interpreta un ideale estetico: può essere bionda come le madonne petrarchesche dagli “occhi soavi e più chiari che il sole” da far giorno seren la notte oscura” e rappresentare, nella sua chioma come di angelo magnifico, tutta la bellezza delle piagge luminose della luce e delle distese marine baciate dal sole; può essere castana col viso adorno di cotanti ricci simili a chiare et aulenti ginestre, come le dèe greche, ed esprimere nel gentil riso il soffio d’eternità dell’ambiguo lume tra il giorno senza fiamme e la notte senza ombre, nella linea perfetta del naso e del viso il tocco perfetto della mano di Fidia, e nella spontaneità delle movenze quella sensualità naturale e pagana che certo ebbe Venere quando nuda uscì da le onde; può essere mora, come una bruna madonna piena di splendore dalla pelle colore dell’ambra, che nasconda negli occhi neri “promesse e misteri d’un paradiso novo di piaceri” e nei capelli medusei una ciocca fulva e misteriosa, o come una alta e sottile creatura dalle lunghe chiome, (simili alle scure acque silenziose d’un fiume segreto in una notte d’oblio) refluenti attorno al suo viso, dolce come la luna quando riluce placida sul mare notturno, e raffigurare tutta la purezza della bocca che dice “Ave” o tutto il mistero di quella che perde le anime fra onde della voluttà.

Perché gli umani si considerano signori della natura? Il toro è più forte dell’uomo, il grillo è più intonato, la gazzella è più veloce, il lupo produce da solo il suo mantello, le api producono il miele, più dolce di qualunque cosa umana, gli uccelli costruiscono nidi mirabili e sanno volare da soli: la capacità di comunicare attraverso la parola distingue la stirpe umana dalle famiglie di animali. L’uomo è come la prosa ampia, elegante ed armoniosa del Boccaccio: ha bisogno di tempo e di spazio per esplicare tutto il suo fascino e deve soprattutto comunicare un senso.
Sinceramente spero che la tua trasmissione romana, a somiglianza dei raffinati salotti frequentati dallo Sperelli mi dia la possibilità di misurare le principali doti che un uomo deve possedere: la capacità e l’ordine del dire, senza le qual cose la ragione stessa sarebbe vana. Quando queste qualità non possono essere esternate, l’uomo è un nulla indifeso dalla tempesta dei secoli. Sono per me da evitare luoghi di barbaro divertimento come le discoteche, nei quali l’uomo virtuoso è ridotto a un nulla, poiché non può esercitare e sfoggiare le sue fondamentali qualità, ossia la cultura e l’eloquenza. In questi luoghi di perdizione, dove volteggiano figure di donna impenetrabili e intangibili, come le ombre dei gironi danteschi, l’impossibilità di ottenere dannunzianamente l’amanza alimenta insani desii. Allora veramente l’umano si impossessa dell’animo dell’uomo, il quale si dimentica di essere spirito eletto, nato per vagheggiare forme perfette ed ideali artistici e si sente irrimediabilmente costretto dalle pulsioni primordiali della carne. Viene da esclamare: o Romolo, ben erano più eleganti i tuoi ludi! Almeno onesti erano gli intenti dei tuoi soldati, che come canta Ovidio dissero “perché sciupi i tuoi occhi incantevoli con le lacrime? Io quello che tuo padre è per tua madre questo sarò per te”. Vera fu la promessa che legittimò i desideri di natura e diede vita al buon popolo romano.
Se avrò trovato nel tuo nobile salotto trovare la sola capace di interpretare il mio “Sogno Estetico”, allora ella sarà l’Eccelsa, l’effigie benedetta attraverso la quale tornare a vivere nella vita reale, l’Unica per cui valga la pena di immischiarsi con l’anima nelle umane vicende. A lei dedicherò doni preziosi e versi votivi, come segni tangibili del culto della sua Bellezza. Ella sarà l’ideale continuazione della vita intellettuale nella vita reale, il prolungamento della mente nel mondo della natura, il mistico anello di ricongiungimento tra il mondo dello spirito e quello dei sensi.
Ella sarà veramente, come dice il Tasso, “vita della mia vita”: così naturalmente interessata alle cose di natura e da esse appagate, costituirà la mia “continuazione” nel campo mondano, desiderando e appagandosi di quegli aspetti della vita (quali le parvenze, gli unguenti, i particolari estetici, i piccoli doni da offerire) ch’io trascuro, mentre io sarò il prolungamento di lei nel campo spirituale, poiché, narrandone la bellezza, la porrò come meta sublime di ogni speculazione filosofica.

Solo se pura e bellissima come una sacra immagine la donna può avere questo valore “sacro”. Solo se nell’altezza della sua figura scultorea sono fatte sensibili tutte le bellezze del cielo, solo se nell’armonia delle forme slanciate e perfette si percepisce lo studio di un divino scalpello, nel suo corpo immobile di dèa si rileggono quelle bellezze più che terrene le quali sole danno nutrimento all’animo di un uom d’intelletto teso, come dice il Vate all’amico F.P.Michetti, “all’Ideale che non ha tramonti, alla bellezza che non sa dolori”.
L’ammirazione e il culto per l’alta beltà donano all’anima una brama infinita di piaceri terreni e più che umani, un desio inesausto di elevazione materiale e spirituale, uno stato divino di ebbrezza inesauribile dei sensi e delle idee. Quando l’alta bellezza sua è tanto nova, la donna rappresenta per l’uomo la figura mondana di ogni sua più elevata e nobile attività dello spirito, di ogni sua più ardita speculazione artistica.
Se crediamo al mito del Foscolo, Diana, Bellona e Citera erano mortali divenute dee per il canto de’ poeti. La prima, casta e timida, era il terrore dei cervi: che sarebbe di lei, ora, se i poeti non le avessero consacrato altari in terra e il carro della luna in cielo? La seconda, vergine amazzone, correva con le chiome sciolte per i boschi di Arcadia: chi saprebbe la sua ira guerriera se un poeta non l’avesse resa immortale? Infine anche colei che sola dà nutrimento all’arte, colei di cui ogni amata è sacerdotessa, era una donna mortale, che schiere di poeti resero dea cantandone l’immortal bellezza.

La bellezza eternatrice è un mito che si fonde con la Verità Assoluta che John Keats, unico grande poeta inglese, la cui Anima è veramente degna di risiedere tra gli spiriti magni, ha mirabilmente narrato nell’ode su un’urna greca.
Nella perfezione dell’opera d’arte, le scene di vita gioiosa, e le fanciulle leggiadre ritratte si ammantano di quell’alone di luce diffusa, di quell’aurea di idealità armoniosa e beata, che sola può rendere vaghe e sublimi le cose del mondo come mai nulla di eterno può essere. La malinconia del ricordo (dolce per sé), del vagheggiamento di un’età dell’oro, di una dimensione di felicità edenica irrimediabilmente perduta, simile a un velo leggerissimo calato sul volto dell’umanità pur atteggiato a tristezza, si dissolverebbe immediatamente al contatto con le materiali cure. Come sostiene D’Annunzio, nulla a questo mondo è più soave di un paradiso pagano narrato da un cristiano. I campi Elisi evocati da un Antico romano non hanno la stessa tenue dolcezza, il Paradiso di Dante non possiede la medesima struggente vitalità.
Solo quel velo divino di grazia che ricopre con musicale eleganza le strofe del Poliziano, le figure femminili del Rinascimento viste attraverso l’epos dei poemi ariosteschi e la composta riflessione del petrarchismo neoplatonico (ideato dal Bembo), l’Aminta del Tasso, le arie del Metastasio, le pastorellerie Arcadiche, il puro neoclassicismo delle odi Foscoliane e l’opera tutta dell’Infelice britanno è tale da render quelle scene e quelle donne non più umane, bensì divine. Così, al sicuro dalla furia degli anni, immutabili nel loro perpetuo splendore, molte Donne sono state immortalmente amate.
Se quanto piace al mondo è breve sogno, se tutte le gioie e le speranze sono destinate a dileguarsi come neve al sole (cosa rimane, disse il vate, delle nevi dell’anno prima?), se il tempo passa e non s’arresta ognora, se la stessa rosa che sboccia oggi domani appassirà, allora , “erigere un tempio, far vivere un marmo, comporre un immortale inno” immortalare la bellezza di una Donna, deificarla nell’opera eterna, sublimarla nella più perfetta delle forme sono gesta degne di una dimensione più che umana. Io non appartengo certo a quella ideal razza inimitabile di oltre-uomini in grado, come Fidia, Petrarca, Poliziano, Ariosto, Tasso, Metastasio, Canova, di fissare forme eterne nel marmo e nelle parole, ma nemmeno a quella spregevole schiera di barbari che di volta in volta esalta le dissonanze, le “rime aspre e chiocce”, gli autori non devoti al rigore estetico.
Almeno, dall’apprezzamento dei classici e dalla lettura dei romanzi dannunziani provo di trarre quell’amore, ereditato direttamente dagli Antichi, per la magnanimità e la grandezza, quella tensione, espressa nel “Trionfo della Morte”, verso l’assoluto della melodia, quel desiderio insopprimibile di lotta e di sfida, di velocità e ardimento magnificato in “Forse che sì forse che no”, e soprattutto, come Andrea Sperelli, quel senso dell’unicità e dell’eccellenza, quel gusto estetizzante per la romanza e il sonetto, quel culto della forma che ricopre ogni aspetto della vita di un’aurea di idealità artistica.

Gravis dum suavis deve essere per una donna avere come amante un Uomo circondato dall’aureola d’artista, poiché può dire: “in ogni suo gesto, in ogni suo moto d’animo, in ogni suo atteggiamento verso di me brilla la pura fiamma dell’arte alla quale mi scaldo io sola”.
Ammetto di ammirare prima di tutto in una donna la bellezza, poiché solo nella bellezza risiede il fondamento dell’Arte e della Civiltà. Non tollero i falsi sapienti, i quali parlano di “bellezza interiore” e magnificano le doti “intellettuali”: essi sono solo dei barbari che in realtà si appagano soltanto con il piacere animale, e per questo sono disinteressati a ciò che chiamano “esteriorità”. Se si appagassero davvero delle doti spirituali si contenterebbero di leggere la “vita nova” invece di illudere dolci donzelle.
Questi si permettono perfino di condannare la Donna interessata alla posizione sociale dell’amante, accusandola indegnamente. Non è basso e vile, ma alto e nobile, per una donna, esigere, nell’ambito del culto della propria bellezza, assieme ai complimenti e ai carmi, anche collane e gioielli, viaggi in auto da favola e soggiorni in alberghi di gran lusso, vestiti da regina e serate in luoghi da sogno, come segni tangibili e tributi di devozione. E’ Sacro Diritto di ogni Sacerdotessa di Venere citerea bramare con tutto il suo corpo la vita serena spettante alle dee.
Tutto è lecito se è bella.
Ella allora è la forma sensibile di ogni più alto e sublime ideale artistico, di quella bellezza ch’egli ha assiduamente ricercato negli spazi iperuranici delle idee o nella gioia innocente e serena della natura. Ella, come Ermione, deve essere il diario vivente dell’Estate. La sua figura, eterea e impalpabile, fuggevole e lieve, deve essere la parvenza, non lieta, non triste che segna il trascolorare dei sensi al passaggio dell’Estate, dal commiato lacrimoso della primavera (“la pioggia che bruiva, tepida e fuggitiva”) nella “Sera Fiesolana” fino al “Novilunio di settembre” sul mare, più soave del cielo nel suo volume molle tra il giorno senza fiamme e la notte senza ombre. Ella, nella sua indefinita bellezza, trasparente come la medusa marina, pura come la neve sull’acqua, labile come la schiuma su la sabbia, pallida come il piacere sull’origliere, oppure bronzea come la sabbia che riluce al tramonto, deve sapere evocare negli occhi la profondità di acque cristalline e purissime quanto quelle del fiume in cui Glauco “si fè consorto in mar de li altri dèi”, nel riso il soave biancheggiar dell’onde su la riva, nelle chiome quella canzone di aromi di silenzi di auree e di ombre che canta l’estate fuggendo nel novilunio di settembre.
Nella sua pelle si deve ritrovare l’intatta purezza che mantiene la molle sabbia nelle sue conche vacue quando l’onda lasciva lieve l’accarezza e subito si ritrae, e deve rilucere come il mite oro del grano in bocca all’estate matura. Tutte le essenze del suo corpo devono esalare lo spirito dell’estate, lo spirito di alghe di resine e d’alloro, nella sua forma deve rivivere la melodia de la terra, la melodia che fan i flauti dei grilli nei campi tranquilli, che fan le rane nelle pantane, che fan gli uomini solinghi tessendo le vermene in canestri con sì lunghe parole che ritornano sempre, la melodia de la terra che il mare accompagna col suo lento ploro.
Il suo volto, dev’essere fresco come il viso della creatura terrestre che ha nome Rosa, dischiusa dal sen della più divina bellezza, chiaro e dolce come il silenzioso viso esangue della creatura celeste che ha nome Luna, con una collana sotto il mento sì chiara che l’oscura, mentre brilla nell’aria lontana, ov’ebbe nome Diana, ov’ebbe nome Selene dalle bianche braccia quando amava quel pastore, giovinetto Endimione che tra le bianche braccia dormiva sempre. La sua bocca, come quella dell’ultima estate umida ancora della prima uva matura, deve emanare un suono grave e soave come il lento respiro del mare, come un anelito breve di foglie, come il segreto di un sogno silenzioso ammantato di beate immagini.
Ogni uomo che non si appaghi delle ripetitive azioni quotidiane, che non si contenti delle banalità terrene, ma che aspiri a una dimensione ideale e imperitura, che vagheggi un’effigie sublime e perfetta, ogni uomo non vile, non mediocre è anche artista, in quanto creatore di un sogno estetico, e artefice del gesto teso alla sua realizzazione. L’uomo non meschino traspone nel mondo del pensiero e dell’azione ciò che la bella donna custodisce e brama nella sfera della natura e dell’intuito. Solo la speranza di conquistare la meta ideale di ogni moto dello spirito può affinare l’arte dell’uomo, la tecnica con la quale porgere tributi alla Bellezza.
So che sarò stimato pazzo (o immaturo, accuserebbero i moderni) nel pretendere di conquistare una donna siffatta, come so anche che qualsiasi uomo non piccolo di questo mondo ha avuto questo nome. “Memento audere semper”.

L’uomo dotato di intelletto non può obbedire agli “ultimi uomini” moderni, i quali suppongono più o meno apertamente che la maturità consista nell’appagarsi della quotidianità, nel tollerare la mediocrità, nel concepirsi come “un uomo fra tenti” e rinunciare ad ogni slancio ideale, o comunque nel limitarlo secondo le imposizioni della società, della convenienza, della ragione. Si tratta di un atteggiamento da “ultimi uomini”,prigionieri della banalità, ridotti all’impotentia (distacco fra pensiero e azione) o addirittura incapaci di pensare al di là delle contingenze materiali, e condannati a vivere “nell’al di qua” (con le sue paure e i suoi complessi) perché incapaci di gettare i ponti verso l’Ubermensch. E’ invece degno dell’Uomo con la “U” maiuscola dichiarare al cospetto di costoro di voler rimanere immaturi fino ai primi ottant’anni di vita, perché solo chi è così “immaturo” da pensare di poter dare al mondo, all’azione, alla vita la forma dei propri ideali può veramente compiere “egrege cose”. Tutti coloro che, attraverso il dialogo con i “Grandi” radunati da Dante nel Castello, raffigurati da Plutarco nelle “Vite” o narrati da Virgilio e da Omero nei loro poemi, hanno appreso la fiducia nell’io, nel proprio slancio eroico, nelle proprie eccezionali capacità hanno poi compiuto azioni mirabili. Essi hanno sempre mostrato un comportamento “rigido” nei confronti delle meschinità che li circondavano. Da Alessandro il Grande a Napoleone nessuno si discosta da quell’atteggiamento (tacciato d’immaturità dalla moderna società di “massa”), comprendente il culto della personalità, dell’unicità, dell’eccellenza. Il grigio diluvio democratico odierno non comprende e disprezza chi si eleva al di sopra della massa, e per questo conia il termine “immaturo” per chi, sapendo di potere più della media, si comporta di conseguenza. Anche nell’ars amandi si verifica la medesima situazione, ma le Donne veramente degne di questo nome hanno diritto a pretendere di essere effigiate in statue, incisioni, ritratti, deificate in poesia, in modo da non vivere più nella dimensione de’ mortali, ma nell’Eliso in cui vivono Citera, Bellona e Diana (mortali divenute dee pel canto de’ poeti), se si accetta il mito del Foscolo rivelato nell’ode “All’amica Risanata”. Così, intatte nel loro perpetuo splendore, potranno ricevere il culto e i doni dei posteri ed essere immortalmente amate. Solo essendo la meta ideale per i moti dello spirito di un uomo d’intelletto la donna può aspirare ad elevare la propria bellezza al di là delle parvenze terrene, a una sfera ideale e assoluta, mitica ed eroica, propria degli dèi immortali, che né l’oblio dei secoli, né le bassezze degli uomini potranno distruggere, e che solo l’arte sa costruire. Allora sì Ella risplende di quell’alone di luce diffusa che s’irradia dalla sfera lirica e purissima alla quale la mente dell’Uomo tende attraverso un continuo confronto con la Comunità dei Dotti di ogni epoca, un assiduo labor limae nella figurazione della forma, una costante ricerca della Parola Ideale tratta dalle immortali opere de’ Gentili e degli Italiani.

Grazie al culto che l’Uomo d’intelletto le porge, Ella è più di una forma sensibile, più di un semplice ideale, ella è la raffigurazione di quella dimensione assoluta e perfetta alla quale lo spirito anela attraverso il culto della Forma e della Bellezza, l’effigie di quell’aurea di idealità armoniosa e beata cui l’anima aspira grazie all’amore per l’arte, la Classicità, le Belle Lettere.
Non sopporto la masnada di coloro che criticano un Maestro come D’Annunzio accusandolo di superficialità. Essi non amano l’arte: ameranno la morale, la filosofia, la democrazia, ma non l’arte, perché se amassero l’arte amerebbero il Vate. Nessuno come lui ha vissuto interamente nell’arte e per l’arte, ammantandosi nella sua visione del mondo di una sfera lirica ed eroica. Nella sua parola tutto si trasfigura, assumendo i contorni dell’epica, della sfida, della leggenda oppure della magia, dell’estasi, del sogno. Chi lo critica o è una donna che sa di non vantare una bellezza degna di essere accostata alle sue opere, o è un uomo vile, meschino, invidioso che sa di non avere lo slancio artistico per conquistare una donna bella come una dama Dannunziana.
Le banalità della vita paiono in lui trascurabili o eliminabili per lasciare spazio allo slancio ideale di personaggi quali Stelio Effrena del fuoco, conquistatore della dimensione dell’arte e come l’aviarore Paolo Tarsis di “Forse che sì forse che no”, conquistatore, come un novello Icaro, del terzo regno, quello del Cielo.

Sono altresì da vituperare quanti in ogni luogo criticano la figura dell’amante dannunziano, poiché l’Uomo non può accontentarsi di una sola forma imperfetta, ma con il proprio intelletto deve ricercare nella varietà delle forma viventi “l’Ideale che non ha tramonti, la Bellezza che non sa dolori”. Il Vero amante Dannunziano, come Sperelli, non si identifica con il Don-Juan da villaggio, che con i muscoli ben in vista palpa le sode membra di ogni donzella popolana, ma con il raffinato e incontentabile Cultore della Vera forma e della Vera Bellezza, il quale, a prova, suona tutti gli strumenti alla ricerca dell’”ut gaudioso”. Ricercare in ogni Parvenza e in ogni Donna quei frammenti di perfezione appartenenti all’unica Bellezza, al fine di ricostruire nella propria mente l’Eterno e l’Imperituro, permette agli uomini di elevarsi nel modo più nobile possibile.
L’amore non è, per me, impegno o dovere, ma piacere e bellezza così come ce lo mostra nell’opera del Canova Paolina Bonaparte nelle vesti di Venere Vincitrice stringendo ne la mano il pomo. Solo la crudele e invidiosa Giunone tenta di ricondurre tutto alla sfera del matrimonio, sacrificio che solo l’amore per la più alta di tutte le donne, la patria, può pretendere.
Nella mia visione epicurea e lucreziana l’amore è la Voluptas cinetica che muove il mondo, l’inganno estremo della specie, come dice Schopenhauer.
Null’altro è se non la più spietata delle leggi della Natura Onnipossente, che solo l’Arte del Piacere e il Culto della Bellezza possono, attraverso le grazie della bella e pietosa Venere, e l’armonia del perfetto e solare Apollo, rendere degnamente umana.
Solo la cetra di quel Dio Delio che con il suo carro illumina il Cielo, la Terra, il Mare e gli Eroi, rivela ai Poeti il mistero musicale con in bocca il sapore del mondo, disvela agli artisti, la perfezione delle forme, spande per le menti de’ mortali una luce diffusa di perfezione sovra l’arti, le tecniche, le scienze, solo quella medesima cetra che dal Parnaso effonde un’aurea di idealità armoniosa e beata e una melodia che vince di mille secoli il silenzio, può far naufragare la Donna negli imperi dell’Illusione e del Sogno, perdendola in quella “favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude”.
Solo l’intervento di Colei che con la sua Bellezza è copula mundi tra le cose inferiori, che sono terrene e finite, e quelle superiori, che sono divine e infinite può far rivedere specchiate nella donna le pure beltà del dolce viso della creatura celeste che ha nome Luna quand’è lucente sulle onde del mare, le infinità serene del cielo sgombro di nubi, le dolci fragranze della rosa fresca aulentissima dischiusa dal sen della Bellezza, solo Ella può far rivivere nel profumo della donna le acque odorose dormienti nel plenilunio di giugno, le chiare ginestre aulenti, gli aneliti brevi di foglie, i sospiri di fiori che dal bosco s’esalano al mare, può far riudire nelle grazie di lei il respiro dell’estate, d’alghe, di resine e d’alloro, la sua canzone d’aromi, di silenzi, di auree e di ombre, la melodia della terra, la melodia che si ode nei campi dai flauti dei grilli, dalle rane lontane dalle rauche cicale, la melodia che il mare accompagna col suo lento ploro, tanto da rendere sì dolce e gradita all’Uomo “quella favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude,/ O Ermione”.

Il vago desio per il quale fremo e il dolce sogno da cui sono rapito immaginano di rivivere assieme a Colei sarà l’Eccelsa una favola antica una gioia arcana e di figurare per lei “tutte le parvenze divine” le quali “creano /questa perfetta gioia che gli uomini /conobbero sotto gli antichi/ tuoi cieli, o Ellade, e conoscemmo/ pur noi nel tempo quando in un’isola/ armoniosa de l’Arcipelago/ costei si nomava Ioessa/ ed io nomavami Dorione,/ e l’una in voto offriva a Venere/ Cipria lo specchio il cinto il pettine, /e l’altro sacrava ad Apollo/ Delio la rete l’arco la lira.
Mi scuso per la prolissità di questa mia, ma era esigenza insopprimibile dell’animo disvelare l’essenza del mio pensiero dannunziano.

Ti stringo la mano, F.

Questa era la lettera, fortunatamente mai spedita, che avevo scritto a Maria de’ Filippi, la quale già allora, Anno Domini 2001 (primo del terzo millennio) e successivi, conduceva una trasmissione con l’illusorio compito di far incontrare uomini e donne. Non sono nato diffidente, asociale e snob: all’epoca pensavo (beata ingenuità dei vent’anni) fosse possibile conciliare il mio amore per la bellezza e le lettere con il mio bisogno di trovare un’anima gemella nel mondo contemporaneo. Ero ben più stolto dei ventenni che pure irridiamo oggi per credere troppo nella Bocconi e nelle promesse di felicità neoliberiste.
Ero ancora insomma portato a ritenere che il non verificarsi di un incontro con una fanciulla tanto bella da attrarmi e tanto nobile (letterariamente parlando…) d’animo da apprezzarmi dipendesse solo e soltanto dal vivere in una “piccola Recanati”, dall’essere confinato in un ambiente universitario pressoché esclusivamente maschile, dal non poter frequentare, insomma, per dirla con l’Ovidio dell’Ars Amandi, “quelle acque dove si radunano molti pesci”. Ecco quindi che la soluzione del mezzo televisivo come occasione di notorietà rapida, o comunque come modo di far conoscere le mie qualità intellettive e sensitive ad un pubblico abbastanza vasto da contenere belle fanciulle, mi parve la più percorribile (per la verità arrossisco ancora oggi al pensiero di aver sinceramente creduto che la belle lettere, la vasta conoscenza, la ricercatezza stilistica, la proprietà lessicale, l’amore per l’eloquenza e la passione per la dialettica avrebbero potuto valere qualcosa all’interno della TV trash!).

Quando capii l’assurdità dell’idea, ripiegai su un’altra Maria. “Non è una donna, è un’apparizione” dice un personaggio di Truffault in “Baci Rubati”. Petrarca l’avrebbe detto in versi.

“Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ’n mille dolci nodi gli avolgea,
e ’l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;

e ’l viso di pietosi color’ farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi?

Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma; e le parole
sonavan altro, che pur voce humana.

Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i' vidi: e se non fosse or tale,
piagha per allentar d’arco non sana.”

Anche nel mio caso i capelli della fanciulla erano colore dell’oro e la loro lunghezza li rendeva mobili al vento come foglie ad ogni volgere del volto. Anche nel mio caso la capigliatura era tale da far apparire l’ovale del viso una cosa del paradiso. Anche nel mio caso la chiaritade degli occhi di lei pareva brillare di una bellezza celeste – come di stella nel cielo profondo - ed essere stata accesa nella notte dei tempi da un Dio che volesse comunicare il proprio amore ad una galassia lontana.
Ed anche nel mio caso, quindi si sarebbe propriamente dovuto parlare di apparizione: anche parlando prosaicamente, non aveva difatti nessuna spiegazione causale la comparsa improvvisa alla vista, nel nostro ambiente grigio e tetro, abitato da aspiranti ingegneri con il maglione a righe e le maniche più lunghe delle braccia, ingentilito tutt’al più da qualche coetanea magari anche guardabile, ma quasi sempre abbigliata e atteggiata come noi (ovvero incurante dello specchio, protesa essenzialmente allo studio ed immersa in calcoli astratti e pensieri matematici), di una bionda madonna di tipo petrarchesco, con capigliatura e trucco talmente perfetti (forse eccessivi) da parere destinati ad una foto in posa per la pubblicità, vestita rigorosamente di nero, con tanto di minigonna e stivali, che facevano risaltare due gambe lunghe e sottili come colonne corinzie.
Apparì una prima volta durante uno scritto di “elettrotecnica”, una prova a cui partecipai, pur avendo già svolto le prove intermedie, nel tentativo di migliorare il voto ivi ottenuto. Non l’avevo mai vista durante le lezioni e notai subito come una bellezza del genere potesse sconvolgere gli equilibri consolidati in un ambiente così pieno di giovani maschi da abituare le poche creature femminili presenti a sentirsi preziose solo per il proprio genere e le relative (spesso solo presunte) bellezze.

La professoressa, una delle poche donne della facoltà, fingendo tranquillità e noncuranza, la prese subito di mira dicendole, mentre le passava accanto: “cara la mia ragazza, se scrivi in questa maniera è difficile che io riesca a capire”. Mi venne interiormente da sorridere, pensando che, se ella era riuscita a decifrare la mia grafia, non poteva ora lamentarsi di quella di una fanciulla magari non campionessa in calligrafia, ma comunque ancora umanamente leggibile. L’invidia femminile era evidente. Mia madre me ne aveva sempre parlato (“le donne sono gelose l’una dell’altra…”), ma io non avevo mai avuto modo di riscontrarlo. Ora osservavo compiaciuto la verità delle affermazioni di mia madre. In una giornata in cui mi persi in calcoli banali (l’elettrotecnica non ha nulla di difficile, ma risolvere sistemi di equazioni basati sulle leggi di Kirkoff implica sempre la possibilità di dimenticare qualcosa: preferivo materie concettualmente più complicate ma meno soggette ad errori accidentali), l’unica soddisfazione fu proprio quella di vedere un’esponente delle solitamente privilegiate (finché, e nella misura in cui, operano in un ambiente di uomini) “belle fanciulle” messa ulteriormente in difficoltà (in difficoltà psicologiche soggettive, cioè, che si aggiungevano a quelle oggettive del compito scritto) da un’altra donna.
Per la cronaca, ebbe anche per me un esito così infausto che, dopo l’estate, scelsi di presentarmi all’orale con il voto (solo discreto) della prova intermedia, con il quale, pur con un’eccellente prestazione nel corpo-a-corpi dialettico/accademico con la prof, non potei andare oltre una valutazione finale di 28 trentesimi (per me una seconda sconfitta dopo quella, nobilissima, che racconterò fra poche righe).

A settembre rividi l’apparizione di colei, che solo in seguito avrei iniziato chiamare Maria, durante le prime lezioni dei corsi successivi al biennio (all’epoca esisteva pure il verbo “sbiennare” per indicare il completamento di tutti gli esami dei primi due anni, comuni a quasi tutta Ingegneria, che potevano, a seconda dei casi, impedire il proseguimento degli studi ad anni successivi). Evidentemente ella le frequentava per la seconda volta, essendo da più di un anno (come avevo potuto dedurre durante gli esami di elettrotecnica) alle prese con le stesse materie che per me erano novità.
Come un’icona, era immutata: lo stesso trucco perfetto (e pesante), gli stessi capelli biondissimi, la stessa aria spaesata e innocente (come, appunto, fosse un sonetto di Petrarca infilato per sbaglio in un libro di Analisi o di Fisica). Tutto ciò la rendeva veramente simile ad un sole, o ad un’altra entità siderale, che appaia eternamente uguale a sé, eternamente risplendente allo stesso modo, tutte le volte in cui ritorna visibile dalla terra. Appariva cinta della medesima bellezza angelicata, insomma, sempre con la minigonna “d’ordinanza” e gli stivali neri alti fin quasi al ginocchio (in altre parole, una forma moderna di angelo magnifico quale raramente potevamo vedere a ingegneria).
Non ebbe il tempo di infilare il proprio delizioso fondoschiena fra il piano di seduta e il banco (in quel semicerchio sopraelevato a cui, a similitudine di una piccola aula parlamentare, si conformava il luogo dato alla platea degli studenti nel vecchio edificio della mia facoltà), che il mio nuovo compagno di corso (con il quale, fino ad un attimo prima, stavo parlando di vetture Peugeot preparate e dell’opportunità di passare dalla vecchia, ma ancora bassa e ben assettata, 306 S16 alla nuova, ma più alta e modernamente imborghesita 206 GTI), come richiamato da una molla invisibile, si lanciò a sedersi vicino a lei, scavalcandomi con una mossa abile e veloce sottolineata da un sorriso a me diretto e significante “cosa vuoi? Che la lasci a te? Questa volta sono stato più veloce io, in pista o sulla strada si vedrà!”.

Non ricordo per nulla quale materia fosse, ma ricordo perfettamente la mia stizza al pensiero che, in quelle lunghe ore di lezione, avrei potuto, se accanto a lei, rispondere sottovoce a suoi eventuali dubbi, anticipare certi risultati del docente, (contando sulla mia abitudine a restare sempre al passo delle lezioni e sulla mia abilità ad intuire dove ragionamenti e dimostrazioni sarebbero andati a parare) o addirittura rivolgerle qualche battuta “fuori tema”, magari di letteratura o di storia, giusto per sfoggiare qualcosa di me che potesse valere in bellezza intellettuale quello che in ella vi era di bellezza corporale. E invece al mio posto vi era un “bruto” che, secondo quanto avevo potuto dedurre dalla nostra conversazione, non conosceva altra poesia da quella del “tuning” più “maraglio”, era a digiuno assoluto di lettere classiche e non brillava particolarmente per doti matematiche in particolare e intellettuali in generale. Proprio il raffronto fra solita grigia noia studentesca che stavo vivendo (seduto da solo o fra personaggi insignificanti) e la policroma varietà di sentimenti, parole e speranze che avrei improvvisamente potuto vivere e far vivere tramite quel dialogo solus ad solam così possibile (se seduto vicino a lei) e così inopinatamente svanito (con quel posto rubato) mi stava rendendo intollerabile una lezione altrimenti “normale”.
Non potevo non guardare, dalla fila dietro, le pelose e robuste braccia di quel “tamarro” mentre fingevano di abbracciare la sedia della ragazza, con aria di protezione (verso di lei) e di vanteria (verso gli altri maschi). Di quando in quando la sua testa si avvicinava a quella

Andai a casa adiratissimo, sfogandomi nel raccontare l’episodio a mia madre. “Per una volta che c’è una bella…” Non so neanche fino a quanto ebbi voglia di descrivere e narrare. Sicuramente, fui molto espressivo nel comunicare il mio stato d’animo, tanto che ore dopo, rincasando assieme a mio padre, lo avvertì: “oggi Flavio è arrabbiato”. Dovette avergli riassunto qualcosa, perché, salendo le scale, egli, con la sua solita gioviale spressione, mi chiese: “Ti hanno soffiato il posto?” “Vaff….” gli risposi gridano con esagerata furia e rinchiudendomi in camera.

La mia ira non teneva conto del fato che, quando decide di far incontrare due persone, se ne infischia dei bellimbusti che si mettono di mezzo con la loro vanagloria o la loro prepotenza. L’appuntamento che il fato mi aveva fissato con Maria era per il momento meno atteso, durante l’ennesimo tentativo di superare l’orale di Fisica tecnica.

Era, quello, l’ultimo esame del biennio. Per metà dei ragazzi del mio anno, così come per il 99,9 percento di tutti gli studenti passati e futuri, non chè per i miei contemporanei delle altre sedi universitarie, era anche l’esame “materasso”, ovvero il più semplice oggettivamente e il più facile da passare soggettivamente, limitato com’era spesso a un riassunto di elementi di termodinamica già affrontati in Fisica Generale II se non addirittura di esercizi già svolti ai tempi del liceo. Nel mio caso era diverso. Per coloro il cui cognome iniziava con una lettera successiva alla “L” (all’epoca, dato il gran numero di iscritti, al fine di distribuirli, vi erano spesso due corsi differenti, con due differenti docenti, per la stessa materia) il corso era tenuto da un folle genio che si chiamava come un famoso romanziere francese ma che, scientificamente parlando, aveva la severità, il rigore e le pretese di un ufficiale prussiano. Nella “sua” Fisica Tecnica, gli argomenti “tradizionali” di termodinamica costituivano, ad essere generosi, un misero 10 percento del totale. Il restante 90 si divideva in parti uguali fra:

i) un tipo di termodinamica ben più approfondita e difficile, fatta di funzioni di stato (fra le quali ricordo, ad esempio, l’entalpia, da non confondere con la “banale” entropia) che mai si erano viste a mai più si sarebbero riviste nella carriera accademica di un ingegnere (e a causa delle quali, però, passai un’intera estate a sfogliare apposite tabelle su uno specifico libro necessarie a risolvere gli esercizi richiesti);

ii) una full-immersion nella fluidodinamica, con tanto di sistemi di equazioni differenziali da risolvere in base alle condizioni al contorno, di rotori, divergenze ed altre creazioni matematiche viste nella complicatissima Analisi II ed assai difficili da calcolare, di ultimi risultati della ricerca in corso (fra i quali spiccava la “legge logaritmica del muro”) volta a descrivere analiticamente un moto di fluidi per i quali gli studiosi di aereodinamica adottano, per lo più, simulatori e calcoli numerici al supercomputer;

iii) uno spaccato di fisica nucleare da cui si intravedevano non solo la struttura dell’atomo, e la teoria dei quark, ma anche i motivi e i principi che portano alla realizzazione degli acceleratori di particelle (e questa era, significativamente, la parte meno difficile delle tre!).
Mi erano dunque serviti più di tre mesi per studiare e tre tentativi per superare il primo “troncone” di esame (che per fortuna poteva essere spezzato in due: nel mio caso, i/ii a ottobre e iii a novembre).

Le prime due parti erano le più difficili, perché di solito l’interrogazione partiva con un esercizio inventato al momento e pressoché impossibile da risolvere senza aiuti (addirittura una volta venne chiesto se in una bacinella d’acqua bollente il moto convettivo parte orario o antioriario: e la risposta si era scoperta dipendere dalle condizioni iniziali) e per questo il primo “troncone” di esame bloccava un 90 percento di studenti.

Una volta, addirittura, dovetti prendere l’aereo la domenica prima da Roma (ero reduce da una delle mie prime gare automobilistiche, in quel caso disputata a Vallelunga) per non rischiare di arrivare in ritardo il lunedì mattina all’appello (perderlo, avrebbe significato aspettare poi mesi).
Ricordo il terrore (mio e degli altri) al primo mattino al solo sentire chiamare il nostro nome dalla lista (all’epoca le liste di esame erano lunghe come quelle di proscrizione ai tempi di Mario e Silla) e il buco nello stomaco, a mezzogiorno, quando si era in attesa da ore: a quei tempi, se si era in troppi per essere interrogati tutti in giornata, chi poteva sceglieva di essere rimandato a data successiva (e così io feci quella volta). Ho ancora, in particolare, davanti agli occhi le aule (mi basterebbe uscire dall’ufficio e percorrere un piano di scale e un corridoio per ritrovarle!) in cui si svolgevano quelle torture: erano al secondo piano, piccole, con un tavolino al centro e tante sedie intorno. Il giovane e barbuto professore (assomigliava al personaggio di quel medico interpretato da Verdone il quale, in luna di miele, dice sempre, con inconfondibile voce: “no, non mi disturba affatto”, ma esprimeva molta più severità e cattiveria) metteva quattro “condannati” alla volta attorno al tavolo e, a turno, assegnava loro l’esercizio passando poi a correggere/discutere/stroncare quanto fatto dallo studente successivo.

“Le condizioni iniziali…” iniziai a dire “No, no, lo risolve poi mi fa vedere il risultato” mi disse seccamente mentre passò a quello dopo. “Se l’entalpia cala, in questa trasformazione adiabatica …no, il risultato non può essere questo” - disse allo sventurato che aveva ormai lo sguardo di chi sta per essere segato anche fisicamente. E a quello dopo “Non riesce neanche a ricavarmi l’equazione di Navier-Stokes?” “Ma c’è questo 2/3…” “No, non c’è nessuna frazione”.
NOTA: Da notare, di passaggio, che l’errata corrige in cui quell’equazione veniva correttamente derivata senza le complicazioni date da un banale errore presente nel libro di testo non era affatto stata pubblicizzata a lezione! E, comunque, viste col senno di poi dall’altra parte della barricata (lato docente), si tratta di argomenti tanto complicati e tanto vicini alla ricerca in corso (all’epoca) che era una follia assegnarli agli studenti. Se facessi una cosa del genere nella mia attuale materia mi darei della “carogna” (o dell’incompetente) da solo!

Al secondo tentativo, riuscii a strappare un 27 dopo un inizio difficoltoso. Considerando che i miei compagni di corso, che davano l’esame con l’altro docente, avevano quasi tutti preso 30 al primo colpo, e quasi senza studiare nulla di nuovo, avrei dovuto rifiutare. Vedendo però che tutti i compagni di sventura, che dovevano dare l’esame con lo stesso docente, venivano o bocciati con infamia o promossi stentatamente, dovetti essere contento. Mancava solo l’ultima parte, ma la fisica nucleare, in quanto argomento nuovo, poteva essere studiata con diletto e senza sforzo e, dato il taglio necessariamente, almeno in parte, “più divulgativo” e meno “esasperato” rispetto al resto, risultava anche più facile della “termodinamica estrema”. Fu così che, nel secondo “troncone” d’esame, il mese dopo, feci una splendida figura parlando di ciclotrone, sincrotrone e sincrociclotrone, tanto che il docente, commosso, mi diede addirittura trenta, come, a detta di chi lo conosceva, non gli capitava da anni (purtroppo la media pesata con la parte precedente portò “solo” ad un 28 finale). Al momento di registrare il voto (allora l’operazione era ancora cartacea) mi avvidi che fra gli spettatori c’era stata anche l’incantevole apparizione biondissima e minigonnata. “Abbiamo fatto un doppio minimo”, mi apostrofò ironicamente il geniale e severissimo docente, osservando che, dopo tanti 30 (con o senza lode), il suo voto ne seguiva uno identico (quello di elettrotecnica, che avevo deciso di accettare dopo aver preso 27 nel primo troncone di fisica tecnica e aver capito come, in caso contrario, avrei accumulato troppi ritardi sul programma: stabilii in quel tempo la regola del 10 percento di tolleranza rispetto al 30 pur di restare pienamente al passo con i cicli di esami). “Vero, purtroppo per il mio amore di perfezione, ma vero anche che ora forse sto facendo tombola sotto un altro aspetto” pensai restando in silenzio. Quel commento di un docente tanto severo aveva permesso a tutti (e soprattutto alla ragazza con cui avrei tanto voluto almeno parlare) di rendersi conto della mia media esami e aveva suggellato quasi un “bacio accademico”, dopo un esame orale tanto serrato e combattuto che doveva essere sembrato un dialogo fra pazzi einsteiniani alle orecchie di chi non aveva ancora studiato bene quell’ultima parte. Come se non bastasse, volle salutarmi con un “si faccia sentire fra qualche anno prima di laurearsi, se ci fosse una piccola università…avrei bisogno di gente come lei”.

Nonostante quello fosse uno dei voti più bassi da me conseguiti, sentii la gloria celeste piovere su di me. Forse anche un’aureola comparve sopra il mio capo, dal momento che la petrarchissima madonna bionda (fino a quel momento distaccata dal mondo circostante proprio come un’incantata parvenza) iniziò a fissarmi e, alla sospensione della sessione, mi si avvicinò chiedendomi su quali testi avessi mai studiato. Le spiegai allora, con calma, come dai tre volumi scritti dal docente stesso e dai quattro libricini di esercizi fosse possibile, con un po’ di pazienza, ricavare tutte le risposte richieste all’esame. Ci salutammo cordialmente promettendoci di rivederci a lezione.

Da quella volta, per tutte le (poche) lezioni in cui ella fece la grazia di essere presente, si venne sempre a sedere vicino a me, permettendo alla mia fantasia di rinfrescarsi fra “chiare, fresche e dolci acque” pur nel mezzo di quell’arido monastero di numeri e calcoli che allora era la facoltà di ingegneria. I nostri rapporti erano tanto cordiali quanto formali. Da un lato, io ero troppo timido per principiare un discorso che non dico si dirigesse verso l’amoroso e l’intimo, ma anche solo uscisse dagli argomenti correlati alle lezioni universitarie (già quello sarebbe stato, per la mia mentalità dell’epoca, un pericoloso segnale di cedimento alla seduzione e avrebbe dissolto quell’aurea di olimpico distacco – anche dalle donne – e di imperturbabile serenità del saggio con cui credevo si potessero conquistar dame senza farsi avanti come in modo aperto come corteggiatore, cavalier servente o duellante) e dall’altro ella, per qualche strano motivo, non dava alcun segno di voler uscire da quella “campana di vetro” (fatta di sorrisi di circostanza, gesti misurati e formalità cortese nel fare come nel dire) sotto cui pareva muoversi dalla prima volta in cui era apparsa.

Il suo atteggiamento, pur non avendo in sé alcunché di strano o di inappropriato, era surreale. Era chiaramente la creatura più bella, soave e seduttiva che mai si fosse vista in quei luoghi ad altissima densità ormonale maschile. Anche il più distratto degli osservatori non avrebbe avuto dubbi su ciò. Eppure, pareva quasi non rendersi conto (o non curarsi) di quanto accadeva attorno a lei, proprio come se si trovasse all’interno di una protezione trasparente che la separasse da rumori, odori e azioni circostanti. Aveva quella che si dice “l’innocenza della bellezza” quando camminava fra noi: nessuno poteva dire che facesse apposta a mostrare questa o quella parte del corpo o ad attrarre questo o quello sguardo. Eppure tutti notavano le sue fattezze e tutti la guardavano.

Un mio amico, un cattolico progressista (di quelli che spesso mi accusavano di essere talebano sulle donne), commentò una volta: “si veste da puttana”. “Ma no, è semplicemente elegante, non ha assolutamente nulla della volgarità delle peripatetiche”. “Una che si mette tutte le volte minigonna e stivali per andare a ingegneria è una puttana”. “Ma no, siamo noi che siamo abituati al nostro abbigliamento nerd e al casual delle compagne di corso bruttine. Nel mondo normale, fuori di qua, le belle ragazze di buona famiglia vestono così come lei. Quando una ha delle belle gambe è un peccato le debba sempre coprire”. “No, no, è una puttana”.
Per la cronaca, si tratta dello stesso amico che, qualche tempo dopo, mentre lo accompagnavo a casa in auto e notavo come, in piena torrida estate emiliana, fosse assurdo vedere ragazze indossare pesanti stivali con la zeppa solo per apparire più gnocche di quanto in realtà non fossero (intendevo criticare l’inopportunità estetico/temporale di un abbigliamento piuttosto adatto all’inverno, non già il diritto a mostrare le fattezze femminili), mi apostrofò con un misto di ironia e rimprovero: “sei un po’ talebano, eh…” (ma senti chi parla!)

Io restavo del mio parere circa la misteriosa ragazza del corso. Dava l’idea di quel tipo di bellezza che seduce proprio perché non sa di essere bella. Convinto perciò di non aver a che fare affatto con una “seduttrice professionista” e quindi a mio modo tranquillizzato, provai quindi gradualmente di scoprire qualcosa su di lei.
Il massimo a cui riuscii a giungere con i miei discorsi fu di sapere che era originaria di Aosta e che aveva seguito Analisi I con lo stesso professore di un mio ex-compagno di liceo. Trattandosi di personaggio geniale e folle (all’epoca, essi abbondavano), ebbi grazie a lui l’occasione di iniziare con la mia misteriosa compagnia femminile un discorso più filosofico del solito.

“Quindi, al contrario di Kant, egli non ritiene le idee matematiche essere sintetiche a priori?”
La mia domanda aveva il duplice scopo di sfoggiare le mie doti di conoscenza filosofica (di cui all’epoca andavo fiero giacché – dicevo - mi distinguevano dalla massa di coloro che si iscrivono a facoltà scientifiche più per mediocrità in campo umanistico che non per eccellenza in matematica o fisica, e che, più in generale, usano un’ostentata passione per la scienza come paravento per nascondere, la propria incapacità di apprezzare altre forme di sapere, la propria banalità intellettuale, la propria aridità d’animo) e di mettere alla prova la consistenza culturale della mia controparte femminile.
“No, assolutamente, egli dice che la matematica è stupida, è semplice spiegazione agli stupidi di idee già contenute nella definizione. Quando qualcuno si lamentava di non capire, diceva che non c’era nulla da capire”.
Qualunque altra donna, in un frangente simile, avrebbe risposto chiedendo cosa sono le idee sintetiche a priori o, al massimo, lamentandosi di non ricordarsi più l’esatta differenza fra analitiche e sintetiche, fra idee a priori e idee a posteriori. Alcune fanciulle che avevo conosciuto, a domande di tal fatta mi avevano mandato scherzosamente a quel paese o avevano iniziato a deridermi per il tempo che dovevo aver perso al liceo a studiare anziché ad uscire con le coetanee.
Ella, invece, non si era scomposta. Aveva risposto come se fosse del tutto normale che due studenti di ingegneria (fra l’altro, per una volta, di sesso opposto), nei cinque minuti di pausa di una lezione di “controlli automatici”, discutessero del rapporto fra matematica e filosofia. Aveva risposto, soprattutto, come se padroneggiasse perfettamente la critica della ragion pura e l’opera kantiana tutta, assieme all’epistemologia di un Kuhn o di un Feyerabend.
Mi sentii come un maestro di spada che, dopo aver provato su un avversario sconosciuto da mettere alla prova il colpo da cui di solito gli avversari “normali” vengono spiazzati, se lo veda parato tranquillamente. Da un lato ero un po’ deluso per non aver sortito l’effetto “wow”, ma dall’altro ero intrigato dal mistero di quella giovane donna all’apparenza così “leggera” ed invece, al primo assaggio dialettico, così “consistente”.
Era ella davvero una “docta puella” soltanto per caso bella e soltanto per caso indietro con gli esami ad ingegneria? O era una banale studentessa fuoricorso semplicemente abituata a fingere di sapere?
Non seppi mai la risposta, perché il docente di quel tempo concedeva pause troppo brevi fra un’ora e l’altra di lezione.

Le volte successive, la confidenza fra me e la bionda apparizione minigonnata aumentò, ma non ebbi più occasione di introdurre argomenti troppo culturalmente pesanti. Al contrario, le conversazioni divennero più leggere mano a mano che si fecero più amichevoli, fino al punto in cui, qual fossi un suo amico del cuore (o una sua amica di lunga data) si lamentò, sbuffando, di aver ancora “un sacco di roba da stirare”. Quell’esternazione, così totalmente slegata dai discorsi e dai sogni fino ad allora legati a quell’apparizione, mi parve del tutto fuori contesto: non potevo concepire come una fanciulla così bella ed eterea potesse essere alle prese con problemi di vita spiccia. “Vivo con il mio ragazzo e non è che non sporca…” Fu come se l’apparizione si fosse dissolta. Quella creatura angelicata, la cui immagine pareva volteggiare nall’aria senza che nessuno potesse palparla, non solo viveva nella comune pesantezza di vita degli altri mortali, ma era pure sentimentalmente ed esistenzialmente impegnata. Ciò distrusse istantaneamente ogni mia speranza.

Era già raro che si incontrasse, ad ingegneria, una bella fanciulla. Era già difficile che a lei ci si potesse accostare senza per questo automaticamente apparire dei banali e fastidiosi “dongiovanni da villaggio”. Era già improbabile, quindi, che con lei potesse nascere un dialogo di reciproco disvelamento e che in tali dialoghi si fosse in grado di disvelare (ammessa e non concessa la fortuna di possederle) proprio quelle doti di sentimento o intelletto eventualmente apprezzabili dalla controparte.
E per una volta che le congiunzioni astrali avevano allineato tutti questi fattori, scoprivo che tutto era inutile perché la fanciulla, praticamente, era già come “sposata”!

Quello che era (ed è) raro (anzi: miracoloso esattamente come l’apparizione di una madonna) è che il caso avesse fornito ad un ventitreenne l’occasione di apparire, agli occhi di una fanciulla un poco più grande e molto più bella (o comunque resa tale dalle disparità di numeri e desideri fra i sessi), dotato di una certa eccellenza in un ambito (in quel caso, lo studio per quell’esame “impossibile”) di rilevanza immediatamente apprezzabile (quasi al pari della bellezza di lei) ed intersoggettivamente riconosciuta (quasi come il denaro o la posizione sociale con cui nel mondo reale i più meritevoli o fortunati fra gli uomini possono stare alla pari delle belle donne).

Quando a distanza di quasi vent’anni ancora parlo di “costruire socialmente doti oggettivamente valide ed immediatamente apprezzabili al pari della bellezza”, di “eccellere in quanto rende a priori socialmente apprezzati ed amorosamente disiati come le belle donne lo sono per natura”, o di “dotarsi, prima di approcciarsi alla donna, di ciò di cui ella senta bisogno o brama di intensità pari o superiore a quanto da noi provato innanzi alle sue grazie” ho proprio in mente (oltre ovviamente alle situazioni più “scontate” e diffuse dell’indi-pay attuale e del puttanesimo mascherato di stampo berlusconiano) la condizione (difficile da ottenere, ma impagabile una volta ottenuta) in cui mi sentii vivere nel primo quarto d’ora del primo dialogo fra me e Maria.
Non so, per la verità, se la ragazza avesse davvero il nome della madonna (parrà strano, ma, da vecchio lettore del “Nome della Rosa” e novello Adso, mi dimenticai sempre di chiederle il nome). So però che era bionda e di gentile aspetto come una madonna petrarchesca-stilnovista. Ricordo poi perfettamente di averla vista (senza però ancora poterle parlare) la prima volta a quell’esame scritto del corso di Elettrotecnica tenuto da una professoressa di nome Maria. Tanto basta per ricordarla con questo nome.

Assieme al ricordo dolce-per-sé sottentra anche (Leopardi non mi abbandona mai) un’amara considerazione (ed un dolore). Non sarà mai, in assoluto, vantaggiosa per noi alcuna forma di “scambio” con le donne (la prostituzione ci appare vantaggiosa in termini relativi se comparata al corteggiamento, ma, in assoluto, se ci pensiamo, è comunque uno svantaggioso dar soldi veri in cambio di amore finto). Nel mio caso ho scambiato cinque mesi di studio per cinque minuti di “flirt”. E già mi devo ritenere fortunato ad averli vissuti! Figuriamoci cosa avrei dovuto fare, dare e soffrire per andare oltre (ammesso fosse stato possibile). Potrei chiudere il capitolo con un’imprecazione circa tale bassa e infelice condizione maschile. E aggiungervi lo scoramento personale per l'impossibilità di incontrare ancora, nella realtà, una tale creatura di sogno.
Eppure sono felice quando ricordo. Eppure sono lieto quando ripenso. Eppure il mio sentimento continua, con il senno di poi, a rimembrare quei momenti come il punto più alto della mia vita "terrena". Mai mi sarebbe più capito, in seguito, di sentirmi così in alto, così apprezzato socialmente e potenzialmente desiderato da una donna desiderabile. Almeno non nella vita reale.

Per potermi sentire, per cinque benedetti (anzi, paradisiaci) minuti, sollevato all’altitudine a cui le donne svettano stando semplicemente ferme sul piedistallo della loro bellezza (e degno quindi di parlare con loro senza timore reverenziale), ho dovuto studiare durante tutto il corso, durante tutta l’estate (ricordo, di quell’anno, le caterve di esercizi termodinamici che svolgevo fra la passeggiata mattutina e il pranzo durante l’intero mio soggiorno in montagna) e per tutto l’inizio dell’autunno (con tanto di tensione pre-esame implicante nausea e insonnia). E ho dovuto scomodare l’entropia dell’universo, la struttura dell’atomo ed il destino del cosmo. Dal punto di vista della ragione, tutto ciò appare effettivamente eccessivo, se intrapreso solo per poter parlare con una ragazza!

Beyazid_II
Newbie
18/04/2019 | 13:34

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@Itaconeti said:
in germania è stata introdotta dal 2001 la liberalizzazione e regolamentazione della prostituzione che permette ai tedeschi - che hanno un reddito medio molto superiore al nostro - di scopare pay a prezzi molto più bassi che in italia risolvendo un problema che angustia molti su questo sito

invece in svezia e norvegia è stata introdotta la punizione del cliente delle prostitute facendo passare il settore nella completa illegalità che ha portato all'impennata dei prezzi

negli stati uniti la prostituzione non è di competenza dell'unione ma dei vari stati e distretti federali ciascuno dei quali fa una sua politica

per esempio a new york e miami è formalmente illegale ma ampiamente tollerata mentre nelle zone con forte presenza evangelica è perseguita e in nevada - a parte las vegas - è legalizzata tipo germania

negli stati uniti è diffusissimo il fenomeno delle sugar babies in gran parte studentesse universitarie che cercano un sostegno per mantenersi

quindi le situazioni reali sono molto variegate a dispetto delle tue fantasie vittimistiche di una generale persecuzione in atto contro il maschio etero

Apprezzo chi ancora ha la correttezza di separare i fatti dalle opinioni. Però il racconto dei fatti va completato ad aggiornato.

PUNTO 1: La legge tedesca sulla prostituzione risale all’epoca (2001/2002) in cui il mai abbastanza rimpianto Schroeder (socialdemocratico di larghe vedute) era alleato dei verdi e quel governo “rosso-verde”, dopo aver ascoltato le associazioni delle lavoratrici del sesso ed interpellato studiosi seri, decise per una regolamentazione molto pragmatica e sensata. Erano i tempi in cui la sinistra era ancora libertaria (basti dire che, anche in Italia, rifondazione e i verdi, per i quali politicamente non ho mai avuto simpatie, flirtavano con il comitato per i diritti civili delle prostitute di Pia Covre e avevano deputati che si presentavano all’europarlamento per sostenere questo anche questo genere di cause).
Ora lo scenario è cambiato come fosse passato un secolo e, a colpi di quote rosa, colpevolizzazione del desiderio maschile e propaganda di genere, l’ala “progressista” della politica è diventata anti-libertaria in termini di prostituzione (ed anti-maschile in termini di morale sessuale). Difatti, all’inizio del 2014, quando l’europarlamento votò la risoluzione per la condanna di noi puttanieri (sulla base del “modello svedese”, ovvero dell’ideologia nazifemminista sostenuta solo e soltanto dalle lobbies anti-prostituzione e dagli pseudoscienziati al loro servizio), i parlamentari TEDESCHI (cioè gli che in patria mantenevano la legge regolamentratrice libertaria) votarono A FAVORE (assieme agli altri infami).
Quello fu il momento in cui divenni anti-UE (che significa solo contro la UE, non contro il concetto di Europa). Mi dissi, un secondo dopo la votazione (che avvenne in modo vergognoso, con uno pseudodibattito di 3 minuti ed una votazione puramente ideologica di quanto già stabilito dalla commissione preposta): “questa è per me la sentenza di morte del parlamento europeo”.
A capo della commissione che materialmente preparò quell’infame documento vi era, guarda caso, una laburista inglese, la quale dichiarò: “ora la porta è aperta per spazzare via la prostituzione dall’Europa”.
E’ un bene, quindi, che l’UK sia uscita dall’Europa, così la prossima volta non può farci scherzi del genere! Quel documento era basato su “dati scientifici” di provenienza e soprattutto di interpretazione discutibili (del genere: si considerava segno di aumento delle violenze il fatto che più prostitute si rivolgessero alla polizia, quando ciò potrebbe invece segnalare una maggiore consapevolezza di essere tutelate dalla legge!).
Aveva delle motivazioni illogiche evidenti (del genere: considerava un insuccesso la regolamentazione perché erano stati scoperti più casi di sfruttamento quando ciò dimostra invece che proprio regolamentando si raggiunge il fine di far emergere l’illegalità!). Puoi trovare tutto nell’allegato in fondo.
Tornando alla Germania, dall’anno scorso è entrata in vigore una regolamentazione molto più restrittiva che è stata voluta dalla CDU per accontentare l’ondata femminista neo-illiberale che, con la scusa dello “sdegno per essere il bordello d’Europa”, continua a diffondere menzogne aperte e stereotipi falsi su prostitute e clienti. Qualcuno ritiene che sia il primo passo per lo smantellamento del “paradiso tedesco”. Questo causerebbe, a catena, la fine anche della prostituzione nei paesi limitrofi (Austria, Svizzera, Repubblica Ceca) per evidente effetto di emulazione progressista.
L’unica cosa che in tal caso potrebbe salvarci sarebbe proprio l’anti-europeismo e l’anti-progressismo di alcuni governi nazionali!

PUNTO 2. La legge svedese risale già al 1999, ma nei primi anni di applicazione fu semplicemente una “legge-manifesto” del femminismo (con numeri di condanne risibili e praticamente nessun effetto pratico in un paese dove la prostituzione era già scarsa). Poi venne applicata (durante la prima ondata neofemminista d’inizio secolo) più “seriamente” (facendo pure da modello per la vicina Norvegia) con i risultati che tu dici. Eppure, la narrazione filo-governativa dei paesi scandinavi continua a dire che “abbiamo cancellato il problema” (quando l’hanno solo nascosto sotto il tappeto). A parte l’assurdo logico e morale di condannare chi compra e non chi vende (come se si condannasse chi compra droga per dipendenza ma non lo spacciatore che la vende per interesse!), sono evidenti i tipici danni del proibizionismo (gli stessi dai tempi di Al Capone!).
Va aggiunto che fra le motivazioni della legge vi era anche “migliorare i rapporti fra i sessi costringendo i maschi a relazionarsi con le donne anziché pagarle”. A parte l’ovvia assurdità del pensare che dover corteggiare per obbligo renda il corteggiamento più gradito e le donne più simpatiche (piuttosto vero il contrario, come in tutto ciò che si deve fare quando non si ha altra scelta), mi dico: ma che diritto ha lo stato di interferire in tal modo nella vita privata e sessuale dei cittadini? Addirittura dicendo “ti metto questo divieto per educarti, per costringerti ad amare”? Questa è la negazione del pensiero libertario e della libertà personale! Questo va detto, dato che qui si parla di chi sia più totalitario fra oriente islamico e occidente femminista!

PUNTO 3. Non ti sei soffermato sulla Francia, dove il precedente governo Hollande ha introdotto la stesse legge della Svezia (carcere e multe per noi) con le stesse motivazioni (“la prostituzione è violenza di genere”), nonostante l’attiva proteste delle stesse prostitute (che evidentemente si sentono più vittime del governo che non dei clienti). L’attuale governo Macron ha aggiunto la chicca della multa per che approccia con complimenti o altro le donne per strada: insomma, non si può né pagare né provarci e bisogna rassegnarsi (come lui) a tentare di conquistare da scolari la propria insegnante!
Aggiungiamo pure che Il Front National fu l’unica forza politica a votare contro. Se aggiungiamo che in Italia gli unici non contrari alla prostituzione sono i leghisti, capiamo perché chi vuole combattere politicamente il femminismo sia stato “costretto” a diventare “sovranista” (scusa se parlo di politica, ma questo è un fatto).

PUNTO 4.
Sugli Usa è vero quanto dici, ma ti assicuro che anche nelle “democratica” California è da tempo difficile riuscire ad andare a segno con il pay (almeno a livello di escort reclamizzate sui siti, se poi tu hai dei canali privilegiati alla “flautomagico” allora magari è diverso). Ed il motivo è sempre il proibizionismo (anche se lì, ai miei tempi, molto più d’origine puritana che femminista). Ultimamente qualche vento neo-libertario sta soffiando (timide proposte di depenalizzazione), magari per recuperare alla causa democratica quei consensi maschili migrati su Trump, magari perché le femministe più giovani non sono più misandriche e sessuofobiche, ma la prudenza è d’obbligo.

VARIE ED EVENTUALI
Chiudo allegando la lettera che mandai a TUTTI gli europarlamentari italiani al tempo (invii: centinaia risposte 0; ecco perché non ho fede in questa europa e in questa democrazia! E’ tutta una farsa! Non vi sono né dialettica, né dialogo con i cittadini, né ragione, né libertà, né diritto. Solo votazioni “bulgare” quando si tratta di crociate contro il genere maschile!)

Onorevoli Europarlamentari,

state per votare una risoluzione (Dossier FEMM/7/12772 “Sexual exploitation and prostitution and its impact on gender equality"), proposta dalla Commissione “Diritti della donna e uguaglianza di genere”, che si propone di estendere a tutta Europa il cosiddetto "modello svedese" per la prostituzione.
Come cittadino, sento il dovere di invitarVi a leggere la pubblicazione allegata (scritta da due ricercatrici indipendenti) la quale documenta come tale approccio sia puramente ideologico e non raggiunga alcuno dei "magnifici risultati" vantati dai suoi sostenitori, ma, anzi, peggiori le condizioni di vita delle sex-workers.
Esaminandolo, Vi potrete rendere conto di come i presunti "dati scientifici" che vengono ripetutamente citati nella relazione dell´On. Mary Honeyball, a sostegno della criminalizzazione del "cliente", siano, quando non palesemente falsi (o comunque nient´affatto scientifici), gravemente lacunosi, discutibili o intenzionalmente distorti.
Del resto, il fatto stesso che ovunque nel mondo tutte le associazioni di sex-workers si battano contro un tale approccio dovrebbe già far dubitare in partenza della buona fede di chi lo propone raccontando di voler "proteggere le prostitute".

Da diversi anni ormai vengono prodotti, dai media “mainstream”, articoli e indagini fasulli e fuorvianti su tutte le sfaccettature del tema prostituzione: dalla percentuale delle prostitute costrette, alle motivazioni dei clienti, dai presunti risultati mirabolanti del modello svedese al presunto fallimento del modello “regolamentarista”.
A titolo di esempio, su quest´ultimo punto, Vi riporto il link ai dati della polizia tedesca che dimostrano come non vi sia affatto stato un aumento della tratta e dei reati connessi alla prostituzione dopo la regolamentazione di quest´ultima nella Repubblica Federale Tedesca.
http://www.bka.de/DE/ThemenABisZ/Deliktsbereiche/Menschenhandel/Lagebilder/lagebilder__node.html?__nnn=true
Certo in aula la signora Honeyball vi mostrerà (o vi ha già mostrato) tutt´altri dati (provenienti, per lo più, da persone o associazioni ideologicamente orientate a priori contro la prostituzione), ma credete davvero, in tutta coscienza, che numeri forniti da chi ha (per mestiere o per ideologia) l´obiettivo di fornire una visione stereotipata della prostituzione (e, attraverso essa, dei rapporti di genere) siano più attendibili della statistiche ufficiali del maggiore stato europeo?

I motivi per cui l´estate scorsa si sono diffusi articoli giornalistici allarmanti sulla “Germania bordello d´Europa” e per cui tali articoli sono mendaci e fallati sono ben spiegati nel seguente sito (tenuto da femministe liberali irlandesi sensibili al problema e assolutamente prive di motivi per mentire su di esso):
http://feministire.wordpress.com/2013/06/06/does-legal-prostitution-really-increase-human-trafficking-in-germany/
Altri siti in cui, se ne avrete il tempo e la curiosità, potrete documentarVi su un approccio al problema diverso da quello solitamente proposto dai media sono quelli di Laura Augustin, studiosa di fenomeni migratori:
http://www.lauraagustin.com/
e di Petra Ostergren, femminista liberale svedese (una delle autrici del documento allegato):
http://www.petraostergren.com/
Questo per dimostrarVi che, al contrario di quanto sta scritto nella proposta di relazione dell´On. Honeyball, esistono persone studiose del fenomeno prostituzione e dei rapporti di genere convinte che il lavoro sessuale non possa essere semplicisticamente ricondotto a “costrizione, sfruttamento, tratta, oppressione e disuguaglianza di genere”.

Mi permetto inoltre di citare due blog (forse più mediaticamente noti nel mondo della rete): quello di Brooke Magnanti
http://belledejour-uk.blogspot.de/
e quello di Maggie Mc Neil
http://maggiemcneill.wordpress.com/
dove, assieme a temi personali, vengono spesso trattati con pertinenza argomenti inerenti la prostituzione. Non sono certo link scientifici come i precedenti; testimoniano tuttavia l´esistenza (negata dal documento che la Commissione “Diritti della donna e uguaglianza di genere” Vi chiede di approvare) di persone emancipate e culturalmente evolute che hanno scelto il lavoro sessuale senza costrizioni.
Non sono qui a svolgere una difesa d´ufficio del lavoro sessuale (ci sono I sindacati delle/dei sex workers per questo, i quali pure vi hanno rivolto un appello:
http://www.lucciole.org/content/view/822/3/
mentre io svolgo, come potete leggere in calce, tutt’altro mestiere), ma dell´onesta´ intellettuale innanzitutto e della libertà personale subito dopo.
Non si tratta solo di rispettare la “libertà dei clienti e delle sex workers”, ma di rispettare la libertà di tutti, impedendo che menzogne basate su mera ideologia instaurino una illiberale morsa repressiva e soprattutto il concetto di un super-stato armato del “diritto” di imporre ai cittadini una visione “politicamente corretta”, in questo caso del sesso, in futuro magari di tanti altri temi.
Per dimostrare che non sto esagerando con i termini, copio e incollo qui, dal sito di Daniela Danna (http://www.danieladanna.it/wordpress/?p=393), nota e reputata ricercatrice in sociologia presso la Statale di Milano, il commento da lei stessa a introduzione della sua relazione sulle leggi in materia di prostituzione all’interno dell’Unione Europea.

“This is my work on EU member states’ laws on prostitution (the PDF version is for better printing because of its numerous tables). It should have been the first part of a report for the EU Commission that I was coordinating, compiling it with the help of other experts, but I was forced to retreat from the project because my work has been rendered impossible by the abolitionist stance of the Gender Equality division officers to whom I had to deliver the report. Their fanatism (personnally experienced during the only meeting we had in Brussel in late June – after lots of hostile and unreasonable comments on my written work) was deaf to all empirical research demonstrating that prostitution acts do not necessarily amount to violence against women, and that sex work is different from trafficking.
What I was to understand is that my role should be simply to give them reasons to justify the extension of the criminalization of clients to the whole EU. (I don’t know how they got this power over a document that was commissioned and should be presented to the EU Commission.) This is contrary to our national Sociological Association’s ethical chart, that prohibits us from being influenced in drawing our research conclusion by requests from committers – and I totally agree with this article. The coordination role was given to Liz Kelly and Madeleine Coy.”

Penso che ogni ulteriore commento sulla “onesta´ “ intellettuale della commissione per la “Gender Equity” e sul presunto “valore scientifico” delle ricerche da essa presentate sia inutile.

Ritengo altresì pericoloso che il tema delle pari opportunita´ venga usato cosi´ a sproposito (e con argomentazioni, quali “ridurre il mercato per ridurre la tratta” e “costrizione per povertà”, che solo all´apparenza sono ragionevoli e umanitarie, ma che, non valendo per altri ambiti e per altri gruppi di persone, nascondono, dietro la mozione degli affetti, irrazionalità ideologica e sessismo) per definire dall´alto il “bene” e il “male” in una sfera tanto delicata e personale come quella delle scelte di vita personale e sessuale, sulla quale dovrebbero poter giudicare soltanto le diverse esperienze e le specifiche e irriproducibili sensibilità delle singole persone (almeno quando adulte e consenzienti, secondo le definizioni valide per il codice penale).

Oggi la crociata ideologica contro il sesso a pagamento, domani contro le libertà (magari quella di parola: sappiamo che in ambito europeo un documento con il fuorviante titolo di “Istituto per la promozione della tolleranza” potrebbe condurre potenzialmente a vietare per legge qualsiasi critica al femminismo “mainstream”) che credevamo acquisite nell'ambito dello stato liberale di diritto.
Certo che, qualunque sia la vostra personale opinione sulla prostituzione, non vorrete approvare un provvedimento basato sulla menzogna spacciata come scienza e sull´ignoranza delle richieste di chi nel mondo del lavoro sessuale si trova a lavorare, Vi ringrazio anticipatamente e Vi rivolgo un caloroso imbocca al lupo per le prossime elezioni europee, ricordandoVi che tutti i cittadini (siano o no clienti o sex workers), votando, terranno presente le vostre posizioni sui temi della libertà di scelta e di parola (di cui l'atteggiamento verso la prostituzione costituisce, a mio giudizio, un’ottima cartina tornasole).

NOME COGNOME

P.S.
Chi scrive, oltre a firmarsi con nome e cognome, invia questa mail dalla propria casella di posta elettronica “lavorativa” al solo fine di non sfruttare l’anonimato altrimenti offerto da questa forma di comunicazione. Correttezza vuole che, essendo pubblici i nomi dei destinatari di questa lettera, lo sia anche quello del mittente.

Allegavo poi il documento PDF delle due attiviste svedesi favorevoli alla prostituzione autodeterminata.

Beyazid_II
Newbie
17/04/2019 | 19:46

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@Itaconeti said:
@Beyazid_II

il tuo castello di argomenti si fonda su un doppio errore riguardante il caso specifico di ingiustizia in uk

prima di tutto è stata un'ingiustizia non nel senso di errore giudiziario nell'ordinamento positivo - come il caso tortora - ma nel senso di una decisione di diritto positivo contrastante con i principi del diritto naturale liberale alla libertà di informazione

poi non c'entra il femminismo ma il fondamentalismo islamico contro il quale il condannato ha fondato un movimento e stava facendo uno streaming su un caso giudiziario di stupri seriali di cui erano accusati dei musulmani

quindi sei finito fuori strada

ingiustizie dovute ad applicazioni illiberali del diritto positivo ce ne sono sempre state e sempre ce ne saranno nei sistemi liberali perchè la perfezione non è di questo mondo

Va bene che i castelli e le cattedrali gotiche non piacciano più e vadano pure a fuoco, ma potevi almeno leggere quel mio “castello di argomentazioni” prima di rispondere!
Io stavo parlando di coloro che, in UK e nell’occidente tutto, vengono condannati per “stupro” senza prove o per fatti di realtà e gravità poco credibili se non addirittura risibili (vedi Assange).
E tu mi rispondi parlando dell’attivista anti-islamico tirato fuori da pussylicker? Cosa c’entra?
Ho poi dettagliatamente descritto la situazione italiana, in relazione all’articolo 609 del codice penale e alla fonte di prova, così come stabilito dal nostro ordinamento e ribadito da recenti sentenze dalla s.c. di cassazione.

La questione è semplice come una casupola, non complicata come un castello.
Ritieni tu che la possibilità di condannare in penale l’imputato basandosi sulla sola parola dell’accusa, anche “in assenza di riscontri oggettivi e testimonianze terze atte ad avvalorare dall’esterno l’uno o l’altra tesi” sia conforme al diritto ed alla ragione?
Io rispondo di no.
Se tu rispondi di sì, evidentemente, hai un concetto di ragione e di diritto che poco corrisponde all’illuminismo (il quale decide della verità in base ai fatti e non agli aristotelismo) e a Kant (il quale ha ben spiegato, con il noto esempio dei talleri, come l’essere non sia un predicato) e che è invece molto vicino a quanto faceva comodo al regime fascista (che ha introdotto questa porcheria nel codice Rocco) e al nazifemminismo (che oggi la sfrutta).
Non mi pare molto difficile.
E poiché questo è un principio sbagliato introdotto nell’ordinamento penale, e non un evento casuale o il capriccio di un singolo giudice, io ho tutto il diritto a dire che si tratta del primo passo per smantellare la concezione liberale della giustizia.
Certo, in passato gran parte dei giudici non se ne è avvalsa (per fortuna), ma ora, proprio in relazione alla cosiddetta violenza sessuale (proprio nelle sue versioni talmente allargate dal femminismo da comprendere potenzialmente qualunque cosa anche a posteriori), l’indirizzo nazifemminista è quello di dire “per fortuna che c’è questa possibilità così gli stupratori non si salvano più”. Dimenticando che con la scusa di condannare senza prove qualche colpevole si permette potenzialmente a chiunque di mandare in galera una marea di innocenti.
Ovviamente questo non sta ancora succedendo in maniera eclatante, ma diversi casi sono avvenuti e comunque è la possibilità stessa che questo avvenga (ripeto: non per l’interpretazione stramba e illiberale di un singolo giudice all’interne di una legge liberale, ma per una distorsione autoritaria del sistema rimasta dal fascismo e fatta tornare in auge dal nazifemminismo con la benedizione di amnisty international, telefono rosa, Boldrini, Bongiorno e vittimiste varie) a determinare l’illiberalità del sistema giuridico quanto a reati sessuali.
Ripeto:
Anche nell’ancien regime non era una regola così quotidiana che un suddito fosse messo a morte per capriccio del re o per uno sguardo storto alla regina. Eppure era possibile. Ed è per questo che l’illuminismo aveva ragione a voler cambiare regime: bastava quella semplice possibilità a rendere il sistema contrario al diritto ed alla ragione.
Perché dunque oggi tu non ammetti che la semplice possibilità di essere condannati senza prove (e gli esempi non mancano) per un “errore sistematico” (come spero di aver spiegato) basti a definire il sistema occidentale (a parte ancora qualche eccezione) come non più liberale in termini di diritto?

Dirai: è liberale tutto il resto. Ma se in un mondo dove tutto è liberale proprio quando si tratta del diritto alla difesa di un uomo davanti ad una donna si resuscita l’inquisizione, allora abbiamo tutto il diritto di gridare alla discriminazione antimaschile ed alla tirannide femminista.
Per farti capire la gravità di quanto tu sottovaluti circa l’occidente, ti riporto quanto successo anni fa negli Usa (se vuoi vado a cercare la fonte).

"Diario segreto di una nazi-femminista

Un uomo è stato riconosciuto innocente e risarcito per 5 anni di carcere quando il diaro segreto della misandrica che lo aveva fatto incarcerare per stupro con la sua sola parola è finito su internet ed all’attenzione dei giudici [Fonte]:

«Mi sento un po’in colpa per averlo fatto incarcerare, ma la sua mancanza di rispetto per le donne è terribile. Ricordo quanto poco ci rispettava… pensa che le donne siano oggetti sessuali. È un tale imbroglione. Voleva Holly e me mentre era fidanzato. L’ho accusato perchè era la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E perchè ho sempre voluto qualcosa di forte nella mia vita. Altrimenti mi annoio. Bisogna cambiare, sono stanca di uomini che si approfittano di me… e di me che gliela do. Non sono una ninfomane come tutti pensano. Non sono abbastanza forte da dire di no. Sono stanca di essere una puttana. Basta.

Ieri sono andata da due avvocate per denunciarlo civilmente. So che è sbagliato, ma che altro posso fare? Normalmente non sono una persona cattiva, ma mi ha fatto arrabbiare. Se sono vendicativa, peggio per lui. Probabilmente mi sentirò in colpa, un giorno.

Parlando di soldi, lo denuncio. Ho bisogno disperato di soldi. La mia coscienza mi ha impedito di farlo, ma devo pagare un debito e farò quello che serve.»

Cinque anni di galera.

Una persona è stata umiliata e sequestrata in carcere, ha perso il lavoro, gli studi, una carriera nello sport. La nazi-femminista non ha ricevuto nessuna punizione. La società, preparata ad affrontare la violenza incarcerando un uomo sulla sola base della parola di una puttana, sta solo ora sviluppando gli anti-corpi per i reati nazi-femministi.

La violenza di genere è la calunnia femminista."

La notizia è del 2010, e vedo che dopo nove anni gli anticorpi sono ancora piccini. Vedo anche perché l’Italia non regge la sfida globale. Se tu rappresenti qui la classe dirigente, sfido che questa non veda ad un palmo dal suo naso: giudichi solo l’istante presente (“ora si vive meglio qua che in Iran”) senza voler guardare che, in prospettiva, le cose stanno cambiando in maniera drammatica per tutti noi (domani magari non si vivrà ancora benissimo in Iran, ma si vivrà malissimo qua, a causa del nazifemminismo che lasci agire indisturbato).

Beyazid_II
Newbie
17/04/2019 | 16:09

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@Itaconeti said:
deciditi se stai dalla parte dei fondamentalisti islamici all'iraniana o dalla parte di chi li combatte

la tua ipocrisia di far passare un caso di ingiustizia in uk come fosse un intero sistema e voltare la testa dall'altra parte di fronte a un intero sistema totalitario come quello iraniano mostra che sei in malafede

d'altronde l'odio per la libertà e la 'perfida albione' erano connaturati al tipo di europa che ti piace e che per fortuna è stata seppellita nel 1945 con i suoi campi di sterminio

No, scusa, in malafede è chi difende il sistema occidentale fingendo sia ancora funzionante secondo diritto e ragione (se mai lo è stato).
Un conto sono gli errori accidentali, un conto sono gli errori sistematici.
Errore giudiziario accidentale fu, ad esempio, quello di Tortora: un caso di omonimia che ha causato un’ingiusta detenzione anche a causa di un giudice che non voleva ammettere il proprio errore iniziale (debolezze umane e troppo umane….)
Gli errori giudiziari di cui parla pussylicker e di cui tu, tuttosommato, te ne freghi, sono invece errori sistematici, ovvero non dovuti al caso, bensì ad una falla del sistema esistente a priori. Sappiamo entrambi che un sistema giudiziario correttamente funzionante secondo diritto e ragione preferisce, nel dubbio, un colpevole libero ad un innocente in carcere.

Lo preferisce secondo ragione, perché, come ci insegna Popper (il quale, per quanto pessimo secondo me come filosofo, resta ottimo come epistemologo), mentre è sempre, in linea generale, possibile (anche se a volte difficile) dimostrare l’esistenza di ciò che è (ad esempio, tracciando la mia chiamata o trovando un biglietto dell’autostrada sarò possibile risalire a chi ho parlato e dove sono stato), è invece spesso impossibile dimostrare la non esistenza di ciò che non è (come potremmo dimostrare, ad esempio, che ieri NON abbiamo parlato con gli alieni o che NON siamo stati con l’ippogrifo sulla luna?). Ed è quindi la ragione a dire che spetta all’accusa provare al di là di ogni dubbio la colpevolezza e alla difesa dimostrare la non colpevolezza.

E lo preferisce secondo diritto, perché, come ha detto qualcuno più autorevole di me, “migliaia di colpevoli possono girare liberi, ma un solo innocente in carcere rende l’intero sistema legale un sistema criminale”. Difatti, nel primo caso, lo stato semplicemente manca (nonostante gli sforzi di magistratura, polizia, inquirenti) di sanzionare un crimine commesso da un criminale, mentre nel secondo caso attua in prima persona un nuovo crimine (la privazione della libertà o peggio), ovvero agisce in senso contrario rispetto a ciò per cui è stato concepito (secondo quella concezione settecentesco-illuminista che tu sembri avvalorare, proprio per difendere la libertà e la sicurezza dei cittadini dalla violenza, dall’arbitrio, dal sopruso, dalla menzogna, in una parola dal crimine).

La presunzione di innocenza (o, a essere più rigorosi, di non colpevolezza) è stata alla base di tutte le civiltà degne di questo nome. Visto che prima pareva qui pareva farsi riferimento ad ariani e semiti, a roma contro giudea o giudea contro roma, posso dire, ad esempio, che “in dubio pro reo” esiste tanto nel diritto romano quanto nella bibbia. E se anche le due civiltà diametralmente opposte (secondo qualcuno) concordano su questo, significa davvero che è uno dei pochi cardini di cui si può davvero dire “diritto universale” (espressione in altri casi molto abusata).
Ecco, il femminismo è riuscito (almeno in parte, almeno laddove gli interessava) a scardinare questo punto (in occidente). “in dubio pro reo” è diventato “in dubio pro donna”. Proprio a partire dal mondo anglosassone che tu vedi come patria della libertà (sic!), è iniziato un ritorno al “medioevo” giudiziario (con tutte le virgolette del caso) in cui la gravità del crimine (ad esempio lo stupro) funge da “anticipazione” di colpevolezza.
“Uno stupratore non merita difese”, o “lo stupro è così grave che non può restare impunito” dice l’irrazionalismo femminista, ignorando come proprio la gravità dell’accusa (e quindi dell’eventuale condanna) motiva il rigore e l’attenzione nel garantire il diritto alla difesa e come la gravità di un crimine non possa mai giustificare una condanna affrettata e motivata solo dal non avere “un caso irrisolto”.
Se per una multa può bastare la foto dell’autovelox, per una condanna grave bisogna valutare con rigore tutte le possibili ipotesi che vedrebbero l’imputato non colpevole (e condannare solo qualora tutte siano ragionevolmente ritenute impossibili). Anche l’omicidio è grave, ma non per questo si accetta di mandare in galera qualcuno senza aver provato che sia l’assassino anzi, senza neanche aver dimostrato che vi siano un cadavere e un omicidio.

Nella prassi giudiziaria occidentale, questa isteria collettiva (innata nella plebe – giustizialista da sempre - anche per altri reati, ma cavalcata dal femminismo) è stata codificata attraverso la definizione vaga e onnicomprensiva (quindi contraria alla tassatività del diritto e ai principi generali dello stato liberale, in cui ciò che è vietato deve essere rigorosamente definito a priori e circostanziato nei fatti) della cosiddetta “violenza sessuale” e/o attraverso limitazioni all’azione difensiva (famoso il caso di Tyson cui non venne concesso di porre in evidenza le precedenti false accuse della sua accusatrice e recente quello in cui, anche da noi, un giudice non ha permesso di fare “domande scomode” all’accusatrice del carabiniere: con la scusa dell’offesa alla donna si è impedito di cercare contraddizioni nel racconto su cui, in assenza di riscontri oggettivi o testimonianze terze, si pretendeva di basare l’accusa).
In Inghilterra, recentemente, hanno cambiato la legge (che invece prima era, ed è anche adesso per tutti gli altri casi, pienamente liberale) proprio per permettere questo (il discorso dell’ubriachezza è uno specchietto per le allodole, se sai leggere fra le righe!)

Ti parlo nel dettaglio del caso italiano. C’era una volta il codice penale coevo dello statuto Albertino, in cui, come a scuola ci insegnano dovrebbe sempre essere, spettava all’accusa l’onus probandi. Il regime fascista (sì, proprio lui, quello che ci raccontano essere stato sconfitto dalla storia e soprattutto espulso dalle leggi), avendo interesse a poter mandare in galera qualunque potenziale oppositore con qualunque pretesto, introdusse, nel Codice Rocco, la possibilità di basare la condanna sulla sola testimonianza della “persona offesa”, qualora ritenuta “credibile” dal “libero e motivato convincimento del giudice”, anche “in assenza di riscontri oggettivi e testimonianze terze atte ad avvalorare dall’esterno l’una o l’altra tesi”. In età repubblicana ci fu un grande dibattito, ai tempi dell’introduzione del nuovo codice penale, sull’opportunità di abolire questa porcheria giuridica (peraltro non sempre utilizzata dai giudici, i quali, in gran parte, sono o almeno erano, persone responsabili). Purtroppo prevalse la volontà di una certa corrente giuridica di mantenere questa “prerogativa” di quasi onnipotenza del giudice e, potenzialmente, dell’accusa. Dico “onnipotenza” perché i giudici così facendo avocano a sé il potere di considerare quale fonte di prova, sulla quale basare anche esclusivamente il convincimento di colpevolezza dell'imputato, la semplice parola dell'accusa (sentita formalmente anche come "teste", cosa non concessa all'accusato), solo perché il suo racconto è ritenuto (con argomentazioni sofistiche, ovvero basate non sui fatti ma sulle parole: roba da aristotelismo di Don Ferrante nei promessi sposi!) intrinsecamente più credibile di quello dell'imputato, “in mancanza di riscontri oggettivi o altri elementi atti ad avvalorare dall'esterno l'una o l'altra tesi” (come se, magicamente e sofisticamente, fosse possibile distinguere, nella stessa persona , nelle stesse parole, quanto dice la parte in causa con la testimone, come se, contro quanto mostrato da Kant, l'essere fosse un predicato, la verità di una proposizione fosse ricavabile solo dal suo senso logico in abstracto e non dalla sua verifica sperimentale concreta, come se i famosi “talleri” immaginati di kantiana memoria fossero qualitativamente diversi da quelli reali).
Basarsi sulla “credibilità oggettiva” (ovvero sul fatto che il racconto sia coerente, credibile, circonstanziato, ricco di particolari e privo di apparente voglia di infierire) e “soggettiva” (ricavabile da indagini sulla sua dirittura morale, sui suoi eventuali interessi a mentire, e sui suoi comportamenti abituali) senza più doversi ricondurre ai fatti, significa abolire il principio di realtà. Sul piano della mera “credibilità intrinseca”, allora non ci sarebbe più differenza fra un bravo romanziere (che racconta qualcosa di coerente, credibile, circostanziato, ricco di particolari, pacato ecc.) e un bravo storico (che indaga le fonti), tra una vera vittima che racconta e una furba che è andata dall’avvocato per farsi spiegare come raccontare qualcosa di credibile. E sul piano della credibilità soggettiva, di quale verifica stiamo parlando se indagare sull’intimità della presunta vittima diventa “seconda violenza”?

Così di fatto i giudici danno a qualunque donna (in qualsiasi momento e per qualsiasi motivi: capriccio, vendette arbitraria, voglia di risarcimento, gratuito sfoggio di preminenza nell'esser credute a priori, patologico bisogno di sentirsi vittime, rancore generalizzato verso il genere maschile, scommessa alla Don Rodrigo su come poter rovinare il primo che passa, mancanza della capacità di assumersi la responsabilità di certi comportamenti - magari in preda ai fumi dell'alcool e della trasgressione, di cui ci si pente a posteriori, fredda volontà di mascherare un tradimento o un pasticcio o di non lasciar conoscere un comportamento giudicabile troppo disinibito, e dunque dannoso per l'immagine di turris eburnea da cui molte traggono ancora in questo secolo desiderabilità e potere, o semplicemente paura di essere criticate da famiglia e amici per certi atteggiamenti erotici ecc.) il "diritto" di spedire in galera qualunque uomo con la sola parola, anche prima e anche senza riscontri oggettivi e testimonianze terze della presunta violenza, facendo valere come prova la vostra dichiarazione unilaterale e definendo a posteriori e secondo i suoi soggettivi parametri il confine fra lecito e illecito.

Tu dirai che, secondo la tua conoscenza, questo non avviene così spesso e che io sto esagerando. Non è così
1) non possiamo sapere quanto spesso avvenga, poiché conosciamo solo i casi di falsi accuse che vengono smascherati, non quelli che, proprio perché conclusi da una condanna ingiusta, finiscono nei “grandi numeri della violenza”;
2) i casi di violenza a processo sono qualche migliaio l’anno, non i milioni di cui parla la propaganda rosa, quindi è ovvio che tu non conosca vittime maschili del femminismo tra i tuoi amici, ma magari percentualmente non sono così rari;
3) se i casi sono ancora relativamente pochi (in Italia) è anche perché nemmeno le donne più stronze sono in genere consapevoli di queste “possibilità” (spiegate di solito dalle avvocate quando lo ritengono “utile” in una causa di divorzio), essendo, appunto, tanto contraria al diritto e alla ragione da non essere comunemente pensata come possibile in un paese occidentale. Eppure lo è.

**Anche nell’ancien regime non era una regola così quotidiana che un suddito fosse messo a morte per capriccio del re o per uno sguardo storto alla regina. Eppure era possibile. Ed è per questo che l’illuminismo aveva ragione a voler cambiare regime: bastava quella semplice possibilità a rendere il sistema contrario al diritto ed alla ragione.
Perché dunque oggi tu non ammetti che la semplice possibilità di essere condannati senza prove (e gli esempi non mancano) per un “errore sistematico” (come spero di aver spiegato) basti a definire il sistema occidentale (a parte ancora qualche eccezione) come non più liberale in termini di diritto?

Se tu togli dall’occidente questi cardini di civiltà che sono la presunzione di innocenza e l’oggettività del diritto (incompatibile con una definizione di reato lasciata a posteriori alla soggettiva sensibilità della presunta vittima, cosa peraltro non concessa, a proposito di parità, alla diversa ma non inesistente sensibilità maschile, la quale altrimenti potrebbe, provocatoriamente ma con pari diritto, reclamare l’istituzione, ad esempio, del “reato di stronzaggine”), allora rendi legittima la domanda: “e se mi avessero sempre mentito”?
Ovvero: se tutta la prosopopea sulla libertà e i diritti individuali fosse, in occidente, non un valore in sé come ci raccontano, bensì solo e soltanto un mezzo per giungere alla sola libertà di cui ai “liberali” interessi qualcosa, ovvero la libertà di scambiare merci e capitali (come, peraltro, sostiene dal 1848 quel famoso figlio del rabbino di Treviri che, forse, andrebbe sempre letto e riletto a prescindere da ideologie politiche e divisioni etniche)?

Permetti che davanti ad evidenze così inconfutabili di violazione del diritto e della ragione, nascoste dal sistema anzi fatte passare per progresso, io mi ponga questo dubbio?

E allora, da scettico quale sono, permetti che prenda in considerazione altre ipotesi di sistema in cui vivere?

P.S.
Possibile che, di tutto quanto ha lasciato il fascismo, si continuino a condannare elementi non intrinsecamente fascisti, anzi in alcuni casi civilmente condivisibili, quali il nazionalismo (doveroso per una nazione recente come la nostra, passata direttamente dalla retorica risorgimentale alla propaganda socialista anti-nazionale), l’ostilità (motivata da fatti storici come la vittoria mutilata) alle sedicenti democrazie occidentali, il liceo di matrice gentiliana (senza cui il boom degli Anni 60 non ci sarebbe stato per mancanza di valida classe dirigente, come ora), la concezione virile e guerriera dell’esistenza (senza cui la fiamma di cui parla @pussylicker non avrebbe significato), la ribellione aristocratica alle “idee moderne” (vale a dire, nietzscheanamente, le idee false) e non quanto davvero ha reso il fascismo una dittatura, ovvero la distorsione del diritto (che viene anzi elogiata dal femminismo giudiziario)?

Se è possibile, allora mi permetto di non credere all’antifascismo. I “democratici”, in tal caso, dimostrano di fatto di usare le leggi fasciste per esercitare o lasciar esercitare una potenziale tirannide di stampo femminista.

Beyazid_II
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17/04/2019 | 16:04

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@dell said:
Tutte queste cagate nazifemministe e politicamente corrette mettono sotto stress mentale i maschi che non hanno potere d'acquisto, quindi non hanno forza in un sistema capitalista. Chi ha forza (potere d'acquisto) se ne frega perchè a quelle cagate crede 1 donna su 100 mentre le altre 99 cercano l'uomo che serva da ascensore sociale: è il capitalismo, bellezza!

Frase vera e da incorniciare, ma due cose meritano di essere sottolineate:

1) non è un danno così trascurabile "mettere sotto stress mentale i maschi", perchè, nell'età in cui non si possono ancora aver dimostrato e conquistato doti e posizioni di prestigio o preminenza nella società, elementi quali la tranquillità mentale e la fiducia in sè sono ancora più vitali del denaro. E quindi è una violenza psicologica di massa. Anche se so che non interesse a nessuno (Zarathustra mi direbbe: "che importa di un sultano? si metta a sedere fra i due re falliti"), la mia vita è stata compromessa da quel tipo di propaganda antimaschile iniziata negli anni 2001/2002 (dove l'uomo era presentato o come un pezzo di legno da sollevare nell'illusione e gettare nella delusione, o come un bruto da colpire nel modo più doloroso e umiliante dai calci nelle palle alle pistolettate, o come un sacco senza valore da scaricare da una macchina in corsa - vedi Breil - o come uno stupido - confondendo stupore per la bellezza con mancanza di doti intellettive) e culminata con la Boldrini (sensi di colpa indotti, paura motivata di finire in galera senza prove, leggi o interpretazioni giuridiche apertamente discriminatorie, cultura ufficiale con lo stereotipo uomo=brutto, cattivo, sporco, brutale, rozzo, colpevole, semplice e donna=bella, buona, pura, raffinata, evoluta, innocente, complessa). Autostima distrutta e tensione sessuale colpevolizzata hanno non solo impedito di vincere le mie timidezze nella sfera sessuale (pazienza), ma mi hanno comunque distrutto la psiche (o quasi) sul lavoro (tanto qui lo posso dire: i miei colleghi non leggono). Sarò anche uno sfigato io, ma in un mondo in cui anche togliere l'amicizia su facebook è considerato violenza ed anche un complimento molestia, chi ha subito un tale trattamente psicologico potrebbe anche essere oggetto di attenzione dal "sistema" (come vedi, non sono diventato filo-iraniano per caso, ma per necessità di fuggire da una situazione mentale invivibile)

2) dillo piano: se tutti quelli che non possono spendere 10k al mese per l'indipay capiscono che sono frustrati o zerbini per colpa del capitalismo, allora nessuno riterrà più questo sistema tanto "bello"! Vuoi forse fare propaganda per lotta comunista?

La maggiore forza attuale delle donne giovani non dipende dalle cagate del nazifemminismo e del politicamente corretto - chi pensa questo è fuori strada - ma dalla demografia occidentale: poche donne giovani ambite da tanti maschi, sia giovani che maturi. E' per questo che le gnocche giovani sono in posizione di forza per scegliere, non certo per 4 gatte di femministe e per i notiziari della BBC.

Verissimo anche questo. Il privilegio delle donne (anche non più tanto giovani) è puramente natura, è invariante per contratto sociale ed inestinguibile tanto nel capitalismo quanto nel comunismo, tanto sotto il fascismo quanto sotto l'antifascismo, tanto con Hitler quanto con Stalin, Polpot o Mao. Questo è un principio. Però gli stati possono pur fare qualcosa per bilanciarlo!

Gli stati tradizionali davano ruoli diversi ai sessi in modo che anche il non-ricco avesse qualcosa di bramabile da offrire alle donzelle (possibilità di uscire di casa, prospettiva di vita dignitosa ecc.).

Gli stati liberali non ancora femministizzati davano la possibilità ai migliori fra i maschi di emergere nello studio e di conquistare con esso posti di lavoro prestigiosi e remunerati più della media, in modo da bilanciare il potere della bellezza.

Sono gli stati nazifemministi che, davanti alle disparità di numeri e desideri volute dalla natura, favorevoli grandemente alle donne, e da queste sfruttate senza limiti, remore nè regole, ci dicono: "peggio per voi che siete nati maschi" (mentre, sogghignando, si tengono ben stretti gli antichi privilegi come il corteggiamento assieme ai moderni diritti che non li giustificherebbero più), anzi ci sfottono "non siete in grado di tenere il passo delle donne", "non sapete accettare la parità" ecc. (ben sapendo che la condizione di partenza, per natura, non è affatto "pari", maledette mentitrici!)

P.S.
delle "cagate cui crede 1 donna su 100" te ne freghi fino a che non si fanno legge.
Poi quando spingono uno stato a vietare la prostituzione ti rendono o zerbino delle stronze che se la tirano o segaiolo represso.
Quando riescono a far approvare circolari di polizia con cui un questore può, senza nessuana sentenza, sequestrarti tutti i beni per la sola accusa di stalking (reato, ricordo, in cui sulla sola parola - a posteriori ! - di una donna si può essere senzionati per atti come telefonate, regali e complimenti e corteggiamenti altrimenti non reati) -accusa, non condanna - ti rendono come un esule ottocentesco.
Quando si infiltrano fra università e imprese e riservano posti alle portatrici di vagina ti rendono disoccupato e superato sul lavoro senza demerito.
E potrei continuare, ma devo andare dal dentista.

P.P.S.
Anche le altre 99 sfruttano le leggi (e le condizioni socio-economiche) che quell'1% ha ottenuto!
E come fai a scopartele in qualità di "ascensore sociale" se per programma di governo spostano ricchezza dal nostro genere al loro? Ti rendi conto che stai sostenendo un sistema che ci costringe a lottare gli uni contro gli altri a vantaggio delle melanzane?! Peggio che bestie in amore!

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 19:39

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@Itaconeti said:
@pussylicker

detto da te - che hai scritto che l'europa è morta nel 1945 con la sconfitta nazifascista e che hai fatto spesso allusioni antisemite - che qualcuno è vittima di propaganda fa scompisciare dal ridere

il problema è che scrivi spesso cazzate madornali - tipo che bisogna avere più paura di scopare in gran bretagna che in iran - che mi tocca correggere ricordando che oltre alle tue fantasie esiste anche la realtà

Da un punto di vista geopolitico, questo è oggettivamente vero. Da allora, al di là dei discorsi ideologici, non vi sono state più possibilità per l’Europa di “unirsi nella potenza” (l’europeismo auspicato da Nietzsche) e tutte le potenze planetarie sono state (e sempre più stanno diventando)extraeuropee (l’America prima, la Cina poi, ecc.).

Quello che il discorso di @pussylicker manca di sottolineare è che, purtroppo, il problema esce dalla dicotomia fascismo/antifascismo e rientra nella secolare incapacità degli Europei di concepirsi politicamente come tali. Anche prima della seconda guerra mondiale: tanto la Francia di Napoleone quanto la Germania del Kaiser si erano, al di là della retorica, sempre pensate come “Grande Francia” e “Grande Germania”, anziché come “primo mattone” di un’Europa unita. Ed ancora oggi è così: l’Europa di Aquisgrana è ormai un accordo bilaterale fra i due paese (relativamente) più forti a danno degli altri. Se almeno ciò servisse ad essere, come continente, competitivi contro Usa, Cina e India potrei pure accettarlo, ma l’evidenza dimostra che è vero il contrario: siamo sempre più una brutta copia degli Usa a livello di politica interna ed una colonia a livello di politica estera. Della serie: Europa e Unione Europea non sono sinonimi ma contrari.
Certo, parlando fuori dai denti, rimproverare agli europei di non rimpiangere il III Reich, quando questo ha trattato molti popoli europei (primi fra tutti i Polacchi) come bestie da soma non depone certo a favore della credibilità metapolitica di @pussylicker, ma non per questo tutto quello che dice è infondato.

Tornando al piano metapolitico, infatti è verissimo che le ideologie liberali e comuniste siano state da principio (Evola docet) due facce della stessa medaglia (il materialismo o, meglio, la sovversione egalitaria), le quali raggiungono il medesimo fine (massificazione della società, distruzione di ogni personalità superiore, riduzione dell’uomo ad animale da gregge, negazione di ogni dimensione “spirituale” – noi nietzscheani dobbiamo sempre mettere questo termine fra virgolette per non essere rinnegati dal maestro - o anche solo autenticamente artistica) tramite mezzi opposti (lasciar fare, emancipazione, divertimento, mancanza apparente di regole, apparente libertà di pensiero, società post-sessantottina e di facebook, insomma, contro totalitarismo esplicito, imposizioni sociali, coercizione, violenza politica, propaganda aperta).
Ed è ancora più vero oggi che l’orizzonte “valoriale” progressista altro non sia se non la fase ultima della sovversione dei valori denunciata da Nietzsche nell’Anticristiano: ai valori “ascendenti” (proprio in quanto “virili e aristocratici”, ovvero nati da ciò che vive in quanto vince e che vale in quanto si differenzia) su cui si è fondata l’Europa nei momenti più alti della sua civiltà (la Grecia di Omero, la prima Roma Repubblicana, l’India Vedica, la Persia Iranica, la Germania Sacra e Imperiale e, aggiungo sempre io all’elenco, il Rinascimento italiano) la sovversione sostituisce un sentimento del mondo femineo ed egalitario (perché pone il fondamento del valore e quindi del diritto nel fatto bassamente biologico di essere nati da una donna e, nel suo anteporre l’appartenenza alla specie alle costruzioni storiche delle diverse identità di sangue e spirito, fa tendere verso il basso del “tutto indifferenziato” primordiale), che, per dirla con le parole del Nostro, fa “di ogni verità una menzogna” (vedi, dico io, il primato storico conseguito a partire dalla rivoluzione neolitica dalle civiltà indoeuropee sulle altre fatto passare per “colpa storica”, “invenzione culturale”, o “razzismo”) e “di ogni valore un disvalore” (vedi, continuando con parole mie, i meriti scientifici di tanti singoli appartenenti al “genere maschile” fatti oggi passare come “prova di discriminazione contro le donne nella scienza”, al punto che sto vedendo i muri della mia facoltà tappezzati da propaganda culturale femminista del genere “processo alla ricerca” perché “senza donne non si può”) e conseguentemente chiama “barbaria” la civiltà (vedi le fondamenta etico-spirituali della civiltà romana bollate come “patriarcato” o “oppressione” da superare) e “civiltà” la decadenza (vedi le degenerazioni attuali esaltate come “progresso” e l’umanitarismo propagandato come “bene” quando altro non è se non la morale della debolezza e della rinuncia e della negazione di sè).

Era davvero quanto intendeva Hitler? Come lettore a suo tempo non prevenuto del “Mein Kampf”, ho i miei dubbi. E anche se fosse, come ho ripetuto fino alla nausea in passato, non vedo perché dovrei ritenermi per questo più legato al nazismo e ai suoi crimini di quanto non debba essere considerato complice di Robespierre, Lenin, Stalin e Polpot (ma potrei anche aggiungervi vari capi di stato occidentali da Leopoldo del Belgio a Bush Jr) chi sostiene ideologie egalitarie, progressiste o liberali.

per il resto sono ferocemente contro il nazifemminismo ma da un punto di vista libertario e cioè che ciascun maggiorenne nel sesso faccia quel cazzo che vuole senza reprimende moraliste

reprimende moraliste come quelle delle nazifemministe o dei liberal della bbc o come le tue in questo 3d

tu hai in odio la libertà sessuale esattamente come le nazifemminste o i liberal della bbc solo partendo da un presupposto diverso

il presupposto contro la libertà sessuale delle nazifemministe e dei liberal della bbc è il 'politicamente corretto' a cui le modalità del sesso secondo loro dovrebbero sottomettersi

il tuo presupposto contro la libertà sessuale - come hai scritto anche in questo 3d - è un tradizionalismo che sogna di rimettere indietro le lancette della storia tornando all'italietta sessualmente repressiva esistita fino a mezzo secolo fa

io invece sono per la piena libertà sessuale individuale - free o indipay o pay - tra persone maggiorenni e consenzienti

Le tue idee sono pienamente condivisibili. Paiono il condensato di quanto io stesso pensavo fino a 10-15 anni fa.
Peccato che, appunto come tu dici, esista anche la realtà. Nella realtà attuale i paesi (ex)liberali e (pseudo)libertari hanno sposato in pieno (chi più, come la GB, chi meno come la Germania) la causa nazifemminista, tanto da far approvare al Parlamento europeo l'infame risoluzione contro i clienti delle prostitute, tanto da siglare impegni per "ridurre il divario di genere sul lavoro" (il che significa quote rosa e campagne di demonizzazione contro gli uomini, soprattutto giovani, che riescono ad emergere in taluni settori, dipingendoli come "discriminatori", o, alla Murgia, come "figli privilegiati di mafiosi), tanto da eleggere a suo tempo una Boldrini a presidente della camera, tanto da continuare a promulgare leggi che fanno strage di principi come presunzione di innocenza e oggettività del diritto (spiegamo cosa c'entra con lo stato di diritto un'interpretazione legislativa di questo genere, che permette, come nel ragionamento aristotelico di Don Ferrante, di stabilire il vero basandosi sulle parole e non sui fatti: http://archive.fo/7UDkX), tanto da fare della televisione una grancassa propagandistica per il nazifemminismo degna di Goebbels (dai films alla pubblicità, passando per la cultura ufficiale, tutto quanto è sentito come femminile veine presentato come bello, buono, evoluto, pacifico, raffinato, tutto quanto è visto come maschile svilito come brutto, cattivo, primitivo, rozzo, violento, brutale), tanto da usare platealmente due pesi e due misure (si può, ad esempio, dire che "gli uomini sono tutte delle merde" ma non che "le donne non si intendono di calcio").

C'è chi tiene conto giorno per giorno dei fatti che la realtà di oggi ci mette sotto gli occhi:

https://stalkersaraitu.com/

C'è ancora chi ritiene sia possibile resistere qui in occidente. Io, al contrario, ritengo più credibile rivolgere le armi contro questo occidente che "non mi ama e non mi vuole" e schierarmi con l'oriente. A costo di lasciarmi irridere da chi, come te, si sente intoccabile (e spero per te che non ti capiti mai di doverti ricredere!). Io ho cambiato schieramento perchè ho tenuto gli occhi aperti, tu hai tenuto lo stesso schieramento perchè preferisci chiudere gli occhi!

E uscendo dalla prospettiva occidentalista, ho scoperto altre interpretazioni per quelle idee. Io solevo criticare le femministe accusandole di essere, appunto, simili a delle talebane, a delle sessuofobiche religiose. Era la mia arma retorica (che rivedo nelle tue parole). In verità, la questione, non è mai stata, essere sessuofobici o meno, ma trovare un modo per avere più o meno potere nella (o tramite la) sfera sessuale.

Perchè il sesso prematrimoniale era peccato per la chiesa? Perchè dispiaceva davvero a dio? No, perchè i preti volevano esercitare potere tramite il senso di colpa e la sovranità religiosa sul matrimonio!

Perchè per le femministe è male la prostituzione? Perchè offende davvero la dignità della donna? No, perchè permette anche agli uomini "normali" di avere la possibilità di godere della bellezza e del piacere dei sensi senza dover passare sotto le forche caudine del corteggiamento e senza dover offrire e soffrire tutto quanto la "dama" di turno pretenderebbe nei rapporti "free".

Perchè per me e per te è invece un bene? Perchè davvero crediamo alla retorica liberal-libertaria? No, perchè ci permette di esercitare la NOSTRA libertà sessuale.

Ecco quindi che nella misura in cui tu vedi possibile, all'interno del paradigma liberale e della morale libertaria, propiziarti i favori di tante donzelle interessate a quanto puoi offrir loro in termini di denaro e privilegio sociale, sei un sostenitore del liberalismo e della dottrina libertaria.
Allo stesso modo, nella misura in cui io, fino a 10-15 anni fa, mi immaginavo possibile fare altrettanto, ero altrettanto liberale e libertario.

Da allora sono cambiate due cose:
1) l'ascensore sociale, almeno in Italia, si è bloccato (quindi non è più credibile sperare di scopare di più aspettando di arricchirsi e di far carriera);
2) anche per chi è ricco e famoso, è sempre più difficile difendersi dal nazifemminismo avanzante tanto nella realtà (sempre più ampie fette di denaro e potere sono, per volontà politica o per effetto collaterale dell'economia, passate dagli uomini alle donne, sì che le vecchie possibilità di bilanciamento sociale delle disparità naturali diminuiscono per numero e convenzienza) che nella rappresentazione (sempre più leggi e costumi rendono difficile o pericoloso quel rapporti di "scambio" fra bellezza da un lato e denaro o altra utilità economica dall'altro).

Ecco perchè io, che in parte vivo e in parte prevedo una situazione ben diversa dalla tua (attuale), ho "cambiato idea".
Ma poi in fondo tu ed io la pensiamo allo stesso modo. Entrambi sappiamo che Nietzsche aveva ragione da vendere quando diceva che "l'uomo è nato per la guerra, la donna per il riposo del guerriero".
Solo che tu credi ancora possibile comprarti quel riposo con quanto la società ti permette ancora di guadagnare. E allora difendi a spada tratta QUESTA società. Io vedo già impossibile non solo e non tanto per me, quanto per i miei simili e i miei successori, trovare una venditrice o avere abbastanza denaro da comprare. E allora voglio realizzare il titolo del 3d (RIVOLUZIONE). Voglio far sì che quel riposo del guerriero venga concesso "di default" a tutti i bravi cittadini. Non per ideologia, ma solo per poter "vivere sopportabilmente", come tu (e del resto anch'io) sei (siamo) sempre riuscito (i) a fare nel mondo liberale e come il mondo liberale attuale inizia a non permettere più alla maggioranza degli uomini.

Io rispetto chi ha idee diverse dalle mie, ma non chi mi fa passare per imbecille (volendomi far credere davvero tenga per vere certe idee).
E comunque...

In guerra non conta da quali "presupposti" sei idealmente partito per scegliere lo schieramento, non contano il "punto di vista" delle idee che ti hanno spinto all'una o all'altra adesione: conta solo da che parte stai e come combatti.

E nella guerra attuale ci sono, come in tutte le guerre, SOLO DUE schieramenti. Dato che l’antifascismo (in tutte le sue versioni retoriche variabili dai liberal al comunismo) si è saldato con il femminismo, delle due l’una:

- o credi tanto alla narrazione del "male assoluto" da accettare di essere "anti-fa" nonostante le Michela Murgia che, raccogliendo risibili luoghi comuni sulla destra, si inventano i "fascistometri" sono le stesse che scrivono menzogne contro gli uomini (del genere "i bambini maschi sono come i figli dei mafiosi"). Nonostante la stampa mainstream che sostiene i cosiddetti "valori" dell'occidente sia la stessa che reprime la libertà di parola quando vorrebbero parlare gli anti-femministi, che inventa le fake news per screditare i dissidenti (vedi Strumia) o per giustificare le porcherie giudiziarie (vedi casi molto dubbi di "violenza sessuale" dove se la galera non è certa i giornali gridano allo scandalo o inventano versioni femministicamente distorte dei fatti), che dipinge l'uomo eternamente colpevole (anche solo per il suo desiderio di natura verso il corpo femminile, vedi le campagne anti miss-italia, anti-ombrelline F1 ecc.). Nonostante i (maledetti!) socialisti spagnoli che si ergono a paladini della "intelligenza" contro "la morte" (rappresentata per loro da Franco e dal fascismo) siano gli stessi che hanno creato le leggi speciali (quelle sì, fascistissime come metodo!) contro la violenza di genere (per le quali, lo ricordo, basta una telefonata per ridurre un uomo ad esule ottocentesco privato di "famiglia, casa, roba"), che cancellano persino "cappuccetto rosso" o la "bella addormentata" dalla scuole (perchè vogliono togliere ai giovani maschi qualunque possibilità di avere desiderabilità amorosa e valore sociale - fosse anche quella data dalla cavalleria del salvare una fanciulla - e ridurre anche gli adulti allo stato di impotenza tipico dell'età scolare in cui nulla si ha per "bilanciare" quanto all'altro sesso è dato dalla bellezza), che vorrebbero appena possibile vietare la prostituzione con la solita retorica della "dignità offesa" (per ora sono riusciti solo ad impedirne la legalizzazione);

- oppure te ne freghi dei giudizi morali della cosiddetta "storia" ( che peraltro, Machiavelli docet, dalla morale è distinta), te ne sbatti delle ideologie del novecento e stai, in QUESTO SECOLO, dalla parte di chi davvero (per qualunque cavolo di motivo ideale o idealista, materiale o materialista) odia e combatte il femminismo.

'consenzienti' vuol dire anche che non si scopano le ubriache - perchè non possono dare un consenso cosciente - e chi lo fa oltre a fare schifo può subirne giustamente le conseguenze

Questa prima o poi me la dovete spiegare. Come fa ad essere considerata non-cosciente una donna ubriaca quando è considerato cosciente (e quindi punibile senza attenuanti) l'uomo che, per ebbrezza alcoolica o altro tipo di alterazione psichica, stupra, uccida o commetta un qualunque altro reato? O la persona ubriaca è in grado di intendere e di volere o non lo è. A prescindere dal sesso. Qua invece vedo il solito doppiopesismo per cui se è donna è vittima, se è uomo è carnefice.

Io penso, da vecchio socratico nonostante tutto, che in uno stato fondato sulla ragione l'uomo debba sempre essere responsabile di se stesso. Se ha paura che ubriacandosi accetti di fare o subire qualcosa di cui poi si potrebbe pentire deve cercare di restare sobrio (appunto come Socrate) quando è in pubblico. Questo vale tanto per il maschio che non può giustificare una rissa o peggio con "ho alzato un po' il gomito" quanto per la femmina che non può dire di essere stata violentata dicendo "se non avessi bevuto non ci sarei stata".

Altrimenti la tua è un'idea di coscienza a senso unico alternato.

Beyazid_II
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15/04/2019 | 18:22

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@pussylicker said:
@itaconeti la sai la storia dell' ex calciatore di man city e nazionale inglese adam johnson? E non si è tolto nemmeno i vestiti di dosso, altro che scopare. Sì, una sentenza del genere mi fa più paura dell'iran.

Puoi fare tutti gli esempi che vuoi. I "liberali" risponderanno sempre che qui c'è libertà. Per capire che non siamo più nel secolo in cui gli stati sedicenti liberali lo erano davvero per gli uomini-maschi, forse certa gente ha bisogno di vivere sulla propria pelle esperienze come quella di DSK o di Weinstein.

Altrimenti, saremo sempre noi ad avere le "fobie". Che sono poi semplici previsioni di quello che può accadere laddove, nella realtà effettuale, parole come "diritto" e "ragione" vengono distorte dal nazifemminismo.

Molti uomini chiudono gli occhi di fronte all'orrore di quella "vagina a cielo aperto" che è l'occidente e lo difendono proprio perchè in loro stessi fingono che non sia quello che è purtroppo diventato negli ultimi anni.
Presunzione d'innocenza e oggettività del diritto non sono valori negoziabili. Eppure l'occidente "libero" li ha scambiato per i vantaggi che trae dal femminismo. Ecco perchè, almeno per quanto mi riguarda, mi schiero dall'altra parte.....altro che nostalgia per vecchie teocrazie...

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 18:01

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@cavalinho said:
Non diciamo minchiate. Pagando scopi tranquillamente. Certo se sei ricco e in vista ci può essere la furbetta che ne vuole approfittare, oppure il ricco che pensa di cavarsela con l obolo che versano tutti gli altri.
Qualche anno fa un noto giocatore di calcio brasiliano organizzava feste dove non badava a spese negli hotel più belli, e le marchettone che arrivavano, magari le stesse che su rosa rossa con 100 euro te le scopavi, probabilmente prendevano cifre maggiori 5/10 volte.
Tutto per fare in modo che tutti siano contenti e nessuno interrompa il gioco. Se sei ricco e famoso paghi anche di più per la tranquillità, la riservatezza.
Poi per carità à volte entrano anche in gioco altri fattori (tipo come per strauss khan) dove magari uno che ha interesse a farti cadere fa scoprire la cosa.
Cmq in ogni caso non si può mettere a paragone i pericoli che si hanno in certi paesi tipo irán, con quelli che si hanno qui...

Scopi tranquillamente nei paesi dove la prostituzione non è ancora reato.
Prova a scopare "tranquillamente" in Svezia, Francia o Israele.....

Dove è reato, scopare a pagamento è "tranquillo" come da noi lo è comprare e vendere droga: finchè decidono di lasciarti stare ti va bene.

E comunque, come fai a stare tranquillo sapendo che chiunque, raccontando ad un magistrato un racconto "credibile e coerente" possa farti finire dietro le sbarre a prescindere da quanto hai fatto?

L'unica tranquillità te la danno gli fkk con telecamera!

Chi dice che "pagando si scopa", evidentemente, parla per sentito dire (da un altro secolo) e non ha mai provato a pagare dove davvero la prostituzione è reato.
Io ho provato (circa 15 anni fa) a scopare pagando negli USA (dove era ed è illegale) e ho ottenuto di spendere (per due volte) più di 1000 dollari per sentirmi dire, al momento clou: "No sex. These are United States", alla mia rimostranza ("ma come, ovunque nel mondo pagando quelle come te si scopa"). Da allora è nato il mio "fuck united states".

Beyazid_II
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15/04/2019 | 17:53

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@Itaconeti said:

@Beyazid_II said:

Io, ad esempio, ho sempre scopato solo pagando, quindi non accetto mi si dica che “vivo in un’altra realtà”: io vivo nella realtà italiana (altrimenti detta “melanzania”) che descrivo per come essa è e non per come dovrebbe essere secondo la retorica libertaria e la narrazione antropologica…

quindi hai avuto la libertà di scopare pagando

quella che per la narrazione libertaria dovrebbe essere liberalizzata come in svizzera-austria-germania

in iran per scopare pagando rischiavi 100 frustate perchè il matrimonio di 24-48 ore non lo celebrano con le prostitute

e comunque solo i ricchi - e non un qualsiasi prof universitario - in iran hanno i soldi e le conoscenze per mettersi al sicuro in questo modo

in ogni caso se l'iran come avevi scritto è il posto più simile alla repubblica dei sapienti vagheggiata da platone non capisco perchè non provi a trasferirti

o almeno a passarci una larga parte dell'anno grazie alla grande 'flessibilità' di lavoro permessa in italia ai prof universitari

perchè insistere a stare in questo schifoso occidente sputando veleno quando c'è la felicità di una repubblica di platone in terra che ti attende?

Ti rispondo con una battuta: è risaputo che la repubblica di Platone non può offrire gli stessi divertimenti dell'Atene "democratica".
Se, fuori metafore, l'occidente avesse dato segno di restare simile a Svizzera, Austria e Germania, non avrei mai sognato l'Iran.

Poichè invece vi è più di un segno che queste nazioni rischino di cambiare direzione in tema di prostituzione (e non solo), fra due regimi preferisco quello che si oppone alle femministe.

Comunque stai tranquillo che prima o poi andrò davvero in Iran. Basterà che qualche prorettrice alla parità di genere mi faccia saltare i nervi e gridare verità ben più pesanti di quelle presentate da Strumia nelle slides della discordia:

https://alessandrostrumia.home.blog/

Al contrario del mio collega, non sarei in grado di sopportare tante menzogne e tante ingiustizie su di me senza prendere provvedimento ben più drastici di generiche vie legali.
Tanto più che io non ho i numero di Strumia (che, curruculum alla mano, è un gigante scientifico al confronto di chi lo critica) e quindi butterei via una ben più misera carriera rinunciando all'occidente per Teheran.

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 17:45

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@Itaconeti said:
@pussylicker

uno che ha più paura di scopare in uk che in iran si definisce da solo e non serve aggiungere altro

Si definisce un preveggente, o almeno un uomo con gli occhi aperti.

Chi ha paura di scopare in UK più che in Iran vede tutto il potenziale pericolo di leggi e costumi che permettono di mandare in galera qualunque uomo sulla parola di qualunque donna anche prima e anche senza riscontri oggettivi o testimonianze terze della presunta violenza (anzi, lasciando alal presunta parte lesa il "diritto" di definire a posteriori e secondo i proprio soggettivi parametri il confine fra lecito e illecito, contro ogni principio di oggettività del diritto) e che, sistematicamente, considerano (con una ridotta considerazione della volontà e della responsabilità femminile veramente degna del più primitivo dei patriarcati greco-antichi) la donna "vittima" di default (tanto da considerare automaticamente violenza situazioni che, a parti invertite, non lo sarebbero: vedi il caso di due sballati fra i fumi dell'alcool e della seduzione che scopano, visti come "due trasgressivi" o come "vittima e stupratore" a seconda non di un dato oggettivo, ma del sesso di chi decide di denunciare l'altro/a perchè insoddisfatto/a o perchè ha cambiato idea a posteriori)

Almeno, vede l'insostenibilità di un sistema che si definisce liberale e di diritto ma che, come l'Inquisizione, si permette di condannare l'imputato sulla base di parole e non di fatti, negandogli diritto alla difesa con il solito trucco del "mettere in discussione la parola della donna è una seconda violenza" (corrispettivo moderno del medievale "mettere in discussione l'accusa di eresia è un'ulteriore prova di colpa e un'offesa a dio").

Chi nega che si debba avere in UK paura di scopare come e più che in Iran non vuole guardare la realtà.
Forse perchè è troppo brutta per ammetterla per vera (infantilismo maschile proprio da parte degli "uomini denim").
O forse perchè si sente protetto dai propri soldi e dalla propria posizione sociale (eppure a DSK e a Weistein non sono bastati nè i soldi nè il potere a difendersi dal nazifemminismo).

Perchè ho più paura in UK che in Iran?
Perchè nel primo caso verrei messo alla berlina come un maniaco, come un pervertito, come un mostro che nessuno avrebbe l'ardire di difendere.
Non interverrebbero in mio favore nè amici nè avvocati (perchè fare "domande scomode" alla "parte lesa" ci "porterebbe indietro di 30 anni", come ha detto l'infame togato che ha condannato senza prove il carabiniere accusato dall'americagna a Firenze). E per la televisione sarei "lo stupratore" senza appello.
Nel secondo caso, avrei, come occidentale, almeno la possibilità che l'ambasciata possa intervenire. E che la TV monti una campagna stampa in mia difesa.

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 17:32

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@Itaconeti said:

@pussylicker said:
@itaconeti guarda che cavalinho ha detto "Non è un caso quello che succede nei paesi islamici....proprio perchè non scopano". Che c'entra la tua risposta? Volevo sapere cosa succede in tali paesi a causa della maggiore restrizione sessuale e tu mi citi le leggi che impediscono il sesso prematrimoniale.

quindi secondo te 100 frustate o fino a 2 anni di galera a un ragazzo e una ragazza non ancora sposati perchè hanno fatto sesso non sarebbero restrizioni sessuali?

se non ti bastano come restrizioni aggiungo che nei paesi islamici fondamentalisti - a partire dall'iran - c'è la pena di morte per adulterio e omosessualità

Poi scrivi "E poi c'è anche una via di mezzo tra le frustate per il sesso prematrimoniale e una massa di drogati quali siamo noi su gnoccatravels, nell'italia di 20/30 anni fa nessuno ti frustava e nessuno aveva le ossessioni che abbiamo noi qui (io sono il primo eh), e se vai su italian seduction è pure peggio"

nell'italia di 20/30 anni fa - i mitici anni 80/90 - c'era molta più ossessione sessuale di adesso sia nella realtà che in tv solo che non c'erano i social

Poi scrivi."Tra chi è ossessionato col fare numero (ce l'ho), chi col collezionare bandiere (ce l'ho), chi spende migliaia di euro in puttane (mi manca), chi va con gli scambisti (mi manca), chi con le ons (ce l'ho), chi va a trans (mi manca), qua stiamo a pezzi veramente,"

si chiama libertà sessuale individuale ma se ti dà fastidio puoi andare a vivere in un paese islamico fondamentalista dove la libertà sessuale individuale non c'è

Sì, saranno restrizioni, ma almeno l’immaginario collettivo non è a tal punto riempito di “tette e culi” (sia detto anche nel senso figurato di quella sopravalutazione estetico-filosofica della figura femminile all’apice oggi nell’occidente “emancipato” ed invero figlia più del medioevo stilnovista che non dell’emancipazione illuminista!) da portare il desiderio naturale maschile ai livelli quasi “patologici” di oggi!

E poi sono restrizione che hanno un fine magari non condivisibile ma almeno comprensibile: rinsaldare la struttura sociale fondata sulla famiglia e l’identità nazionale basata sulla stirpe (nel caso, iranica).
Qua, invece, la sessuofobia femminista ha il fine opposto della disgregazione sociale ed etnica (e non serve essere “complottisti” per capirlo: basta tenere gli occhi aperti e il cervello collegato davanti a quella propaganda pseudoculturale così ben riassunta da @pussilicker).
Insomma, sacrifichiamo l’eudemonia per un fine anti-anagogico!
E anche se non vi fosse questo “razzismo al contrario”, vi sarebbe comunque l’intento palesemente antimaschile: vietare ad adulti consenzienti di scambiare sesso per denaro (come avviene in Francia, in Svezia, in Israele e in tutti i paesi più “progrediti” e “antifascisti”) sulla basi di “nomi sanza soggetto” come quelle della “dignità della donna” (che in realtà esiste come dignità delle singole donne che in un mondo libero dovrebbero al contrario decidere autonomamente cosa è più o meno dignitoso/vantaggioso per la loro soggettività, e non essere accumunate nella figura della “vittima” a partire dalla quale si stabiliscono le politiche antiprostituzione) non ha alcuna motivazione sociale, se non, appunto, rendere sessualmente apolide il maschio. Nazifemminismo allo stato puro sostenuto dagli stati “antifascisti”.


Poi scrivi:"> Poi premesso che a me dell'iran non me ne frega un cazzo, non so perchè continui a nominarlo, mi viene spontanea una domanda. Ma se tu scopi a casa tua, la polizia religiosa come ti becca? Mica vai a scopare fuori la moschea."

tu hai chiesto delle restrizioni sessuali nei paesi islamici e quindi ho esaudito la tua richiesta a partire dall'iran che è il paese sessualmente più restrittivo di tutti

rispondo anche alla tua nuova domanda sul come la polizia religiosa ti becca in casa

un vicino fanatico o a cui stai sul cazzo telefona alla polizia religiosa

la polizia religiosa arriva e ti trova con una ragazza che non nè tua moglie nè tua sorella

se sei ricco e non sono dei fanatici li paghi e fanno finta di crederti che è tua sorella

se i soldi non li hai accertano che sei in casa con una ragazza che non è nè tua moglie nè tua sorella

il tribunale della sharia vi condanna entrambi a 100 frustate in pubblico

se sei straniero e interviene l'ambasciata è probabile che le 100 frustate vengano commutate in espulsione a vita dall'iran

Beh, in fondo allora è come in occidente (libertà personale proporzionale alla ricchezza).
Anzi, in occidente manco i miliardari sono al sicuro, perchè le leggi americane possono sbattere in galera sulla sola parola dell'accusa anche un presidente del FMI come Strauss-Kahn e il me-too può rovinare anche un uomo progressista di successo come Weinstein.

E per cose, in fondo, non certo più gravi di quelle contestate ai tromboamici iraniani.

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 17:28

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@Itaconeti said:
@pussylicker

per esempio succede che in iran vige la sharia e il sesso fuori dal matrimonio è illegale e viene punito con 100 frustate

100 frustate non solo per la prostituzione o l'adulterio ma anche per il sesso prematrimoniale perchè la norma punisce indistintamente tutte le forme di sesso fuori dal matrimonio

e la norma vale sia per le donne che per gli uomini

Almeno lì c’è parità!
Non come da noi, dove la donna ha diritto a mostrare e l’uomo ha il dovere di non guardare quanto è mostrato (altrimenti, come quel tale di Lecco già 11 anni fa, rischia una condanna per aver fissato troppo le tette della dirimpettaia), dove la prima ha il diritto a suscitare disio (nel modo che vuole e per il tempo che vuole, dall’innocente scoprire le gambe per strada all’intenzionale “fare la stronza” nei modi da me più volte specificati) e il secondo ha il dovere di non esprimerlo (altrimenti, non dico una mano sul culo – fatto ormai punito, in proporzione agli ordinamenti penali vigenti, con l’equivalente economico-giudiziario delle 100 frustate iraniane e dei 2 anni di galera marocchini, ma anche solo un complimento giudicato a posteriori troppo “pesante” può costare addirittura la carriera grazie all’ondata neofemminista del “me too”), dove, di fatto, la donna, potendo contare su quelle disparità di numeri e desideri nell’amore sessuale ad essa favorevoli (e da essa sfruttati in ogni modo tempo e luogo senza limiti, remore, né regole), può sempre decidere quando, quanto e con chi “accoppiarsi”, mentre l’uomo (dovendo sottostare ad una situazione naturale sfavorevole che l’ordinamento sociale ormai non gli consente più di bilanciare con lo studio, il lavoro, la posizione sociale, cultura, il denaro, il potere) deve, se gli va bene, sottostare alla scelta altrui (accontentarsi e pagare comunque, in denaro e altri termini), se gli va male, vivere nella frustrazione sempiterna del proprio disio.

i giovani ricchi risolvono il problema pagando lautamente ogni volta un prete sciita che celebra un matrimonio temporaneo - 24 o 48 ore - che li pone al riparo dalla polizia religiosa

i giovani non ricchi - quindi quasi tutti - hanno l'alternativa tra l'autorepressione sessuale e rischiare ogni volta 100 frustate se beccati dalla polizia religiosa

Non è mica poco poter uscire dalla situazione di frustrazione “pagando il biglietto” come a teatro (mia vecchia definizione di “escorting”). In Svezia, Francia e Israele (ovvero presso i nemici dell’Iran) ciò non è più possibile. E negli altri paesi occidentali, a causa della riduzione del valoro “socio-sessuale” del maschio, conseguenza diretta del femminismo, è l’unico modo rimasto per non farsi seghe (il pubblico sempre più giovane numeroso degli FKK lo dimostra). E quindi destinato a diventare sempre più costoso (bei tempi quelli in cui anche l’italiano medio poteva permettersi le escort…).

simile è la situazione anche nei paesi sunniti dove viene applicata la sharia come per esempio l'arabia saudita

perfino nel moderatissimo marocco il sesso fuori dal matrimonio è illegale

ma - non essendoci la sharia - non viene punito con 100 frustate ma solo con il carcere fino a 2 anni

e c'è molto meno rischio di essere beccati perchè non esiste un'apposita polizia religiosa a indagare

in conclusione se pensi che danneggi meno il tuo equilibrio psicofisico non scopare che l'ipersessualizzazione allora l'iran è il posto giusto per te per vivere meglio

Forse qualcuno è troppo ricco per capire che per i non-ricchi la situazione italiana è già a livello di quella dell’Iran in quanto a possibilità di scopare realmente (e non solo di raccontarlo: per il sesso parlato, ammetto che in occidente abbiamo più libertà…). Io, ad esempio, ho sempre scopato solo pagando, quindi non accetto mi si dica che “vivo in un’altra realtà”: io vivo nella realtà italiana (altrimenti detta “melanzania”) che descrivo per come essa è e non per come dovrebbe essere secondo la retorica libertaria e la narrazione antropologica…

Beyazid_II
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13/03/2019 | 18:14

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@Tesista76 said:
Caro Sig. Bez,

mi chiamo Enzo, conosco il suo amico tesista il quale mi ha chiesto di parlarle della donna più bella del mondo, almeno così dicono sia mia figlia

Non ho capito perché dovrei parlare di mia figlia in un forum di puttanieri, ma l’argomento mi stimola perché ho saputo che lei è un pretendente ed un appassionato e molto competitivo quindi è mio dovere metterla in guardia perché ha un caratteraccio

La madre la incontrai da giovane tra i campi, era sporca, grassa, fredda e ignorante (anche io brillavo poco a scuola) ma giovane e sveglia, rimase subito incinta e la mia gioia fu immensa

Avevamo all’inizio solo le nostre vite e nostra figlia, che crebbe ad una velocità impressionante

All’inizio le piaceva stare insieme a me, ma già da piccola si rivelava un carattere indomabile e nel giro di pochi anni con dispiacere la vidi diventare una donna bellissima ma profondamente sola

Non che non avesse avuto pretendenti, fior fior di ingegneri, bellissimi ragazzi della provincia lombarda, persino tanti uomini che lasciavano un paese lontano per lei

Peccato li trattasse tutti come maggiordomi o peggio, li guardava dall’alto in basso e li allontana dopo poco tempo

Così ha fatto anche con il suo più grande amore, l’ha spinto fino al limite pur essendo lui sposato con bimbi, e la triste conclusione fu una immensa nostalgia, da parte mia, perché mi ero affezionato a quella faccia simpatica da scapestrato

Lei si curò la ferita sostituendo subito il suo amante

Tutti quelli che le sono vicino le danno della viziata, della snob, diciamola come vorrebbero dirla, della stronza

In realtà alla mia bambina la bellezza ha dato solo solitudine e impegni, un senso della competizione esagerato ed a me ha riempito la vita di alti e bassi

Ho avuto un maschio che morì da giovane, non mi va di parlare di lui, è stato sfortunato ed io lo amavo tanto, quasii di più della passione per la madre e dei successi della figlia, perché eravamo simili, ci piaceva lavorare e soffrire per una donna acccettandone ogni capriccio perché alla fine ci riempiono la vita è ne danno senso

Sono morto molti anni fa anche io ma so che altri cervelli da 110 e lode si fanno bistrattare dalla mia ragazza, altri si lamentano e sbattono la porta, ma a tutti poi viene il magone a ripensarla bella con quei capelli rossi in boccoli da principessa e la sua voce diretta e dirompente

Lasci che le dica, la bellezza rovina il sonno, fa vivere in solitudine le persone e bisogna valutare delle amanti meno belle ma che curano le ferite

Se le sto consigliando di non incontrare mia figlia? Ci mancherebbe, può farlo con cautela, anzi vivrà una delle stagioni migliori della sua vita, ma sappia che poi la abbandonerà senza dubbio e a lei si cicatrizzerà una ferita callosa sul cuore o le lascerà fare lo schiavo fino alla fine

In bocca al lupo Sig. Bez

Maranello, 08/03/2019

Caro Commendatore,

forse, nell’alto cielo in cui Lei vive, le notizie delle cose terrestri giungono con anni di ritardo. Mi trovo nell’imbarazzante situazione di doverLa informare che la sua adorata bambina è divenuta, agli occhi del mondo, ben altro da ciò che Lei ancora (affettuosamente) pensa.

Fino a quando era sposata al suo prediletto genero Luca, il numero dei suoi amanti restava “sempre uno di meno di chi mi la chiede”. Da quando ha scelto di accasarsi con il recentemente scomparso Sergio (e poi con il suo successore maltese), ha preso la strada della perdizione, del “tanti più, tanti meglio”, come una qualunque azienda quotata a Wall Street avente come fine il profitto, e non più l’esclusività o la poesia.

Non sa quanto mi dispiace doverglielo dire, ma, se è stata tirata in ballo in questo forum, è proprio perché ormai tutti la considerano una “escort”.
Quanto alle mie vicende personali, non so cosa Le abbiano raccontato, ma le due “Elise” della mia vita non furono affatto “stronze”. Essere belle non è una colpa ed io riservo quel termine solo e soltanto a chi usa la bellezza per ferire, irridere e umiliare. Distribuirlo a caso al genere femminile minerebbe la mia credibilità. Nei due casi in esame, semplicemente, fui io a non essere all’altezza o a non essere credibile.

Un nostro comune amico mi ha proposto una visione dell’amore parente della rassegnazione/consolazione. Secondo tale visione, ci si dovrebbe accettare di guidare solo delle Fiat Panda per poter guarire dalle ferite riportate in incidenti con auto da corsa. Io, invece, piuttosto che rassegnarmi a rinunciare per sempre alle pericolose emozioni che resero immortale il nostro Gilles, preferisco una visione dell’amore parente della vendetta e della guerra: a costo di usare il denaro per pagarmi il sedile, cercherò sempre di guidare cavalli (meglio se cavallini) di razza. Così da far schiattare d’invidia le men belle che pure mi hanno disprezzato. E da godere sempre della bellezza.

Cordialmente

Qualche giorno dopo l'8 marzo
Da qualche parte del mondo non distante dalla fabbrica della Lamborghini…

Beyazid_II
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06/03/2019 | 19:35

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@marko_kraljevic said:
È straordinario come il nostro amico abbia letto e ritenuto l'intera letteratura italiana e probabilmente mondiale senza giungere neppure alle soglie della modernità. Fosse arrivato almeno alle prime pagine dei Promessi Sposi - non dico alle Note Azzurre di Carlo Dossi - si sarebbe accorto di scrivere come l'Ignoto secentista sbeffeggiato da Manzoni.

Manzoni chi? Il piccolo aristocratico milanese nato da un adulterio della madre, cresciuto e vissuto fra imbonimenti illuministi ed infine sbeffeggiato (a ragione) secoli dopo dal personaggio di Silvio Orlando nel film sulla scuola (“della letteratura italiana dell’Ottocento si salva solo Leopardi: mentre Manzoni scrive e riscrive i Promessi Sposi, Tolstoj infila quattro capolavori di fila”)?
Quello che ha pensato di scrivere un romanzo sul Seicento senza fare i conti coi gesuiti (che infestano ancora oggi la “cultura”, a iniziare dall’usurpatore terzomondista del trono di Pietro)? Quello che è considerato fra i “grandi” della nostra letteratura per meriti politici (adesione acritica alla retorica risorgimentale) più che letterari? Quello che divide con il “bandista di Parma” (Giuseppe Verdi) il primato della sopravvalutazione delle proprie opere rispetto a contemporanei molto più talentuosi ma molto meno politicizzati?
Dovrebbe fregarmene qualcosa del giudizio suo o di chi per lui? Rispondo come avrei risposto ai suoi frati questuanti: “già dato”. Mi basta aver dovuto scriverci commenti e schede del libro alle medie ed al liceo.
Io scrivo per “la ideale comunità dei dotti di ogni epoca” (presieduta, come noto da Pietro Bembo e avente ideal sede in un empireo con le fattezze a metà fra una camera del parlamento e la biblioteca marciana). Poco mi cale del giudizio della cultura “mainstream”, sia essa ottocentesca o contemporanea.

Piaccia o meno, la lingua è andata avanti con le idee e, grazie a Ezra Pound, abbiamo definitivamente appreso e accettato che "Beauty is difficult" per gli artisti

Occhio che quando fu pensato l’omaggio ad Ezra Pound con quel titolo, si intese primieramente la difficoltà imposta al lettore nell’apprezzare l’ardua bellezza della poesia di ogni tempo (e quindi anche contemporanea), non già la difficoltà dell’autore nel raggiungere quella bellezza!

Apprezzare la bellezza costruita con le parole è come apprezzare la bellezza di una parete rocciosa: bisogna innanzitutto saper scalare. Per godere, ad esempio della bellezza dello spigolo del Sass d’Ortiga sulle Pale di San Martino, per vedere quanto sia elegantemente “arrotondato”, quante migliaia di possibili appigli offra, quante provvidenziali clessidre facilitino la scalata, è necessario possedere la tecnica e l’allenamento per affrontare un quinto grado. In caso contrario, sembrerà affilato, strapiombante, privo di possibilità di salita, indistinguibile da un qualsiasi muro di cemento la cui possibilità di salita consista solo nel tirarsi a forza di braccia su per una corda. Solo chi sa arrampicare almeno fino ad un certo livello potrà salirvi, al contrario, con piacere e senza sforzo, a piccoli passi morbidi, come si fa sugli scalini di un lettino a castello.
L’aver attribuito cattedre di letteratura e di filologia a vero e proprio ciarpame umano intellettualizzato, l’aver dato diritto di parola e critica a gente nata per zappare la terra o servire i tavoli, l’aver esaltato come poeti modesti ragionieri (mentre ci si permettevano sberleffi al “poeta laureato” che, prima di esser appellato tale, aveva studiato al Cicognini di Prato!) ha prodotto un malgusto letterario incapace di riconoscere la bellezza generata dalle parole, come se, in ambito alpinistico, gli accademici del CAI, vergassero guide in cui le più belle pareti dolomitiche fossero paragonate, appunto, a muri verticali in cemento soltanto perché “ormai nessuno, al giorno d’oggi, studia più il modo di riconoscere gli appigli e sfruttarli per salire”.

Confondere il Cinquecento con il Seicento, paragonare una scrittura rinascimentale (o aspirante tale) con l’ampollosità barocca, mescolare la ricerca dello stile puro e rarefatto, tipico del Petrarca, con l’insana voglia retrò di un pedante aristotelico significa, ad occhi che sappiano leggere la bellezza, significa non tanto aver disprezzato il mio scritto (che pure, lo ammetto candidamente, come tutti i tentativi dei dilettanti, può avere dei difetti o addirittura mancare completamente gli obiettivi), quanto, piuttosto, aver mostrato la propria totale ignoranza di cosa siano le belle lettere (che, se non piacciono, non per questo diventano "superate", ma semplicemente qualificano come impoetico - qualcuno più importante di me avrebbe non senza ragione detto "degenerato" - il singolo o la società che non sanno più apprezzarle).

Siete comunque in buona compagnia, proprio perché avete ragione. "La lingua è andata avanti con le idee". Quindi, le idee moderne (“uguaglianza”, “emancipazione”, “progresso”), che, come mostra Nietzsche sono tutte, senza eccezione, idee false, hanno falsificato la bellezza anche in letteratura, rendendo la prosa (come del resto la poesia) più plebea, più impura, più sgraziata, in una parola, più falsa (essendo il vero, Platone e Keats docent, legato al bello).
Il periodo umanistico-rinascimentale, picco sommo, in ogni campo, della civiltà europea (che, saltando a piè pari il medioevo, si era finalmente disfatta della componente sovversiva del giudeocristianesimo), aveva significativamente capito come i veri modelli ideali dovessero essere il Petrarca in poesia ed il Boccaccio in prosa. La successiva era barocca (figlia anche della controriforma e quindi, indirettamente, della menzogna cristiano-luterana) aveva iniziato a smarrire il sentiero, con i suoi primi “slanci moderni” (quasi che la contemporanea nascita della scienza galileiana, basata sui fatti e sulle verità dimostrabili, dovesse essere “compensata” dall’aumento di storture e menzogne negli ambiti extra-scientifici – filosofia, politica, arte - prima ancora guidati verso il vero e il bello dal Neoplatonismo). Il Leopardi, forse unico veritiero fra i poeti moderni, era riuscito a ritornare alla lingua di Petrarca rinnovandola (si veda, ad esempio, l’andamento bimembre – “ridenti e fuggitivi”, “lieta e pensosa” – proprio di “A Silvia” e già tipico del Petrarca - “solo et pensoso”, “tardi e lenti” – o l’uso “fonetico” delle preposizioni - “d’in su la vetta”, “D’in su i veroni” – veramente innovativo e coerente con la ricerca di quella musicalità che nel Petrarca era affidata invece alla sola e rigorosa metrica del sonetto). Peccato nessuno lo abbia seguito fino in fondo. Faccio un’eccezione per D’Annunzio, i cui versi sembrano davvero una partitura musicale, e i futuristi (che hanno ricercato la musica attraverso il paroliberismo o le parole “strane” alla Ardengo Soffici di “Sul Kobilek”), ma tutti gli altri poeti “moderni” (italiani) valgono poco o nulla per me, perché non hanno capito come la poesia debba essere parente più dello “spirito della musica” (ancora una volta Nietzsche docet) che non dello “spirito dei tempo” (Hegel mangiamerda).

Stimo ovviamente Ezra Pound senza riserve, anche perchè, nato americano (e quindi madrelingua inglese), comprese comunque la potenzialità musicale della tosca favella, tanto da ciminetarsi persino in essa (il contrario dei provinciali italiani di oggi che, per compiacere il mainstream e far più soldi, finiscono addirittura per buttare al vento la loro fortuna di madrelingua nella più poetica delle lingue cantando in inglese).

Io posso aver fallito nel cercare di riprodurre con una prosa boccaccesca la musicalità del Petrarca e nell’affidarmi alle citazioni del Poliziano e di altri artefici di bellezza risuonante del rinascimento per “significare” la poesia, ma almeno ho dimostrato di avere un’idea su dove bisognerebbe andare. I moderni invece, siano dell’ottocento o contemporanei, siano poeti o prosatori, siano critici o forumisti, vanno solo dove li portano le mode e le voglie di essere “al passo coi tempi” (ovvero, fuor di ipocrisia, apprezzati, lodati, premiati e possibilmente pagati dalla “cultura” dominante). Preferisco passare per un pessimo scrittore (che punta in alto per desiderio di una bellezza sinceramente amata) piuttosto che mostrarmi un buon scribacchino (che mette assieme delle parole al servizio delle idee moderne principalmente per “avere consenso”).

figuriamoci per noi.

Per noi, semmai, è difficile, per voi è semplicemente incomprensibile. Per tutti noi, qua dentro, è comunque "very expensive". Non sapevo che anche Ezra Pound facesse indipay. Ecco perchè ha dovuto occuparsi di economia!

Beyazid_II
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06/03/2019 | 19:26

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@Tesista76 said:
Boh amico bez, ti mancava l’intuizione che davi troppa importanza alla vista, la bellezza è una scala maggiore, bella fino alla noia,

La bellezza, per me, è tutto.

"O Poeta, divina è la parola, ne la pura bellezza il ciel ripuosa ogni nostra letizia/ E il verso è tutto

Non sono versi scritti ovviamente da me, ma paiono esserlo per me. Come mi alzo alle 3 per cogliere la bellezza della montagna che richiede tempismo, così sarei disposto a rinunciare a tutto il resto pur di cogliere in una donna terrestre la bellezza celeste.

Un proverbio arabo sostiene come "falso sia l'interiore che non corrisponde all'esteriore".

Se non interpreta il mio sogno estetico ella non può ricoprire quella funzione di cui abbisogno e per cui la desidero in quanto donna. Quindi accontentandomi non risolvo nulla e dovrei comunque cercare altrove il soddisfacimento del mio bisogno di bellezza. E allora a cosa serve la donna non bella? Serviva (magari, ma non bastava) quando cucinava e faceva da mamma. Adesso tanto vale stare soli aspettando.

Del resto, ho pure precisato in chiosa che accontentarsi non paga. Mi dispiace, ma su questo il fondatore della teoria dei giochi ha clamorosamente toppato. Non ha considerato il valore negativo del dover stare assieme ad una donna che, non rappresentando il nostro sogno estetico, ci farà sempre girare la testa verso le bellezze passanti. E pretenderà pure le stesse attenzioni e gli stessi servigi di miss mondo (in Italia).

Come si fa a corteggiare, a trascorrere tempo, a dedicare attenzioni se l’interessata non è, almeno in quel momento, il nostro sogno estetico, se tutte le volte che siamo con lei vorremmo essere con un’altra, se tutte le volte che passa una bellezza dobbiamo sospirare, guardarla, guardare il cielo e poi abbassare gli occhi alla nostra compagna dicendo: "mi sono dovuto accontentare"? E’ questo "l’amore"?

Adesso ritrarre le Elise qui conforta la convinzione che tanto spetti a quelle disgraziate collezioniste di testicoli, altrettanto farebbe ritrarre volti in panda su una tela ed appenderla in una latrina autostradale: avrebbero vista a tanti membri, quanti ne spetterebbero secondo bez

Ragazzi, passi prendiate in giro quanto il volgo vile chiama “amore” (l’ho fatto anch’io, forte dell’insegnamento del nostro Schopenhauer sull’inganno dato dalla Natura all’uomo per propagarne la specie). Che però vi facciate beffa di quanto la ideale comunità dei dotti di ogni epoca, ed in particolar modo il Cardinal Bembo, il buon Ariosto ed il sommo Poliziano, ha scorto ed eternato come “bellezza” non è accettabile.
Se non ti conoscessi per la profonda umanità e la schietta intelligenza di molti altri tuoi interventi, questo commento varrebbe a farmi rivalutare le femministe misandriche: paragonare una “amata immortale” ad un bidet sulla base dei cazzi visti potrebbe quasi giustificare la definizione di uomo-medio come “ammasso di ormoni” incapace di sentimento.

Idea bez, ritrai Elisa ed acquarello, metti il tutto nel bagno di una discoteca e scrivi “performance artistica in corso, si prega di piscarci sopra”. Non è male come concetto e se lo declini nel modo giusto puoi entrare nel mondo degli artisti early 40 e scopare qualche figlia del 2001, giusto per festeggiare la ricorrenza

Sapessi quante volte ho pensato che se, cinque anni dopo averla persa di vista, avessi reincontrato Elisa convincendola con questa lettera a copulare, ora avrei una figlia maggiorenne! Ancora più sconcertante è pensare a come la figlia che ella potrebbe aver avuto copulando con un altro potrebbe, incontrata oggi, suscitarmi gli stessi desideri della madre.
Per la prima volta mi avete fatto sentire un vecchio puttaniere! Devo proprio rifugiarmi nella scrittura per sopravvivere.

Beyazid_II
Newbie
06/03/2019 | 19:15

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Caro autore del post (https://www.gnoccatravels.com/viaggiodellagnocca/149730/donne-che-sognano-il-cazzo/),
cari lettori “Denim” (“quelli che non devono chiedere mai”, direbbe la mia vecchia amica Chiara di Notte, quelli che hanno scritto i primi due commenti nel post linkato, ad esempio), così pronti a prenderlo di mira con l’accusa di “perdere autostima” e “de-virilizzarsi” solo per aver essersi semplicemente sfogato circa “l’insostenibile leggerezza dell’essere in competizione”, chi vi replica ora è uno di quelli che, a suo tempo(diciamo per i primi cinque lustri di vita), è “cascato a due piedi” nell’inganno di quanto viene oggi in occidente impropriamente chiamato “competizione” (con le donne, con gli altri, col mondo).

Personalmente, un po’ per la passione innata per le competizioni automobilistiche (sono pur quel fanciullo nato con qualche giorno di anticipo sulle previsioni per non perdermi il duello “Arnoux-Villeneuve” a Digione nel giorno della prima vittoria di un Turbo in F1), un po’ per amore filosofico per la guerra in senso Eracliteo (“Polemos padre di tutte le cose”), mi sono sempre sentito nato per competere. Anzi, prima dei 25 anni non ho mai saputo concepire altro senso del vivere che quello della “gara”.

Mi sono sentito in gara per quasi vent’anni ininterrottamente, dal primo giorno di scuola, nel quale volli battere tutti alla domanda “fino a quanto sai contare” rispondendo “all’infinito” (avevo difatti già autonomamente sviluppato, ovviamente in modo inconsapevole, i concetti di induzione e di infinito numerabile, senza che nessuno me li spiegasse e quindi a scorno di chi sostiene le idee matematiche non essere innate e non ammettere predisposizioni naturali), all’ultimo anno di ingegneria (quando, nient’affatto contento di sapere che anche chi aveva una media sensibilmente inferiore alla mia avrebbe potuto, con il “bonus” della tesi, ottenere il massimo dei voti e la lode, scelsi una tesi di maggiore impegno all’estero, anche se non mi sarebbe servito neanche un punto, pagando così, in tempo, impegno e denaro, sei mesi all’Università della California solo e soltanto per poter dire: “ma io in più di voi ho la tesi all’estero”).

Non ho mai disdegnato nemmeno di competere contro “le femmine”: dagli anni precedenti la prima comunione, quando (all’epoca ero ancora cristiano) alla domenica il prete interrogava noi bambini durante e l’omelia ed io cercavo a tutti i costi di mantenere il “punteggio” (ovvero il numero di risposte esatte) dei maschi sopra quello delle femmine, fino a quelli dell’università, quando la mia più seria preoccupazione era quella di non permettere alla mia media esami di finire anche solo di uno “zero virgola” al di sotto di quella di una delle ragazze iscritte (all’epoca pochissime, ma, proprio per questo, anche molto selezionate e quindi brave). Il periodo più divertente (e ricco di allori) fu quello del liceo, dove la “guerra” era totale (poiché la si viveva 6 giorni su 7 per mezza giornata a scuola e per l’altra mezza a casa o in biblioteca, direttamente o indirettamente) e su più fronti, non solo quello delle materie scientifiche (dove, proprio perché “i cervelli sono diversi”, alcuni di noi potevano contare su quella predisposizione a “lavorare con le cose” che ci rende più immediate, facili e interessanti, ad esempio, la matematica e la fisica e che è null’altro se non il corrispettivo dell’opposta-complementare predisposizione femminile a “lavorare con le persone”, che rende invece le donne parimenti più favorite, ad esempio, nell’apprendimento delle lingue, nell’espressività della scrittura, nella lettura dell’emotività propria e altrui, nella razionalizzazione dell’emotività grazie a cui spesso non solo scrivono temi migliori ma sanno anche trarre maggior profitto concreto dalle relazioni), ma anche quello delle discipline umanistiche (ricordo distintamente come, quando riuscii a “batterle” finalmente anche lì, mi sentissi felice almeno quanto Vettel dopo aver vinto il GP di Silverstone gridando nella radio “a casa loro, ragazzi!”).

Quando, alla fine di 5 anni di “guerra liceale”, la maturità vide ben 6 60/60 nella classe, tutti maschi (con la prima femmina a 58), guidati da me, cui venne concesso (da una commissione tutta al femminile: o fui davvero molto bravo, oppure, penso adesso, molto affascinante) addirittura un pubblico “encomio ufficiale” per “l’eccellenza dei risultati conseguiti in tutte le discipline ed in sede di esame”, potei gonfiarmi il petto enunciando “ho vinto terza la guerra mondiale dei sessi!”

Ho vinto, e allora? Cosa ho vinto? Non soldi (paga molto di più, per le femmine, essere una “fashion blogger”, anche se capace solo, agli inizi, di scrivere post con la “k” al posto del “ch” e, per, appunto, “i maski”, prendere a calci un pallone, anche se solo a livello di serie B o C1, che non, per entrambi essere diventati con lo studio bravi ingegneri), non gnocca (perché le disparità di numeri e desideri nell’amore sessuale volute dalla natura per i propri fini riguardanti propagazione e selezione della vita, e favorevoli grandemente alle donne, nonché da queste sfruttate senza limiti remore né regole, non si lasciano certo compensare da qualche buon giudizio scolastico o da qualche buona citazione; inoltre danno oggi molta più visibilità le sparate rapper di cantanti ignoranti – come quella con cui i “comunisti col rolex” rimarcano, senza vergogna alcuna, come laureati ricchi di meriti accademici e culturali ma poveri economicamente e in cerca disperata di lavoro, possano prendere solo due di picche dalle belle ragazze, le quali invece offrono sorrisi e oltre a chi ha il solo merito di “essere famoso” e “avere tanti amici”), non carriera (perché anche in termini di ottenimento di progressioni lavorative paga molto di più darla via all’uomo giusto al posto giusto che non “dimostrare eccellenza” in senso accademico).

Mi si obietterà: lo studio non conta. E allora che dovrebbe contare? Il caso, il culo? O la faccia da culo? Contano soprattutto “altre qualità”? Perché mai, allora, tutte queste qualità umane che i detrattori dell’importanza dello studio raccontano di possedere (per giustificare la loro preminenza sociale rispetto a chi ha mostrato in esso più eccellenza di loro) non avrebbero dovuto emergere quando vi era, per tutti, la possibilità di dedicare gran parte del proprio tempo al dovere (corrispettivo del diritto di studiare), quando si era impegnati tutti a fare più o meno gli stessi “compiti in classe” (in senso lato: si era tutti in qualche modo “confrontabili”), quando le valutazioni erano (più o meno) oggettive (nelle materie scientifiche quasi sempre, in quelle umanistiche almeno “mediamente”: su tanti esami le arbitrarietà si bilanciavano)? Perché dovrebbero emergere solo “dopo la laurea”, proprio quando si inizia ciascuno ad avere un compito diverso (e quindi confrontare la bravura dell’uno con quella dell’altro diventa come chiedersi se sia più bravo Marques a guidare la moto o Hamilton a guidare la macchina, se sia più giallo il giallo o più azzurro l’azzurro), quando non vi sono più valutazioni oggettive (difficile in molti lavori capire quale sia davvero il contributo del singolo al risultato finale, e spesso anche capire quale davvero debba essere il criterio di valutazione), quando le assunzioni dipendono non da esami rigorosi e oggettivi, ma da “casi di studio” da psicologi?

In tutto questo caos (cui da giovani devono sottostare ambo i sessi), le femmine hanno almeno due certezze: 1) la desiderabilità amorosa e l’influenza sociale garantite dai loro ruoli naturali (di sorgente di desiderio in primis, ma anche di madre e confidente di “teneri sensi” in secundis, tramite i quali l’influsso esercitato sulle cose e sugli uomini tramite quanti in essi vi è di più profondo e irrazionale non è eludibile da alcun tipo di organizzazione sociale per quanto “maschilista”); 2) la possibilità di cercare (se lo si ritiene opportuno) “scorciatoie” (tipo “darla via”) per la carriera (sconosciute invece in genere agli uomini anche se volessero).

Eppure esse negano entrambe le verità, inventando la “teoria gender” per fingere non esista il loro primo privilegio ed il vittimismo del “me too” per negare l’esistenza della seconda possibilità (fatta passare addirittura per soprusi subiti!)

Quando ho visto tutto questo, ho capito finalmente che la competizione è “truccata” (e di “trucco” ne hanno di più le femmine, in tutti i sensi).
Anzi, è pure iniqua. Doppiamente iniqua.

In primis, è iniqua nel merito, perché alla resa dei conti paga di più, per una di loro, essere nella prima metà del genere femminile per estetica e intelligenza (per le disparità di desideri naturali di cui si discorreva prima, esse sono già per questo viste e sentite come “gnocche”) che non, per uno di noi, essere (come io, ad esempio – mi duole scrivermelo da solo, ma mi ci avete tirato per i capelli con questa provocazione sulla “paura della competizione” – lo sono stato quando, ad esempio, mi sono piazzato nella top 10 su migliaia di neoiscritti a ingegneria ai test di ammissione) addirittura nel “top 1 percento” del genere maschile per meriti intellettivi (sull’estetica tralascio perché, anche se non mi sento un cesso, poco esse la prendono in considerazione: altrimenti i gigolò potrebbero essere numerosi e ricchi come le escort).

In secundis, è iniqua nel fine, poiché per noi competere (e quindi raggiungere una certa posizione sociale, mostrare determinate doti conferenti primato o prestigio, guadagnare necessariamente tot euro) è un obbligo (altrimenti restiamo amorosamente negletti come elefanti maschi scacciati dalla matriarca e socialmente trasparenti come fuchi fra le api), mentre per loro è una scelta (perché riceverebbero comunque il sorrisi dei presenti, il desiderio degli astanti, il sospiro degli assenti, l’apprezzamento sociale, insomma, già per quello che sono, per la grazia, la leggiadria, la bellezza – e quando questa dovesse mancare supplirebbe comunque l’illusione generata dal disio- senza bisogno del “fare” cui siamo invece condannati noi dalla notte dei tempi) e perché, in natura, la competizione non è “con loro”, ma “per loro”.
Ergo ne bis in idem: non possono essere al contempo meta e corridore o addirittura (cosa che giustamente ci manda in bestia a prescindere da nostre presunte “paure di perdere”) sfruttare l’attrazione propria della “meta” per vincere facile su gran parte dei “corridori” (vedi “darla via” o diventar famose grazie alle forme del loro culo e attribuire poi il merito alle qualità del loro cervello)

Ecco perché bisognerebbe tagliare le mani a chi scrive articoli o sentenze che sostengono le inaccettabili pretese e le mendaci interpretazioni femminili, e la lingua a chi difende le donne verbalmente (qui come altrove).

Ma chi sono, visti più da vicino, questi “uomini denim” che difendono le donne perché “non hanno paura di loro”, “non hanno paura di perdere”, anzi “sono dei vincenti”?
Ve ne sono di vecchi e di giovani. I giovani sono principalmente degli ingenui (come Arietback, che non riesco a criticare fino in fondo perché mi fa tanta tenerezza e mi ricorda me stesso alla sua età) i quali sperano di ottenere grandi premi dalla società e dalle donne per le loro qualità (che magari ci sono, ma che, come spiegato, non saranno ahimè premiate). I vecchi, invece possono essere sia ingenui (perché magari credono davvero che i soldi accumulati come “self-made men” siano dovuti alle loro particolari doti personali anziché alla particolare condizione storico-economica del dopoguerra la quale ha permesso anche a ragionieri poco più che fantozziani di aprire fabbriche ed avviare attività lucrose) sia farabutti (come certi baroni universitari o certi intellettuali mainstream, i quali dovrebbero benissimo sapere come la loro superiore posizione rispetto ai “giovani che non sanno corteggiare/che hanno paura delle donne /che odiano le donne” dipende solo e soltanto dal loro essere entrati “prima” nel “sistema”, quando questo, essendo figlio del ’68, non faceva praticamente selezione, dal loro essersi arroccati a discapito dei più giovani e dei più meritevoli e a prescindere da ogni dialettica aperta e da ogni indagine nel merito, e dal loro uso settario, monopolistico, autoreferenziale, “esoterico” – quando non apertamente mafioso – di termini come “cultura” e, mi vergogno quasi a dirlo facendone parte, “scienza”).

Potrebbero, queste facce toste professorali e intellettuali, limitarsi a godersi i propri privilegi e le proprie prebende. Invece no, vengono pure qui a dire che il sistema è giusto e che chi si lamenta lo fa perché è “impreparato“ o perché “ha paura della competizione”!
Provocano e poi si lamentano che chi è “chiamato fuori” (questo è il significato del termine latino pro-vocare) “esprima odio”. Essi chiamano “odio”, per inciso, ogni forma di dissenso e di critica verso il sistema che li privilegia e per difendere il quale non hanno sufficienti argomenti dialettici, razionali (e neppure sentimentali) per accettare un confronto senza squalifiche morali aprioristiche.

Poi si lamentano, come quel giovane scrittore progressista, che ha scritto “il censimento dei radical chic”. Se continueranno di questo passo, con questo tipo di “argomenti” e questo genere di “provocazioni”, si troveranno a dover fronteggiare dei processi sommari e delle fucilazioni di massa di tipo messicano, altroché!

Il mio (ma dovrei dire il nostro, ché solo non sono) non è rancore, bensì eroico furore in senso “bruniano”. “Eroico” da “Eros”, come appunto voleva Giordano Bruno.
Avete voluto introdurre anche il tema “gnocca” (e quindi, per noi, il tema erotico per eccellenza) nel calderone della polemica socio-politica? Otterrete come risultato la rottura, oltre che delle scatole dei forumisti qui dentro e degli italiani là fuori, del patto sociale scellerato che lega progressismo, femminismo, turbofinanza all’oppressione dell’elemento nazional-popolare, alla pseudo-meritocrazia (che giustifica il sopruso lavorativo) e alla repressione del comune desiderio di gnocca.
Se cercavate un modo per accelerare il redde rationem fra quel ciarpame umano intellettualizzato autoproclamatosi “elite” (che, sprovvisto com’è di ogni buon gusto, di ogni buon senso e di ogni retto istinto, in ogni epoca nietzscheanamente “in salute” o evolianamente “in ordine”, avrebbe al massimo zappato la terra o servito i tavoli) e il resto della “plebe” (non vedo “aristoi” a tutt’oggi) lo avete trovato. Continuate pure a provocare anche sulla gnocca. Verrà un momento in cui né la polizia postale né quella sulle strade, né eventuali scorte potranno fermare la “rivolta contro il mondo moderno” (ovvero, seguendo l’insegnamento nietzscheano, il mondo falso, di cui certe provocazioni su noi antifemministi che avremmo “paura di perdere”, quando in realtà abbiamo già di mostrato di aver vinto in un gioco fair, sono prova evidente). Non abbiamo paura né della competizione, né delle donne, né di chi le difende quando sono indifendibili. Non abbiamo paura di voi e delle vostre polizie. Ci avete già rubato tutto quanto ci interessava della vita (gnocca, soldi, posizione, prestigio). Non abbiamo più nulla da perdere, mentre ci resta “il mondo da guadagnare” (su cui finisco pure per concordare con i miei ex-nemici marxisti).

Beyazid_II
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26/02/2019 | 16:11

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@Rio_751 said:
Da quello che si vede sulle notizie di Google uno dei due è stato condannato a quattro anni ed otto mesi di reclusione.
Ovviamente il processo durerà ancora.
Oltre a questo processo i due carabinieri sono sottoposti ad un altro processo, ovvero quello da parte del tribunale militare per abbandono di armi lunghe nell'auto di servizio, per essere andati in un'area che non gli competeva, per non aver avvisato la centrale che uscivano dall'area di loro interesse.
Detto questo, fortuna che la legge non la pensa come voi qui sul forum. Pensate se vostra sorella in compagnia di un'amica andasse in discoteca, bevesse un paio di coktail, due carabinieri in divisa ed armati di pistola le accompagnano a casa, poi, entrati nell'androne del palazzo, le abbassano i pantaloni e glielo mettono dentro.
Fortunatamente per la legge italiana lo stato di ubriachezza della vittima è un'aggravante, altrimenti pensate quanti uomini approfitterebbero delle ragazze che escono dalla discoteca brille per metterglielo dentro. La persona che non è nel pieno possesso delle proprie facoltà psico-fisiche è tutelato dalla legge ed è giusto che sia così.
Io ho sempre avuto successo con le ragazze da quando ero giovane. Nel 1995 ho conosciuto una ragazza in un campeggio vicino Perugia. Ero in campeggio con degli amici e, dopo qualche giorno di conoscenza, una sera la ragazza in questione era un pò brilla (ma, ripeto, già la conoscevo), abbiamo passeggiato, siamo andati su un prato, ci siamo distesi, baci ed abbracci, ho infilato il preservativo ed abbiamo fatto sesso. Nei successivi quattro o cinque giorni abbiamo continuato a scopare. Oltre questo episodio, non ho mai avuto a che fare con ragazze ubriache in vita mia. Ed ho sicuramente più esperienza di donne dei due carabinieri in questione messi insieme.
Se hai un porto d'armi e minacci una persona, anche se non hai la pistola con te, ti viene tolto il porto d'armi. È giusto? Dura lex sed lex.
Se hai quarant'anni, porti una divisa ed hai una pistola, non vai a provarci con le ventenni dentro o fuori alle discoteche.
Questo vale anche per noi quarantenni: quale ventenne ha intenzione di dartela in Italia, mentre esce da una discoteca? Nessuna. Vuoi intimorirla, facendo leva sulla pistola che hai nel cinturone? I giudici ti condannerranno ad una pena ancora maggiore di quella a cui ti condannerebbero, se non avessi la pistola con te. La ragazza è ubriaca? Significa che non è perfettamente capace di intendere e di volere e la tua posizione davanti a un giudice si aggrava.
Portare un'arma comporta delle responsabilità e chi ce l'ha lo sa bene.

E quindi preferisci che io, tu o altri possiamo in qualunque momento finire in galera sulla sola parola della presunta vittima di uno “stupro” che non abbiamo commesso?
A volte mi chiedo se voi servi del femminismo (che accusate gli altri di essere “violentatori” o di “giustificare lo stupro”) siete davvero così allocchi da bervi tutte le menzogne femminil-femministe o fingete di crederci per “guadagnare punti” con l’altro sesso.
Hanno condannato un carabiniere sulla sola parola di una “sgualdrina” (purtroppo nella nostra lingua non esiste un termine adeguato a descrivere bassezza morale di individui simili) americana, che si “messaggiava” con lui prima e dopo, che non mostrava alcun segno psichico o fisico di violenza, che ha definito come tale il rapporto avuto solo ex-post (DOPO essersi “consultata” con le amiche ed essersi quindi “pentita” di essersi concessa così “facilmente”) e che ha quindi fatto come ormai è prassi in quella cloaca di femminismo a stelle e strisce chiamata USA (per paura di essere “malgiudicata” o semplicemente per non compromettere il proprio “valore” economico-sentimentale – difficile indurre un uomo ad offrire e soffrire di tutto per i suoi favori se si sa in giro che la “turris eburnea” la può dar via gratis in un momento di “debolezza” fra i fumi dell’alcool e della trasgressione – ha definito “violenza” un rapporto a cui si è a suo tempo prestata ben volentieri, confidando sulla definizione onnicomprensiva di tale termine voluta dal femminismo e sulla possibilità, offerta ormai ovunque in occidente, di far valere la sola testimonianza della “persona offesa” come “fonte di prova”).

Ma non sai che all’avvocato difensore non è stato consentito dal giudice (evidentemente preoccupato più di eventuali critiche di “maschilismo” – sempre possibili da parte delle lobbies culturali d’oltreoceano e dalle arpie femministe nostrane, dato il clamore mediatico della vicenda – che non della ricerca della verità) nemmeno di porre domande “scomode”? Con la giustificazione “non voglio tornare indietro di cinquant’anni!”
Invece sono proprio le femministe e i loro servi con la toga (o con l’account qui su GT) che ci fanno tornare indietro non di 50, ma di 500, anzi 1000 anni, al medioevo (o comunque all'era della controriforma) del processo inquisitorio (in cui anche solo mettere in dubbio l’accusa era una ulteriore prova di colpa, in cui l’accusato di “eresia” “offendeva ancora dio” quando provava a raccontare una versione diversa da quella dell’inquisitore, esattamente come oggi viene accusato di “offendere le donne” quando tenta di rilevare contraddizioni nella tesi accusatoria o chiede gli vengano posti innanzi fatti e non parole per dirlo “stupratore”)!

Se, come giustamente un tempo, secondo diritto (in uno stato di diritto migliaia di colpevoli possono anche girare liberi, ma anche un solo innocente in carcere rende l’intero sistema legale un sistema criminale, giacché nel primo caso lo stato semplicemente non riesce a punire un crimine già commesso da un criminale, mancando di compiere il proprio dovere, mentre nel secondo lo stato compie in prima persona un crimine ex-novo, rendendosi colpevole non solo di una mancanza, ma di qualcosa di diametralmente opposto a ciò per cui è stato istituito: difendere i cittadini dalla violenza e dall’ingiustizia) e ragione (come mostrato da Popper – ottimo epistemologo anche se pessimo filosofo – mentre è sempre, almeno in via teorica, possibile – anche se magari difficile - dimostrare l’esistenza di ciò che è, risulta spesso impossibile provare la non esistenza di ciò che non è: possiamo dimostrare la non esistenza degli alieni, dei fantasmi, o dell’unicorno? Possiamo dimostrare di non essere andati con l’Ippogrifo sulla luna come Astolfo?) si richiedessero riscontri oggettivi (fisici o psichici) alla presunta violenza, non ci sarebbe bisogno né di domande scomode né di indagare su dettagli (personali, e spesso ininfluenti) come l’abbigliamento, il comportamento, le abitudini sessuali, eccetera. Poiché invece si pretende di far valere la sola parola dell’accusatrice come fonte di prova, allora è ovvio che l’accusato finisca per dover aggrapparsi a qualunque particolare per cercare di minare la credibilità (magari anche solo per dimostrare una contraddizione nel racconto) e gli avvocati debbano domandare dettagli imbarazzanti per mettere in dubbio l’accusa.

La verità è che si dovrebbe rinunciare alla possibilità di condannare senza prove, non pretendere di far valere come prova la sola parola femminile a prescindere da tutto, in nome del “non credere offende” o del “nessun dettaglio può scagionare”. Bisogna prima dimostrare che l’accusato sia uno stupratore! Spetta all’accusa dimostrare la colpa non alla difesa l’innocenza. Spetta all’accusa provare la realtà del mancato consenso, non alla difesa il consenso.
E nei fatti in questione non vi è nulla che provi i carabinieri abbiano usato pistole, manette o altri deterrenti legati alla “divisa” per indurre o costringere le ragazze a concedersi. Mentre vi sarebbero molti elementi (come appunti i messaggi sul cellulare della ragazza prima e dopo il rapporto, e tutto quanto il giudice - per timore della reazione isterica dell'opinione pubblica femministizzata - non ha permesso all’avvocato difensore di porre in evidenza) che potrebbero rendere ancora credibile l’ipotesi del consenso. E uno stato di diritto dovrebbe condannare solo “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Ipocriti siete voi servi del femminismo, che raccontate si voglia da parte nostra “giustificare” lo stupro con l’abbigliamento, la provocazione ed altre amenità in cui non crede nessuno.
Noi vogliamo semplicemente evitare che si possa mandare in galera un cittadino sulla sola parola dell’accusa.
Avete allargato troppo la definizione di presunto stupro. Se qualcosa non è tale da lasciare alcun segno oggettivamente riscontabile nel corpo e nella psiche, allora ci si deve mettere in dubbio sull’averlo reso reato! Altro che distruggere la presunzione di innocenza perché “gli stupri (che a priori, se raccontati, sono solo presunti) non devono restare impuniti. Meglio un colpevole libero che un innocente in carcere!
Qui in occidente, invece, anziché “in dubio pro reo” pare vigere la regola “in dubio pro femina”.

Quanto alla questione dell’alcool (che, se leggi gli atti, non riguarda in realtà il caso in esame, ove pare probabile che le studentesse non fossero affatto ubriache), visto che ne fai una questione generale, ti rispondo con altrettanta generalità.
Un conto è se l’uomo (ventenne o quarantenne che sia) somministra droga o alcool alla tua amica/moglie/sorella per usare la perdita dei sensi al fine di violentarla, o se comunque sfrutta la debolezza psicofisica dovuta alla condizione di ubriachezza per costringerla a compiere o subire atti da lei in quel momento non voluti, altro conto è se, come invece capita nei casi comunque definiti “stupro” dal femminismo, è la amica/moglie/sorella a manifestare il desiderio di un rapporto sessuale, che magari da sobria non avrebbe avuto, ma che comunque non è stato dovuto ad alcuna costrizione esterna.
In quest'ultimo caso il consenso oggettivamente vi è stato, ed il fatto che sia stato motivato dall'euforia alcoolica (piuttosto che da cedimento sentimentale, da scelta razionale, da calcolo di interesse o da pianificata volontà di "divertimento" o da mille altri motivi) non può cancellarlo. Non può la freccia del tempo invertirsi e rendere violenza un rapporto avvenuto con il consenso di ambo le parti solo perchè le condizioni che hanno portato al consenso sono state "particolari" e sono poi mutate (tanto da generare pentimento o addirittura ribrezzo).
Giudicheresti forse stupratore o stupratrice un uomo o una donna che si trovino a cogliere l'abbandono erotico-sentimentale di una persona appena lasciata e bisognosa di consolazione o divertimento? Eppure anche quella sarebbe una particolar condizione di debolezza psicologica. Eppure, anche se quel rapporto non sarebbe mai avvenuto in condizioni diverse, non è "violenza" perchè la persona interessata ha prestato il suo consenso. Che poi se ne penta o provi disgusto (morale, estetico, sentimentale) all'aver in tal modo ceduto alla propria debolezza momentanea non rileva.

La tua obiezione sul presunto dovere di astenersi da qualsiasi atto con persone ubriache-per-causa-loro è insussistente, in quanto non prevista dall'ordinamento giuridico. E' vero che se io faccio ubriacare a tradimento una persona per farle firmare un contratto a me vantaggioso quel contratto è nullo (ovvero il consenso è viziato), ma è anche vero che se un ubriaco per causa propria mi propone di vendere un orologio da diecimila euro per due centesimi io non ho alcun dovere di rifiutare: essendo egli il solo responsabile della condizione di ebbrezza alcoolica è anche il solo responsabile dell'incauta proposta conseguente.

Moralmente si può pensare quello che si vuole, ma oggettivamente non si può negare come dal principio "chi è ubriaco non è in grado di intendere e di volere, quindi il suo consenso non vale" segua secondo stringente necessità che chiunque commetta un reato, dallo stupro all'omicidio, dal furto all'incendio doloso, sotto l'effetto di alcool assunto per volontà propria, non dovrebbe essere punibile in quanto "incapace di intendere e di volere".
Concorderai che è una pretesa un po' forte.
E non puoi negare che sarebbe un grave vulnus nel diritto (e soprattutto nella logica, nell'etica e nella ragione) stabilire che la facoltà di intendere e volere a causa dell'alcool debba considerarsi venire meno solo nell'ambito del consenso all'atto sessuale e solo per le donne (chè a volte può essere l'uomo ad essere ubriaco prima di un rapporto e ad avere dunque, secondo il tuo ragionamento, il diritto a denunciare la donna per stupro, in un mondo concedente pari diritti ad ambo i sessi).

E' vero che ciò accade in Gran Bretagna, ma ciò dimostra solo quanto quel paese sia preda della demagogia femminista e della stupidità cavalleresca. In esso infatti accade:

a) che la modifica alla legge da te lodata è stata proposta da una nazifemminista con il chiaro intento demagogico di aumentare la percentuale di condanne nei processi per violenza (cioé, anzichè ammettere che la vaga e omnicomprensiva definizione di "violenza sessuale" voluta dal femminismo e comprendente non solo e non tanto quanto ogni mondo civile ha da sempre riconosciuto e punito come stupro, ma letteralmente tutto ciò di cui una donna, a posteriori e secondo i propri soggettivi parametri, possa accusare un uomo, nonchè il modo "cavalleresco" di polizia e magistrati di procedere con le indagini e le incriminazioni, credendo a priori alla donna anche prima e anche senza riscontri oggettivi e testimonianze terze della presunta "violenza", portino a giudizio fin troppi innocenti, si pensa, con la scusa della mancanza della facoltà di intendere sotto l'effetto dell'alcool, che però, stranamente, annulla il consenso della donna ubriaca ma non la responsabilità dell'uomo che da ubriaco commetta stupri o altri reati, a far ricadere nella "violenza" anche atti consensuali, al fine di condannarne il più possibile):

b) che il risarcimento per stupro viene erogato ancora prima del processo (ovvero di sapere se la donna è davvero vittima, in ossequio al dogma antimaschile secondo cui ella lo è sempre e comunque a priori), di modo che per certe ragazze con pochi scrupoli risulti conveniente adescare malcapitati alla bisogna (economica);

c) che la pena per stupro possa arrivare all'ergastolo (quando non vi arriva nemmeno quella per omicidio), mentre quella per chi fa rischiare una tale pena ad un innocente con una falsa denuncia non superi mai l'anno (e non venga quindi, causa condizionale, mai scontata in carcere);

d) che una ragazza che strappa i testicoli all'ex dopo che questo le ha rifiutato un rapporto venga condannata a due anni e mezzo mentre gli ex-fidanzati accusati di violenza (che difficilmente però può, con tutto il rispetto per le donne, causare un trauma fisico e psicologico superiore ad una castrazione violenta di quel genere) vengono condannati a pene dieci volte superiori spesso con prove assai meno certe;

e) che una donna venga assolta da un omicidio commesso perchè ha la sindrome mestruale (con lo stesso principio se un uomo uccidesse e violentasse in seguito ad uno stato di ira o di eccitazione dovuto a certi suoi problemi psicofisici dovrebbe venire parimenti assolto).

La GB è uno stato canaglia e chi la cita come fonte di diritto un criminale internazionale.

Beyazid_II
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26/02/2019 | 16:11

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@Stilicho said:
@Rio_751
IN SERVIZIO NON SI SCOPA.

Vero, ma tu vedi la pagliuzza nell'occhio altrui (il comportamento poco serio dei due carabinieri in servizio) e non la trave nell'ordinamento giuridico (il fatto che un cittadino - in questo caso un carabiniere, ma la cosa potrebbe capitare a chiunque di noi, anche se non carabiniere e non in servizio - possa essere condannato per "stupro" sulla sola parola dell'accusa, anche prima e anche senza riscontri oggettivi e testiminanze terze della presunta "violenza", solo perchè le zoccole in questione hanno "cambiato idea" ex-post e presentato a posteriori quel rapporto a cui a suo tempo si sono prestate volentieri, come una costrizione, citando elementi inesistenti o inessenziali, come la presunta ubriachezza o la presenza di armi).

Beyazid_II
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14/02/2019 | 23:55

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QUARTO GRADO: DA MARSILIO FICINO A FRIEDRICH NIETZSCHE (10/18)
Ovvero: "LE DONNE, I CAVALLIER, L’ARME, GLI AMORI, LE CORTESIE, l’AUDACI IMPRESE"
Parte 11 di 18 : “Le donne: Elisa”

Nel giorno di San Valentino di diciotto anni fa, mi accingevo a scrivere una lettera. Erano passati quasi cinque anni dall’incontro con Elisa, la mia “amata immortale” e ancora non avevo veduto niuna donna degna di paragonarsi a lei o, comunque, in grado quanto lei di ispirarmi amorosa passione. Ebbi quindi la prima conferma (ma io ne ero stato sicuro fin da quella “prima notte di quiete” che era stata la vigilia della sua partenza da quel di Giulianova) del fatto che non l’avrei mai potuta dimenticare, in altre parole, della sua “immortalità”, almeno nella mia memoria.
“Dolce ne la memoria” mi aveva insegnato il Petrarca durante quel terzo anno di liceo che precedette le vacanze d’estate del 1996 in cui la incontrai. Avrei voluto aspettare dieci anni, per avere una cifra tonda, una decade, con cui misurare la lunghezza temporale del mio “amor platonico”, ma già l’avvicinarsi del primo lustro di malinconia mi rendeva, all’inizio dei quel 2001, propenso ad abbandonarmi al suono delle mie stesse parole come l’autore di “Voi che ascoltate in rime sparse il suono” (Petrarca sa che i propri “rerum vulgarium fragmenta”, al cui incipit è ha scelto proprio di porre quel sonetto, più che ai lettori si rivolgono a lui stesso).
Decisi dunque di scrivere la mia prima vera (e quindi anche unica) lettera d’amore.

Elisa,
Scrivo a te dopo un lustro col tono grave e soave con il quale, mi immagino, Cloridano e Medoro invocano, in una delle più belle pagine dell’Ariosto, la purissima grazia della Luna per pregarla di illuminare a giorno il campo nemico, così da riconoscere il corpo del loro signore e riportarlo, a rischio della propria vita, al suo accampamento, per tener fede fino all’ultimo al giuramento di fedeltà. Mi rivolgo a te con quel tono con cui ci si richiama ad un vincolo antico e potente, più alto delle relazioni che intercorrono nella vita comune degli uomini e delle donne, più nobile dei lacci che legano le azioni e i pensieri alla dimensione quotidiana, un legame più silenzioso dei più taciti pensieri, più segreto dei più chiusi desideri, troppo delicato per essere espresso dalle parole, troppo forte per essere taciuto dalla mente.
Ti parlo con l’animo pervaso dall’ebbrezza lieta e fuggevole del sogno lontano (dolce ne la memoria), dolce come nel cielo il novilunio di settembre, lieve come il silenzioso viso esangue della creatura celeste che ha nome luna, con una collana sotto il mento sì chiara che l’oscura, e trasparente come la medusa marina, come la brina nell’alba labile come neve sull’acqua la schiuma sulla sabbia, pallido come il piacere sull’origliere, di quel sogno “gravis dum suavis” che il mare, più soave del cielo nel suo volume molle, culla col suo lento ploro quando “non canto non grido non suono pel vasto silenzio va”.
Ti vorrei parlare con le parole che esalano al mare gli aneliti brevi di foglie, i sospiri di fiori dal bosco, con la melodia della terra, la melodia “che i flauti dei grilli fan nei campi tranquilli, che le rane fan ne le pantane morte” per dire quanto sian dolci sulla sabbia l’ombre de’ voli, pria che la falce dell’estate, il suo spirito di alghe di resine d’alloro, trapassi, (“dopo che tanto l’amammo, dopo che tanto ci piacque”), pria che la sua canzone di aromi, di silenzi di auree e di ombre si taccia per sempre.
Elisa, Tu sei bella come il mare del novilunio placido di settembre, sei soave come un giorno senza fiamme e una notte senza ombre, sei profonda ne gli occhi tuoi come “il mar che non ha fondo e non ha lido”, rifletti, nelle tue sembianze di divinità castana, un sospiro d’eternità, come quell’ora breve in cui “il Giorno e la Notte commisti sul letto del mare, non lieti, non tristi, effondono, ancora, una tal chiarità che tu puoi vedere, ancora, le onde del vento sulla sabbia, le conche vacue, le orme dei fanciulli, le alghe argentine, gl’ossi delle seppie, le guaine delle carrube”.
Elisa, tu sei la mia Estate e sei bella, come l’anima fatta bella dal suo pianto, la terra abbeverata lungo l’affrico nella sera di giugno dopo la pioggia, come il plenilunio quando si specchia sull’onde d’argento del mare, sei liscia, ne la tua pelle delicata, come la molle sabbia dorata del mattino nelle sue conche vacue quando l’onda lasciva l’accarezza lieve e subito si ritrae, e pura, nelle tue vesti aulenti, come il commiato lagrimoso della primavera sugli olivi “che fan di santità pallidi i clivi e sorridenti. Le divine lunghezze del corpo e lo slancio delle membra scolpite da un ottimo e divino artefice su un marmo vivente, rosato come il volto vago della riva al tramonto, elevano lo sguardo ad adorare ogni bellezza sotto le stelle scorrenti del cielo alle luminose piagge della luce; le tue forme d’Eliso racchiudono ogni segno vago, ogni forma fuggente, ogni parvenza ne l’ora breve: tu sei donatrice di beatitudine, come una cristallina fonte nella canicola d’agosto, sei mite come l’oro in bocca all’estate, sei gioiosa come le risa dell’acqua sulla riva soleggiata.
Elisa, tu sei bella come Colei che nacque dalla spuma del mare greco, come la rosa fresca aulentissima dischiusa dal sen de la Bellezza: nel tuo sorriso risplende una serenità più che terrena, nel tuo viso, attorniato da riccioli castani simili a chiare ginestre e aulenti, rivive, più che nei marmi divini, l’ideale classico. Nella linea scultorea del naso da dea greca rifulge il tocco perfetto della mano di Fidia, nella spontaneità delle movenze quella gioia naturale e pagana che certo ebbe Venere quando nuda uscì dalle onde.
Nella tua alta figura di dea rivive più di una speranza, più di una promessa, più di un piacere, più di un sogno: rivive il mito della felicità edenica, dell’innocenza primigenia, il mito dell’età dell’oro, una beltà più che terrena, “quell’aurea beltà ond’ebber ristoro unico a’ mali/ le nate a vaneggiar menti mortali”.
Appena ti conobbi vidi restituita al corpo di Venere quella divina lunghezza che le copie terrene dimenticano di tramandare e, sopra ogni cosa, quel calore di sabbia d’oro baciata dal sole, quella pienezza di vita, quel colore divino d’ambra tersa e pura alla mattina, quel senso palpitante di felicità che il marmo non può trasmettere. Una gioia di esistere era dipinta in te che forse soltanto Leonardo ha saputo figurare ne “la Gioconda”.
Come nelle notti d’incanto la montagna esprime dalle sue mamme delicate un latteo manto di nuvole sparse, simili a talami in cui le essenze della terra si giacciano con le bellezze del cielo, così, mentre volgevo gli occhi al cielo per mirare l’altezza della tua figura, mi apparisti come “copula mundi” tra le bellezze inferiori, che sono terrene e quelle superiori, che sono divine.
Ammantata dalla tua veste bianca, parevi il velo che al sospirar dei venti la luna distende sull’acque deserte, sulle colline lontate e sulle cime dei pini, laddove una santità d’argento sembra proteggere da labbra impure la fresca polpa soave di frutti divini e terreni.
Cosi’ prima Ti vidi.
Quando, sia pure per celia, mi venne concesso dal Cielo di tangerti in una sorta di danza mi si schiuse dall’animo un’ebbrezza nuova, non mai provata, una sorta di rapimento estatico, come immagino abbia provato Icaro quando iniziò a staccarsi da terra e a esplorare le altitudini del cielo.
Come a quell’improvvido aviatore la terra e il cielo non parvero più come li aveva sempre visti, così a me tutti gli aspetti della vita, anche quelli più comuni e quotidiani che avevo sempre disprezzato, si presentarono in una nuova prospettiva: l’intera vita m’apparve mutata da una nuova luce.
Lingua mortal non dice quel ch’io aveva in seno.
Dipinto era in te il colore della gioia “di essere forte di essere giovane, di mordere i frutti terreni con saldi e bianchi denti voraci, di por le mani audaci e cupide sovra ogni dolce cosa tangibile, di tendere l’arco verso ogni preda novella che il desio miri.

“Nel vago tempo di sua verde etate,
spargendo ancor pel volto il primo fiore,
né avendo il bel Iulio ancor provate
le dolce acerbe cure che dà Amore,
viveasi lieto in pace e 'n libertate;
talor frenando un gentil corridore,
che gloria fu de' ciciliani armenti,
con esso a correr contendea co' venti:”*

Come, prima di incontrare Simonetta, il giovane Giulo delle “Stanze” del Poliziano viveva, nel suo cuore solitario e selvaggio, in una vita maschia e attiva, tra interminabili cavalcate e battute di caccia, così io, fino a quel momento, ero cresciuto e vissuto in un mondo di idee e di pensieri, alieno da ogni interesse mondano, scevro da ogni banalità terrena, dagli inganni dell’età, dai divertimenti comuni, dagli scherzi fra coetanei, delle inutili uscite serali.
Dov’era dunque la mia felicità se non in quell’istante in cui, terminati gli studi, contemplavo, dall’angustia della mia stanza, dalla ristrettezza dei quotidiani affanni, l’immensità dell’orizzonte, l’infinito de’ sentimenti? Quale maggiore letizia di un roseo tramonto in sintonia con i moti della sua anima che lentamente volgevano alla quiete? A quale più intensa gioia guardavano i miei occhi sognanti perdendosi nella vastità della pianura, confondendosi fra le nubi rosate da un sole morente, vagando tra i dolci pendii delle prime colline velate da un’effimero luccichìo? Non sapevo forse che una nuova alba attendeva, e un’altra grigia giornata, e un ennesimo arido meriggio, e così fino al definitivo tramonto oltre il quale v’è solo una fredda e lunga notte da dormire? Non importava: trascorrendo la gioventù tra le sudate carte, appagandomi dell’infinità del tramonto, nutrendomi del piacer figlio d’affanno, sdegnavo tutte le azioni comuni e banali, tutte le gioie imperfette, tutti gli affetti e gli amorini tanto semplici quanto passeggeri come Giulo disprezzava le ninfe e i sospiri.

Poi, quando già nel ciel parean le stelle,
tutto gioioso a sua magion tornava;
e 'n compagnia delle nove sorelle
celesti versi con disio cantava,
e d'antica virtù mille fiammelle
con gli alti carmi ne' petti destava:
così, chiamando amor lascivia umana,
si godea con le Muse o con Diana.

E se talor nel ceco labirinto
errar vedeva un miserello amante,
di dolor carco, di pietà dipinto,
seguir della nemica sua le piante,
e dove Amor il cor li avessi avinto,
lì pascer l'alma di dua luci sante
preso nelle amorose crudel gogne,
sì l'assaliva con agre rampogne:

"Scuoti, meschin, del petto il ceco errore,
ch'a te stessi te fura, ad altrui porge;
non nudrir di lusinghe un van furore,
che di pigra lascivia e d'ozio sorge.
Costui che 'l vulgo errante chiama Amore
è dolce insania a chi più acuto scorge:
sì bel titol d'Amore ha dato il mondo
a una ceca peste, a un mal giocondo.

Ah quanto è uom meschin, che cangia voglia
per donna, o mai per lei s'allegra o dole;
e qual per lei di libertà si spoglia
o crede a sui sembianti, a sue parole!
Ché sempre è più leggier ch'al vento foglia,
e mille volte el dì vuole e disvuole:
segue chi fugge, a chi la vuol s'asconde,
e vanne e vien, come alla riva l'onde.

Prima ancora di viverli di persona, avevo tratto dai romanzi e fatto propri tutti i trasporti, le speranze e le disillusioni della passione. Con l’animo di chi molto ha vissuto e sofferto, desideravo dal mondo qualcosa di più puro e rarefatto, simile allo stile del Petrarca, e bramavo (ah, quanto si fallava il pensier mio!) di porre in grembo a Venere Celeste ciò che nudo in Grecia e nudo in Roma nacque, di rinchiudere cioè ogni mio più puro slancio alla dimensione del pensiero, scavando così in me un solco incolmabile tra il mondo della Natura e quello dello Spirito. Ritenendo la passione amorosa (come dopo avrei saputo da Schopenhauer), la più spietata delle leggi della Natura Onnipossente, l’inganno estremo della specie, la mia mente ricercava nella donna esclusivamente una interlocutrice per le sue speculazioni filosofiche, disprezzando la sua valenza mondana.
Rinchiudendomi nel mondo del pensiero come Giulo si era chiuso nelle sue attività, deridevo con medioevale misoginia coloro che trascorrevano il giorno a corteggiare le belle pulzelle, in quanto in esse vedevo l’effigie e quasi il simbolo della vita di natura con la quale non volevo riconciliarmi.

“Giovane donna sembra veramente
quasi sotto un bel mare acuto scoglio,
o ver tra' fiori un giovincel serpente
uscito pur mo' fuor del vecchio scoglio.
Ah quanto è fra' più miseri dolente
chi può soffrir di donna il fero orgoglio!
Ché quanto ha il volto più di biltà pieno,
più cela inganni nel fallace seno.

Con essi gli occhi giovenili invesca
Amor, ch'ogni pensier maschio vi fura;
e quale un tratto ingoza la dolce esca
mai di sua propria libertà non cura;
ma, come se pur Lete Amor vi mesca,
tosto obliate vostra alta natura;
né poi viril pensiero in voi germoglia,
sì del proprio valor costui vi spoglia.

Quanto è più dolce, quanto è più securo
seguir le fere fugitive in caccia
fra boschi antichi fuor di fossa o muro,
e spiar lor covil per lunga traccia!
Veder la valle e 'l colle e l'aer più puro,
l'erbe e' fior, l'acqua viva chiara e ghiaccia!
Udir li augei svernar, rimbombar l'onde,
e dolce al vento mormorar le fronde!

Quanto giova a mirar pender da un'erta
le capre, e pascer questo e quel virgulto;
e 'l montanaro all'ombra più conserta
destar la sua zampogna e 'l verso inculto;
veder la terra di pomi coperta,
ogni arbor da' suoi frutti quasi occulto;
veder cozzar monton, vacche mughiare
e le biade ondeggiar come fa il mare!

Nel ristoro mio primo dalle fatiche della scuola, da me affrontate con l’intensità propria di un interminabile campionato di Automobilismo costellato di impegni importanti e sfide decisive, nel tempo in cui le cure si placano come un fiume sul mare, nel giorno esatto del mio diciassettesimo compleanno, (ah come va fortuna cangiando stile), con una coincidenza che pare tratta dalla vita nova di Dante, incontrai te. Allora la nobile terra d’Abruzzo, natale a D’Annunzio e Ovidio, i due Sommi Poeti dell’Ars Amandi, parvemi la selva in fiore della Toscana, popolata di veneri e amorini, nella quale Iulo primieramente conobbe Simonetta, e solo la raffinata lira del Poliziano può rievocare, nel suono armonioso dell’ottava, quel che successe nel cor mio sanza offendere la delicatezza del sentimento o la fralezza de’ sensi.

Tosto Cupido entro a' begli occhi ascoso,
al nervo adatta del suo stral la cocca,
poi tira quel col braccio poderoso,
tal che raggiugne e l'una e l'altra cocca;
la man sinistra con l'oro focoso,
la destra poppa colla corda tocca:
né pria per l'aer ronzando esce 'l quadrello,
che Iulio drento al cor sentito ha quello.

Ahi qual divenne! ah come al giovinetto
corse il gran foco in tutte le midolle!
che tremito gli scosse il cor nel petto!
d'un ghiacciato sudor tutto era molle;
e fatto ghiotto del suo dolce aspetto,
giammai li occhi da li occhi levar puolle;
ma tutto preso dal vago splendore,
non s'accorge el meschin che quivi è Amore.

Non s'accorge ch'Amor lì drento è armato
per sol turbar la suo lunga quiete;
non s'accorge a che nodo è già legato,
non conosce suo piaghe ancor segrete;
di piacer, di disir tutto è invescato,
e così il cacciator preso è alla rete.
Le braccia fra sé loda e 'l viso e 'l crino,
e 'n lei discerne un non so che divino.

Candida è ella, e candida la vesta,
ma pur di rose e fior dipinta e d'erba;
lo inanellato crin dall'aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Rideli a torno tutta la foresta,
e quanto può suo cure disacerba;
nell'atto regalmente è mansueta,
e pur col ciglio le tempeste acqueta.

Folgoron gli occhi d'un dolce sereno,
ove sue face tien Cupido ascose;
l'aier d'intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luce amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose;**
ogni aura tace al suo parlar divino,
e canta ogni augelletto in suo latino.

Con lei sen va Onestate umile e piana
che d'ogni chiuso cor volge la chiave;
con lei va Gentilezza in vista umana,
e da lei impara il dolce andar soave.
Non può mirarli il viso alma villana,
se pria di suo fallir doglia non have;
tanti cori Amor piglia fere o ancide,
quanto ella o dolce parla o dolce ride.

Sembra Talia se in man prende la cetra,
sembra Minerva se in man prende l'asta;
se l'arco ha in mano, al fianco la faretra,
giurar potrai che sia Diana casta.
Ira dal volto suo trista s'arretra,
e poco, avanti a lei, Superbia basta;
ogni dolce virtù l'è in compagnia,
Biltà la mostra a dito e Leggiadria.

Ell'era assisa sovra la verdura,
allegra, e ghirlandetta avea contesta
di quanti fior creassi mai natura,
de' quai tutta dipinta era sua vesta.
E come prima al gioven puose cura,
alquanto paurosa alzò la testa;
poi colla bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior pieno un grembo.

Non nella selva eravamo, ma nel giardino di un albergo in una notte d’estate.
Non come una ninfa schiva che tema la fiera, ma senza alcuna paura ti volgesti a me con una morbidezza lieve, un velo leggerissimo di grazia e di leggiadria.
Tanto vago era il tuo sorriso che se avessi trovato dentro di me l’ardire di rivolgerti la parola avrei favellato:

"O qual che tu ti sia, vergin sovrana,
o ninfa o dea, ma dea m'assembri certo;
se dea, forse se' tu la mia Diana;
se pur mortal, chi tu sia fammi certo,
ché tua sembianza è fuor di guisa umana;
né so già io qual sia tanto mio merto,
qual dal cel grazia, qual sì amica stella,
ch'io degno sia veder cosa sì bella".

Mentre bramavo di rivolgerti la parola fosti tu (tale era in me la timidezza!), forse lieta, forse pietosa del mio gran martire, a parlarmi per prima. Mai gaiezza fu in me sì lieta! Quando spiran liete le onde sulla riva non fan suono più soave: fu un ristoro sonoro al mio meditare silenzioso e nascosto. Fu come il “dolce color d’oriental zaffiro” di cui parla Dante nel Purgatorio che s’apre all’orizzonte dopo una notte di patimenti, e vedere il tuo sorriso fu come conoscere “il tremolar de la marina”.

Volta la ninfa al suon delle parole,
lampeggiò d'un sì dolce e vago riso,
che i monti avre' fatto ir, restare il sole:
ché ben parve s'aprissi un paradiso.
Poi formò voce fra perle e viole,
tal ch'un marmo per mezzo avre' diviso;
soave, saggia e di dolceza piena,
da innamorar non ch'altri una Sirena:

Indi ti conobbi. Come Dante con Beatrice cercai di schermirmi, per inesperienza del caso, per ignoranza del male, delle sventure, dei patimenti che avrebbero potuto offuscare quella pura gioia, ma soprattutto per paura, per timore di dissolvere nel turbine delle vicende materiali quall’aurea di idealità armoniosa e beata, quell’alone di luce diffusa che circondava la tua figura e il mio sentire.
Dolce e caro era per me il pensare che stavamo leggevamo il medesimo testo. Io così ti contemplavo con gli occhi dell’anima, parlandoti in un linguaggio silenzioso, più nobile e più alto di qualsiasi suono, mentre udivo dalle onde lontane del mare il tuo divino e vicinissimo respiro.
Quando ero in barca con te mi sentivo come in quella fantasia di Dante “Guido, come vorrei che tu Lapo ed io” preso come per incantamento nel mare senza fondo e senza lido dei desideri. “Trasumanar significar per verba non si poria”. La gioia incredula, con la quale il Padre della Lingua Italica udì in Paradiso “io son Beatrice” non ha potuto, sono certo, superare quella ch’io provavo nel raccontarti le storie che la sera mi figuravo e che avrebbero, nel mio ascetico e ingenuo pensiero, dovuto rivelarti l’anima. Ma, come dice Petrarca “quando piace al mondo è breve sogno”.
Continuavo a fingere che i momenti di incontro con te fossero frutto del caso o della cortesia. Schivavo, come mio solito, i ritrovi numerosi, almeno quelli in cui non potevo sfoggiare la capacità e l’ordine del dire, e persi le tante occasioni di rimanere teco. Volli restare fedele fino alla follia al mio costume e persi. Venne il momento della partenza e fu per me come il trascolorare dell’estate, il trapasso di luce dal giorno alla notte:

Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che 'l ciel tutto asserenò d'intorno,
mosse sovra l'erbetta e passi lenti
con atto d'amorosa grazia adorno.
Feciono e boschi allor dolci lamenti
e gli augelletti a pianger cominciorno;
ma l'erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia e azurra fassi.

Che de' far Iulio? Ahimè, ch'e' pur desidera
seguir sua stella e pur temenza il tiene:
sta come un forsennato, e 'l cor gli assidera,
e gli s'aghiaccia el sangue entro le vene;
sta come un marmo fisso, e pur considera
lei che sen va né pensa di sue pene,
fra sé lodando il dolce andar celeste
e 'l ventilar dell'angelica veste.

E' par che 'l cor del petto se li schianti,
e che del corpo l'alma via si fugga,
e ch'a guisa di brina, al sol davanti,
in pianto tutto si consumi e strugga.
Già si sente esser un degli altri amanti,
e pargli ch'ogni vena Amor li sugga;
or teme di seguirla, or pure agogna,
qui 'l tira Amor, quinci il ritrae vergogna.
La sera prima della tua dipartita capii l’errore.

Avevo sperato di poterTi conquistare con il mio sciocco costume schivo ottocentesco e mi sbagliavo. Avevo pensato che quel ritegno cupo e meditativo, quell’aria un po’ triste e malinconica che mi dipingevo ne gl’occhi celandola con un’apparente spensieratezza e cortesia di modi avrebbe potuto rappresentare una qualche attrattiva per te.
Con quel mio ostentato disinteresse per le faccende mondane che non interessassero la sfera automobilistica, con quel mio ascetismo moderno “suoi generis” speravo di ammantarmi di quel fascino solitario e selvaggio tipico degli eroi dell’Alfieri e del Foscolo.
Con quel mio ascetismo moderno tutto letterario e filosofico, con quel mio fare un po’ sdegnato e altezzoso (tanto simile a quello di Guido Cavalcanti quando, preso in mezzo da un gruppo di coetanei risponde: “i privi di sentimento sono peggio di uomini morti”), con quel mio ostentato disinteresse per le faccende mondane che non riguardassero la sfera automobilistica, speravo di ammantarmi di quel fascino solitario e selvaggio tipico degli eroi tragici dell’Alfieri e del Foscolo.
Ahi quante volte, dopo quella sera tornai con la mente alle mie azioni, ai miei silenzi, ma soprattutto ai tuoi sguardi, ai tuoi assensi e ai tuoi rifiuti, a quel tuo lagrimare sul palco, durante le note della sigla d’addio, nell’ultima notte, che finsi così bene di ignorare.
Rasentai la perfidia quando dissimulai gesti di derisione. Quella sera camminai insino al porto. Mi parla da allora l’anima infelice di Torquato Tasso, le cui rime, nel loro languore infinito, sono le sole parole atte a narrare i tormenti malinconici e le soavi inquietudini di quell’ora.

“Ne l’aria i vaghi spirti,
han l’onde del mar quiete,
ogni fiume è più tacito di Lete;
ima valle, alto monte o verde selva
non ode augello o belva;
sol io con vani accenti
spargo il mio duolo al cielo, a l’onde, a’ venti.”
Come respirava sicuro il mare nelle sue acque odorate! Come luccicava nelle sue onde più lontane!

Calma e placida era la notte, e senza vento. Il luccichìo del paesello giungeva debole da oltre siepe, mentre in lontananza la lanterna del molo rifletteva sull’acqua il suo labile raggio di luce. Taceva il verde fatto cupo dei monti, tacevano le cime degli alberi lontani, tacevano gli orti e i giardini non più baciati da sole, tacevano le ville maestose e solitarie tristemente vuote. Sotto il limpido cielo stellato si potevano udire solo le fioche voce dei fanciulli che con gli occhietti luccicanti dal desiderio pregavano ora l’uno ora l’altro di quei brillanti lassù. Camminavo a capo chino in riva al mare, meditando sull’addio. La risacca marina accompagnava il mio passo, accarezzava il mio sguardo, cullava i miei pensieri, mentre il pallido chiarore della luna piena gli segnava il tragitto.
Il velo del tempo e della nostalgia avrebbe elevato la bellezza della tua figura a meta ideale e perfetta per i moti che puri gli sgorgavano dall’anima. I flutti del torrente in piena dei suoi sentimenti finalmente si placavano sfociando nel mare della perfezione. Dunque, dopo tante battaglie, dilaniato e stremato dai conflitti interiori, mi dilettavo ora a lasciarmi abbandonare a una quiete consolatrice tra le acque non già della mia anima straziata, ma di quella dell’amanza. Che soave melodia udire in quelle onde il respiro di te, ignara nel tuo sonno come il mare lo è dei fiumi che vi riversano ogni ragion d’essere, ogni sforzo, ogni vitalità! E allora perché avresti dovuto sapere ch’io ti faceva affluire tutti i moti dell’anima, tutti i sentimenti più puri, tutti gli atti vitali?
Con il passo segnato da tali domande avevo oltrepassato la zona costeggiata dalle palme del lungomare, avevo lasciato alle spalle le file di ombrelloni fra le quali gli pareva ancora di sentire i quotidiani romorii che avevano accompagnato i miei taciti incontri ed ero ormai giunto al molo. Rimembravo il tempo in cui, supino sullo sdraio accanto al tuo, ti contemplavo senza parlare, senza guardare, solo con gli occhi dell’anima, temendo gli altrui sguardi. Oh come mi palpitava il cuore al solo pensiero che tu, ad onta del mio contegno, avresti potuto accorgertene! E se proprio per questo tu m’avessi rivolto spontaneamente la parola, se proprio per ammirazione di quel mio sentimento così ingeuo, così innocente, così colmo di dignità, così diverso da quello degli altri ragazzi, tu avessi scelto me per ballare, se a me avessi indirizzato sinceri quei gaii sorrisi e ora stesse soffrendo in attesa di un segno d’affetto da parte mia, destinato a non arrivare mai? Mille strali mi colpivano il cuore quando concepivo che il mio dolore interiore poteva suscitarne uno maggiore nella persona a me tanto cara. Mi fermavo, rabbrividendo in quella calda notte d’estate, quasi chinandomi su me stesso a proteggermi il petto, e mi sentiva evaporare lo spirito, anelante di dissolversi nell’aere abruzzese che tu, per l’ultima sera, respiravi. Indeciso se fermarti la dimane prima della partenza e dichiararti come non ti avrei più dimenticata, immaginavo quanto sarebbe stato dolce farmi messe ondeggiante al vento per abbracciarti fino ai ginocchi, farmi aria per parlarti nel profondo non con parola umana e ma con quella brezza tremante di luce là per l’acque deserte, farmi onda per avvolgerti con mano più pura e più carezzevole.

“Taccion i boschi e i fiumi,
e ‘l mar senz’onda giace
ne le spelonche i venti han tregua e pace
e ne la notte bruna
alto silenzio fa la bianca luna:
e noi tegnamo ascose
le dolcezze amorose:
amor non parli o spiri,
sien muti i baci e muti i miei sospiri.”

Come avrei potuto, a quel punto, parlarti apertamente, svelare i più riposti sentimenti, cambiare il comportamento, rischiando anche di ferirti, se avevo paura persino di sederti accanto (ricordi, la prima sera, quando rimase tra noi una sedia vuota?), se trasalivo al minimo contatto materiale (deh, quale rossore interiore quando capitò di sfiorarci con la punta dei piedi in canotto o quando dovetti tangerti con le labbra sulla guancia nel cerimonioso addio), se temevo di dissolvere la soave immagine con il solo sguardo? La natura del mio amore intellettivo era puramente contemplativa, per questo giammai avevo voluto forzare la mano al destino: avevo sempre desiderato che c’incontrassimo naturalmente, come due goccie che scivolano su un medesimo piano. Nulla avevo mai fatto per attrarti a me: se ci eravamo parlati, se ci erano trovati vicini in spiaggia e nel giardino, se ogni volta in sala da pranzo trovo innanzi a me il tuo viso (e da quello, non dal cibo, traevo nutrimento vitale), era solo, così pensavo colmo di giubilìo, per volontà divina.
Sarebbero bastati una parola, un gesto, un cenno a far svanire quella magica atmosfera.
Probabilmente l’amicizia, la cortesia, i sorrisi che tu mi avevi offerto erano frutto del tuo gentile comportamento innato. Forse dedicavi a tutti quella gaiezza, quella gioia di vivere; splendeva per il mondo intero la tua solare bellezza, giammai per me solo, come aveva creduto prima in un soliloquio chimerico. Non solo sarebbe sembrato singolare, assurdo, inopportuno nonchè degno dell’altrui derisione una sorta di dichiarazione d’amore così plateale ed improvvisa, ma mi avrebbe altresì fatto apparire agli occhi tuoi banale come tanti altri spasimanti.
Ammesso per assurdo che anche tu provassi simili sentimenti, ammesso che all’ultimo momento, prima di partire, mi avessi concesso un amoroso segnale, cosa avrebbe a noi riservato, pensavo, la realtà? Una relazione convenzionale avrebbe presentato non pochi problemi: la lontananza, il tempo, gli impegni scolastici. Certo, avremmo potuto mantenere una relazione epistolare, risentire di quando in quando le nostre voci per telefono, ma per quanto tempo? Dopo una lunga annata di studi, di amicizie strette e abbandonate, ti saresti ricordata di me, non mi avresti considerato soltanto una parentesi estiva, come ragione suggeriva? A tratti tali interrogativi parevano pretesti per la mia ignavia, ma d’altronde agire avrebbe significato violare l’incantevole immagine di beatitudine che circondava la tua figura di donna, sconvolgerla inevitabilmente e per sempre con l’impeto dei sentimenti.
Se fosse successo come l’anno prima, come due anni fa, se, dopo un ennesimo anno di affanni, speranzoso di rivedere la meta dei suoi flutti sentimentali, avessi scoperto che non per me gioivano quegli occhi, non me ridevano quei riccioli, non per me aleggiavano le soavi parole, avrei sopportato nuovamente il dolore? Come avrei potuto assistere a veder rivolta ad altri la grazia eletta a ragione di vita?
Se invece, al di là di ogni mia speranza, fra un anno ci fossimo rivisti, memori entrambi l’uno dell’altro, un rapporto reale avrebbe svilito il sentimento, inesorabilmente dissolto quel velo radioso che circondava la tua bellezza. Cosa volevo dunque, affrontare con te le meschinità di questa vita sensibile, abbassarti alle convenzioni umane, cosa volevo, forse, giugnere con le labbra alla polpa soave di il frutto terreno e divino che mi parevi, schiudere in un bacio infinito ogni desiderio di beatitudine? No, Io guardai la luna e ti rividi nella tua forma ideale e perfetta, resa sublime dall’alone luminoso dell’irraggiungibilità. Voleva lasciarti lassù, come m’eri parsa innanzi la prima volta, fasciata dalla tua candida veste. Con quell’angelica visione scolpita nelle pupille dei miei occhi proseguì addentrandosi verso il mare. Guardando ora a destra ora a manca l’impalpabile spumeggiare dei flutti, mi volteggiavano nella mente i ricci capelli del tuo capo greco, leggiadri come la purezza di un’antica età dell’oro in cui l’uomo, alieno da ogni struggimento nel proprio o nell’altrui core, poteva fondersi, in una pace senza fine, con l’inconsapevole eternità della natura. Mentre le calme onde rumoreggiavano sulle scogliere in quei suoni io riudivo il riso bianchissimo della tua bocca, un riso innocente, spontaneo, ignaro di ogni travaglio, un riso soave come il sonno. Compresi da quel suono che tu stavi ancora dormendo beata, e a me, sperduto in quel mare luccicante e solitario, sembrava di ascoltarti da vicino come mai in vita avrei potuto o osato.
Com’eri bella così, “dulce ridente dulce dormiente”, perchè svegliarti?
Il cielo oscuro e misterioso mi ricordava la brillante profondità dei tuoi occhi castani dai quali spesso avevo cercato di carpire uno sguardo. Ma le stelle non rimangono forse immobili nella loro perfetta beltade, splendidamente incuranti dei desideri che a loro si levano dalla terra? E la candida speranza del fanciullino non è essa stessa la vera felicità?
Ero arrivato al termine estremo del molo, oltre v’era solo il mare nella cui risacca riudivo sempre più il tuo respiro. Non rimaneva che tornare indietro, ma la luce dei fari lo impediva.
Piangevo, e non potevo avere felicità maggiore di quel sentimento
All’apparir del vero non volevo sapere se m’avessi amato mai, non volevo sapere se amassi un altro uomo, non volevo sapere se oltre al mio torrente emotivo anche altri fiumi riversassero i propri flutti in quel mare, non volevo sapere se m’avresti dimenticato, desideravo solo prolungare per il resto dei miei giorni quella dolcissima incerta attesa. Lo scioglimento del dubbio che pur tanto mi tormentava avrebbe dissolto, nel bene o nel male, la speranza.
Come aveva ragione il Leopardi quando sosteneva che la poesia è nel vago!
Ora volevo rendere eterna la vigilia poiché sapevo che, anche con il raggiungimento della meta tanto agognata e sofferta, l’intensità emotiva non sarebbe stata più tale, l’atmosfera mai più così carica di sentimento, il volto tuo santo mai più tanto radioso.
Avevo già deciso come comportarmi la dimane: nulla avrei lasciato trapelare dei miei sentimenti, poichè, credevo, che avessi accolto o meno l’amore, saresti in ogni caso divenuta una ragazza, splendida come prima, ma mortale. Ed io non volevo farti scendere dal cielo nè per odiarti nè per baciarti: dove avrei ritrovato, “ubicumque terrarum”, un’altra creatura simile? Tu impersonificavi la forma dei miei moti dell’anima, eri l’ideale di perfezione per cui tanto avevo penato, ancor prima di conoscerti, al tacito morir di ogni giorno d’affano. Ecco cosa cercavo di scorgere all’orizzonte tra quelle arrossate nebbie sfumanti! Andavo ora comparando il rosso di quei tramonti con il fuoco della mia anima che, anelandoti inconsciamente, divampava di silenziosa e ardente passione. Ora, trovata la causa finale di quello struggimento, non volevo rischiare di perderti nei meandri di questa vile esistenza, ma proteggere la tua immagine nel laghetto della mia interiorità, un locus amenus in cui custodirla lietamente e in eterno contemplarla. E in questo lago volevo piangere, tacito e solitario, ammirando la tua immagine nella perfezione del cerchio descritto dalle lacrime cadenti. Per questo non ne avrei fatto parola con nessuno: ti avrebbe risparmiato ogni derisione, t’avrei difesa dalle facili ironie, in te avrei riversato ogni virtù, a te avrei dedicato ogni gesto non vile della mia esistenza, per te sarei stato disposto a soffrire per il resto dei miei giorni, poichè è più degno dell’uomo morire per qualcosa che vivere per niente. Gli anni non sarebbero più bruciati “senza un grido, senza un lamento levato a vincere d’improvviso un giorno”, avevo trovato una ragion d’essere, una creatura degna di dare un nome alle morte stagioni: nel ricordo di te persino l’infinito dolore dell’anima, pensavo, mi sarebbe divenuto assai caro. Quanta sublime letizia in quel pianto liberatore! Quale maggior gaudio potevo desiderare da questa vita? Forse passeggiare con te, giacere con te, vivere con te, quelle banalità materiali destinate a finire con gli uomini e sovente anche prima? Poichè “quanto piace al mondo è breve sogno”, se di te si doveva trattare, meglio soffrire in eterno che gioire per breve tempo. Comprendevo così come l’immagine delle tue forme, cristallizzata nel ricordo e attorniata dalla speranza, sarebbe rimasta immutata nella suo perpetuo splendore. Non è dato all’uomo di essere felice, ma solo di sperarlo o di ricordarlo, m’ero sempre detto; ora però una soavità novella mi si schiudeva dal profondo assieme alle lacrime, più dolce ancora della speranza e della nostalgia armoniosamente fuse. Ecco la vera essenza della felicità, lieve e profonda, impalpabile e granitica, fuggevole e imperitura! Ecco da quel mare luccicante per i faretti del porto e limpido come di pianto intensificarsi il vento che mi accarezzava, mi avvolgeva, mi trasportava. Non importava che con esso fuggisse anche il soffio vitale dei desideri, delle aspirazioni, della giovinezza: ora, a quella “balaustrata di brezza”, ero finalmente appoggiato anch’io.
Promisi a me stesso che quegli occhi ora colmi di lacrime sarebbero stati solo per te: le altre bellezze avrebbero ferito quell’anima a cui era stato concesso di vedere la propria beatitudine fatta sensibile. Proprio dalla tensione emotiva di quel breve istante si riformava nel dolce soffrire la tua immagine: ma se tanta soavità fosse dipesa solo dal piacer figlio d’affanno, ovvero dai sentimenti che io provavo prima di incontrarti, se si fosse perciò dissolta assieme ad essi? Sarebbe caduta con le prime foglie d’autunno?
Così ragionavo.
Da quella sera tu diventasti l’Eccelsa, l’effigie benedetta attraverso la quale tornare a vivere nella vita reale, a immischiarsi con l’anima nelle umane vicende
Attraverso di te anche le banalità più impoetiche di questa vita mi parvero pregne di una dolcezza non mai provata, e mi sforzai di attingere alle più nobili virtù degli umanisti per sentirmi degno d’esser uomo per te.
Studiai non più soltanto per il voto, ma soprattutto per forgiare un pensiero virile, per trarre dall’antiqua vera docta religio il germe della Sapienza. Ho dibattuto con Guinizelli come “al cor gentil rempaira sempre amore”, ho inveito con Dante (“Ah, serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchier in gran tempesta non donna di province ma bordello”) nei pomeriggi di studio, ho esclamato con Cavalcanti “Chi è questa che ven ch’ognom la mira”, ho pianto con Petrarca “i capei d’or a l’aura sparsi”, ho vagheggiato con Poliziano la figura di Simonetta, simbolo lieve e fuggevole della primavera, ho discusso col Bembo sull’essenza dell’amor platonico, ho pensato con Machiavelli al superiore interesse dello stato nei confronti del moralismo de’ singoli e de’ preti (“poiché a ciascuno puzza questo barbaro dominio”), mi sono lasciato cullare dal languore delle rime del Tasso, ho elogiato con Marino le grazie delle dame, ho sospirato con Metastasio “dolce memoria al mio pensier sarai”, ho deriso con Parini la stolta superbia de’ nobili di sangue, mi sono sdegnato con Alfieri, le cui ossa “fremono ancora amor di patria”, ho rievocato con Foscolo “l’aurea beltà ond’ebber ristoro unico a’ mali le nate a vaneggiar menti mortali”, ho celebrato con Carducci le tradizioni romane e classiche della patria, ho auscultato con Pascoli la parola arcana della natura, ho vissuto con D’Annunzio il trapasso dell’Estate nella figura eterea e impalpabile, eppure divina, di Ermione. Capii, come dice Seneca, che nonostante la brevità della vita, si può vivere molto e a lungo, poiché attraverso la scrittura “nullo nobis saeculo interdictum est: Disputare cum Socrate licet, dubitare cum Carneade, cum Epicuro quiescere, hominis naturam cum Stoicis vincere, cum Cynicis excedere”. Persino le versioni di latino, fino ad allora teatro di travagli e meschine rivalità con i compagni, mi parlarono con voce più franca e più umana.
Più belle mi parvero le sfide sportive, e persino più avvincenti i gran premi, che già mi piacquer tanto, più nobile la mia “battaglia” scolastica, perché pensavo a te.
Accettando l’etica della rinuncia trovai la mia riconciliazione con la vita.
Sembra una contraddizione e non lo è.
Presi a curare assieme all’anima anche il fisico, per avvicinarmi a te nella mia completezza, in una visione perfettamente classica all’insegna del motto “mens sana in corpore sano”, in una costante tensione verso un ideale di uomo rinascimentale e modernamente dannunziano.
Dall’apprezzamento dei classici e dalla lettura dei romanzi dannunziani provo da allora di trarre quell’amore, ereditato direttamente dagli Antichi, per la magnanimità e la grandezza, quella tensione, espressa nel “Trionfo della Morte”, verso l’assoluto della melodia, quel desiderio insopprimibile di lotta e di sfida, di velocità e ardimento magnificato in “Forse che sì forse che no”, e soprattutto, come Andrea Sperelli, quel senso dell’unicità e dell’eccellenza, quel gusto estetizzante per la romanza e il sonetto, quel culto della forma che ricopre ogni aspetto della vita di un’aurea di idealità artistica.
Ricordi quando ti risposi di non scrivere poesie?
Intendevo disprezzare quella turba di ragazzi che danno uno sfogo qualsiasi ai propri sentimenti e lo chiamano poesia, tributando magari lodi alle “dissonanze”, alle rime “aspre e chiocce” di Montale, alla dissoluzione della forma di certi autori barbarici.

Non solo al personaggio di Andrea Sperelli ho cercato di avvicinarmi, ma anche a quello di Paolo Tarsis. Ho iniziato ad allenarmi seriamente per diventare un pilota, ho disputato qualche gara per rivivere nella competizione quell’ardimento temerario che segna la storia del protagonista di “Forse che sì forse che no”.
Soprattutto, dal temperamento Dannunziano ho tratto il desiderio di donare, la coscienza che la vera ricchezza risiede nel regalare alle amanti, agli amici, ai posteri. Tutto ciò che di bello pare al mondo, l’Arte, l’amore e la gloria, può essere soltanto donato, non posseduto o guadagnato. La grandezza e, oserei dire, l’intima essenza di un Uomo risiedono nell’eredità di affetti e nell’opera ch’egli ha lasciato al mondo: “Io ho quel che ho donato”.
Per questo ricerco una Donna nella quale la naturale sensualità, diffondendosi a ogni atto del pensiero, a ogni movenza lieve, a ogni scelta dei vocaboli, dei balsami e dei vestiti si elevi alla sfera dei sentimenti, pervada l’intima essenza del suo essere, l’intera dimensione estetica e vitalistica, fino a divenire Voluttà. In Lei la ricerca del Piacere in ogni singolo atto deve affinare il gusto verso lo stile puro e rarefatto del Petrarca (“quanto piace al mondo è breve sogno”), verso quello gentile ed elegantissimo del Poliziano costellato di ninfe e di simboli viventi della primavera e della giovinezza fuggevole, verso quello armonioso e leggiadro dell’Arcadia disseminata di veneri e amorini, verso quello musicale e vario, pieno di chimere e di allusioni di D’Annunzio.

Quella Donna non puoi essere che tu.
Nivale nella tua veste breve, alta nelle tue forme elise mi sei apparsa pura come un’effigie benedetta elevata sull’altare e soave come la polpa dischiusa dei frutti terreni: un segno di comunione tra la natura e lo spirito, una riconciliazione definitiva tra corpo e anima.

“L’alta bellezza tua è tanto nova” (Sennuccio Salimbene): questo antico verso mi riconduce all’altezza dell’immagine tua quale io la vidi effigiata nella luna, ne la notte in cui per me “incipit vita nova”.
Simile era la mia felicità per i brevi momenti trascorsi accanto a te alla giovinezza, mia e del mondo: il senso di caducità la rendeva straordinariamente intensa, come mai nulla di immortale può essere. Il respiro del mare mi asciugò le lacrime. Io mi sentii di nuovo palpitante di vita e cominciando a marciare con passo svelto verso riva sentii una bellezza sorgente non dall’immutabilità del proprio essere, non dall’essenza stessa della persona, non dall’immortalità dell’anima, ma soltanto da un sottile raggio di luce, da una lieve folata di vento, dallo spumeggiare di un rivoletto sorto dopo la pioggerella di maggio e destinato a svanire. Ma se proprio per questo era inesorabilmente soggetta alla corruzione della morte, all’aridità del tempo, cosa rimane dunque all’uomo di tanta beltade? Cosa rimane (come disse il poeta) delle nevi dell’anno prima? Nulla, solo il ricordo. Ma potevano morire quei riccioli, potevano morire quegli occhi, potevano morire quelle labbra che risuanavano nella sua mente dolci parole? Ecco quindi che anche “morte bella parea in suo bel viso”. E rimangono almeno i ricordi di ciò che per lei aveva immaginato, rimangono i pensieri che quei riccioli, quegli occhi, quelle labbra avevano suscitato, o sono destinati a svanire malinconicamente come quell’aria densa di salsedine? Mi sovvenivano allora sì dolci e care le parole di quell’umanista, tale Cristoforo Landini: “le azioni finiscono con gli uomini, i pensieri, vincendo ogni secolo, vivono immortali e s’innalzano all’eterno”.
Se quanto piace al mondo è breve sogno, se tutte le gioie e le speranze sono destinate a dileguarsi come neve al sole (cosa rimane, disse il vate, delle nevi dell’anno prima?), se il tempo passa e non s’arresta ognora, se la stessa rosa che sboccia oggi domani appassirà, allora , “erigere un tempio, far vivere un marmo, comporre un immortale inno” immortalare la bellezza di una Donna, deificarla nell’opera eterna, sublimarla nella più perfetta delle forme sono gesta degne di una dimensione più che umana. Io non appartengo certo a quella ideal razza inimitabile di oltre-uomini in grado, come Fidia, Petrarca, Poliziano, Ariosto, Tasso, Metastasio, Canova, di fissare forme eterne nel marmo e nelle parole.
Se della mia vita potessi salvare solo un’ora certo preserverei dall’oblio la notte chiara in cui tanto pensai a te. Se Monna Morte concedesse ai miei occhi rivolti alla fuggente luce un sol minuto pria di non veder più “questa bella famiglia d’erbe e di animali” certamente sceglierei di rivivere teco “quella favola bella che ieri m’illuse che oggi t’illude”: se mi restasse a quel punto di vita un sol minuto lo vivrei per un’eternità. Da quella notte infatti non sono più solo: ti rivedo continuamente nel chiarore della luna, risento il tuo riso nel soave scrosciar di ogni ruscello di montagna, riodo il tuo respiro in ogni risacca marina, riammiro i tuoi occhi in ogni cielo stellato, accarezzo i tuoi riccioli in ogni spumeggiante cascata, poichè tu sei rimasta “dolce ne la memoria” la mia amata immortale.

VIVAS VALEAS FLOREAS

ETERNAMENTE TUO, F.

Ovviamente, la lunghezza di questa immaginaria missiva protrasse il suo concepimento ben oltre il mese, fino ad oltre l’inizio del Mondiale di F1, addirittura alla vigilia del GP della Malesia, seconda gara di quell’anno. Quando avevo conosciuto Elisa, le Williams stavano dominando il mondiale con i motori Renault e i piloti Damon Hill e Jacques Villeneuve (il suo primo sorriso, difatti, rallegrò la triste domenica del mio compleanno in cui avevo ricevuto in regalo dalla sorte la rottura del motore di Schumacher – che partiva dalla pole - nel giro di ricognizione). Dopo una fase di appannamento, le vetture di Patron Frank stavano proprio in quell’anno per tornare sulla creste dell’onda, grazie ai motori BMW e al talento di due piloti perfettamente complementari fra loro come Juan Pablo Montoya e Ralf Schumacher. Proprio il fratellino di Schumy, nelle qualifiche malesi, stupì il mondo lottando (per la prima volta) per la pole (fino all’anno prima la Williams era una vettura valida ma non da prima fila). Anche i colori erano tornati simili a quelli di cinque anni prima: la sponsorizzazione tedesca “Allianz” prevedeva un elegantissimo bianco-blu molto simile cromaticamente a quello delle gloriose sponsorizzazioni “Rothmans”.

Accesi la televisione proprio nel momento in cui, alla penultima curva dell’ultimo tentativo (all’epoca non vi erano i segmenti odierni denominati Q1, Q2 e Q3, che regolano e scaglionano lo spettacolo e le esclusioni, ma ci si giocava il tutto per tutto all’ultimo secondo utile prima della bandiera a scacchi), Ralf arrivava lungo e, bloccando le ruote, mandava in fumo una possibile, clamorosissima, pole position.

Ancora più clamoroso era il fatto che io avessi perso quasi tutta la sessione. Cosa era successo? Semplicemente, avevo fino a tarda notte provato a terminare quanto avete appena letto e, non riuscendoci per la spossatezza, lo avevo rifinito di mattina. Poiché però il labor limae porta via ancora più tempo delle prima smazzate sul marmo, avevo sforato l’orario solito della colazione e, quindi, l’inizio delle qualifiche tenendo conto del fuso orario con la terra di Sandokan. Non mi era mai capitato (né mai sarebbe capitato in seguito) di lasciarmi sfuggire inconsapevolmente l’orario di una “funzione comandata” come la qualifica di un gran premio. Questo, più di ogni altra parola scritte, testimonia la sincerità degli affetti a cui tutte le figure retoriche fungono da ornamento.
Come però un vedovo che, parlando sulla tomba dell’amata sposa, si senta dopo tanti anni sciolto dall’obbligo di fedeltà post-mortem proprio dal dialogo immaginario, così io sentii, dopo un lustro, di aver ricevuto il “permesso” di cercare nel mondo qualcuna nelle cui sembianze, nei cui modi, nel cui nome, poter avere almeno l’illusione di prolungare il rapporto con la mia amata.
La frequenza del corso di ingegneria, all’epoca ambiente quasi monacale per scarsità di fanciulle e severità di costumi (nel senso che, essendo severi i professori agli esami, le aule erano popolate da aspiranti ingegneri disposti a “sospendere” fra cielo e terra la propria vita in favore dello slancio ascetico verso il sapere scientifico) non mi agevolava certo nella ricerca di una “quasi sostituta”.
Il caso volle però pormi come compagna di banco una fanciulla originaria di San Marino, di un anno maggiore di me, di qualche centimetro superiore a me per altezza e anch’essa, come la mia Elisa, giocatrice di pallavolo.

Non aveva per la verità il fisico atletico e le gambe da modella della mia amata, ma nel grigiore di ingegneria spiccava comunque, se non altro per gentilezza di viso e slancio di figura. Era vagamente bionda (probabilmente tinta e quindi originariamente castana) e, oltre a tutte le somiglianze fisiche e anagrafiche elencate, si chiamava proprio Elisa.
Decisi di fare un tentativo con lei, esattamente come Dante fece con la “donna dello schermo”. La mia fama di “imbattibilità” negli esami più “tosti” mi facilitava il compito di “agganciarla”. Poiché neanche ricordo come avvenne, probabilmente non deve essermi costato troppa fatica. Anzi, forse fu lei ad agganciare me. Sta di fatto che, per un anno e più, fu usuale per me svolgere esercizi di analisi o di fisica a casa sua, dandole modo di apprendere spiegazioni che in aula non venivano date con altrettanto puntiglio (all’epoca molto veniva dato per acquisito dagli insegnanti). Inframezzavo alle spiegazioni degli esercizi qualche moderato complimento sulla sua avvenenza (non dovevo esagerare per non cadere nell’iperbole, dato che neppure ella si sentiva il paradigma della bellezza femminile) e, soprattutto, sull’interesse che doveva suscitare in un mondo così maschile. Scherzando, dicevo che doveva avere il cellulare intasato di chiamate di ammiratori, come colei che “benigna sen va sentendosi laudare” - “Non mi chiama mai nessuno” disse invece con la boccuccia delusa e quasi supplicante (come volesse fossi io a chiamarla), dopo che avevo fatto cenno alla cosa all’arrivo di un sms sul suo cellulare. Una volte, mentre stavamo studiando, entrò sua madre ed io, per recitare da bravo ragazzo, anche se non mi aveva visto, la salutai con un educatissimo (e per me insolito, amando io poco i convenevoli) “buona sera, signora”.

Più difficile era invece trattare con le amiche bruttine e femministizzate che la circondavano. Allora come ora mi rifiutavo di essere “politically correct” e non trattenevo la verità quando dovevo rispondere a fandonie come i paragoni fra la bellezza femminile e maschile e la presunta uguaglianza nei due sessi di fattori come l’età o l’attrazione sessuale.

“Devi goderti la vita ora, a vent’anni, a trenta è tutto finito” mi diceva accaloratamente. Ed io rispondevo “finito per voi, che ve la potete godere ora, per noi, semmai inizia, perché allora inizierò ad avere soldi e potere, se riesco a laurearmi bene e a trovare un lavoro conseguente!”
“Un po’ maschilista” commentò la sua inseparabile compagna piccola, scura e panciuta proprio come una melanzana. Già da allora era uso appellare “maschilismo” il rifiuto di un uomo a piegarsi alla propaganda pseudoegalitaria femminista quando questa cozza contro ogni natura, ogni istinto ed ogni ragione.
E pure, dico, ogni giustizia. Sì, persino nella crudele natura c'è un grammo di giustizia! Chi non ha avuto privilegi nella prima parte della vita ha compensazioni nella seconda. E a chi, nella prima parte ha potuto, per privilegio di natura (accresciuto dalla cultura cavalleresca) permettersi di tutto davanti al sesso opposto, la natura chiede il conto.
Quando si hanno meno dei vent'anni non si hanno nè poteri nè ricchezze da contrapporre alla bellezza che già fiorisce sulle coetanee e quindi al di là di ogni nascondimento (dettato da delicatezza o ipocrisia) si può soltanto essere ammiratori dal basso all'alto, uomini episodici (quando va bene) o ammaliati perennemente illusi e frustrati (quando va male), comunque socialmente trasparenti, cavalieri serventi pronti a tutto per un sorriso, ma più frequentemente mendicanti alla corte dei miracoli pronti a tutto per un sorriso (nella speranza di qualche briciola di carità amorosa), giullari di cui ridere e a cui irridere nel disio,, o attori da porre in ridicolo innanzi a sè e agli altri quando recitano male la parte dei seduttori
Se e quando con il tempo, lo studio, il lavoro, la fatica, l'impegno, la fortuna o il merito individuali si ha avuto modo di raggiungere una certa posizione di preminenza o prestigio nella società le cose cambiano. E' in genere dopo i quaranta anni che ciò accade (quando accade).
Solo allora, infatti, si possono aver conquistato quelle doti immediatamente apprezzabili e oggettivamente valide al pari della bellezza con le quali essere universalmente mirati, amorosamente disiati e socialmente accettati a priori, a prescindere dalle soggettività, e al primo sguardo, così come le belle donne lo sono per le grazie corporali.

Nonostante questi battibecchi, il nostro rapporto proseguiva settimana dopo settimana (anche durante le lezioni, non ci si vedeva tutti i giorni, perché, anche se sugli esami più importanti l’Elisa sanmarinese frequentava le mie stesse lezioni, essendo in ciò quasi una “fuoricorso”, per gli altri seguiva i corsi del suo anno) con una simpatia reciproca non affettata e difficile da sperimentare in luoghi ove lo sbilanciamento numerico fra i sessi è così forte da rendere le femmine “preziose” come acqua nel deserto.

Una volta, in pieno inverno, uscendo dal solito cancello, rischiai di cadere su una placca di ghiaccio proprio mentre inizia la lunga discesa che dall’ingresso della facoltà solitaria, tranquilla ed immersa nel verde in posizione elevata come si conviene al sapere, porta al semaforo giù sui viali trafficati. D’istinto, mi aggrappai a lei, che, come un “bastone della giovinezza” mi permise di non perdere l’equilibrio. “Visto, che anche io ti servo a qualcosa!?” – commentò con dolce soddisfazione probabilmente riferendosi a tutte le volte in cui ero stato io, nelle cose dello studio, ad impedirle di cadere a terra nella disperazione.

Salimmo sulla mia elegante e sbarazzina Panda 1000S verde metallizzato e ci immettemmo nel flusso denso di veicoli. “No, dai, se mi offri anche il pranzo mi fai sentire una merda” – mi disse Elisa – “vieni a mangiare da noi, te lo offro io, siamo fra ragazze, se ti accontenti, qualcosa di discreto sappiamo sempre preparare”.
Accettai quindi tale profferta (in quanto, per una volta, vagamente antifemminista). Il traffico dei viali era intasato dalla pioggia al punto tale che uno stesso semaforo richiedeva spesso due “turni” di attesa col rosso e solo con notevole ritardo l’incrocio veniva sgomberato dai veicoli attraversati col verde, ma poi bloccati nel mezzo del crocevia dalla coda precedente. Nonostante questo, la fretta dell’ora di pranzo (avevamo appena finito le lezioni che quel giorno occupavano fortunatamente solo mezza giornata) faceva viaggiare fra un semaforo e l’altro le vetture, fianco a fianco, a non meno della velocità massima concessa dal codice in centro abitato. Una signora alla guida di un’utilitaria, evidentemente stanca di aspettare di poter attraversare i viali dopo l’ennesimo “turno” di verde andato a vuoto, accennò ad immettersi. Mi vide sopraggiungere e fece per fermarsi. Poi, inspiegabilmente e come se niente fosse, avanzò fino ad occupare tutta la mia corsia. Vie di fuga non e ne erano: a sinistra vi era l’aiuola spartitraffico, a destra il possibile flusso di altre vettura (senza contare che, se quell’auto avesse attraversato, sterzare a destra avrebbe solo spostato il luogo della collisione).
All’epoca la mia auspicata carriera da pilota (seppur pagante) era di fatto già sfumata. Dopo i difficili inizi col “formulino” Ford, un paio di gare turismo e, soprattutto, un paio di decine di milioni di danni in test molto sfortunati, avevo già terminato ogni budget presente e futuro. L’occhio, però, era ancora quello allenato alla reazione fulminea, ma pacata e precisa. Facendo appello quindi all’abs “naturale” che all’epoca avevo nel piede (le generazioni odierne, nate e cresciute non solo con l’antibloccaggio dei freni, ma pure con i vari controlli di stabilità, non sapranno mai il significato di quel genere di simbiosi con l’auto e l’asfalto), modulai la frenata al limite del bloccaggio (sempre in agguato su un asfalto bagnato così liscio e così poco drenante), senza esagerare nei primi istanti (se si eccede con la pressione sul pedale prima che possa avvenire il trasferimento di carico sull’anteriore, questo si blocca subito), massimizzando gradualmente ma con decisione (una volta sentito “carico” l’avantreno) e rilasciando parzialmente ad ogni accenno di bloccaggio, fino ad arrestarmi a pochi centimetri dalla portiera dell’incauta signora. “Che bravo! Io l’avrei centrata”. La mia risposta fu senza parole: mi limitai a fare all’altra guidatrice un teatrale segno di “prego, si accomodi”. Non dissi ad Elisa che anche io, fino a qualche istante prima, ero quasi sicuro di “centrarla”.
Mi tenni il segreto per guadagnare “punti-prestigio” agli occhi della mia compagna di corso.

Arrivati sani e salvi nel suo appartamento (che condivideva con un paio di altre studentesse), fui “coccolato” per tutto il pasto (nel senso che mi pareva di essere tornato bambino quando, di straforo, finivo per mangiare “quello che c’era” a casa delle zie, le quali, comunque, premettendo l’imprevisto, facevano di tutto per accontentare qualunque piccola voglia culinaria). Non ricordo quello che venne preparto per pranzo, ma sicuramente devono essere state ottime pietanze giacché, in caso contrario, me ne sarei ricordato per le difficoltà di digestione durante le successive lunghe ore di studio. Gli esercizi di matematica e fisica scorrevano così veloci che senza accorgermene le grigie luci della giornata uggiosa avevano ormai fatto posto alle prime ore della sera.

Fu in uno di quei momenti, a casa sua, in uno di quei casuali pomeriggio di studio assieme, che si decise l’esito del mio “tentativo” con l’Elisa “dello schermo”. Dopo l’ennesima soluzione che a me pareva ovvia e a lei incomprensibile, la vidi sbuffare e dare vita con gli occhi ad un’espressione di indifesa sincerità e al contempo di indefinita bellezza. Uscendo dalle mie consuete parti di “compagno secchione” per entrare goffamente in quelle di “pretendente”, esclamai, con voce di adorante indifeso: “sei bella”. Per risposta, la mia “donna dello schermo” sprofondò il viso ridendo. Non era però, la sua, né una risata di scherno nei miei confronti, né di autoironia nei propri. Pareva proprio un riso sincero, anche se irrefrenabile quasi come quello di Angelica alla battuta di Tancredi nel Gattopardo. Si dice che il rido uccida la paura. In quel caso, invece, uccise ogni ulteriore tentativo “amoroso”. Forse ella aveva concepito il mio approccio come nient’affatto credibile o forse aveva capito di essere solo la “donna dello schermo” (anche se, di problemi di cuore, non ne avevo mai parlato). Fatto sta che aveva ragione: all’epoca le “qualità di guida” e quelle di studio non erano affatto le uniche a mia disposizione. Anche se non la usavo per venire all’Università, la mia BMW berlina sportiveggiante nuova era conosciuta per fama nell’ambiente e le mie “capacità di spesa” erano altrettanto note. Proprio quell’anno, ad esempio, pianificavo, alla fine degli esami del primo ciclo, di passare una settimana alle Canarie. “Che fortuna, vai alle Canarie!” mi aveva detto ella stessa.

D’altronde, all’epoca, se non altro per amicizia con il giovane titolare del negozio (non mio coetaneo per pochi decisivi anni di più) di fianco a casa mia, con il quale era in corso un gioco letterario sul “dandismo di destra” (gli avevo prestato la mia copia del “Ritratto di Dorian Gray” e tutte le volte in cui c’era da scegliere un vestito per me ci chiedevamo “ma Sir Henry cosa avrebbe scelto? E soprattutto cosa avrebbe detto?”) ero solito scialacquare denaro in vestiti firmati (quasi sempre Armani) alla moda (in attesa di chissà quale “occasione” mondana e amorosa), che a volte portavo anche in aula, sicché non era difficile individuarmi anche solo ad una prima superficiale occhiata come “un buon partito”. Eppure, mi ritrovavo ad esternare queste debolezze da sfigato disiante, come se mi volessi per forza accontentare. Le donne che più o meno intensamente desideriamo sono a volte stronze, ma mai stupide. In quel caso, l’Elisa mia compagna di corso ebbe l’intelligenza di capire come il mio interesse nei suoi confronti fosse “di schermo” a ben altro amore o, comunque, di rendersi conto di essere apprezzata in quanto “unica forma femminile vagamente in grado di suscitare un sia pur minimo palpito di desiderio”, e non in quanto “l’unica” intesa come “l’eccelsa”, “colei che non ha l’eguale” (come avrebbe detto il nostro comunemente amato D’Annunzio). Forse percepì esattamente quanto mi “sforzassi” di desiderarla. Anche se quando ero con lei a volte il trasporto era sincero (soprattutto quando vedevo la vetta della sua figura leggermente più in alto di me o quando percepivo il suo stile di vita, fra studio e pallavolo, nella mia immaginazione simile a quello della mia “vera” Elisa), spesso, lontano, mi chiedevo: “ma perché non c’è niente di meglio di lei? Perché mi devo accontentare?”

Serva questo di lezione a tutti i razionalisti che, dietro la scia di un’improvvida esternazione del premio Nobel Nash (padre della teoria dei giochi), pensano che “abbassare le pretese” sia un metodo efficace per “andare a segno”. Ciò è invece doppiamente sbagliato: in caso di esito positivo, non si ha comunque colei che sola potrebbe appagare il nostro bisogno estetico e ci si trova daccapo (frustrati e bisognosi, si continua a percepire quindi la mancanza di bellezza e a chiedersi “perché le belle non possono toccare in sorte a me?”, finendo poi per doverci voltare a guardare tutte le “sventole” che passano per strada sospirando “capitano solo agli altri!”); in caso di esito negativo, la colpa è solo nostra, in quanto a nessuna donna sfugge la “rabbia” del nostro istinto per l’incolmabile distanza fra il sogno di bellezza e la forma reale che il nostro “accontentarci” ci ha posto accanto (assieme ai medesimi sacrifici ed alle medesime limitazioni che ogni fidanzata, dalla più bella miss universo alla più brutta delle anonime lavapiatti di Calcutta, egualmente – e comprensibilmente, trattandosi di amore - impone e pretende).
Insomma, la media pesata probabilistica della scelta “al ribasso” è sempre negativa: è vero che “accontentandosi” le probabilità di riuscita aumentano, ma, almeno nel mio caso, il risultato condizionato al successo è “negativo” (rabbia per dover ammettere di non essere fra gli “eccellenti” che si accompagnano alle belle donne, frustrazione per non poter godere di quella bellezza di cui il mio animo ha da sempre sentito profondo bisogno, spesso espresso in versi e sublimato in studio), tanto quanto quello condizionato all’insuccesso.

Qualche tempo dopo vidi la mia compagna di corso accompagnata dal suo “fidanzato”: un ragazzo bruno e simpatico, ancora più basso di me. La cosa rincuorò me, che dai tempi del liceo sentivo di “non essere all’altezza”, già nel senso letterale dell’espressione, delle ragazze alte e slanciate da cui ero attratto. Era chiaramente un tipo sveglio, anche se, probabilmente, non al mio livello d’intelletto (fra gli “eccellenti” all’epoca in corsa per il primato nei corsi dell’ingegneria dell’informazione ci si conosceva più o meno tutti ed egli non era nel “giro”). Fui sicuro che ebbe successo perché non dovette accontentarsi, ma vide in quell’Elisa che per me era “donna dello schermo” qualcosa, credo, di simile a quanto per me era l’Elisa conosciuta a Giulianova, ovvero il massimo a cui potesse aspirare.

Beyazid_II
Newbie
30/01/2019 | 09:38

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@ElBroder81 said:

Sintetizzando all osso mi sembra di carpire che secondo te i pantaloni li portano quasi sempre le donne in casa? O sbaglio collega filosofo?

Non "quasi sempre", Solo tutte le volte che le persone così decidono. Ho solo detto che questa libertà (minacciata de facto dal femminismo) deve essere preservata (ovviamente in entrambi i sensi).

Il punto è questo. Prima di decidere (o, meglio, dato che si tratta di passioni e non di decisioni razionali, meglio dire "lasciare manifestare") chi sta sotto e chi sta sopra fisicamente, sentimentalmente, amorosamente, bisogna che si stabilisca la relazione!
E la relazione si stabilisce solo se c'è attrazione reciproca.

Nell'uomo, questa sorge con la rapidità del fulmine e l'intensità del tuono dal momento in cui la bellezza della donna si fa sensibile.

In quest'ultima, l'attrazione sorge solo se e quando l'uomo rende evidenti e tangibili quelle doti di sentimento o intelletto pretese dalla donna per un rapporto (di apprezzamento soggettivo e arbitrario e percepibili più con le orecchie che con gli occhi, in quanto espresse tramite il tono della voce, la scelta dei vocabili, il flusso dei pensieri, il tempo dato al corteggiamento) e, soprattutto, un certo grado di "eccellenza sociale" senza cui nessuna femmina, già in natura (per motivi afferenti selezione e propagazione della vita), percepisce come interessante un maschio.

Ecco perchè il femminismo, con le sue pretese di parità laddove la natura è "dispari" (a nostro svantaggio), rischia non solo di "far portare i pantaloni" alle donne anche laddove il marito non voglia, ma, anche e soprattutto, di impedire che la coppia si formi (togliendo desiderabilità sociale e quindi amorosa alla parte maschile). E i problemi di cui ci si lagna in questo sito circa la difficoltà a sedurre o a fidanzarsi sono l'effetto di questo cancro sociale che è l'iniquità rosa (e che non può essere combattuto con un "veteromaschilismo" da strapaese).

Beyazid_II
Newbie
29/01/2019 | 19:57

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Dissento totalmente dall'autore del post.

Ruoli sociali e ruoli amorosi devono restare nettamente distinti, altrimenti si presta il fianco alla critica femminista su noi puttanieri mossi da una sadica e perversa "volontà di umiliare e possedere", o, comunque, si rafforza il falso mito (su cui la retorica mainstream fonda il vittimismo femminil-femminista) del "potere maschile".

So che vi sconvolgerò, ma nelle relazioni erotico-sentimentali preferisco di gran lunga "farmi guidare" quasi per mano. Ecco perchè, come gli eroi dei miei romanzi giovanili, ho sempre amato donne più mature, più alte, più belle, più "sveglie" di me. Ebbene sì, anche "a letto" mi piace "stare sotto".

Proprio per questo (e non "nonostante questo") sono un fiero avversario del femminismo e della (pseudo) uguaglianza di genere. Solo se, socialmente, l'uomo possiede "qualcosa" (poteri, ricchezze, prestigio) di cui la bella donna senta bisogno e brama di intensità e immediatezza pari a quanto da lui provato davanti alle grazie femminili è possibile una "parità" (di possibilità di scelta e di forza contrattuale).

Nel mondo dei ruoli sociali tradizionali (che non significano affatto il gretto "maschilismo" di un certo tipo di italiota pantofolaio anelante alla "donna-servetta": non è certo quanto voleva dire l'autore del post, ma certi lettori e certe lettrici potrebbero fraintendere apposta!) è possibile per uomini e donne scegliere se "stare sotto" o "stare sopra" nel rapporto.

Nel mondo femminista, al contrario, l'uomo resta sistematicamente "sotto" perchè non ha armi con cui bilanciare in desiderabilità e potere tutto quanto alle donne è dato dalle disparità di numeri e desideri nell'amore sessuale e da quelle psicologiche correlate alla disposizione all'esser madri. La sua non è più una scelta.

P.S.
Con ciò non smentisco nulla della mia battaglia contro il maschio-pentitismo e in favore dei valori virili ("Vir" è il maschio nelle sue funzioni in società, non a letto!)

Beyazid_II
Newbie
29/01/2019 | 19:43

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@Viaggiatore_Nero said:
E ti auguro figli maschi e femmine, non per forza in questo ordine. Colleghi, questa tradizione misogina di augurare figli maschi come se fossimo ancora nel 800 o alla corte di Enrico VIII, e' triste e deve finire. Lo so che lo fate in buona fede, ed e' proprio questo il problema...

No, il problema è che anche un “nuovo italiano” si adegui a ripetere pappagallescamente le “vecchie scemenze” del femminismo più moralista e sovversivo.

Se si augurano “figli maschi” non è certo per disprezzo delle “figlie femmine” (la sopravvalutazione estetico-filosofica della figura femminile, incipiata ai tempi delle dame e dei tornei medievali assieme ai primi capolavori della nostra letteratura cavalleresca e stilnovista, e mai più messa in discussione nemmeno oggi, con tutto quanto ne consegue in termini di difficoltà anche solo ad approcciare umanamente le “melanzane”, basti come smentita!).

Il motivo è la speranza di vedere perpetuarsi il proprio cognome che, a queste latitudini, ha, fin dai tempi di Enea, sempre viaggiato per linea di padre.
La questione del cognome è emblematica.

Essa non riguarda il diritto individualistico ed eudemonico del singolo cittadino, uomo o donna, a trasmettere ai figli una parte della propria identità nominale per mero appagamento di vanità o di superbia, o per foscoliana consolazione per il fatto di dover morire, bensì il diritto del nascituro ad essere legato agli avi e, tramite essi, a quell'identità di sangue e spirito cui appartiene per nascita e cultura.

Non si tratta quindi neanche di emancipazione, ma, al contrario di legame (chi volesse essere "emancipato" in senso squisitamente individualistico dovrebbe al contrario cancellare ogni nome derivante dal passato, dall'altro da sè, per affermare di per sè con il proprio nuovo nome la propria nuova "libera" identità non più vincolata a quelle degli avi e della comunità di appartenenza e quindi rifiutare ogni cognome in favore di un nickname).
E il legame con gli avi (e con l'identità di sangue e spirito di cui essi sono parte), per essere saldo, per adempiere alla sua funzione di fornire al nascituro la possibilità di riconoscersi con certezza quale erede biologico e spirituale di una tradizione, non può passare ad ogni generazione dal maschile al femminile (o viceversa) come una biscia strisciante fra gli ostacoli della terra, non può ondeggiare con incertezza fra il maschile e il femminile in balia delle mode del tempo o del capriccio dei singoli genitori, ma deve raffigurarsi come una linea retta e sicura, orientata nel senso che ogni specifica civiltà, nel suo affermarsi storicamente come tale, ha voluto dare alla propria visione della vita e del mondo.
I popoli con una visione del mondo virile e aristocratica (per i quali la vita non è conservazione ma continuo superamento dell'umano e quindi si identifica con quella spirituale ascendente data dal padre piuttosto che con quella corporale e conservativa data dalla madre) hanno avuto una linea di discendenza patrilineare.

Viceversa, i popoli dalla visione del mondo femmineo-egalitaria hanno optato per una linea matrilineare (conformemente al non ri-conoscere altra fonte di valore, diritto e significato dal dato meramente biologico d'esser nati da una donna). Non esiste un modo razionale e universale per scegliere.
Le obiezioni in senso matriarcale delle femministe sono infondate: le "fatiche" e i "dolori" del parto non necessariamente devono essere considerati più importanti rispetto a quelli necessari per un uomo a raggiungere quella posizione di prestigio o preminenza sociale senza cui non potrà mai sperare di essere scelto da una donna come miglior padre della futura prole, o comunque a riuscire nella cosiddetta "conquista".
Inoltre il mero fatto di apparire nel mondo non necessariamente è più significativo della posizione (sociale, economica, cultura, ideale) in cui si nasce, delle qualità materiali e spirituali di cui per eredità di natura o di cultura si viene dotati, del rango (individuale e familiare, materiale e intellettuale, di censo e di spirito,) in cui ci si pone al mondo, di tutto ciò insomma che viene dato dal padre, sia in termini individuali (le quantità di ricchezze e poteri che può trasmettere ai figli per il loro bene e grazie a cui è emerso nella competizione con altri maschi fino a farsi accettare dalla donna come unico), sia in termini collettivi (l'ordinamento sociale in cui, rispetto all'egalitarismo naturalistico, certe doti e determinate qualità hanno un certo valore e danno una determinata posizione, generato storicamente dai padri).

Sia detto di passaggio. Chi dice che le stesse cose possono essere date da una madre mente due volte: la prima perché, per quanto una donna possa avere poteri e ricchezze, non avrà mai l'obbligo propriamente maschile di competere per vincere le disparità di disio (che ella ha invece a favore) ed essere accettata come madre (chè lo è già al primo sguardo per la bellezza o, quando manca, per l'illusione di disio), la seconda perché il mondo ordinato in kosmos dal chaos è stato generato dai popoli virili e aristocratici non da quelli femminei ed egalitari, per i quali saremmo rimasti al tutto indifferenziato delle preistoriche società matriarcali senza classi, prive di ogni ordine gerarchico e anagogico e di ogni forma propria, prigioniere della specie, incapaci di elevarsi alla storia o comunque storicamente recessive.

Comunque la si pensi, non esiste una risposta univoca. Tutto dipende da cosa si considera per vita e da cosa si ritiene dominante nella propria specifica visione del mondo. E, soprattutto da coloro di cui si vuole essere eredi.

Per questo non ha senso invocare l'uguaglianza per stabilire di chi debba essere il cognome del nascituro. Lo avrebbe se la questione del cognome riguardasse il diritto dei genitori (allora ad uguali diritti davanti alla legge dovrebbe in effetti corrispondere un pari diritto ad imporre il proprio cognome), ma siccome riguarda, come detto, il diritto dei figli a riconoscersi nell'identità degli avi, essa deve essere risolta tramite la risposta sincera alla domanda: "di chi vogliamo essere gli eredi?".

Se vogliamo eredi della Grecia e di Roma, dell'India Vedica e della Persia iranica, dell'epopea vichinga e della Germania sacra e imperiale, allora sceglieremo il nome del padre, come hanno fatto gli autori dell'Iliade e dell'Eneide, della Baghavad Gita e dei poemi persiani, del Beowulf e dell'Edda, seguendo quel senso del vivere che ancora possiamo leggere in tali opere.
Se invece ci sentiamo eredi di (lasciatemi usare una citazione testuale dai tempi dell’Ariosto) “giudei e sarracini”, allora mettiamo pure il nome della madre...

Non venite poi però a lamentarvi del fatto che “l’identità di un popolo non può essere definita”. Al contrario, si definisce proprio in base alle scelte come questa (che, proprio perché “arbitrarie”, “fondano” le identità, ovvero qualificano l’appartenenza ad una piuttosto che ad un’altra visione del mondo).

Non è una questione di essere bianchi o neri di pelle, ma di scegliere “chi” si voglia essere in questioni di fondo come questa. State con Cartagine o con Roma?

E tu in particolare, chi sei per dire che la nostra tradizione spirituale debba finire? Perchè dovremmo prendere ordine dai "cartaginesi" come te?
Veramente triste è che persino su questo forum si debbano leggere rimproveri femministi e ci si debba sorbire "lezioni di buone maniere" sugli auguri da chi, evidentemente, al di là di ogni proposta sullo ius soli e di ogni retorica sull'integrazione, ha nell'animo una Weltanschauung allogena.

P.S. I Celti erano bianchi, ma al momento decisivo si schierarono con Annibale, per cui le loro croci restano per me simbolo di infamia. Massinissa era nero, ma fu decisivo per la vittoria di Scipione. E fedeli a Roma furono ancora secoli dopo gli Ascari, che ritengo più degni di essere considerati italiani di tanti intellettuali progressisti.

Beyazid_II
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21/12/2018 | 23:41

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Cara Paola,
dopo aver colonizzato le favole di Walt Disney, il femminismo si sta (anche, mi duole dire, per tuo tramite) impossessando pure dei film di Natale italiani. Ti ho sentita oggi nel trailer e su radio 3 (“cinema alla radio”).

Commentando l’acredine del personaggio da te interpretato verso “Babbo Natale”, arrivi a dire “viene pagata di meno perché donna….”, proseguendo la solita menzogna portata avanti dai giornalisti mainstream (e da qualche anno persino dagli usurpatori gesuiti sul trono di Pietro).

Tu sai benissimo di non essere una befana. E allora perché argomenti come se lo fossi? Proprio perchè la donna gode del privilegio di natura e quindi di cultura d'esser universalmente mirata, amorosamente disiata, socialmente accettata per quello che è - bella (quando la bellezza manca o è mediocre supplisce l'illusione del desiderio) senza bisogno di dover mostrare altre doti o di compiere imprese particolari (cui sono invece costretti i cavalieri i quali senza esse restano puro nulla socialmente trasparente), il fatto di non avere sempre il femminista 50 e 50 non dipende da discriminazioni (del genere: "non ti permetto di svolgere questo mestiere perchè sei una donna" o "anche se fai questo lavoro a parità di competenza e straordinari ti pago meno perchè sei nata femmina"), ma dal tentativo umano e disperato dell'uomo di compensare con lo studio, il lavoro, la fama, il successo, la ricchezza, la cultura, il potere, la fatica, il merito o la fortuna individuali tutto quanto (in desiderabilità e influenza sul mondo) alla donna è dato delle disparità di desideri nell'amore sessuale e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all'esser madre (se un uomo non raggiunge una certa posizione di preminenza o prestigio sociale resta negletto dalle donne, perchè non è in grado di rappresentare ai loro occhi "la miglior scelta", "il miglior padre per la futura prole", l'eccellenza nelle doti qualificanti la specie e per questo desiderabili simmetricamente alla bellezza femminile, e trasparente per la società, perchè non può nemmeno contare su quel modo di influire sulle cose e sugli uomini proprio della donna, agito, a prescindere da cultura e società nei ruoli comunque presenti di madre, moglie, sorella, amante, amica, confidente, per tramite di quanto negli uomini vi è di più profondo e irrazionale e notato persino da Rousseau).

Tutto ciò che ne consegue ulteriormente, ovvero il fatto che tutti gli uomini debbano lavorare mentre le donne possono scegliere se "essere indipendenti" o "farsi mantenere" (diritto non solo strappato de facto in ogni unione con le ben note disparità di numeri e desideri nell'amore sessuale grazie a cui la donna può adottare il grado di di ricchezza dell'uomo come criterio di scelta almeno quanto per l'uomo lo è la bellezza, ma sancito pure dalla cassazione per cui il tenore di vita del matrimonio deve essere mantenuto anche a costo di costringere l'ex marito a dormire in macchina o a continuare a pagare gioielli e vestiti firmati), il fatto che gli uomini debbano disporsi a svolgere lavori stressanti o alienanti (vedi management, finanza ecc.) solo perchè ben pagati e conferenti primato sociale, mentre le donne possano scegliere l'attività per indole (ad esempio l'insegnamento), per comodità (ad esempio gli impieghi "polleggiati"), per il tempo da lasciare alla famiglia e ai figli (ad esempio il part time), il fatto che siano principalmente gli uomini a dovere, nella lotta per il potere e la ricchezza, a commettere delitti e finire in carcere (poichè, innanzi alla sicurezza di avere una vita sessualmente e socialmente apolide, ridotta ad un susseguirsi di illusioni, irrisioni, ferimenti intimi, umiliazioni pubbliche e private e frustrazioni sempiterne d'ogni disio molti preferiscono il rischio del delitto e della galera), il fatto la maggioranza di chi muore, o spende la vita in sacrificio e fatica, nel lavoro, nella pace come nelle guerre sia costituito da uomini e non da donne (fatto trascurato dalle stesse femministe che non aspettano di avere un 30 percento di morti femminili sul lavoro o nelle "missioni di pace" per richiedere un 30 percento nei CDA e nei parlamenti), non è, come vorrebbero far credere stupidità maschilista e propagande femminista, frutto di condizione debolezza della donna o di discriminazione contro di essa, bensì di una condizione di "forza contrattuale naturale" femminile e del tentativo maschile di bilanciare collettivamente (un tempo, con le mirabili strutture dell'arte come della religione, della politica come della storia, del pensiero come della società) e individualmente (ancora oggi, con lo studio, il lavoro, la posizione sociale, la cultura, il potere, la ricchezza, la fama, il successo, e quant'altro consegue al merito o alla fortuna individuali) tutto ciò che alle donne è dato in desiderabilità e potere, dalle disparità naturali nell'amore sessuale e nella riproduzione e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all'esser madri, affinchè anche l'uomo abbia la stessa libertà di scelta e la stessa forza contrattuale delle donne nella realtà della vita al di là delle apparenza sociali).

Oggi la donna in occidente (soprattutto, e sottolineo il soprattutto, in Italia) è oggettivamente emancipata, secondo il significato di libertà connesso al termine. Se vi sono statisticamente meno donne che guadagnano tanto (ma qualcuna vi é, a dimostrazione proprio di come chi davvero vuole arrivare a certe posizioni vi arrivi, se alla pari di un uomo si impegna, e come non esistano affatto "soffitti di vetro" o ostacoli costruiti apposta contro le donne) non è perché sono vittime di un complotto o le si paga di meno in quanto donne (sarebbe assurdo), ma semplicemente perché molte donne non hanno bisogno di guadagnare necessariamente tot euro al mese per essere socialmente accettate o di raggiungere una certa posizione, di forza o di prestigio, socio-economica per essere desiderate dagli uomini (e quindi appagare un profondo desiderio di natura). Per questo non avrebbe senso per molte donne sacrificare il proprio tempo, la propria sensibilità, il proprio impegno, i propri stili di vita, sull'altare della carriera lavorativa la quale sotto la specie della natura non aggiungerebbe nulla alle loro possibilità d'essere felici nella sfera erotico-sentimentale (giacché l'uomo mira esclusivamente alla bellezza o alla sua illusione).

Non è emancipato l'uomo, il quale non può né coprirsi né scoprirsi, né essere (senza quattrini) seduttore, né mantenuto, ma deve per forza (non già per scelta) impegnare ogni sforzo d'intelletto e di mano, ogni goccia di volontà e di sudore, nel lavoro, per sperare di ottenere una posizione tale da essere immediatamente e oggettivametne guardato, ammirato, disiato dalle donne così come queste sono da lui bramate per la bellezza. L'uomo è ancora costretto ad un ruolo, e se non vi eccelle non ha certo il sorriso (sincero) del prossimo, l'ammirazione degli astanti e l'accettazione sociale al primo sguardo come le donne, né suscita in loro interesse (se non come buffone di cui farsi beffe). L'uomo, al contrario della donna, DEVE DEVE DEVE (indipendentemente dai sui gusti, dalla sua sensibilità, dai suoi valori) affermarsi nel lavoro, pena essere considerato trasparente dalla società ed essere negletto dalle donne.

Dovrebbe esistere un ministero per l'emancipazione dell'uomo, ammesso che ciò sia possibile, dato che già in natura non esiste sesso "gratuito" e le femmine non si danno "liberamente" a chi le desidera, ma selezionano chi raggiunge un primato fra i maschi. La natura è più forte della cultura: di qualsiasi cultura e di qualsiasi ideologia, anche di quella femminista sostenuta (a detta di alcuni) dalle lobbies angloamericane.

Ma è inutile ragionare sulle conclusioni e sui fatti della realtà. Già la tua premessa è la madre di tutte le menzogne.
“Lui è il mio competitor quindi è lui il mio problema”. Non si capiva manco se parlassi di Babbo Natale in particolare o dell’uomo in generale (giacché pare proprio il riassunto dell’attuale programma di propaganda dei vari ministeri per il femminismo che dettano le veline ai giornali e alla tv…).
Quanto è certo è che in natura (e quindi anche nelle culture sane e non sovvertite) la donna non è il competitor ma il partner dell’uomo (e viceversa), essendo la dualità dei sessi (i quali, ben lungi dall’essere uguali, risultano opposti-complementi in ogni ambito fisico e psichico) un presupposto per la vita almeno quanto quella fra apollineo e dionisiaco lo sia (Nietzsche docet) per l’arte.

Per questo le costituzioni più sagge del modo Arabo preferivano scrivere questo prima che i burattinai delle varie primavere colorate dettassero la brutta copia dei testi europei sull’uguaglianza. Se hai sposato questi, ti lascio al tuo destino di befana, serbando nel cuore la dolce memoria di quando interpretavi la escort.

Mi rivolgo allora a tutti i gnoccatravellers.
Sono appena tornato da Abu Dhabi (facendo scalo ovviamente nella mia Costantinopoli), dove, mentre voi in occidente dovete sorbirvi le lamentele delle femministe invecchiate sulle “ragazze troppo svestite” in tv (e quindi sempre più “censurate” dal politicamente corretto), si vede iniziare la tendenza opposta.

Qui, almeno negli hotel a 5 stelle (senza Di Maio &C.) si vedono giovani gnocche arabe (forse indipay, a giudicare dai loro ricchi ed attempati accompagnatori) visibilmente felici per poter iniziare a troieggiare mostrando tette e cosce (evidentemente nascoste per obbligo nei loro paesi d’origine).
Lì da voi in occidente, invece, ultraquarantenni inguardabili pretendono di soffiarvi il posto sul lavoro per le loro presunte doti e i loro presunti diritti di genere e vorrebbero pure impedirvi di guadagnare col merito quanto dovete spendere (che sia in free, pay o indipay, poco importa) per un livello di gnocca qualitativamente e quantitativamente sufficiente a non vivere nell’inappagamento sessuale ed esistenziale.
Qua, invece, si sta iniziando il virtuoso percorso di abituare le donne a lasciare che l’uomo, dopo aver guadagnato adeguatamente, offra loro qualcosa per ottenere la concessione delle grazie. Chi lo sa, forse un giorno il mondo arabo moderato sarà la nuova Europa dell’est.
Intanto, mentre voi, in nome del politicamente corretto (presente in quantità da diluvio universale anche nel film della Cortellesi in termini di classe multietnica e multiculturale), rinunciate talvolta persino ai simboli del Natale in casa vostra, ad Abu Dhabi l’illuminato emiro locale ha dato ordine di allestire alberi di Natale in tutti gli hotel per far sentire a casa i turisti!
L’Islam (almeno, questo Islam) ci sta dando una lezione di tolleranza e di civiltà. L’Occidente, come diceva Spengler, è al tramonto, ed io mi godo il momento in un luogo più male-friendly:
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Ho cenato qua pagato dal mio datore di lavoro.
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Solo per dimostrare la fallacia di chi pensa che io sia “arrabbiato” con l’occidente solo perché sarei povero, oppresso e sfigato, posto qui le immagini della spiaggia privata dell’hotel in cui mi è toccato per sbaglio di alloggiare (in quello della conferenza avevano fatto overbooking e mi hanno dovuto “dirottare” a parità di rate…)
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Sono stato qui per lavoro e purtroppo mi sono dovuto ad un certo punto alzare da qui per andare ad una conferenza (questa sì che è sfiga!).
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Soprattutto a chi deve restare a casa, auguro Buon Natale, facendo notare che almeno io, a differenza di altri parimenti o più fortunati di me (sempre impegnati qui ad “argomentare” dicendo che “io e gli altri odiamo perché non studiamo, non sappiamo, non viaggiamo”), non ritengo giusto il nostro occidente solo perché personalmente ho avuto il colpo di fortuna di infilarmi in un impiego comodo o redditizio.
Sono già rientrato in Italia pronto a combattere al vostro fianco contro il femminismo demagogico e la finanza usuraia! Sempre morte ai tiranni (anche a Natale!)

P.S.
Il circuito di Yas Marina non poteva mancare nel tour "lavorativo":
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Beyazid_II
Newbie
14/12/2018 | 22:49

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QUARTO GRADO: DA MARSILIO FICINO A FRIEDRICH NIETZSCHE (10/18)

Ovvero: "LE DONNE, I CAVALLIER, L’ARME, GLI AMORI, LE CORTESIE, l’AUDACI IMPRESE"
Parte 10 di 18 : “Le donne: Ilaria”

Pare davvero passato un secolo da quando avevo solo la mia naturale timidezza come ostacolo all’approcciare le donne, al porgere loro sonetti, all’esprimere con la parola, lo sguardo, il gesto, il mio naturale desiderio verso la loro bellezza (o, comunque, quelle parvenze mi apparivano come tali). Mi pare, oggi, davvero un altro secolo quello in cui la reazione dell’interessata, come nel caso di Nina, era (a prescindere dal fatto di voler poi intrattenere un rapporto, anche solo verbale o epistolare, più o meno lungo) improntata alla gratitudine ed alla gentilezza. Pare soprattutto incredibile, oggi, che meno di venti anni fa la reazione “sociale” all’approccio di una sconosciuta fosse ancora estremamente positiva: gli altri villeggianti avevano osservato con lo sguardo sospeso tutta la scena nel suo aspetto romanesco. Impegnati fino ad un attimo prima nella lettura dei loro libri e delle loro riviste, avevano potuto guardare svolgersi la vicenda come se, per incanto, fosse uscita dalla carta per diventare immaginazione vivente: la mia consegna della busta al cameriere; il discreto (ma non nascosto) modo in cui questi, con la sua bella livrea colorata, l’aveva passata alla giovane che, con la madre, si stava preparando alla partenza; il concitato aggirarsi della bella veneziana in cerca di me; il timore che per un disguido del caso, come in certi films dal finale amaro, non ci incontrassimo; il lieto fine dell’incontro, delle parole dette da Nina che essi non potevano sentire ma su cui potevano fantasticare; il nostro appartarci all’interno della hall, che dai loro sdrai potevano intravvedere attraverso le vetrate, ma di cui nulla potevano sapere. Poteva essere, per loro, la scena senza parole di un grande film, nella quale (come, ad esempio nella scena della stazione di “C’era una volta il West” con Claudia Cardinale che non trova nessuno ad attenderla e cerca una carrozza) si vedono, ma non si sentono, i personaggi parlare. Qualcuno, la sera dopo cena, venne addirittura a congratularsi stringendomi la mano per il mio “ardire” (evidentemente non ero l’unico a vedere Nina, in quel luogo, come “la donna più bella del mondo”). Altri commentavano con mia madre: “signora, che meraviglia! Addirittura una poesia! Non come quelli che stanno tutta la sera a fissare una ragazza senza fare nulla…”.

Allora, di tutto questo, nulla mi interessava. Ero preso soltanto dall’ebbrezza per il sorriso sincero che Nina mi aveva regalato (prima che ci fosse Miss Italia, qualcuno aveva pensato a “mille lire per un sorriso”) e dalla possibilità (che mi faceva già trepidare) di proseguire la relazione per via epistolare; forse anche della (remota ma non a priori impossibile) di re-incontrarla per caso in zona universitaria, fra i portici e le mura medievali della città dai tetti rossi.
Ci ripenso però oggi, con più ira che nostalgia, oggi che siamo in un altro secolo. Oggi è il secolo dei Macron (infimo individuo servo della finanza internazionale e del femminismo demagogico e pseudoculturale), che creano dal nulla leggi per punire (con 90 euro: pochi economicamente, ma molti psicologicamente) chi approccia le donne per strada, con la scusa di salvare le francesi da volgarità ed “approcci non graditi” che “limitano la loro libertà”. Distingueranno, pure, spero, le discendenti delle donne di Stendhal, fra corteggiamento e molestia, fra approccio e importuno, ma se il discernimento è lasciato al giudizio arbitrario ed ex-post della presunta vittima, nessun uomo ragionevole farà mai neppure un tentativo. Non si può sapere in anticipo se un complimento, un aforisma, un atteggiamento fisico o psicologico, un invito, un verso, oppure soltanto uno sguardo sarà gradito o meno, se e come verrà interpretato come lusinghevole forma di interesse oppure verrà deprecata come volgarità, insulto a sfondo sessuale, disturbo della propria quotidianità. Lo stesso comportamento, lo stesso irrompere nel cammino altrui può risultare piacevole digressione dalla noia quotidiana (a prescindere dal fatto di voler o meno proseguire il flirt) ovvero fastidiosa scocciatura, a seconda della persona che più o meno esplicitamente con esso si propone in senso erotico-sentimentale. E chi è costretto ancora da (questi sì) stereotipi di genere a farsi avanti per primo non può, ahilui, sapere a priori se possieda o meno quelle specifiche qualità d’aspetto, d’intelletto, di sentimento o di posizione sociale richieste dalla controparte per essere minimamente preso in considerazione come qualcuno diverso da “uno fra i tanti”, da un “banale scocciatore”. Anche il mio sonetto, con la sua metrica rigorosa, avrebbe potuto essere considerato molesto da una sostenitrice del verso sciolto e del paroliberismo! E questo senza contare che, non esistendo altra “prova” dal soggettivo sentire riportato dalle parole della donna, anche chi non ha fatto o detto assolutamente nulla di “sessualmente” offensivo, o anche solo vagamente invitante ad un principio di seduzione, possa essere accusato e multato a capriccio.[ NOTA 1]

Oggi siamo, insomma, nel secolo che si accanisce su chi, per ben noti e comprensibili (almeno a chi sia disposto a comprenderli mettendo da parte i paraocchi ideologico femministi-progressisti) è più debole in quel gioco pericoloso che è l’ars amandi nella sua prima fase, cioè su noi giovani (nel mio caso ancora per pochi mesi) maschi. Già che dobbiamo (nostro malgrado) sempre fare la prima mossa senza poter sapere a priori se il tentativo sarà gradito (e rischiando di essere trattati con malcelata sufficienza o addirittura con aperto disprezzo, quando non con una dose di violenza fisica e psicologica spettante piuttosto a veri e propri assalitori, se con immediatezza e sincerità, attraverso la parola, lo sguardo, il gesto, esprimiamo il disio spontaneo -o comunque l’apprezzamento subitaneo – per le lunghe chiome, il chiaro viso, la figura slanciata, le membra marmoree, la pelle liscia ed indorata come sabbia baciata dall’onda e dal sole, le braccia scolpite, le gambe lunghissime e modellate, le rotondità del petto, il ventre piatto e levigato e l’altre grazie che, come direbbe Dante, “è bello tacere”, o comunque di essere chiamati “molesti” se, dopo magari essere con fatica e buona volontà riusciti, nella speranza di compiacerle e di stabilire un contatto sia pur solo momentaneo ed emotivo con loro, già che dobbiamo farci avanti e continuare con complimenti formulati e inviti meditati, senza poterci arrendere ai primi dinieghi (pena l’eterno disprezzo delle donne per i “pavidi nel corteggiamento”), già che dobbiamo (per pretesa loro) insistere, resistere ai dinieghi (da esse una buona metà delle volte appositamente posti come prova, dal significato del tutto opposto ad un invito ad andarsene), inventare nuovi modi, nuove proposte, offrire e soffrire sempre di più (per permetter loro di verificare il nostro interesse, accrescere il nostro disio, valutare con calma l’eventuale presenza in noi delle doti da voi volute, pregustarle se presenti o irriderle se assenti, indugiare in tale condizione di preminenza psicosessuale), già che dobbiamo (per disparità naturali) sottostare alla condizione psicologicamente critica di chi è costretto a fare qualcosa (o comunque ad essere “sotto esame”) innanzi a chi invece è già mirata, disiate e accettata per quello che è (bella, quando non vi è la bellezza supplisce l’illusione del desio) e può già rilassarsi e scegliere se divertirsi con noi o su di noi, dando con ciò la possibilità alla dama di turno di usarci (per capriccio, moda, vanità, interesse economico-sentimentale, gratuito sfoggio di preminenza erotica, patologico bisogno di autostima o sadico diletto) come freddi specchi su cui testare l’avvenenza, pezzi di legno innanzi a cui permettersi di tutto, come giullari del cui disio irridere, come attori condannati alla parte dei dongiovanni per compiacere la vanagloria femminile, come cavalier serventi costretti a dare tutto in pensieri, parole ed opere per la sola speranza, come mendicanti d’amore alla corte dei miracoli indotti, nell’attesa della sportula a guardare e implorare dal basso verso l’alto colei dal cui gesto dipendono il paradiso e l’inferno, o addirittura come pupazzi da scegliere fra tanti, sollevare per gioco nell’illusione (fingendo apprezzamento) e gettare poi con il massimo del disprezzo, dell’umiliazione e del dolore, punching-ball insomma per gli allenamenti delle stronze, ci viene pure detto che se anche in buona fede sbagliamo l’approccio (o la non immediata interpretazione delle intenzioni femminee nel corteggiamento) dobbiamo essere multati o trattati da delinquenti?

Oggi siamo nel secolo del videogioco “Hey Baby”, dove “le donne si vendicano delle molestie giocando”, dove per “molestatore” non si intende un bruto che metta le mani addosso o che mostri intenzioni poco gentili, ma chiunque osi rivolgere la parola a qualunque forma femminile si trovi a “gir per via” (d’altronde, l’origine extraeuropea dell’inventrice canadese del “gioco” chiarisce come l’impossibilità di richiamarsi allo Stilnovo per far sprofondare iniziative come questa nelle vergogna sia solo l’ultima deleteria conseguenza della “società multietnica”, priva cioè di un substrato culturale, valoriale e psicologico comune a far da diga allo straripare della propaganda e della demagogia legislativa). Fra i motivi per cui la versione femminista di Lara Croft acquisisce il pretesto per usare tutte le armi del mondo vi sono, difatti, non solo volgarità esplicite da scaricatore di porto (comunque in sé segno di “apprezzamento”, anche se limitato alla “corporeità spiccia”, anche se proveniente di un animo rozzo suscitante disgusto e non interesse), ma addirittura frasi educate come “posso aiutarla?” usate per mettere a frutto l’occasione dell’incontro fortuito, dell’attrazione casuale, ai fini di una conoscenza. Fu, per inciso, l’approccio che mio padre usò con mia madre quando ella, smarrita turista polacca venuta in vacanza in Italia per sfuggire dal comunismo, cercava invano la strada, girandosi su se stessa e con ciò mostrando evidentemente la sua figura elegante e quelle parti che, anche senza citare Dante, devo ovviamente tacere perché si tratta pur sempre di mia madre. Se lo scopo prefissato di “porre fine agli abbordaggi in strada” fosse stato raggiunto dal femminismo mezzo secolo prima, io non sarei mai nato (questa è la misura di quanto il neofemminismo sia antivitale e anche di quanto io sia per esso un nemico mortale). Vogliono, le donne che “giocano” (non tanto al pc, ma nella realtà, con lo sguardo e le parole al posto dei testi e dei fucili) con questo tipo di finalità rendere potenzialmente reato anche il primo complimento? Perché "non richiesto"? Ma se si deve aspettare che la controparte chieda un apprezzamento si passa la vita muti. Un apprezzamento può avere effetto se è spontaneo (oltre che ovviamente non offensivo). E se si deve pensare prima se può essere considerato molesto o no, si finisce per far svanire il momento dell'ispirazione. E allora non lamentatevi che gli uomini non vogliano più corteggiare (ogni corteggiamento nasce da un complimento: se lanciare un complimento è potenzialmente molestia, la soluzione razionale per l’uomo è rivolgersi esclusivamente alle sacerdotesse di Venere Prostituta).

Si dirà che sto prendendo troppo sul serio un “semplice” videogioco (che si conclude facendo sorgere una lapide laddove si trovava lo sfortunato aspirante corteggiatore fai da te, con su scritta a monito del posteri la frase che ha osato rivolgere alla protagonista), ma nel secolo del digitale tanto ciò con cui si gioca al pc quanto ciò di cui si parla sui social (come dimostra l’ondata del “me too”) ha la stessa valenza sociale e soprattutto psicologica che il mondo “non virtuale” aveva nel trascorso secolo “analogico”. Siamo nel secolo in cui, magari nessuno mi multerà per un verso declamato ad una donzella e nessuna donzella mi farà realmente del male per un complimento, ma in cui comunque tutto questo ha potuto essere diffusamente pensato, culturalmente avallato e socialmente accettato [NOTA 2]. Siamo, insomma, nel secolo del “me too” permanente. [NOTA 3] Anche senza denunce reali e sventagliate di mitra virtuali, quanto ferisce profondamente e fa perdere per il futuro la capacità di sorridere alla vita e al sesso o comunque di esprimere con spontaneità la gioia del (principio di) disio amoroso e di approcciarsi alle ragazze senza vedervi sorgente di perfidia, inganno o tirannia è il fatto stesso di sentire contro di sé (proprio da parte di chi si sta immediatamente, irresistibilmente e profondamente apprezzando, ingenuamente e soavemente mirando, probabilmente amorosamente disiando), disprezzo, rabbia, addirittura odio proprio mentre si apprezza sinceramente (con la parola, lo sguardo, o il gesto), ci si abbandona ingenuamente al disio (senza alcuna intenzione ostile o violenta) e si è mossi almeno da un principio di attrazione amorosa (la quale, almeno per l'uomo, sorge sempre dalla vista, come direbbe Cavalcanti, il più nobile dei sensi: "chi è questa che vien c'ognom la mira, che fa tremar di chiaritate l'aure, e mena seco amor sì che parlare null'omo pote ma ciascun sospira"). E quel disprezzo, quella rabbia e quell'odio non son virtuali, sono il motore di queste leggi e del movimento “me too” che le ha ispirate”. [NOTA 4]

Insomma, se vent’anni fa l’immagine foscoliana della derelitta cagna che raspa fra le ossa del cimitero in cui è sepolto il Parini mi richiamava agli alti temi dei “Sepolcri”, oggi in tale scena vedo soprattutto le sostenitrici del “me too” (nel caso di Asia Argento, poi, l’essere figlia di un regista dell’orrore, ed un orrore estetico-umano ella stessa, la rende perfetta per un contesto lugubre e tetro come quello del cimitero) che rovinano con le loro zampacce le pellicole dei maestri del cinema (un tempo proiettate dalla mia immaginazione ogni volta in cui riuscivo a tentare un approccio, oggi sbobinate e gettate a terra dal “progresso culturale femminista”).
Ma fatemi uscire per un attimo dal cimitero dell’attualità. Lasciatemi ancora rimanere, almeno in queste pagine, nel Novecento (o forse anche nell’Ottocento, per come io concepivo la letteratura e le donne a vent’anni) ancora per un po’.

Appena Nina (così mi disse di chiamarsi, con quella sola prima lettera a differenziarla dalla protagonista del film la “donna più bella del mondo” dedicato a Lina Cavalieri) se ne fu andata, mi resi conto dell’errore
Avevo dimenticato persino di chiederle l’indirizzo! A ciò rimediò la sempre presente Carla, che, evidentemente, aveva capito tutto ed agito nell’ombra proprio come Liu. La sera stessa mi annotai l’indirizzo di Nina, sicuro che avrei iniziato una relazione simile a quella fra Andrea Sperelli ed Elena Muti nel Piacere. La differenza di anni ed anche la tipologia di bellezza femminile erano simili. Eppure fui proprio io a dimenticarmi poi di prendere con me il foglio con l’indirizzo al momento della partenza per il mese di vacanza in montagna. Arrivò quindi settembre, finalmente le scrissi appena tornato, ma non ebbi risposta. Forse il secondo sonetto era riuscito peggio del primo (quindi non lo riporto al lettore). Un giorno vidi nella cassetta delle lettere una cartolina scritta a mano che finiva con “un momento”. Pensai ad una sua risposta letteraria. Invece era la pubblicità di un’associazione basata sulla “carità cristiana”. “Ma va’ in mona!” pensai in perfetto veneziano.

La storia con Nina finì lì, eppure, quando vidi “la Venexiana” con Laura Antonelli e Monica Guerritore (nonché musiche di Ennio Morricone) nei panni di due madonne veneziane che, approfittando del loro status di giovane vedova e di neo-sposa con marito lontano e impegnato, si litigano i favori di un giovane e misterioso straniero (Jules) non potei non pensare a lei. Con l’aiuto di una coppia di servi (è una delle poche commedie dove i signori trombano mentre servi fanno cilecca), Jules, nell’unica notte a sua disposizione, si reca prima dalla vedova (interpretata da una come sempre bellissima Antonelli) e poi, ormai a giorno fatto, dalla neosposa (travestitasi da uomo per poter uscire non riconosciuta e non perdere “l’ultima occasione”).
Di questo film mi colpirono due cose. Una, in relazione a Nina e l’altra alla goliardia che avrei poi vissuto in ambito universitario. La prima è l’attrazione quasi infantile che queste dame apparentemente irraggiungibili subiscono dal giovane e bel forestiero “di passaggio” (ovviamente io avevo sempre immaginato nascondersi in Nina qualcosa di simile nei miei confronti). La seconda sono gli spettacoli osceni di marionette che pure non rovinano ma anzi arricchiscono l’atmosfera ovattata di una Venezia notturna. “Ne li tempi antichi, i cassi eran reputà sapienti”. Il protagonista si ferma ad assistere allo spettacolo fra una fatica amorosa e l’altra. E lo spettatore può godersi per un attimo una serata licenziosa in epoca barocca.
“Un bel giorno, i cassi grosi, d’acordo con le pote bele, misero sul trono un re: Cazzone I” (evidente qui la fierezza della Repubblica Serenissima, ben contenta anche nello scherzo di avere un doge scelto ed eletto per le proprie capacità e non un re dinastico che può essere anche un perfetto imbecille!). “Ma loro non erano d’accordo” “loro chi?” “Ma come chi, i cojoni!”. Risentita adesso, questa storiella dice più di mille dissertazioni sui motivi per cui moralismo e femminismo (con il suo contorno di servi c…) sorgono a disturbare la vita dei gaudenti e degli amanti della bellezza in genere. Dopo una serie di mirabolanti avventura fra il cavalleresco e l’osceno, si arrivava al gran finale. “Allora re Cazzone, per punirli, li mise tutti dentro certi sacchetti, dove ancora oggi stan!”.

Forse il “c….” di questa storia sono stato io, ma allora non me ne rendevo conto più di tanto. Mi concentravo sul fatto che avessi capito il “trucco”: adoperare le armi della cultura e delle parole per incantare le fanciulle. Non avevo mai pensato fosse possibile riutilizzare in tal modo quello che ero stato costretto ad apprendere durante le ore di Italiano e Latino. L’avevo imparato, al tempo, al solo fine immediato di ottenere il massimo dei voti anche in materie per cui mi sentivo meno portato rispetto a quelle scientifiche. Ed ora, che avrei dovuto “dismettere” tutto essendo passato agli studi universitari (per i quali la sola preparazione scientifica era richiesta), stavo trovando il modo di riutilizzarlo. Il mio modello di riferimento divenne quindi Vittorio Sgarbi, a cui, probabilmente in modo improvvido e prematuro, l’insegnante di disegno e storia dell’Arte mi accostava spesso ai tempi del liceo per la mia capacità (a suo dire) di porre in collegamento i quadri e le sculture con la grande storia, la grande letteratura, la grande poesia (che nel frattempo apprendevo dalle rispettive materie di studio).

Nei primi giorni del nuovo anno scolastico, quindi, approfittai della scusa della “nostalgia” per recarmi nel mio ex-liceo a trovare i miei amati docenti. “Se vuoi pescare, devi recarti dove sono soliti radunarsi molti pesci”, consiglia all’apprendista seduttore Ovidio nell’Ars Amandi. Quello che nei suoi tempi erano i portici di Ottavia erano, per me, i corridoi del mio vecchio liceo. Lì, infatti, albergavano numerose fanciulle, popolando classi assai più fortunate della mia in termini di bellezza ed abbondanza di presenze femminili. Scelsi, ovviamente, un giorno in cui sapevo che la mia “ammiratrice”, professoressa Irene, aveva lezione in una delle ultime classi (quarta o quinta). Era stata, ella, in gioventù un’intima amica della mia dottoressa, per cui ebbi a suo tempo con lei anche un’introduzione adeguata. Di origine marchigiana, si era trasferita nel paese in seguito al matrimonio. Dopo il divorzio dal marito, finito oltretutto in carcere ai tempi di tangentopoli, viveva con la figlia in una bella villa dal lato della prima campagna che guarda verso gli Appennini. Inizialmente severa e molto rigida all’apparenza (mi ricordo il dettato di un dizionario di termini artistici in cui, alla voce classico, ci faceva iniziare con “è il miglior stile di vita…”), divenne via via più amichevole fino al punto da lasciarci (nell’ultimo anno) le sue ore per svolgere i compiti delle altre materie. I tempi in cui piangevo perché mi aveva dato un sei-meno-meno a causa di un disegno tecnico non preciso erano lontani. Vicini invece erano quelli in cui, assieme ad un paio di miei compagni, discutevamo con lei indifferentemente di letteratura e di arte, mentre il resto della classe preferiva chiacchierare separatamente di altri argomenti. Uno sguardo superficiale potrebbe bollare questo modi di proporsi in classe come “lassismo”, ma per me fu semplicemente “aristocratico”: i migliori avevano la possibilità di scambiarsi pareri conoscenze (“chi è quel pittore che, da vecchio, ha dipinto suo padre giovane tanto da farlo apparire piuttosto suo figlio, di cui parlava Sgarbi ieri?”), mentre gli altri potevano fare i loro comodi senza disturbare. Non dovrebbe essere sempre questo la “cultura”, piuttosto che un obbligo uguale per tutti che uniformava al minimo e oggi neanche a quello?

Comunque, da “visitatore”, venni accolto così bene che fui invitato (in via ovviamente informale e “abusiva”) a intrattenere i ragazzi sugli argomenti del programma. Feci quindi la prima “lezione” sul barocco (avevo d’altronde madonna Nina in mente!), partendo dall’etimo della parola: la “perla rara” (“barueco”, in spagnolo) dalla forma irregolare che iniziò presto ad indicare anche un modo di ragionare pieno di sillogismi e arguzie.
Feci quindi subito l’esempio del “bagnar co’ soli e rasciugar co’ fiumi” che avevo ovviamente ben in mente per averci costruito sopra il sonetto per Nina, ma passai tosto a quello che gli alunni stavano certamente studiando in letteratura: lessi quindi la prima strofa de“l’elogio della Rosa” di Giambattista Marino:

Rosa, riso d'Amor, del Ciel fattura,
rosa del sangue mio fatta vermiglia,
pregio del mondo e fregio di natura,
della Terra e del Sol vergine figlia,
d'ogni ninfa e pastor delizia e cura,
onor dell'odorifera famiglia;
tu tien d'ogni beltà le palme prime,
sopra il vulgo de' fior donna sublime.

Anche se non si rivelano arguzie a livello della “freddura” di cui sopra, il continuo accostamento, quasi ad ogni verso, fra le bellezze, i colori, le forme, gli odori tipici dell’ambiente naturale (di cui la rosa è regina: terra e sole, ninfe e pastori, le profumate famiglie di fiori e i rossi petali della rosa stessa), da un lato, e attributi propriamente umani, come il riso, il sangue, l’onore, i concetti di popolo (“vulgo”) e signoria (“donna” dal latino “domina”, ovvero signora), addirittura le sensazioni di piacere (“delizia”) e preoccupazione (“cura”), l’idea quasi di “concorso di bellezza” (tenere “d’ogni beltà le palme prime” significherebbe, oggi, arrivare prima a Miss Italia), dall’altro, pare quasi aspirare a “compenetrazioni” e “metamorfosi”, fra mondo umano e mondo vegetale, tutt’altro che “naturali”.

Anche il modo “musicale” di tesser l’elogio della rosa, con allitterazioni “rosa, riso”, rime interne “pregio, fregio”, ritmo “allegro”, dà l’idea di un musicista che inventi molti orpelli per gravare sulle partiture. Siamo lontani dalla “naturalità” armoniosa dell’ottava ariostesca, così come dalla musicalità delicata di quella del Poliziano. Qui la sovrabbondanza di immagini (viene citata addirittura quella dantesca della madonna con il “del Ciel fattura”) è continua e per il gusto rinascimentale sarebbe stata pura e semplice “affettazione”, se mi permettete di citare il Cortigiano del Castiglione.
“Una perla irregolare è qualcosa sì naturale, ma anche di insolito. Possiamo quindi dedurre che, se l’obiettivo del periodo umanistico-rinascimentale era stato quello di ricondurre, in tutte le arti, l’uomo alla natura dopo i secoli di simbolismo, e per certi versi di astrattismo, medievale, il fine del barocco fu quello non di negare, ma, in un certo qual modo di proseguire la natura”.
Avevo iniziato a parlare
“Questa prosecuzione della natura evidenziò subito tutti i tratti, se non del mostruoso, almeno dell’artificioso o comunque dell’estremo. Prendiamo la scena tratta da Ovidio che il Bernini ha scolpito nella “Metamorfosi di Daphne”. Tanto le fanciulle che rappresentavano le ninfe quanto le piante erano ovviamente parte della natura, ma la subitanea trasformazione dell’una nell’altra costituisce proprio quella forzatura nel collegamento fra due entità agli estremi (l’umano ed il vegetale) che dà il brivido, se non della mostruosità, almeno di un divino visto dal suo lato terribile.”

Potevo mettere a frutto un ricordo liceale su cui mi ero preparato

*“La metamorfosi della ninfa in pianta di alloro mentre cerca di sfuggire ad Apollo che la voleva per sé rende dapprima la sensazione della rigidità, ma poi lascia trasparire il tentativo di combattere e di fuggire al destino più forte di lei. Lo scultore ha registrato il primo momento di rigidezza, quando i piedi vengono fissati al terreno perché diventano radici, ma evidenzia il senso di movimento dato dalla tensione del bacino, mentre le braccia iniziano a diventare rami con le foglie. Bernini riesce a cogliere l’azione nella sua durata. Lo scultore deve fermare il tempo e servirsi di altre abilità per rendere il tempo e il moto, rispetto a quelle che adotterebbero dei poeti come Ovidio o D’Annunzio.
Secondo la filosofia Barocca il tempo è il modo della vita (non è un caso se nel suo recente libro Umberto Eco), l’essere è il movimento. Bernini applica alla statua il tempo, dà al marmo il potere della parola, usando fasci di luce, creando effetti che rendono l’intera scena dell’inseguimento, dell’arresto, del dolore e della sofferenza di Daphne. Il Bernini è un virtuoso della materia: affronta il tema della trasformazione di una materia in un’altra, della carne in movimento in vegetazione statica; argomento stimolante per il virtuosismo materico. Facciamo subito una comparazione con quanto avete studiato l’anno scorso: le opere di Michelangelo. La relazione tra Michelangelo e Bernini è di opposizione più o meno netta, anche se Bernini era figlio di un artista seguace del michelangiolismo. Michelangelo blocca il Davide in un momento potenziale, mentre Bernini evidenzia l’atto, crea la dimensione temporale del movimento. Nelle descrizioni di Callistrato l’opera scultorea viene completamente risolta con la parola. La parola si svolge nel tempo e il lettore è costretto a tenere in mente la prima parola fin quando non ascolta l’ultima, deve quindi tenere in mente tutto il discorso. Anche guardando la statua del Bernini bisogna tenere in mente varie cose, proprio per la sua affinità con ciò che potrebbe essere un discorso. Nell’opera non c’è pentimento per amare tipico di altre epoche, viene concessa una certa libertà di amare anche svincolata dal senso familiare. Bernini prestava particolare attenzione agli effetti cromatici conferiti alla statua dalla luce dell’ambiente; poichè desiderava che l’osservatore si trovasse totalmente immerso, sia mentalmente, sia fisicamente, nella scena, in un atmosfera tale da permettergli di cogliere tutti quegli effetti di riflessi e di colori frutto di un attento studio. La visione barocca , rispetto al Caravaggio, rappresenta un totale riversamento, dei valori, v’è ottimismo e trionfalismo; per Bernini non c’è più la tensione, che viene sciolta nel movimento. Il trionfalismo è segno della restaurazione , segno di affermazione della chiesa cattolica su quella protestante. Il dinamismo e la sovrabbondanza del barocco interpreta quindi il momento trionfale. La chiesa non mostra più le terribili minacce (come il giudizio universale di Michelangelo), non mostra più l’inferno, ma il paradiso, la gioia virtuosa, ciò che realmente è l’ “estasi berniniana”.
Bernini suggerisce approcci e suggerimenti nuovi per gli scultori, e, basandosi anche sulla musica alla quale rivolgeva anche un particolare interesse, riesce a far apparire nelle sue opere sensazioni di potenza e vigore. Anche l’architettura segue in pieno questo intento politico: nel periodo barocco l’attenzione si sposta dalla singola statua, dal singolo palazzo, all’insieme, alla scena, all’effetto generato sullo spettatore, che doveva avere l’idea di trovarsi al centro di uno scenario in cui quella Grande Madre della Chiesa Cattolica abbracciava quasi fisicamente i suoi fedeli rendendoli partecipi della gloria celeste. A questo servirono i complessi di piazze e fontane che mai come in quel periodo iniziarono a sorgere in Roma e che così bene sono descritti dalle pagine del Piacere di D’Annunzio dedicate alle passeggiate di Andrea Sperelli nei pressi del suo buen retiro a Piazza di Spagna. L’attenzione per le fontane e i giochi d’acqua sarà poi una costante nella gestione della propria immagine da parte del potere anche nei secoli successivi, basti pensare a Versailles ed alle altre regge coeve in tutta Europa, da Potsdam a Caserta, da Schonbrunn a Vienna alla Venaria Reale in Piemonte”.

Il mio buon umore, il riferimento a Miss Italia, il florilegio di immagini luminose e trionfanti, il richiamo esplicito al “Piacere” ed alle sue trame erotiche e quello implicito al libertinaggio nel XVII secolo e, soprattutto, la scelta di iniziare con un omaggio floreale e di proseguire con una scena di “rapimento della bella” da parte di un dio greco, erano tutti dovuti a colei che, fin dal momento dell’appello, avevo sentito chiamarsi Ilaria.
Vestiva non diversamente dalle altre coetanee, in jeans e maglietta, ma la sua figura slanciata spiccava decisamente. Anche attraverso i jeans chiari e stretti si poteva comunque cogliere la statuaria bellezza di due gambe lunghissime, così come le rotondità del petto, pur discrete come si conviene ad una “miss”, erano ben immaginabili sotto la leggera maglietta (era appena l’inizio dell’autunno). Era bionda con i capelli lisci e due occhi marroni che parevano fissarmi profondamente. Per la verità, mentre i maschi erano distratti da attività collaterali, quasi tutte le femmine mi stavano seguendo. Non so se inizialmente per la novità “sociale” di un ragazzo più grande in classe o per effettivo interesse verso la materia, ma posso dire di aver avuto un pubblico femminile piuttosto attento in quell’occasione.

Decisi quindi di ritornare qualche tempo dopo, quando era prevista l’introduzione al Roccocò. Questa volta tutta la classe fu attenta dall’inizio, forse perché, anziché iniziale con il Marino, spiegai semplicemente che “se il barocco aveva a volte esagerato nel florilegio di immagini e nell’artificio continuo per esasperata volontà di proseguire la natura in modo insolito ed estremo, il roccocò può essere visto come un movimento di riflusso, che pone al centro non più i concetti di arguzia e di ricerca della perla rara, bensì quelli di leggerezza ed eleganza.“
Feci ripetere di quando in quando le parole chiave del discorso agli alunni per avere la loro partecipazione. Come corrispettivo letterario, citai l’Arcadia, ovvero l’accademia nella quale ogni adepto doveva scegliere il nome di un pastore, dare alle proprie amate quello di una ninfa e seguire in poesia il modello dell’omonimo poema del Sannazzaro, dove l’umanità poteva tornare allo stato di felicità edenica tramite la riconciliazione con la vita naturale di campi contrapposto a quella “artificiale” delle città. L’Accademia stessa, difatti, era nata con il preciso intento teorico di contrapporsi al “malgusto” barocco (“romper guerra alle gonfiezze del secolo, e ritornare la poesia italiana per mezzo della pastorale alle pure e belle sue forme”). Per dare un’idea della contrapposizione con il periodo precedente, lessi qualche verso da “Solitario bosco ombroso” di Paolo Rolli (che sapevo perfettamente stavano studiando in Italiano, non essendo cambiato il docente):

“Solitario bosco ombroso,
a te viene afflitto cor,
per trovar qualche riposo
fra i silenzi in questo orror.”

Lodai la nobile semplicità di questi versi, stilizzati proprio come un elegante soprammobile settecentesco, che, abbandonando l’artificiosità e l’affettazione, riprendevano il tema tipicamente petrarchesco della natura solitaria in cui il poeta cerca conforto dai tormenti interiori e dalle pene amatorie. Come da consiglio ovidiano, stavo insomma usando il racconto di infelici amori altrui per propiziare un felice inizio ad un’avventura amorosa mia.
A quel punto, anziché citare anche l’altra corrente dell’Arcadia, quella “classicheggiante” massimamente rappresentata da Pietro Metastasio (vero e proprio dominatore culturale del Settecento, poeta di corte a Vienna, autore di innumerevoli libretti d’opera e soprattutto di un intero mondo poetico, trasversale alle arti e travalicante i confini nazionali, fatto di mitologia greca, destinata poi a confluire in parte nel neoclassicismo ed inopinatamente ridotto, dal De Sanctis, nella sua storia, al rango di “minore” per volgari e contingenti motivi di propaganda politica: al primo storico della nostra letteratura, nonché primo ministro della nostra pubblica istruzione, erano più funzionali i “patriottici” Leopardi e Foscolo rispetto al “cortigiano” filoasburgico e fu così che, giudicando il settecento con i criteri dell’ottocento, si fece, e si fa ancora, torto alla storia della letteratura), passai al corrispettivo musicale dell’epoca.

Davanti alle grazie di Ilaria, scelsi di citare “l’Orfeo ed Euridice” di Gluck. Non potendo mettermi a cantare l’aria “ Che farò senza Euridice?/ Dove andrò senza il mio ben?” (non avevo intenzione di fare la voce bianca…), raccontai la storia. Come noto dal mito greco, il cantore e musico Orfeo possedeva un’arte talmente sublime che ammansiva le belve più feroci e veniva seguita persino dai sassi (addirittura si diceva che addirittura gli alberi delle foreste si disponessero secondo uno schema delle sue danze). Quando, al ritorno dall’impresa assieme agli Argonauti, sposò la ninfa mortale Euridice, scelse con lei di stabilirsi fra popoli selvaggi per godere dell’isolamento dal mondo. Un giorno, però, correndo nella foresta, Euridice venne morsa da un serpente velenoso e morì. Orfeo, non potendo sopravvivere senza di lei, discese negli inferi e, grazie alla sua musica, convinse perfino i più terribili mostri dell’averno ad aprirgli le porte per ricongiungersi con Euridice. Gli dei inferi, però, precisarono che avrebbe potuto riportarla con sé la sua bella, che però sarebbe morta per sempre se si fosse voltato a guardarla. Fu così che, dopo un’iniziale fase di gioia per essere tornata alla vita, Euridice iniziò ad accusare il marito di trascurarla (non sapendo del patto infernale che Orfeo aveva giurato di tenere segreto). Non potendo resistere a questo, Orfeo si voltò ed Euridice venne riportata per sempre nell’Ade. Qui finirebbe il mito greco tragico, ma il settecento italiano, che amava le feste (oggi si direbbe le “serate eleganti”), voleva un nuovo finale. Così, nell’opera, interviene il “deus ex machina”, in questo caso “Amore”, che trattiene il braccio di Orfeo intento a suicidarsi e fa resuscitare Euridice una seconda volta, fra il coro di giubilo “Trionfi amore/ il mondo intero/ servi all’impero/ della beltà”.

Era chiaro che, per una volta nella mia vita, non aspiravo all’amore infelice e più o meno romantico, ma a quello concreto basato sul godimento terreno e, perché no trattandosi della storia in fondo di due sposi, sulla fedeltà. In realtà pensavo più prosaicamente a qualcosa di simile ad un fidanzamento, ma questa volta fondato non (come nel caso dell’innominata, che narrerò in seguito alla voce “amori”) sull’illusione di aver trovato una presunta anima gemella con cui condividere un’esistenza “leopardiana”, bensì sull’evidenza di aver innanzi una giovine donzella di bellezza magari non siderale, ma comunque tale da poter partecipare alle selezioni di Miss Italia puntando a diventare “miss gambe” (o, almeno, così mi confermarono in seguito).
Ero, forse per la prima volta in vita mia, consapevole di poter offrire, in cambio di quella bellezza corporea, la facoltà, chiamata prosa, di raccontare storie, miti e avventure per dire l'indicibile di sé, per parlare con parole più brucianti delle più brucianti carezze, per comunicare all'altra anima con un flusso più continuo dello scorrere di un torrente, e quant'altro può essere espresso con la capacità e l'ordine del dire, con la modulazione della voce, la scelta dei vocaboli, le sfumature degli aggettivi, e i sottesi delle storie, i silenzi più eloquenti delle più eloquenti parole. E, da come ella era attenta alle mie parole, io vedevo che quella bellezza non corporale non le era indifferente. Non mi era mai capitato con una tale evidenza da poter essere colta (anche da parte di un uomo distratto come me!) negli sguardi ora insistiti ora sfuggenti ma comunque mai indifferenti verso di me.

Con l’ultima lezione, però stavo rischiando di sembrare un cicisbeo settecentesco ed avrei corso seriamente il rischio di ottenere soltanto di “frequentarla in bianco”, come capitava a certi gentiluomini di quell’epoca stravagante ed effemminata, i quali quasi mai arrivavano a possedere carnalmente la dama cui tenevano compagnia. Ecco quindi che per il mio terzo intervento, incentrato sul Neoclassicismo, cambiati totalmente tematica e puntai su qualcosa di assai più decisamente “virile”.

Scelsi il celebre quadro del “Giuramento degli Orazi” per farne il perno della mia lezione. Parlai dello scatto all’unisono dei tre protagonisti maschili, con le donne abbattute e piangenti sullo sfondo, come della determinazione dei rivoluzionari ad accettare il superamento di ogni “fralezza umana” pur di servire l’ideale fino alla morte. Non sapevo che, al contrario della mia, quella classe aveva per “ideali rivoluzionari” non più quelli “rossi”, bensì quelli “neri”. Quando dissi del comune costume repubblicano, che dagli ultimi anni del XVIII si sarebbe esteso per tutto il XIX (arrivando, con i suoi ultimi echi, alla Tosca di Puccini, dove il Cavaradossi si chiama “Mario” ad onore della fazione “popolare” in lotta contro gli “optimates” di Silla) di riprendere persino i nomi dagli eroi “politici” romani, sentii qualcuno commentare (“io chiamerò mio figlio Benito”). Involontariamente, avevo, per una volta, ottenuto l’attenzione anche dei maschi di quella classe. Dissi chiaramente che i giacobini riprendevano, in modo apertamente propagandistico, ma non per questo “inautentico”, dalla storia dell’antica Roma certi miti-chiave per farne meta e modello per il futuro. A differenza del quadro di Delacroix (“la libertà sulle barricate”), che sarà già romantico, qui l’idea politica ha principalmente un aspetto virile (applausi). Siamo ancora nell’era illuminista, in cui si credeva che la sola forza della ragione avrebbe potuto rivoltare il mondo.

“Non siamo ancora alla disillusione della Restaurazione, quando, dopo la parentesi napoleonica, si capì che la libertà avrebbe potuto essere raggiunta solo valorizzando quanto di più passionale, e di specifico, esista nei diversi popoli. Se per Manzoni la nazione è “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor”, per i giacobini essa è ancora un “archetipo universale” che per accidente è sorta prima in Francia ma che può, come si pensò con la dichiarazione di guerra del 1793 e con la successiva epopea Napoleonica, esportare “sulla punta delle baionette” (altri applausi) in tutto il mondo civilizzato. Ecco quindi che i tre fratelli che giurano di combattere fino alla morte con i tre corrispondenti Curiazi rappresentano l’idea maschile e “neoclassica” di azione ineluttabile guidata dalla “necessità logica” (il duello è stato ragionevolmente stabilito per evitare una sanguinosa battaglia fra le due fazioni che avrebbe reso il vincitore facile preda dei vicini Etruschi) e dalla “ragione universale” (come “universali” sono le materie scientifiche che piacciono massimamente a noi maschi), mentre la donna a seno nudo di Delacroix, che incita il popolo alla rivolta brandendo il tricolore francese con impeto passionale, raffigura al contrario l’idea femminea e romantica di nazione come “madre del sangue”, del corpo, di tutto quanto è specifico, soggettivo, sentimentale (come, insomma, la correzione di un tema).”

Probabilmente Nietzsche avrebbe preferito invertire l’associazione fra i termini del dualismo ragione/sentimento e quelli relativi alla psicologia dei sessi, ma, poiché i rispettivi pittori avevano fatto la scelta più “scontata”, da tempo avallata dal facile ed ottuso senso comune, mi adeguai pur senza rinunciare alla necessaria ironia contro il proverbiale arbitrio delle donne nel correggere i compiti in classe che tanto mi aveva fatto penare in gioventù. La professoressa Irene mi rimbrottò solo bonariamente.
In ogni caso, avevo con quest’ultimo discorso raggiunto un tale livello di popolarità “locale” che la bella Ilaria vedeva ormai in me un “personaggio” fidanzandosi con il quale avrebbe potuto appagare la propria “vanità sociale”. Era sparita dal suo sguardo, infatti, la benché minima traccia di stronzaggine tipica della “melanzana figa” che se la tira. Rimaneva però un ostacolo. Come fare ad invitarla ad uscire? Non potevo certo chiederle il numero di telefono davanti alla classe o cercarlo nel registro!

Ero talmente inesperto in fatto di “cuccaggio” che, dopo esser riuscito a far abboccare il pesce seguendo le istruzioni di Ovidio, non sapevo come dovessi usare la canna da pesca per portarlo a me. Ai tempi di Ovidio, infatti, si faceva tutto tramite messaggi segreti su pergamena e passaparola di servi. Ai miei tempi entrambe le cose erano purtroppo cadute in disuso. Risolsi l’indecisione non facendo semplicemente più nulla.

Forse avevo scoperto di non essere tanto interessato a lei. Dopotutto, per quanto abbastanza bella anche di viso, non rispettava a rigore gli accostamenti cromatici su cui fin da fanciullo ero fissato, secondo i quali agli occhi azzurri avrebbero sempre dovuto corrispondere i capelli biondi (come nel caso della fatale Elena dei miei nove anni) e agli occhi neri i capelli neri (come nel caso “recente” di Nina). E, fra le diverse combinazioni possibili, la sua era la meno auspicabile: se gli occhi azzurri attorniati da capelli scuri sono una perla, occhi marroni su capelli biondi sono qualcosa più da “finta bionda” dell’omonimo film di Vanzina che non da musa per un poeta barocco o arcadico. O forse ella mi interessava proprio perché. soddisfacendo un ideale estetico non “mio” particolare, bensì “comunemente sentito”, già per il solo fatto di apprezzarmi (senza bisogno di arrivare ad rapporto intimo o ad un fidanzamento) mi toglieva la nomea di “sfigato” e mi riconciliava con quel genere di “gnocca” il cui disinteresse nei miei confronti (dovuto ad una mancanza di interessi comuni) era sempre stato da me ricambiato con l’avversione (fin dai tempi in cui, alle medie, bisticciavo con mia cugina ventenne). O forse, ancora, pensavo che l’occasione sarebbe capitata “naturalmente” data ormai la comunanza delle conoscenze (i maschi della classe consideravano quasi un “ras locale”) e per questo non volevo rischiare di compromettere tutto con manovre frettolose ed avventate.

La cosa sorprendente è che in quel periodo (si era, lo ripeto, agli sgoccioli dell’ultimo anno del novecento) mi sentivo felice come se avessi ottenuto un incontro intimo per il solo fatto di poter fantasticare motivatamente sulla possibilità di invitarla. Ero tornato a tenermi in forma grazie alla palestra, mi radevo più spesso usando poi nuovi raffinati dopobarba e mi facevo accompagnare da mia madre a spendere in modo opportuno denari per vestiti (come se mi dovessi preparare ad un appuntamento). Dulcis in fundo, stavo attendendo arrivasse (e sarebbe arrivata nella prima settimana del 2000) la mia nuova BMW serie 3, duemilaecinque benzina sei cilindri, nero metallizzato con interno chiaro e cerchi in lega originali BBS a raggi. Era talmente bella che la gente si fermava ad ammirarla in concessionaria durante la consegna. Anche le prima volte in cui uscivo la sera, mi pareva sentire le ovazioni. Qualche figlia di amiche di mia madre arrivò addirittura a farmi i complimenti per il buon gusto nella scelta degli accessori e degli accostamenti cromatici. Pareva un modello progettato “per portare in giro le belle ragazze” (disse mia madre la prima volta che vi salì).
Eppure non riuscii mai a farci salire Ilaria. Quando la rividi una sera d’inverno presso amici comuni capii che sarebbe stata perfetta. Finalmente in minigonna, mostrava a propria gloria due gambe stupende (che fino ad allora avevo solo intuito) ed indossava un raffinato accostamento fra il verde di gonna e top ed il bianco delle calze velate e degli stivali. Pareva un confetto con cui inaugurare qualcosa di importante per la propria vita estetico-sentimentale (come l’automobile, appunto). E più la vedevo perfetta per me, più ero lontano dall’avvicinarla. Mi guardava ancora, anche se parlava poco. Pareva quasi scocciata della propria compagnia e desiderosa di cambiare in meglio. Eppure non seppi approfittare.

Avevo tutto, allora, per poter ragionevolmente sperare in un successo: era, si direbbe oggi, dello stesso “social circle”; avevo su di lei una sorta di “supremazia culturale” essendo stato, anche se un po’ per scherzo, un suo “insegnante di storia dell’arte”; mi aveva conosciuto in una situazione in cui subito avevo potuto apparirle in una veste interessante (lo avevo capito dalla sua attenzione alle mie parole in aula); avevo il “prestigio sociale” dato dalla “fama” di cui godevo fra i suoi professori (che ancora parlavano di me e mi portavano immeritatamente ad esempio imperituro); avevo l’aurea dell’artista per le mie “performance” da “Vittorio Sgarbi de noialtri”; avevo la “giusta” (secondo i criteri delle ragazze dell’epoca, che sceglievano sistematicamente fidanzati più grandi di loro) differenza d’età a mio favore (ed era la prima volta: in precedenza avevo mirato solo a coetanee o a ragazze più grandi); avevo la nomea di giovane facoltoso confermabile con la mia fiammante BMW; avevo la prospettiva di una buona carriera donata dai miei iniziali successi nello studio in una facoltà all’epoca giustamente ritenuta prestigiosa e quasi “inespugnabile” come l’ingegneria. Avevo, in quel tempo (e non era così frequente), persino il “fisico” (avevo appena ripreso la palestra dopo un’estate di attività fisica).

Raramente si concentrano insieme tanti fattori positivi. Ovidio avrebbe potuto aspettare giorni e notti con la canna da pesca in mano e non avrebbe potuto trovare momento migliore nella vita. Sono ancora irato con me stesso quando cerco di capire perché non ci abbia provato.
La incontrai ancora una volta per caso, poco tempo, dopo, ad una festa organizzata da amici comuni. Era in compagnia dei suoi compagni di classe, ed il più sveglio fra essi, non sospettando nulla delle mie mire, confessò ad un mio amico: “sembra tirarsela, ma è molto buona oltre che bona”. Il frastuono non mi fece capire altro che “…e lei sempre più nuda…” detto con l’aria di chi è in vena di confidenze amichevoli per vantarsi. Dal tono, deducevo che erano in corso movimenti avanzati ma non conclusi. L’interessata era davanti a noi, un po’ in disparte, con gli altri. Questa volta era vestita di nero, con una minigonna ed un top che ben poco lasciavano all’immaginazione. Si vedeva il suo pancino nudo, piatto e levigato come in una statua, e statuarie come sempre erano le sue gambe, rese mitologiche da un paio di lunghi stivali da cubista. Pareva una ragazza immagine e questo la rendeva definitivamente attraente ai miei occhi. Sessualmente, infatti, dopo l’adolescenza non sono mai stato attratto dai tipi intellettuali. Lo ero (e lo sono) invece da quella tipologia di ragazza che si direbbe non dico oca, ma, almeno, “leggera”, “banale”, totalmente dedita alla moda, allo shopping, alla modernità superficiale e giovanilistica, ai divertimenti mondani, alla musica da discoteca e a tutto quanto, in genere, io non amo. E’ proprio la lontananza di interessi a rendermi la figura di una bella ragazza ancora più irraggiungibile (e quindi desiderabile) di quanto non possa già fare la stessa bellezza.

Stabilire con certezza perché non ci abbia provato è un problema paragonabile all’alt della macchina di Turing: una macchina non può sapere in anticipo se si fermerà o meno (è il tipico esempio di problema indecidibile). Solo un’altra macchina (in questo caso la mente del lettore) può capire perché io mi sia inceppato.
Forse non sono semplicemente nato, almeno in ambito amoroso, per rincorrere prede. Forse, al di là di tutte le parole e tutte le letture possibili dell’ars amandi di Ovidio, non sono capace di percepire le belle fanciulle come prede da cacciare o come pesci da pescare. Forse sono troppo innamorato della bellezza per non desiderare di essere piuttosto predato da essa. Se con un minimo di intraprendenza moderna si fosse fatta avanti Ilaria per prima (magari anche solo attaccando discorso per caso o chiedendo un passaggio con una scusa) sarei stato felicissimo di assecondarla e diventare a mia volta più audace. Pianificare però da principio il tutto restando di fronte all’immobilità della controparte è qualcosa che esce dal mio concetto di desiderio perché implica una strategia, una prevedibilità di eventi, una catena di cause ed effetti, ovvero tutto quanto è estraneo al sogno. Forse proprio perché la donna resta per me un sogno, se vuole restare tale non può essere la mia preda.
Insomma, qualcuna direbbe che sono nato gazzella.

Qualche anno dopo, in un triste pomeriggio di settembre, si tennero i funerali della professoressa Irene, celebrati da quello che era stato il nostro professore di religione (il prete a cui io e Matteo provammo, fin dal primo giorno, di dimostrare l’inesistenza di Dio). Fu l’unica volta in cui la chiesa mi parve umana: aveva concesso questa “delicatezza” a noi studenti, che potemmo, nell’omelia, ascoltare da una voce amica i ricordi comuni su una persona che, pur con tutti i distinguo del suo ruolo, ci era stata amica.
“Ma rapida passasti; e come un sogno/ fu la tua vita.” Quello che Leopardi diceva di Nerina io posso dire di quel breve lasso di tempo in cui (galeotta fu la prof) mi sono sentito un po’ seduttore nei confronti di Ilaria. Non so se la bionda miss dagli occhi marroni abbia perso un potenzialmente apprezzabule fidanzato o solo l’ennesimo scocciatore. So che ha almeno guadagnato un sonetto:

“Angelica Ti mostri ed elegante,
O Bionda creatura che hai nome Ilaria:
Qual fossi una parvenza straordinaria
Lo sguardo scorre, stupito e adorante,

Per le linee del tuo corpo svettante;
Alta, bella e di figura statuaria
Tu sorgi come una stella nell’aria
Con il candore delle cose sante,

Ammaliato dalla tua breve gonna
Bramo cantare in versi il tuo splendore
Con quei toni supplichevoli e lievi

Ch’hanno i Devoti innanzi alla Madonna,
Fino a sciogliermi in un bianco languore
Come sull’acqua i fiocchi delle nevi.”

NOTE ANTIFEMMINISTE A PIE’ DI PAGINA

[NOTA 1] Se la definizione del confine fra lecito e illecito è lasciata alla arbitraria interpretazione e alla irriproducibile (e spesso inconoscibile) sensibilità della presunta vittima, come sarà possibile anche per chi non ha fatto nulla di male dichiararsi innocente? Se una donna dichiarerà di essersi sentita molestata, come farà l'uomo accusato a sostenere il contrario, non essendo nelle sue facoltà entrare nella psiche della controparte e mostrare che non vi è stata sensazione di molestia? Che la donna menta o meno, l'uomo potrà soltanto dire di non aver avuto intenzione di molestare e di non aver compiuto nulla di oggettivamente molesto. Se però l'oggettività del diritto è sostituita dalla soggettività femminile la condanna risulterà sistematica (poiché il reato verrà definito a posteriori e a capriccio della presunta vittima). Bella prospettiva per uno stato di diritto.

[NOTA 2] Se proseguirà questa deriva (che la lobby della finanza senza patria di cui Macron è campione sta sospingendo da decenni ormai) di leggi e costumi circa la cosiddetta “molestia sessuale” nessun uomo dabbene mai più corteggerà. Come si fa infatti a sapere a priori se un complimento, un atto, uno sguardo sarà considerato molesto o meno? Nel dubbio un uomo savio non farà assolutamente nulla. Non ci si lamenti allora se gli uomini non vogliono più corteggiare: ora alla naturale timidezza, alla razionale considerazione di non convenienza (nel dare tutto in pensieri, parole e opere per ricevere come funzione di variabile aleatoria), all'emotiva ritrosia a doversi sentire "sotto esame", al rifiuto psicologico a trovarsi nella condizione del cavalier servente pronto a tutto per un sorriso e potenzialmente vittima d'ogni tirannia, umiliazione e inganno, si aggiunge pure il pericolo di essere multati e la consapevolezza di venire trattati (sia pure per ora solo amministrativamente) con la violenza psicologica e l'odio spettanti semmai a veri violentatori, o comunque di venire considerati "molesti" per il fatto stesso di aver espresso (senza alcuna intenzione violenta o molesta) il proprio disio di natura (e quindi di essere condannati o all'eterno disprezzo dall'altro sesso o ad un continuo nascondimento di sè), anche quando non si sono usate parole volgari o offensive (non lo sono né "dio ti benedica", né "come sei bella", utilizzate come esempio di “motivi per essere mitragliata da una giustiziera in gonnella” in questo demagogico videogioco “antimolestie” di qualche anno fa). Magari certe multe (come certe smitragliate) resteranno pure virtuali, ma l'uccisione della spontaneità nei maschi è ormai reale. Come si può pretendere che un uomo addirittura corteggi, quando anche solo la prima naturale espressione (più o meno raffinata, più o meno poetica, più o meno esplicita a seconda delle inclinazioni, degli stili e delle conoscenze di ciascuno) del suo desiderio per le grazie femminili può essere ad esclusivo arbitrio della presunta vittima reputata un’infrazione alla legge? Questo porterà ad una uccisione sul nascere della spontaneità di ogni uomo (soprattutto se giovane) in ogni rapporto con le donne e un conseguente progressivo allontanamento di ogni uomo dotato d'intelletto dal genere femminile. Sarà anche vero che la maggioranza delle donne non denuncerà un ammiratore per un complimento osé, e si limiterà a segnalare i casi davvero molesti, ma se si supponessero tutte le persone buone e giuste non servirebbe neppure la legge.

[NOTA 3] Quanto rende queste “iniziative culturali” (che divengono poi giudiziarie) abominevoli è il fatto di permettere a quel sottoinsieme di donne false e perfide di denunciare chicchessia per capriccio, vendetta arbitraria, ricatto, interesse o gratuito sfoggio di preminenza erotico-sociale (nel poter far finire nei guai un uomo con l'arma dell'attrazione sessuale e nell'esser creduta a priori mentre l'altra parte è tenuta a tacere e se parla reputata indegna d'ascolto e degna solo o del riso o del disprezzo). Non sto dicendo che le donne siano tutte perfide e sadiche, sto solo esprimendo il mio sdegno per una subcultura ed una giurisprudenza tali da permettere a chi lo sia di infierire massimamente sul primo uomo incontrato per strada. Sarebbe come una giurisprudenza che permettesse agli stupratori di infierire sulle vittime (le donne se ne lamenterebbero anche senza considerare tutti gli uomini stupratori).

[NOTA 4] Care (si fa per dire, a meno che non facciate le escort), eventuali, lettrici, non fraintendetemi apposta con menzogna ideologica femminista: non sto affatto sostenendo sia in qualche misura “accettabile” che una donna, vestita come le pare, sia fatta oggetto di molestie o addirittura violenze (o comunque intimidazioni), bensì che non posso accettare consideriate “molestia” un semplice complimento (almeno fino a quando non contiene elementi di offesa o minaccia chiaramente voluti). Posso capire che non tutti gli apprezzamenti possano risultare graditi quando vengono dal primo che passa, ma voi dovete capire che nessuno può sapere cosa davvero voi vi aspettiate da uno sconosciuto ammiratore (e tutti coloro che prim vi mirano sono giocoforza all'inizio sconosciuti) per concedergli l'opportunità di mostrare in un incontro solus ad solam l'eventuale eccellenza nelle doti da voi ritenute importanti per un eventuale rapporto. Se non è manifesta l'intenzione offensiva e prepotente non avete alcun diritto a lanciare virtualmente sventagliate di mitra e a comportarvi realmente da stronze e avete invece a mio avviso il dovere di ringraziare comunque, declinando. E non potete pretendere che l'uomo, prima di aprire bocca o spalancare lo sguardo, si metta a “pensare” cosa possa essere considerato gradito e cosa molesto. Non solo perché impossibile, ma anche e soprattutto ucciderebbe la spontaneità. Un complimento, un invito, un guardo, un verso o un'espressione qualunque, implicita o esplicita, poeticamente vaga o banalmente diretta che sia, di desio, valgono (come possibile inizio di un rapporto eventualmente amoroso) solo quando sorgono spontaneamente, dal profondo del proprio essere, senza mediazione razionale. In caso contrario rappresentano solo o affettata galanteria o perfido calcolo di seduttore (o addirittura pedante educazione) e giammai possibilità di instaurare un primo rapporto empatico eventualmente sfociante in desiderio reciproco di conoscenza amorosa. Rendere manifesto quel disio che sorge con la rapidità del fulmine e l'intensità del tuono pone l'uomo in una condizione di debolezza, o comunque di potenziale disagio emotivo, perché ammette ella è immediatamente mirata, disiata e accettata per quello che è (bella), mentre lui è costretto a “fare qualcosa” per mostrarsi alla di lei altezza, o comunque a restare sotto esame mentre lei può valutare con calma e scegliere se divertirsi con lui o su di lui. Se un uomo pensa, pensa anche a ciò e allora non rivolge più alcun complimento. E voi, innanzi a chi comunque si fa avanti per cercare di carpire i vostri favori (ponendovi di fatto con ciò su un piedistallo checché ne dicano le menzogne femministe pronte a confondere donna-oggetto con persona oggetto di desiderio), ponete le immagini proposte da questo videogioco? Non ho più parole. Ho fatto bene a lasciarvi perdere. Io stesso, prima di essere psicologicamente violentato dalla propaganda mediatica femminista, ero ancora tanto ingenuo da lasciarmi andare ogni tanto a complimenti rimati, anche nei confronti delle sconosciute (ricevendo per la verità sempre atteggiamenti, anche da parte di coloro cui non interessavo affatto, assai più gentili di quelli sostenuti come giusti nelle discussioni sui forum e sui social di oggi). Ora che nel mio inconscio si è iscritto il vostro “vendichiamoci di chi ci approccia con complimenti a sfondo sessuale” (anche il canzoniere di Petrarca è a “sfondo sessuale”), la mia reazione è stata quella di tramutare i “o soave fanciulla, o dolce viso di mete e circonfusa alba lunar” e i “cortese damigella il prego mio accettate, dican le dolci labbra come vi chiamate” in “vanagloriosa tiranna che attiri chi vuoi respingere, infierisci su chi ti mira e tratti con malcelata sufficienza quando non con aperto disprezzo chiunque tenti un approccio verbale o visivo, non meriti la benché minima attenzione da me, meglio le puttane dichiarate” e in “stronza occidentale, che con con tale sprezzo dell'uomo fai uso della tua libertà, meriteresti di vivere in Afghanistan” . Forse le donne reali sono migliori di quelle virtuali, o forse no. In ogni caso, a tutte voi che passate per strada con le vostre forme più o meno belle in bella mostra, addio. Neanche più un verrso avrete da me. Al massimo, queste note a piè pagina!

Beyazid_II
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06/12/2018 | 01:18

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Mi è rimasto nella tastiera l'accento prima di Italia. Meglio vada a dormire...

Beyazid_II
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06/12/2018 | 01:11

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  • la storia cui mi riferisco è più ampia di almeno due migliaia di anni rispetto al pezzettino 1915-1945 che viene usato dal sistema attuale come propaganda post-bellica per tacitare gli avversari senza combattere più nemmeno dialetticamente.

Beyazid_II
Newbie
06/12/2018 | 00:54

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Comunque, quanto mi fa accapponare la pelle è che qua sembra non essere vista nemmeno più come un problema la prospettiva di avere fra 20-30 anni un Italia senza Italiani o comunque che non parla più italiano.

Per me invece questo è il problema dei problemi, perchè la lingua non è un semplice strumento di comunicazione (come un linguaggio binario), ma è il modo caratteristico di un dato tipo umano di interpretare la realtà.

E noi avevamo il modo migliore, quello del connubbio fra Greco e Latino che ha partorito il Rinascimento. Quando penso che l'effetto di quanto oggi si chiama "progresso culturale" sarà non avere più bambini in grado di leggere Dante nè studenti in grado di amare Petrarca, o anche solo dover girare per le strade e non trovare più fisionomie italiane parlanti la tosca favella, ma gente di tutte le stirpi biascicanti uno slang fra l'inglese e il dialetto africano provo solo disgusto per l'università (cui pure, ahimè, appartengo) che sta spingendo in questa direzione!

Se è vero che gli Italiani sono nati per mescolanza casuale di stirpi, è anche vero che rimesconado casualmente le stirpi difficilmente salterà fuori un popolo capace di rifare il Rinascimento (mica riescono tutte le volte i colpi di fortuna della genetica)!

Dissipare questo patrimonio, che è assieme di sangue e spirito, per me è un delitto più grave di ogni eccidio.

Oggi dovrebbe essere l'umanitarismo a risultare reato, piuttosto che il presunto "razzismo" di chi la pensa come me sull'immigrazione.

Ma come si fa a pensare di andare avanti con un sistema che per sostenersi deve aumentare continuamente produzione e popolazione (tesi immigrazionista)? La terra esploderà. Anche il problema dell'inquinamento non si risolve senza ridurre la popolazione mondiale, o comunque la popolazione che vive nel benessere. E allora la scelta è: chi ha diritto a stare bene? Io ho la mia risposta. I nostri avi avevano pure i mezzi per affermarla. Si chiama storia.

Non serve troppo razionalismo per capire che mai ci saranno nella storia (così come mai ci sono state) risorse per far vivere bene tutti. La natura era ancora più drastica: una volta manco c'erano le risorse per far semplicemente vivere tutti.

Una coscienza sana dice: "allora che le poche risorse siano per me, per i miei figli, per la mia stirpe, per quanto afferma ed eterna ciò che per me nella vita e nel mondo ha valore e bellezza."
La coscienza malata del cristianesimo dice invece: "che siano distribuite a tutti equamente, a costo di fare di questo mondo una valle di lacrime".

Vediamo gli effetti. Nella storia, la sovversione cristiana (assieme ad errori politici correlati come mescolare tutte le stirpi, dare la cittadinanza a tutti, dare gli stessi diritti a tutti, annacquare e dissipare così i vecchi sani popoli italici protagonisti della storia di Roma repubblicana) ha portato alla caduta dell'Impero (checchè se ne dica), cioé alla distruzione di tutto quanto era stato costruito dagli Avi "verso l'alto". E tale caduta ha fatto star male non solo gli "aristoi", ma gli stessi strati popolari (non è che nel medievo si vivesse bene...)
Ora, una simile sovversione di valori laicizzata (progresso, uguaglianza, ecc.) sta portando alla distruzione non solo del benessere acquisito con la ricostruzione post-bellica, ma alla dissoluzione civile, linguistica ed etnica dei popoli europei tutti (e noi per primi).
E tutto per avere un sistema di società più funzionale alla finanza senza patria con sede in Usa che promuove questo in nome di una presunta "umanità universale" (che poi, in realtà, semplicemente sfrutta come serbatoio di manodopera semi-schiavistica o intellettuale ma sottopagata).

Dove li mettiamo? Semplicemente, non dovevano esserci! Non certamente nel senso di un invito al genocidio, ma di un invito al controllo delle nascite!
Nessun paese ha diritto a "produrre" più gente di quanto il suo territorio possa sfamare! Se c'è un'eccedenza, se ne deve fare carico chi l'ha creata: in primis l'America con la sostituzione del colonialismo europeo con il suo sistema! L'America con le sue guerre di esportazione democratiche! Non l'Europa!

Insomma, ora come duemila anni fa, tutto va a svantaggio dei popoli e a vantaggio di una casta di sacerdoti: allora la chiesa, oggi la grande finanza con il suo clero di magistrati, intellettuali, giornalisti e forumisti che, appunto, fanno la predica in nome dell'amore universale contro l'odio di noi "indemoniati complottisti".

P.S.
Scusate lo sfogo, avevo detto di non disturbare più qua. Anche perchè ci pensarà, stavolta sì, la realtà dei prossimi decenni a convicervi. Torno a ritirarmi nel mio topic. Ammesso che non mi vogliano bannare...

Beyazid_II
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06/12/2018 | 00:35

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@Michel said:
@marko_kraljevic
Eggià. Che poi nessuno costringe a vivere qui. Prendessero e si trasferissero dove credono si stia meglio.

Piccolo particolare: questa è casa mia come vostra.
Siete voi che la volete snaturare importanto stili di vita (e di linguaggio) anglofili e stirpi da tutto il mondo!

Se ve ne andaste voi? Orban docet.

Vediamo se verrà data loro la libertà di manifestare il loro dissenso apertamente come succede qui, tanto per iniziare.

Quale libertà? Quella di parola che è stata negata al Prof. Strumia quando ha osato dire in faccia all'assalto femminista alle materie STEM che la minor presenza di donne non è dovuta a discriminazioni ma a differenti scelte/doti individuali (statisticamente parlando, ovviamente e fatte quindi salve le imprevedibilità individuali)?

Il diritto alla difesa negato a quel povero carabiniere condannato in primo grado sulla sola parola di due puttanelle americane che anche dopo il presunto "stupro" hanno continuati a scambiare con lui messaggini amorosi e poi sono state convinte dalle amiche a "cambiare idea" negando a posteriori il consenso per paura di essere "malgiudicate", come sono abituate a fare in quella fogna di femminismo che è la loro patria?
Quella libertà di difesa negata all'avvocato che manco ha potuto fare domande "scomode" altrimenti le femministe si arrabbiavano? Se non vogliono quelle domande, devono evitare di dare alla sola parola della donna il potere di essere unica fonte di prova!

Beyazid_II
Newbie
06/12/2018 | 00:29

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@marko_kraljevic said:
@ArietBack, continui a porti come se l'accesso a donne giovani, belle, colte e ricche sia un diritto che ti viene ingiustamente negato. In attesa che vengano istituiti i Tribunali della Figa, avanti ai quali potrai finalmente agire per smantellare tutti i social circle, il mio consiglio - a dire il vero assolutamente banale - è slo quello di abbassare le pretese

Ma @Arietback non solo è nato da famiglia altolocata, ma ha dimostrato di “meritare” la sua nascita sacrificandosi per essere fra i migliori nello studio ed ottenendo risultati eccellenti in una università prestigiosa.
Non è uno qualsiasi. Ha "diritto" ad una ragazza del suo livello (o, meglio, di un livello estetico corrispondente al suo livello intellettuale e sociale, chè sono tali doti, nell’uomo, a bilanciare la bellezza naturale della donna). Ovviamente prendo per vere, come si conviene nel virtuale, le sue affermazioni su se stesso.

Anche io ero come @ArietBack, ma io non ho cambiato idea né ho chinato il capo.

Non dico che sia suo diritto vedersi infilata una modella nel letto, ma almeno ottenere una posizione lavorativa (corrispondente alla sua eccellenza negli studi) tale da poter ragionevolmente ambire (per possibilità economiche e prestigio sociale) a conoscerla e conquistarla.
O solo ai calciatori deve essere data questa possibilità? Secondo me è diritto dei giovani ottenere una posizione lavorativa corrispondente ai loro meriti (che all’inizio sono di studio).

Ed è diritto di tutti i giovani maschi vivere in una società in cui la posizione meritata possa bilanciare in desiderabilità e potere (contrattuale: quindi possibilità di scelta) la bellezza, in modo da avere pario pportunità rispetto alle ragazze (avvantaggiate dalle disparità di numeri e desideri nell’amore sessuale volute dalla natura per i suoi fini di selezione e propagazione della vita, avulsi da qualunque logica umana) in quanto davvero conta innanzi alla natura, alla discendenza ed alla felicità individuale.

Il turbocapitalismo nega il primo diritto, il femminismo il secondo. Ce n’è abbastanza da chiudere i conti con l’occidente. Per ora ariet insiste, ma capirà. Lasciategli tempo.

P.S.
Se accontentandosi fosse possibile conoscere fanciulle carine e alla mano, allora il consiglio (sia pur discutibile per me) avrebbe senso. Ma la situazione patologica italiana è tale che anche quelle solo lontanamente somiglianti e appena in grado di suscitare un sia pur minimo palpito di desiderio sono circondate da amici ammiratori pronti a tutto per un sorriso, da cavalieri serventi disposti a dare tutto in pensiero parole e opere per la sola speranza e da mendicanti da corte dei miracoli d’amore e si atteggiano di conseguenza.
Anche le fanciulle di bellezza men che mediocre trattano con malcelata sufficienza o con aperto disprezzo chiunque tenti un qualunque approccio e, da chi scelgomo di accettare, pretendono comunque gli stessi sacrifici, le stesse fatiche, le stesse corvè medievali più o meno ammodernate, che un uomo ragionevole potrebbe si e no accettare per una topmodel.
Si viene maltrattati e fatti oggetio di stronzaggine non da miss mondo, ma da fanciulle che, rispetto alle altre, non sono né estaticamente né intellettualmente né socialmente collocate meglio di quanto non lo siamo noi rispetti agli altri maschi.
E' semplicemente di questo che ci si lamenta.

Accontentarsi non serve a nulla. Le qualità che ci immaginiamo debbano supplire alla minor bellezza (sentimento, affetto materno, intelligenza ecc.) non ci sono quasi mai, mentre le pretese da soddisfare sono sempre le stesse!
La donna, a prescindere dalla sua effettiva bellezza, pretende comunque di essere l’unica, di verificare il nostro interesse negandosi dapprima come test, di farci patire per vedere quanto siamo disposti a soffrire ed offrire, ci costringe a spendere in tempo, denaro, fatiche di ogni genere, recite, sincerità e dignità molto più di quanto non corrisponda al suo reale valore estetico.

Con le belle, anzi, è relativamente più facile: non hanno certi complessi (non hanno bisogno di fingere disinteresse per essere interessanti, di fuggire per essere inseguite, di negarsi per accrescere disio). Se e quando ne hanno voglia spendono tempo con noi per interesse sincero, dicono chiaramente se siamo interssanti o meno per loro. E poi più affinità elettiva: entrambi veneriamo la bellezza e viviamo per essa (su, dai, fossimo donne, Ariet ed io faremmo le modelle...)

Beyazid_II
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06/12/2018 | 00:21

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Eh, da @marco_kreljevic una risposta piovuta dall’altro secolo, quando era ancora credibile (anche se pur sempre falso) accusare l’antifemminismo di voler costringere una donna a concedersi al primo che capitava o sostenere che bastasse girare in topless per “meritarsi” di essere aggredite.

Qua stiamo semplicemente dicendo che se una donna crede proprio diritto girare a seno nudo non può pretendere sia reato guardare (in qualunque modo e per qualunque tempo) quanto ella stessa sta (nel modo che vuole e per il tempo che vuole) pubblicamente mostrando. Mi pare pacifico.

E visto che siamo in tema di molestie, se una “dama” mi mostra le tette con l’intenzione a priori di non darmela sta commettendo una formale e verissima violenza sessuale psicologica nei miei confronti in quanto il suo atteggiamento è evidentemente volto puramente a generare frustrazione, ferimento intimo, irrisione al disio o ( a seconda dei casi, dei luoghi, delle persone, delle circostanze e delle conseguenze) umiliazione pubblica o privata.

Così io mi sento molestato, chè non solo il sentire femminile può definire la molestia.
Vogliamo dire che non si possono assumere criteri così soggettivi in ambito penale?
Bene, ed allora perché per accontentare le femmine-femministe lo si è fatto e si pretende di farlo sempre di più?!

Poiché cosa sia “adeguato alle circostanze” ed “educato” è stabilito non da criteri oggettivi o comunque noti a priori, ma, a posteriori, dall’inconoscibile soggettività della presunta vittima, il tuo “altamente improbabile” deve leggersi “comunque possibile”, considerato anche come l’attrazione erotica e l’approccio amichevole siano situazioni di per sé legate alla sfera più intima e soggettiva.
Già sarebbe grave se ad arbitrio di un uomo qualcosa potesse essere considerato “reato” solo perché “non piace” (si violerebbe l’oggettività del diritto). Figuriamoci quando può succedere a capriccio di una donna, abituata a sfuggire chi la segue e ad inseguire chi la sfugge, a simulare e dissimulare interesse (per meglio giocarsi le proprie carte, come a poker), a recitare da madonna contro messere in un contrasto di ciullo d’alcamo (ove ella cede solo alla 1001 esima profferta, dopo aver maltrattato il poveretto nelle altre 1000), a sottoporre i pretendenti ad una serie di dinieghi posti come verifica del loro effettivo interesse e di quanto siano disposti ad offrire e soffrire, a disprezzare come “pavidi nel corteggiamento” quelli che si “arrendono” alle prime difficoltà e non “sanno insistere e resistere” ai dinieghi e “sorprenderla” con “nuovi e migliori tentativi”.

E poi, maccheccavolo, se anche non condividete quanto scrivo, come potete comunque non condividere che sia inaccettabile andare in galera sulla sola parola dell’accusa, per un presunto atto (tipo toccare il culo in ascensore) la cui lieve entità (consistente nel non lasciare segni fisici o psichici oggettivamente rilevabili, ovvero nel poter difficilmente essere provato), anziché mettere in dubbio l’opportunità di considerarlo “violenza”, motiva addirittura i giudici a condannare senza prove (“prendiamo come fonte di prova la parola della vittima, perché altrimenti non si potrebbe mai condannare”)! Un rovesciamento del diritto e della logica!
E finchè ci saranno giudici che ragionano come kraljevic andrà sempre peggio. Farli rinsavire è utopia. Forse solo metodi "antidemocratici" possono fermare una certa deriva della magistratura di questo stato sedicente "democratico".

Beyazid_II
Newbie
06/12/2018 | 00:15

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@marko_kraljevic said:
@Beyazid_II Le solite dosi veterinarie di vittimismo e complottismo in salsa antidemocratica e anticapitalistica.
La realtà, molto più semplice e molto più dura da accettare perché implica nostre responsabilità, è quella tratteggiata da @Itaconeti.

Che dire allora della tua solita ramanzina democratica e progressista (senza, come al solito, uno straccio di argomento), ora pura in salsa paternalistica?

Adesso perché avete diversi anni e qualche euro in più vi credete più "competenti" in termini "socioeconomici" ed in termini di gnocca?
Ma guardatevi voi allo specchio, piuttosto, che vi ho pure sentito dire "quanto è bello che ci sia la crisi in Italia così la figa nostrana diventa più disponibile..."

Ed a proposito di responsabilità: quella di aver trasformato il 5° paese più industrializzato in quello che siamo ora è della tua generazione, del tuo amato neoliberismo e della tua cultura mainstream, non della mia (che potrà aver avuto altre responsabilità, ma non questa).

Poi, quale complottismo? Sono tutte cose note! Chi è che ha speculato nel 1993 contro l'Italia? I nostalgici del fascismo? Chi è che finanzia le Femen, oggi, mio nonno? Dove scrivono le scribacchine femministe che paragonano i maschi ai figli dei mafiosi? Sul giornale di Mussolini?

A livello nazionale ci penseranno i mercati finanziari a riportarci alla ragione.

E se stavolta fossero i popoli (anzi, i giovani) a riportare alla ragione i mercati? Tranquillo, non intendo con questo governo che sposta gli zero virgole e quando conta resta servo del femminismo demagogico (anche se in salsa "bongiorno" piuttosto che "boldrini"). Dopo quello che ha appena fatto non lo difendo più. Intendo quando gli "arrabbiati" smetteranno di discutere qua con me e si organizzeranno. Prima o poi accadrà.
Prima o poi si capirà che non ha senso avere una moneta unica senza una istituzione statale che faccia quanto in Italia si faceva prima del 1981 (e nel resto d'Europa fino a molto dopo)! Prima o poi si capirà che non si possono de-industrializzare dei paesi solo per obbedire a teorie economiche fondate solo sui pezzi di carta autoreferenziali del mondo accademico!
Prima o poi si capirà che un sistema che, alla fine della fiera, costringe tutti a lavorare sempre più come schiavi per far guadagnare non dico pochi industriali come era fino a 20-30 anni fa (andava ancora bene, perché come effetto collaterale migliorava anche il benessere di una buona fetta della popolazione), ma pochissimi speculatori di wall-street non merita di essere detto "democratico" e nemmeno "liberale"!

E allora, certo senza odio, ma sicuramente anche senza pietà, l'attuale classe dirigente non meriterà altro che la fucilazione per tradimento.
D'altronde, l'unica definizione possibile di globalizzazione è questa: periodo in cui gli interessi delle classi dirigenti non coincidono più con quelli dei popoli che sono state chiamate ad amministrare.


A livello personale ci pensa il mercato della figa.

A beh, se per te la "legge della vita" coincide con l'arbitrio delle stronze, allora, per farti contento, ti grido "viva la muerte!"
Quando non ci eravamo ancora "convertiti", era Romolo a fare la legge della vita, non le Sabine!

P.S.
Fammi capire questa cosa del guardarsi dentro: cosa avremmo sbagliato io e gli altri coetanei o i ragazzi più giovani, a parte la data di nascita troppo tarda?
Posso anche dire, personalmente, di aver commesso molti errori nella vita. Qui però parliamo di intere generazioni, non di singole persone.

Se vedessi tanti coetanei e giovani laurearsi meglio di me ed intraprendere fulgide carriere potrei anche pensare di avere delle responsabilità verso me stesso.
Se vedessi gli altri connazionali sguazzare in mezzo a belle gnocche potrei anche ammettere di essere uno sfigato.
Poiché vedo invece che anche quei pochi (non è un vanto, è un dato oggettivo, per voi che amate i numeri...) che uguagliano quanto fatto da me a suo tempo non ottengono nulla di più nè come ricchezza nè come prestigio sociale, poichè vedo che chi si dice "fidanzato" è in realtà accompagnato da donne di bellezza non mai alta e comportamento sempre altezzoso con le quali non vorrei avere un rapporto manco pagato, concludo che forse il problema è generale.

Colpa nostra/colpa degli altri è una questione che va esaminata ogni volta. Non esiste una scelta sempre valida. Certo, se dalla telemetria vedi che la tua guida è il problema devi cambiare tu. Ma se pensi di essere tu il problema quando l'assetto è sbagliato e cerchi di forzare, vai più piano. In quei casi bisogna fermarsi ai box e imporre di cambiare le regolazioni, se si vuole abbassare il tempo.

Beyazid_II
Newbie
05/12/2018 | 18:23

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@Tesista76 said:
Caro @Ariet, è inutile parlare ai ragazzi di queste cose, purtroppo gli hanno raccontato vagoni di leggende metropolitane e sia per la figa che per la politica fanno fatica a capire chi ha ragione

Il parallelo più evidente lo hai quando litigano nel forum, paradossalmente visto l’argomento

Se parli con saggezza di figa sei un seduttorone se parli di politica un professorone 😅

La realtà è che siamo tutti un po’ segaioli, sia con la figa che con la politica, perché tendiamo pigramente a raccontarcela piuttosto che entrarci dentro 😉

Le massime leggende metropolitane (anzi, universitarie) attuali, in Occidente, si chiamano "Uguaglianza" e "Progresso".
Le raccontano i seduttorini e i professorini.
Ci hanno tolto (o, comunque, dato meno di quanto sarebbe tecnicamente possibile, da 25 anni a questa parte) la figa e il benessere.

Questo nella realtà che dobbiamo vivere. In quella che siamo costretti ad insegnare (e a raccontare pubblicamente, per essere "credibili", ovvero per non subire ritorsioni sociali ed economiche) succede magari quello che dice @Ariet.

Nihil novi. Nietzsche lo aveva capito due secoli fa e ci impazzì. Sono, in fondo, leggende da vecchi ruderi liberali e socialisti...leggende per cristiani senza più manco cristo. Un qualunque "barbaro dell'est" vedrebbe la verità.

Inutile scannarsi a parole. I progressisti di destra e di sinistra sono come il vecchio Cartesio che, malato, volle curarsi da solo secondo il suo "razionalismo" e morì.

Quando capirete che "la ragione aveva torto" sarà troppo tardi.....

Beyazid_II
Newbie
05/12/2018 | 18:06

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@Itaconeti said:
le italiane mica nascono e crescono in una realtà composta da sole donne

le italiane diventano come sono perchè si relazionano con gli uomini italiani

che le distinguono in brave ragazze e troie ovvero traduzione mondana della dicotomia spirituale angeli e demoni

e sono in media pronti a metterle nella seconda categoria anche a un minimo segno di disponibilità verso l'altro sesso

per poi contraddirsi lamentandosi contemporaneamente che non trovano la brava ragazza e che le italiane la danno poco

per cui l'italiana per sopravvivere ai giudizi deve salvare l'apparenza da brava ragazza tenendo gli uomini a distanza

e poi può farsi gli affari propri quando non è sotto osservazione nel proprio contesto abituale

per cui quella catalogata come brava ragazza oltre al fidanzato spesso ha l'amante in un'altra situazione sociale

e quella che è libera da relazioni se dà troppa confidenza o peggio si sa che ha scopato senza essere in coppia viene catalogata come troia

quindi le italiane sono in media come sono per la mentalità media degli uomini italiani che emerge bene dalla lettura del topic di questo 3d

Ma davvero siete tutti così ingenui da pensare di avere così tanta influenza nelle scelte comportamentali delle donne? Pensate davvero che queste, in Italia, se la tirino "per finta" solo per compiacere la nostra "dicotomia spirituale" di ascendenza cristiano medievale?!

Leggetevi quello che già scriveva due secoli fa Schopenhauer (e le tedesche sono 100 volte meglio delle Italiane quanto ad affabilità nell'approccio!)

La "morale sessuale" (mille virgolette) femminile del non concedersi se non dopo un lungo ed estenuante corteggiamento (almeno quando sono osservate) deriva dallo stesso motivo per cui gli oligopoli stabiliscono precisi limiti quantitativi alle vendita dei beni di cui vogliono tenere alto il prezzo! Altro che "paura di essere giudicate male", "difesa dal maschilismo italico" ed altre amenità del genere come la presunta "volontà di compiacere la nostra mentalità" (quando su ogni singolo argomento della vita fanno piuttosto di tutto per distruggerla, peraltro!)
Puro interesse di potere economico-sentimentale!

Certo che se non sono "sotto osservazione" si comportano diversamente: esattamente come quando certi mercanti vendono "sotto banco" e "sotto costo" per i più diversi motivi. L'importante è che il grande mercato non lo sappia! Altrimenti, se non apparissero "rare e preziose" non potrebbero ottenere in cambio di semplici sorrisi e tacite promesse tutto quanto di concreto e di vanitosamente appagante ottengono ora!
Sono esse a mantenere in vita la mentalità medievale anche in assenza di medioevo.

Cui prodest? Non certo a noi.
Certo che noi avremmo interesse ad avere solo donne e non, come diceva l'Arturo, "dame" da un lato e "donne perdute" dall'altro. E' il korps delle donne, però, che tiene in vita questa distinzione. Fateci caso: sono sempre le donne a dare della "troia" alle altre. Noi spesso andiamo dietro per semplice stupidità o conformismo. Come nel caso della prostituzione: sono le femministe (non tutte, ma sicuramente la maggioranza) a considerare "non donne" quelle che scelgono il mestiere e a mantenerne, tramite lo status di "vittime", la stigma sociale (che cade inevitabilmente su chi è considerata priva di capacità di decidere e svolgente un mestiere "impuro" o, come si dice oggi, "offensivo per il corpo della donna").

Non prendiamoci anche colpe che non abbiamo, per piacere.
Il sesso non è libero perché alle donne non conviene lo sia. A loro conviene che da parte nostra si debba sempre pagare, in un modo o nell'altro. Non è in genere così forte (o comunque impellente) il bisogno naturale (come invece ahinoi lo è per gli uomini) da prevalere sul calcolo razionale!

Se l'oligopolio funziona peggio nell'est europeo o in altri posto più "atei" non è perché là gli uomini siano diversi da noi, ma perché alle donne non è riuscito (magari per diversi rapporti numerici uomo/donna o per maggiore abbondanza naturale di "bellezza femminile") di mantenere vivo il medioevo delle dame, dei cavalieri e del contrasto madonna/messere di Ciullo d'Alcamo (che adesso rischia di essere chiamato, da qualcuna non contenta, "stalking")!

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