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Beyazid_II

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Commenti

Beyazid_II
Newbie
11/05/2020 | 13:25

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Se una fa la stronza a 16 anni, per voi la colpa è, ex-ante, del fallimento, da quarantenne, della sua futura ipotetica carriera da imputare al "patriarcato"!

Basta questo a rendere CHIARA la vostra malafede, cari i miei cani da guardia del progressismo e del mainstream che sicuramente accorerete qui a difese del nero viaggiatore. Addio anche a voi, ci vedremo a Filippi.

P.S.
Mentre se io faccio il "piccolo Wienstein" nel mio microcosmo non posso neanche dire che sto "rendendo pan per facaccia" quanto di me hanno fatto le sedicenni!

Beyazid_II
Newbie
11/05/2020 | 13:22

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Ma perché mi ha messo il punto invece del trattino che chiude l'inciodentale?
Vabbè, incidente di scrittura, il senso si capisce. Addio, viaggiatore nero amico della nera anima delle stronzette italiote.

Beyazid_II
Newbie
11/05/2020 | 13:04

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@Viaggiatore_Nero said:
Non ho avuto modo di leggere tutti i commenti ma perche' mai una ragazza dovrebbe mettersi con uno senza soldi, in che mondo vivete? Nei loro panni cosa fareste? Nel mondo del lavoro vengono mediamente pagate di meno, sfruttate, dirigenti donne non esistono a meno che non aprino la propria societa' e c'e' comunque discriminazione. L'uomo italiano e' un bel furbetto, denigra e discrimina la donna dal punto di vista professionale ma poi si lamenta se questa la da via solo per soldi?? Siete pronti a trombarle ma non a promuoverla o alzarle lo stipendio? Beh allora e' giusto che paghiate. Nel mondo anglosassone, nonostante esista il fenomeno delle sugar baby, ho la possibilita' di frequentare donne che guadagnano anche piu' di me e non me ne vergogno.

Visito ora questo vecchio 3D incuriosito dal mondo delle sugarbabies in versione melanzanica. Magari ne aprirò uno nuovo per discuterne. Qui voglio solo togliermi un sassolino (ino?) dalla scarpa.

Scopro per caso il messaggio (peraltro con il costante e irritante tono di “ramanzina politically correct”) di questo “viaggiatore nero” il quale, oltre a propagandare l’ennesimo luogo comune del femminismo, si permette di insultare gli italiani e pure di “tifare per le stronze”. Non posso quindi fare a meno di replicare con durezza (e se mi costa il ban, pazienza).

Come ho provato più volte di far notare al lettore (e, soprattutto, altrove, di far riconoscere alle eventuali lettrici), quanto con voce mendace il “mainstream” chiama "oppressione", è, da sempre (almeno da quando esistono i concetti di “umano” e di “giusto”) semplicemente il giusto, umano ed equo tentativo di bilanciare in desiderabilità e potere tutto quanto alle donne è dato per natura dalle disparità di numeri e desideri nell'amore sessuale e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all'esser madri, affinché anche gli uomini, alla prova dei fatti di carne e sangue e non solo di quella cartacea delle "costituzioni", potessero avere pari libertà di scelta e pari forza contrattuale in quanto davvero più rilevante davanti alla natura, alla discendenza ed alla felicità individuale

Non mi stancherò mai di ripeterlo: in termini di potere, la donna ha già il modo proprio (notato persino da Rousseau) di influire sulle cose e sugli uomini, all'interno di quei ruoli ad essa propri per natura e non cancellabili nemmeno dalla più misogina delle società (madre, sorella, amante, o anche solo amica/confidente) o comunque in ogni rapporto umano non banale (in cui l'influenza della donna sull'uomo è molto maggiore di quella inversa), grazie al poter agire su quanto negli uomini vi è di più profondo e irrazionale. Tutto il resto (possibiità di scegliere "per amore" pure il lavoro comprese) è conseguenza.

L’ordine temporale e causale non può essere invertito come pretenderebbero il femminismo ed il suo “viaggiatore nero”.

Essendo il potere delle donne fondato sulla natura e sugli istinti ad essa correlati, ed essendo quello degli uomini invece fondato sull'arte (intesa in senso lato come ciò che è opera delle mani dell'uomo) sulla parola, sulle costruzioni culturali, sociali e poetiche si deve concludere essere il secondo una limitazione del primo e non viceversa, giacché le costruzioni dell'intelletto umano sono successive allo stato di natura (il desiderio sessuale e il suo sfruttamento a fini femminili sono preesistenti alla maggiore forza fisica del maschio umano rispetto alla femmina, tanto che in natura vi sono molte specie in cui è la femmina a divorare il maschio e mai viceversa. Inoltre, il potere conferito dal suscitare desiderio sessuale è superiore a quello dato dalla forza fisica, poiché una volta che si ha il controllo della volontà che governa quella forza essa non può nuocere. Ciò è dimostrato anche dal fatto che presso gli umani le società matriarcali abbiano preceduto quelle patriarcali, ad onta del fatto che l’uomo fosse già fisicamente più forte della donna e a scorno delle tesi femministe su una perfidia suppositamente data dalla reazione alla prepotenza fisica. Quindi risulta assolutamente errato introdurre la presunta superiorità fisica del maschio per tentare di invertire l’ordine temporale di questi fatti: la realtà è questa, il maschilismo è reazione pacata alla prepotenza della femmina).

Di ciò tenne conto il mondo antico. Di ciò si stanno dimenticando gli stupidi moderni.

“Aumentare lo stipendio alle donne?” E Perché? Fatemi capire: qua in Italia, dove laureandosi in corso in materie scientifiche (quelle che i vostri amici inglesi chiamano STEM), con il massimo dei voti, la tesi all’estero e compagnia si viene pagati meno dei nostri padri facchino o ragionieri, si dovrebbero pagare di più le privilegiate femminucce che hanno potuto permettersi di scegliere le amate materie umanistiche (come io, in quanto uomo, non ho potuto fare)? E che poi ora si lamentano se il “patriarcato” non dà opportunità alle loro lauree che hanno scelto perché più semplici (rispetto a quelle cui si devono iscrivere i più bravi e volenterosi fra gli uomini) o più amate.

Mai sentito parlare del “paradosso di genere”? Le femministe raccontano che sarebbe la “cultura patriarcale” a tenere le donne lontane dalle materie STEM. La realtà mostra invece come alcune differenze statistiche siano frutto di diverse scelte, di diverse tendenze naturali o comunque conseguenti la natura. “Le donne sono più empatiche”, “hanno più doti relazionai”, “hanno già capacità linguistiche”: questi mantra ripetuti per rimarcare la “superiorità femminile” quando fa comodo hanno anche il rovescio della medaglia. Detta semplificando brutalmente: “le donne hanno la tendenza a lavorare con le persone, gli uomini con le cose”. Ossia, gli stessi “difetti” che ci vengono spesso imputati in ambito relazionale sono ciò che ci permette di appassionarci alla fisica, alla matematica, all’astrazione statisticamente più che ai sogni della letteratura (anche se questo non è propriamente il mio caso), a farci passare pomeriggi da adolescenti per modificare un videogioco, renderci divertenti le dimostrazioni analitiche, a farci appassionare alle formule e a renderci graditi vettori, tensori e matrici. Senza la nostra “scarsa empatia” (ovviamente lo dico con sarcasmo), senza la nostra capacità di vivere “in abstracto” non sarebbe concepibile passare anni in isolamento solo per terminare la dimostrazione del teorema di Fermat (esempio estremo).
Ovviamente le persone sono come le variabili aleatorie, per cui ci possono sempre essere controesempi (la delicatezza sentimentale e il genio letterario di un Tasso o di un Leopardi, così come il genio scientifico e la bravura indiscussa di una Marie Curie), ma la statistica è questa.

Dimostrazione? Al contrario di quanto si penserebbe, sono i paesi più “arretrati” (tipo il mio amato Iran…dove o fai quel mestiere o non esci dal paese o dalla tutela della famiglia) ad avere le maggiori percentuali di donne fra gli ingegneri e fra i mestieri più richiesti e remunerati, mentre nei paesi più ricchi e femministi (là dove anche facendo altri mestieri è possibile guadagnare e vivere bene), nonostante favoritismi e politiche di genere, le donne scelgono sempre in prevalenza mestieri più confacenti alle loro inclinazione. L’apparente paradosso si spiega con quanto dico da sempre: per loro il lavoro è una scelta, per noi un obbligo!

Magari viaggiatore nero crede anche alla favole delle donne “più brave nello studio ma discriminate nel lavoro”. Tale fake news nasce dall’ignoranza della statistica, ovvero dalla tendenza a considerare solo il valor medio di una “variabile” e non anche la sua varianza.
Esempio semplice: un uomo che cammini ubriaco attorno alla linea continua di una strada trafficata in ambo i sensi di marcia è “mediamente salvo”. Poiché però la varianza del suo spostamento non è zero (ovvero non sta esattamente sempre sulla linea dove non verrebbe investito) egli è anche quasi certamente morto.

Nel caso delle donne, magari sarà anche vero che siano “mediamente più brave”, ma ciò non è sufficiente a farle preferire per le materie STEM dove, prof. Strumia docet, non basta essere bravini, ma serve essere eccellenti. Guardate la campana di una Gaussiana. Sono le variabili con più varianza quelle per cui è più probabile trovare valori alti (le cosiddette “code”). Le variabili con meno “varianza” hanno valori più raggruppati attorno alla media. Ebbene, quasi in tutti (anche nell’intelligenza), la distribuzione fra gli uomini ha più varianza rispetto a quella fra le donne. In altri termini, fra gli uomini si trovano sia il maggior numero di imbecilli (per me sono 5/6 del nostro genere, come diceva Schopenhauer) sia il maggio numero di “genialità” (fra virgolette ovviamente).
Ovviamente anche questo è solo un fatto statistico verificato a posteriori che nulla dice sulla maggiore o minore bravura, a priori, di un uomo o di una donna (né tantomeno o di una superiorità presunta di un sesso rispetto all’altro).
Anche però le lamentele delle femministe sono puramente “statistiche” (se chiedi loro di indicare esattamente dove e quando sarebbero state discriminate o diventano fumoso o montano accuse false o esagerate ad arte, o relative a fatti che capitano in misura anche maggiore pure ai coetanei maschi).

Il motivo della differente varianza è presto detto. Poiché (come insegnano pure le statistiche di Tinder e come confermano recenti studi di genetica) solo il 5 percento degli uomini viene selezionato per la riproduzione (rispetto al 95 percento delle donne!) è già vantaggioso per la Natura Onnipossente “aprire la varianza” dei primi (cosicché i migliori possano trasmettere i propri geni “eccellenti”) piuttosto che delle seconde (che si riprodurrebbero quasi tutte). Ovviamente, sia detto fra parentesi, ciò ha dietro i meccanismi dell’evoluzione naturale e non già le favole egalitarie ed eudemonistiche che ci raccontano la costituzione americana e le antropologie progressiste!

Siamo noi umani a doverci attivare per ottenere, se non l’uguaglianza, almeno l’equità fra i generi e, se non la felicità, almeno la vita sopportabile, per gli individui! "Promuovere le donne" è il contrario di quanto, nei limiti del rispetto delle regole "liberali", bisognerebbe fare per avere giustizia sociale, pari opportunità di vita felice, equilibrio di forze contrattuali e libertà effettiva di scelta per tutti.

Ricchezze e poteri sono i mezzi con cui l'uomo bilancia (in desiderabilità personale e influenza reale sul mondo) quanto alle donne è dato per natura dalle disparità di desideri nell'amore sessuale e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all'esser madri (e quindi a plasmare un'anima pur mo' nata, a intuire bisogni e desideri prima anche siano espressi, a prevedere nell'infante comportamenti sociali e tendenze naturali, a siglare per prima la pagina bianca dell'infanzia dell'uomo, a influenzare quanto poi sarà la sua intima personalità). Non possono essere tolti da chi ne ha bisogno per compensare per essere dati a chi li può usare in aggiunta ad altre armi. Sono disposto a combattere, come e più di quanto sessantottini e femministe raccontano di aver fatto in piazza (una piazza dove non c’era un Napoleone a caricare i cannoni a mitraglia per sparar loro a passo d’uomo, come si sarebbe fatto se davvero essi fossero stati dei “rivoluzionari” contrari al “vero potere”) per impedire questo.

Proprio perché, come detto, la donna gode del privilegio di natura e quindi di cultura d'esser universalmente mirata, amorosamente disiata, socialmente accettata per quello che è - bella (quando la bellezza manca o è mediocre supplisce l'illusione del desiderio), senza bisogno di dover mostrare altre doti o di compiere imprese particolari (cui sono invece costretti i cavalieri i quali senza esse restano puro nulla socialmente trasparente), il fatto di non avere sempre il femminista "50 e 50" non dipende da discriminazioni (del genere: "non ti permetto di svolgere questo mestiere perché sei una donna" o "anche se fai questo lavoro a parità di competenza e straordinari ti pago meno perché sei nata femmina"), ma dal tentativo umano e disperato dell'uomo di compensare con lo studio, il lavoro, la fama, il successo, la ricchezza, la cultura, il potere, la fatica, il merito o la fortuna individuali tutto quanto (in desiderabilità e influenza sul mondo) alla donna è dato delle disparità di desideri nell'amore sessuale e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all'esser madre (se un uomo non raggiunge una certa posizione di preminenza o prestigio sociale resta negletto dalle donne, perché non è in grado di rappresentare ai loro occhi "la miglior scelta", "il miglior padre per la futura prole", l'eccellenza nelle doti qualificanti la specie e per questo desiderabili simmetricamente alla bellezza femminile, e trasparente per la società, perché non può nemmeno contare su quel modo di influire sulle cose e sugli uomini proprio della donna, agito, a prescindere da cultura e società nei ruoli comunque presenti di madre, moglie, sorella, amante, amica, confidente, per tramite di quanto negli uomini vi è di più profondo e irrazionale e notato persino da Rousseau).

Tutto ciò che ne consegue, ovvero il fatto che tutti gli uomini debbano lavorare mentre le donne possono scegliere se "essere indipendenti" o "farsi mantenere" (diritto non solo strappato de facto in ogni unione con le ben note disparità di numeri e desideri nell'amore sessuale grazie a cui la donna può adottare il grado di di ricchezza dell'uomo come criterio di scelta almeno quanto per l'uomo lo è la bellezza, ma sancito pure dalla cassazione per cui il tenore di vita del matrimonio deve essere mantenuto anche a costo di costringere l'ex marito a dormire in macchina o a continuare a pagare gioielli e vestiti firmati), il fatto che gli uomini debbano disporsi a svolgere lavori stressanti o alienanti (vedi management, finanza ecc.) solo perché ben pagati e conferenti primato sociale, mentre le donne possano scegliere l'attività per indole (ad esempio l'insegnamento), per comodità (ad esempio gli impieghi "polleggiati"), per il tempo da lasciare alla famiglia e ai figli (ad esempio il part time), il fatto che siano principalmente gli uomini a dovere, nella lotta per il potere e la ricchezza, a commettere delitti e finire in carcere (poiché, innanzi alla sicurezza di avere una vita sessualmente e socialmente apolide, ridotta ad un susseguirsi di illusioni, irrisioni, ferimenti intimi, umiliazioni pubbliche e private e frustrazioni sempiterne d'ogni disio molti preferiscono il rischio del delitto e della galera), il fatto la maggioranza di chi muore, o spende la vita in sacrificio e fatica, nel lavoro, nella pace come nelle guerre sia costituito da uomini e non da donne (fatto trascurato dalle stesse femministe che non aspettano di avere un 30 percento di morti femminili sul lavoro o nelle "missioni di pace" per richiedere un 30 percento nei CDA e nei parlamenti), non è, come vorrebbero far credere stupidità maschilista e propagande femminista, frutto di condizione debolezza della donna o di discriminazione contro di essa, bensì di una condizione di "forza contrattuale naturale" femminile e del tentativo maschile di bilanciare collettivamente (un tempo, con le mirabili strutture dell'arte come della religione, della politica come della storia, del pensiero come della società) e individualmente (ancora oggi, con lo studio, il lavoro, la posizione sociale, la cultura, il potere, la ricchezza, la fama, il successo, e quant'altro consegue al merito o alla fortuna individuali) tutto ciò che alle donne è dato in desiderabilità e potere, dalle disparità naturali nell'amore sessuale e nella riproduzione e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all'esser madri, affinchè anche l'uomo abbia la stessa libertà di scelta e la stessa forza contrattuale delle donne nella realtà della vita al di là delle apparenza sociali).
Solo stupidità maschilista e propaganda femminista possono chiamare condizione di debolezza e di oppressione tale umano ed equo tentativo di bilanciare in influenza sul mondo a apprezzamento sociale ed amoroso quanto dato alle donne dalla natura.
La donna parte da una posizione di forza. L'uomo deve industriarsi per bilanciarla. Come somma stupidità maschile e ingiustizia femminile, quando vi riesce il bilanciamento è fatto passare come prova della debolezza della donna (tesi maschilista) o della malvagità dell'uomo (tesi femminista), quando non vi riesce sarebbe conferma della stupidità del singolo uomo (maschilisti) o dell'intero genere maschile (femministe).
Ecco dove sta la nostra reale debolezza sociale: nel veder considerata debole la donna quando noi riusciamo, con fatica, merito o fortuna o caso, a compensarne la forza in desiderabilità e potere.
Non solum l'uomo, per bilanciare una condizioni di partenza che lo vedrebbe svantaggiato in quanto più importante davanti alla natura, alla discendenza e alla felicità individuale, deve rischiare, faticare o comunque impegnarsi e spendere fortune o meriti individuali, sed etiam il frutto stesso di tale bilanciamento (quando riesce) viene presentato come colpa, come "ulteriore prova" della sua "discriminazione contro le donne", come ulteriore conferma che "queste sono deboli/vittime e vanno protette/risarcite" (quando non riesce è propagandato semplicemente come "conferma della stupidità maschile" o trascurato perchè in esso si spenga ogni speranza di felicità residua per l'uomo, sino al suicidio o alla perdita di interesse per la vita).

Dobbiamo smettere di fare il gioco di chi, prima, ci ha convinti, con favole egalitarie e distorsioni moralistiche e anacronistiche della storia (consistenti nel valutare con i parametri eudemonici e individualisti di oggi le ragioni del mondo anagogico e comunitario di ieri, nel quale gli uomini non avevano affatto la libertà di fare di tutto, ma il dovere di sacrificarsi nel proprio ruolo, esattamente come le donne), a smantellare tutte quelle mirabilie (dell'arte come della religione, della politica come della storia, del pensiero come della società), edificate nei millenni dai più forti, dai più saggi, dai più geniali e dai più coraggiosi epigoni maschili (dei grandi popoli indoeuropei fondatori di città e civiltà grazie ai loro valori virili e aristocratici) proprio al fine di permettere agli uomini di compensare tutto quanto in desiderabilità e potere è dato alle donne per natura (dalle disparità di desideri e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all'esser madre) e poi, senza più limiti né remore né regole, fa uso delle proprie armi naturali per raggiungere (sempre dietro il paravento della "parità" formale) un'incontrastata preminenza nelle sfere più rilevanti davanti alla natura, alla discendenza e alla felicità individuale (aiutata in questo peraltro da leggi applicate a senso unico contro ogni etica, ogni natura e ogni diritto, come nel caso di aborto, divorzio e violenza sessuale).

Caro viaggiatore nero, se proprio non ti piace l’Italia e ami tanto quelle stronzette anglosassoni che stanno ammorbando il globo con le loro “parità impari”, con le loro menzogne femministe, con la loro demagogia antimaschile, con le loro generiche o platealmente false accuse, con le loro trasformazioni antropologiche che stanno rendendo la vita di un giovane maschio in occidente ormai non più sopportabile nemmeno in prospettiva (con il metoo arrivano a chiamare “stupro” qualunque rapporto l’uomo possa - una volta raggiunta quella posizione di potere, prestigio e ricchezza capace di farlo uscire dalla tirannia matriarcale in cui ha vissuto dall’era scolare in poi,

  • riuscire finalmente a rendere possibile con una bella fanciulla, senza dover recitare da giullare o ridursi a zerbino, con peraltro poche speranze), lasciaci in pace e torna nelle tue amate colonie britanniche!
    Hanno detto a me che, se vedo nell’Iran più similitudine con la repubblica di Platone rispetto all’occidente, dovrei andarmene là. Con maggior forza (perché nel mio caso io voglio semplicemente il ritorno alle origini virili, guerriere e aristocratiche del mondo indoeuropeo delle origini, prima della corruzione cristiana, mentre tu vuoi portare la corruzione femminista angloamericana nella patria di Dante) io dico a te, che ti permetti senza troppi gire di parole di dare dei “figli di buona donna” a noi italiani, di andartene dai cui simili caraibici o kenioti (ammesso che questi - a cui va la mia empatia in quanto miei simili al di là di ogni mio presunto “razzismo” - siano poi così contenti di fare da toyboy per tardone anglosassoni impregnate di femminismo e melanzane italiane cesse in cerca di belilllo in vacanza).

Beyazid_II
Newbie
27/04/2020 | 18:14

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La quarantena sta evidentemente facendo emergere in questo nick serbo il meglio delle sue interessanti banalità mainstream e delle frasi fatte ripetute dai sui simili senza alcun fondamento logico o scientifico:

“Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi” - dissero coloro i quali non erano in grado di capacitarsi di come un oscuro impiegato dell’ufficio brevetti, di nome Albert Einstein, avesse potuto chiudere in una semplice formula un problema tanto complesso come l’equivalenza fra energia e massa (per capirci, E=m*c^2).

“Chi va controcorrente, probabilmente ha torto” - dissero i professori di inizio Novecento a Guglielmo Marconi (che, ricordiamolo, non seguì il consiglio di Galvani - che lo avrebbe voluto iscritto all’università - e preferì concentrarsi ostinatamente nei suoi originali esperimenti, senza “perdere tempo”), preconizzando l’impossibilità di trasmettere onde radio a grandi distanze (per poi trovarsi come niente fosse, dopo un secolo, a celebrare ufficialmente l’anniversario della prima trasmissione).

“I professori hanno sempre ragione” - disse l’utente che proprio su questo forum qualche mese fa sosteneva la tesi della virologa-cosmopilita-immigrazionista Gimondi (“è solo una parainfluenza, è scandaloso che ci sia tanto allarme”, “siete tutti ignoranti”, “siete dei fascio-leghisti”, “mi fa ridere che dall’estero mi scrivano preoccupati sulla situazione dell’Italia”).

Certo non è sufficiente proporre una soluzione semplice, andare controcorrente o criticare i professori per avere ragione. Né io, per parlare, sono Einstein o Marconi (però sul lavoro mi diletto molto a cercare soluzione analitiche, se non semplici, almeno in forma chiusa! e chiamo più bravo di me, non più ciarlatano, chi riesce a trovarle pure più semplici, purché le dimostri!). Conosco però i “professori” praticamente da quando sono nato e qualcosa su di loro posso ben dire.

“Hanno studiato decenni”, certo, ma principalmente al fine di costruire un sistema para-mafioso che chiamano “accademia” al duplice fine di:

  • impedire di entrare a chi, venendo dopo ed avendo magari studiato anche più e meglio, vorrebbe entrarvi senza passare per un periodo di “corvé” veramente medievali (ovvero obblighi di servizi senza compenso e di cieca obbedienza a chiaro discapito di quanto sarebbe la libera ricerca e di quanto sarebbero le inclinazioni personali che la motivano);
  • distruggere qualunque residuo di “verità in objecto” nella scienza, fino a concepire un sistema di valutazione tanto delle persone quanto delle opere basato non sull’oggettiva verità e dimostrabilità delle cose trattate, sull’effettiva validità del lavoro personale (cosa che richiederebbe, almeno di leggere e capire i papers…), ma su criteri “numerici” (citazioni, partecipazioni ad eventi, numero di cose mai scritte personalmente su cui si ha potuto pisciare il proprio nome, ecc.) il cui incremento è dato, in ultima analisi, non da meriti e capacità personali, ma dalla quantità di amici e influenze propri e del proprio “padrino" (l’unico altro ambiente in cui il prestigio cresce con potere e amici è proprio la mafia: solo che nella legge Gelmini si chiama “meritocrazia”).

Certo non tutti rientrano in questo cliché, ma la maggioranza sì, altrimenti non avremmo l’Anvur.
A volte mi stupisco pure di come, nonostante, tutto, la scienza, la tecnica e la medicina riescano per mostro e miracolo a progredire in questo non-mondo.
Il fatto che la virologa pluri-titolata abbia clamorosamente toppato, mentre siano state due ricercatrici precarie a sequenziale il virus, non è un caso: è la rappresentazione plastica di una realtà accademica in cui chi è pagato, stimato e ascoltato, obbedito non fa materialmente ricerca da decenni (se mai l’ha fatta), e passa la giornata divertendosi in riunioni, giochi di potere (fra cui rientra stabilire regole) e incontri con la politica, mentre chi magari non ha neanche un assegno di ricerca regolare porta avanti la baracca.
E se è così nella facoltà scientifiche, figuriamoci in quelle in cui già per programma non esiste un’oggettività.

Non crediate che la diatriba sia fra chi ha studiato e chi non ha studiato, fra scienza e pseudoscienza, fra chi cerca la verità e chi si accontenta degli slogan.
Al contrario, chi si presenta ufficialmente come studioso e scienziato viene, oggi, probabilmente da quello stesso ambiente (politico, culturale, accademico) che ha tolto l’eccellenza nello studio come criterio di valore (distruggendo la scuola selettiva - e quindi potenziale ascensore sociale - con il sessantotto, distruggendo la didattica all’università con l’internazionalizzazione - che per non fare calare gli iscritti e non far piangere gli indicatori, permette di accedere a gente dell’universo mondo priva del minimo retroterra fisico-matematico richiesto, ad esempio, ad un ingegnere - introducendo gli “psicologi” nella selezione dei neolaureati, mettendo in giro la voce che “studiare tanto le materie di profitto e prendere bei voti non serva”, e - dulcis in fundo - "meglio le competenze trasversali”).
E chi parla tanto contro le fake news, la pseudoscienza e gli slogan è il primo, nel suo lavoro, ad aver fatto passare il principio per cui “un paper è vera scienza se è citato almeno n volte da n autori”. Con questo principio (che è la traduzione in regole del nichilismo democratico: “non esistono verità in sé, ma è vero solo quello che molta gente dice esserlo”), Einstein, abituato a lavorare con serietà (quindi spesso da solo) e solo su ciò che lo convinceva, non avrebbe preso neppure l’abilitazione da associato ed anzi avrebbe avuto difficoltà a passare la selezione da ricercatore a tempo determinato.
Per non dire di come anche le argomentazione “mainstream” (“le donne salvano il mondo”, “gli immigrati portano benessere”, “non c’è salvezza fuori dell’europa”, “non si può andare contro la storia”, “non si può andare contro lo spirito dei tempo”) spesso altro non siano che slogan, indimostrabili (anzi, magari c’è qualche controesempio), esattamente come quelli opposti. E per non dire delle “fake news” ufficiali tipo l’emergenza femminicidi, la “violenza” vista ovunque, il presunto “patriarcato”, il diesel brutto sporco e cattivo, o, per stare in tema, questo virus che avrebbe dovuto essere “una similinfluenza di cui non preoccuparsi” o le mascherine che all’inizio non servivano ed ora sono obbligatorie.

In passato ho perso anche troppo tempo a rispondere a questo nick dall’aria saccente che crede di potersi permettere qualunque offesa e provocazione nascondendola nelle sue battute da cabaret yiddish.

Flautomagico è stato bannato per molto meno ed era molto, ma molto più simpatico (e quindi anche intelligente)!

Mi dispiace che questo professorino da internet abbia tolto a chi mi seguiva la possibilità di leggere il mio 3D ironicamente autobiografico (non posso certo continuare a scrivere laddove chi manco mi conosce si permette di attribuire i miei pensieri - che non è stato peraltro mai in grado di confutare analiticamente - ad una mia presunta mediocrità di piccolo hitler frustrato).

Non perderò altro tempo con lui. E vi invito a fare altrettanto.

P.S.
Non dite che me la prendo con i soliti noti e con i soliti nick anonimi. Me la prendo anche con gli insoliti famosi.
Il massimo è quel cabarettista di Alessandro Barbero: come medievalista magari può anche passare (anzi, è meritoria la sua opera di smentita dei luoghi comuni sul medioevo, costruita peraltro dai “nonni” dei progressisti: gli illuministi), ma appena parla di periodi più recenti diventa solo un misto di fallacie logiche, banalità borghesi e trivialità politicamente corrette (o comunque di giudizi storico-valoriali che denotavano l’ingenua incapacità di uscire, anche solo per motivi speculativi, dalla visione del mondo moderna). Ho sentito peraltro un paio di (applauditissimi) interventi sulla prima guerra mondiale che avrebbero potuto essere messi in ridicolo su più di un punto dai miei lavori di approfondimento da appassionato che feci quando ero in terza media! Ed uno dei più bravi storici sull'argomento non è uno storico ma un ingegnere: Mario Silvestri.
Sentiteli voi i professori di oggi….a me hanno rotto. Preferisco studiare personalmente da solo le cose che mi interessano, magari seguendo l’esempio dei dotti di ogni epoca.

Beyazid_II
Newbie
27/04/2020 | 18:05

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@marko_kraljevic said:
E soprattutto ricordate che non esistono spiegazioni e soluzioni semplici a problemi complessi, che chi afferma di averle è cretino oppure in malafede e che, infine, il gomblotto è per l'appunto una spiegazione semplice.

Eppure, i Romani, che molto capivano di civiltà, dicevano “SIMPEX SIGILLUM VERI” (ovvero, spesso la semplicità e la linearità di una spiegazione denotano sincerità e plausibilità, mentre spiegazioni troppo complicate sono spesso segno di invenzione e malafede).

Intanto, anche spiegazioni come “non siete d’accordo perché non avete studiato abbastanza”, “perché non siete abbastanza intelligenti”, “perché siete fascisti”, “perché siete da curare”, “perché avete traumi personali”, sono spiegazioni semplicistiche (e sono proprio le più gettonate dal “mainstream”). Più in generale, qualunque spiegazione complessa, a prescindere dal fatto sia vera o falsa, appare semplicistica se ridotta a dibattito in tre battute su un forum o su twitter.
Quindi semplicità e complessità non sono criteri con cui valutare una tesi e il tentativo di farlo è solo un trucco retorico.

In secondo luogo, un esempio di fallacia logica è proprio sostenere che una tesi complottista sia falsa perché “troppo semplice”. Al contrario, se seguiamo il rasoio di Occam, il punto debole di ogni teoria complottista è semmai il suo spiegare con qualcosa di inutilmente complicato (qualcuno che trama per qualche motivo) un fatto che potrebbe essere spiegato più semplicemente (ad esempio la casualità o la divergenza di interessi).
E’ poi un maldestro trucco retorico quello di chiamare “complottista” qualunque tesi non veda il potere costituito come “dalla parte della ragione e della giustizia”. Io non credo esistano complotti ai nostri danni, ma semplicemente mi accorgo di vivere in un’epoca nella quale, molto più che nei secoli passati, gli interessi della classe dirigente locale divergono da quelli delle persone da essi amministrate.

Chiamare “male” quello che i media dicono “bene” è dunque una possibilità da contemplare spesso, se si vuole dare “potenza” alla propria vita e non a quella di una sedicente umanità universale dietro la quale si celano gli interessi umani e troppo umani di una élite senza patria (formata, peraltro spesso da banditi speculatori che nella vita scopano modelle e nella cultura e in politica finanziano Femen et similia).

Quando gli Agnelli facevano approvare leggi in proprio favore, essendo la Fiat situata in Italia, favorivano comunque anche tutti coloro che potevano beneficiare dello sviluppo industriale dell’auto. Magari sulle prime gli operai potevano sentirsi vessati o sfruttati, ma alla lunga il maggior benessere generale, essendo un presupposto per i guadagni degli Agnelli, raggiungeva anche loro. Per inciso, tutto questo si è interrotto con la globalizzazione: quando gli interessi di chi decide (perché ha il denaro per farlo) non risiedono più nello stesso luogo di chi è governato (perché magari il suo interesse è produrre in oriente dove la manodopera è poco costosa e ancor meno tutelata, mentre quello dei suoi concittadini sarebbe continuare a produrre dove esiste un tenore di vita dignitoso e diritti sindacali effettivi), allora si hanno classi dirigenti che, seguendo il proprio interesse (come sempre fanno in ogni tempo della storia e in ogni luogo della terra le classi dirigenti fatte di uomini reali), mandano in malora quello pubblico (da cui: delocalizzazione, flessibilità, competitività, mercato unico, rigore dei conti, unione europea e tanti altri sinonimi per giustificare teoricamente, dottrinalmente, ideologicamente, la distruzione dell’interesse nazionale in nome di quello privato di lobbies camuffate da "Umanità universale" e di finanzieri senza patria travestiti da filantropi, di cui sopra).

Intendiamoci: sono cose che succedono dai tempo delle lotte fra patrizi e plebei, non è una novità di oggi.

Viviamo un po’ quanto accadde nell’età imperiale a Roma (a proposito: chi dice agli altri di studiare bene la storia dovrebbe almeno cercare anche di capirla): prima l’aristocrazia senatoria e il ceto equestre avevano i loro interessi nello stesso luogo del popolo (l’Urbe) e, bene o male, l’aumento di prosperità dei “patrizi” implicava una minore indigenza dei “plebei” (bottino per tutti). Quando tutto il mondo divenne romano, i romani non ebbero più una patria, chi votava le leggi in Senato lo faceva per interessi che si riverberavano lontano dall’Urbe e Roma divenne periferia dell’impero (tanto che la capitale finì altrove).

Ed oggi tutta l’Europa (non solo l’Italia) è diventare periferia del mondo. E’ un fatto, non un complotto. Ragionevole dunque mettere “sotto inchiesta” tanto le classi dirigenti quanto le ideologie dominanti che ci hanno condotto a perdere quella centralità che i nostri Avi avevano tanto faticosamente costruito (e che già una volta era stata distrutta dal cristianesimo universalista…)

Historia magistra vitae…

Beyazid_II
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09/09/2019 | 17:24

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Ma io mi domando e chiedo: è possibile che non si possa trasmettere un programma sulla bellezza femminile senza riempirlo di continui intermezzi di “rieducazione maschile”?

Perché a metà della presentazione delle concorrenti deve essere fatta parlare la madre di una ragazza uccisa dal fidanzato? In un concorso di bellezza maschile farebbero parlare il genitore di un ragazzo fatto sfigurare dall’acido dalla ex-gelosa o fatto uccidere dal padre di questa? Io penso di no. Anzi, in questi casi anche le condanne sono ridicole (vedi i due recenti fatti di cronaca, con le solite giustificazioni per lei e gli improbabili garantismi – di cui il nostro sistema giudiziario si ricorda solo quando la vittima è maschio -- per quel bastardo militare che ha sparato al fidanzato della figlia simulando poi un incidente).

E’ chiaro il messaggio “guardate pure le ragazze in bikini, ma ricordate che, in quanto maschi, il vostro desiderio è peccato da scontare con il catechismo femminista, la vostra natura è violenta e quindi dovete provare contrizione per quanto i vostri simili fanno alle donne”.

Alla faccia dello stato di diritto in cui le colpe sono personali (e mai “collettive”), vogliono chiaramente che, proprio nel momento più gioioso e spensierato del concorso (quando nello sguardo la mente si abbandona al disio e, nella gioia festosa e comunitaria della cerimonia, dimentica persino che quelle bellezze saranno per quasi tutti noi individualmente irraggiungibili nella vita) ci sentiamo in colpa e ci ricordiamo di obbedire alle “leggi morali” del femminismo. Difatti si dice subito “la violenza è un problema culturale” (tradotto dal femministese: “chi propone una visione del mondo, una prospettiva su un problema o anche solo una sfumatura di significato, una desinenza di parola, non conforme alla dottrina politicamente corretta in senso femminil-femminista è un sostenitore implicito della violenza, anzi, è egli stesso un violento da estromettere socialmente”. Basta vedere cosa succede a certi personaggi pubblici e non quando criticano certe derive).
Insomma, “femdom morale” allo stato puro (trasposto sul piano dei concetti e dei messaggi subliminali, è un po’ come quando al colmo dell’eccitazione il sub viene percosso, sgridato perché ha guardato e costretto col guinzaglio!).

Dobbiamo replicare con freddezza (e con durezza). Alla frase “ogni giorno una donna viene uccisa da un uomo”, si dica finalmente che, ogni giorno, almeno tre uomini muoiono di lavoro in una società che, evidentemente, considera solo il nostro sesso come “sacrificabile” (per il benessere collettivo di cui anche e soprattutto le donne godono senza doverci morire). E almeno dieci o più (andatevi a vedere i numeri delle sentenze) vengono ridotti ad una non vita dalle leggi femministe (interpretate a senso unico da banditi con la toga) su divorzio e violenza, privati di “casa, famiglia, roba” quasi come esuli ottocenteschi, a volte pure della libertà e della salute (perché incarcerati con false accuse inventate al fine di ottenere vantaggi nella causa di divorzio, con la prospettiva di subire il codice barbarico dei carcerati e la certezza di avere la vita e la reputazione rovinate), spesso della rispettabilità sociale (calunnia è un venticello…), con la psiche devastata, senza lavoro, senza reputazione, senza soldi e senza possibilità materiale e morale di rifarsi una vita.

Alla solita litania del “la donna viene troppo spesso vista come un oggetto…il suo non era amore…era geloso perché la voleva controllare con il potere” si replichi con sincerità e spavalderia:

1) Verso ciò che si vede come un oggetto non si prova alcun sentimento né di amore né di odio. Lo si usa e basta. Si fa, cioè, quanto facciamo da puttanieri con le professioniste e quanto praticamente sempre le donne fanno, gratis, con gli uomini, attirandoli ed intrattenendoli al solo fine di compiacere la propria vanagloria e misurare la propria avvenenza, concedendosi a loro non per quello che sono, ma per quello che possono dare in cambio (variabile da quelle attenzioni, quelle parole, quelle opere, quelle sofferenze offerte durante il corteggiamento e pretese per costume e vanità a mo’ di pagamento immateriale anticipato, ad offerte più materiali come viaggi, vestiti, cene, regali più o meno costosi, senza i quali molte relazioni si spegnerebbero, passando per tutto quanto – mantenimento, tranquillità emotiva ed economica, innalzamento del tenore di vita, aumento del livello di prestigio sociale e di comodità – spesso le donne pretendono anche solo per prendere in considerazione l’unione con un uomo) e gettandoli come tovagliolini usati quando la loro utilità viene meno (si veda chi chiede quasi sempre il divorzio). Se alcuni uomini diventano folli a tal punto da preferire uccidere e uccidersi (o costituirsi dopo l’omicidio, il che è equivalente) piuttosto che accettare l’abbandono è perché, inequivocabilmente, la donna è considerata più preziosa della vita stessa (“vita de la mia vita” direbbe il Tasso).

2) Forse proprio perché era amore è diventato follia. Solo per le donne l’amore significa soltanto attirare qualunque individuo del sesso opposto e selezionare fra tutti chi eccelle nelle doti volute (perché conferenti primato o prestigio sociale e quindi buone prospettive per eventuali nascituri). Solo per le donne l’amore significa principalmente “razionalità sentimentale” volta a trovare una persona che aumenti il benessere materiale e morale. Solo per le donne amare significa semplicemente rispettare e vivere assieme fino a quando ciò apporti un vantaggio. Per alcuni uomini l’amore è un potere che non sa esprimersi a parole e a romanzi, non sa tradursi in calcolo, non sa farsi da parte quando la ragione glie lo chiede, ma che, al di là del bene e del male (ah, la grande passione…) pone nella donna amata l’unico significato del vivere. E quindi, quando questa se ne va, la vita perde di qualunque valore, tanto da divenire peggiore della morte. Contestiamo pure questa visione potenzialmente omicida-suicida (meglio fuggire le frecce di Cupido), ma smettiamo di dire che non nasca dall’amore ferito, ammalato (magari per trascuratezza), a volte offeso (si pensi a cosa possa provare chi viene ferito da una stronza pronta ad usare la propria avvenenza e il disio suscitato per infliggere – motivata da calcolo razionale o sentimentale, interesse materiale o morale, o anche solo da gratuito sfoggio di preminenza erotica - intima sofferenza, irrisione nel profondo, dolore alla psiche e al corpo, umiliazione pubblica e privata, frustrazione reiterata degenerante in ossessione e perdita di interesse per la vita, anoressia sessuale, suicidio).

3) Come insegna Platone, l’amore è un demone che compendia possesso e privazione. La gelosia è quindi un elemento costitutivo fondamentale. Solo chi non ama veramente, chi non è davvero interessato all’altra persona (perché, magari, la può sostituire facilmente), può permettersi di non essere geloso. Se proprio vogliamo mettere “i puntini sulle i”, è quasi sempre la donna e non l’uomo a possedere la maggior parte del rapporto di forza contrattuale in una relazione (almeno fra persone relativamente giovani), in ragione di quelle disparità di numeri e desideri (negli uomini il disio sorge con la rapidità del fulmine e l’intensità del tuono al solo apparire della fattezze femminili, mentre nella donna si manifesta – e solo come coinvolgimento mentale, mai come dipendenza fisica - solo se e quando il candidato ha mostrato eccellenza in dati ambiti e date prove) nell’amore sessuale volute dalla natura per la propagazione e la selezione della vita e favorevoli grandemente al sesso femminile (quello investito del ruolo privilegiato di selezionatore, rispetto a quello maschile ingratamente lasciato al faticoso ruolo di chi deve sempre “fare qualcosa” nella speranza di essere scelto). Magari a volte la violenza è una reazione scomposta proprio all’esercizio arbitrario del potere erotico-sentimentale da parte della femmina. O, magari (specie in certi casi di divorzio) è un comprensibile (anche se non giustificabile) grido disperato “muoia Sansone con tutti i filistei” (prima di farsi distruggere vita, famiglia e affetti dalla donna tramite il sistema legale, si preferisce diventare criminali).

Beyazid_II
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07/09/2019 | 01:36

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@darkside
Se ci vediamo in qualche fkk ti devo un drink. Grande occhio!

Beyazid_II
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07/09/2019 | 01:35

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Beyazid_II
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07/09/2019 | 01:34

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evvai: la 3 almeno seconda.

Beyazid_II
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07/09/2019 | 01:27

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miss cinema ha bisogno di truccarsi meglio.

Beyazid_II
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07/09/2019 | 01:26

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miss eleganza invece non mi convince. Ve la lascio. E miss sorrisi ancora in gara pure.

Beyazid_II
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07/09/2019 | 01:24

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farei intanto una scappatella con la miss delle miss n65. Bellezza veneziana, ricciolina e ambrata, vagamente orientale che mi ricorda la Nina delle mie memorie.

Beyazid_II
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07/09/2019 | 01:12

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è anche la favorita delle altre due finaliste

Beyazid_II
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07/09/2019 | 00:50

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Appena ripescata sul podio la Carolina. Ormai tifo per lei. Oggettivamente gnocca ora che la mostrano dal retro! Con la sceneggiata sul palco le hanno permesso di sfoggiare le notevoli gambe.

Beyazid_II
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06/09/2019 | 19:31

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@darkside
Grazie, finalmente si torna a venerare la bellezza dopo la parentesi di censura boldriniana!

Qui nessuno ha mai detto che tutte le italiane facciano cagare. Quasi tutti diciamo piuttosto che la maggiore rarità della bellezza fra le fanciulle italiche (rispetto al resto d'Europa) induce anche le racchie a tirarsela. E che, prese dieci ragazze a caso, è difficile pescare la perla rara! Mentre se vai a Mosca sono perle 5 su 10!

Difatti, certi spettacoli si trovano solo a miss Italia, non girando per le vie dei nostri paeselli.

La "spettacolare" (come dici tu) Carolina si presenta a miss Italia e spera magari di diventare attrice, presentatrice o modella. Non la troveresti mai a passare le selezioni per entrare in polizia come miss Russia di qualche anno fa.

Senza nulla togliere alla tua prediletta, dico solo che qui in Italia una come lei (come anche quelle meno belle) riceve ogni giorno complimenti e proposte da 1440 ammiratori (uno per ogni minuto), mentre in Polonia, in Russia, o in Ucraina (ma anche solo in Germania, in Austria o in Ungheria) sarebbe sì considerata bella, ma normale, e dovrebbe accontentarsi di un lavoro normale e di un fidanzato normale (mentre qua, se non stanno con l'ultimo tronista, con il cantante più in voga, con il miliardario del momento, con il ministro degli interni più twittato e twittante, non sono contente).

Beyazid_II
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06/09/2019 | 19:21

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@javiercercas said:
@whip69 io non ho fatto discorsi utopistici, prendo atto del fatto che i paesi "civili" Germania etc. sono stati costretti a legalizzare la prostituzione organizzata appunto per la vicinanza con paesi che dopo il crollo del muro erano diventati molto più poveri e contenre il fenomeno era impossibile.
Appunto perchè come dici tu in italia ik fenomeno dilagherebbe non lo permetteranno.
Nessun governo lo farebbe, destra o sinistra, perchè la cosa comporta dei problemi sociali enormi, compresa appunto l'uscita di milioni di euro dall'economia "pulita".

Qua ti contraddici. Hai detto prima che i Tedeschi hanno legalizzato per non far confluire fuori dai confini la massa di denaro proveniente dai loro puttanieri. Ed ora dici che noi non dobbiamo legalizzare perchè i proventi dei bordelli sarebbero in qualche modo legati ad attività illecite e al mercato nero. Ma se in Germania la legalizzazione è servita proprio ad impedire che il denaro si spostasse dall'economia "pulita" a quella "nera", perchè ciò non dovrebbe funzionare anche in Italia?

Non puoi comparare le migliaia di persone che vanno in svizzera/germania ora con i milioni di potenziali clienti che avrebbero queste strutture.
Se già è intollerabile la situazione del gioco d'azzardo, pensa che disastro sociale sarebbe avere in ogni città bordelli aperti.

Il numero di persone che oggi va a puttane all'estero sarebbe più o meno quello che ci andrebbe in Italia. Se si gestisce un traffico frontaliero si potrebbe gestirne ancor meglio uno interno, non credi?

Se parliamo di nero, se devo "riciclare", che ne so, delle banconote da 500 non "spendibili" in Italia (causa controlli quasi sicuri), lo faccio proprio andando a puttane in Svizzera, non in Italia (a cui torno con il resto in banconote da piccolo taglio). E' la situazione attuale a favorire l'autoriciclaggio, non quella legalizzata (dove si paga con carta di credito!)

Beyazid_II
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06/09/2019 | 19:15

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MI accorgo di un lapsus freudiano. Mia madre (originaria di Varsavia) era ovviamente in fuga dal comunismo, non dal femminismo. Poichè però è anche alquanto antifemminista, fin da piccolo sono stato avvezzo a sovrapporre i due mali.

Mi scuso con gli onesti (più o meno ex) comunisti (ne ho conosciuti) che ancora oggi non rinnegano Marx, pur disprezzando il sinistrume pseudoprogressista e soprattutto le femministe.

Beyazid_II
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06/09/2019 | 19:09

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@javiercercas said:
@Italorussian io non frequento gli FKK, ma a giudicare da quello che scrive la gente qui dentro non mi pare che sia pieno di tedesche seppur avanti con gli anni (e qui dovremmo chiederci perchè non ci sono tedesche di 20 anni).

Ma il problema resta @marco_kraljevic. La prostituzione non è un mercato come gli altri, anzi, come il gioco d'azzardo, il fumo, le droghe, comporta dei problemi non secondari a livello sociale.
Che si voglia o no ha dei costi sociali non indifferenti e ogni stato ci pensa bene.

Lo stesso stato che non si fa scrupoli a mandare in rovina gli imprenditori con equitalia e simili e gli ex-mariti con le leggi femministe sul divorzio, diventa improvvisamente sensibile al vecchio professore che potrebbe innamorarsi dell'angelo azzurro in vendita al Maxim, al Globe o al Wellcum.
Rispondendoti in veneto: ma va' in mona!

Come detto prima: il rischio dipendenza le fanciulle lo danno in quanto donne, non in quanto prostitute. Per cui, vedi il mio primo post (prostituzione male minore anche dal punto di vista del rischio spennamento).

Mi pare di leggere benissimo proprio da questo forum di come i rapporti tra clienti e prostitute non siano sempre improntati solo al consumo di una esperienza, tipo andare al cinema, ma che spesso il gioco diventa quello di sfruttare i "sentimenti" o creare un legame speciale con il cliente.
E questo è un problema simile a quello dei fumatori, o la differenza tra chi si fa una canna ogni tanto e chi comincia con le canne e finisce con l'eroina.

E con la differenza che quello sessuale è un bisogno naturale, indipendente per intensità e frequenza da cultura, intelligenza ed educazione, mentre quello di droga è un "bisogno" indotto da problemi sociali, culturali o proprio mentali! Di droga si muore, mentre di scopate...magari!

Non entro minimamente nel tema dello sfruttamento della prostituzione da parte di organizzazioni criminali perchè so che genererebbe un ginepraio di polemiche che non mi interessano e non ho voglia di andare a reperire dati e ricerche sulla situazione tedesca, però se siete curiosi emerge un quadro un po' meno roseo di quello che potreste pensare.

E allora, se non ci vuoi entrare, perchè lanci il sasso e nascondi la mano? Certo, se vuoi sostenere quello che le femministe sostengono nel rapporto Holleyball, ti meriti tutte le polemiche del mondo almeno qua dentro: come fai a parlare di scientificità nella relazione fra modello legislativo e sfruttamento/violenza, quando i dati su ciò si basano su "sondaggi" di associazioni di assistenza (quindi fonte sospetta) che classificano come "segni di sfruttamento" tutte le volte in cui la prostituta si è rivolta alle forze dell'ordine (magari per denunciare una violenza, un furto o per altro tipo di assistenza? Capisci che con questo metodo finisce per essere classificato negativamente un evento positivo (possibilità per la sex worker di ricorrere alle forze dell'ordine)?

Quando si leggono i paper scienfici, le fonti vanno controllate. E di fonti come quelle che fecero "indagini" a suo tempo ad noi io non do credito.

Ovvio che i numeri siano "sovrastimati" (come avvenne qualche anno fa in Italia: "80 percento di schiave" titolavano roboanti i giornali). E tornando alla Germania, gli avversari della legalizzazione si permettono di sostenere che questa abbia aumentato lo sfruttamento basandosi sul semplice aumento dei casi rilevati prima e dopo la legge del 2001. Ma questo, semmai, dimostra proprio che grazie alla legalizzazione è possibile perseguire quei casi che altrimenti resterebbero nell'ombra. Là dove la prostituzione è vietata, all'indagatore superficiale sembra che non esistano nè prostituzione, nè sfruttamento. E' ovvio. C'era un link molto chiaro della polizia tedesca (dati del 2013 che mandai a tutti gli europarlamentari nel mio accorato appello inascoltato), ahimè ora non raggiungibile.

Ne parlai a suo tempo nel mio blog:
http://fightbackthenazifeminism.blogspot.com/2014/03/perche-sono-contrario-alla-risoluzione.html

Con questo non voglio dire che in Germania o altrove non esista sfruttamento anche in attività apparentemente legali e non esistano problemi con la regolamentazione. Dico solo che il modo per risolverli non è abolirla o renderla più restrittiva (come è stato, ahimè fatto), ma ascoltare almeno il parare di chi nell'ambiente ci lavora:
https://abbattoimuri.wordpress.com/2017/01/18/il-comitato-per-i-diritti-civili-delle-sex-workers-dice-no-al-modello-svedese/

E se una risoluzione e' osteggiata proprio da chi dovrebbe tutelare e' evidente l'intento demagogico!,

E una risuluzione ignorante perchè, scusa se mi autocito:

ignora il report (di qualche anno fa) dello stesso governo norvegese
http://jonathanx.altervista.org/estero/duello6.html
(che pure poi l'ha copiata), il quale dimostra come politica regolamentatrici e liberali quali quella olandese migliorano la situazione sia per le prostitute sia per le vittime della tratta, mentre quelle proibizioniste come quella svedese peggiorano la condizione delle sex-workers e non riducono affatto il problema (aumentando invece il grado di insicurezza e criminalità in esso), ignora il parere contrario delle sex workers
http://www.lucciole.org/content/view/822/3
(e se una risoluzione e' osteggiata proprio da chi dovrebbe tutelare e' evidente l'intento demagogico), ignora i dubbi espressi dalla comunità scientifica sulla presunta scientificità dei dati presentati dalla Signora Honeyball
http://www.lucciole.org/content/view/829/14
ignora i dati della polizia tedesca i quali dimostrano come non vi sia stato alcun aumento della tratta
http://www.bka.de/DE/ThemenABisZ/Deliktsbereiche/Menschenhandel/Lagebilder/lagebilder__node.html?__nnn=true
e ignora infine che i tentativi mediatici di affermare il contrario si basano su un malinteso (per non dire peggio)
http://feministire.wordpress.com/2013/06/06/does-legal-prostitution-really-increase-human-trafficking-in-germany/
Il fine dunque della legge non è affatto proteggere le donne-prostitute (come dimostra questa interessante testimonianza di una escort svedese:
http://sensuellqkonsult.wordpress.com/2007/05/26/lies-about-sexwork-in-sweden/
ma colpire la prostituzione in quanto tale, da un punto di vista puramente ideologico, e, con essa, tutti gli uomini i quali si rifiutano, ogni volta che sentono il naturale desiderio di congiungersi carnalmente alla bellezza, di passare per le forche caudine del corteggiamento nella quali le "Donne" (ch'aman scriversi con la maiuscola) potrebbero infliggere di tutto (sia fisicamente, sia psicologicamente, sia economicamente, sia legalmente).

Per chi è curioso, come dici tu, questo è un sito che lavora sul tema da diversi lustri (ed ha sempre smontato la propaganda femminista proibizionista che tu sembri subdolamente avallare):
https://jonathanxblog.wordpress.com/category/statistiche-e-dati-essenziali/

Resterà l'Ucraina, sicuramente, secondo me nel medio periodo tutti i paesi occidentali prenderanno misure sempre più retrittive nei confronti della prostituzione organizzata, un po' come è successo per le sigarette, o come sta succedendo per il gioco d'azzardo.

Con ciò, non è che se uno vieta una cosa per legge poi la gente non lo fa, questo lo sappiamo, però se ci sono politiche restrittive, tipo fatti 800 km per andare in un bordello sicuramente scoraggiano, invece che avere il bordello sotto casa.

Sempre meglio che fare 100km con tipe trovate su tinder che danno buca o che si rivelano cessi inchiavabili.

Comunque per capire il gioco dei prezzi basta guardare i night e il loro declino. Intanto tanto per cambiare non c'è un'italiana a pagarla (ed è solo mostrare le tette, pensate voi) e poi chissà perchè prima della crisi trovavano facilmete ragazze e clienti e dopo la crisi invece non trovano più ragazze e i locali sono vuoti. Però i prezzi non scendono... mistero

Perchè, c'è ancora qualcuno che va per night? Non hanno ancora capito che le stesse ragazze che lì ti fanno vedere solo le tette, per la stessa cifra ti danno tutto di là dalla frontiera? Basta aspettarle.
Chi, dieci anni fa, ancora andava a night, mi raccontava comunque che le italiane erano fra le più "scatenate".

Beyazid_II
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06/09/2019 | 18:42

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@javiercercas said:
@ItaloRussian non so valure da un punto di vista sociologico il "nazifemminismo".

Allora te lo definisco io. Il nazifemminismo è la trasposizione di idee, metodi e soprattutto mitologie naziste alla questione dei sessi. O, se vogliamo, come prima di me ha provocatoriamente (ma non infondatamente) scritto il membro di un forum incel, è stato il nazismo a non essere nient’altro se non l’essenza della selettività femminile passata dalla sferra della sessualità a quella dell’ideologia politica.

Come ragiona, nel proprio intimo, una femmina “alpha” (ovvero, per come sono vanitose le donne, qualunque femmina)? “Io sono un ovulo senziente. Gli ovuli sono rari e limitati, non certo come gli spermatozoi (leggi: gli uomini) sì numerosi e sacrificabili. Ogni ovulo é un dono e deve essere riservato solo ai maschi eccellenti”. La constatazione Schopenhaueriana della disparità di desideri fra i sessi (“un uomo potrebbe generare in un anno cento figli, a prescindere dalla nascite gemellari, avendo a disposizione altrettante donne, mentre una donna un figlio solo, a prescindere dal numero di uomini; ne consegue che la donna segua in amore la costanza, l’uomo l’incostanza”) diviene il punto di partenza non già (come deve essere per noi “redpillati”) per la risoluzione su basi oggettivi di problemi erotico-sentimentali, bensì per giustificare l’idea della donna come “più preziosa” dell’uomo, e soprattutto come avente diritto ad infliggere qualunque perfidia, qualunque tirannia, qualunque arbitrio a noi “spermatozoi senzienti” in nome del “superiore interesse” della specie (leggi: dell’umanità), della sua selezione e della sua evoluzione. Insomma: tutto quanto per il nazista è proprio della “razza eletta”, per la nazifemminista è prerogativa della donna in quanto tale.

Dal “diritto” ad usare la bellezza (e la sua illusione) come mezzo per attirare tutti e selezionare spietatamente (magari dopo prove di resistenza, sofferenza e inganno) chi eccelle nelle doti volute, la femmina “alpha” passa facilmente a quello di usare gli stessi “mezzi naturali” nella vita di tutti i giorni, per “difendersi” dalla “violenza maschile” (tutti i costrutti sociali non manipolabili a capriccio, tutti i comportamenti non influenzabili dal “femminile”, tutte le idee non sottoponibili al proprio arbitrio, sono per una nazifemminista “violenza” o “cultura dello stupro”) o, banalmente, per “ottenere quello che voglio”. La mitologia dell’oppressione patriarcale e dell’emancipazione sono quindi terreno fertile per la trasposizione in ambito sociale della propria preminenza naturale nella sfera sessuale.
Come ogni pugnale (o, se vogliamo, come ogni veleno usato da animali fisicamente più deboli per prevalere sui predatori) anche l’arma erotica deve, per essere massimamente efficace, restare nascosta fino all’ultimo. Ecco perché tutte le nazifemministe dichiarano, al contrario, che il loro fine non è la dominazione femminile, bensì la parità, l’uguaglianza, il “ritorno” ad un ordine “giusto e naturale”. Più riescono a convincere il mondo di questo, più hanno libertà per usare i loro mezzi “naturali” per il loro nascosto ma in fondo chiarissimo fine.

La mitologia matriarcale è funzionale a questo. Nella realtà della preistoria e della natura, le società governate delle femmine sarebbero invivibili per maschi senzienti. Da quella della api, in cui i fuchi sono apolidi, vengono selezionati dalla regina per l’accoppiamento e, se vincono la competizione con gli altri, hanno in premio il venire lanciati nel vuoto dopo l’amplesso, a quella degli elefanti, dove la matriarca costringe i maschi, cacciandoli, ad una vita di solitudine e frustrazione, anche per quei pochi che riescono, per una volta, a riprodursi, tutte queste società “female-led” fanno pensare a qualcosa di inumano se trasposto al mondo di individui dotati di autocoscienza.
Eppure, la narrazione femminista (e pure qualche ochetto qui che ci crede) parla del matriarcato come di un mondo fatto di pace, uguaglianza, felicità e pure “sesso libero” (altra cavolata sessantottina). E allo stesso modo descrive come pacifico e vivibile il rapporto fra i sessi di oggi, dove, tolta la prostituzione, nemmeno un quinto degli uomini ha una vita sessuale soddisfacente e comunque più o meno tutti devono “pagare” (ancora una volta, non solo e non tanto in denaro, quanto anche e soprattutto in sofferenze, frustrazioni, irrisioni, derisioni, illusioni, recite da giullare, dignità) per avere una “chance”. Eppure la propaganda nazifemminista dipinge l’occidente come il territorio del “sesso anche troppo facile” e della possibilità per tutti di “amare”.

Appena si fa notare l’infelicità dei maschi, subito questa viene attribuita a deficienze o addirittura a colpe soggettive. E quando si riesce a smascherare anche questa spiegazione semplicistica (mostrando come non solo i brutti e i gobbi o gli asociali o i malati mentali o gli affetti da problemi psichici siano “amorosamente infelici” o comunque nel caso si tratti di un effetto e non di una causa) se la cavano con un “le pene amorose sono naturali. E comunque il sesso non è un diritto”. Tutto, insomma (anche l’infelicità che da sessuale diviene esistenziale e sfocia nel suicidio o nella perdita di interesse per la vita) viene giustificato come “natura”, quando altro non è se non l’effetto dell’eugenetica che la femmina (sedicente) “alpha” (sempre più diffusa in occidente) applica sul nostro sesso: dobbiamo primeggiare socialmente, dobbiamo avere un’immagine affascinante, dobbiamo garantire un miglioramento delle loro vite, se vogliamo “meritarci” una speranza di successo amoroso (anche solo occasionale). Tutto quanto la femmina media racconta in televisione circa l’inclusione, la solidarietà e l’uguaglianza (quando si parla, ad esempio, di migranti), viene smentito quando si parla di ciò che davvero per lei conta. Si viene scartati per il minimo difetto fisico, per il minimo decadimento sociale, per la minima diminuzione di benessere, con un rigoro degno del miglior Mengele in azione nel tentativo di ottenere il superuomo. Sostengono l’inclusività ed i diritti umani quando si parla di “Open Arms”, ma quanto si dovrebbe parlare di “open legs” diventano non dico Salvini, ma Hitler. La felicità (che passa anche per l’appagamento sessuale) non è più un diritto, ma un premio concesso, forse, solo ai migliori e l’umanità sparisce (delle sofferenze maschili ridono bellamente e, se le prendono sul serio, bollano i nostri pianti come “misoginia”). Ogni severità e persino crudeltà (la stronzaggine, come da me definita in altri post, è per loro un diritto) nella “selezione” diventa lecita alla luce del fatto che “loro e solo loro hanno la vagina” (il “ci faccio quello che voglio io” va sempre letto come: “devi fare quello che dico io se ci vuoi entrare. E poi si vedrà”). E quando ci lamentiamo della loro tirannia, dentro di loro (e a volte anche in certe voci dal sen fuggite) rispondono che “così deve essere, perché la donna è anche madre” (e quindi, nella loro ideologia, anche “super-partes” e generatrice di vita alla pari di dio).

Così come nel nazismo, nel nazifemminismo il dato biologico viene quindi posto come fondamento di valore e quindi di diritto. Ciò non è per nulla contraddetto dal fatto che le nazifemministe (almeno oggi) militino spesso nelle file di partiti progressisti e di movimenti “gender-free” che, a parole, predicano l’uguaglianza, la solidarietà, la parità di diritti e raccontano l’identità sessuale essere un costrutto.
Come credete che il nazismo abbia preso il potere? Raccontandosi semplicemente come un movimento di estrema destra che voleva ridurre in schiavitù mezzo mondo giustificandosi con la superiorità razziale e basta? No, presentandosi come “socialismo” (anche se nazionale). Raccontando che era lì per difendere i lavoratori tedeschi dagli sfruttatori ebrei.
Esattamente allo stesso modo, le nazifemministe, quando sono al di fuori dei luoghi delle loro autocelebrazioni, pongono avanti il vittimismo e la favola anacronistica (è difatti anacronistico tutto quanto giudica i fatti di ieri con i criteri morali di oggi) secondo cui l’uomo avrebbe sempre oppresso la donna e continuerebbe a farlo anche oggi con il “patriarcato” (entità ancora più misteriosa ed evocata a sproposito dei “Savi di Sion”) e proprio per questo il femminismo avrebbe diritto anche allo “shock” di certe “maniere forti” (vedi, solo per dirne l’ultima, la montatura del metoo). C’è differenza con i nazisti che giustificavano le discriminazioni e le aggressioni anti-ebraiche con la storia del “se non ci difendessimo così, quelli ci opprimerebbero con l’usura e lo sfruttamento, protetti dai loro confratelli in tutto il mondo”? L’unica differenza è che le nazifemministe sono appena all’inizio, alla fase dell’espulsione dall’università e dal licenziamento dal lavoro di chi osa contestarle, alla fase delle quote rosa che solo indirettamente sono leggi razziali antimaschili. Quando avranno campo libero, potranno arrivare liberamente ad attuale i loro propositi più apertamente nazisti, come quello di ridurre la popolazione maschile ad un 5-10 percento (perché altrimenti “ci sono troppe guerre” e “l’uomo non ha valore sessuale e quindi, non scopando, stupra”) o di castrare in massa i giovani (“così si riduce la violenza e si fa capire cosa significhi la castrazione cui sono state culturalmente sottoposte le donne per secoli” non è uno scherzo che in Spagna sia emerso un caso simile di propaganda scolastica). Ma d’altronde, cos’è di fatto vietare la prostituzione, se non condannare ogni nato maschio non abbastanza ricco, famoso e bello, ad una vita da castrato?

Le nazifemministe odiano tutto quanto è maschile (o semplicemente è vagamente percepito come tale) esattamente come i nazisti odiavano tutto quanto era (o era più o meno fondatamente propagandato come tale) ebraico. Odiano la storia, vista come corruzione di uno stato primigenio felice e matriarcale (e per questo appoggiano la distruzione globalista di ogni identità storica: famiglia, patria, religione). Odiano la sessualità, vista sempre come violenza (“ogni coito è uno stupro”, “ogni prostituzione è violenza mediata dal denaro” e via andare). Odiano persino le scienze esatte, quando non riescono in un modo o nell’altro ad entrarci in massa (vedi le polemiche sull’infelice Strumia). Ed amano solo e soltanto quanto esce dalla loro vagina: promesse di “accoglienza”, desiderio sessuale diffuso ma non appagato, e “vita” in senso bassamente biologico (di cui si sentono le uniche custodi: vedi l’aborto visto come diritto assoluto e inalienabile di decidere chi nasce e chi no). E, come i nazisti, giustificano tutto con “la pace nel mondo”. Dicono che un mondo “macho-free” (o, nei casi più estremi, proprio senza maschi e senza sesso come vorrebbero certi esperimenti svedesi) sarebbe migliore, esattamente come Hitler diceva che un mondo “liberato dai giudei” ed unificato dal suo Reich sarebbe vissuto in pace e prosperità per millenni! Anche quando non lo dicono, tutto questo è alla base delle loro scelte ideologiche giustificate nei più diversi modi.

Potete dimostrare con argomenti razionali che gli antichi privilegi (galanteria, corteggiamento, protezioni varie) non possono sussistere assieme ai moderni diritti. Potete convincere con ragionamenti impeccabili che uno stato veramente egalitario non può trattare in maniera tanto sistematicamente diversa i sessi in caso di divorzio, mantenimento e affidamento. Potete anche sciorinare tutto il Beccaria per dimostrare che non è conforme al diritto ed alla ragione dare a qualunque donna il diritto di mandare in galera qualunque uomo sulla sua sola parola, anche prima ed anche senza riscontri oggettivi o testimonianze terze, e addirittura senza una definizione oggettiva e a priori di “violenza”. Ebbene, il loro privilegio sarà sempre “natura” che nessuno potrà o dovrà mai toccare, i nostri diritti saranno sempre “recessivi” dinnanzi a quelli di chi “è anche madre”, la presunzione d’innocenza e l’oggettività del diritto saranno sempre “maschilismo” e “seconda violenza”.

Il più affilato dei ragionamenti può contraddire altri argomenti razionali, ma sarà sempre uno spadino che si spezza quando cozza contro l’impenetrabile sciabola di un discorso mitico. E le femministe usano il mito matriarcale così come i nazisti usavano quello dell’Ur-Heimat. E con esso si sono impadronite del potere mediatico, culturale, morale, legislativo e giudiziario. Perché di quel mito sono avvelenati soprattutto gli uomini, i giudici, i giornalisti, i politici. Siamo sempre noi i sacrificabili (guardate all’ultimo governo: ha fatto il codice rosso che piaceva alla Bongiorno, ma ha sacrificato la legge Pillon!) Siamo sempre noi i colpevoli. Sia che si parli di un processo per presunta violenza (senza testimoni), sia che si parli del problema della prostituzione (ecco perché i discorsi iper-razionali ed iper-economicisti sono qui risibili come spiegazione: è l’unico mercato illegale in cui viene punito chi acquista ma non chi spaccia!). La prostituta viene presentata come “vittima” anche quando va in piazza contro le leggi proibizioniste per rivendicare la propria libera scelta! Vittimizzare le sex-workers è il modo per colpevolizzare il desiderio maschile. E’ ovvio. Non c’entrano il potere d’acquisto, le migrazioni e i paragoni con il gioco d’azzardo!

Inutile anche citare dati. Contro il mito secondo cui la donna è il prezioso ovulo circondato da spermatozoi famelici che devono all’occorrenza essere falcidiati non c’è scienza che tenga.

Quali sono gli effetti sociali di tutto questo (che non è detto esplicitamente, ma sta alla base, conscia o meno, di ogni azione ideologica femminista)?
Quelli da me elencati anche qui in passato:

  • Rappresentazione mediatica dell’uomo o come un pupazzo da sollevare nell’illusione e gettare nella delusione con il massimo del dolore e dell’irrisione possibili (vedi, simbolicamente, le pubblicità della Breil in cui anche un bel ragazzo, dopo essere stato sedotto, viene gettato come un tovagliolo usato) o come un bruto da punire in ogni modo variabile dal calcio nelle palle alle smitragliate (vedi i vari film con donnine salta e spara o anche la media della cinematografia hollywoodiana, per non dire dei “videogiochi antimolestie”);

  • Bombardamento “educativo” (dalla scuola all’informazione più o meno “scientifica”, dalla cultura “ufficiale” dei media alle battute informali in ufficio) volto a rappresentare tutto quanto è più o meno fondatamente sentito come femminile quale bello, buono, evoluto, pacifico, complesso e tutto ciò che più o meno sensatamente viene presentato come maschile quale brutto, cattivo, primitivo, violento, semplice (anche, ironicamente, quando la storia e l’attualità farebbero magari supporre piuttosto il contrario), fino a sparate giornalistiche come “le donne hanno più cervello” o a mantra politici come “con più donne il mondo è migliore”;

  • Conseguente perdita della fiducia in se stessi (per non dire della voglia di lottare e vivere) da parte dei giovani maschi, i quali (essendo in un’età ben lontana non solo dall’acquisizione di potere, prestigio e ricchezza, ma pure dalla formazione di un’identità psicologica stabile) non solo si chiedono perché mai siano nati così “sbagliati”, così “stupidi”, così “violenti”, ma pure che senso abbia studiare e lavorare per fare la fine del “maschio sacrificabile”, per essere comunque “meno intelligente, meno evoluto, meno cool”.

E poi venite a dire sull’altro topic: “perché non corteggiamo più?” Neanche vi rispondo.

Ed è ovvio che non esisterà mai un mondo senza prostituzione.

Speriamo!!!

Però vorrei far notare che proprio questo sito da una chiara idea di quanto il punter (o cliente) medio sia disposto a spendere in Italia.
E ripeto, non stiamo parlando della prostituzione alto livello, clienti selezionati, tanti soldi, stiamo parlando della prostituzione "per tutti". In questa fascia mi pare evidente che ci sia un problema di incontro domanda offerta, basta scorrere Bakeca per capire che sono per la stragran maggioranza provenienti non da paesi dell'europa occidentale.
Oppure esiste un sito pieno di tedesche, svedesi, italiane e su questo sito nessuno ne ha mai parlato..
Per non parlare delle stradali, a parte qualche caso ormai sono tutte straniere anche nelle città del sud.
Ora, con le stradali posso anche immaginare che ci sia un'organizzazione che impedisce alle povere italiane di mettersi in vendita, ma su internet non vedo proprio come questo sarebbe possibile, oppure negli FKK. E' pieno di ragazze italiane che lavorano in germania in tutti i settori, non capisco perchè non lavorano negli FKK. Forse la mafia rumena lo impedisce? O forse cento euro a botta non sono abbastanza interessanti per una che può campare facendo dell'altro?

Tutto vero, ma non sposta una virgola sul tema della legalizzazione. Si legalizza per chi vuol esercitare. Non conta la nazionalità delle esercenti. Poi se non esercita nessuno sarà una legge meno sfruttata...

Poi, per carità, stiamo parlando di PAY, l'indi o altre forme più o meno dirette di scambi di favore esistono in ogni parte del mondo.
A me pare che le italiane che provano a vendersi non manchino, ma mi pare anche che le cifre siano proibitive per il punter medio.

Si vendono in modalità indipay, a cifre più alte. Ma una barzelletta dice: "Una bella ragazza passa sculettando. Un distinto signore la ferma e le propone un milione di euro per una notte. La fanciulla ci pensa e accetta. Poi il signore dice: e per 100 euro cosa fai? - Ma per chi mi ha presa? Chi tu sia lo abbiamo già stabilito. Stiamo solo decidendo il prezzo".

Ora, immaginiamo per un secondo la situazione in cui, i bordelli sono legali, le rumene e le extra comunitarie non sono ammesse, secondo voi quante ragazze lavorerebbero? e quanto chiederebbero?'
Secondo me senza rumene non avreste mai prostitute giovani a 70-100 euro a botta.
Quindi, finchè l'europa tiene fuori i lavoratori ucraini, russi etc. gli unici paesi che possono fornire questo mestiere sono la Romani e la Bulgaria, e infatti così è.

Perchè vorresti escludere le rumene? Così come lavorano in Germania, potrebbero lavorare anche da noi. Non cambierebbe nulla. Solo, le tasse sarebbero riscosse da Roma e non da Berlino. E dici niente!
Guarda che io sono adirato non in quanto puttaniere del mondo, ma in quanto cittadino italiano. Come puttaniere non mi cambia nulla andare a trombare in Carinzia o in Ticino piuttosto che in Friuli o in Lombardia, giacchè comunque accoppio le trombate alle mie gite in montagna. Come cittadino invece cambia parecchio, se penso alla fatica che il nostro stato fa a cercare di far quadrare i conti ad ogni finanziaria!

Ora, che succede quando questi paesi tra qualche anno aumenteranno il loro tenore di vita?

Dobbiamo impedire che ciò avvenga rispetto al nostro tenore!

P.S. faccio notare, per capire, che perfino nella Grecia della crisi pur essendo la prostituzione legale le prostitute non sono greche, e però non ci sono prostitute greche negli FKK. Per dire...

Io invece ho conosciuto (biblicamente) una greca in un FKK. Non era giovanissima, ma era in compenso molto esperta e fantasiosa. Una maestra nell'arte dell'eccitazione in acqua. Diceva che svolgeva quel lavoro per poter mettersi da parte il necessario per aprire una scuola di danza. Chissà ora cosa starà facendo...
Se non ci fosse stata la crisi greca, non avrei mai avuto modo di scoprire certi segreti e di immergermi in un tipo di piacere assieme intellettuale e carnale. Ricordo ancora oggi la sua capacità di coinvolgermi celebralmente nel dialogo. Pare che certe donne si aprano davvero (non solo fisicamente) soltanto esercitando il mestiere...

Beyazid_II
Newbie
06/09/2019 | 15:46

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@javiercercas said:
@whip69 non discuto che 6000 euro siano tanti (e forse in qualche FKK ne prendono di più) ma chiaramente non sono abbastanza per una occidentale per andare a lavorare in un FKK, o meglio, hanno alternative migliori che le rumene non hanno.

Difatti, se noi uomini sapessimo fare il nostro interesse come lo sanno fare le donne (le quali conoscono benissimo la verità del loro naturale privilegio natuale, e proprio per questo la nascondono con la menzogna femminista-pseudoegalitaria), faremmo in modo di mettere il maggior numero possibile di donne nella situazione attuale delle rumene! Poverine? Sarebbero infelici? Dovremmo per questo avere degli scrupolo morali? Certo: gli stessi scrupoli morali che hanno le donne quando "accettano" che una percentuale stimata dall'80 al 95 percento degli uomini viva da "segaiolo represso"....

Il discorso non verte sulla prostituzione in sé, ma sulla sotenibilità economica della prostituzione organizzata, se non ci fosse un paese interno all'unione europea ma con enormi disparità economiche il sisyema dei FKK non funzionerebbe.
In Italia infatti ricordo che la prostituzione è legale, ciò che è illegale è il favoreggiamento, cioè la parte "organizzativa". Infatti per il legislatore, ricevere un compenso purchèssia per favorire l'attività di una prostituta è un po' come sfruttarne il lavoro.
Qui non si parla di escort di lusso, che sono numericamente insignificanti su un paese di 60 milioni, e non si parla di fenomeni sociali in cui una concede i propri favori in cambio di vantaggi economici o altro, cosa che esula dal campo di azione della legge (e molte femministe la pensano come molti di voi, che il matrimonio in ultima analisi sia un prostituirsi a forfait).

Esula fino ad un certo punto dato che un ex-presidente del consiglio è stato condannato per una situazione limite molto simile! Con la definizione "allargata" di prostituzione si salvano ben pochi free! Comunque, anche restando alla definizione "ristretta", il fenomeno clientela in Italia non è certo meno significativo che in Germania. Semplicemente in parte è sommerso, in parte si sposta all'estero. Davvero non capisco perchè, se hanno legalizzato loro, non dovremmo farlo anche noi.

Il punto è che molti vorrebbero delle strutture tipo FKK invece che destreggiarsi tra gli appartamenti e gli annunci su Bakeca, ma questo sposterebbe il problema su un piano socialmente inaccettabile per vari motivi,non solo morali, eccone alcuni a cui forse non avevate pensato:

Ci abbiamo pensato noi e soprattutto ci hanno pensato i governi più saggi di quello italiano.

  • dove lo costruisci? Se già i comuni fanno di tutto per non avere un night nel loro territorio, immaginate la situazione in cui viene presentata al sindaco la richiesta per aprire un FKK, va su tutti i giornali e si trova il municipio assediato. E io sono sicuro che i sindaci della lega (che sono gli stessi che mettevano le multe stradali per i clienti) direbbero no. Quindi facile dire legalizziamo, molto più difficile concedere il permesso.

Di solito in zone industriali, lontano dalle abitazioni, dove nessuno si può lamentare del via-vai.
In Austria funziona semplicemente così: si indice un referendum in cui, all'eventualità del sì, si accompagna la contropartita di una drastica riduzione dei contributi locali (perchè il comune incassa dalle imposte sull'immobile-bordello). Immagina tu il risultato.

  • quale imprenditore legherebbe il suo nome a un bordello?

Gli stessi tipi umani che lo legano al business delle scommesse. Tipi umani forse non peggiori di quelli che oggi guadagnano sul business dell'accoglienza degli immigrati o della "redenzione" delle prostitute. Principio primo del capitalismo (che Marx espose riprendendo le parole di un deputato inglese dell'epoca): "per un adeguato guadagno, non vi è nessuna legge umana o divina capace di dire no".

  • se già attività normali come le imprese di costruzioni sono controllate da organizzazioni criminali, immaginate i bordelli.

Ma sì, certo. Poichè la 'ndrangheta si è infiltrata nelle imprese edilizie al nord, la soluzione è vietare la costruzione di nuove abitazioni, cancellare i diritti sindacali, abolire tutte le regole sul lavoro, lasciare i lavoratori in balia del mercato nero o costringerli ad emigrare. Non già studiare il problema e capire come migliorare le regole esistenti per ridurre l'ambito d'infiltrazione della criminialità! Troppo difficile! Meglio la soluzione ideologica che fa prendere applausi dal vaticano e dalle lobbies progressiste.
Veramente un ottimo modo di ragionare. Potresti avere un futuro nell'attuale scenario della politica italiana! Ragioni proprio come le femministe e i mangina.

  • un conto è dire, le ragazze sono libere, un conto è la pratica, e infatti tutti si lamentano del fatto che non ci sia unostandard uguale per tutti i clienti, e non ci sia un management che fa rispettare le regole, tipo, qualcuno che eviti i missili. Se è legale le ragazze devono essere completamente libere di fare o non fare, non mi pare che molti qui dentro siano entusiasti della situazione.
    Poi, vi piace la varietà no? ogni tot ragazze nuove, poi dopo 5 anni una che aveva 25 anni ne ha 30 e invece voi volete sempre ragazze giovani. Chi va a cercale in romania? Chi le convince? Chi fa i documenti? Mai pensato?

In Austria ogni ragazza fa la tariffa che vuole, specie con gli extra ed è ovviamente libera di fare e non fare. La Svizzera tedesca ha regole un po' più "unificanti" che impongono una tariffa-base e un servizio "standard" garantito, ma anche lì, alla fine, poichè ognuno di noi vuole sempre "qualcosa in più", sono sistematiamente le lavoratrici a decidere "cosa" e a "quanto". Mi trovo bene in entrambi gli ambienti, salvo l'imbarazzo, all'uscita del Globe, del dover rispondere alla receptionist (giovane, carina e sconosciuta) che (quasi fosse una mia amica) mi chiede se "mi sono divertito con la nuova".

Sono tutti problemi marginali che possono essere risolti in diversi modi. Così come quelli dell'arruolamento. Le donne non sono stupide e se vogliono venire a lavorare in un FKK europeo sanno benissimo come si fa. Non puoi credere alla favola messa in giro ai tempi dei Mondiali Germania 2006 degli "arruolatori" in giro per le steppe estiche a rapire con l'inganno ingenue fanciulle (tipo il capitano prussiano che arruola Barry Lindoln nel film di Kubrik).

  • molti di voi lo fanno notare tra le righe, spesso anche nei FKK le ragazze hanno dei clienti "fidanzati" o "sponsor", cioè dei clienti che si sono innamorati e che non ragionano più solo in termini di "mi svuoto le palle con una bella figa". Questo è lo stesso processo mentale che sta dietro a chi gioca alle macchinette o diventa dipendente dalla coca. C'è chi compra un gratta e vinci ogni tanto e chi invece si spende tutto lo stipendio. Questo è un fenomeno umano comune e si chiama vizio. Le società tendono a ridurre gli spazi morali e pratici per queste cose, e infatti è sotto gli occhi di tutti il fatto che il gioco d'azzardo, seppur legale, ha delle ricadute sociali pesantissime. I bordelli avrebbero problemi simili e questo non può essere ignorato o non considerato. Quindi pensate sempre che ci sarà gente che si rovina per le prostitute e che magari rovina la famiglia, i figli etc.

Qua sei ridicolo (e mi dispiace perchè prima ragionavi lucidamente). Verissimo quanto dici, ma ti faccio notare che la "dipendenza amorosa" è una droga che colpisce molto, ma molto più spesso gli uomini non-puttanieri, e che tutte le donne più o meno carine possono "spacciare". Dipende, infatti, non dalla società ma dalla natura: le disparità di desideri di cui parlavo prima hanno il loro effetto non solo sul corpo ma pure sulla psiche! E' quindi facile che il bisogno naturale di piacere si tramuti in debolezza sentimentale. Il ricorso al culto di Venere serve proprio ad evitare che questa "forza dionisiaca", con cui si viene a contatto nell'ambiente chiuso e controllato del bordello (in maniera simile a come si veniva a contatto con lo spirito dionisiaco nel teatro greco), trabocchi all'esterno travolgendo la serenità "apollinea" della vita di un uomo. E' molto più probabile che un uomo spenda tutto lo stipendio nel tentativo (spesso vano) di conquistare una stronzetta qualunque (che se la può tirare tanto più quante meno alternative ha l'uomo per appagare il proprio bisogno di bellezza e piacere dei sensi e delle idee) piuttosto che per una sacerdotessa di Venere, il cui costo e le cui intenzioni sono manifeste. Proprio nei paesi come gli Usa dove la prostituzione è vietata vedi uomini rovinarsi vita e carriera per una relazione (occasionale o meno) con una giovane "donna fatale" (mantenuta o indirettamente pagata a caro prezzo,o anche solo inseguita e corteggiata senza speranza ma con tanto sacrificio non solo economico). Proprio laddove la prostituzione non c'è il "costo", in termini non di denaro, ma anche e soprattutto di tempo, fatiche, sincerità, dignità, recite da cavaliers ervente, sale alle stelle.

Poi certo la prostituzione, per quanto male minore, è sempre un male (Sant'Agostino docet) - in quanto in ogni modo espressione del maggior potere sessuale femminile - e quindi anche lì ci può essere la "gazzella" (scusate questa rimembranza dei miei tempi con Chiara di Notte nell'altro forum) che si fa sbranare dalla leonessa. Questo però non può essere un argomento contro la legalizzazione, proprio perchè la prostituzione legalizzata è ciò con cui gli uomini più avveduti hanno capito potersi mettere limiti e previsioni al "costo", alle pretese ed agli inganni femminili nell'amore sessuale.

  • poi mi direte, ma io lo farei lo stesso, affari loro, il male minore etc. io sto solo dicendo perchè in italia non verrà legalizzata la prostituzione organizzata e perchè invece piano piano verrà vietata anche nel resto d'europa.

No. In Italia non è legalizzata perchè a favore vi è (anzi, vi sarebbe) soltanto la Lega (inconcludente sul tema dal 2003: stavo facendo la tesi a San Diego ed ora sono ormai un docente "veterano") e contro vi è tutto lo schieramento ex catto-comunista (vaticano, 5 checche, pdioti, mangina assortiti della sinistra e pure stronzette liberali berlusconiane). E la stessa Lega non è immune dal nazifemminismo: basti citare le assurde proposte di "castrazione chimica" (contrarie non solo alla costituzione, ma pure al buon senso: troppo aleatoria è la definizione e soprattutto la dimostrazione attuale della cosiddetta "violenza") e porcherie legislative come il "codice rosso" (praticamente si tratta un accusato di stalking alla stregua di un mafioso a cui confiscare i beni prima ancora del processo) o il carcere preventivo (roba di 10 anni e per fortuna a suo tempo cassata dalla corte costituzionale).

In Svezia è vietata da 20 anni perchè quella è la terra originaria dell'ur-femminismo. In Francia resterà vietata finché ci sarà un Macron servo del femminismo (lo stesso che ha vietato pure i complimenti per strada associandoli alle molestie). In Spagna la vieteranno perchè c'è una tal feccia rossa da far rimpiangere che Franco nel 39 non abbia agito più duramente (sono talmente femministi che considerano anche le favole tradizionali come "patriarcali" solo perchè il maschio-principe ha una parte positiva, che ci sono già insegnanti di scuola secondaria che parlano di "castrare i maschi prima che diventino adulti", che hanno una "legge integrale contro la violenza" con la quale si finisce in galera con una telefonata).

Se verrà vietata nel resto d'Europa sarò solo perchè gli Europei si saranno fatti infinocchiare dalle fake news che hanno motivato la risoluzione del Parlamento Europeo del febbraio 2014 (la commissione Holleyball, composta da femministe militanti e da figuri dell'associazionismo abolizionista, escluse i riceratori indipendenti non disposti a piegare i dati all'ideologia femminista, piegò alla propria arbitraria interpretazione i rapporti delle varie polizie e si basò su "numeri" aleatori e gonfiati nè più nè meno di quanto lo sono, ad esempio, quelli sulla "violenza" sparati dall'Istat qualche anno fa: questionari con domande a trabocchetto e senza possibilità di riscontro, altro che dati oggettivi).

Un motivo in più, per gli europeisti veri, per puntare alla demolizione di quel costrutto oppressivo chiamato "Unione" (anti-)Europea" (la quale, in questo come in altri campi, vuole renderci una brutta copia degli Usa ed a loro asserviti: altro che "premio Carlo Magno").

Beyazid_II
Newbie
06/09/2019 | 14:03

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@javiercercas said:
io personalmente penso che la prostituzione non sia una cosa socialmente sostenibile nel medio periodo.

Quanto davvero non è sostenibile ancora a lungo è il gioco delle donne occidentali, le quali reclamano PARITA’ in ogni aspetto del “mondo come rappresentazione” (studio, lavoro, posizione sociale, cultura, denaro, potere, ovvero tutto quanto non è dato in natura, non esiste di per sé, ma è stato creato ex nihilo –e semplicemente, appunto “rappresentato” sulla scena della vita - dalla mente umana per “vivere sopportabilmente”, nascondendo dietro un “velo di Maya” la tragedia dell’esistenza – “il basso stato e frale e il mal che ci fu dato in sorte”, direbbe Leopardi - e lo spietato meccanicismo della “natura matrigna”) proprio mentre, nel “mondo come volontà” (ovvero quanto esiste da sempre per la sopravvivenza della specie e di cui fanno parte desiderabilità, amore sessuale, riproduzione, attrazione e quindi potere di scelta e forza contrattuale nei rapporti amorosi e tutto quanto davvero conta innanzi tanto alla natura e alla discendenza quanto ad una vera felicità individuale intesa come appagamento dei bisogni naturali) continuano a sfruttare, senza limiti, remore né regole, in ogni modo, tempo e luogo (fuori e dentro la prostituzione, dalle discoteche agli uffici, dalle spiagge alle vie, nell’incontro più fugace e occasionale come in quello più studiato e duraturo), le DISPARITA’ naturali (di numeri e desideri, volute dalla Natura per i suoi fini di propagazione e selezione della vita, totalmente avulsi dai concetti umani – troppo umani – di felicità, libertà, giustizia, uguaglianza, solidarietà, ecc.: se le femmine desiderabili fossero in numero pari ai maschi disianti e se il desiderio femminile avesse sorgesse con la stessa fulminea rapidità e la medesima tuonante intensità di quello maschile – come credono certi antropologi freudomarxisti - la femmina non potrebbe selezionare efficacemente e la Natura non otterrebbe di escludere i maschi “meno adatti” dalla riproduzione), grazie alle quali (qualora non intervengano “bilanciamenti sociali” in grado di dare desiderabilità e potere contrattuale anche agli uomini) possono pressoché unilateralmente scegliere il partner, aprire e chiudere qualunque rapporto, stabilire o cancellare qualunque “regola” di convivenza e “decisione condivisa” (ché chi non la condivide finisce in un millisecondo a “fare all’amore col telescopio”, non avendo a disposizione gli altri 364 potenziali sostituti da cui ogni donna è mediamente corteggiata nei suoi anni migliori) e rispetto alle quali tutto quanto la voce mendace del femminismo chiama “discriminazione” o addirittura “oppressione” è semplice giusto, equo ed umano “bilanciamento”.

In occidente in genere si è raccontato per troppo tempo al giovane maschio che siamo nati tutti uguali e tutti ugualmente destinati a godere del diritto di vivere “liberi e felici”. Su questa base lo si è convinto a ripudiare certi schemi e certe protezioni “tradizionali” (storicamente funzionanti nella prassi) in nome di una teorica, anzi, mitologica “emancipazione” la quale si è rivelata a senso unico femminil-femminista. Razionalmente è difficile giustificare, in un mondo di persone teoricamente “libere ed uguali”, perché mai chi nasca maschio abbia il dovere della cosiddetta “conquista” e chi nasca femmina il privilegio di star ferma sul piedistallo della bellezza (anche quando non vi è, basta l’illusione generata dal desiderio) mettendo alla prova i pretendenti (costretti ad offrire e soffrire a capriccio della “dama”) e selezionando chi eccelle nelle qualità volute, perché mai i primi debbano sempre “fare qualcosa”, “lavorare su se stessi”, agire e parlare per soddisfare qualche aspettativa o compiacere la società e le donne, siano costretti ad una tensione degna di un esame (di cui peraltro non si conoscono chiaramente né programma di studio né criteri di giudizio) mentre le seconde siano tutte a priori “speciali” (“perché voi valete”), possano essere amorosamente disiate, socialmente accettate, universalmente mirate, per quello che sono (sicuramente donne, forse belle), non abbiano il dovere di mostrare doti particolari o di compiere quelle “imprese” (siano esse sociali, lavorative o amorose) cui sono invece obbligati i cavalieri, possano rilassarsi e scegliere comodamente (e perfidamente) se ridere e divertirsi CON loro o SU (contro) di loro. La frottola dell’uguaglianza viene tenuta in piedi invertendo mondo vero e mondo apparente: l’hegelismo residuale della cultura moderna viene usato dal femminismo e dal progressismo in genere per far credere che gli esseri umani, proprio come fossero “figure dello spirito”, abbiano come loro finalità “naturali” raggiungere una certa posizione lavorativa, guadagnare tot euro, ammantarsi di un dato tipo di prestigio sociale, ecc. (tutti, insomma obiettivi “rappresentativi”), quando ogni sguardo capace di superare il velo di Maya vede chiaramente come, per il fatto di essere prima di tutto “animali” (etimologicamente: esseri dotati di anima, esseri, quindi, viventi), essi, semmai usino lavoro, posizione sociale e potere/prestigio per appagare i veri bisogni: l’istinto sessuale, la riproduzione, la necessità psicologica di sentirsi mirati, disiati, apprezzato. Proprio il privilegio naturale femminile fa sì che, avendo le donne tutto questo molto spesso “in partenza”, abbiano molti meno motivi per cercarlo attraverso la fatica, lo studio, il lavoro e tutto quanto si possa conseguire con la fortuna o il merito individuale nel “mondo come rappresentazione”. Non per incapacità (come credono i vetero-maschilisti) o per discriminazione (come vogliono far credere le femministe), ma per statisticamente minore bisogno coloro che hanno già nel “mondo come volontà” il loro potere, la loro realizzazione e la loro “felicità” perdono la parte migliore della loro vita a ricercare quanto invece gli uomini sono obbligati ad inseguire (se non vogliono restare sessualmente negletti e socialmente trasparenti).
Solo stupidità maschilista e demagogia femminista possono credere il contrario e presentare come prova di debolezza o di discriminazione la conseguenza di una preminenza naturale e di un privilegio. Se non ci arriva la filosofia a spiegare questo ai maschi, ci sta arrivando la vita, in termini di contatto crudo con la realtà naturale e la stronzaggine femminile. E i movimenti di pensiero sprezzantemente definiti “misogini” ma in realtà semplicemente “disincantati” (qualcuno, sulla scia di Matrix, direbbe “redpillati”) sono destinati a moltiplicarsi a livello planetario. E’ il tipico caso in cui la psiche ferita arriva, per istinto, a svegliare la ragione ottenebrata dallo pseudo-illuminismo. Le ragioni della necessità di vivere prevalgono sulle costruzioni sedicenti “razionali” (morale, progresso, civilizzazione ecc.).

Psicologicamente è pesante dover tollerare una società libertina a parole e continuamente suscitante disio per immagini e al contempo puritana nei fatti (ché la maggioranza dei maschi sotto i 40, al contrario delle femmine, ha meno rapporti ora rispetto a mezzo secolo fa: causa del cosiddetto “fenomeno incel” - il quale, lungi dal dipendere esclusivamente da problemi psicologici individuali, esistenziali e contingenti, è invece un fenomeno sempre più comune destinato a divenire una bomba sociale nel medio periodo - e frutto della cosiddetta “ipergamia” femminile la quale porta le donne, dalle belle alle brutte, a concentrarsi tutte su quella ristretta percentuale di uomini “capibranco”, ovvero detentori del primato e del prestigio sociale variamente declinato nell’apparire mediatico o nella possibilità economica) e repressiva nei comportamenti (la prostituzione, a parte il paradiso germanico, è quasi ovunque criminalizzata o resa inaccessibile all’uomo medio, mentre persino uno sguardo è molestia, un invito violenza, un corteggiamento non arrendevole stalking). Ormai le nuove generazioni di maschi, se non de-virilizzati per tempo dall’educazione “gender-free” (ammesso sia possibile su larga scala vincere la natura con le balle della cultura: magari i femministi/mangina politicamente corretti di oggi un giorno, per reazione, esploderanno come bruti), non tollerano più il diritto di sbatterci le tette in faccia accostato al dovere non solo di non toccarle ma pure, sempre più spesso, di non guardarle (troppo) ed al divieto di pagare una donna adulta e consenziente per poterle finalmente toccare!
“Il sesso non è un diritto” Ci dicono. “E’ di più” dico io “ è un bisogno”. I diritti sono costruzioni sociali, culturali e umane spesso arbitrarie e sempre mutevoli (talvolta pure sbagliate, come nel mondo attuale dove si chiamano con questo nome pure capricci senza capo né coda tipo cambiare genere a caso o riprodursi fra persone dello stesso sesso), mentre i bisogni (e il sesso è uno di quelli primari) sono certezze universali della natura. E quando i primi si contrappongono ai secondi, alla fine della fiera è la natura a prendere (giustamente!) il sopravvento. Per quanto indottrinate, le masse maschili un giorno si rivolteranno “per istinto” se non (perché questo è difficile laddove la cosiddetta “intelligenza” sia controllata dal potere mediatico manipolatorio) “per ragione” al giochino cinico e baro del femminismo sopra descritto (e proprio dal mondo anglo-americano, dove il cancro femminista è più maligno e l’epidemia progressista più virulenta, stanno provenendo i primi segnali in tal senso, dall’elezione del “puttaniere” Trump al “politicamente scorretto” Boris Johnson).

In Italia in particolare, non ne possiamo più (e questo sito ne è una spia) di fanciulle di bellezza non alta ma di comportamento sempre altezzoso che trattano con malcelata sufficienza quando non con aperto disprezzo chiunque tenti in qualsiasi timido approccio, di coetanee di livello estetico-intellettivo non certo superiore al nostro che pretendono attenzioni, regali e corteggiamenti degni di miss mondo, di stuoli di amici/ammiratori pronti dare tutto in pensieri, parole ed opere per la sola speranza. Spesso la colpa di questa “corte dei miracoli d’amore”, che attende come un cliente d’epoca romana davanti alla casa di un patrizio con la sportula in mano, è attribuita alla “stupidità” del maschio italiano. Questa analisi confonde la causa con l’effetto. Il comportamento stupido è causato dalla disperazione del non avere alternative, data l’estrema rarità di fanciulle davvero avvenenti e il conseguente assoluto potere contrattuale di ogni creatura vagamente somigliante a qualcosa in grado di suscitare un sia pur minimo palpito di desiderio. Solo perché nell’est Europa migliori combinazioni genetiche garantiscono maggiore disponibilità di fanciulle attraenti non vediamo certi comportamenti fra i nostri simili di quelle terre.
La prostituzione è ormai l’unica via percorribile, per cui va difesa ad ogni costo come la linea del Piave, se non vogliamo ridurci (anche noi che “abbiamo aperto gli occhi”!) come chi, inginocchiato o prostrato (nell’anima prima ancora che nel corpo) mendica amore e attenzioni a colei dal cui solo altero gesto dipendono il paradiso della concessione o l’inferno della negazione.

Ciò perchè funziona solo se ci sono forti disparità economiche, e infatti, fatte le debite proporzioni non è che in Italia ci siano molte prostitute italiane, come nei bordelli tedeschi non ci sono tedesche etc. Non per ragioni morali, solo perchè per spingere un numero di donne sufficente ad avere un mercato ( e infatti tutti si lamentano sempre che nei FKK sono troppo poche rispetto agli uomini) il prezzo della prestazione deve essere proporzionato a quello che viene valutato conveniente.
In pratica, non giudico ma è il mercato, perchè le occidentali trovino interessante questo lavoro dovreste pagarle molto di più, e invece è chiaro che, perchè ci sia un numero di clienti tale da giustificare delle strutture tipo FKK il prezzo non può essere più alto di 100 a botta (e comunque per l'italia è tanto, anzi per certe zone il massimo sarebbe la metà).
Infatti ci sono quasi solo rumene, perchè per loro questi guadagni sono molto più alti di quello che potrebbero avere con un lavoro normale, o anche facendo le mantenute in romania.
Non discuto le ragioni, ma è chiaro che 5000-6000 euro al mese per una tedesca non sono abbastanza per accettare di fare questo mestiere.
Ergo il gioco funziona finchè ci sono delle disparità economiche con la Romania (o l'ucraina se un domani daranno i visti).

Verissimo quanto dici e proprio per questo non sono mai stato un "socialista", nel senso di un sostenitore di un mondo "giusto". Ho sempre saputo che per poter vivere sopportabilmente avrei avuto bisogno di ingiustizie sociali a mio (o nostro) vantaggio!
Per qualche decennio abbiamo potuto, come italiani, godere collettivamente di disparità economiche che ci permettevano di uscire da una situazione invivibile (mio padre mi ha sempre detto che se non avesse incontrato per caso mia madre, gnocca polacca in gita per sfuggire dal femminismo sposandosi, non avrebbe mai accettato di sposarsi una melanzana). Ecco quindi che una lucida linea politica dovrebbe essere quella di cercare di riprodurre tali condizioni in futuro con paesi opportuni, mentre attualmente vedo il popolo italiano disposto all'esatto contrario: farsi depauperare da paesi nord-europei (giusti i tuoi paragoni successivi fra il poter di acquisto italiano e tedesco), spesso con meno problemi in termini di gnocca (sia in termini di qualità, sia soprattutto di disponibilità, dato che il tiraggio delle italiane anche bruttine non è eguagliato neppure dalle tedesche che potrebbero sfilare in passerella).

Ora, vi faccio notare che in Germania la prostituzione non era legale prima della caduta del muro.
Caduto il muro, con i paesi dell'est ridotti alla fame e una disparità di ricchezze così grande sono stati costretti a legalizzarla, perchè se no una massa enorme di denaro sarebbe uscita dalla germania ed entrata in repubblica ceca ad esempio, oppure la qualtità di ragazze (e papponi) dai paesi dell'est avrebbe reso il fenomeno incotrollabile se illegale.
A ruota, l'Austria e la Svizzera sono state costrette a fare lo stesso.
Si tratta di un caso storico un po' particolare, infatti gli altri paesi occidentali al massimo tollerano il fenomeno ma non permettono una prostituzione organizzata, per non parlare degli stati uniti, dove prostituirsi è illegale.

Qua mi permetto di dissentire. Il fatto che la legge tedesca voluta da SPD e Verdi nel 2001 sia stata motivata da una contingenza storica non cancella né l'intelligenza di chi ha concepito quella legge ascoltando le parti coinvolte (comitati diritti civili delle prostitute, associazioni ecc.) né la stupidità di chi (Francia, Italia ecc.), in condizioni simili (l'emergenza migratoria dall'est vi è stata anche da noi) ha preferito ascoltare l'ideologia femminista (Francia, con la sua legge simil-svedese) o far finta di nulla (l'Italia con le proposte dell'inconcludente Lega ed i proclami opposti dei mangina di sinistra). E' la storia a creare le situazioni particolari, ma sono i politici a prendere le decisioni giuste o sbagliate.

A mano a mano che i paesei confinanti con la germania migliorano le condizioni economiche piano piano si tornerà indietro sulla legalizzazione della prostituzione.
Ergo, nel medio periodo gli stati torneranno a impedire la prostituzione organizzata, questo è inevitabile, figuriamoci se uno stato che non la permette cambierà idea.
questo per ragioni evidenti e gravi.

Mano a mano che l'est Europa migliorerà, peggioreranno in compenso altri paesi (il saldo è anzi negativo, dato come viene gestita la globalizzazione), per cui ci sarà sempre una parte del mondo o di società europea da cui arrulare "volontarie" per il "culto di Venere" (sempre più anche in Italia).
I motivi per legalizzare (primo fra tutti: far incamerare allo stato denaro altrimenti destinato all'estero o al mercato nero) non vengono meno. Se poi calerà l'offerta, aumenteranno i prezzi e quindi, come sempre, ci sarà un riequilibrio. Per ora, comunque, ho visto solo prezzi stabili o addirittura in discesa a fronte di un'offerta migliorata qualitativamente (almeno da un punto di vista estetico). Sarà che, invecchiando, sono diventato più "affamato"?

Beyazid_II
Newbie
19/06/2019 | 13:57

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@marko_kraljevic said:

@Beyazid_II said:

(omissis)
Mi era andata bene: non ero stato accusato di molestie da nessuna
(omissis)

In verità va bene a molti, anzi a quasi tutti: meno i molestatori.

In primis, all’epoca ero suggestionabile. Vedere, a poco più di vent’anni, quando, uscito da un mondo di romanzi e di sonetti, oltre che di libri di testo di ogni genere (scientifico ma non solo), mi apprestavo ad affacciarmi alla vita reale, manifesti come quelli “anti-molestia” delle università americane di allora (e non oso pensare oggi) furono uno vero e proprio shock!

Facevo fatica, per naturale timidezza e ripetute esperienze di stronzaggine con le melanzane, a trovare il coraggio e soprattutto le motivazioni per “abbordare” con una scusa una fanciulla in corridoio o per via, per incipiare un dialogo non formale, per tentare di trovare parole di invito o complimento volte a manifestare un interesse a cui l’interpellata potesse eventualmente rispondere. Ed ora un disegno da fumetto, da segnale stradale di pericolo, quasi da pornografia dell’orrore, mi sbatteva in faccia una narrazione nella quale, per il solo fatto di desiderare una fanciulla, di avvicinare una fanciulla, di guardare una fanciulla, di desiderare, seguire e cercare di ottenere, insomma la bellezza, per il solo fatto, insomma, di essere maschi e di seguire la mia natura, ero, potenzialmente “il mostro”!
Un volto di giovane donna gridava muta come nell’urlo di Munch sotto la scritta “sexual harrassment” (ed ovviamente il numero da chiamare in caso di tale “emergenza” paragonata a quella di un incendio o di un terremoto).
Se volessi rubare il lessico alle femministe direi “anche questa è violenza” (come dicono quelle che vengono sopranniminate “Poppea” dai compagni o vengono guardate per più di 5 secondi da un passante).

Perché mi sono sentito trattato da “mostro”? Semplicemente perché, se leggi quello che gli yankees intendono per “molestia”, hai, né più né meno, tutto quanto ogni femmina pretende un uomo agisca, per essere almeno preso in considerazione come “pretendente”: palesare disio sincero e al di là di ogni ragionevolezza (altrimenti, “razionalmente”, con un’analisi costi-benefici, lascerebbe perdere…), fare la prima mossa, non abbattersi ai primi rifiuti, ma riprovare, insistere e resistere, inseguire colei che fugge (e in ciò dando prova di interesse non superficiale), essere sempre inventore di nuove mosse, di nuovi inviti, di nuove offerte (che così l'interessata potrà valutare con calma, misurando il proprio "valore economico sentimentale" anche da quanto lo sfortunato è disposto ad offrire e soffrire) e, esattamente come in guerra, cercare di capire dalle reazioni del “nemico” se e come proseguire l’attacco. Per stare invece “nel sicuro”, per non rischiare di essere, in caso di fallimento, denunciati come mostri, bisogna rinunciare ad attuare quasi tutto quanto Ovidio consiglia nell’Ars amandi (non si può sapere, a priori, se il tentativo sarà gradito e se siamo proprio noi l’uomo da cui l’interessata vorrebbe ricevere il “tentativo”).

Basti dire che il massimo esempio di “molestia” veniva descritto come probabile a San Valentino, “quando l’occasione può lasciar credere al molestatore di poter lasciare impunemente un fallocratico mazzo di fiori, un fastidiosissimo cioccolatino, o un violentissimo regalino sulla scrivania…”
Da quella volta ho dismesso ogni velleità di diventare capace di corteggiare (ammesso, per inciso, di volerlo, di accettare insomma quella disparità di ruoli nell’amor “cortese” favorevole grandemente alle donne e da queste sfruttata in ogni modo, tempo e luogo, persino negli stessi modi, tempi e luoghi in cui pretendono invece la mitologica “parità”).

E non è stata un’impressione solo mia. Alcune mie colleghe (melanzane, ma simpatiche ed esistenzialmente “sportive”), tornate dagli Usa, hanno riferito della medesima situazione: “a volte in certe discoteche sembra che si vogliano accoppiara sul palco” disse l’una “ma è tutto finto, se ci provi, se le tocchi, ti ammazzano, ti denunciano, ti spennano…è tutto finto”.

In secundis, all’epoca ero ancora assai idealista. Adesso capirei che, con solo poche migliaia di dollari da spendere, non risultavo interessante agli occhi delle americane “perbene” (ovvero le escort non dichiarate del genere metoo) nemmeno per quel tipo di “spennamento legalizzato”.
La cugina di mia madre (la repubblicana doc più volte citata) continua a dire che le accuse di molestie sono direttamente proporzionali al “bottino” che una donna può conseguire mentendo o esagerando ad arte.
Ecco quindi che se per un presidente dell’FMI la probabilità è 99,9 percento, per uno come me è 0.01 (se non meno).

Resta comunque (e torna fuori l’idealista) la questione di principio sulla quale non si dovrebbe ridere: se il confine fra lecito e illecito non è più una definizione certa di reato e soprattutto non è più una prova oggettiva e dimostrabile, ma solo la “sensibilità” e la “parola” della donna, chi ci assicura che lo stesso trucco (ovvero inventare qualcosa di “credibile e coerente”) non possa essere in qualunque momento praticato da qualunque donna per qualunque capriccio (al limite, anche solo il capriccio “alla Don Rodrigo” – visto che a te piace il Manzoni - di mostrare alla amiche come possa distruggere un uomo con l’assistenza del sistema culturale e sociale in cui, per uno strano e non riconosciuto mix stupidità cavalleresca e demagogia femminista, il sesso femminino – checché se ne dica – è privilegiato e non svantaggiato: tanto, per una falsa accusa, non rischia praticamente nulla e per essere scoperta deve proprio accadere che per caso salti fuori una prova a favore dell’imputato e se anche accade a volte neppure basta!)?

In stati meno ricchi della California (dove, dato il reddito medio, la cosa interessa poco, almeno alle “bianche” benestanti), capita che le donne denuncino falsamente anche solo per avere il sussidio statale previsto per le vittime di violenza. Provvidenziale, in questo caso, che le finanze italiane siano così disastrate da non permettere alla Bongiorno, alla Carfagna o alla Terragni di proporre una cosa simile!

Ma tu poi, caro professorino sempre pronto a irridere facilmente e screditare moralmente le argomentazioni altrui senza uno straccio di prova, senza un briciolo di ragionamento, senza un barlume della sbandierata "razionalità illuminista e progressista", senza, insomma, dialettica (e difatti mi chiedo perchè ho perso inutilmente due pagine per risponderti), parli per esperienza personale o per adesione acritica all’american way of life? Per renderti edotto della realtà “democratica” di quel paese (che, fra parentesi, esattamente 20 anni fa ha “democraticamente” bombardato la nazione da cui proviene il tuo nick), ti riporto solo il caso più eclatante, quello di Carlo Parlanti.

Quasi 10 anni di carcere da innocente o comunque sulla base di prove chiaramente false o costruite ad arte da complici dell’accusatrice (a cui è bastato andare dallo sceriffo per rovinare una vita!):
https://www.errorigiudiziari.com/carlo-parlanti-8-anni-in-un-carcere-usa-io-innocente-e-abbandonato-dallitalia/
All’epoca seguii tutta la vicenda da diverse fonti ed ebbi modo di appurare in via documentale la clamorosa mendacità delle accuse (con un po’ di pazienza magari i documenti si trovano ancora in rete, ma, per rubare un'espressione al compianto @flautomagico, “che te lo dico a fare”? Tanto tu credi solo agli Yankees). E mi feci l’idea che fosse solo la punta dell’iceberg di un sistema giudiziario malato (e non solo per via del femminismo: https://www.pianetacarcere.it/carceri/carceri-private-negli-usa-e-in-uk-aumentano-i-dubbi-sulla-gestione-privata-dei-penitenziari-661.asp).

In 15 anni di navigazione “culturale” atlantista, abbiamo avuto tutto il tempo di farci venire addosso quell’iceberg (da cui cercavo ingenuamente di scappare tornando qui a costo di rinunciare ad una possibile carriera ben più brillante), dato che anche in Italia, ora, succedono due fatti come questi.

A) Un ragazzo (non ricco come Strauss-Kahn, non “dissidente” come Assange, non famoso e potente come Weinstein, insomma, uno “sfigato” come noi) viene prosciolto solo perché (e solo dopo che), del tutto casualmente, sono saltati fuori i video in cui il suo presunto approccio “violento” appare come un malriuscito tentativo di semplice “corteggiamento”.
https://www.ilmessaggero.it/roma/news/molestie_pizzaiolo_bacio-4475285.html
Presta attenzione alle parole degli avvocati «In assenza di quel video discolparsi sarebbe stato quasi impossibile». E tutte le volte in cui poveri e maldestri “corteggiatori” in erba come noi gt non hanno una telecamera a scagionarli? Se le mie contestazioni all’andazzo delle cosiddette violenze/molestie non ci dovrebbe essere bisogno di una telecamera!

B) Un professore si suicida dopo essere stato oggetto di accuse probabilmente inventate e sicuramente tutt’altro che dimostrate e dimostrabili (eppure sufficienti a metterlo alla gogna sociale).
https://www.corriere.it/cronache/19_giugno_16/ultimo-biglietto-prof-suicida-b041e356-9071-11e9-9eb3-08018d4e5f3d.shtml
Certo, potrebbe anche essere stato colpevole (il processo non ci sarà…). Ma, sicuramente, nessun cittadino in un mondo libero, dovrebbe temere di finire in carcere e alla gogna mediatica solo perché non ha al momento modo di “provare la propria innocenza” (dovrebbe essere il contrario, come da me ripetuto inutilmente più volte e come invece opportunamente scritto nell’attuale codice russo, proprio a casa di colui che la propaganda yankee dipinge come “dittatore”)! Se le mie preoccupazioni fossero degne del riso, non ci sarebbero suicidi prima ancora del processo e della condanna (e vediamo se ora hai il coraggio di ridere anche davanti alla morte!).
https://stalkersaraitu.com/nel-nome-di-vincenzo-auricchio/
Solo gli “antifemministi” si indignano e si propongono di fare qualcosa. Per il “mainstream” è sufficiente chiedere scusa alla memoria e continuare a parlare di “numeri allarmanti” di (presunte) violenze sulle donne con i quali si giustificano proprio leggi e procedure che distruggeranno altre vite come quella del professore. Per chi si basa sulle sole denunce per dire che “ci sono tanti uomini violenti”, anche questa vittima maschile va ad alimentare i numeri di “non una di meno” su (presunti) “violentatori”.

Libero di pensare che io sia un allucinato complottista ed un bieco sovranista.
Ma il mio professore (ebreo americano consulente del Pentagono) e il mio advisor (elettore pentito di Mariotto Segni), i quali mi hanno consigliato quelle prudenze anti-denuncia che tu ritieni risibili e infondate, erano “promotori d’odio fascista e nazista” anche loro?
E questi fatti che ti riporto per rispondere alle tue due (nemmeno quattro) chiacchiere? Sono fake news?
E se la vera fake news fosse invece l’idea dell’occidente come mondo libero? Se la “cultura” in occidente non fosse altro che qualcosa di simile all’orchestra del Titanic, qualcosa che suona la stessa musica da tempo immemore anche quando la barca affonda davanti alla realtà?

Beyazid_II
Newbie
18/06/2019 | 17:13

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QUARTO GRADO: DA MARSILIO FICINO A FRIEDRICH NIETZSCHE (13/18)

Ovvero: "LE DONNE, I CAVALLIER, L’ARME, GLI AMORI, LE CORTESIE, l’AUDACI IMPRESE"

Parte 13 di 18 : “Le donne: la escort americana”

Era buio sebbene fosse già mattino. Come da anni non si sentiva, il telefono meccanico strillò dalla camera dei miei genitori in un silenzio irreale. Pareva quello della scena centrale di “C’era una volta in America” (quando De Niro chiama l’ufficio di polizia nell’intento di salvare la vita all’amico). Mia madre emise un gemito fra la paura e la sorpresa. Io venni gettato dal dormiveglia in un mondo che mi parve tornato indietro di una quindicina d’anni, all’infanzia, al suono di quel pesante telefono di marmo su cui i numeri si componevano girando la corona forata.
Ebbi persino l’impressione di trovarmi con il letto orientato al modo in cui lo era quella della mia cameretta nella casa precedente (nella quale non abitavo più da quasi dieci anni, ma sulla quale si fermavano spesso i sogni). “E’ il telefono?” chiese con voce calma e serena, ma parimenti sorpresa, mio padre testé svegliatosi.

Era una domenica della prima decade di settembre, alla fine di una delle estati più calde che si ricordino nel continente europeo: quella del 2003.
“Sì, rispondi lì perché manca la luce” – dissi con una lucidità che soprese persino me stesso. Era la nostra cara vecchia zia che, dal suo appartamento all’interno del nostro stesso centro storico (in cui si era trasferita da quattro anni), voleva chiederci preoccupata come ci si sarebbe dovuti organizzare senza elettricità. “Ah, ecco” si spiegò mio padre mentre mia madre ripeteva quanto ci riferiva la zia.
Un forte temporale aveva fatto cadere alcuni alberi sull’elettrodotto al confine con la Francia, per cui praticamente tutta la nostra penisola (ahimè dipendente allora come ora anche da cugini da un punto di vista energetico) era in condizioni di black-out.
Io spiegai che, evidentemente, mancando l’alimentazione, i due nuovi telefoni cordless installati nella sala e nella mia camera non potevano funzionare e così quel vecchio telefono, residuato del secolo precedente e fino a quel momento evidentemente bypassato nel collegamento dai suoi successori, aveva potuto una tantum tornare ad avere la sua linea e il suo suono. “Una volta potevano funzionare anche senza alimentazione. L’energia per la trasmissione è già nel doppino che trasmette e tutte le operazioni necessarie alla commutazione avvengono con i meccanismi a cui si dà inizio girando la rotella” – provai ulteriormente a esplicare cercando di convincere prima di tutto me stesso.

Ad un laureando di ingegneria delle telecomunicazioni appariva ormai inverosimile che uno strumento qualsiasi del settore potesse funzionare così “rozzamente”, con contatti meccanici, molle e senza alcun controllo elettronico. Informandomi per la tesi, sentivo ovunque parlare di passaggio dal GSM all’UMTS e invece dovevo vivere in casa mia il ritorno alla linea fissa pre E-Tacs! In pratica, per i miei standard, quasi al telegrafo!
Le mie principali preoccupazioni di quella domenica non riguardavano però le telecomunicazioni in sé, ma la mia vita.
In primis, per la serata era in programma l’attesissimo Gran Premio degli Stati Uniti da Indianapolis, penultima prova del mondiale di F1, la cui classifica vedeva racchiusi in due punti distacco l’allora cinque volte iridato Michael Schumacher su Ferrari, sfidante (ed era tale da due anni, da quando, in Brasile, osò passare il Kaiser con una staccata a ruote fumanti come fino ad allora si erano viste solo in Indycar e si pensavano impossibili nella più compassata e “britannica” massima formula) Juan-Pablo Montoya su Williams-BMW ed il giovanissimo (era, poco più che vent’enne, soltanto al suo terzo anno di massima formula) Kimi Raikkonen su McLaren-Mercedes. Da quando seguivo la formula 1 (e quindi dalla seconda metà degli anni ottanta) non avevo mai vissuto un duello finale a tre per il mondiale: roba da “Il Buono, il Brutto e il Cattivo” in versione a quattro ruote! Ed ora un maledetto albero sopra un dannato elettrodotto con la dannatissima Francia rischiava di impedirmi la visione in diretta del gran premio più atteso ed emozionante da anni!
In secundis, il giorno successivo, lunedì, avrei dovuto svegliarmi all’alba e partire per Milano alla volta dell’Ambasciata Americana, dove avevo appuntamento (all’epoca non tutte le procedure burocratiche potevano effettuarsi per via telematica) per completare la pratica per il rilascio del visto di ingresso negli Usa. Avevo bisogno di quel documento perché il periodo all’estero, per una tesi di maggiore impegno come la mia, superava abbondantemente il lasso di permanenza possibile con il visto turistico. Avevo calcolato tutto proprio per poter partire dopo il GP degli USA (pensando che, come negli anni precedenti, il titolo si sarebbe assegnato prima dell’ultima gara in Giappone). Ed ora non solo rischiavo, colmo dei colmi, di perdere il gran premio da casa, ma pure la possibilità di partire entro le date stabilite: se i treni fossero rimasti fermi in ritardo, mi sarebbe stato impossibile raggiungere la città meneghina con l’Eurostar che avevo fiduciosamente prenotato!
“Come facciamo? Chiamiamo un taxi?” Chiedeva mia madre. “Aspetta almeno che si chiarisca la situazione” replicava mio padre “vuoi che fra oggi e domani non ripartano?” “Ma io voglio vedere il gran premio oggi!” brontolavo infine io stesso.

[PAUSA]

Nel tragitto che percorsi a piedi dalla stazione centrale all’edificio dell’Ambasciata statunitense pensavo continuamente all’impatto così decisivo che il meteo aveva avuto sull’esito della gara vista la sera prima e, probabilmente, del mondiale. Williams e Mclaren, così competitive sull’asciutto grazie alle gomme Michelin più larghe e più “slick” (perché spesso, forse per via di un modo programmato si usurarsi, durante la gara le scanalatura obbligatorie svanivano e il battistrada diventava liscio come quello pre-98), erano improvvisamente divenute impotenti a fronteggiare la Ferrari gommata Bridgestone sotto il diluvio di Indianapolis. Il solo Raikkonen, il meno atteso dei tre, era riuscito, eroicamente, a contenere il distacco da Schumy. Montoya l’arrembante (idolatrato da me) era naufragato nelle retrovie, matematicamente già fuori dalla lotta per il titolo. Mancava una sola gara e Schumacher aveva il distacco di una vittoria su Raikkonen. Per vincere, gli era sufficiente un solo punto (ottavo posto) anche con il finlandese vincitore a Suzuka. Mi dispiaceva solo che il mio idolo della Williams fosse fuori dai giochi. A questo punto, tanto valeva tornare a tifare per la Ferrari (e contro la Mercedes che motorizzava la argentea monoposto del finnico). Non mi dispiaceva neanche troppo il rischio di perdere l’occasione di vedere l’ultima gara (non avevo idea di come oltreoceano fosse organizzata la visione dei gran premi). L’incertezza “una e trina” del giorno precedente si era quasi del tutto dissolta. Pareva impossibile per Schumacher perdere quel mondiale (dopo che a tratti, in quella lunga estate, era apparso quasi impossibile vincerlo!).
Potevo concentrarmi sulla mia missione. Appena girato l’angolo, vidi i poliziotti italiani di guardia, armati ed all’erta. Era il periodo in cui le ambasciate americane erano sotto il tiro dei contestatori per via della guerra in Iraq.

[PAUSA]

Non sono nato anti-americano. Anzi, il patetico anti-comunismo di mia madre (del genere: “c’è lo sciopero? I treni sono in ritardo? Piove? E’ colpa dei comunisti!) mi aveva mostrato sin dall’infanzia gli Yankees come un popolo amico simile ad un buon vecchio zio in grado di intervenire con la forza per salvarmi dai “rossi”. Forse uno zio un po’ troppo lontano, distratto, giocherellone e ingenuo. Ma sempre dalla nostra parte.

Questa visione, in verità, aveva iniziato a scricchiolare sul finire del secolo, quando l’intervento Nato in Kossovo aveva contrariato le mie simpatie filo-serbe figlie del mio attaccamento tardo-risorgimentale alla Prima Guerra Mondiale (dai tempi della “Ode alla nazione serba” di D’Annunzio). Era stato un periodo nel quale avevo iniziato a declinare verso “sinistra” (anche se sempre da una prospettiva decisamente patriottica ed anti-internazionalista) dopo la lettura delle “Confessioni di un Italiano” di Ippolito Nievo e la conseguente ricomprensione del sentimento unitario all’interno dell’epopea napoleonica figlia della rivoluzione francese. Era stato il periodo della riscoperta del valore “nazionale” della giustizia sociale (“del resto”, pensavo, “solo presso i barbari vi sono re nababbi e plebi alla fame, a Roma vi deve essere un minimo dignitoso garantito a tutti”), del bonapartismo come sinonimo di meritocrazia e progresso scientifico (vedevo che nell’atrio della facoltà di fisica, dove mi recavo per le relative lezioni incluse nel programma dell’allora biennio formativo di ingegneria, ancora campeggiavano le lapidi in ricordo di Giacchino Murat, “re d’Italia” e fondatore delle facoltà scientifiche da contrapporre al buio della superstizione religiosa e dell’immobilismo feudale), delle istanze socialiste o comunque socialisteggianti di un certo “fascismo immenso e rosso” (quello delle origini diciannoviste e delle intenzioni proclamate nell’epilogo di Salò, che chiudono come parentesi un ventennio di conformismo, clericalismo e destrismo). Era stato il primo periodo in cui avevo identificato gli Americani non più con il vecchio e giocoso Zio Sam, ma con il grande capitale senza volto che opprime i popoli, distrugge i valori, cancella le identità.

Poi vennero i fatti di Genova e la guerra in Iraq. Allora non sperimentavo ancora sulla mia pelle i danni della globalizzazione, per cui i “no global” mi apparivano (con il senno di poi, a torto) soltanto come i soliti contestatori sessantottardi a cui non andava bene neppure il benessere, come i mai morti “comunisti” che avrebbero voluto limitare le mie libertà economiche ed esistenziali (come, insomma, ai tempi del liceo, quando l’anticapitalismo era una scusa per non studiare e per dare del fascista a chiunque non fosse aprioristicamente concorde con le infinite contestazioni). Soprattutto, mi pensavo ancora come in quel film in cui Nicolas Cage, andando avanti e indietro nel tempo della sua vita, dice, per giustificare la propria scelta di voler essere ad ogni costo (anche a costo di non avere una famiglia) un supermanager: “se vivessi ai tempi dell’Impero Romano vorrei andare a Roma e poiché vivo nel secolo americano, voglio stare dove c’è il suo centro: qui, dove ci sono le sedi delle multinazionali, dove si decidono le cose, dove girano i soldi”.

Il percorso di studi universitari quasi compiuto non mi faceva più vedere come uno studente post-liceale imbevuto di letteratura (e quindi pronto a contestare un sistema basato sulla subordinazione della cultura al profitto), ma come un ingegnere-pronto-all’uso non dimentico della formazione umanista, ma innanzitutto desideroso di iniziare a guadagnare nel mercato globale del lavoro ben retribuito.

E magari non credevo a Powell quando si presentava all’Onu con le finte provette delle presunte armi di distruzioni di massa di Saddam, ma da giovane testa calda e vecchio interventista, tutte le scuse mi parevano buone per partecipare ad una guerra (all’epoca avrei voluto un’Italia schierata anche militarmente al fianco di Bush jr, perché il nemico principale non mi pareva ancora l’oligarchia finanziaria e mondialista Usa, pronta ad “esportare la democrazia” a suon di bombe - e di fanfare mediatiche “crociate” - per interessi bassamente “umani, troppo umani”, ma lo “spirito prudente, pacifista, diplomatico, e neutralista” contro il quale si era sempre scagliato Filippo Tommaso Marinetti).

[NOTA: Vedendo le cose a distanza di quindici anni, dico ora che al tempo non avevo semplicemente la maturità (d’altronde, avevo vissuto solo sui libri, esattamente come l’attuale classe intellettuale filoyankee di oggi, e non ancora nella vita vera) per capire quanto fossero in quel caso profonde, veritiere e profetiche le parole di Papa Wojtyla (“Ho vissuto la seconda guerra mondiale e sono sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, per questo ho il dovere di ricordare a tutti i più giovani, a tutti quelli che non hanno avuto questa esperienza, ho il dovere di dire, mai più la guerra [..] Sappiamo tutti che non è possibile dire pace a ogni costo, ma sappiamo tutti quanto è grande, grandissima la nostra responsabilità […] Ecco perché di fronte alle tremende conseguenze che un'operazione militare internazionale avrebbe per le popolazioni dell'Iraq, per l'equilibrio intera regione del Medio Oriente, nonché per gli ulteriori estremismi che ne potrebbero derivare, dico a tutti: c'è ancora tempo per negoziare, c'è ancora tempo per la pace. Non è mai troppo tardi per comprendersi e per continuare a trattare") e quanto divergente fosse il mio sano spirito guerriero di origine greco-romana e di natura etico-spirituale (mirante cioè a costruire interiormente il tipo umano superiore del guerriero attraverso la guerra esteriore) dal banale tentativo piratesco delle varie oligarchie yankee di impadronirsi delle risorse mondiali d’energia (non per costruire qualcosa di spirituale, ma solo e soltanto per protrarre il proprio potere, il potere del tipo umano inferiore, del “mercante”)].

[PAUSA]

La mia atavica ostilità verso i contestatori studenteschi ed i pacifisti in genere mi aveva insomma reso, nuovamente, filoamericano. Orgoglioso e sorridente, quindi, salutai con modi urbani i due militari, miei coetanei, e mi lasciai perquisire. Lo feci con il compiacimento di chi volesse, con ciò, distinguersi dai “no-global” e dagli “anarchici” sempre pronti a lamentarsi delle perquisizioni e a scrivere “ACAB” sui muri delle città. Quasi come se quei due ragazzi in divisa fossero emissari, non del governo italiano, ma di quello statunitense, mi sentii subito accolto dalle braccia dello zio Sam.

All’interno, venni fatto attendere in una sala che avrebbe potuto essere quella d’aspetto di un dottore o di un avvocato. Eravamo in un piano superiore e ricordo perfettamente la luce entrare senza ostacoli dai vetri inondando la stanza di quella sensazione di estate e di leggiadria che è propria dei luoghi aperti. Era una mattina fresca, limpida e luminosissima, sotto un cielo privo di nubi. Pareva quasi una mattina su una bianca spiaggia dei Caraibi.

E questa sensazione aveva un motivo femminile: c’era, nella stanza, una bella morettina che avrebbe potuto essere la classica modella caraibica degna del più lieto finale di un film d’avventura o di spionaggio (quando il protagonista è riuscito a scappare dai cattivi o dalla polizia e si gode il meritato riposo e i meritati quattrini bevendo tequila in dolce compagnia).
Troppo riccia e troppo mora per essere “soltanto” americana, troppo perfetta nella figura statuaria del corpo e nelle linee modellate delle gambe per non essere anche un po’ mulatta, aveva quell’espressione “non lieta, non triste” che D’Annunzio avrebbe associato al novilunio di settembre. Aspettava anch’ella un documento. Era sola e pareva sorridermi. La compostezza dei suoi modi e la semplicità del suo atteggiamento la rendevano distante anni luce da quell’aria di irraggiungibilità (e, implicitamente, anche di ostilità) che una bellezza di quel genere avrebbe irradiato se italiana. Feci dunque quello che non avrei mai altrimenti fatto. Le rivolsi la parola cercando di intavolare una discussione a partire dalla comune noia per l’attesa. Appresi che si trovava nella mia stessa situazione (previsione di soggiorno superiore ai 3 mesi e quindi necessità di visto non turistico). La gentilezza e la felicità che trasparivano dai suoi occhi e dalla sua voce quasi mi fecero sperare di averle fatto cosa gradita. Parlava quasi più di me e mi lanciava occhiate timide eppure suadenti. Sembrava davvero essere interessata a conoscermi e a farsi conoscere. Pareva addirittura esprimere gioia per poter parlare con me e per un’eventuale relazione almeno amichevole. Era colombiana proprio come il mio idolo del momento Juan Pablo Montoya. Purtroppo, era però fidanzata con un militare americano. Capii allora che, al massimo, la sua disposizione nei miei confronti era dovuta, oltre che all’educazione, ad una mia probabile somiglianza all’epoca con il prototipo del giovane “marine” con i capelli biondi rasati, gli occhi azzurri e la faccia sbarbata.

Cercavo di consolarmi pensando: se il genere piace, allora troverò altre fanciulle come lei. Vado pure in California, delle bagnine di Bay Watch e dei telefilm dove gli amori estivi del sole e del mare durano tutto l’anno!

[PAUSA]

Era notte fonda quando atterrai a San Diego. Mia madre mi accompagnava nel primo viaggio per aiutarmi a trovare casa e ad avviarla (senza che dovessi togliere tempo allo studio). Il viaggio senza dormire, con scalo ad Atlanta, era stato interminabile. Eppure, era parso ancora più lungo il tempo perso ai controlli aereoportuali. La psicosi successiva all’11 settembre di due anni prima rendeva usuali domande come “avete preparato voi i bagagli? Sono rimasti sempre sotto il vostro controllo?” alle quali si rispondeva “sì” dopo diversi tentennamenti mentali (quasi come se si venisse alla lontana accusati di importare più o meno involontariamente bombe).
Alloggiammo in un albergo non distante dall’università, che avevo trovato scontatissimo su internet grazie all’affiliazione universitaria. Era un hotel con giardino e piscina, dove si incrociavano continuamente uomini d’affari incravattati e donne manager in grigio scuro con la gonna appena sopra il ginocchio, così come pure giovani vacanzieri di ambo i sessi. Da italiani, mia madre ed io sembravamo eleganti anche vestiti casual.

Il problema dell’housing venne risolto da un’agenzia immobiliare specializzata in affitti per soggiorni di lavoro inferiori all’anno. La responsabile dell’ufficio era una donna sulla quarantina che pareva uscita da “Sex and the City” per la sua compulsiva abitudine a mescolare discorsi seri inerenti soldi e leggi con riferimenti alla moda, ai divertimenti serali e alle avventure sentimentali. La sua aiutante, una trentenne forse meno carina ma sicuramente ancora più “in tiro”, mentre ci accompagnava a visitare gli appartamenti continuava a complimentarsi con mia madre per le scarpe, la borsa ed altri particolari comuni per noi che però ad un occhio statunitense parevano inconfondibilmente “italiani”.
Con un notevole dispendio di denaro ed un’altrettanto fastidiosa perdita di tempo, si trovò dunque l’appartamento per me: in zona residenziale non distante dal campus universitario, era ai piani alti di un palazzo situato fra un ristorante italiano e un supermercato. Ero dunque letteralmente a due passi dalle mie esigenze primarie di sopravvivenza. Le donne dell’agenzia, ormai “amiche” di mia madre, ci trovarono pure la donna (messicana) di servizio per due giorni la settimana (indispensabile se si voleva che, alla mai prima esperienza in solitaria, non “naufragassi” totalmente).

Chissà se fu perché sentivo inconsciamente, in un ambiente così frivolmente effemminato, la mancanza della figura paterna (anzi, diciamo pure di una figura “seria” tout court) rimasta a casa, ma il primo film che vidi dalla televisione di quell’appartamento fu “Era mio Padre”, storia di un ragazzo che ricorda come il padre, un killer della mafia irlandese degli Anni Trenta, abbia fatto di tutto (fino al sacrificio della propria vita) non solo per proteggerlo dalla persecuzione del suo ex-boss, ma anche per non farlo diventare a sua volta un killer. Fu l’ultimo film di Paul Newman (nelle parti dell’anziano boss che cerca di sterminare la famiglia del protagonista, fino a quel momento da lui cresciuto come un figlio, solo per proteggere il figlio naturale - e “scalmanato” – il quale ha deciso di eliminare gli unici testimoni del suo stesso tradimento al padre). Forse, con il senno di poi, fu anche l’ultimo film hollywoodiano in favore della figura paterna, mostrata come più forte di ogni bene e di ogni male. Il protagonista (interpretato da Tom Hanks), nonostante sia un gangster senza scrupoli, ha per la propria famiglia un affetto ed una dedizione degni del buon padre di famiglia di romana memoria. E anche il vecchio boss, nel suo proteggere il figlio (criminale e pure senza principi d’onore “mafioso”) contro tutto e contro tutti, pur sapendo che lo stava derubando e tradendo (e pur a costo di lasciarlo perseguitare e uccidere la famiglia del protagonista cui aveva sempre voluto bene) dimostra di essere, a suo modo, prima di tutto un padre. Vedere quel film proprio nella nazione famosa già da allora per promuovere un ritorno del facto al matriarcato in salsa “progressista” (con il “diritto” delle donne a decidere, con le leggi su aborto, divorzio e violenza sessuale, della vita e della morte del marito e dei figli, a far finire a capriccio in qualunque momento e per qualunque motivo – il cosiddetto divorzio “no fault” - l’esistenza dell’ex in quella di un esule ottocentesco privato di famiglia, casa, roba con il cosiddetto “assegno di mantenimento” o della libertà con le accuse false, a far nascere e a far crescere bambini “senza il maschio” in ogni senso sociale e pure biologico) mi scaldò il cuore.

Affittammo (e pagammo) l’appartamento ammobiliato, ma alcuni mobili, oltre che pesanti e poco funzionali, emanavano un odore terrificante (chissà dove erano stati tenuti fra un trasloco e l’altro). Feci dunque la mia prima visita all’Ikea per sostituirli con qualcosa di funzionale (avevo bisogno di una libreria/scrivania su cui appoggiare il computer portatile e i libri di studio). Era, per fortuna, il giorno in cui negli Usa lo stato rinuncia all’equivalente dell’Iva pur di promuovere gli acquisti di massa. Assieme ad un lato positivo, ne vidi anche uno negativo. Quando seppero che avevo spostato i mobili da rimuovere nel corridoio, dall’agenzia mi avvisarono che si trattava di un atto pericoloso: “se c’è un incendio e qualcuno rimane bloccato da quei mobili, tu vieni perseguito, se qualcuno si fa male prendendoci contro per caso, tu vieni perseguito, ….se un asino casca dal cielo sulla testa di qualcuno, tu vieni perseguito”). Con la cara giustizia italiana, ognuno riderebbe di simili minacce, ma con la solerte macchina giudiziaria mangiasoldi statunitense, le minacce erano credibili. Le narici, però, hanno sempre ragione, per cui scelsi di correre il rischio per qualche giorno.

[PAUSA]

Quando, dopo i primi giorni di “avviamento”, la mamma mi lasciò solo per tornare in Italia, mi sentii, forse per la prima volta nella mia vita, “libero”. Avevo una bella casa tutta per me, nel quartiere più “in” di San Diego, avevo un lavoro (quello di tesi) che, per quanto impegnativo, mi lasciava ampia libertà di orari, mi trovavo nello stato-simbolo del sogno americano e dell’immaginario vacanziero mondiale: la California.

Avevo tutto: l’atmosfera da città centro del mondo data dai grattacieli e dalle mille luci notturne se prima di cena guardavo fuori dalla finestra, così come quella di città-da-vacanza se, nel tardo pomeriggio, prendevo un taxi ed andavo a fare un giro in riva all’oceano, fra foche al sole sulla spiaggia e porta-aerei sullo sfondo.

Non mi pesava neppure dover fare la spesa, dover per lo meno organizzare i lavaggi degli indumenti, dover cucinare. Non mi ero mai sentito tanto realizzato e indipendente. Ero lì per meriti di studio e per prospettive di carriera (così allora pensavo). Rimiravo quella mia situazione come una perfetta opera d’arte nella perfezione del nuovo arredamento che il personaggio di Fight Club avrebbe volentieri mandato a fuoco. Persino il nuovo materasso “King size” era divenuto un simbolo del mio “star bene” nel mondo. Per completare l’opera, avevo pure acquistato uno stereo (immancabilmente con orologio) da comodino da cui ascoltare la lirica mentre cucinavo o sistemavo i vestiti. Nel negozio hi-tech in cui mi ero recato, il giovane responsabile del settore (con cui mi ero intrattenuto parlando sia di tecnologia sia di musica) si era complimentato con me per il mio inglese (pensandoci ora, mi sembra impossibile) e, forse, provava ad intrecciare un legame vagamente omosessuale (ma sempre molto educato), quasi degno di un romanzo di Oscar Wilde.

Avevo, con l’occasione, acquistato anche nuovi CD con la musica di “Madama Butterfly” (ne trasmettevano l’aria “un bel dì vedremo” all’inizio di una trasmissione radiofonica del pomeriggio che avevo imparato a riconoscere dalla radio accese dei negozi) e dell’Elisir d’Amore. L’opera pucciniana era motivata dalla presenza del militare americano Benjamin Franklin Pinkerton mentre quella di Donizetti dall’importanza del denaro (cruciale negli States più che altrove). Avevo la musica. Mancava solo il coronamento all’opera: la “prima donna”.

Sapevo che ivi la prostituzione era illegale, ma pensavo fosse soltanto una copertura ipocrita per un’attività fiorente e tollerata, come in tutto l’occidente civilizzato. La responsabile dell’agenzia mi aveva avvertito che il contratto non prevedeva di ospitare altre persone oltre a me, sia per motivi di assicurazione, sia per motivi di eventuale disturbo ai vicini (“no parties, no girls…”). Era stata però ella stessa ad esclamare, dopo aver visto come ero riuscito a rendere l’appartamento, prima spoglio o mal arredato, una perfetta alcova, con tanto di tappeto e tavolino di vetro davanti al televisore e al divano (nell’angolo opposto rispetto a quello “di studio”), “Oh, ma qui ci manca solo una bella ragazza da invitare!”

Il mio modo di invitare fanciulle, però, era ed è esclusivamente professionale. Appena il ritmo delle cose da fare per imbastire la tesi rallentò (mi era bastata mezza giornata per capire il problema, qualche giorno per arrivare al nocciolo della soluzione, ed un mesetto o due per scrivere i capitoli principali), iniziai a dedicare maggiore tempo nella ricerca di una escort. Quando seppi che il mio advisor, vincitore di un premio ad una conferenza, doveva assentarsi per quasi una settimana, lasciandomi praticamente “incustodito” (avevo sì dei compiti, ma la mia superiore velocità, appunto di computazione mi garantiva almeno 2-3 giorni di margine), mi dissi “è il momento di agire”. Incidentalmente, quella settimana doveva arrivare anche un bonifico di supporto da casa. Avevo infatti avvertito mio padre delle ingenti spese di sopravvivenza nella San Diego altolocata, ma avevo esagerato nell’allarmismo. Frattanto, ero infatti riuscito, con qualche risparmio sulla spesa e sui locali (praticamente, non mangiavo quasi nulla a pranzo e mi rifacevo cucinando alla sera con ingredienti “italiani”) a farmi bastare i denari affidatimi. I nuovi potevano dunque essere totalmente investiti nell’affare-gnocca. Si trattava di oltre un migliaio di dollari, che andai felice a ritirare una meteorologicamente grigia mattina di sabato. Senza perdere tempo, iniziai a contattare i siti specializzati, dove tutte le fanciulle parevano modelle.

[PAUSA]

Purtroppo, alcuni siti fornivano numeri inesistenti, altri raccoglievano messaggi in segreterie telefoniche e non richiamavano, altri ancora parevano evidenti fregature. Arrivai dopo vari tentativi ad un sito all’apparenza serio (lo si capiva dalla mancanza di promesse esplicite, come ovvio per un paese proibizionista, e dalla presenza di rimandi ad “accordi privati non generalizzabili” miranti evidentemente ad eludere qualsiasi accusa di pubblicità alla prostituzione).
Mi sentivo eccitato ed ingenuo come quel liceale del film visto anni ed anni prima, che cerca l’avventura sul catalogo delle escort ma trova la fregatura con la tipa la quale, temendo di non essere pagata, si prende da sola il controvalore in mobilio mentre lui è ritirare i soldi in banca. Per questo ero andato per tempo in banca ed avevo raccolto il necessario in una busta messa in cassaforte.

Ammetto però che, proprio nel tragitto dalla banca alla casa, avevo per un attimo provato comica pietà di me stesso costretto dal bisogno dei sensi a sacrificare il budget di un mese di sopravvivenza per una sola notte d’amore terreno. Sentivo zie e amiche materne dirmi “poverino…”
Povero, ma poeta! Come nella “Boheme”. Ecco perché, davanti alle foto delle potenziali candidate, avevo iniziato a scrivere sonetti tentando pure di tradurli in Inglese.
La prima bellezza da cui fui colpito fu una bellezza bionda, in bikini, che si raffigurava al sole di una classica spiaggia californiana, la quale, ai miei occhi sognanti, si trasfigurava ovviamente nel greco mar “da cui vergine nacque Venere”:

“You are so beautiful in your golden hair
As a magnificent angel, oh Sapphire,
Perfect, in the statue’s figure
Of your body and in the modelled line

Of your limb, as a dreamed form,
High as the appearances of the air,
So that from them the look of each admirer
does not diverge watching your blessed face,

And you are so beautiful as the Goddess who was born,
In her bare body, from the Greek Sea’s waves;
You seem her divine image,

Pure and gleaming as on an altar:
You shine as her first evening star
Rising over the water expanses.”

Si chiamava proprio come la personificazione di quel vento (Zefiro) che, secondo il Petrarca, “il bel tempo rimena”. Chiamai dunque il sito, ma trovai la segreteria telefonica. Già sul web si avvertiva di lasciare il proprio numero in chiaro e di aspettarsi di essere richiamati per rispondere a “few delicate questions”.

Attesi quindi fiducioso, ma frattanto era venuta l’ora di cenare. Proprio mentre ero alle prese con la delicata fase di valutazione del grado di cottura degli spaghetti, suonò il telefono. “Hello! Bla bla bla”. Era una pubblicità registrata che nulla aveva a che fare con l’escorting.
Decisi, dopo cena, di ritentare. Frattanto composi un altro sonetto (molto simile al precedente) sempre davanti a quel corpo scolpito di dea, che sotto “spiagge luminose della luce” degne del poema di Lucrezio, pareva più dorato della famosa ragazza di James Bond:

“You are beautiful in your blond hair
As the beach kissed by the sun,
Smooth, in your delicate and golden skin,
O Sapphire, as the shore, which is soft

For the caresses of the wave,
Tall, as the more desired star,
And perfect, in your slender sculpt body,
As the Goddess who was born from

The white foam of the Greek sacred Sea;
In the length of your divine figure
And in the two rounded forms of the breast

You are as the Venus’ shining planet,
And in your perfect waist line
The thrill lies of the dream I like.”

Quanto avrei voluto baciare quella pelle che al mio gusto immaginario sapeva di “pesca intatta” come avrebbe detto D’Annunzio! Mille e passa dollari mi parevano anche pochi per poter percorrere con le labbra le lunghezze infinite di quelle gambe da modella e scorrere fra le dita l’oro fluente di quei capelli da copertina. E difatti lo erano. Mandai una mail per spiegare tutto e chiedere di essere contattato, ma non ebbi risposta alcuna.

"*Hello, marvellous Sapphire. My name is F.

I am an Italian visiting Scholar and I stay in La Jolla to do the researcher for ….
In spite of being and engineer, I don't live only in a platonic world of calculations and numbers, but I love Poetry, Literature, History (expecially Renaissance), Philosphy and Opera. I'm a lover of the Beauty, in all its forms and expressions, above all in female figure, which in all centuries, from Ancient Greeks till Keats, has inspired the True Art and the most sublime Poetry.
Since I come from Dante's Country, I would like to meet even in California my Beatrix (she who donates bliss) who conduces me along Heaven's ways.

*Sorry if my English is not perfect, but this is the first time I stay in United States.
I know your service is a high level service (and for this reason it satisfies my refined aesthetic taste), but if you reply me what exactly are your rates, it will be easy for me to provide the "financial funds" for your compensation. Please contact me for an appointment within this week."

My full name is ……, 3550 Lebon Drive #6413, La Jolla (CA) (XXX)YYY ZZZZ e-mail …..
It's better for me if you reply by e-mail, because, since I don't understand spoken English perfectly, by telephone could happen unpleasant misunderstandings.
If reply me, I will be able to give you also a literary gift.

*Even if the translation from Italian to English destroyes rhimes, sounds and often changes words' meaning and feelings, I would like to dedicate you a Sonnet. It will be the right tribute in adoration of your Beauty.
For now, I am sorry for the disturb, I hold out homages to your Beauty and I'm waiting your reply."

Greetings"

[PAUSA]

Sapphire non esisteva ed evidentemente il sito era un fake che utilizzava immagini di altre modelle per rubare dati dalla carta di credito di utenti ingenui.
Fortunatamente, anche aiutato dai vari “gnoccatravels” dell’epoca (la rete è sempre servita soprattutto a quello, per me), individuai un sito affidabile. Faceva riferimento alle parole “escort”, “San Diego” e “deluxe”: un trinomio perfetto per i miei gusti raffinati e rampanti. Chiamando, rispondeva sempre una delle ragazze, che faceva l’elenco delle colleghe disponibili per la sera.

Quella che avrei voluto da me era la prima della lista, una certa Jen, altissima, mora ed assai aggressiva sia nello sguardo sia nel vestimento (nero, forse in lattice, e vagamente allusivo a pratiche fetish). Era così come una rosa che sbocciasse nella sua bellezza intatta proprio perché irraggiungibile e comunque difesa dalle spine:

"To Jen

You are beautiful in your dark hair,
You appear as a fleeing dream,
As a sweet laugh of Nature,
As the reflection, over shining

Silver waves, of the heavenly
Creature who we call Moon,
Trembling in the water for the breath
Spreaded by the purest breeze,

When it’s warm and silent, in the spell
Of an Heaven night. I admire you
As an untouchable thing, from whose

Highness I’m waiting a smile;
You are for me as the earthly face
Of the Creature which we call Rose”

Aveva la soavità e la purità di un plenilunio ma anche il mistero pericoloso del buio e la severità di un ambiente freddo, aspro, selvaggio e spietato. Purtroppo, alla mia chiamata, risultà “unavailable”: irraggiungibile non solo per altezza!

Dovetti quindi ripiegare su una terza scelta che aveva il proprio programma nel nome: Caprice. “Caprice is available” mi dissero. Era la seconda più alta (stando ai dati del sito) dopo Jen ed era castana (come, del resto, lo era stata Venere prima di immergersi nello Scamandro). Ecco che quindi anch’ella divenne bersaglio della mia poetica foscoliana in una prima coppia di sonetti:

I.
Tall, kind and with brown hair,
You appear divine at my adoring look,
As if you were the bare Venus, wrapped
By the trembling waves of the Sacred Sea:

For your heavenly sky blue eyes
For your elegant body’s length,
Covered of more than human graces,
You rise the look at the holiest beauties

Of the sky full of blessed stars,
There my soul recognize you
In the planet sacred to Aphrodite

And all my thoughts are captured by you
You are beautiful as the most beautiful Goddess
But you are earthly and your name is Caprice.

[QUI IN NOTA l’originale italiano in metrica ABAB ABAB CDC DCD

Alta, gentile e di chiome castane
Divina appari al mio sguardo adorante
Qual tu fossi, tra le dive pagane,
Venere avvolta dal mare tremante

Sull’onde azzurre dell’acque lontane;
Per la lunghezza del corpo elegante
Ricoperto di grazie più che umane
Elevi gl’occhi alle beltà più sante

Di cui il cielo stellato si bea,
Là suso l’alma mia ti ravvisa
Nel pianeta sacrato a Citerea

Ed ogni sua visione è da te prisa:
Bella tu sei come la greca dea
E sei terrestre ed hai nome Caprisa]

II.
“Beautiful you are for the modelled form
Of your body and for the pretty aspect,
Pure as the moon reflected there
On the waters in the deep night;

Perfect, in the heavenly line
Of your breast, as the warm shore,
In the morning in the untouched
Sand, smooth for the wave’s caresses;

Tall, as every more than human grace
Which makes the air trembling of light;
In the lengths of your goddess body,

Till the curls of your brown hair,
The myth in your slender limbs
Relives of Venus sourcing from the sea.”

[QUI IN NOTA l’originale italiano in metrica ABAB ABAB CDE CDE

Bella sei per la forma modellata
Del corpo tuo e per l’aria gioconda,
Pura come la luna rispecchiata
là sull’acque nella notte profonda;

Perfetta, ne la linea angelicata
Dei seni, come la tepida sponda,
Al mattino ne la sabbia inviolata
Che è liscia per le carezze dell’onda;

Alta come ogni grazia più ch’umana
Che l’aere fa tremar di chiaritate;
Nelle lunghezze del corpo di dea

Fino ai ricci della chioma castana
Il mito nelle Tue membra slanciate
Rivive di Venere Citerea

]

[PAUSA]

Gli occhi erano blu oltremare come quelli di Saphire, ma almeno lei esisteva. Suonò al campanello all’ora convenuta ed io scesi ad aprire (il palazzo era grande e non mi fidavo a lasciarla vagare fra i corridoi in cerca di me). Appena la vidi capii di avere di fronte più una ragazzina che una dea. Aveva più o meno la mia età, mentre nel mio immaginario di allora la escort per eccellenza era una donna più matura (magari sulla trentina, come Elena Muti nel “Piacere”) nella quale la bellezza pienamente sbocciata diveniva anche simbolo di intelligenti esperienze di vita (e di cultura) a cui attingere, oltre che di innumerevoli ed indicibili esperienze di letto da cui imparare.

Già al citofono, aveva detto semplicemente “Am I”, come la più impacciata delle bambine sotto casa del compagno di classe. “Io, chi?” avevo pensato ricordando come, in quei casi, la maestra ci irrideva quando davamo risposte prive di contenuto informativo. Mi venne però quasi immediatamente naturale risentire in quella risposta anche la diciottenne sotto casa del primo fidanzatino da salutare con l’usata, abitudinaria, confidenza. E ciò contribuì a non far cadere del tutto l’eccitazione pre-amorosa. Era vestita come una caramella: una giacca di panno (non troppo pesante, ma adatta al tiepido inverno californiano) la avvolgeva, stretta alla vita da una cintura, mentre sotto di esse sbucavano le nude gambe, essendo probabilmente la sua gonna più corta del soprabito. Pareva che, slacciandole la cintura, fosse possibile denudarla istantaneamente come un confetto.

Nei primi convenevoli, non mi era parsa particolarmente intelligente né brillante. Aveva il viso ancora leggermente segnato dall’acne giovanile, così come da quell’espressione pensosa, tormentata e silente degli adolescenti (quando sono appunto ancora troppo giovani per prendere le piccole-grandi cose della vita con la dovuta “ironia ariostesca”).
Terminati i soliti dialoghi del “cosa fai? Da dove vieni? Ti trovi bene negli States? Eccetera”, volli farla entrare nel vivo chiedendo, con il dito semialzato quasi in gesto di domanda che interrompe: “…and for your compensation? Before or after?”. “Befoooore” mi disse con tono dolce ma deciso prolungando la “o” quasi a dare foneticamente un senso di ovvietà. Aprii dunque la cassaforte ed estrassi la busta. Prima di consegnargliela, le fece un’ultima domanda che avrebbe voluto e dovuto essere decisiva: “are you full service?”. Era la domanda con la quale i puttanieri yankee dell’epoca si raccomandavano di sincerarsi sull’effettiva disponibilità del servizio sessuale in cambio di denaro in un paese dove legalmente ciò è vietato e dove quindi fioriscono truffe più o meno apertamente fondate sull’ambiguità.

“You will have good time…” fu la sua risposta, accompagnata da un ammiccamento e da un accavallamento di gambe. Con il senno di poi avrei dovuto ritrarre la busta e richiuderla nella cassaforte congedando la fanciulla troppo vaga. Ma all’epoca la vaghezza era per me sinonimo di poesia e mi accontentai di quell’assicurazione verbale così debole e persistentemente ambigua.
“Sei il primo che parla di compenso, di solito gli altri chiedono solo: how much do you want?”. “Che bruti questi americani” pensai “è forse il modo di rivolgersi ad una fanciulla?” Supposi essere una volgarità nascente dall’ignoranza delle buone maniere ed invece di lì a poco avrei appreso trattarsi di brutalità forse non giustificabile ma certamente comprensibile e dovuta alla “saturazione della pazienza” per truffe e ipocrisie politicamente (o legalmente) corrette.
Tranquillizzata per l’aver potuto infilare la sospirata busta nella propria borsetta, Caprice si rilassò visibilmente, come se avesse appena smesso di recitare una parte (quando, semmai, in quanto escort, la sua recita avrebbe dovuto cominciare proprio a partire da quel momento). Si abbandonò sul divano di fronte al tappeto con il tavolino ed iniziò a raccontarsi sorseggiando il drink che le avevo offerto.

Era di origine svedese: i suoi genitori si erano trasferiti negli Stati Uniti nel dopoguerra. “Come mai?” chiesi “Così” rispose alzando le spalle “dopo la guerra l’Europa era povera e così i miei nonni, sia i genitori di mia madre sia quelli di mio padre, hanno pensato ci fosse più futuro per i loro figli negli Stati Uniti. Poi a vent’anni si sono incontrati qui e si sono sposati”.
Mentre era sprofondata nei ricordi, le suonò il telefono che aveva lasciato nell’altra stanza dentro la borsetta. Corse furiosa come se si trattasse di un incendio. “All OK” disse e chiuse subito. “Era il mio amico che si era preoccupato”. Capii subito che, come tutte le escort americane di cui avevo sentito parlare alla tv, aveva qualcosa di simile ad un boyfriend o ad un autista con l’incarico di chiamarla entro un certo numero di minuti dopo l’orario fissato per l’incontro, per assicurarsi almeno della sua incolumità fisica. In un paese in cui il commercio sessuale è illegale, una ragazza sola potrebbe essere facilmente preda di un serial killer, di un violento, o semplicemente di un cliente che preferisca di colpo la violenza al pagamento.

Per farla dimenticare di qualcosa di così importante, l’inizio del nostro incontro doveva avere quindi avuto su di lei la stessa funzione del fumo di oppiacei per il personaggio interpretato da De Niro nella scena iniziale e finale di “C’era una volta in America”.
Vedendola richiamata così ai doveri della sua professione, approfittai per condurla in camera da letto. Chiese se non avessi per caso la possibilità di diffondere musica con la quale accompagnare il suo spogliarello. Ovviamente, l’unica musica a disposizione in casa mia, allora come ora, era ed è la lirica. Non ebbi dunque altra scelta (Puccini mi perdonerà) che inserire nel lettore CD la Tosca, accompagnando ciò con una veloce quanto doverosa spiegazione della trama e del contesto storico.

Per costruire il ponte con il suo mestiere di escort e quindi a suo modo di attrice, dissi innanzitutto che già la protagonista, una cantante, era per l’epoca in cui è ambientata, la vicenda, uno scandalo: ancora all’inizio dell’ottocento non era del tutto socialmente accettabile, per una donna, cantare o recitare su un palcoscenico. Del resto, in precedenza, era successo pure che agli attori in genere venisse negato il diritto alla sepoltura nei cimiteri: interpretando per mestiere tante anime diverse, si supponeva addirittura non ne possedessero una propria e dovessero essere quindi messi in fosse comuni, lontano dai defunti “per bene”.
Forse, al di là del pregiudizio paolino sul “sacrilegio” del “fare mercato” con il corpo “vaso dello spirito santo” e dell’ideologia femminista vittimizzatrice (“nessuna donna che si vende è mai totalmente libera”: come se chi vende prestazioni diverse da quelle sessuali avesse invece libertà assoluta e potere contrattuale infinito…) e mistificatrice (“una prostituta vende se stessa”, come se chi vende qualcosa di non sessuale non mettesse comunque a frutto una parte di sé non meno preziosa e personale: il fisico, l’intelletto ecc.), una parte della stigma sociale contro le escort autodeterminate deriva ancora dalla stigma contro gli attori. La escort, in quanto tali, devono il loro guadagno proprio alla capacità di recitare il sogno estetico completo dell’anima contemporanea, all’abilità di farsi vedere, dagli occhi del desiderio, come personificazioni della bellezza inarrivabile, del fascino misterioso, dell’esperienza indicibile, della cultura viva, alla magia di essere percepite, da ogni diverso cliente, come la donna che, nel dialogo come nell’amplesso gli “corrisponda” individualmente. A parità di bellezza e prestazioni offerte, il segreto è tutto lì, come quello delle grandi attrici.

Attrice molto scarsa era invece Caprice, la quale, non sapendo dire altro che “yes, I understand” al mio commento alla Tosca (chissà cosa avrà capito della trama dell’opera e della campagna d’Italia di Napoleone…), inizio a denudarsi ballando senza immedesimarsi né nella Tosca né nella protagonista di “Showgirl”.
Quando le note di “Vissi d’arte, vissi d’amore” terminarono, ella si trovava di fronte a me con soltanto un tanga indosso e le poppe a poche centimetri dal mio viso. Attesi, prima di toccarla, che foss’ella a prendere l’iniziativa per l’accoppiamento (ero alle prime armi). Vedendola ferma, mi insospettii e chiesi “in che posizione lo facciamo?” “Facciamo cosa, sex?” – la sua bocca e il suo tono si deformarono a quella "x" come schifati per la richiesta - “Obviously”. “I don’t have sex with people that I meet for the first time.” “What?” “If you are kind and gentle, maybe one of the next times” - “Ma scusa, questo avviene quando si cerca una fidanzata, non quando si paga” pensai! “Allora c’è la storia della fanciulla con la reputazione da conservare che non si deve concedere la prima volta” “But I have paid!” protestai quindi. “You have paid for the companionship”. Disse con la burocratica tranquillità di un sito di annunci escortistici che voglia mettersi al riparo da possibili accuse di favorire la prostituzione. “Questo è quello che si dice all’esterno per schivare la legge, ma in tutti i paesi civili si sa che si paga anche per la prestazione sessuale. Sono stato in tutta Europa, in Francia, in Austria ed ovunque è così!” “But these are United States” mi replicò con tono definitivo “Fuck United States!” mi dissi da quella volta e per sempre.

[PAUSA]

“What can you do?” le chiesi allora per avere un menu dei servizi consentiti. “Posso fare lo spogliarello come ho fatto, posso farti un massaggio e se vuoi posso farti una sega. Mi hai pagata per 3 ore, devi scegliere tu”. “vabbè, allora fammi una sega”.Inizò quindi a massaggiarmi il membro con una tale lentezza che sarebbe stato impossibile giungere al piacere entro la fine del mondo. “Ma così non riesco a godere, cerca di essere più incisiva”. “Ah, non so come fare, perché io… non ce l’ho” “E con quello che ti ho pagata ci mancherebbe pure che avessi l’uccello!” pensai in risposta. “Ti ho dato 1000 dollari per scoprire che non sei una escort nel senso completo (europeo) del termine. Se scoprissi che non sei manco una donna l’uccello te lo taglierei!”
Dovetti quindi fare da solo anche in quel frangente.

Una volta svuotata la mente (e non solo) dall’angustia del disio, tornai a prestare ascolto ad un altro tipo di fame. Si era fatta ormai sera ed era quindi tempo di andare a cena. Invitai quindi la mia “dolce” accompagnatrice nel ristorante italiano sotto casa. Si rivestì con allegria e velocemente si agghindò con la cintura e i sandali.
Il nostro rapporto era pervertito anche da quel punto di vista. Anziché conoscerci a cena e poi passare nella camera da letto spogliandoci come i personaggi maschili e femminili dei tanti filmetti americani, stavamo facendo l’esatto contrario. Ci eravamo conosciuti nudi sul letto e ci stavamo rivestendo per andare a cena fuori.

Durante il pasto (a base principalmente di spaghetti scotti in salsa rossa di presunto pomodoro, come capita sistematicamente ai non-italiani) Caprice era tornata affabile e disposta a raccontare sinceramente di sé. Mi chiedeva anche informazioni su come funzionava l’escorting in Europa. Su tale tema, ci facevamo vicendevolmente segno di abbassare la voca ogni volta che il cameriere si avvicinava, quasi come potesse essere un informatore della polizia.
Mangiava con grande voracità, come se non lo facesse da tempo, come se il mantenersi magra fosse stato uno sforzo estenuante fino a quel tempo. Quando avemmo finito era già completamente notte e restava ormai soltanto una manciata di minuti allo scadere del tempo pagato. Non le feci quindi nemmeno risalire le scale e l’accompagnai al taxi salutandola.
L’estrema solitudine esistenziale della società nordamericana favorisce il consolidarsi di un senso di umanità anche nei confronti di persone estranee o conosciute da poco e con le quali, in Europa e soprattutto in Italia, magari saremmo portati a litigare. Una plastica evidenza di questo fatto mi fu ribadita dal biglietto di invito che trovai nella buchetta della posta: era il comitato del condominio che invitava tutti coloro i quali non avessero con chi passare il Natale a ritrovarsi parlando del senso delle religioni e dell’uomo.

[PAUSA]

Mancavano pochi giorni a Natale e, come stabilito, evitai di ritornare a casa come gli altri italiani: dato il mio soggiorno di neanche mezzo anno mi pareva inutile spendere soldi, tempo e fatica solo per tornare a casa qualche giorno). Ammetto però che, verso il 21-22 di dicembre, quando il mio advisor mi salutò dicendo che l’indomani aveva il volo per l’Italia, ebbi per qualche ora gli occhi lucidi. Percorrevo in discesa il viale che mi riportava verso casa e immaginavo lui in procinto di rivedere la patria. “Rivedrai le foreste imbalsamate, le fresche valli, i nostri templi d’or”. Le arie dell’Aida sulla nostalgia per la terra natale mi risuonavano dapprima scherzose (giacché l’Italia non è l’Etiopia di Aida e di Amonasro e non ha né le sorgenti del Nilo né la foresta equatoriale), ma poi via via più commoventi a mano a mano che il significato letterale si trasmutava in quello sentimentale (la lontananza).

Mia madre aveva organizzato un surrogato della festa in famiglia grazia alla sua cugina di Seattle. Era la moglie del dentista Julius, quello sulle cui ginocchia avevo per la prima volta preso il volante di un’auto quando ci erano venuti a trovare ai tempi delle elementari! Ora si erano separati senza rancore (ma anche senza rimpianti: e pareva incredibile per una coppia durata più di trent’anni e passata dai sacrifici iniziali – con lei che faceva la donna di servizio o la segretaria per pagare a lui gli studi – al successo economico e sociale con tanto di ville e figlie laureate) dopo che, da pensionato, lui aveva voluto a tutti i costi tornare in Europa e, piuttosto che perdere la possibilità di vivere serenamente gli ultimi anni fuori dagli Usa, si era adattato a sposare la vedova di un collega svizzero. Julitta, così si chiamava ella, era in tal modo rimasta sola, con la casa troppo grande, la Mercedes nuova di fabbrica che guidava quasi con imbarazzo, e metà del ricco patrimonio comune (del resto, Julius non poteva piangere miseria, essendosi risposato con una donna ancora più ricca di quanto non fosse lui). A Natale, il tradizionale ritrovo in famiglia proseguiva a casa della figlia maggiore (sposata con due figli) e assieme all’altra figlia single (l’altra che da piccolo mi batteva sempre poco cavallerescamente a ping-pong quando ci vedevamo nella residenza estiva del nonno in Polonia). Quella volta ero quindi invitato anch’io. Presi, da solo (per me era la prima volta che salivo in aereo da solo) l’aereo per Seattle, con una felpa sotto braccio da indossare al volo per mitigare lo sbalzo termico fra il sole della California e il gelo dello stato di Washington al confine col Canada. La ragazza che mi era seduta di fianco in aereo mi chiese se ero dell’università del… “No, sono italiano e mi trovo negli Usa per la tesi presso l’università della California” - “no, perché quello è lo stemma dell’università del… e se lo porti in giro la gente pensa che sei dei loro…e non scorre buon sangue con altre università”. Insomma, scoprii all’improvviso che le patacche americane che con indifferenza portiamo sulle felpe hanno a casa loro un significato simile alle maglie delle squadre di calcio!

Arrivato comunque sano e salvo, trovai Julitta a prendermi all’aereoporto e a condurmi prima a casa sua, poi presso quella della figlia. Devono essere ben lunghe e complicate le percorrenze automobilistiche nello stato di Washington, dato che per un paio di volte ci smarrimmo su contorte strade di montagna (quelle fitte foreste di alto fusto a quelle latitudini appagavano la mia fantasia e il mio senso di avventura) e solo il gentile intervento di un’auto con la scritta “to protect and serve” (quando l’auto della polizia ci affiancò con la sirena lampeggiante e rumoreggiante, ebbi per un attimo paura stessimo per essere multati e arrestati, tanto era stata forte, per via della tv, la demonizzazione delle forze dell’ordine statunitensi) ci poté riportare alla retta via. Julitta ringraziò, tranquilla e (al contrario di me) per nulla sorpresa, il ragazzo in divisa (forse lì la cavalleria è di casa) e ripartì. Nel tragitto, ci fermammo poi a comperare il regalo senza cui a Natale non si può entrare in alcuna casa onorata. Ella diceva che sarebbe bastato un “Pinot grigio” (non volendo infierire sulle mie finanze di studente), mentre io insistetti per portare anche una bottiglia di Champagne (temendo di non fare altrimenti una figura da gentiluomo).
Una villa davvero enorme (e simile a quella in cui giocavo da bambino con la mia amica cretese) era la dimora della famiglia di Jackie. Due piccoli vichinghi già forti e combattivi la animavano. E il marito, un grande vichingo di origine norvegese che lavorava come ingegnere alla Boeing, fu molto gentile con me.

“Scusa, ma serviranno almeno tre donne di servizio per una casa così!” sussurrai a Julitta “no, fa tutto Jackie” mi rispose sorpresa. Ed io pensai: “meglio che stia zitto, io che ho bisogno della donna delle pulizie tuttofare messicana per sopravvivere in un bilocale, e già mi sento impegnato al limite!”

“My background is Norway” mi spiegò il padrone di casa, sintetizzando involontariamente in due parole il procedimento sincretico con cui l’identità americana si costituisce nutrendosi di tutti quei piccoli e grandi patrimoni cultuali, etnici, linguistici e persino etici che si possono immaginare compresi nella parola “retroterra” (la quale, per contrasto, rende quindi, quasi nietzscheanamente, mi si consenta il termine “terra davanti”, ovvero “terra dei figli”, il nuovo continente).
Frattanto, i due bambini giocavano lottando gagliardamente per il possesso dei nuovi giochi, mentre gli adulti discutevano di politica, con Julitta scatenata nel sostenere le tesi del partito repubblicano e la figura, all’epoca odiatissima dai media, di Bush Jr. Molto prima di Trump, la tesi del “muro anti-immigrati” doveva avere forti sostenitori nell’America “profonda” già da allora: appena saputo che venivo da San Diego, il “vichingo” esclamò “benvenuto negli States”, con ciò intendendo la città californiana essere ancora “Messico”. “Io costruirei un muro di separazione con quella gente!” E intanto, dopo l’ennesimo rotolarsi a terra dei due pargoli-combattenti, la mamma li aveva invitati a recarsi nella “stanza dei giochi” a proseguire il loro scontro fratricida senza disturbare il resto della famiglia. “E’ come se fosse già così” risposi io “sull’autostrada la polizia ha istituito tanti di quei posti di blocco che è come passare la dogana”. “Sì, hanno molti problemi con l’immigrazione da quelle parti”.

Per introdurre argomenti più leggeri, qualcuno chiese a Julitta se l’altra figlia si fosse fidanzata. “Possibility of a boyfriend” risposte facendo con le dite il noto segno delle virgolette o dell’asterisco per evidenziare la “possibilità lampeggiante”. Seguirono elogi a questo potenziale fidanzato, di umili origini ma di profonda intelligenza, tanto ricco di qualità sentimentali da aver preferito lavorare come insegnante di sostegno per bambini in difficoltà piuttosto che seguire il “cursus honorum” degli uomini in carriera. E nonostante questa rinuncia alla promozione sociale e alla glorificazione economica aveva (cosa che mi parve mirabolante, se comparata alla situazione italiana) aveva attirato l’attenzione (e, a quanto capivo, anche conquistato il cuore) di una giovane, bella e ricca donna in carriera come era la figlia single di Julitta. “But he is very, very clever” continuava a ripetere la cugina di mia madre per concludere le sue risposte altrimenti “deludenti” alle domande tipicamente “americane” sulle persone (del genere “che macchina ha”, “quanto guadagna”, “dove lavora” ecc.).

Quella cena così lontana da casa ebbe però il potere di farmi sentire esistenzialmente apprezzato. In prospettiva, avevo un roseo orizzonte con un ben remunerato mestiere di ingegnere sullo sfondo, di cui la figura del padrone di casa rappresentava il teorema di esistenza, con il relativo corollario di bella casa, bella moglie, bella macchina e bei bambini. Nel presente, sentivo che, comunque mi sarebbe andata la vita lavorativa, esisteva un paese in cui un giovane maschio poteva, solo e soltanto per le sue doti personali (non già per la posizione sociale, per il potere, per la fama, per i denari conquistati), solo e soltanto per quello che è (non già per quello che rappresenta), proprio come capita ad una donna per la sua bellezza, essere apprezzato dall’altro sesso al punto da divenire argomento di conversazione alla vigilia di Natale. Fu un bel modo di dirci “Merry Christmas” (non lo sapevo, ma sarebbe stato l’ultimo Natale felice, l’ultimo natale con quelle illusioni).

Il giorno successivo conobbi il nuovo compagno di Julitta, un piccolo e burbero irlandese che non amava i giri di parole. “Cosa fai dopo la laurea?” “Non, so, dipende” risposi io che ancora non avevo scelto se restare all’università a fare ricerca o cercare fortuna in azienda “Depends on what?” mi rispose come se volesse sapere la verità da un politico ciarlatano. “Dipende dalle occasioni che troverò all’università e nelle aziende…” cercai di glissare, sorpreso dal fatto che, per una volta, il verbo “dipende” non fosse sufficiente a fermare una domanda scomoda. Mentre attraversavamo in auto la città, vedevo ragazzi di colore con la testa nella felpa come nei film sui rappers bighellonare ascoltando musica o radunandosi in bande metropolitane. Era un freddo pazzesco e dai finestrini dell’auto potevo vedere non solo le chiazze di neve sui marciapiedi, ma anche il vapore acqueo che si formava quando quelle persone gridavano o cantavano. Qualcuno aveva la cuffia ed altri battevano le mani inguantate: tutti parevano a disagio in quel clima (forse non solo meteorologico). Contemporaneamente, dalla vista e dall’udito, facevano capolino tutti i luoghi comuni sull’America multietnica: il carattere rude degli irlandesi e la segregazione metropolitana (con elementi di potenziale guerriglia urbana) dei neri.

Eravamo a pranzo da altri amici di Julitta. Essi dovevano tradizionalmente situarsi su un versante politico più “democratico”, data la fatica che la cugina di mia madre faceva per trattenersi da dire tutto quanto pensava. Nelle lunghe pause fra una portata e l’altra venivo invitato ad uscire per accompagnare due donzelle che, come ci si fosse trovati in un film western o in un romanzo ottocentesco, si sedevano sull’uscio di casa per lavorare a maglia. “Tranquillo che non ti mangiano” mi diceva la loro madre notando la mia congenita timidezza nei confronti dell’altro sesso. Magari, al contrario della stronza-media occidentale, sempre pronta ad attirare (e illudere o lasciar illudere) per respingere, ferire, irridere, umiliare per sadico diletto o calcolo sentimentale, o addirittura denunciare falsamente per capriccio o guadagno, esse non erano pericolose. Non erano però nemmeno tanto interessanti quanto a compagnia, simili com’erano proprio a quelle figure ancillari ed insipide a cui la menzogna femminista lamenta falsamente esser state ridotte le donne prima del femminismo. Possibile che fra le arpie femministe e le ancelle che filano non ci fosse una umana via di mezzo? Contraddizioni della società americana…

Quando fui sull’aereo che mi avrebbe riportato a San Diego, mi accorsi di essere seduto vicino ad una signora anziana e mi venne in mente quella scena di Fight Club in cui il protagonista spiega alla propria vicina di posto il modo di ragionare delle compagnia di assicurazioni (“probabilità di incidente per probabilità di perder la causa per entità media del risarcimento uguale a X. Se X è inferiore al costo della sostituzione o della modifica, noi quel pezzo non lo ritiriamo dal mercato.”). Per fortuna non vi fu alcuno scontro in volo con altri aerei i potei tornare senza incidenti al mio bilocale di La Jolla, che, dopo quel paio di giorni tanto a nord in zone tanto ignote, mi apparve cinta da un’aria piacevolmente meridionale e familiare.

[PAUSA]

La sera del capodanno fu da me passata alla scrivania a migliorare e rielaborare lo scritto della tesi. Fatica sprecata, col senno di poi (nel senso che anche quanto era scritto prima sarebbe ampiamente bastato e che comunque non avevo bisogno di alcun punteggio aggiuntivo). Meglio avrei fatto a scendere in strada e ad unirmi alla festa cittadina. Potevo sentire e vedere, proprio sotto di me, la gente radunarsi dapprima, verso l’ora di cena, lentamente, poi freneticamente, cantare e ballare. Verso mezzanotte si raggiunse l’apoteosi, con tanto di brindisi, spumante e fuochi d’artificio. In quella piazzetta così “in” pareva essersi dato appuntamento il fior fiore dei discendenti dei “coloni”. Erano quasi tutti di aspetto europeo e di portamento elegante. Magari avrei vissuto qualche avventura da filmetto americano del sabato sera.

I giorni successivi tornò la solita routine americana. Alternavo orari folli (a volte mi veniva in mente una modifica da apportare alle simulazioni e, quando non riuscivo a dormire, mi recavo come un ladro nel cuore della notte in laboratorio – era sempre aperto per chi aveva il badge - per lanciarla) fra calcoli e scrittura della tesi a momenti distensivi come la spesa al supermercato, aperto tutti i giorni 24 ore su 24. Ricordo in particolare i ritorni a casa con il pulmino dell’università guidato da studenti in procinti di prender la patente: un susseguirsi di frenate improvvise e sbagli seguite dal “sorry” del o della conducente-adolescente. Una volta, con il mio advisor che abitava poco lontano, discutevamo del modo per sfuggire agli yankee “eh, ma allora devi davvero non farti più trovare da loro” rispose alla mia ipotesi sullo scappare per non pagare un debito (tipo quelli terribili che si contraggono per cause civili montate ad arte) “devi andare in un paese del medio oriente e sperare che non lo invadano come l’Iraq!”. Mi fece l’occhiolino e scese alla sua fermata.

Era sempre sereno in California e i tramonti parevano davvero tutti i giorni quelli dei film western, quelli così struggenti che da noi, quando capitano, si imprimono nella memoria. In America, invece, anche quello era diventato routine e la gente andava e veniva per le strade indifferente allo spettacolo della natura.

I pranzi dei giorni festivi erano allietati dalle gare Nascar, che avevo iniziato a seguire come ogni buon appassionato americano. Fra i piloti, conoscevo Tony Stewart, perché aveva iniziato la sua carriera nelle monoposto dell’IRL che seguivo su Autosprint (dopo la scissione dalla Cart). Lo avevo sempre identificato con le monoposto sgargianti del team Menard e con quelle corse in cui, a fine carriera, aveva iniziato a cimentarsi (senza sfigurare) anche il nostro Michele Alboreto. Quindi decisi di tifare per lui. Quell’anno, però, in testa al campionato era Dale Earnardt Jr, figlio del grande “The Intimidator” (un pilota così famoso e vincente che persino io lo avevo conosciuto tramite i trafiletti di Autosprint fino al giorno della sua tragica morte in corsa). Il loro duello infiammò l’edizione 2004 di Daytona, che seguii dall’inizio alla fine, gustandomi anche la comparsata dell’allora contestatissimo presidente Bush Jr.

Lo spot della Porsche Cayenne Turbo (era al tempo un’assoluta novità, per non dire uno scandalo, un SUV di marca Porsche, dopo che per decenni, dai tempi della mai compiante 944 e 928, qualunque tentativo di produrre e vendere qualcosa di diverso dalla classica 911 era fallito miseramente) era memorabile. La versione “Turbo” di una Porsche, del resto, ha sempre meritato qualcosa di particolare. Padre, madre e bambino sono seduti a tavola per la cena. All’improvviso, il figlioletto afferra il piatto come fosse un volante e inizia girarlo facendo “brum brum, meeeh” con la voce. I genitori depongono le posate e lo guardano con severità. “How many times I told you…” inizia il padre con voce severa. Lo spettatore si aspetta che dica qualcosa come “non si gioca a tavola”. Ed invece, sempre, con imperturbabile severità, continua con “you accelerate only after passing the apex of the corner”. L’insegnamento paterno non riguardava quindi la banalità delle “buone maniere” a tavola, ma il modo corretto di affrontare una curva, con la frenata regressiva, l’ingresso in rilascio, il ritardo del punto di corda in funzione della velocità e del raggio, e l’accelerazione finale una volta superato il centro curva. Ovviamente se si accelera troppo presto o si deve poi mollare, con conseguente perdita di tempo, o si finisce in sotto o sovra sterzo e si rischia l’uscita o comunque si compromette la prestazione.

Erano quelle le pubblicità che andavano per la maggiore su “Speedy Channel”, un canale a pagamento che avevo acquistato con il pacchetto della TV via cavo. Purtroppo, il tecnico venne ad installare il tutto a GP del Giappone 2003 già disputato, cosicché dovetti aspettare quasi cinque mesi per poter vedere la gara registrata da mio padre (il quale, quella sera, in diretta, mi aveva fatto la radiocronaca per telefono).

[PAUSA]

Una cosa però imparai dagli Americani che mi è rimasta tutt’oggi. Il concetto di ricorrenza decennale applicato all’automobilismo: “F1 Decade”. Era una trasmissione che mandava in onda, in rigoroso ordine cronologico, i gran premi di dieci anni prima, in corrispondenza dell’anniversario corrente. L’avevo scoperta, per la prima volta, infatti mentre faceva rivivere il GP d’Australia 1993, corso a novembre del 1993 e trasmesso da “Speedy channel” una domenica di novembre del 2003. Andai a dormire commosso: avevo visto l’ultima vittoria di Senna (su McLaren-Ford) e la sua stretta di mano (sincera, forse, per la prima volta) ad Alain Prost (secondo su Williams-Renault, ma già matematicamente campione da diverse gare), su un podio che, con il senno di poi, avrebbe simboleggiato la fine di un’era. L’anno dopo il francese si sarebbe ritirato, il brasiliano si sarebbe immolato in mondovisione al Tamburello e la formula 1 non sarebbe stata più la stessa. Rivendendoli a distanza di dieci anni, avevo potuto capire come entrambi, non dico presagissero la fine del “decennio senniano” (1984-1994), ma almeno comprendessero quanto dal gran premio dopo, dall’anno dopo, nulla sarebbe più rimasto come prima (sarebbe iniziata “l’era Schumy”, meno maledetta e più salutista, più calcolata, più vincente, più politically correct, almeno nelle dichiarazioni, più computerizzata, più, insomma “moderna” nel bene e nel male).

Si dice che Augusto, in punto di morte, si sia lasciato sfuggire “la commedia è finita”, per significare come nella vita anche i grandi uomini della storia altro non siano che attori. Ebbene, nello sguardo dei due eterni nemici della F1 moderna io vidi (potendolo rivedere con calma a distanza di 10 anni) lo sguardo disincantato, se non commosso, di due attori che, nel prendere gli applausi sul palco al termine recita, ri-conoscano tutti gli odi, le maledizioni ed i furori a cui hanno prestato voce e vita fino ad un minuto prima essere stati soltanto, appunto, “rappresentazione” e si conoscano, per la prima volta, “ugualmente uomini”, sotto la prospettiva del “mondo come volontà”. “La stessa voglia di vincere, gli stessi rischi, la stessa passione per la velocità, la stessa dedizione assoluta, lo stesso talento” devono aver visto l’uno nell’altro. E aver riconosciuto, per la prima volta, che quel “personaggio cattivo da romanzo” (che ciascuno di loro rappresentava per l’altro) tanto temuto ed odiato mentre scrivevano le pagine della loro vita (che erano anche le più belle pagine della storia della F1) era qualcuno da rimpiangere ora che si apprestavano a rileggerle.

Era la prima volta mi sorprendevo capace di un’introspezione temporale in quello sport che fino ad allora avevo vissuto solamente in un continuo presente.

[PAUSA]

E allora da dove il mio anti-americanismo? Semplice, dall’esito del secondo incontro con la escort. Avevo preparato un’altra coppia di sonetti per Caprice.

III.
“High, between the Heaven’s spheres you appear,
Wonderful in your golden hair
Of heavenly angel creature;
In the splendour of your sky blue eyes

No star can be equal to you:
You rise in your tall slender figure
As a Dawn of blessed light
Who lays the hair over the sea waves;

And you are beautiful as the Goddess
Who was born, bare, from the Greek Sea:
You seem her divine image,

At whom stare sighing and adoring:
You shine as the morning star
Rising over the water expanses.

[In NOTA l’originale italiano in metrica ABBA BAAB CDE DEC:

“Alta tra le sfere del Ciel m’appari,
Bellissima nella chioma dorata
Di celeste creatura angelicata;
Nello splendor dei tuoi begl’ occhi chiari

Nessuna stella a Te può star di pari:
Sorgi nell’alta figura slanciata
Come un’aurora di luce beata
Che i crini distenda all’onde dei mari;

E sei bella quanto la dea che nacque
Nuda fra l’onde del Greco Mare;
Tu pari la sua effigie divina

A cui volger gl’occhi e sospirare:
Splendi come la luce mattutina
Sorgente sulle distese dell’acque.”

]

IV.
“Beautiful you appear in your blonde hair
As a star from marine cavities,
In the depth of your blue eyes
It seems that the light diffuses of Venus,

And sweet spreads as a wave
In the spell of morning dreams
The brown reflection of your hair
Given to the Caprice of the playing air;

Beautiful you are as the warm Dawn,
When raising in its mild splendour
Large mirror it makes of the light waters:

You are for me the Woman who enchants,
And kissing you it seems to adore
In your graces the Aphrodite’s body.”

[Qui in NOTA l’originale italiano in metrica ABBA ABBA CDE CED

“Bella appari nella tua chioma bionda,
Come una stella fra gl’antri marini;
Nel profondo dei tuoi occhi azzurrini,
Par che di Venere il lume s’effonda,

E soave s’estende come un’onda
Nell’incanto dei sogni mattutini
il riflesso castano dei tuoi crini
Dati al capriccio dell’aura gioconda:

Bella sei tu come la calda aurora
Quando sorgendo allo splendore mite
Ampio specchio si fa dell’acque chiare:

Tu sei per me la Donna ch’innamora
E baciandoti parmi d’adorare
Nelle tue grazie il corpo d' Afrodite”

]

Ingenuamente sicuro che questa volta, non essendo più la prima, quella “brava ragazza” di Caprice mi si sarebbe concessa completamente, l’avevo ri-prenotata per 3-4 ore e re-invitata a cena. Si presentò vestita al medesimo modo (si preoccupava tanto di cosa pensassero i vicini, ma se fosse vestiva tutte le volte allo stesso modo per andare agli incontri sarebbe stata riconoscibile in fine come se avesse indossato una ipotetica “divisa da escort”!). Giunti allo stesso punto della volta precedente, mi disse, con voce dispiaciuta: “vedi questo taglio? Il chirurgo ha tagliato proprio lì. E’ estremamente doloroso se faccio su e giù. Ti prego, per questa volta lasciamo stare”.
Anche questa volta bevvi l’amaro calice del rifiuto, ma credendoci la metà della volta prima. La controprova venne di lì a poco. La terza volta che la prenotai, non avendo più scuse a disposizione, si inventò che non le avessi aperto la porta. Quando richiamai l’agenzia, mi risposero infatti “sì, è arrivata da te ma poi è tornata indietro”. Riuscii a convincerla a ritornare, ma dovetti pagare io il taxi. Arrivò e, come prima cosa, raccontò che aveva rotto il cambio (automatico) dell’auto. Disse quindi che, se avessi voluto continuare a rivederla, avrei dovuto provvedere io al pagamento della riparazione (a tre zeri). Risposti che doveva fare come noi europei e prediligere il cambio manuale “che non si rompe mai se lo usi bene”. Poi iniziò il suo spettacolino (non completamente sessuale), interrotto soltanto dalla paura. Avevamo sentito dei rumori ed ella, per nulla tranquilla, aveva guardato dallo spioncino della porta. “No police!” disse tirando il fiato.

[PAUSA]

“Sì, ma comunque anche no sex” pensai di rimando. E non erano i primi mille dollari che venivano così bruciati a vuoto! Quando, al telefono, me ne lamentai con i miei, mio padre disse che, forse, per poter andare a segno avrei dovuto essere introdotto in giri ristretti fra ragazzi abbienti del luogo. “E vabbè, allora se uno ha i suoi giri non ha bisogno di pagare! Un mondo civile è un mondo che fornisce servizi a pagamento a tutti!” - “Ma se tu mi dici che ci sono tanti indiani, tanti neri, tanti messicani, è ovvio che una ragazza non voglia andare con tutti” - “Ma un’escort deve avere un’etica professionale! E poi nemmeno il bianco biondo come me le andava bene! Il razzismo è una scusa per la stronzaggine! Approfittano di queste leggi di merda per spennare senza neanche darla!” - “Se tu avessi un amico americano, bianco e ricco, sicuramente ti indicherebbe i posti giusti, sia a pagamento che free” - "Mi sa che non ce ne sono di posti giusti qui” - “Ci sono, ma tu da straniero non vi puoi accedere” - “Va beh, allora se ci sono barriere d’accesso alla gnocca anche in questa cosiddetta società aperta, vuol dire che, in quello che conta, ci sono cittadini di serie A con accesso allo jus chiavandi e cittadini di serie B senza diritti, che si fanno le seghe sui porno e che se ci provano vengono spennati o arrestati, e allora tanto vale istituzionalizzare la discriminazione e ripristinare le caste. Però gli ingegneri li mettiamo nella casta superiore!” - “Eh, ma cosa pretendi dai discendenti dei cow-boys? L’India brahamitica?”

Ecco che da quella volta gli Stati Uniti, con il loro proibizionismo sulla prostituzione (non a torto Caprice temeva di poter essere arrestata se colta in fragrante), con il loro puritanesimo di facciata (“non scopo con il primo venuto”, “oddio se i vicini scoprono cosa faccio”), con la loro falsa emancipazione (“free speech, free sex, free women”, ma se dici qualcosa di politicamente scorretto o semplicemente antifemminista perdi il lavoro e la posizione sociale, se scegli di pagare piuttosto che corteggiare –e quindi vai a puttane - vieni arrestato e messo alla gogna, se fai la puttana –esplicitamente e senza inganni - viene parimenti arrestata e messa alla gogna puritana) iniziarono a divenire per me il “Grande Satana”.
Qualunque stato apertamente tirannico e notoriamente illiberale mi sarebbe parso più gradito di quel finto mondo di “libertà” e “diritti”.

Non vi può essere alcuna effettiva libertà se in una sfera tanto intima, profonda e simbolica come quella sessuale non sono libero di ricercare l’appagamento dei bisogni naturali nel modo voluto con un’altra persona adulta e consenziente (sia pur consenziente per interesse e non per amore: ma cos’è, giuridicamente, l’amore? E da quando l’interesse economico è un reato dal lato di chi lo concede o di chi lo persegue? Da quando una scelta “interessata” non è una scelta libera e consapevole?). Non è terra della libertà un posto in cui, per appagare il mio naturale bisogno di bellezza e piacere (dei sensi come delle idee) non ho la libertà di pagare l’attrice del mio sogno estetico ma ho, di fatto, l’obbligo di passare sotto le forche caudine del corteggiamento (con i relativi, insostenibili, costi psicologici e alla fine pure economici e i relativi rischi di essere trattato come “punching ball” sessuale dalla stronza di turno interessata solo a sfruttare la propria avvenenza per ridurmi ad un pupazzo da sollevare e far cadere, per farmi sentire “uno di troppo”, per pormi in ridicolo davanti a me stesso o agli altri, per ferirmi, per illudermi, per sentirsi “valorizzata” sulla base di quanto offro e soffro per causa sua, o addirittura sbranarmi in senso economico-sentimentale).

E, a pensarci bene, nonostante (o, forse, proprio per) le mille e mille opere cinematografiche e le mille e mille puntate televisive basate tutte su indagini e processi, non erano (e non sono) neppure la terra del “diritto” (ma, piuttosto, quella del “rovescio”).

D’improvviso mi ricordai del mio advisor che mi aveva avvertito, per il futuro, di tenere sempre i meeeting a porte aperte, per impedire che qualche studente (e soprattutto qualche studentessa) si inventasse accuse di molestie (“ma sarà poi chi accusa a dover provare la veridicità della propria parola” “certamente, ma per non avere problemi legali qui negli Usa mi ha detto M. dalla prima volta che è meglio non dare nemmeno la possibilità di fare causa”). E questa sarebbe la terra del diritto? D’improvviso trovai fra le varie notizie sui giornali, sulle tv e sul web mille indizi sull’effettivo rovesciamento dell’onere della prova nei processi per violenza, molestia o altro di simbolicamente femminista. D’improvviso mi ricordai che Tyson era stato messo in galera sulla sola parola (peraltro dubbia anche solo “in abstracto”: perché appartarsi, di notti in camera di albergo, con un pugile con fama tanto violenta se non per concedersi del tutto consenziente e forse in cambio di qualcosa, alla sua “violenta brama”?) dell’accusatrice. D’improvviso capii quale reale finalità vi fosse (e ovviamente vi sia) dietro la pretesa femminista di “essere credute senza troppe domande per non subire una seconda violenza”: la brama di poter (almeno in linea di principio) mandare in galera qualunque uomo per qualunque motivo in qualunque momento. Difatti, a Tyson non venne concesso di difendersi citando il fatto che la sua accusatrice avesse più volte accusato falsamente altri uomini.

Ecco perché i nemici “degli stati uniti e della libertà” divennero anche i miei potenziali amici e alleati. Nel gioco di strategia militare sulla seconda guerra mondiale, presi le parti della Germania. Nel suo “mod” sulla guerra fredda presi l’Unione Sovietica. E nella guerra di civiltà presi, da allora e poi per sempre, le parti dell’Islam.

[PAUSA]

Tutto può essere perdonato a chi mi può aiutare a distruggere l’elemento demoniaco e tirannico che si nasconde dietro vesti di umanità e di apparente libertà.
Ciò che, nei nemici dell’America, vi è di ingiusto, illiberale, tirannico, è sotto gli occhi di tutti. E quindi può essere combattuto o almeno modificato se non neutralizzato. Tutto ciò che invece negli Usa è ingiusto, illiberale, “medievale” e tirannico (come, appunto, il femminismo, il proibizionismo, il puritanesimo, il turbo-capitalismo) si presenta sotto vesti di giustizia, di libertà, di “progresso”, di emancipazione (basti pensare all’evoluzione estrema del capitalismo che riduce i ceti popolari – socialmente parlando - al rango di servi della gleba – privi di diritti, di rappresentanza politica efficace, nonché di voce in capitolo nel definire i termini “bene e male” - e racconta di essere “la stessa cosa” che ha prodotto la rivoluzione industriale ed emancipato le masse dall’ignoranza e dalla povertà). E’ veramente un grande demonio che si finge nostro amico per impedirci di combatterlo.

Il saggio bramino d’India con cui condividevo la scrivania del laboratorio mi aveva messo in guardia: “in Italia non avete mai avuto il capitalismo puro. Avete un mix di socialismo e capitalismo, con cui siete riusciti nel dopoguerra a costruire un mondo comunque moderno, ma in cui una buona parte della popolazione (a differenza di quanto accade negli stati puramente capitalisti) ha potuto per decenni avere istruzione, libertà e benessere garantiti grazie anche all’intervento dello stato nell’economia e ad un certo concetto di giustizia sociale nella ripartizione delle ricchezze”.
Sarebbero passati ancora anni prima che potessi capire la profondità di quel giudizio. Eppure proprio la mia disavventura con la escort che non aveva aperto le gambe avrebbe dovuto farmi aprire gli occhi.

Cos’è, in effetti, la prostituzione come noi la intendiamo, se non un modo per permettere anche all’uomo di livello economico medio (o addirittura medio-basso) di accedere (tramite il pagamento di un prezzo in fin dei conti, per forza di cose, “calmierato”) alla bellezza e al piacere come, nel mondo “puramente capitalista”, potrebbero soltanto i pochi privilegiati “vincitori” della spietata lotta economica (quelli che, insomma, potrebbero spendere decine di migliaia di euro al mese senza che ciò appaia loro un sacrificio)?

Il “capitalismo” è la giungla in cui le escort-leonesse (anche e soprattutto quando queste non si sentono prostitute) sbranano i clienti-gazzelle (anche e soprattutto quando questi si muovono per desiderio amoroso prima che per “do ut des”). E in cui solo qualche cacciatore con il fucile (ovvero con capacità di spesa “fuori catalogo”, garantita da entrate economiche sconosciute ai ceti popolari e ottenute grazie a posizioni sociali inaccessibili alla “massa”, al di là della retorica del merito individuale e all’illusione dello studio) sopravvive (ovvero chi, per nascita, età o fortuna, è riuscito ad entrare per tempo dalla parte “giusta” di un meccanismo di ingiustizia sociale in cui, a prescindere da studio e intelligenza, per dirla col vecchio – e male interpretato - Marx, “chi lavora non guadagna davvero e chi guadagna davvero non lavora” – ma al massimo, aggiungo io, specula finanziariamente).

Il “comunismo” è il mondo utopico (o distopico) in cui la realtà (come del resto la natura) è negata (“non esiste la prostituzione”, “non esistono le disuguaglianze”, “non esistono le contraddizioni sociali” hanno sempre detto ad est del muro davanti all’esatto opposto delle loro affermazioni) e in cui è quindi impossibile vivere.

La “civiltà” è ciò che permette agli uomini di appagare i propri bisogni naturali (negati dall’utopia progressista in genere) senza dover sottoporsi totalmente ai rischi e alle brutalità dello “stato di natura” (quello che il capitalismo crede l’unico stato possibile). Ecco perché, come iniziai a capire quindici anni fa, la civiltà deve contemplare a livello sessuale la prostituzione (per salvare dalla frustrazione o dalla potenziale schiavitù chiunque non sia un casanova o un miliardario) e a livello politico la socialdemocrazia (per dare libertà effettiva e benessere a una larga parte della popolazione, la quale non può essere totalmente costituita soltanto da “lottatori”, da “vincitori”, da “eccellenze”, come il darwinismo sociale - pessima corruzione del pensiero nietzscheano e della natura - e un malinteso senso del termine “meritocrazia” vorrebbero farci credere).

[PAUSA]

Negli Stati uniti, constatavo, a dispetto dell’hard tuning di cui tante muscle car e non solo facevano vanto estetico-esibizionistico, non si poteva andare forte in macchina (e, proprio per questo, avevo scelto di non prendere neanche, come avevano fatto miei colleghi in precedenza, la patente Usa e un’auto: sarei finito in galera alla prima accelerata), non si poteva andare con le escort, non vi era lo stato sociale. Paese barbaro! Dove, invece, si poteva viaggiare (almeno in linea di principio) senza limiti di velocità, si poteva seguire il culto di Venere prostituta e vi era lo stato sociale? In Germania… E, anche se non ufficialmente, in paesi meno illuminati, ma almeno dalla giustizia provvidenzialmente malferma come l’Italia. Nell’Italia di Berlusconi (pensavo ingenuamente allora [NOTA: sarei stato smentito da destra e da sinistra!]) nessuno oserà mai considerare culturalmente “impuro”, eticamente inappropriato o addirittura legalmente perseguibile il comportamento del gaudente cercatore di prostitute e, in genere, tutto quanto ricade nel diritto a cercare di godere della bellezza nella vastità multiforme delle creature femminine.

Ecco quindi che non vedevo l’ora di terminare il mio periodo negli States e tornare in Italia. Decisi istantaneamente che nemmeno per lavoro sarei mai tornato in quella terra ostile. Decisi in quel momento che avrei preferito rinunciare ad ogni prospettiva di carriera e di ricchezza che avesse previsto di vivere secondo standard (materiale e morali) americani, secondo regole americane, secondo valori americani. Meglio guadagnare meno, essere meno famosi, ma almeno poter vivere, poter parlare, poter trombare. Nessuna quantità di denaro avrebbe compensato l’ingrassamento che quello stile di vita e quel cibo spazzatura avrebbe inevitabilmente comportato (avevo un figurino quando ero partito ed ora mi vedevo con il collo ingrossato e le membra adipose). Nessun guadagno materiale avrebbe bilanciato l’impossibilità di dire ciò che si pensa e ciò che è vero (perché questo accade laddove, magari sotto le vesti menzognere del femminismo, dell’antirazzismo, della “democrazia”, domina il politicamente corretto divenuto obbligatoriamente invasivo proprio a partire dall’inizio degli anni Duemila). Nessuna prospettiva di carriera poteva rendere accettabile il rischio di essere licenziati, processati o addirittura incarcerati sulla sola parola di un’accusa falsa o montata ad arte cui venga riconosciuto il “diritto” non solo di essere da sola una fonte di prova per la presunta violenza/molestia, ma pure di definire a posteriore e secondo soggettivi ed inconoscibili parametri il confine fra le cito e illecito (perché questo accade laddove la “cultura” è mossa da “studi di genere” che inventano abomini contro-natura e contro-diritto come lo “stupro visivo” o la “duge’s law”).

Meglio a questo punto un paese ex-nazista che però nazista non è più rispetto alla “più antica democrazia del mondo” che però, attualmente, è il luogo di due tirannidi (quella turbocapitalista e quella femminista). Meglio un paese governato da una donna (la Merkel avrebbe preso di lì a poco il potere a Berlino) piuttosto che un paese guidato apparentemente da uomini i quali alla prova dei fatti si rivelano sempre soltanto teste di legno (come, da lati opposti, Bush e Obama) per interessi massonico-capitalistici e femminil-femministi.

Non sapevo ancora cosa avrei fatto dopo la laurea, se sarei rimasto in Italia o se sarei andato all’esterno, se sarei rimasto all’università per il dottorato e se sarei andato in azienda, ma decisi che, in ogni caso, il prossimo soggiorno all’estero sarebbe stato in Baviera o in Sassonia, terre di fkk, e non in California, terra di finte escort truffaldine! Troppo facile a quel punto sarebbe stato cadere nella misoginia e dare tutta la colpa alla falsità e alla stronzaggine di questa o quella ragazza. La colpa era chiaramente del sistema, che, minacciando le escort di arresto e facendo pendere la stigma sociale sulla testa (e non solo sulla testa) di tutte le donne disposte a concedersi, più o meno apertamente, per denaro, costringeva queste a “farsi furbe” per non apparire “puttane” (e averne lo stesso gli incassi).

Di quel sistema divenni nemico. Al momento di prendere l’aereo per Atlanta (e da lì quello per Roma) ebbi un ultimo timore di essere arrestato per qualche motivo durante i controlli (mia madre cadde in una perquisizione supplementare a campione da parte di una “female assistant” chiamata all’uopo che per poco non ci fece perdere il volo). Appena decollato da Atlanta alla volta dell’Italia ebbi un sospiro di sollievo. Mi era andata bene: non ero stato accusato di molestie da nessuna, nessuno mi aveva fatto causa con un pretesto di sicurezza (tipo i mobili nel corridoio) per motivi economici. E neppure ero finito in galera per disintegrazione dei draconiani limiti di velocità yankee. Non avrei mai più ritentato la sorte. Non avrei ma i più messo piede negli Stati Uniti. Lì, per me (pilota e puttaniere in erba), non c’era vita.

Beyazid_II
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27/05/2019 | 19:58

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QUARTO GRADO: DA MARSILIO FICINO A FRIEDRICH NIETZSCHE (10/18)

Ovvero: "LE DONNE, I CAVALLIER, L’ARME, GLI AMORI, LE CORTESIE, l’AUDACI IMPRESE"

Parte 12 di 18 : “Le donne: Maria”

Alla Gentildonna M.

Poiché il tuo nome è quello dell’Ave, nome che pare un balsamo a la bocca, io ti prego che Tu m’oda. Fin da fanciullo mi sono sempre sentito sacro a Minerva Atena, Dea della Ragione, delle Arti e delle Scienze, e per questo, nello studio, ho sempre ricercato la perfezione e l’eccellenza, anche quando questo ha comportato un distacco, oserei dire ascetico, dalle cose mondane. Mi sovvengono ora alla mente quei tramonti in cui, riposte le sudate carte. Del resto, ho sempre preferito le aepistolee di Cicerone ai discorsi volgari dei coetanei, il dialogo con i grandi personaggi effigiati da Plutarco o sognati da Virgilio al confronto con la mediocrità dei moderni, la lettura dei romanzi dannunziani, ricchi di immagini e di suoni, ammantati da una sfera lirica ed eroica ai comportamenti meschini e scevri di ogni grazia di certe donzelle popolane.

Come dice Seneca, nonostante la brevità della vita, si può vivere molto e a lungo, poiché attraverso la scrittura “nullo nobis saeculo interdictum est: Disputare cum Socrate licet, dubitare cum Carneade, cum Epicuro quiescere, hominis naturam cum Stoicis vincere, cum Cynicis excedere”, e infatti ho dibattuto con Guinizelli come “al cor gentil rempaira sempre amore”, ho inveito con Dante (“Ah, serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchier in gran tempesta non donna di province ma bordello”) nei pomeriggi di studio, ho esclamato con Cavalcanti “Chi è questa che ven ch’ognom la mira”, ho pianto con Petrarca “i capei d’or a l’aura sparsi”, ho vagheggiato con Poliziano la figura di Simonetta, simbolo lieve e fuggevole della primavera, ho discusso col Bembo sull’essenza dell’amor platonico, ho pensato con Machiavelli al superiore interesse dello stato nei confronti del moralismo de’ singoli e de’ preti (“poiché a ciascuno puzza questo barbaro dominio”), mi sono lasciato cullare dal languore delle rime del Tasso, ho elogiato con Marino le grazie delle dame, ho sospirato con Metastasio “dolce memoria al mio pensier sarai”, ho deriso con Parini la stolta superbia de’ nobili di sangue, mi sono sdegnato con Alfieri, le cui ossa “fremono ancora amor di patria”, ho rievocato con Foscolo “l’aurea beltà ond’ebber ristoro unico a’ mali le nate a vaneggiar menti mortali”, ho celebrato con Carducci le tradizioni romane e classiche della patria, ho auscultato con Pascoli la parola arcana della natura, ho vissuto con D’Annunzio il trapasso dell’Estate nella figura eterea e impalpabile, eppure divina, di Ermione, dal commiato lacrimoso della primavera (“la pioggia che bruiva, tepida e fuggitiva”) della “Sera Fiesolana” fino al “Novilunio di settembre” sul mare, più soave del cielo nel suo volume molle “tra il giorno senza fiamme e la notte senza ombre”.
Se percepire gli stimoli della Vita e del Sogno attraverso il filtro della Letteratura e dell’Arte classicamente intese si identifica con la pedanteria, allora io sono fiero di appartenere al Circolo de’ Pedanti.

Nell’Armonia del verso, nella pressoché infinita varietà dei registri prosastici e poetici, nell’innata musicalità delle parole (piene di vocali, ricche di allitterazioni ed onomatopee, di elegantissimi suoni “ore rotundo”, pure e lontane dalle impoetiche dissonanze delle lingue consonantiche nordiche), nella perfezione della rima, invidiata da tutto il mondo civile, la tosca favella si impone come il modello ideale di lingua artistica. Il Verso Italiano, quale è giunto a noi, a mio parere, grazie a D’Annunzio, ha una tale potenza suggestiva, un tale “divino” potere di evocare immagini e bellezze naturali e più che umane, una tale suadente melodia interna, una sì profonda musicalità di suoni e di parole, che l’anima è appagata nei suoi sensi assieme allo spirito. Il verso di D’Annunzio è in grado di evocare tutti i Maestri della Tradizione, dai classici Virgilio e Orazio ai Parnasiani e ai Simbolisti, dagli elegiaci romani Tibullo e Properzio ai al filone tardo stilnovista di Cino da Pistoia, dai trecentisti dimenticati (come Francesco di Vannozzo, dolce amico del Petrarca, di cui Marsilio Ficino scrisse “sovran maestro d’ogni melodia”) al Pascoli dalla lirica “cosale”, dai mistici medioevali come Jacopone da Todi (“il pazzo di Dio”) ai cultori della forma Cinquecenteschi. Esso spazia dai larghi modi del Poliziano alla grazia dell’Arcadia, dall’armonia perfetta dell’ottava alla compostezza del sonetto, dalla malinconica sensualità del madrigale alla struggente melodia della romanza. Nella metrica sciolta da rigidità predefinite, ma attentissima a creare, attraverso richiami continui, assonanze, ripetizioni, onomatopee, rime interne e allitterazioni, una partitura musicale, il verso Dannunziano si rivela nella sua più pura quanto inimitabile bellezza. Quando questo accade, il verso si ammanta di un alone di luce diffusa, come un manto di stelle, e brilla di una luce propria, quasi divina, incurante delle bassezze degli uomini. Esso vive di una vita simile a quella dei beati Dei, e parla solo ai più puri tra gli uomini.
“O poeta, divina è la parola, nella pura bellezza il Ciel ripose ogni nostra letizia, e il Verso è Tutto”. Il verso è tutto, poiché un verso, al contrario di altre opere d’arte, che necessitano di materiali e restauri, è perfetto in sé, nel suo potere di evocare immagini, nel suo valore allusivo e fonetico, nella melodia dei suoni interni, nella sua perfetta metrica. Un verso si richiude nella sua perfezione e non ha bisogno di spiegazioni: esso è come un lampo che squarcia i veli del tempo per giungere direttamente all’animo di quei pochi in grado di comprenderlo (nel significato etimilogico di “cum prendere”, “prendere con sé”), ovvero di riviverlo, di sentirsi risuonare per l’animo tutte le corde interne dell’armonia, di risentirne gli echi, le voci, gli aromi.
Come diceva John Keats “Beauty is Truth and Truth is Beauty”: non esistono verità o vite veramente degne al di fuori dell’Arte e della Bellezza. La forma è tutto. Nel grigio diluvio democratico odierno che molte e gentili cose ha sepolto, rari e sparuti sono rimasti gli animi in grado di comprendere come non dal barbaro gusto dei moderni sanza litterae, non dal fallace giudizio degli “intellettuali” di questo secol superbo e sciocco, non dall’occhio vile del volgo, ma soltanto dalle molli e carezzevoli mani di Venere Citerea possa la Beltà discendere ai sensi di noi mortali.

L’arte altro non è se non la Tecnica con la quale l’Idea Assoluta di Bellezza, custodita da Colei che nuda nacque dalle onde del Greco mare, può rendersi sensibile per gli uomini. La tecnica che rende gli uomini più simili agli dèi, poiché, pur investendo tutti e cinque, nasce nella sfera del pensiero, e, vincendo “di mille secoli il silenzio” si eleva all’eternità, è la poesia, la “creazione di immagini attraverso l’arte del dire”.
Per far sì che essa sia assoluta deve rimanere oggettiva ed esteriore. La Poesia è nel vago, ma perché rimanga tale, ovvero, deve rifuggire dagli eccessi di sentimentalismo, dal cattivo gusto e dall’arbitrarietà tutta interiore in cui la vorrebbero gettare certi barbari romantici. L’ispirazione e il forte sentire dell’artista, sono un unicum con la Forma che egli ha dato alla propria opera d’arte e la forma esteriore coincide con la legge interna o regola che fa sì che una cosa sia quella che è. Per un Dannunziano come me si può dire che la Forma sia tutto poiché contenuti della Vera arte sono sempre e dovunque i medesimi: la fugacità del tempo e delle speranze rivissuta tramite il fiorire e il trascolorare dei giorni e delle stagioni (“Soles occidere et redire possunt, nobis cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda), la brevità della vita e delle gioie della giovinezza ammantate da un velo leggerissimo di grazia e di malinconia (“Com’è bella giovinezza che ci fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia del doman non vè certezza” iscriveva il Magnifico), l’adorare ogni gioia caduca, ogni forma fuggente, ogni parvenza nell’ora breve come segni più sublimi e vaghi d’ogni cosa eterna (si rileggano le Stanze del Poliziano, e la tenue soavità della figura femminile di Simonetta, effigie della primavera fuggente e di tutte le gioie indefinite e caduche della vita), il contrasto tra luci ed ombre nella visione classica della vita come calore e della morte come freddo (come in “Pianto Antico” di Carducci), il desiderio di vincere la morte con l’armonia, le gesta e la Bellezza (basti pensare ai Sepolcri del Foscolo) e, soprattutto, la tensione verso la meta unica e perfetta idealizzata nelle forme della donna amata (“ Chiare fresche et dolci acque… Colei che sola a me par donna”).

Non scrivo per fomentare il cattivo gusto di esternare ai quattro venti i più sinceri e intimi moti dell’animo, col fine di apparire “intellettivi” e nominando questo malcostume “poesia”. Ho orrore nel dover notare il sentimentale “gittarsi a manate, vendersi a staia; persone e libri innumerevoli far professione aperta di sensibilità; ridondare le botteghe di lettere sentimentali e Drammi sentimentali e Romanzi sentimentali e Biblioteche sentimentali”. Il “caro fior dell’anima” dovrebbe essere custodito in luogo inaccessibile per l’occhio vile del volgo, come una reliquia sacra, e le intime pulsioni dell’animo dovrebbero sublimarsi nella ricerca della forma perfetta. Il vero artista non opera “per la gente”, ma per la gloria, che è postuma, e perciò non fruibile.

Io, che non sono certo un artista, né tanto meno un poeta, ma solo un cultore della bellezza, non concepisco poesia che non sia rivolta alla donna nella sua figura di sacerdotessa su gli altari di Venere. Ad altro di nobile non aspira il lauro se non a propiziare il mirto. Il fine ultimo di ogni Poesia deve essere la conquista materiale o spirituale della donna amata, in quanto “copula mundi” tra le bellezze inferiori, che sono terrene, e quelle superiori che sono divine. Con tutto il mio essere cerco di apprendere le tecniche dai maestri della forma per forgiare piccole liriche cesellate, a simiglianza di doni e immagini votive, da porgere, assieme alle opere degli artisti antichi, “mani delle donne che incontrammo una volta nel sogno e ne la vita”. La Donna è l’oggetto e l’essenza prima d’ogni Vera Poesia. Nel suo sorriso perennemente rivive più di una speranza, più di una promessa, più di un piacere, più di un sogno: rivive il mito della felicità edenica, dell’innocenza primigenia, il mito dell’età dell’oro, una beltà più che terrena, “quell’aurea beltà ond’ebber ristoro unico a’ mali/ le nate a vaneggiar menti mortali”.

Ora che i casi della vita mi impongono di studiare in un monastero di numeri e di calcoli (la Facoltà di Ingegneria), ove manca l’ispirazione principale dell’arte, la bellezza femminile, ho necessità di trovare la forma sensibile di ogni più elevato e nobile sentimento del “Bello”, la figura mondana di ogni più segreta brama dell’anima, la meta ideale e perfetta per ogni più puro e sublime slancio artistico.
La storia ha dimostrato che senza la figurazione terrena anche le più alte attività dello spirito non producono nulla di veramente artistico. Solo per merito delle donne boccaccesche la civiltà dei Comuni è uscita dall’antivitalismo medioevale per apprezzare le attività artistiche e riconoscersi figlia del naturalismo pagano, è solo grazie alle belle dame delle corti italiane del Quattrocento che l’Umanesimo ha avuto valenza artistica, solamente in virtù delle eleganti e dotte puelle del Cinquecento il pensiero platonico ha prodotto l’Arte che il mondo invidia. Solo la bellezza femminile, è dimostrato, può inculcare nei petti de’ gentili, oltre all’amoroso sentire che placa le maschie intemperanze, quel terreno fertile ove germoglia la Vita dell’Arte.
Ad altro non pensò Guinizelli quando, effondendo il “dolce Stilnovo ch’io odo”, incipiò la vera poesia italica; ad altro non sospirò Petrarca quando forgiò i sonetti dallo stile puro e rarefatto senza eguali nel mondo, che improntarono la tradizione italiana al culto della forma ideale e ai canoni d’armonia, equilibrio e compostezza; ad altro non guardò Boccaccio quando, narrando le storie che restituirono l’Italia alla religione delle lettere e della bellezza, riprese dalla Classicità l’eleganza di una prosa ampia e armoniosa, paragonabile soltanto all’Eloquio Latino.
La Donna è per me come un verso: non può e non deve essere apprezzata dalla Ragione, ma deve essere amata dall’anima nell’istante in cui si fa visibile. “Chi è questa che ven c’ognom la mira” deve esclamare l’animo rapito dello spettatore. Una donna potrà apprezzare un uomo dopo averlo conosciuto nel fondo dell’animo, così come si apprezza un romanziere, il suo pensiero e il suo stile, dopo aver letto le sue opere, ma per un Uomo non esiste fiamma d’amore vero che non scaturisca dalla vista, il più nobile dei sensi, come sosteneva Cavalcanti. Dall’ammirazione per la Bellezza l’uomo dotato di intelletto si eleva alla contemplazione di quel mondo Ideale dello spirito a cui ha anelato a lungo nelle sue speculazioni filosofiche o nelle sue estasi artistiche. La Donna, sacerdotessa di Citera sulla Terra, proprio come un verso perfetto, deve rispettare, nel corpo e nello spirito, nel vestire e nel guardare, nel comportamento e nelle movenze i canoni classici di armonia, di compostezza e di equilibrio, raffigurando al contempo l’elegante slancio della bellezza terrena verso quella divina con la grazia dello stelo di un giglio proteso verso la luce.

Altri uomini potranno appagarsi esclusivamente con la bestialità immediata dell’istinto, o all’opposto con la filosofia misogina che richiude l’uomo in un mondo puramente spirituale; per me la felicità può essere raggiunta soltanto attraverso l’amore Dannunziano, inteso come Arte del Piacere e Culto della Bellezza. Se desiderassi nella donna una interlocutrice per le mie speculazioni filosofiche, rimarrei un puro spirito senza appagamento, se ricercassi una femmina qualsiasi in grado di soddisfare i miei piaceri scaverei un solco incolmabile tra Natura e Spirito.
Solo quando lo slancio artistico e intellettivo ritrova nel corpo e nella naturale mondanità di una Donna il proprio prolungamento nel mondo dei sensi; solo quando la Donna, esteta della propria parvenza, sacerdotessa de’ valori mondani, che è vissuta nella assidua cura di tutti gli abbellimenti del mondo, vede nella mente artistica di un uomo la propria naturale e inimitabile continuazione nel mondo dello spirito, la sublimazione della propria Bellezza nel Mondo Delle Idee, possono veramente i due principi incontrarsi e fondersi all’insegna dell’Armonia.
Un uomo come me, cresciuto e vissuto in un mondo di idee e di pensieri, alieno da ogni interesse mondano, scevro da ogni banalità terrena, quale i futili amorini fanciulleschi, gli inganni dell’età, i divertimenti comuni, gli scherzi fra coetanei, le inutili uscite serali, quest’uomo interessato non al giudizio dei contemporanei ma al dialogo con la ideale comunità dei dotti di ogni epoca, questo individuo siffatto, avvezzo a confortare i dubbi di Petrarca, a consolare il Tasso, a discutere con l’Ariosto, a ragionare con Leopardi, a sdegnarsi con Foscolo, a esaltarsi con D’Annunzio, quest’uomo vede nella Bella Donna, unione mistica di mente e spirito, l’Unica possibilità di riconciliazione con la vita di natura.

E’ naturale per chi, dopo aver trascorso la leopardiana gioventù tra le sudate carte, appagandosi dell’infinità del tramonto, nutrendosi del piacer figlio d’affanno al termine di ogni fatica di studio, ha sempre sdegnato tutte le azioni comuni e banali, ha sempre trascurato tutte le gioie imperfette e transeunti, ha sempre rifiutato tutti gli affetti e gli amorini tanto semplici quanto passeggeri, bramare di unirsi, anima e corpo, ad una Donna dedita al culto della propria fisicità, alla cura del corpo, alla cosmesi del volto, ad una Donna che non concepisca preoccupazione a lei prossima dissimile dall’accrescimento, dal mantenimento, dal “culto” della propria Bellezza. Una donna siffatta, sacerdotessa di una religione mondana e naturale, piena di leggiadria e gioia di vivere, attenta ai piccoli particolari della vita terrena, interessata ai pettegolezzi e agli intrighi mondani, desiderosa della serenità e del conforto fornito dalle terrene ricchezze, dovrebbe a mio modesto parere, desiderare lo slancio artistico dell’uomo d’intelletto, il suo ascetismo, il suo disinteresse per le faccende mondane, il suo ideale distacco dalla quotidianità, il suo vivere nella pura dimensione del pensiero.
Per questo ricerco una Donna nella quale la naturale sensualità, diffondendosi a ogni atto del pensiero, a ogni movenza lieve, a ogni scelta dei vocaboli, dei balsami e dei vestiti si elevi alla sfera dei sentimenti, pervada l’intima essenza del suo essere, l’intera dimensione estetica e vitalistica, fino a divenire Voluttà. In Lei la ricerca del Piacere in ogni singolo atto deve affinare il gusto verso lo stile puro e rarefatto del Petrarca (“quanto piace al mondo è breve sogno”), verso quello gentile ed elegantissimo del Poliziano costellato di ninfe e di simboli viventi della primavera e della giovinezza fuggevole, verso quello armonioso e leggiadro dell’Arcadia disseminata di veneri e amorini, verso quello musicale e vario, pieno di chimere e di allusioni di D’Annunzio.
Una donna siffatta interpreta un ideale estetico: può essere bionda come le madonne petrarchesche dagli “occhi soavi e più chiari che il sole” da far giorno seren la notte oscura” e rappresentare, nella sua chioma come di angelo magnifico, tutta la bellezza delle piagge luminose della luce e delle distese marine baciate dal sole; può essere castana col viso adorno di cotanti ricci simili a chiare et aulenti ginestre, come le dèe greche, ed esprimere nel gentil riso il soffio d’eternità dell’ambiguo lume tra il giorno senza fiamme e la notte senza ombre, nella linea perfetta del naso e del viso il tocco perfetto della mano di Fidia, e nella spontaneità delle movenze quella sensualità naturale e pagana che certo ebbe Venere quando nuda uscì da le onde; può essere mora, come una bruna madonna piena di splendore dalla pelle colore dell’ambra, che nasconda negli occhi neri “promesse e misteri d’un paradiso novo di piaceri” e nei capelli medusei una ciocca fulva e misteriosa, o come una alta e sottile creatura dalle lunghe chiome, (simili alle scure acque silenziose d’un fiume segreto in una notte d’oblio) refluenti attorno al suo viso, dolce come la luna quando riluce placida sul mare notturno, e raffigurare tutta la purezza della bocca che dice “Ave” o tutto il mistero di quella che perde le anime fra onde della voluttà.

Perché gli umani si considerano signori della natura? Il toro è più forte dell’uomo, il grillo è più intonato, la gazzella è più veloce, il lupo produce da solo il suo mantello, le api producono il miele, più dolce di qualunque cosa umana, gli uccelli costruiscono nidi mirabili e sanno volare da soli: la capacità di comunicare attraverso la parola distingue la stirpe umana dalle famiglie di animali. L’uomo è come la prosa ampia, elegante ed armoniosa del Boccaccio: ha bisogno di tempo e di spazio per esplicare tutto il suo fascino e deve soprattutto comunicare un senso.
Sinceramente spero che la tua trasmissione romana, a somiglianza dei raffinati salotti frequentati dallo Sperelli mi dia la possibilità di misurare le principali doti che un uomo deve possedere: la capacità e l’ordine del dire, senza le qual cose la ragione stessa sarebbe vana. Quando queste qualità non possono essere esternate, l’uomo è un nulla indifeso dalla tempesta dei secoli. Sono per me da evitare luoghi di barbaro divertimento come le discoteche, nei quali l’uomo virtuoso è ridotto a un nulla, poiché non può esercitare e sfoggiare le sue fondamentali qualità, ossia la cultura e l’eloquenza. In questi luoghi di perdizione, dove volteggiano figure di donna impenetrabili e intangibili, come le ombre dei gironi danteschi, l’impossibilità di ottenere dannunzianamente l’amanza alimenta insani desii. Allora veramente l’umano si impossessa dell’animo dell’uomo, il quale si dimentica di essere spirito eletto, nato per vagheggiare forme perfette ed ideali artistici e si sente irrimediabilmente costretto dalle pulsioni primordiali della carne. Viene da esclamare: o Romolo, ben erano più eleganti i tuoi ludi! Almeno onesti erano gli intenti dei tuoi soldati, che come canta Ovidio dissero “perché sciupi i tuoi occhi incantevoli con le lacrime? Io quello che tuo padre è per tua madre questo sarò per te”. Vera fu la promessa che legittimò i desideri di natura e diede vita al buon popolo romano.
Se avrò trovato nel tuo nobile salotto trovare la sola capace di interpretare il mio “Sogno Estetico”, allora ella sarà l’Eccelsa, l’effigie benedetta attraverso la quale tornare a vivere nella vita reale, l’Unica per cui valga la pena di immischiarsi con l’anima nelle umane vicende. A lei dedicherò doni preziosi e versi votivi, come segni tangibili del culto della sua Bellezza. Ella sarà l’ideale continuazione della vita intellettuale nella vita reale, il prolungamento della mente nel mondo della natura, il mistico anello di ricongiungimento tra il mondo dello spirito e quello dei sensi.
Ella sarà veramente, come dice il Tasso, “vita della mia vita”: così naturalmente interessata alle cose di natura e da esse appagate, costituirà la mia “continuazione” nel campo mondano, desiderando e appagandosi di quegli aspetti della vita (quali le parvenze, gli unguenti, i particolari estetici, i piccoli doni da offerire) ch’io trascuro, mentre io sarò il prolungamento di lei nel campo spirituale, poiché, narrandone la bellezza, la porrò come meta sublime di ogni speculazione filosofica.

Solo se pura e bellissima come una sacra immagine la donna può avere questo valore “sacro”. Solo se nell’altezza della sua figura scultorea sono fatte sensibili tutte le bellezze del cielo, solo se nell’armonia delle forme slanciate e perfette si percepisce lo studio di un divino scalpello, nel suo corpo immobile di dèa si rileggono quelle bellezze più che terrene le quali sole danno nutrimento all’animo di un uom d’intelletto teso, come dice il Vate all’amico F.P.Michetti, “all’Ideale che non ha tramonti, alla bellezza che non sa dolori”.
L’ammirazione e il culto per l’alta beltà donano all’anima una brama infinita di piaceri terreni e più che umani, un desio inesausto di elevazione materiale e spirituale, uno stato divino di ebbrezza inesauribile dei sensi e delle idee. Quando l’alta bellezza sua è tanto nova, la donna rappresenta per l’uomo la figura mondana di ogni sua più elevata e nobile attività dello spirito, di ogni sua più ardita speculazione artistica.
Se crediamo al mito del Foscolo, Diana, Bellona e Citera erano mortali divenute dee per il canto de’ poeti. La prima, casta e timida, era il terrore dei cervi: che sarebbe di lei, ora, se i poeti non le avessero consacrato altari in terra e il carro della luna in cielo? La seconda, vergine amazzone, correva con le chiome sciolte per i boschi di Arcadia: chi saprebbe la sua ira guerriera se un poeta non l’avesse resa immortale? Infine anche colei che sola dà nutrimento all’arte, colei di cui ogni amata è sacerdotessa, era una donna mortale, che schiere di poeti resero dea cantandone l’immortal bellezza.

La bellezza eternatrice è un mito che si fonde con la Verità Assoluta che John Keats, unico grande poeta inglese, la cui Anima è veramente degna di risiedere tra gli spiriti magni, ha mirabilmente narrato nell’ode su un’urna greca.
Nella perfezione dell’opera d’arte, le scene di vita gioiosa, e le fanciulle leggiadre ritratte si ammantano di quell’alone di luce diffusa, di quell’aurea di idealità armoniosa e beata, che sola può rendere vaghe e sublimi le cose del mondo come mai nulla di eterno può essere. La malinconia del ricordo (dolce per sé), del vagheggiamento di un’età dell’oro, di una dimensione di felicità edenica irrimediabilmente perduta, simile a un velo leggerissimo calato sul volto dell’umanità pur atteggiato a tristezza, si dissolverebbe immediatamente al contatto con le materiali cure. Come sostiene D’Annunzio, nulla a questo mondo è più soave di un paradiso pagano narrato da un cristiano. I campi Elisi evocati da un Antico romano non hanno la stessa tenue dolcezza, il Paradiso di Dante non possiede la medesima struggente vitalità.
Solo quel velo divino di grazia che ricopre con musicale eleganza le strofe del Poliziano, le figure femminili del Rinascimento viste attraverso l’epos dei poemi ariosteschi e la composta riflessione del petrarchismo neoplatonico (ideato dal Bembo), l’Aminta del Tasso, le arie del Metastasio, le pastorellerie Arcadiche, il puro neoclassicismo delle odi Foscoliane e l’opera tutta dell’Infelice britanno è tale da render quelle scene e quelle donne non più umane, bensì divine. Così, al sicuro dalla furia degli anni, immutabili nel loro perpetuo splendore, molte Donne sono state immortalmente amate.
Se quanto piace al mondo è breve sogno, se tutte le gioie e le speranze sono destinate a dileguarsi come neve al sole (cosa rimane, disse il vate, delle nevi dell’anno prima?), se il tempo passa e non s’arresta ognora, se la stessa rosa che sboccia oggi domani appassirà, allora , “erigere un tempio, far vivere un marmo, comporre un immortale inno” immortalare la bellezza di una Donna, deificarla nell’opera eterna, sublimarla nella più perfetta delle forme sono gesta degne di una dimensione più che umana. Io non appartengo certo a quella ideal razza inimitabile di oltre-uomini in grado, come Fidia, Petrarca, Poliziano, Ariosto, Tasso, Metastasio, Canova, di fissare forme eterne nel marmo e nelle parole, ma nemmeno a quella spregevole schiera di barbari che di volta in volta esalta le dissonanze, le “rime aspre e chiocce”, gli autori non devoti al rigore estetico.
Almeno, dall’apprezzamento dei classici e dalla lettura dei romanzi dannunziani provo di trarre quell’amore, ereditato direttamente dagli Antichi, per la magnanimità e la grandezza, quella tensione, espressa nel “Trionfo della Morte”, verso l’assoluto della melodia, quel desiderio insopprimibile di lotta e di sfida, di velocità e ardimento magnificato in “Forse che sì forse che no”, e soprattutto, come Andrea Sperelli, quel senso dell’unicità e dell’eccellenza, quel gusto estetizzante per la romanza e il sonetto, quel culto della forma che ricopre ogni aspetto della vita di un’aurea di idealità artistica.

Gravis dum suavis deve essere per una donna avere come amante un Uomo circondato dall’aureola d’artista, poiché può dire: “in ogni suo gesto, in ogni suo moto d’animo, in ogni suo atteggiamento verso di me brilla la pura fiamma dell’arte alla quale mi scaldo io sola”.
Ammetto di ammirare prima di tutto in una donna la bellezza, poiché solo nella bellezza risiede il fondamento dell’Arte e della Civiltà. Non tollero i falsi sapienti, i quali parlano di “bellezza interiore” e magnificano le doti “intellettuali”: essi sono solo dei barbari che in realtà si appagano soltanto con il piacere animale, e per questo sono disinteressati a ciò che chiamano “esteriorità”. Se si appagassero davvero delle doti spirituali si contenterebbero di leggere la “vita nova” invece di illudere dolci donzelle.
Questi si permettono perfino di condannare la Donna interessata alla posizione sociale dell’amante, accusandola indegnamente. Non è basso e vile, ma alto e nobile, per una donna, esigere, nell’ambito del culto della propria bellezza, assieme ai complimenti e ai carmi, anche collane e gioielli, viaggi in auto da favola e soggiorni in alberghi di gran lusso, vestiti da regina e serate in luoghi da sogno, come segni tangibili e tributi di devozione. E’ Sacro Diritto di ogni Sacerdotessa di Venere citerea bramare con tutto il suo corpo la vita serena spettante alle dee.
Tutto è lecito se è bella.
Ella allora è la forma sensibile di ogni più alto e sublime ideale artistico, di quella bellezza ch’egli ha assiduamente ricercato negli spazi iperuranici delle idee o nella gioia innocente e serena della natura. Ella, come Ermione, deve essere il diario vivente dell’Estate. La sua figura, eterea e impalpabile, fuggevole e lieve, deve essere la parvenza, non lieta, non triste che segna il trascolorare dei sensi al passaggio dell’Estate, dal commiato lacrimoso della primavera (“la pioggia che bruiva, tepida e fuggitiva”) nella “Sera Fiesolana” fino al “Novilunio di settembre” sul mare, più soave del cielo nel suo volume molle tra il giorno senza fiamme e la notte senza ombre. Ella, nella sua indefinita bellezza, trasparente come la medusa marina, pura come la neve sull’acqua, labile come la schiuma su la sabbia, pallida come il piacere sull’origliere, oppure bronzea come la sabbia che riluce al tramonto, deve sapere evocare negli occhi la profondità di acque cristalline e purissime quanto quelle del fiume in cui Glauco “si fè consorto in mar de li altri dèi”, nel riso il soave biancheggiar dell’onde su la riva, nelle chiome quella canzone di aromi di silenzi di auree e di ombre che canta l’estate fuggendo nel novilunio di settembre.
Nella sua pelle si deve ritrovare l’intatta purezza che mantiene la molle sabbia nelle sue conche vacue quando l’onda lasciva lieve l’accarezza e subito si ritrae, e deve rilucere come il mite oro del grano in bocca all’estate matura. Tutte le essenze del suo corpo devono esalare lo spirito dell’estate, lo spirito di alghe di resine e d’alloro, nella sua forma deve rivivere la melodia de la terra, la melodia che fan i flauti dei grilli nei campi tranquilli, che fan le rane nelle pantane, che fan gli uomini solinghi tessendo le vermene in canestri con sì lunghe parole che ritornano sempre, la melodia de la terra che il mare accompagna col suo lento ploro.
Il suo volto, dev’essere fresco come il viso della creatura terrestre che ha nome Rosa, dischiusa dal sen della più divina bellezza, chiaro e dolce come il silenzioso viso esangue della creatura celeste che ha nome Luna, con una collana sotto il mento sì chiara che l’oscura, mentre brilla nell’aria lontana, ov’ebbe nome Diana, ov’ebbe nome Selene dalle bianche braccia quando amava quel pastore, giovinetto Endimione che tra le bianche braccia dormiva sempre. La sua bocca, come quella dell’ultima estate umida ancora della prima uva matura, deve emanare un suono grave e soave come il lento respiro del mare, come un anelito breve di foglie, come il segreto di un sogno silenzioso ammantato di beate immagini.
Ogni uomo che non si appaghi delle ripetitive azioni quotidiane, che non si contenti delle banalità terrene, ma che aspiri a una dimensione ideale e imperitura, che vagheggi un’effigie sublime e perfetta, ogni uomo non vile, non mediocre è anche artista, in quanto creatore di un sogno estetico, e artefice del gesto teso alla sua realizzazione. L’uomo non meschino traspone nel mondo del pensiero e dell’azione ciò che la bella donna custodisce e brama nella sfera della natura e dell’intuito. Solo la speranza di conquistare la meta ideale di ogni moto dello spirito può affinare l’arte dell’uomo, la tecnica con la quale porgere tributi alla Bellezza.
So che sarò stimato pazzo (o immaturo, accuserebbero i moderni) nel pretendere di conquistare una donna siffatta, come so anche che qualsiasi uomo non piccolo di questo mondo ha avuto questo nome. “Memento audere semper”.

L’uomo dotato di intelletto non può obbedire agli “ultimi uomini” moderni, i quali suppongono più o meno apertamente che la maturità consista nell’appagarsi della quotidianità, nel tollerare la mediocrità, nel concepirsi come “un uomo fra tenti” e rinunciare ad ogni slancio ideale, o comunque nel limitarlo secondo le imposizioni della società, della convenienza, della ragione. Si tratta di un atteggiamento da “ultimi uomini”,prigionieri della banalità, ridotti all’impotentia (distacco fra pensiero e azione) o addirittura incapaci di pensare al di là delle contingenze materiali, e condannati a vivere “nell’al di qua” (con le sue paure e i suoi complessi) perché incapaci di gettare i ponti verso l’Ubermensch. E’ invece degno dell’Uomo con la “U” maiuscola dichiarare al cospetto di costoro di voler rimanere immaturi fino ai primi ottant’anni di vita, perché solo chi è così “immaturo” da pensare di poter dare al mondo, all’azione, alla vita la forma dei propri ideali può veramente compiere “egrege cose”. Tutti coloro che, attraverso il dialogo con i “Grandi” radunati da Dante nel Castello, raffigurati da Plutarco nelle “Vite” o narrati da Virgilio e da Omero nei loro poemi, hanno appreso la fiducia nell’io, nel proprio slancio eroico, nelle proprie eccezionali capacità hanno poi compiuto azioni mirabili. Essi hanno sempre mostrato un comportamento “rigido” nei confronti delle meschinità che li circondavano. Da Alessandro il Grande a Napoleone nessuno si discosta da quell’atteggiamento (tacciato d’immaturità dalla moderna società di “massa”), comprendente il culto della personalità, dell’unicità, dell’eccellenza. Il grigio diluvio democratico odierno non comprende e disprezza chi si eleva al di sopra della massa, e per questo conia il termine “immaturo” per chi, sapendo di potere più della media, si comporta di conseguenza. Anche nell’ars amandi si verifica la medesima situazione, ma le Donne veramente degne di questo nome hanno diritto a pretendere di essere effigiate in statue, incisioni, ritratti, deificate in poesia, in modo da non vivere più nella dimensione de’ mortali, ma nell’Eliso in cui vivono Citera, Bellona e Diana (mortali divenute dee pel canto de’ poeti), se si accetta il mito del Foscolo rivelato nell’ode “All’amica Risanata”. Così, intatte nel loro perpetuo splendore, potranno ricevere il culto e i doni dei posteri ed essere immortalmente amate. Solo essendo la meta ideale per i moti dello spirito di un uomo d’intelletto la donna può aspirare ad elevare la propria bellezza al di là delle parvenze terrene, a una sfera ideale e assoluta, mitica ed eroica, propria degli dèi immortali, che né l’oblio dei secoli, né le bassezze degli uomini potranno distruggere, e che solo l’arte sa costruire. Allora sì Ella risplende di quell’alone di luce diffusa che s’irradia dalla sfera lirica e purissima alla quale la mente dell’Uomo tende attraverso un continuo confronto con la Comunità dei Dotti di ogni epoca, un assiduo labor limae nella figurazione della forma, una costante ricerca della Parola Ideale tratta dalle immortali opere de’ Gentili e degli Italiani.

Grazie al culto che l’Uomo d’intelletto le porge, Ella è più di una forma sensibile, più di un semplice ideale, ella è la raffigurazione di quella dimensione assoluta e perfetta alla quale lo spirito anela attraverso il culto della Forma e della Bellezza, l’effigie di quell’aurea di idealità armoniosa e beata cui l’anima aspira grazie all’amore per l’arte, la Classicità, le Belle Lettere.
Non sopporto la masnada di coloro che criticano un Maestro come D’Annunzio accusandolo di superficialità. Essi non amano l’arte: ameranno la morale, la filosofia, la democrazia, ma non l’arte, perché se amassero l’arte amerebbero il Vate. Nessuno come lui ha vissuto interamente nell’arte e per l’arte, ammantandosi nella sua visione del mondo di una sfera lirica ed eroica. Nella sua parola tutto si trasfigura, assumendo i contorni dell’epica, della sfida, della leggenda oppure della magia, dell’estasi, del sogno. Chi lo critica o è una donna che sa di non vantare una bellezza degna di essere accostata alle sue opere, o è un uomo vile, meschino, invidioso che sa di non avere lo slancio artistico per conquistare una donna bella come una dama Dannunziana.
Le banalità della vita paiono in lui trascurabili o eliminabili per lasciare spazio allo slancio ideale di personaggi quali Stelio Effrena del fuoco, conquistatore della dimensione dell’arte e come l’aviarore Paolo Tarsis di “Forse che sì forse che no”, conquistatore, come un novello Icaro, del terzo regno, quello del Cielo.

Sono altresì da vituperare quanti in ogni luogo criticano la figura dell’amante dannunziano, poiché l’Uomo non può accontentarsi di una sola forma imperfetta, ma con il proprio intelletto deve ricercare nella varietà delle forma viventi “l’Ideale che non ha tramonti, la Bellezza che non sa dolori”. Il Vero amante Dannunziano, come Sperelli, non si identifica con il Don-Juan da villaggio, che con i muscoli ben in vista palpa le sode membra di ogni donzella popolana, ma con il raffinato e incontentabile Cultore della Vera forma e della Vera Bellezza, il quale, a prova, suona tutti gli strumenti alla ricerca dell’”ut gaudioso”. Ricercare in ogni Parvenza e in ogni Donna quei frammenti di perfezione appartenenti all’unica Bellezza, al fine di ricostruire nella propria mente l’Eterno e l’Imperituro, permette agli uomini di elevarsi nel modo più nobile possibile.
L’amore non è, per me, impegno o dovere, ma piacere e bellezza così come ce lo mostra nell’opera del Canova Paolina Bonaparte nelle vesti di Venere Vincitrice stringendo ne la mano il pomo. Solo la crudele e invidiosa Giunone tenta di ricondurre tutto alla sfera del matrimonio, sacrificio che solo l’amore per la più alta di tutte le donne, la patria, può pretendere.
Nella mia visione epicurea e lucreziana l’amore è la Voluptas cinetica che muove il mondo, l’inganno estremo della specie, come dice Schopenhauer.
Null’altro è se non la più spietata delle leggi della Natura Onnipossente, che solo l’Arte del Piacere e il Culto della Bellezza possono, attraverso le grazie della bella e pietosa Venere, e l’armonia del perfetto e solare Apollo, rendere degnamente umana.
Solo la cetra di quel Dio Delio che con il suo carro illumina il Cielo, la Terra, il Mare e gli Eroi, rivela ai Poeti il mistero musicale con in bocca il sapore del mondo, disvela agli artisti, la perfezione delle forme, spande per le menti de’ mortali una luce diffusa di perfezione sovra l’arti, le tecniche, le scienze, solo quella medesima cetra che dal Parnaso effonde un’aurea di idealità armoniosa e beata e una melodia che vince di mille secoli il silenzio, può far naufragare la Donna negli imperi dell’Illusione e del Sogno, perdendola in quella “favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude”.
Solo l’intervento di Colei che con la sua Bellezza è copula mundi tra le cose inferiori, che sono terrene e finite, e quelle superiori, che sono divine e infinite può far rivedere specchiate nella donna le pure beltà del dolce viso della creatura celeste che ha nome Luna quand’è lucente sulle onde del mare, le infinità serene del cielo sgombro di nubi, le dolci fragranze della rosa fresca aulentissima dischiusa dal sen della Bellezza, solo Ella può far rivivere nel profumo della donna le acque odorose dormienti nel plenilunio di giugno, le chiare ginestre aulenti, gli aneliti brevi di foglie, i sospiri di fiori che dal bosco s’esalano al mare, può far riudire nelle grazie di lei il respiro dell’estate, d’alghe, di resine e d’alloro, la sua canzone d’aromi, di silenzi, di auree e di ombre, la melodia della terra, la melodia che si ode nei campi dai flauti dei grilli, dalle rane lontane dalle rauche cicale, la melodia che il mare accompagna col suo lento ploro, tanto da rendere sì dolce e gradita all’Uomo “quella favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude,/ O Ermione”.

Il vago desio per il quale fremo e il dolce sogno da cui sono rapito immaginano di rivivere assieme a Colei sarà l’Eccelsa una favola antica una gioia arcana e di figurare per lei “tutte le parvenze divine” le quali “creano /questa perfetta gioia che gli uomini /conobbero sotto gli antichi/ tuoi cieli, o Ellade, e conoscemmo/ pur noi nel tempo quando in un’isola/ armoniosa de l’Arcipelago/ costei si nomava Ioessa/ ed io nomavami Dorione,/ e l’una in voto offriva a Venere/ Cipria lo specchio il cinto il pettine, /e l’altro sacrava ad Apollo/ Delio la rete l’arco la lira.
Mi scuso per la prolissità di questa mia, ma era esigenza insopprimibile dell’animo disvelare l’essenza del mio pensiero dannunziano.

Ti stringo la mano, F.

Questa era la lettera, fortunatamente mai spedita, che avevo scritto a Maria de’ Filippi, la quale già allora, Anno Domini 2001 (primo del terzo millennio) e successivi, conduceva una trasmissione con l’illusorio compito di far incontrare uomini e donne. Non sono nato diffidente, asociale e snob: all’epoca pensavo (beata ingenuità dei vent’anni) fosse possibile conciliare il mio amore per la bellezza e le lettere con il mio bisogno di trovare un’anima gemella nel mondo contemporaneo. Ero ben più stolto dei ventenni che pure irridiamo oggi per credere troppo nella Bocconi e nelle promesse di felicità neoliberiste.
Ero ancora insomma portato a ritenere che il non verificarsi di un incontro con una fanciulla tanto bella da attrarmi e tanto nobile (letterariamente parlando…) d’animo da apprezzarmi dipendesse solo e soltanto dal vivere in una “piccola Recanati”, dall’essere confinato in un ambiente universitario pressoché esclusivamente maschile, dal non poter frequentare, insomma, per dirla con l’Ovidio dell’Ars Amandi, “quelle acque dove si radunano molti pesci”. Ecco quindi che la soluzione del mezzo televisivo come occasione di notorietà rapida, o comunque come modo di far conoscere le mie qualità intellettive e sensitive ad un pubblico abbastanza vasto da contenere belle fanciulle, mi parve la più percorribile (per la verità arrossisco ancora oggi al pensiero di aver sinceramente creduto che la belle lettere, la vasta conoscenza, la ricercatezza stilistica, la proprietà lessicale, l’amore per l’eloquenza e la passione per la dialettica avrebbero potuto valere qualcosa all’interno della TV trash!).

Quando capii l’assurdità dell’idea, ripiegai su un’altra Maria. “Non è una donna, è un’apparizione” dice un personaggio di Truffault in “Baci Rubati”. Petrarca l’avrebbe detto in versi.

“Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ’n mille dolci nodi gli avolgea,
e ’l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;

e ’l viso di pietosi color’ farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi?

Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma; e le parole
sonavan altro, che pur voce humana.

Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i' vidi: e se non fosse or tale,
piagha per allentar d’arco non sana.”

Anche nel mio caso i capelli della fanciulla erano colore dell’oro e la loro lunghezza li rendeva mobili al vento come foglie ad ogni volgere del volto. Anche nel mio caso la capigliatura era tale da far apparire l’ovale del viso una cosa del paradiso. Anche nel mio caso la chiaritade degli occhi di lei pareva brillare di una bellezza celeste – come di stella nel cielo profondo - ed essere stata accesa nella notte dei tempi da un Dio che volesse comunicare il proprio amore ad una galassia lontana.
Ed anche nel mio caso, quindi si sarebbe propriamente dovuto parlare di apparizione: anche parlando prosaicamente, non aveva difatti nessuna spiegazione causale la comparsa improvvisa alla vista, nel nostro ambiente grigio e tetro, abitato da aspiranti ingegneri con il maglione a righe e le maniche più lunghe delle braccia, ingentilito tutt’al più da qualche coetanea magari anche guardabile, ma quasi sempre abbigliata e atteggiata come noi (ovvero incurante dello specchio, protesa essenzialmente allo studio ed immersa in calcoli astratti e pensieri matematici), di una bionda madonna di tipo petrarchesco, con capigliatura e trucco talmente perfetti (forse eccessivi) da parere destinati ad una foto in posa per la pubblicità, vestita rigorosamente di nero, con tanto di minigonna e stivali, che facevano risaltare due gambe lunghe e sottili come colonne corinzie.
Apparì una prima volta durante uno scritto di “elettrotecnica”, una prova a cui partecipai, pur avendo già svolto le prove intermedie, nel tentativo di migliorare il voto ivi ottenuto. Non l’avevo mai vista durante le lezioni e notai subito come una bellezza del genere potesse sconvolgere gli equilibri consolidati in un ambiente così pieno di giovani maschi da abituare le poche creature femminili presenti a sentirsi preziose solo per il proprio genere e le relative (spesso solo presunte) bellezze.

La professoressa, una delle poche donne della facoltà, fingendo tranquillità e noncuranza, la prese subito di mira dicendole, mentre le passava accanto: “cara la mia ragazza, se scrivi in questa maniera è difficile che io riesca a capire”. Mi venne interiormente da sorridere, pensando che, se ella era riuscita a decifrare la mia grafia, non poteva ora lamentarsi di quella di una fanciulla magari non campionessa in calligrafia, ma comunque ancora umanamente leggibile. L’invidia femminile era evidente. Mia madre me ne aveva sempre parlato (“le donne sono gelose l’una dell’altra…”), ma io non avevo mai avuto modo di riscontrarlo. Ora osservavo compiaciuto la verità delle affermazioni di mia madre. In una giornata in cui mi persi in calcoli banali (l’elettrotecnica non ha nulla di difficile, ma risolvere sistemi di equazioni basati sulle leggi di Kirkoff implica sempre la possibilità di dimenticare qualcosa: preferivo materie concettualmente più complicate ma meno soggette ad errori accidentali), l’unica soddisfazione fu proprio quella di vedere un’esponente delle solitamente privilegiate (finché, e nella misura in cui, operano in un ambiente di uomini) “belle fanciulle” messa ulteriormente in difficoltà (in difficoltà psicologiche soggettive, cioè, che si aggiungevano a quelle oggettive del compito scritto) da un’altra donna.
Per la cronaca, ebbe anche per me un esito così infausto che, dopo l’estate, scelsi di presentarmi all’orale con il voto (solo discreto) della prova intermedia, con il quale, pur con un’eccellente prestazione nel corpo-a-corpi dialettico/accademico con la prof, non potei andare oltre una valutazione finale di 28 trentesimi (per me una seconda sconfitta dopo quella, nobilissima, che racconterò fra poche righe).

A settembre rividi l’apparizione di colei, che solo in seguito avrei iniziato chiamare Maria, durante le prime lezioni dei corsi successivi al biennio (all’epoca esisteva pure il verbo “sbiennare” per indicare il completamento di tutti gli esami dei primi due anni, comuni a quasi tutta Ingegneria, che potevano, a seconda dei casi, impedire il proseguimento degli studi ad anni successivi). Evidentemente ella le frequentava per la seconda volta, essendo da più di un anno (come avevo potuto dedurre durante gli esami di elettrotecnica) alle prese con le stesse materie che per me erano novità.
Come un’icona, era immutata: lo stesso trucco perfetto (e pesante), gli stessi capelli biondissimi, la stessa aria spaesata e innocente (come, appunto, fosse un sonetto di Petrarca infilato per sbaglio in un libro di Analisi o di Fisica). Tutto ciò la rendeva veramente simile ad un sole, o ad un’altra entità siderale, che appaia eternamente uguale a sé, eternamente risplendente allo stesso modo, tutte le volte in cui ritorna visibile dalla terra. Appariva cinta della medesima bellezza angelicata, insomma, sempre con la minigonna “d’ordinanza” e gli stivali neri alti fin quasi al ginocchio (in altre parole, una forma moderna di angelo magnifico quale raramente potevamo vedere a ingegneria).
Non ebbe il tempo di infilare il proprio delizioso fondoschiena fra il piano di seduta e il banco (in quel semicerchio sopraelevato a cui, a similitudine di una piccola aula parlamentare, si conformava il luogo dato alla platea degli studenti nel vecchio edificio della mia facoltà), che il mio nuovo compagno di corso (con il quale, fino ad un attimo prima, stavo parlando di vetture Peugeot preparate e dell’opportunità di passare dalla vecchia, ma ancora bassa e ben assettata, 306 S16 alla nuova, ma più alta e modernamente imborghesita 206 GTI), come richiamato da una molla invisibile, si lanciò a sedersi vicino a lei, scavalcandomi con una mossa abile e veloce sottolineata da un sorriso a me diretto e significante “cosa vuoi? Che la lasci a te? Questa volta sono stato più veloce io, in pista o sulla strada si vedrà!”.

Non ricordo per nulla quale materia fosse, ma ricordo perfettamente la mia stizza al pensiero che, in quelle lunghe ore di lezione, avrei potuto, se accanto a lei, rispondere sottovoce a suoi eventuali dubbi, anticipare certi risultati del docente, (contando sulla mia abitudine a restare sempre al passo delle lezioni e sulla mia abilità ad intuire dove ragionamenti e dimostrazioni sarebbero andati a parare) o addirittura rivolgerle qualche battuta “fuori tema”, magari di letteratura o di storia, giusto per sfoggiare qualcosa di me che potesse valere in bellezza intellettuale quello che in ella vi era di bellezza corporale. E invece al mio posto vi era un “bruto” che, secondo quanto avevo potuto dedurre dalla nostra conversazione, non conosceva altra poesia da quella del “tuning” più “maraglio”, era a digiuno assoluto di lettere classiche e non brillava particolarmente per doti matematiche in particolare e intellettuali in generale. Proprio il raffronto fra solita grigia noia studentesca che stavo vivendo (seduto da solo o fra personaggi insignificanti) e la policroma varietà di sentimenti, parole e speranze che avrei improvvisamente potuto vivere e far vivere tramite quel dialogo solus ad solam così possibile (se seduto vicino a lei) e così inopinatamente svanito (con quel posto rubato) mi stava rendendo intollerabile una lezione altrimenti “normale”.
Non potevo non guardare, dalla fila dietro, le pelose e robuste braccia di quel “tamarro” mentre fingevano di abbracciare la sedia della ragazza, con aria di protezione (verso di lei) e di vanteria (verso gli altri maschi). Di quando in quando la sua testa si avvicinava a quella

Andai a casa adiratissimo, sfogandomi nel raccontare l’episodio a mia madre. “Per una volta che c’è una bella…” Non so neanche fino a quanto ebbi voglia di descrivere e narrare. Sicuramente, fui molto espressivo nel comunicare il mio stato d’animo, tanto che ore dopo, rincasando assieme a mio padre, lo avvertì: “oggi Flavio è arrabbiato”. Dovette avergli riassunto qualcosa, perché, salendo le scale, egli, con la sua solita gioviale spressione, mi chiese: “Ti hanno soffiato il posto?” “Vaff….” gli risposi gridano con esagerata furia e rinchiudendomi in camera.

La mia ira non teneva conto del fato che, quando decide di far incontrare due persone, se ne infischia dei bellimbusti che si mettono di mezzo con la loro vanagloria o la loro prepotenza. L’appuntamento che il fato mi aveva fissato con Maria era per il momento meno atteso, durante l’ennesimo tentativo di superare l’orale di Fisica tecnica.

Era, quello, l’ultimo esame del biennio. Per metà dei ragazzi del mio anno, così come per il 99,9 percento di tutti gli studenti passati e futuri, non chè per i miei contemporanei delle altre sedi universitarie, era anche l’esame “materasso”, ovvero il più semplice oggettivamente e il più facile da passare soggettivamente, limitato com’era spesso a un riassunto di elementi di termodinamica già affrontati in Fisica Generale II se non addirittura di esercizi già svolti ai tempi del liceo. Nel mio caso era diverso. Per coloro il cui cognome iniziava con una lettera successiva alla “L” (all’epoca, dato il gran numero di iscritti, al fine di distribuirli, vi erano spesso due corsi differenti, con due differenti docenti, per la stessa materia) il corso era tenuto da un folle genio che si chiamava come un famoso romanziere francese ma che, scientificamente parlando, aveva la severità, il rigore e le pretese di un ufficiale prussiano. Nella “sua” Fisica Tecnica, gli argomenti “tradizionali” di termodinamica costituivano, ad essere generosi, un misero 10 percento del totale. Il restante 90 si divideva in parti uguali fra:

i) un tipo di termodinamica ben più approfondita e difficile, fatta di funzioni di stato (fra le quali ricordo, ad esempio, l’entalpia, da non confondere con la “banale” entropia) che mai si erano viste a mai più si sarebbero riviste nella carriera accademica di un ingegnere (e a causa delle quali, però, passai un’intera estate a sfogliare apposite tabelle su uno specifico libro necessarie a risolvere gli esercizi richiesti);

ii) una full-immersion nella fluidodinamica, con tanto di sistemi di equazioni differenziali da risolvere in base alle condizioni al contorno, di rotori, divergenze ed altre creazioni matematiche viste nella complicatissima Analisi II ed assai difficili da calcolare, di ultimi risultati della ricerca in corso (fra i quali spiccava la “legge logaritmica del muro”) volta a descrivere analiticamente un moto di fluidi per i quali gli studiosi di aereodinamica adottano, per lo più, simulatori e calcoli numerici al supercomputer;

iii) uno spaccato di fisica nucleare da cui si intravedevano non solo la struttura dell’atomo, e la teoria dei quark, ma anche i motivi e i principi che portano alla realizzazione degli acceleratori di particelle (e questa era, significativamente, la parte meno difficile delle tre!).
Mi erano dunque serviti più di tre mesi per studiare e tre tentativi per superare il primo “troncone” di esame (che per fortuna poteva essere spezzato in due: nel mio caso, i/ii a ottobre e iii a novembre).

Le prime due parti erano le più difficili, perché di solito l’interrogazione partiva con un esercizio inventato al momento e pressoché impossibile da risolvere senza aiuti (addirittura una volta venne chiesto se in una bacinella d’acqua bollente il moto convettivo parte orario o antioriario: e la risposta si era scoperta dipendere dalle condizioni iniziali) e per questo il primo “troncone” di esame bloccava un 90 percento di studenti.

Una volta, addirittura, dovetti prendere l’aereo la domenica prima da Roma (ero reduce da una delle mie prime gare automobilistiche, in quel caso disputata a Vallelunga) per non rischiare di arrivare in ritardo il lunedì mattina all’appello (perderlo, avrebbe significato aspettare poi mesi).
Ricordo il terrore (mio e degli altri) al primo mattino al solo sentire chiamare il nostro nome dalla lista (all’epoca le liste di esame erano lunghe come quelle di proscrizione ai tempi di Mario e Silla) e il buco nello stomaco, a mezzogiorno, quando si era in attesa da ore: a quei tempi, se si era in troppi per essere interrogati tutti in giornata, chi poteva sceglieva di essere rimandato a data successiva (e così io feci quella volta). Ho ancora, in particolare, davanti agli occhi le aule (mi basterebbe uscire dall’ufficio e percorrere un piano di scale e un corridoio per ritrovarle!) in cui si svolgevano quelle torture: erano al secondo piano, piccole, con un tavolino al centro e tante sedie intorno. Il giovane e barbuto professore (assomigliava al personaggio di quel medico interpretato da Verdone il quale, in luna di miele, dice sempre, con inconfondibile voce: “no, non mi disturba affatto”, ma esprimeva molta più severità e cattiveria) metteva quattro “condannati” alla volta attorno al tavolo e, a turno, assegnava loro l’esercizio passando poi a correggere/discutere/stroncare quanto fatto dallo studente successivo.

“Le condizioni iniziali…” iniziai a dire “No, no, lo risolve poi mi fa vedere il risultato” mi disse seccamente mentre passò a quello dopo. “Se l’entalpia cala, in questa trasformazione adiabatica …no, il risultato non può essere questo” - disse allo sventurato che aveva ormai lo sguardo di chi sta per essere segato anche fisicamente. E a quello dopo “Non riesce neanche a ricavarmi l’equazione di Navier-Stokes?” “Ma c’è questo 2/3…” “No, non c’è nessuna frazione”.
NOTA: Da notare, di passaggio, che l’errata corrige in cui quell’equazione veniva correttamente derivata senza le complicazioni date da un banale errore presente nel libro di testo non era affatto stata pubblicizzata a lezione! E, comunque, viste col senno di poi dall’altra parte della barricata (lato docente), si tratta di argomenti tanto complicati e tanto vicini alla ricerca in corso (all’epoca) che era una follia assegnarli agli studenti. Se facessi una cosa del genere nella mia attuale materia mi darei della “carogna” (o dell’incompetente) da solo!

Al secondo tentativo, riuscii a strappare un 27 dopo un inizio difficoltoso. Considerando che i miei compagni di corso, che davano l’esame con l’altro docente, avevano quasi tutti preso 30 al primo colpo, e quasi senza studiare nulla di nuovo, avrei dovuto rifiutare. Vedendo però che tutti i compagni di sventura, che dovevano dare l’esame con lo stesso docente, venivano o bocciati con infamia o promossi stentatamente, dovetti essere contento. Mancava solo l’ultima parte, ma la fisica nucleare, in quanto argomento nuovo, poteva essere studiata con diletto e senza sforzo e, dato il taglio necessariamente, almeno in parte, “più divulgativo” e meno “esasperato” rispetto al resto, risultava anche più facile della “termodinamica estrema”. Fu così che, nel secondo “troncone” d’esame, il mese dopo, feci una splendida figura parlando di ciclotrone, sincrotrone e sincrociclotrone, tanto che il docente, commosso, mi diede addirittura trenta, come, a detta di chi lo conosceva, non gli capitava da anni (purtroppo la media pesata con la parte precedente portò “solo” ad un 28 finale). Al momento di registrare il voto (allora l’operazione era ancora cartacea) mi avvidi che fra gli spettatori c’era stata anche l’incantevole apparizione biondissima e minigonnata. “Abbiamo fatto un doppio minimo”, mi apostrofò ironicamente il geniale e severissimo docente, osservando che, dopo tanti 30 (con o senza lode), il suo voto ne seguiva uno identico (quello di elettrotecnica, che avevo deciso di accettare dopo aver preso 27 nel primo troncone di fisica tecnica e aver capito come, in caso contrario, avrei accumulato troppi ritardi sul programma: stabilii in quel tempo la regola del 10 percento di tolleranza rispetto al 30 pur di restare pienamente al passo con i cicli di esami). “Vero, purtroppo per il mio amore di perfezione, ma vero anche che ora forse sto facendo tombola sotto un altro aspetto” pensai restando in silenzio. Quel commento di un docente tanto severo aveva permesso a tutti (e soprattutto alla ragazza con cui avrei tanto voluto almeno parlare) di rendersi conto della mia media esami e aveva suggellato quasi un “bacio accademico”, dopo un esame orale tanto serrato e combattuto che doveva essere sembrato un dialogo fra pazzi einsteiniani alle orecchie di chi non aveva ancora studiato bene quell’ultima parte. Come se non bastasse, volle salutarmi con un “si faccia sentire fra qualche anno prima di laurearsi, se ci fosse una piccola università…avrei bisogno di gente come lei”.

Nonostante quello fosse uno dei voti più bassi da me conseguiti, sentii la gloria celeste piovere su di me. Forse anche un’aureola comparve sopra il mio capo, dal momento che la petrarchissima madonna bionda (fino a quel momento distaccata dal mondo circostante proprio come un’incantata parvenza) iniziò a fissarmi e, alla sospensione della sessione, mi si avvicinò chiedendomi su quali testi avessi mai studiato. Le spiegai allora, con calma, come dai tre volumi scritti dal docente stesso e dai quattro libricini di esercizi fosse possibile, con un po’ di pazienza, ricavare tutte le risposte richieste all’esame. Ci salutammo cordialmente promettendoci di rivederci a lezione.

Da quella volta, per tutte le (poche) lezioni in cui ella fece la grazia di essere presente, si venne sempre a sedere vicino a me, permettendo alla mia fantasia di rinfrescarsi fra “chiare, fresche e dolci acque” pur nel mezzo di quell’arido monastero di numeri e calcoli che allora era la facoltà di ingegneria. I nostri rapporti erano tanto cordiali quanto formali. Da un lato, io ero troppo timido per principiare un discorso che non dico si dirigesse verso l’amoroso e l’intimo, ma anche solo uscisse dagli argomenti correlati alle lezioni universitarie (già quello sarebbe stato, per la mia mentalità dell’epoca, un pericoloso segnale di cedimento alla seduzione e avrebbe dissolto quell’aurea di olimpico distacco – anche dalle donne – e di imperturbabile serenità del saggio con cui credevo si potessero conquistar dame senza farsi avanti come in modo aperto come corteggiatore, cavalier servente o duellante) e dall’altro ella, per qualche strano motivo, non dava alcun segno di voler uscire da quella “campana di vetro” (fatta di sorrisi di circostanza, gesti misurati e formalità cortese nel fare come nel dire) sotto cui pareva muoversi dalla prima volta in cui era apparsa.

Il suo atteggiamento, pur non avendo in sé alcunché di strano o di inappropriato, era surreale. Era chiaramente la creatura più bella, soave e seduttiva che mai si fosse vista in quei luoghi ad altissima densità ormonale maschile. Anche il più distratto degli osservatori non avrebbe avuto dubbi su ciò. Eppure, pareva quasi non rendersi conto (o non curarsi) di quanto accadeva attorno a lei, proprio come se si trovasse all’interno di una protezione trasparente che la separasse da rumori, odori e azioni circostanti. Aveva quella che si dice “l’innocenza della bellezza” quando camminava fra noi: nessuno poteva dire che facesse apposta a mostrare questa o quella parte del corpo o ad attrarre questo o quello sguardo. Eppure tutti notavano le sue fattezze e tutti la guardavano.

Un mio amico, un cattolico progressista (di quelli che spesso mi accusavano di essere talebano sulle donne), commentò una volta: “si veste da puttana”. “Ma no, è semplicemente elegante, non ha assolutamente nulla della volgarità delle peripatetiche”. “Una che si mette tutte le volte minigonna e stivali per andare a ingegneria è una puttana”. “Ma no, siamo noi che siamo abituati al nostro abbigliamento nerd e al casual delle compagne di corso bruttine. Nel mondo normale, fuori di qua, le belle ragazze di buona famiglia vestono così come lei. Quando una ha delle belle gambe è un peccato le debba sempre coprire”. “No, no, è una puttana”.
Per la cronaca, si tratta dello stesso amico che, qualche tempo dopo, mentre lo accompagnavo a casa in auto e notavo come, in piena torrida estate emiliana, fosse assurdo vedere ragazze indossare pesanti stivali con la zeppa solo per apparire più gnocche di quanto in realtà non fossero (intendevo criticare l’inopportunità estetico/temporale di un abbigliamento piuttosto adatto all’inverno, non già il diritto a mostrare le fattezze femminili), mi apostrofò con un misto di ironia e rimprovero: “sei un po’ talebano, eh…” (ma senti chi parla!)

Io restavo del mio parere circa la misteriosa ragazza del corso. Dava l’idea di quel tipo di bellezza che seduce proprio perché non sa di essere bella. Convinto perciò di non aver a che fare affatto con una “seduttrice professionista” e quindi a mio modo tranquillizzato, provai quindi gradualmente di scoprire qualcosa su di lei.
Il massimo a cui riuscii a giungere con i miei discorsi fu di sapere che era originaria di Aosta e che aveva seguito Analisi I con lo stesso professore di un mio ex-compagno di liceo. Trattandosi di personaggio geniale e folle (all’epoca, essi abbondavano), ebbi grazie a lui l’occasione di iniziare con la mia misteriosa compagnia femminile un discorso più filosofico del solito.

“Quindi, al contrario di Kant, egli non ritiene le idee matematiche essere sintetiche a priori?”
La mia domanda aveva il duplice scopo di sfoggiare le mie doti di conoscenza filosofica (di cui all’epoca andavo fiero giacché – dicevo - mi distinguevano dalla massa di coloro che si iscrivono a facoltà scientifiche più per mediocrità in campo umanistico che non per eccellenza in matematica o fisica, e che, più in generale, usano un’ostentata passione per la scienza come paravento per nascondere, la propria incapacità di apprezzare altre forme di sapere, la propria banalità intellettuale, la propria aridità d’animo) e di mettere alla prova la consistenza culturale della mia controparte femminile.
“No, assolutamente, egli dice che la matematica è stupida, è semplice spiegazione agli stupidi di idee già contenute nella definizione. Quando qualcuno si lamentava di non capire, diceva che non c’era nulla da capire”.
Qualunque altra donna, in un frangente simile, avrebbe risposto chiedendo cosa sono le idee sintetiche a priori o, al massimo, lamentandosi di non ricordarsi più l’esatta differenza fra analitiche e sintetiche, fra idee a priori e idee a posteriori. Alcune fanciulle che avevo conosciuto, a domande di tal fatta mi avevano mandato scherzosamente a quel paese o avevano iniziato a deridermi per il tempo che dovevo aver perso al liceo a studiare anziché ad uscire con le coetanee.
Ella, invece, non si era scomposta. Aveva risposto come se fosse del tutto normale che due studenti di ingegneria (fra l’altro, per una volta, di sesso opposto), nei cinque minuti di pausa di una lezione di “controlli automatici”, discutessero del rapporto fra matematica e filosofia. Aveva risposto, soprattutto, come se padroneggiasse perfettamente la critica della ragion pura e l’opera kantiana tutta, assieme all’epistemologia di un Kuhn o di un Feyerabend.
Mi sentii come un maestro di spada che, dopo aver provato su un avversario sconosciuto da mettere alla prova il colpo da cui di solito gli avversari “normali” vengono spiazzati, se lo veda parato tranquillamente. Da un lato ero un po’ deluso per non aver sortito l’effetto “wow”, ma dall’altro ero intrigato dal mistero di quella giovane donna all’apparenza così “leggera” ed invece, al primo assaggio dialettico, così “consistente”.
Era ella davvero una “docta puella” soltanto per caso bella e soltanto per caso indietro con gli esami ad ingegneria? O era una banale studentessa fuoricorso semplicemente abituata a fingere di sapere?
Non seppi mai la risposta, perché il docente di quel tempo concedeva pause troppo brevi fra un’ora e l’altra di lezione.

Le volte successive, la confidenza fra me e la bionda apparizione minigonnata aumentò, ma non ebbi più occasione di introdurre argomenti troppo culturalmente pesanti. Al contrario, le conversazioni divennero più leggere mano a mano che si fecero più amichevoli, fino al punto in cui, qual fossi un suo amico del cuore (o una sua amica di lunga data) si lamentò, sbuffando, di aver ancora “un sacco di roba da stirare”. Quell’esternazione, così totalmente slegata dai discorsi e dai sogni fino ad allora legati a quell’apparizione, mi parve del tutto fuori contesto: non potevo concepire come una fanciulla così bella ed eterea potesse essere alle prese con problemi di vita spiccia. “Vivo con il mio ragazzo e non è che non sporca…” Fu come se l’apparizione si fosse dissolta. Quella creatura angelicata, la cui immagine pareva volteggiare nall’aria senza che nessuno potesse palparla, non solo viveva nella comune pesantezza di vita degli altri mortali, ma era pure sentimentalmente ed esistenzialmente impegnata. Ciò distrusse istantaneamente ogni mia speranza.

Era già raro che si incontrasse, ad ingegneria, una bella fanciulla. Era già difficile che a lei ci si potesse accostare senza per questo automaticamente apparire dei banali e fastidiosi “dongiovanni da villaggio”. Era già improbabile, quindi, che con lei potesse nascere un dialogo di reciproco disvelamento e che in tali dialoghi si fosse in grado di disvelare (ammessa e non concessa la fortuna di possederle) proprio quelle doti di sentimento o intelletto eventualmente apprezzabili dalla controparte.
E per una volta che le congiunzioni astrali avevano allineato tutti questi fattori, scoprivo che tutto era inutile perché la fanciulla, praticamente, era già come “sposata”!

Quello che era (ed è) raro (anzi: miracoloso esattamente come l’apparizione di una madonna) è che il caso avesse fornito ad un ventitreenne l’occasione di apparire, agli occhi di una fanciulla un poco più grande e molto più bella (o comunque resa tale dalle disparità di numeri e desideri fra i sessi), dotato di una certa eccellenza in un ambito (in quel caso, lo studio per quell’esame “impossibile”) di rilevanza immediatamente apprezzabile (quasi al pari della bellezza di lei) ed intersoggettivamente riconosciuta (quasi come il denaro o la posizione sociale con cui nel mondo reale i più meritevoli o fortunati fra gli uomini possono stare alla pari delle belle donne).

Quando a distanza di quasi vent’anni ancora parlo di “costruire socialmente doti oggettivamente valide ed immediatamente apprezzabili al pari della bellezza”, di “eccellere in quanto rende a priori socialmente apprezzati ed amorosamente disiati come le belle donne lo sono per natura”, o di “dotarsi, prima di approcciarsi alla donna, di ciò di cui ella senta bisogno o brama di intensità pari o superiore a quanto da noi provato innanzi alle sue grazie” ho proprio in mente (oltre ovviamente alle situazioni più “scontate” e diffuse dell’indi-pay attuale e del puttanesimo mascherato di stampo berlusconiano) la condizione (difficile da ottenere, ma impagabile una volta ottenuta) in cui mi sentii vivere nel primo quarto d’ora del primo dialogo fra me e Maria.
Non so, per la verità, se la ragazza avesse davvero il nome della madonna (parrà strano, ma, da vecchio lettore del “Nome della Rosa” e novello Adso, mi dimenticai sempre di chiederle il nome). So però che era bionda e di gentile aspetto come una madonna petrarchesca-stilnovista. Ricordo poi perfettamente di averla vista (senza però ancora poterle parlare) la prima volta a quell’esame scritto del corso di Elettrotecnica tenuto da una professoressa di nome Maria. Tanto basta per ricordarla con questo nome.

Assieme al ricordo dolce-per-sé sottentra anche (Leopardi non mi abbandona mai) un’amara considerazione (ed un dolore). Non sarà mai, in assoluto, vantaggiosa per noi alcuna forma di “scambio” con le donne (la prostituzione ci appare vantaggiosa in termini relativi se comparata al corteggiamento, ma, in assoluto, se ci pensiamo, è comunque uno svantaggioso dar soldi veri in cambio di amore finto). Nel mio caso ho scambiato cinque mesi di studio per cinque minuti di “flirt”. E già mi devo ritenere fortunato ad averli vissuti! Figuriamoci cosa avrei dovuto fare, dare e soffrire per andare oltre (ammesso fosse stato possibile). Potrei chiudere il capitolo con un’imprecazione circa tale bassa e infelice condizione maschile. E aggiungervi lo scoramento personale per l'impossibilità di incontrare ancora, nella realtà, una tale creatura di sogno.
Eppure sono felice quando ricordo. Eppure sono lieto quando ripenso. Eppure il mio sentimento continua, con il senno di poi, a rimembrare quei momenti come il punto più alto della mia vita "terrena". Mai mi sarebbe più capito, in seguito, di sentirmi così in alto, così apprezzato socialmente e potenzialmente desiderato da una donna desiderabile. Almeno non nella vita reale.

Per potermi sentire, per cinque benedetti (anzi, paradisiaci) minuti, sollevato all’altitudine a cui le donne svettano stando semplicemente ferme sul piedistallo della loro bellezza (e degno quindi di parlare con loro senza timore reverenziale), ho dovuto studiare durante tutto il corso, durante tutta l’estate (ricordo, di quell’anno, le caterve di esercizi termodinamici che svolgevo fra la passeggiata mattutina e il pranzo durante l’intero mio soggiorno in montagna) e per tutto l’inizio dell’autunno (con tanto di tensione pre-esame implicante nausea e insonnia). E ho dovuto scomodare l’entropia dell’universo, la struttura dell’atomo ed il destino del cosmo. Dal punto di vista della ragione, tutto ciò appare effettivamente eccessivo, se intrapreso solo per poter parlare con una ragazza!

Beyazid_II
Newbie
18/04/2019 | 13:34

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@Itaconeti said:
in germania è stata introdotta dal 2001 la liberalizzazione e regolamentazione della prostituzione che permette ai tedeschi - che hanno un reddito medio molto superiore al nostro - di scopare pay a prezzi molto più bassi che in italia risolvendo un problema che angustia molti su questo sito

invece in svezia e norvegia è stata introdotta la punizione del cliente delle prostitute facendo passare il settore nella completa illegalità che ha portato all'impennata dei prezzi

negli stati uniti la prostituzione non è di competenza dell'unione ma dei vari stati e distretti federali ciascuno dei quali fa una sua politica

per esempio a new york e miami è formalmente illegale ma ampiamente tollerata mentre nelle zone con forte presenza evangelica è perseguita e in nevada - a parte las vegas - è legalizzata tipo germania

negli stati uniti è diffusissimo il fenomeno delle sugar babies in gran parte studentesse universitarie che cercano un sostegno per mantenersi

quindi le situazioni reali sono molto variegate a dispetto delle tue fantasie vittimistiche di una generale persecuzione in atto contro il maschio etero

Apprezzo chi ancora ha la correttezza di separare i fatti dalle opinioni. Però il racconto dei fatti va completato ad aggiornato.

PUNTO 1: La legge tedesca sulla prostituzione risale all’epoca (2001/2002) in cui il mai abbastanza rimpianto Schroeder (socialdemocratico di larghe vedute) era alleato dei verdi e quel governo “rosso-verde”, dopo aver ascoltato le associazioni delle lavoratrici del sesso ed interpellato studiosi seri, decise per una regolamentazione molto pragmatica e sensata. Erano i tempi in cui la sinistra era ancora libertaria (basti dire che, anche in Italia, rifondazione e i verdi, per i quali politicamente non ho mai avuto simpatie, flirtavano con il comitato per i diritti civili delle prostitute di Pia Covre e avevano deputati che si presentavano all’europarlamento per sostenere questo anche questo genere di cause).
Ora lo scenario è cambiato come fosse passato un secolo e, a colpi di quote rosa, colpevolizzazione del desiderio maschile e propaganda di genere, l’ala “progressista” della politica è diventata anti-libertaria in termini di prostituzione (ed anti-maschile in termini di morale sessuale). Difatti, all’inizio del 2014, quando l’europarlamento votò la risoluzione per la condanna di noi puttanieri (sulla base del “modello svedese”, ovvero dell’ideologia nazifemminista sostenuta solo e soltanto dalle lobbies anti-prostituzione e dagli pseudoscienziati al loro servizio), i parlamentari TEDESCHI (cioè gli che in patria mantenevano la legge regolamentratrice libertaria) votarono A FAVORE (assieme agli altri infami).
Quello fu il momento in cui divenni anti-UE (che significa solo contro la UE, non contro il concetto di Europa). Mi dissi, un secondo dopo la votazione (che avvenne in modo vergognoso, con uno pseudodibattito di 3 minuti ed una votazione puramente ideologica di quanto già stabilito dalla commissione preposta): “questa è per me la sentenza di morte del parlamento europeo”.
A capo della commissione che materialmente preparò quell’infame documento vi era, guarda caso, una laburista inglese, la quale dichiarò: “ora la porta è aperta per spazzare via la prostituzione dall’Europa”.
E’ un bene, quindi, che l’UK sia uscita dall’Europa, così la prossima volta non può farci scherzi del genere! Quel documento era basato su “dati scientifici” di provenienza e soprattutto di interpretazione discutibili (del genere: si considerava segno di aumento delle violenze il fatto che più prostitute si rivolgessero alla polizia, quando ciò potrebbe invece segnalare una maggiore consapevolezza di essere tutelate dalla legge!).
Aveva delle motivazioni illogiche evidenti (del genere: considerava un insuccesso la regolamentazione perché erano stati scoperti più casi di sfruttamento quando ciò dimostra invece che proprio regolamentando si raggiunge il fine di far emergere l’illegalità!). Puoi trovare tutto nell’allegato in fondo.
Tornando alla Germania, dall’anno scorso è entrata in vigore una regolamentazione molto più restrittiva che è stata voluta dalla CDU per accontentare l’ondata femminista neo-illiberale che, con la scusa dello “sdegno per essere il bordello d’Europa”, continua a diffondere menzogne aperte e stereotipi falsi su prostitute e clienti. Qualcuno ritiene che sia il primo passo per lo smantellamento del “paradiso tedesco”. Questo causerebbe, a catena, la fine anche della prostituzione nei paesi limitrofi (Austria, Svizzera, Repubblica Ceca) per evidente effetto di emulazione progressista.
L’unica cosa che in tal caso potrebbe salvarci sarebbe proprio l’anti-europeismo e l’anti-progressismo di alcuni governi nazionali!

PUNTO 2. La legge svedese risale già al 1999, ma nei primi anni di applicazione fu semplicemente una “legge-manifesto” del femminismo (con numeri di condanne risibili e praticamente nessun effetto pratico in un paese dove la prostituzione era già scarsa). Poi venne applicata (durante la prima ondata neofemminista d’inizio secolo) più “seriamente” (facendo pure da modello per la vicina Norvegia) con i risultati che tu dici. Eppure, la narrazione filo-governativa dei paesi scandinavi continua a dire che “abbiamo cancellato il problema” (quando l’hanno solo nascosto sotto il tappeto). A parte l’assurdo logico e morale di condannare chi compra e non chi vende (come se si condannasse chi compra droga per dipendenza ma non lo spacciatore che la vende per interesse!), sono evidenti i tipici danni del proibizionismo (gli stessi dai tempi di Al Capone!).
Va aggiunto che fra le motivazioni della legge vi era anche “migliorare i rapporti fra i sessi costringendo i maschi a relazionarsi con le donne anziché pagarle”. A parte l’ovvia assurdità del pensare che dover corteggiare per obbligo renda il corteggiamento più gradito e le donne più simpatiche (piuttosto vero il contrario, come in tutto ciò che si deve fare quando non si ha altra scelta), mi dico: ma che diritto ha lo stato di interferire in tal modo nella vita privata e sessuale dei cittadini? Addirittura dicendo “ti metto questo divieto per educarti, per costringerti ad amare”? Questa è la negazione del pensiero libertario e della libertà personale! Questo va detto, dato che qui si parla di chi sia più totalitario fra oriente islamico e occidente femminista!

PUNTO 3. Non ti sei soffermato sulla Francia, dove il precedente governo Hollande ha introdotto la stesse legge della Svezia (carcere e multe per noi) con le stesse motivazioni (“la prostituzione è violenza di genere”), nonostante l’attiva proteste delle stesse prostitute (che evidentemente si sentono più vittime del governo che non dei clienti). L’attuale governo Macron ha aggiunto la chicca della multa per che approccia con complimenti o altro le donne per strada: insomma, non si può né pagare né provarci e bisogna rassegnarsi (come lui) a tentare di conquistare da scolari la propria insegnante!
Aggiungiamo pure che Il Front National fu l’unica forza politica a votare contro. Se aggiungiamo che in Italia gli unici non contrari alla prostituzione sono i leghisti, capiamo perché chi vuole combattere politicamente il femminismo sia stato “costretto” a diventare “sovranista” (scusa se parlo di politica, ma questo è un fatto).

PUNTO 4.
Sugli Usa è vero quanto dici, ma ti assicuro che anche nelle “democratica” California è da tempo difficile riuscire ad andare a segno con il pay (almeno a livello di escort reclamizzate sui siti, se poi tu hai dei canali privilegiati alla “flautomagico” allora magari è diverso). Ed il motivo è sempre il proibizionismo (anche se lì, ai miei tempi, molto più d’origine puritana che femminista). Ultimamente qualche vento neo-libertario sta soffiando (timide proposte di depenalizzazione), magari per recuperare alla causa democratica quei consensi maschili migrati su Trump, magari perché le femministe più giovani non sono più misandriche e sessuofobiche, ma la prudenza è d’obbligo.

VARIE ED EVENTUALI
Chiudo allegando la lettera che mandai a TUTTI gli europarlamentari italiani al tempo (invii: centinaia risposte 0; ecco perché non ho fede in questa europa e in questa democrazia! E’ tutta una farsa! Non vi sono né dialettica, né dialogo con i cittadini, né ragione, né libertà, né diritto. Solo votazioni “bulgare” quando si tratta di crociate contro il genere maschile!)

Onorevoli Europarlamentari,

state per votare una risoluzione (Dossier FEMM/7/12772 “Sexual exploitation and prostitution and its impact on gender equality"), proposta dalla Commissione “Diritti della donna e uguaglianza di genere”, che si propone di estendere a tutta Europa il cosiddetto "modello svedese" per la prostituzione.
Come cittadino, sento il dovere di invitarVi a leggere la pubblicazione allegata (scritta da due ricercatrici indipendenti) la quale documenta come tale approccio sia puramente ideologico e non raggiunga alcuno dei "magnifici risultati" vantati dai suoi sostenitori, ma, anzi, peggiori le condizioni di vita delle sex-workers.
Esaminandolo, Vi potrete rendere conto di come i presunti "dati scientifici" che vengono ripetutamente citati nella relazione dell´On. Mary Honeyball, a sostegno della criminalizzazione del "cliente", siano, quando non palesemente falsi (o comunque nient´affatto scientifici), gravemente lacunosi, discutibili o intenzionalmente distorti.
Del resto, il fatto stesso che ovunque nel mondo tutte le associazioni di sex-workers si battano contro un tale approccio dovrebbe già far dubitare in partenza della buona fede di chi lo propone raccontando di voler "proteggere le prostitute".

Da diversi anni ormai vengono prodotti, dai media “mainstream”, articoli e indagini fasulli e fuorvianti su tutte le sfaccettature del tema prostituzione: dalla percentuale delle prostitute costrette, alle motivazioni dei clienti, dai presunti risultati mirabolanti del modello svedese al presunto fallimento del modello “regolamentarista”.
A titolo di esempio, su quest´ultimo punto, Vi riporto il link ai dati della polizia tedesca che dimostrano come non vi sia affatto stato un aumento della tratta e dei reati connessi alla prostituzione dopo la regolamentazione di quest´ultima nella Repubblica Federale Tedesca.
http://www.bka.de/DE/ThemenABisZ/Deliktsbereiche/Menschenhandel/Lagebilder/lagebilder__node.html?__nnn=true
Certo in aula la signora Honeyball vi mostrerà (o vi ha già mostrato) tutt´altri dati (provenienti, per lo più, da persone o associazioni ideologicamente orientate a priori contro la prostituzione), ma credete davvero, in tutta coscienza, che numeri forniti da chi ha (per mestiere o per ideologia) l´obiettivo di fornire una visione stereotipata della prostituzione (e, attraverso essa, dei rapporti di genere) siano più attendibili della statistiche ufficiali del maggiore stato europeo?

I motivi per cui l´estate scorsa si sono diffusi articoli giornalistici allarmanti sulla “Germania bordello d´Europa” e per cui tali articoli sono mendaci e fallati sono ben spiegati nel seguente sito (tenuto da femministe liberali irlandesi sensibili al problema e assolutamente prive di motivi per mentire su di esso):
http://feministire.wordpress.com/2013/06/06/does-legal-prostitution-really-increase-human-trafficking-in-germany/
Altri siti in cui, se ne avrete il tempo e la curiosità, potrete documentarVi su un approccio al problema diverso da quello solitamente proposto dai media sono quelli di Laura Augustin, studiosa di fenomeni migratori:
http://www.lauraagustin.com/
e di Petra Ostergren, femminista liberale svedese (una delle autrici del documento allegato):
http://www.petraostergren.com/
Questo per dimostrarVi che, al contrario di quanto sta scritto nella proposta di relazione dell´On. Honeyball, esistono persone studiose del fenomeno prostituzione e dei rapporti di genere convinte che il lavoro sessuale non possa essere semplicisticamente ricondotto a “costrizione, sfruttamento, tratta, oppressione e disuguaglianza di genere”.

Mi permetto inoltre di citare due blog (forse più mediaticamente noti nel mondo della rete): quello di Brooke Magnanti
http://belledejour-uk.blogspot.de/
e quello di Maggie Mc Neil
http://maggiemcneill.wordpress.com/
dove, assieme a temi personali, vengono spesso trattati con pertinenza argomenti inerenti la prostituzione. Non sono certo link scientifici come i precedenti; testimoniano tuttavia l´esistenza (negata dal documento che la Commissione “Diritti della donna e uguaglianza di genere” Vi chiede di approvare) di persone emancipate e culturalmente evolute che hanno scelto il lavoro sessuale senza costrizioni.
Non sono qui a svolgere una difesa d´ufficio del lavoro sessuale (ci sono I sindacati delle/dei sex workers per questo, i quali pure vi hanno rivolto un appello:
http://www.lucciole.org/content/view/822/3/
mentre io svolgo, come potete leggere in calce, tutt’altro mestiere), ma dell´onesta´ intellettuale innanzitutto e della libertà personale subito dopo.
Non si tratta solo di rispettare la “libertà dei clienti e delle sex workers”, ma di rispettare la libertà di tutti, impedendo che menzogne basate su mera ideologia instaurino una illiberale morsa repressiva e soprattutto il concetto di un super-stato armato del “diritto” di imporre ai cittadini una visione “politicamente corretta”, in questo caso del sesso, in futuro magari di tanti altri temi.
Per dimostrare che non sto esagerando con i termini, copio e incollo qui, dal sito di Daniela Danna (http://www.danieladanna.it/wordpress/?p=393), nota e reputata ricercatrice in sociologia presso la Statale di Milano, il commento da lei stessa a introduzione della sua relazione sulle leggi in materia di prostituzione all’interno dell’Unione Europea.

“This is my work on EU member states’ laws on prostitution (the PDF version is for better printing because of its numerous tables). It should have been the first part of a report for the EU Commission that I was coordinating, compiling it with the help of other experts, but I was forced to retreat from the project because my work has been rendered impossible by the abolitionist stance of the Gender Equality division officers to whom I had to deliver the report. Their fanatism (personnally experienced during the only meeting we had in Brussel in late June – after lots of hostile and unreasonable comments on my written work) was deaf to all empirical research demonstrating that prostitution acts do not necessarily amount to violence against women, and that sex work is different from trafficking.
What I was to understand is that my role should be simply to give them reasons to justify the extension of the criminalization of clients to the whole EU. (I don’t know how they got this power over a document that was commissioned and should be presented to the EU Commission.) This is contrary to our national Sociological Association’s ethical chart, that prohibits us from being influenced in drawing our research conclusion by requests from committers – and I totally agree with this article. The coordination role was given to Liz Kelly and Madeleine Coy.”

Penso che ogni ulteriore commento sulla “onesta´ “ intellettuale della commissione per la “Gender Equity” e sul presunto “valore scientifico” delle ricerche da essa presentate sia inutile.

Ritengo altresì pericoloso che il tema delle pari opportunita´ venga usato cosi´ a sproposito (e con argomentazioni, quali “ridurre il mercato per ridurre la tratta” e “costrizione per povertà”, che solo all´apparenza sono ragionevoli e umanitarie, ma che, non valendo per altri ambiti e per altri gruppi di persone, nascondono, dietro la mozione degli affetti, irrazionalità ideologica e sessismo) per definire dall´alto il “bene” e il “male” in una sfera tanto delicata e personale come quella delle scelte di vita personale e sessuale, sulla quale dovrebbero poter giudicare soltanto le diverse esperienze e le specifiche e irriproducibili sensibilità delle singole persone (almeno quando adulte e consenzienti, secondo le definizioni valide per il codice penale).

Oggi la crociata ideologica contro il sesso a pagamento, domani contro le libertà (magari quella di parola: sappiamo che in ambito europeo un documento con il fuorviante titolo di “Istituto per la promozione della tolleranza” potrebbe condurre potenzialmente a vietare per legge qualsiasi critica al femminismo “mainstream”) che credevamo acquisite nell'ambito dello stato liberale di diritto.
Certo che, qualunque sia la vostra personale opinione sulla prostituzione, non vorrete approvare un provvedimento basato sulla menzogna spacciata come scienza e sull´ignoranza delle richieste di chi nel mondo del lavoro sessuale si trova a lavorare, Vi ringrazio anticipatamente e Vi rivolgo un caloroso imbocca al lupo per le prossime elezioni europee, ricordandoVi che tutti i cittadini (siano o no clienti o sex workers), votando, terranno presente le vostre posizioni sui temi della libertà di scelta e di parola (di cui l'atteggiamento verso la prostituzione costituisce, a mio giudizio, un’ottima cartina tornasole).

NOME COGNOME

P.S.
Chi scrive, oltre a firmarsi con nome e cognome, invia questa mail dalla propria casella di posta elettronica “lavorativa” al solo fine di non sfruttare l’anonimato altrimenti offerto da questa forma di comunicazione. Correttezza vuole che, essendo pubblici i nomi dei destinatari di questa lettera, lo sia anche quello del mittente.

Allegavo poi il documento PDF delle due attiviste svedesi favorevoli alla prostituzione autodeterminata.

Beyazid_II
Newbie
17/04/2019 | 19:46

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@Itaconeti said:
@Beyazid_II

il tuo castello di argomenti si fonda su un doppio errore riguardante il caso specifico di ingiustizia in uk

prima di tutto è stata un'ingiustizia non nel senso di errore giudiziario nell'ordinamento positivo - come il caso tortora - ma nel senso di una decisione di diritto positivo contrastante con i principi del diritto naturale liberale alla libertà di informazione

poi non c'entra il femminismo ma il fondamentalismo islamico contro il quale il condannato ha fondato un movimento e stava facendo uno streaming su un caso giudiziario di stupri seriali di cui erano accusati dei musulmani

quindi sei finito fuori strada

ingiustizie dovute ad applicazioni illiberali del diritto positivo ce ne sono sempre state e sempre ce ne saranno nei sistemi liberali perchè la perfezione non è di questo mondo

Va bene che i castelli e le cattedrali gotiche non piacciano più e vadano pure a fuoco, ma potevi almeno leggere quel mio “castello di argomentazioni” prima di rispondere!
Io stavo parlando di coloro che, in UK e nell’occidente tutto, vengono condannati per “stupro” senza prove o per fatti di realtà e gravità poco credibili se non addirittura risibili (vedi Assange).
E tu mi rispondi parlando dell’attivista anti-islamico tirato fuori da pussylicker? Cosa c’entra?
Ho poi dettagliatamente descritto la situazione italiana, in relazione all’articolo 609 del codice penale e alla fonte di prova, così come stabilito dal nostro ordinamento e ribadito da recenti sentenze dalla s.c. di cassazione.

La questione è semplice come una casupola, non complicata come un castello.
Ritieni tu che la possibilità di condannare in penale l’imputato basandosi sulla sola parola dell’accusa, anche “in assenza di riscontri oggettivi e testimonianze terze atte ad avvalorare dall’esterno l’uno o l’altra tesi” sia conforme al diritto ed alla ragione?
Io rispondo di no.
Se tu rispondi di sì, evidentemente, hai un concetto di ragione e di diritto che poco corrisponde all’illuminismo (il quale decide della verità in base ai fatti e non agli aristotelismo) e a Kant (il quale ha ben spiegato, con il noto esempio dei talleri, come l’essere non sia un predicato) e che è invece molto vicino a quanto faceva comodo al regime fascista (che ha introdotto questa porcheria nel codice Rocco) e al nazifemminismo (che oggi la sfrutta).
Non mi pare molto difficile.
E poiché questo è un principio sbagliato introdotto nell’ordinamento penale, e non un evento casuale o il capriccio di un singolo giudice, io ho tutto il diritto a dire che si tratta del primo passo per smantellare la concezione liberale della giustizia.
Certo, in passato gran parte dei giudici non se ne è avvalsa (per fortuna), ma ora, proprio in relazione alla cosiddetta violenza sessuale (proprio nelle sue versioni talmente allargate dal femminismo da comprendere potenzialmente qualunque cosa anche a posteriori), l’indirizzo nazifemminista è quello di dire “per fortuna che c’è questa possibilità così gli stupratori non si salvano più”. Dimenticando che con la scusa di condannare senza prove qualche colpevole si permette potenzialmente a chiunque di mandare in galera una marea di innocenti.
Ovviamente questo non sta ancora succedendo in maniera eclatante, ma diversi casi sono avvenuti e comunque è la possibilità stessa che questo avvenga (ripeto: non per l’interpretazione stramba e illiberale di un singolo giudice all’interne di una legge liberale, ma per una distorsione autoritaria del sistema rimasta dal fascismo e fatta tornare in auge dal nazifemminismo con la benedizione di amnisty international, telefono rosa, Boldrini, Bongiorno e vittimiste varie) a determinare l’illiberalità del sistema giuridico quanto a reati sessuali.
Ripeto:
Anche nell’ancien regime non era una regola così quotidiana che un suddito fosse messo a morte per capriccio del re o per uno sguardo storto alla regina. Eppure era possibile. Ed è per questo che l’illuminismo aveva ragione a voler cambiare regime: bastava quella semplice possibilità a rendere il sistema contrario al diritto ed alla ragione.
Perché dunque oggi tu non ammetti che la semplice possibilità di essere condannati senza prove (e gli esempi non mancano) per un “errore sistematico” (come spero di aver spiegato) basti a definire il sistema occidentale (a parte ancora qualche eccezione) come non più liberale in termini di diritto?

Dirai: è liberale tutto il resto. Ma se in un mondo dove tutto è liberale proprio quando si tratta del diritto alla difesa di un uomo davanti ad una donna si resuscita l’inquisizione, allora abbiamo tutto il diritto di gridare alla discriminazione antimaschile ed alla tirannide femminista.
Per farti capire la gravità di quanto tu sottovaluti circa l’occidente, ti riporto quanto successo anni fa negli Usa (se vuoi vado a cercare la fonte).

"Diario segreto di una nazi-femminista

Un uomo è stato riconosciuto innocente e risarcito per 5 anni di carcere quando il diaro segreto della misandrica che lo aveva fatto incarcerare per stupro con la sua sola parola è finito su internet ed all’attenzione dei giudici [Fonte]:

«Mi sento un po’in colpa per averlo fatto incarcerare, ma la sua mancanza di rispetto per le donne è terribile. Ricordo quanto poco ci rispettava… pensa che le donne siano oggetti sessuali. È un tale imbroglione. Voleva Holly e me mentre era fidanzato. L’ho accusato perchè era la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E perchè ho sempre voluto qualcosa di forte nella mia vita. Altrimenti mi annoio. Bisogna cambiare, sono stanca di uomini che si approfittano di me… e di me che gliela do. Non sono una ninfomane come tutti pensano. Non sono abbastanza forte da dire di no. Sono stanca di essere una puttana. Basta.

Ieri sono andata da due avvocate per denunciarlo civilmente. So che è sbagliato, ma che altro posso fare? Normalmente non sono una persona cattiva, ma mi ha fatto arrabbiare. Se sono vendicativa, peggio per lui. Probabilmente mi sentirò in colpa, un giorno.

Parlando di soldi, lo denuncio. Ho bisogno disperato di soldi. La mia coscienza mi ha impedito di farlo, ma devo pagare un debito e farò quello che serve.»

Cinque anni di galera.

Una persona è stata umiliata e sequestrata in carcere, ha perso il lavoro, gli studi, una carriera nello sport. La nazi-femminista non ha ricevuto nessuna punizione. La società, preparata ad affrontare la violenza incarcerando un uomo sulla sola base della parola di una puttana, sta solo ora sviluppando gli anti-corpi per i reati nazi-femministi.

La violenza di genere è la calunnia femminista."

La notizia è del 2010, e vedo che dopo nove anni gli anticorpi sono ancora piccini. Vedo anche perché l’Italia non regge la sfida globale. Se tu rappresenti qui la classe dirigente, sfido che questa non veda ad un palmo dal suo naso: giudichi solo l’istante presente (“ora si vive meglio qua che in Iran”) senza voler guardare che, in prospettiva, le cose stanno cambiando in maniera drammatica per tutti noi (domani magari non si vivrà ancora benissimo in Iran, ma si vivrà malissimo qua, a causa del nazifemminismo che lasci agire indisturbato).

Beyazid_II
Newbie
17/04/2019 | 16:09

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@Itaconeti said:
deciditi se stai dalla parte dei fondamentalisti islamici all'iraniana o dalla parte di chi li combatte

la tua ipocrisia di far passare un caso di ingiustizia in uk come fosse un intero sistema e voltare la testa dall'altra parte di fronte a un intero sistema totalitario come quello iraniano mostra che sei in malafede

d'altronde l'odio per la libertà e la 'perfida albione' erano connaturati al tipo di europa che ti piace e che per fortuna è stata seppellita nel 1945 con i suoi campi di sterminio

No, scusa, in malafede è chi difende il sistema occidentale fingendo sia ancora funzionante secondo diritto e ragione (se mai lo è stato).
Un conto sono gli errori accidentali, un conto sono gli errori sistematici.
Errore giudiziario accidentale fu, ad esempio, quello di Tortora: un caso di omonimia che ha causato un’ingiusta detenzione anche a causa di un giudice che non voleva ammettere il proprio errore iniziale (debolezze umane e troppo umane….)
Gli errori giudiziari di cui parla pussylicker e di cui tu, tuttosommato, te ne freghi, sono invece errori sistematici, ovvero non dovuti al caso, bensì ad una falla del sistema esistente a priori. Sappiamo entrambi che un sistema giudiziario correttamente funzionante secondo diritto e ragione preferisce, nel dubbio, un colpevole libero ad un innocente in carcere.

Lo preferisce secondo ragione, perché, come ci insegna Popper (il quale, per quanto pessimo secondo me come filosofo, resta ottimo come epistemologo), mentre è sempre, in linea generale, possibile (anche se a volte difficile) dimostrare l’esistenza di ciò che è (ad esempio, tracciando la mia chiamata o trovando un biglietto dell’autostrada sarò possibile risalire a chi ho parlato e dove sono stato), è invece spesso impossibile dimostrare la non esistenza di ciò che non è (come potremmo dimostrare, ad esempio, che ieri NON abbiamo parlato con gli alieni o che NON siamo stati con l’ippogrifo sulla luna?). Ed è quindi la ragione a dire che spetta all’accusa provare al di là di ogni dubbio la colpevolezza e alla difesa dimostrare la non colpevolezza.

E lo preferisce secondo diritto, perché, come ha detto qualcuno più autorevole di me, “migliaia di colpevoli possono girare liberi, ma un solo innocente in carcere rende l’intero sistema legale un sistema criminale”. Difatti, nel primo caso, lo stato semplicemente manca (nonostante gli sforzi di magistratura, polizia, inquirenti) di sanzionare un crimine commesso da un criminale, mentre nel secondo caso attua in prima persona un nuovo crimine (la privazione della libertà o peggio), ovvero agisce in senso contrario rispetto a ciò per cui è stato concepito (secondo quella concezione settecentesco-illuminista che tu sembri avvalorare, proprio per difendere la libertà e la sicurezza dei cittadini dalla violenza, dall’arbitrio, dal sopruso, dalla menzogna, in una parola dal crimine).

La presunzione di innocenza (o, a essere più rigorosi, di non colpevolezza) è stata alla base di tutte le civiltà degne di questo nome. Visto che prima pareva qui pareva farsi riferimento ad ariani e semiti, a roma contro giudea o giudea contro roma, posso dire, ad esempio, che “in dubio pro reo” esiste tanto nel diritto romano quanto nella bibbia. E se anche le due civiltà diametralmente opposte (secondo qualcuno) concordano su questo, significa davvero che è uno dei pochi cardini di cui si può davvero dire “diritto universale” (espressione in altri casi molto abusata).
Ecco, il femminismo è riuscito (almeno in parte, almeno laddove gli interessava) a scardinare questo punto (in occidente). “in dubio pro reo” è diventato “in dubio pro donna”. Proprio a partire dal mondo anglosassone che tu vedi come patria della libertà (sic!), è iniziato un ritorno al “medioevo” giudiziario (con tutte le virgolette del caso) in cui la gravità del crimine (ad esempio lo stupro) funge da “anticipazione” di colpevolezza.
“Uno stupratore non merita difese”, o “lo stupro è così grave che non può restare impunito” dice l’irrazionalismo femminista, ignorando come proprio la gravità dell’accusa (e quindi dell’eventuale condanna) motiva il rigore e l’attenzione nel garantire il diritto alla difesa e come la gravità di un crimine non possa mai giustificare una condanna affrettata e motivata solo dal non avere “un caso irrisolto”.
Se per una multa può bastare la foto dell’autovelox, per una condanna grave bisogna valutare con rigore tutte le possibili ipotesi che vedrebbero l’imputato non colpevole (e condannare solo qualora tutte siano ragionevolmente ritenute impossibili). Anche l’omicidio è grave, ma non per questo si accetta di mandare in galera qualcuno senza aver provato che sia l’assassino anzi, senza neanche aver dimostrato che vi siano un cadavere e un omicidio.

Nella prassi giudiziaria occidentale, questa isteria collettiva (innata nella plebe – giustizialista da sempre - anche per altri reati, ma cavalcata dal femminismo) è stata codificata attraverso la definizione vaga e onnicomprensiva (quindi contraria alla tassatività del diritto e ai principi generali dello stato liberale, in cui ciò che è vietato deve essere rigorosamente definito a priori e circostanziato nei fatti) della cosiddetta “violenza sessuale” e/o attraverso limitazioni all’azione difensiva (famoso il caso di Tyson cui non venne concesso di porre in evidenza le precedenti false accuse della sua accusatrice e recente quello in cui, anche da noi, un giudice non ha permesso di fare “domande scomode” all’accusatrice del carabiniere: con la scusa dell’offesa alla donna si è impedito di cercare contraddizioni nel racconto su cui, in assenza di riscontri oggettivi o testimonianze terze, si pretendeva di basare l’accusa).
In Inghilterra, recentemente, hanno cambiato la legge (che invece prima era, ed è anche adesso per tutti gli altri casi, pienamente liberale) proprio per permettere questo (il discorso dell’ubriachezza è uno specchietto per le allodole, se sai leggere fra le righe!)

Ti parlo nel dettaglio del caso italiano. C’era una volta il codice penale coevo dello statuto Albertino, in cui, come a scuola ci insegnano dovrebbe sempre essere, spettava all’accusa l’onus probandi. Il regime fascista (sì, proprio lui, quello che ci raccontano essere stato sconfitto dalla storia e soprattutto espulso dalle leggi), avendo interesse a poter mandare in galera qualunque potenziale oppositore con qualunque pretesto, introdusse, nel Codice Rocco, la possibilità di basare la condanna sulla sola testimonianza della “persona offesa”, qualora ritenuta “credibile” dal “libero e motivato convincimento del giudice”, anche “in assenza di riscontri oggettivi e testimonianze terze atte ad avvalorare dall’esterno l’una o l’altra tesi”. In età repubblicana ci fu un grande dibattito, ai tempi dell’introduzione del nuovo codice penale, sull’opportunità di abolire questa porcheria giuridica (peraltro non sempre utilizzata dai giudici, i quali, in gran parte, sono o almeno erano, persone responsabili). Purtroppo prevalse la volontà di una certa corrente giuridica di mantenere questa “prerogativa” di quasi onnipotenza del giudice e, potenzialmente, dell’accusa. Dico “onnipotenza” perché i giudici così facendo avocano a sé il potere di considerare quale fonte di prova, sulla quale basare anche esclusivamente il convincimento di colpevolezza dell'imputato, la semplice parola dell'accusa (sentita formalmente anche come "teste", cosa non concessa all'accusato), solo perché il suo racconto è ritenuto (con argomentazioni sofistiche, ovvero basate non sui fatti ma sulle parole: roba da aristotelismo di Don Ferrante nei promessi sposi!) intrinsecamente più credibile di quello dell'imputato, “in mancanza di riscontri oggettivi o altri elementi atti ad avvalorare dall'esterno l'una o l'altra tesi” (come se, magicamente e sofisticamente, fosse possibile distinguere, nella stessa persona , nelle stesse parole, quanto dice la parte in causa con la testimone, come se, contro quanto mostrato da Kant, l'essere fosse un predicato, la verità di una proposizione fosse ricavabile solo dal suo senso logico in abstracto e non dalla sua verifica sperimentale concreta, come se i famosi “talleri” immaginati di kantiana memoria fossero qualitativamente diversi da quelli reali).
Basarsi sulla “credibilità oggettiva” (ovvero sul fatto che il racconto sia coerente, credibile, circonstanziato, ricco di particolari e privo di apparente voglia di infierire) e “soggettiva” (ricavabile da indagini sulla sua dirittura morale, sui suoi eventuali interessi a mentire, e sui suoi comportamenti abituali) senza più doversi ricondurre ai fatti, significa abolire il principio di realtà. Sul piano della mera “credibilità intrinseca”, allora non ci sarebbe più differenza fra un bravo romanziere (che racconta qualcosa di coerente, credibile, circostanziato, ricco di particolari, pacato ecc.) e un bravo storico (che indaga le fonti), tra una vera vittima che racconta e una furba che è andata dall’avvocato per farsi spiegare come raccontare qualcosa di credibile. E sul piano della credibilità soggettiva, di quale verifica stiamo parlando se indagare sull’intimità della presunta vittima diventa “seconda violenza”?

Così di fatto i giudici danno a qualunque donna (in qualsiasi momento e per qualsiasi motivi: capriccio, vendette arbitraria, voglia di risarcimento, gratuito sfoggio di preminenza nell'esser credute a priori, patologico bisogno di sentirsi vittime, rancore generalizzato verso il genere maschile, scommessa alla Don Rodrigo su come poter rovinare il primo che passa, mancanza della capacità di assumersi la responsabilità di certi comportamenti - magari in preda ai fumi dell'alcool e della trasgressione, di cui ci si pente a posteriori, fredda volontà di mascherare un tradimento o un pasticcio o di non lasciar conoscere un comportamento giudicabile troppo disinibito, e dunque dannoso per l'immagine di turris eburnea da cui molte traggono ancora in questo secolo desiderabilità e potere, o semplicemente paura di essere criticate da famiglia e amici per certi atteggiamenti erotici ecc.) il "diritto" di spedire in galera qualunque uomo con la sola parola, anche prima e anche senza riscontri oggettivi e testimonianze terze della presunta violenza, facendo valere come prova la vostra dichiarazione unilaterale e definendo a posteriori e secondo i suoi soggettivi parametri il confine fra lecito e illecito.

Tu dirai che, secondo la tua conoscenza, questo non avviene così spesso e che io sto esagerando. Non è così
1) non possiamo sapere quanto spesso avvenga, poiché conosciamo solo i casi di falsi accuse che vengono smascherati, non quelli che, proprio perché conclusi da una condanna ingiusta, finiscono nei “grandi numeri della violenza”;
2) i casi di violenza a processo sono qualche migliaio l’anno, non i milioni di cui parla la propaganda rosa, quindi è ovvio che tu non conosca vittime maschili del femminismo tra i tuoi amici, ma magari percentualmente non sono così rari;
3) se i casi sono ancora relativamente pochi (in Italia) è anche perché nemmeno le donne più stronze sono in genere consapevoli di queste “possibilità” (spiegate di solito dalle avvocate quando lo ritengono “utile” in una causa di divorzio), essendo, appunto, tanto contraria al diritto e alla ragione da non essere comunemente pensata come possibile in un paese occidentale. Eppure lo è.

**Anche nell’ancien regime non era una regola così quotidiana che un suddito fosse messo a morte per capriccio del re o per uno sguardo storto alla regina. Eppure era possibile. Ed è per questo che l’illuminismo aveva ragione a voler cambiare regime: bastava quella semplice possibilità a rendere il sistema contrario al diritto ed alla ragione.
Perché dunque oggi tu non ammetti che la semplice possibilità di essere condannati senza prove (e gli esempi non mancano) per un “errore sistematico” (come spero di aver spiegato) basti a definire il sistema occidentale (a parte ancora qualche eccezione) come non più liberale in termini di diritto?

Se tu togli dall’occidente questi cardini di civiltà che sono la presunzione di innocenza e l’oggettività del diritto (incompatibile con una definizione di reato lasciata a posteriori alla soggettiva sensibilità della presunta vittima, cosa peraltro non concessa, a proposito di parità, alla diversa ma non inesistente sensibilità maschile, la quale altrimenti potrebbe, provocatoriamente ma con pari diritto, reclamare l’istituzione, ad esempio, del “reato di stronzaggine”), allora rendi legittima la domanda: “e se mi avessero sempre mentito”?
Ovvero: se tutta la prosopopea sulla libertà e i diritti individuali fosse, in occidente, non un valore in sé come ci raccontano, bensì solo e soltanto un mezzo per giungere alla sola libertà di cui ai “liberali” interessi qualcosa, ovvero la libertà di scambiare merci e capitali (come, peraltro, sostiene dal 1848 quel famoso figlio del rabbino di Treviri che, forse, andrebbe sempre letto e riletto a prescindere da ideologie politiche e divisioni etniche)?

Permetti che davanti ad evidenze così inconfutabili di violazione del diritto e della ragione, nascoste dal sistema anzi fatte passare per progresso, io mi ponga questo dubbio?

E allora, da scettico quale sono, permetti che prenda in considerazione altre ipotesi di sistema in cui vivere?

P.S.
Possibile che, di tutto quanto ha lasciato il fascismo, si continuino a condannare elementi non intrinsecamente fascisti, anzi in alcuni casi civilmente condivisibili, quali il nazionalismo (doveroso per una nazione recente come la nostra, passata direttamente dalla retorica risorgimentale alla propaganda socialista anti-nazionale), l’ostilità (motivata da fatti storici come la vittoria mutilata) alle sedicenti democrazie occidentali, il liceo di matrice gentiliana (senza cui il boom degli Anni 60 non ci sarebbe stato per mancanza di valida classe dirigente, come ora), la concezione virile e guerriera dell’esistenza (senza cui la fiamma di cui parla @pussylicker non avrebbe significato), la ribellione aristocratica alle “idee moderne” (vale a dire, nietzscheanamente, le idee false) e non quanto davvero ha reso il fascismo una dittatura, ovvero la distorsione del diritto (che viene anzi elogiata dal femminismo giudiziario)?

Se è possibile, allora mi permetto di non credere all’antifascismo. I “democratici”, in tal caso, dimostrano di fatto di usare le leggi fasciste per esercitare o lasciar esercitare una potenziale tirannide di stampo femminista.

Beyazid_II
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17/04/2019 | 16:04

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@dell said:
Tutte queste cagate nazifemministe e politicamente corrette mettono sotto stress mentale i maschi che non hanno potere d'acquisto, quindi non hanno forza in un sistema capitalista. Chi ha forza (potere d'acquisto) se ne frega perchè a quelle cagate crede 1 donna su 100 mentre le altre 99 cercano l'uomo che serva da ascensore sociale: è il capitalismo, bellezza!

Frase vera e da incorniciare, ma due cose meritano di essere sottolineate:

1) non è un danno così trascurabile "mettere sotto stress mentale i maschi", perchè, nell'età in cui non si possono ancora aver dimostrato e conquistato doti e posizioni di prestigio o preminenza nella società, elementi quali la tranquillità mentale e la fiducia in sè sono ancora più vitali del denaro. E quindi è una violenza psicologica di massa. Anche se so che non interesse a nessuno (Zarathustra mi direbbe: "che importa di un sultano? si metta a sedere fra i due re falliti"), la mia vita è stata compromessa da quel tipo di propaganda antimaschile iniziata negli anni 2001/2002 (dove l'uomo era presentato o come un pezzo di legno da sollevare nell'illusione e gettare nella delusione, o come un bruto da colpire nel modo più doloroso e umiliante dai calci nelle palle alle pistolettate, o come un sacco senza valore da scaricare da una macchina in corsa - vedi Breil - o come uno stupido - confondendo stupore per la bellezza con mancanza di doti intellettive) e culminata con la Boldrini (sensi di colpa indotti, paura motivata di finire in galera senza prove, leggi o interpretazioni giuridiche apertamente discriminatorie, cultura ufficiale con lo stereotipo uomo=brutto, cattivo, sporco, brutale, rozzo, colpevole, semplice e donna=bella, buona, pura, raffinata, evoluta, innocente, complessa). Autostima distrutta e tensione sessuale colpevolizzata hanno non solo impedito di vincere le mie timidezze nella sfera sessuale (pazienza), ma mi hanno comunque distrutto la psiche (o quasi) sul lavoro (tanto qui lo posso dire: i miei colleghi non leggono). Sarò anche uno sfigato io, ma in un mondo in cui anche togliere l'amicizia su facebook è considerato violenza ed anche un complimento molestia, chi ha subito un tale trattamente psicologico potrebbe anche essere oggetto di attenzione dal "sistema" (come vedi, non sono diventato filo-iraniano per caso, ma per necessità di fuggire da una situazione mentale invivibile)

2) dillo piano: se tutti quelli che non possono spendere 10k al mese per l'indipay capiscono che sono frustrati o zerbini per colpa del capitalismo, allora nessuno riterrà più questo sistema tanto "bello"! Vuoi forse fare propaganda per lotta comunista?

La maggiore forza attuale delle donne giovani non dipende dalle cagate del nazifemminismo e del politicamente corretto - chi pensa questo è fuori strada - ma dalla demografia occidentale: poche donne giovani ambite da tanti maschi, sia giovani che maturi. E' per questo che le gnocche giovani sono in posizione di forza per scegliere, non certo per 4 gatte di femministe e per i notiziari della BBC.

Verissimo anche questo. Il privilegio delle donne (anche non più tanto giovani) è puramente natura, è invariante per contratto sociale ed inestinguibile tanto nel capitalismo quanto nel comunismo, tanto sotto il fascismo quanto sotto l'antifascismo, tanto con Hitler quanto con Stalin, Polpot o Mao. Questo è un principio. Però gli stati possono pur fare qualcosa per bilanciarlo!

Gli stati tradizionali davano ruoli diversi ai sessi in modo che anche il non-ricco avesse qualcosa di bramabile da offrire alle donzelle (possibilità di uscire di casa, prospettiva di vita dignitosa ecc.).

Gli stati liberali non ancora femministizzati davano la possibilità ai migliori fra i maschi di emergere nello studio e di conquistare con esso posti di lavoro prestigiosi e remunerati più della media, in modo da bilanciare il potere della bellezza.

Sono gli stati nazifemministi che, davanti alle disparità di numeri e desideri volute dalla natura, favorevoli grandemente alle donne, e da queste sfruttate senza limiti, remore nè regole, ci dicono: "peggio per voi che siete nati maschi" (mentre, sogghignando, si tengono ben stretti gli antichi privilegi come il corteggiamento assieme ai moderni diritti che non li giustificherebbero più), anzi ci sfottono "non siete in grado di tenere il passo delle donne", "non sapete accettare la parità" ecc. (ben sapendo che la condizione di partenza, per natura, non è affatto "pari", maledette mentitrici!)

P.S.
delle "cagate cui crede 1 donna su 100" te ne freghi fino a che non si fanno legge.
Poi quando spingono uno stato a vietare la prostituzione ti rendono o zerbino delle stronze che se la tirano o segaiolo represso.
Quando riescono a far approvare circolari di polizia con cui un questore può, senza nessuana sentenza, sequestrarti tutti i beni per la sola accusa di stalking (reato, ricordo, in cui sulla sola parola - a posteriori ! - di una donna si può essere senzionati per atti come telefonate, regali e complimenti e corteggiamenti altrimenti non reati) -accusa, non condanna - ti rendono come un esule ottocentesco.
Quando si infiltrano fra università e imprese e riservano posti alle portatrici di vagina ti rendono disoccupato e superato sul lavoro senza demerito.
E potrei continuare, ma devo andare dal dentista.

P.P.S.
Anche le altre 99 sfruttano le leggi (e le condizioni socio-economiche) che quell'1% ha ottenuto!
E come fai a scopartele in qualità di "ascensore sociale" se per programma di governo spostano ricchezza dal nostro genere al loro? Ti rendi conto che stai sostenendo un sistema che ci costringe a lottare gli uni contro gli altri a vantaggio delle melanzane?! Peggio che bestie in amore!

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 19:39

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@Itaconeti said:
@pussylicker

detto da te - che hai scritto che l'europa è morta nel 1945 con la sconfitta nazifascista e che hai fatto spesso allusioni antisemite - che qualcuno è vittima di propaganda fa scompisciare dal ridere

il problema è che scrivi spesso cazzate madornali - tipo che bisogna avere più paura di scopare in gran bretagna che in iran - che mi tocca correggere ricordando che oltre alle tue fantasie esiste anche la realtà

Da un punto di vista geopolitico, questo è oggettivamente vero. Da allora, al di là dei discorsi ideologici, non vi sono state più possibilità per l’Europa di “unirsi nella potenza” (l’europeismo auspicato da Nietzsche) e tutte le potenze planetarie sono state (e sempre più stanno diventando)extraeuropee (l’America prima, la Cina poi, ecc.).

Quello che il discorso di @pussylicker manca di sottolineare è che, purtroppo, il problema esce dalla dicotomia fascismo/antifascismo e rientra nella secolare incapacità degli Europei di concepirsi politicamente come tali. Anche prima della seconda guerra mondiale: tanto la Francia di Napoleone quanto la Germania del Kaiser si erano, al di là della retorica, sempre pensate come “Grande Francia” e “Grande Germania”, anziché come “primo mattone” di un’Europa unita. Ed ancora oggi è così: l’Europa di Aquisgrana è ormai un accordo bilaterale fra i due paese (relativamente) più forti a danno degli altri. Se almeno ciò servisse ad essere, come continente, competitivi contro Usa, Cina e India potrei pure accettarlo, ma l’evidenza dimostra che è vero il contrario: siamo sempre più una brutta copia degli Usa a livello di politica interna ed una colonia a livello di politica estera. Della serie: Europa e Unione Europea non sono sinonimi ma contrari.
Certo, parlando fuori dai denti, rimproverare agli europei di non rimpiangere il III Reich, quando questo ha trattato molti popoli europei (primi fra tutti i Polacchi) come bestie da soma non depone certo a favore della credibilità metapolitica di @pussylicker, ma non per questo tutto quello che dice è infondato.

Tornando al piano metapolitico, infatti è verissimo che le ideologie liberali e comuniste siano state da principio (Evola docet) due facce della stessa medaglia (il materialismo o, meglio, la sovversione egalitaria), le quali raggiungono il medesimo fine (massificazione della società, distruzione di ogni personalità superiore, riduzione dell’uomo ad animale da gregge, negazione di ogni dimensione “spirituale” – noi nietzscheani dobbiamo sempre mettere questo termine fra virgolette per non essere rinnegati dal maestro - o anche solo autenticamente artistica) tramite mezzi opposti (lasciar fare, emancipazione, divertimento, mancanza apparente di regole, apparente libertà di pensiero, società post-sessantottina e di facebook, insomma, contro totalitarismo esplicito, imposizioni sociali, coercizione, violenza politica, propaganda aperta).
Ed è ancora più vero oggi che l’orizzonte “valoriale” progressista altro non sia se non la fase ultima della sovversione dei valori denunciata da Nietzsche nell’Anticristiano: ai valori “ascendenti” (proprio in quanto “virili e aristocratici”, ovvero nati da ciò che vive in quanto vince e che vale in quanto si differenzia) su cui si è fondata l’Europa nei momenti più alti della sua civiltà (la Grecia di Omero, la prima Roma Repubblicana, l’India Vedica, la Persia Iranica, la Germania Sacra e Imperiale e, aggiungo sempre io all’elenco, il Rinascimento italiano) la sovversione sostituisce un sentimento del mondo femineo ed egalitario (perché pone il fondamento del valore e quindi del diritto nel fatto bassamente biologico di essere nati da una donna e, nel suo anteporre l’appartenenza alla specie alle costruzioni storiche delle diverse identità di sangue e spirito, fa tendere verso il basso del “tutto indifferenziato” primordiale), che, per dirla con le parole del Nostro, fa “di ogni verità una menzogna” (vedi, dico io, il primato storico conseguito a partire dalla rivoluzione neolitica dalle civiltà indoeuropee sulle altre fatto passare per “colpa storica”, “invenzione culturale”, o “razzismo”) e “di ogni valore un disvalore” (vedi, continuando con parole mie, i meriti scientifici di tanti singoli appartenenti al “genere maschile” fatti oggi passare come “prova di discriminazione contro le donne nella scienza”, al punto che sto vedendo i muri della mia facoltà tappezzati da propaganda culturale femminista del genere “processo alla ricerca” perché “senza donne non si può”) e conseguentemente chiama “barbaria” la civiltà (vedi le fondamenta etico-spirituali della civiltà romana bollate come “patriarcato” o “oppressione” da superare) e “civiltà” la decadenza (vedi le degenerazioni attuali esaltate come “progresso” e l’umanitarismo propagandato come “bene” quando altro non è se non la morale della debolezza e della rinuncia e della negazione di sè).

Era davvero quanto intendeva Hitler? Come lettore a suo tempo non prevenuto del “Mein Kampf”, ho i miei dubbi. E anche se fosse, come ho ripetuto fino alla nausea in passato, non vedo perché dovrei ritenermi per questo più legato al nazismo e ai suoi crimini di quanto non debba essere considerato complice di Robespierre, Lenin, Stalin e Polpot (ma potrei anche aggiungervi vari capi di stato occidentali da Leopoldo del Belgio a Bush Jr) chi sostiene ideologie egalitarie, progressiste o liberali.

per il resto sono ferocemente contro il nazifemminismo ma da un punto di vista libertario e cioè che ciascun maggiorenne nel sesso faccia quel cazzo che vuole senza reprimende moraliste

reprimende moraliste come quelle delle nazifemministe o dei liberal della bbc o come le tue in questo 3d

tu hai in odio la libertà sessuale esattamente come le nazifemminste o i liberal della bbc solo partendo da un presupposto diverso

il presupposto contro la libertà sessuale delle nazifemministe e dei liberal della bbc è il 'politicamente corretto' a cui le modalità del sesso secondo loro dovrebbero sottomettersi

il tuo presupposto contro la libertà sessuale - come hai scritto anche in questo 3d - è un tradizionalismo che sogna di rimettere indietro le lancette della storia tornando all'italietta sessualmente repressiva esistita fino a mezzo secolo fa

io invece sono per la piena libertà sessuale individuale - free o indipay o pay - tra persone maggiorenni e consenzienti

Le tue idee sono pienamente condivisibili. Paiono il condensato di quanto io stesso pensavo fino a 10-15 anni fa.
Peccato che, appunto come tu dici, esista anche la realtà. Nella realtà attuale i paesi (ex)liberali e (pseudo)libertari hanno sposato in pieno (chi più, come la GB, chi meno come la Germania) la causa nazifemminista, tanto da far approvare al Parlamento europeo l'infame risoluzione contro i clienti delle prostitute, tanto da siglare impegni per "ridurre il divario di genere sul lavoro" (il che significa quote rosa e campagne di demonizzazione contro gli uomini, soprattutto giovani, che riescono ad emergere in taluni settori, dipingendoli come "discriminatori", o, alla Murgia, come "figli privilegiati di mafiosi), tanto da eleggere a suo tempo una Boldrini a presidente della camera, tanto da continuare a promulgare leggi che fanno strage di principi come presunzione di innocenza e oggettività del diritto (spiegamo cosa c'entra con lo stato di diritto un'interpretazione legislativa di questo genere, che permette, come nel ragionamento aristotelico di Don Ferrante, di stabilire il vero basandosi sulle parole e non sui fatti: http://archive.fo/7UDkX), tanto da fare della televisione una grancassa propagandistica per il nazifemminismo degna di Goebbels (dai films alla pubblicità, passando per la cultura ufficiale, tutto quanto è sentito come femminile veine presentato come bello, buono, evoluto, pacifico, raffinato, tutto quanto è visto come maschile svilito come brutto, cattivo, primitivo, rozzo, violento, brutale), tanto da usare platealmente due pesi e due misure (si può, ad esempio, dire che "gli uomini sono tutte delle merde" ma non che "le donne non si intendono di calcio").

C'è chi tiene conto giorno per giorno dei fatti che la realtà di oggi ci mette sotto gli occhi:

https://stalkersaraitu.com/

C'è ancora chi ritiene sia possibile resistere qui in occidente. Io, al contrario, ritengo più credibile rivolgere le armi contro questo occidente che "non mi ama e non mi vuole" e schierarmi con l'oriente. A costo di lasciarmi irridere da chi, come te, si sente intoccabile (e spero per te che non ti capiti mai di doverti ricredere!). Io ho cambiato schieramento perchè ho tenuto gli occhi aperti, tu hai tenuto lo stesso schieramento perchè preferisci chiudere gli occhi!

E uscendo dalla prospettiva occidentalista, ho scoperto altre interpretazioni per quelle idee. Io solevo criticare le femministe accusandole di essere, appunto, simili a delle talebane, a delle sessuofobiche religiose. Era la mia arma retorica (che rivedo nelle tue parole). In verità, la questione, non è mai stata, essere sessuofobici o meno, ma trovare un modo per avere più o meno potere nella (o tramite la) sfera sessuale.

Perchè il sesso prematrimoniale era peccato per la chiesa? Perchè dispiaceva davvero a dio? No, perchè i preti volevano esercitare potere tramite il senso di colpa e la sovranità religiosa sul matrimonio!

Perchè per le femministe è male la prostituzione? Perchè offende davvero la dignità della donna? No, perchè permette anche agli uomini "normali" di avere la possibilità di godere della bellezza e del piacere dei sensi senza dover passare sotto le forche caudine del corteggiamento e senza dover offrire e soffrire tutto quanto la "dama" di turno pretenderebbe nei rapporti "free".

Perchè per me e per te è invece un bene? Perchè davvero crediamo alla retorica liberal-libertaria? No, perchè ci permette di esercitare la NOSTRA libertà sessuale.

Ecco quindi che nella misura in cui tu vedi possibile, all'interno del paradigma liberale e della morale libertaria, propiziarti i favori di tante donzelle interessate a quanto puoi offrir loro in termini di denaro e privilegio sociale, sei un sostenitore del liberalismo e della dottrina libertaria.
Allo stesso modo, nella misura in cui io, fino a 10-15 anni fa, mi immaginavo possibile fare altrettanto, ero altrettanto liberale e libertario.

Da allora sono cambiate due cose:
1) l'ascensore sociale, almeno in Italia, si è bloccato (quindi non è più credibile sperare di scopare di più aspettando di arricchirsi e di far carriera);
2) anche per chi è ricco e famoso, è sempre più difficile difendersi dal nazifemminismo avanzante tanto nella realtà (sempre più ampie fette di denaro e potere sono, per volontà politica o per effetto collaterale dell'economia, passate dagli uomini alle donne, sì che le vecchie possibilità di bilanciamento sociale delle disparità naturali diminuiscono per numero e convenzienza) che nella rappresentazione (sempre più leggi e costumi rendono difficile o pericoloso quel rapporti di "scambio" fra bellezza da un lato e denaro o altra utilità economica dall'altro).

Ecco perchè io, che in parte vivo e in parte prevedo una situazione ben diversa dalla tua (attuale), ho "cambiato idea".
Ma poi in fondo tu ed io la pensiamo allo stesso modo. Entrambi sappiamo che Nietzsche aveva ragione da vendere quando diceva che "l'uomo è nato per la guerra, la donna per il riposo del guerriero".
Solo che tu credi ancora possibile comprarti quel riposo con quanto la società ti permette ancora di guadagnare. E allora difendi a spada tratta QUESTA società. Io vedo già impossibile non solo e non tanto per me, quanto per i miei simili e i miei successori, trovare una venditrice o avere abbastanza denaro da comprare. E allora voglio realizzare il titolo del 3d (RIVOLUZIONE). Voglio far sì che quel riposo del guerriero venga concesso "di default" a tutti i bravi cittadini. Non per ideologia, ma solo per poter "vivere sopportabilmente", come tu (e del resto anch'io) sei (siamo) sempre riuscito (i) a fare nel mondo liberale e come il mondo liberale attuale inizia a non permettere più alla maggioranza degli uomini.

Io rispetto chi ha idee diverse dalle mie, ma non chi mi fa passare per imbecille (volendomi far credere davvero tenga per vere certe idee).
E comunque...

In guerra non conta da quali "presupposti" sei idealmente partito per scegliere lo schieramento, non contano il "punto di vista" delle idee che ti hanno spinto all'una o all'altra adesione: conta solo da che parte stai e come combatti.

E nella guerra attuale ci sono, come in tutte le guerre, SOLO DUE schieramenti. Dato che l’antifascismo (in tutte le sue versioni retoriche variabili dai liberal al comunismo) si è saldato con il femminismo, delle due l’una:

- o credi tanto alla narrazione del "male assoluto" da accettare di essere "anti-fa" nonostante le Michela Murgia che, raccogliendo risibili luoghi comuni sulla destra, si inventano i "fascistometri" sono le stesse che scrivono menzogne contro gli uomini (del genere "i bambini maschi sono come i figli dei mafiosi"). Nonostante la stampa mainstream che sostiene i cosiddetti "valori" dell'occidente sia la stessa che reprime la libertà di parola quando vorrebbero parlare gli anti-femministi, che inventa le fake news per screditare i dissidenti (vedi Strumia) o per giustificare le porcherie giudiziarie (vedi casi molto dubbi di "violenza sessuale" dove se la galera non è certa i giornali gridano allo scandalo o inventano versioni femministicamente distorte dei fatti), che dipinge l'uomo eternamente colpevole (anche solo per il suo desiderio di natura verso il corpo femminile, vedi le campagne anti miss-italia, anti-ombrelline F1 ecc.). Nonostante i (maledetti!) socialisti spagnoli che si ergono a paladini della "intelligenza" contro "la morte" (rappresentata per loro da Franco e dal fascismo) siano gli stessi che hanno creato le leggi speciali (quelle sì, fascistissime come metodo!) contro la violenza di genere (per le quali, lo ricordo, basta una telefonata per ridurre un uomo ad esule ottocentesco privato di "famiglia, casa, roba"), che cancellano persino "cappuccetto rosso" o la "bella addormentata" dalla scuole (perchè vogliono togliere ai giovani maschi qualunque possibilità di avere desiderabilità amorosa e valore sociale - fosse anche quella data dalla cavalleria del salvare una fanciulla - e ridurre anche gli adulti allo stato di impotenza tipico dell'età scolare in cui nulla si ha per "bilanciare" quanto all'altro sesso è dato dalla bellezza), che vorrebbero appena possibile vietare la prostituzione con la solita retorica della "dignità offesa" (per ora sono riusciti solo ad impedirne la legalizzazione);

- oppure te ne freghi dei giudizi morali della cosiddetta "storia" ( che peraltro, Machiavelli docet, dalla morale è distinta), te ne sbatti delle ideologie del novecento e stai, in QUESTO SECOLO, dalla parte di chi davvero (per qualunque cavolo di motivo ideale o idealista, materiale o materialista) odia e combatte il femminismo.

'consenzienti' vuol dire anche che non si scopano le ubriache - perchè non possono dare un consenso cosciente - e chi lo fa oltre a fare schifo può subirne giustamente le conseguenze

Questa prima o poi me la dovete spiegare. Come fa ad essere considerata non-cosciente una donna ubriaca quando è considerato cosciente (e quindi punibile senza attenuanti) l'uomo che, per ebbrezza alcoolica o altro tipo di alterazione psichica, stupra, uccida o commetta un qualunque altro reato? O la persona ubriaca è in grado di intendere e di volere o non lo è. A prescindere dal sesso. Qua invece vedo il solito doppiopesismo per cui se è donna è vittima, se è uomo è carnefice.

Io penso, da vecchio socratico nonostante tutto, che in uno stato fondato sulla ragione l'uomo debba sempre essere responsabile di se stesso. Se ha paura che ubriacandosi accetti di fare o subire qualcosa di cui poi si potrebbe pentire deve cercare di restare sobrio (appunto come Socrate) quando è in pubblico. Questo vale tanto per il maschio che non può giustificare una rissa o peggio con "ho alzato un po' il gomito" quanto per la femmina che non può dire di essere stata violentata dicendo "se non avessi bevuto non ci sarei stata".

Altrimenti la tua è un'idea di coscienza a senso unico alternato.

Beyazid_II
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15/04/2019 | 18:22

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@pussylicker said:
@itaconeti la sai la storia dell' ex calciatore di man city e nazionale inglese adam johnson? E non si è tolto nemmeno i vestiti di dosso, altro che scopare. Sì, una sentenza del genere mi fa più paura dell'iran.

Puoi fare tutti gli esempi che vuoi. I "liberali" risponderanno sempre che qui c'è libertà. Per capire che non siamo più nel secolo in cui gli stati sedicenti liberali lo erano davvero per gli uomini-maschi, forse certa gente ha bisogno di vivere sulla propria pelle esperienze come quella di DSK o di Weinstein.

Altrimenti, saremo sempre noi ad avere le "fobie". Che sono poi semplici previsioni di quello che può accadere laddove, nella realtà effettuale, parole come "diritto" e "ragione" vengono distorte dal nazifemminismo.

Molti uomini chiudono gli occhi di fronte all'orrore di quella "vagina a cielo aperto" che è l'occidente e lo difendono proprio perchè in loro stessi fingono che non sia quello che è purtroppo diventato negli ultimi anni.
Presunzione d'innocenza e oggettività del diritto non sono valori negoziabili. Eppure l'occidente "libero" li ha scambiato per i vantaggi che trae dal femminismo. Ecco perchè, almeno per quanto mi riguarda, mi schiero dall'altra parte.....altro che nostalgia per vecchie teocrazie...

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 18:01

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@cavalinho said:
Non diciamo minchiate. Pagando scopi tranquillamente. Certo se sei ricco e in vista ci può essere la furbetta che ne vuole approfittare, oppure il ricco che pensa di cavarsela con l obolo che versano tutti gli altri.
Qualche anno fa un noto giocatore di calcio brasiliano organizzava feste dove non badava a spese negli hotel più belli, e le marchettone che arrivavano, magari le stesse che su rosa rossa con 100 euro te le scopavi, probabilmente prendevano cifre maggiori 5/10 volte.
Tutto per fare in modo che tutti siano contenti e nessuno interrompa il gioco. Se sei ricco e famoso paghi anche di più per la tranquillità, la riservatezza.
Poi per carità à volte entrano anche in gioco altri fattori (tipo come per strauss khan) dove magari uno che ha interesse a farti cadere fa scoprire la cosa.
Cmq in ogni caso non si può mettere a paragone i pericoli che si hanno in certi paesi tipo irán, con quelli che si hanno qui...

Scopi tranquillamente nei paesi dove la prostituzione non è ancora reato.
Prova a scopare "tranquillamente" in Svezia, Francia o Israele.....

Dove è reato, scopare a pagamento è "tranquillo" come da noi lo è comprare e vendere droga: finchè decidono di lasciarti stare ti va bene.

E comunque, come fai a stare tranquillo sapendo che chiunque, raccontando ad un magistrato un racconto "credibile e coerente" possa farti finire dietro le sbarre a prescindere da quanto hai fatto?

L'unica tranquillità te la danno gli fkk con telecamera!

Chi dice che "pagando si scopa", evidentemente, parla per sentito dire (da un altro secolo) e non ha mai provato a pagare dove davvero la prostituzione è reato.
Io ho provato (circa 15 anni fa) a scopare pagando negli USA (dove era ed è illegale) e ho ottenuto di spendere (per due volte) più di 1000 dollari per sentirmi dire, al momento clou: "No sex. These are United States", alla mia rimostranza ("ma come, ovunque nel mondo pagando quelle come te si scopa"). Da allora è nato il mio "fuck united states".

Beyazid_II
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15/04/2019 | 17:53

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@Itaconeti said:

@Beyazid_II said:

Io, ad esempio, ho sempre scopato solo pagando, quindi non accetto mi si dica che “vivo in un’altra realtà”: io vivo nella realtà italiana (altrimenti detta “melanzania”) che descrivo per come essa è e non per come dovrebbe essere secondo la retorica libertaria e la narrazione antropologica…

quindi hai avuto la libertà di scopare pagando

quella che per la narrazione libertaria dovrebbe essere liberalizzata come in svizzera-austria-germania

in iran per scopare pagando rischiavi 100 frustate perchè il matrimonio di 24-48 ore non lo celebrano con le prostitute

e comunque solo i ricchi - e non un qualsiasi prof universitario - in iran hanno i soldi e le conoscenze per mettersi al sicuro in questo modo

in ogni caso se l'iran come avevi scritto è il posto più simile alla repubblica dei sapienti vagheggiata da platone non capisco perchè non provi a trasferirti

o almeno a passarci una larga parte dell'anno grazie alla grande 'flessibilità' di lavoro permessa in italia ai prof universitari

perchè insistere a stare in questo schifoso occidente sputando veleno quando c'è la felicità di una repubblica di platone in terra che ti attende?

Ti rispondo con una battuta: è risaputo che la repubblica di Platone non può offrire gli stessi divertimenti dell'Atene "democratica".
Se, fuori metafore, l'occidente avesse dato segno di restare simile a Svizzera, Austria e Germania, non avrei mai sognato l'Iran.

Poichè invece vi è più di un segno che queste nazioni rischino di cambiare direzione in tema di prostituzione (e non solo), fra due regimi preferisco quello che si oppone alle femministe.

Comunque stai tranquillo che prima o poi andrò davvero in Iran. Basterà che qualche prorettrice alla parità di genere mi faccia saltare i nervi e gridare verità ben più pesanti di quelle presentate da Strumia nelle slides della discordia:

https://alessandrostrumia.home.blog/

Al contrario del mio collega, non sarei in grado di sopportare tante menzogne e tante ingiustizie su di me senza prendere provvedimento ben più drastici di generiche vie legali.
Tanto più che io non ho i numero di Strumia (che, curruculum alla mano, è un gigante scientifico al confronto di chi lo critica) e quindi butterei via una ben più misera carriera rinunciando all'occidente per Teheran.

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 17:45

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@Itaconeti said:
@pussylicker

uno che ha più paura di scopare in uk che in iran si definisce da solo e non serve aggiungere altro

Si definisce un preveggente, o almeno un uomo con gli occhi aperti.

Chi ha paura di scopare in UK più che in Iran vede tutto il potenziale pericolo di leggi e costumi che permettono di mandare in galera qualunque uomo sulla parola di qualunque donna anche prima e anche senza riscontri oggettivi o testimonianze terze della presunta violenza (anzi, lasciando alal presunta parte lesa il "diritto" di definire a posteriori e secondo i proprio soggettivi parametri il confine fra lecito e illecito, contro ogni principio di oggettività del diritto) e che, sistematicamente, considerano (con una ridotta considerazione della volontà e della responsabilità femminile veramente degna del più primitivo dei patriarcati greco-antichi) la donna "vittima" di default (tanto da considerare automaticamente violenza situazioni che, a parti invertite, non lo sarebbero: vedi il caso di due sballati fra i fumi dell'alcool e della seduzione che scopano, visti come "due trasgressivi" o come "vittima e stupratore" a seconda non di un dato oggettivo, ma del sesso di chi decide di denunciare l'altro/a perchè insoddisfatto/a o perchè ha cambiato idea a posteriori)

Almeno, vede l'insostenibilità di un sistema che si definisce liberale e di diritto ma che, come l'Inquisizione, si permette di condannare l'imputato sulla base di parole e non di fatti, negandogli diritto alla difesa con il solito trucco del "mettere in discussione la parola della donna è una seconda violenza" (corrispettivo moderno del medievale "mettere in discussione l'accusa di eresia è un'ulteriore prova di colpa e un'offesa a dio").

Chi nega che si debba avere in UK paura di scopare come e più che in Iran non vuole guardare la realtà.
Forse perchè è troppo brutta per ammetterla per vera (infantilismo maschile proprio da parte degli "uomini denim").
O forse perchè si sente protetto dai propri soldi e dalla propria posizione sociale (eppure a DSK e a Weistein non sono bastati nè i soldi nè il potere a difendersi dal nazifemminismo).

Perchè ho più paura in UK che in Iran?
Perchè nel primo caso verrei messo alla berlina come un maniaco, come un pervertito, come un mostro che nessuno avrebbe l'ardire di difendere.
Non interverrebbero in mio favore nè amici nè avvocati (perchè fare "domande scomode" alla "parte lesa" ci "porterebbe indietro di 30 anni", come ha detto l'infame togato che ha condannato senza prove il carabiniere accusato dall'americagna a Firenze). E per la televisione sarei "lo stupratore" senza appello.
Nel secondo caso, avrei, come occidentale, almeno la possibilità che l'ambasciata possa intervenire. E che la TV monti una campagna stampa in mia difesa.

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 17:32

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@Itaconeti said:

@pussylicker said:
@itaconeti guarda che cavalinho ha detto "Non è un caso quello che succede nei paesi islamici....proprio perchè non scopano". Che c'entra la tua risposta? Volevo sapere cosa succede in tali paesi a causa della maggiore restrizione sessuale e tu mi citi le leggi che impediscono il sesso prematrimoniale.

quindi secondo te 100 frustate o fino a 2 anni di galera a un ragazzo e una ragazza non ancora sposati perchè hanno fatto sesso non sarebbero restrizioni sessuali?

se non ti bastano come restrizioni aggiungo che nei paesi islamici fondamentalisti - a partire dall'iran - c'è la pena di morte per adulterio e omosessualità

Poi scrivi "E poi c'è anche una via di mezzo tra le frustate per il sesso prematrimoniale e una massa di drogati quali siamo noi su gnoccatravels, nell'italia di 20/30 anni fa nessuno ti frustava e nessuno aveva le ossessioni che abbiamo noi qui (io sono il primo eh), e se vai su italian seduction è pure peggio"

nell'italia di 20/30 anni fa - i mitici anni 80/90 - c'era molta più ossessione sessuale di adesso sia nella realtà che in tv solo che non c'erano i social

Poi scrivi."Tra chi è ossessionato col fare numero (ce l'ho), chi col collezionare bandiere (ce l'ho), chi spende migliaia di euro in puttane (mi manca), chi va con gli scambisti (mi manca), chi con le ons (ce l'ho), chi va a trans (mi manca), qua stiamo a pezzi veramente,"

si chiama libertà sessuale individuale ma se ti dà fastidio puoi andare a vivere in un paese islamico fondamentalista dove la libertà sessuale individuale non c'è

Sì, saranno restrizioni, ma almeno l’immaginario collettivo non è a tal punto riempito di “tette e culi” (sia detto anche nel senso figurato di quella sopravalutazione estetico-filosofica della figura femminile all’apice oggi nell’occidente “emancipato” ed invero figlia più del medioevo stilnovista che non dell’emancipazione illuminista!) da portare il desiderio naturale maschile ai livelli quasi “patologici” di oggi!

E poi sono restrizione che hanno un fine magari non condivisibile ma almeno comprensibile: rinsaldare la struttura sociale fondata sulla famiglia e l’identità nazionale basata sulla stirpe (nel caso, iranica).
Qua, invece, la sessuofobia femminista ha il fine opposto della disgregazione sociale ed etnica (e non serve essere “complottisti” per capirlo: basta tenere gli occhi aperti e il cervello collegato davanti a quella propaganda pseudoculturale così ben riassunta da @pussilicker).
Insomma, sacrifichiamo l’eudemonia per un fine anti-anagogico!
E anche se non vi fosse questo “razzismo al contrario”, vi sarebbe comunque l’intento palesemente antimaschile: vietare ad adulti consenzienti di scambiare sesso per denaro (come avviene in Francia, in Svezia, in Israele e in tutti i paesi più “progrediti” e “antifascisti”) sulla basi di “nomi sanza soggetto” come quelle della “dignità della donna” (che in realtà esiste come dignità delle singole donne che in un mondo libero dovrebbero al contrario decidere autonomamente cosa è più o meno dignitoso/vantaggioso per la loro soggettività, e non essere accumunate nella figura della “vittima” a partire dalla quale si stabiliscono le politiche antiprostituzione) non ha alcuna motivazione sociale, se non, appunto, rendere sessualmente apolide il maschio. Nazifemminismo allo stato puro sostenuto dagli stati “antifascisti”.


Poi scrivi:"> Poi premesso che a me dell'iran non me ne frega un cazzo, non so perchè continui a nominarlo, mi viene spontanea una domanda. Ma se tu scopi a casa tua, la polizia religiosa come ti becca? Mica vai a scopare fuori la moschea."

tu hai chiesto delle restrizioni sessuali nei paesi islamici e quindi ho esaudito la tua richiesta a partire dall'iran che è il paese sessualmente più restrittivo di tutti

rispondo anche alla tua nuova domanda sul come la polizia religiosa ti becca in casa

un vicino fanatico o a cui stai sul cazzo telefona alla polizia religiosa

la polizia religiosa arriva e ti trova con una ragazza che non nè tua moglie nè tua sorella

se sei ricco e non sono dei fanatici li paghi e fanno finta di crederti che è tua sorella

se i soldi non li hai accertano che sei in casa con una ragazza che non è nè tua moglie nè tua sorella

il tribunale della sharia vi condanna entrambi a 100 frustate in pubblico

se sei straniero e interviene l'ambasciata è probabile che le 100 frustate vengano commutate in espulsione a vita dall'iran

Beh, in fondo allora è come in occidente (libertà personale proporzionale alla ricchezza).
Anzi, in occidente manco i miliardari sono al sicuro, perchè le leggi americane possono sbattere in galera sulla sola parola dell'accusa anche un presidente del FMI come Strauss-Kahn e il me-too può rovinare anche un uomo progressista di successo come Weinstein.

E per cose, in fondo, non certo più gravi di quelle contestate ai tromboamici iraniani.

Beyazid_II
Newbie
15/04/2019 | 17:28

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@Itaconeti said:
@pussylicker

per esempio succede che in iran vige la sharia e il sesso fuori dal matrimonio è illegale e viene punito con 100 frustate

100 frustate non solo per la prostituzione o l'adulterio ma anche per il sesso prematrimoniale perchè la norma punisce indistintamente tutte le forme di sesso fuori dal matrimonio

e la norma vale sia per le donne che per gli uomini

Almeno lì c’è parità!
Non come da noi, dove la donna ha diritto a mostrare e l’uomo ha il dovere di non guardare quanto è mostrato (altrimenti, come quel tale di Lecco già 11 anni fa, rischia una condanna per aver fissato troppo le tette della dirimpettaia), dove la prima ha il diritto a suscitare disio (nel modo che vuole e per il tempo che vuole, dall’innocente scoprire le gambe per strada all’intenzionale “fare la stronza” nei modi da me più volte specificati) e il secondo ha il dovere di non esprimerlo (altrimenti, non dico una mano sul culo – fatto ormai punito, in proporzione agli ordinamenti penali vigenti, con l’equivalente economico-giudiziario delle 100 frustate iraniane e dei 2 anni di galera marocchini, ma anche solo un complimento giudicato a posteriori troppo “pesante” può costare addirittura la carriera grazie all’ondata neofemminista del “me too”), dove, di fatto, la donna, potendo contare su quelle disparità di numeri e desideri nell’amore sessuale ad essa favorevoli (e da essa sfruttati in ogni modo tempo e luogo senza limiti, remore, né regole), può sempre decidere quando, quanto e con chi “accoppiarsi”, mentre l’uomo (dovendo sottostare ad una situazione naturale sfavorevole che l’ordinamento sociale ormai non gli consente più di bilanciare con lo studio, il lavoro, la posizione sociale, cultura, il denaro, il potere) deve, se gli va bene, sottostare alla scelta altrui (accontentarsi e pagare comunque, in denaro e altri termini), se gli va male, vivere nella frustrazione sempiterna del proprio disio.

i giovani ricchi risolvono il problema pagando lautamente ogni volta un prete sciita che celebra un matrimonio temporaneo - 24 o 48 ore - che li pone al riparo dalla polizia religiosa

i giovani non ricchi - quindi quasi tutti - hanno l'alternativa tra l'autorepressione sessuale e rischiare ogni volta 100 frustate se beccati dalla polizia religiosa

Non è mica poco poter uscire dalla situazione di frustrazione “pagando il biglietto” come a teatro (mia vecchia definizione di “escorting”). In Svezia, Francia e Israele (ovvero presso i nemici dell’Iran) ciò non è più possibile. E negli altri paesi occidentali, a causa della riduzione del valoro “socio-sessuale” del maschio, conseguenza diretta del femminismo, è l’unico modo rimasto per non farsi seghe (il pubblico sempre più giovane numeroso degli FKK lo dimostra). E quindi destinato a diventare sempre più costoso (bei tempi quelli in cui anche l’italiano medio poteva permettersi le escort…).

simile è la situazione anche nei paesi sunniti dove viene applicata la sharia come per esempio l'arabia saudita

perfino nel moderatissimo marocco il sesso fuori dal matrimonio è illegale

ma - non essendoci la sharia - non viene punito con 100 frustate ma solo con il carcere fino a 2 anni

e c'è molto meno rischio di essere beccati perchè non esiste un'apposita polizia religiosa a indagare

in conclusione se pensi che danneggi meno il tuo equilibrio psicofisico non scopare che l'ipersessualizzazione allora l'iran è il posto giusto per te per vivere meglio

Forse qualcuno è troppo ricco per capire che per i non-ricchi la situazione italiana è già a livello di quella dell’Iran in quanto a possibilità di scopare realmente (e non solo di raccontarlo: per il sesso parlato, ammetto che in occidente abbiamo più libertà…). Io, ad esempio, ho sempre scopato solo pagando, quindi non accetto mi si dica che “vivo in un’altra realtà”: io vivo nella realtà italiana (altrimenti detta “melanzania”) che descrivo per come essa è e non per come dovrebbe essere secondo la retorica libertaria e la narrazione antropologica…

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