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Metafisica dell'Amore Sessuale e Dintorni

INTRODUZIONE

Nella "Metafisica dell'amore sessuale" Schopenhauer dice che NELLA SESSUALITA' gli uomini e le donne non sono mossi dal LIBERO ARBITRIO, ma dal GENIO DELLA SPECIE.
I primi sono spinti dalla brama di bellezza e di piacere a disiare al primo sguardo il maggior numero possibile di femmine, fatalmente attratti dalle loro forme (ivi comprese, come vedremo nel dettaglio e come comunque sappiamo, quelle rotonde dei seni) e dalle loro chiome, mentre le seconde sono parimenti spinte a farsi desiderare dal maggior numero possibile di maschi, in modo da poterli mettere alla prova e selezionare colui che fra tutti eccelle nelle qualità da lei volute (se fosse mossa da ugual desiderio non potrebbe selezionare efficacemente).
Tutto ciò non è voluto dalla Società, ma dalla Natura (la quale persegue i propri fini, che attendono alla conservazione, alla prosecuzione e all'evoluzione della specie e della vita e non coincidono con quelli degli individui, i quali si volgerebbero invece alla Felicità, ad un concetto diverso). La società al massimo può variare i concetti di bellezza e di eccellenza cui naturalmente donne e uomini saranno portati a desiderio e perseguimento, ma non lo schema di cui sopra, che è semplicemente NATURA e non ha nulla a che vedere neppure con l'educazione, la cultura, il gusto e l'animo individuale. I desideri di natura non cambiano per contratto sociale, né per volontà del singolo.

Non possiamo infatti scegliere chi e cosa ci deve piacere, altrimenti non si chiamerebbero passioni (dal latino "patior": subire). E' la natura che, tramite i desideri più veri e le pulsioni più profonde, ci fa bramare con tutto il nostro essere le doti a lei più utili. Non è dato sentirsi appagati nell'ambito amoroso senza seguire e soddisfare tali desìi.

Anche tutte le contro-argomentazioni fondate sul fatto che (ovviamente) uomini e donne si cerchino senza pensare alla riproduzione non hanno valore in quanto, nell'ambito sessuale, è la natura (e non certo il pensiero o il libero arbitrio), a far sì che al nostro sguardo, al nostro tatto, ai nostri sensi tutti e persino al nostro intelletto, risultino in genere desiderabili gli individui del sesso opposto con determinate caratteristiche, immancabilmente correlate alla sfera riproduttiva e utili non a noi ma alla nostra discendenza("che ci corrispondono individualmente", direbbe il filosofo di Danzica). Ad esempio:

"Un seno femminile turgido esercita un'attrattiva straordinaria sul sesso maschile perché, stando esso in rapporto diretto con le funzioni riproduttive della donna, promette nutrimento abbondante al neonato. Invece le donne eccessivamente grasse suscitano in noi repulsione: la causa è che una tale costituzione indica atrofia dell'utero: cioé sterilità; e non è la mente, ma l'istinto a saperlo".

Schopenhauer scriveva questo quasi due secoli fa; oggi, anche solo cercando su google o sulle news di yahoo, potete trovare decine e decine di articoli divulgativi dove vengono esposti (o, per essere precisi “raccontati”) i risultati di ricerche di biologia, etologia, genetica o neuroscienza che spiegano questo così come tanti altri “meccanismi” dell’attrazione e del comportamento sessuali a suo tempo trattati ad uno ad uno dal nostro Arturo. E’ vero che, a volte, il taglio “giornalistico” (per non dire “sensazionalistico”) di tali articoli fa effettivamente sorridere (come quando si afferma che “gli uomini pensano al sesso ogni cinque minuti”, dimenticando come, se opposti-complementari sono i desideri naturali delle donne, e se mostrarsi belle, attrarre, mettere alla prova ed indagare con le parole sono un’espressione comportamentale, spesso inconscia, dell’istinto femminile elevato all’umano, allora con tutto il tempo speso dalle donne in cura del corpo, scelta dei vestiti, attività sociali e chiacchiere con l’altro sesso, si potrebbe anche sostenere queste pensino al sesso continuamente, o come quando, con evidente tono irrisorio verso il nostro sesso, si sparano titoli del genere “bastano dieci minuti ad una donna per fare di un uomo un cretino”, quando se appariamo subitaneamente “stupidi” a volte innanzi alla bellezza femminile, piuttosto che ad una nostra cretineria innata, si dovrebbe pensare alla radice comune alla parola “stupor”: stupore innanzi a quanto, come le parvenze suscitanti disio, non può essere compreso dall’individuo – in questo caso proprio perché, come appunto l’istinto sessuale, in quanto “sospiro della specie”, ci trascende – ed in quanto tale profonda, inesausta, inesauribile fonte d’ispirazione, negli uomini nati per le cose dell’intelletto, o comunque “meno cretini della maggioranza”, per quella creazione di immagini e suoni con le parole chiamata poesia, molto più di quanto potrebbero mai spiegare tutte le cause addotte dalle femministe per giustificare la minore presenza di donne nell’arte – si noti che la meraviglia è anche la sorgente del desiderio di conoscenza dell’ignoto senza cui neppure la scienza non sarebbe mai esistita). E’ però altrettanto vero che il legame fra la biologia, l’etologia (il comportamento degli animali ed in particolare dei mammiferi cui apparteniamo) e le origini filogenetiche di istinti e comportamenti diffusi nella nostra specie potrebbe difficilmente essere messo in dubbio senza appellarsi a qualcosa di extra-naturale.

Il fatto che un filosofo riesca ad anticipare con tanta esattezza conclusioni verificate sperimentalmente secoli dopo dovrebbe, se non far gridare al miracolo, almeno costituire un elemento di autorevolezza nel dibattito sul pensiero.
Schopenhauer è stato il primo a formulare una filosofia che non fosse pura speculazione astratta o moraleggiante (come Kant) ma che fosse al contrario fondata sull’osservazione del mondo naturale quale gli poteva essere noto con il livello scientifico di allora. La sua invidiabile familiarità con gli Antichi gli permetteva di ricollegarsi direttamente alla “scienza dei fatti” della civiltà “pagana”, saltando a più pari gli “spiritualismi” e gli “idealismi” di una filosofia che, anche se non più nominalmente “cristiana”, manteneva ancora del cristianesimo la tendenza a vedere l’uomo separato dalla natura (che in Hegel è difatti soltanto “pattumiera” dell’universo). Certo, la sua comprensibile reazione di fronte al “mondo come volontà” cieca di propagazione della vita e dei suoi istinti, totalmente indifferente alle esigenze “tutte umane” e individuali di “bene” e di “felicità”, fu di “orrore”, al punto da concepire un pessimismo più nero (almeno secondo il De Sanctis) di quello del Leopardi e di rifugiarsi nel “no alla vita”, nel “Nirvana”. Anche in questo, però, dimostrò un’apertura mentale superiore ai suoi contemporanei: smise di guardare al cristianesimo o all’idealismo (nuova religione d’Europa, specie in Germania) per scoprire perle di saggezza orientale che l’eurocentrismo della filosofia aveva fino ad allora ignorato. E’ a lui che si deve la prima diffusione di idee come quelle Buddhiste.
Tale apertura mentale, unita al fatto di poter dedicare l’intera vita allo studio (tanto umanistico quanto scientifico) e di essere intimamente solitario, gli ha permesso di guardare al mondo con molto più disincanto, molto più disinteresse e, soprattutto, molto più rigore, di quanto potessero fare i suoi critici, perennemente alla ricerca di stipendi e applausi. Il fatto di poter contare su una consistente rendita paterna ha reso oggettivamente più obiettivo qualunque suo giudizio filosofico rispetto, ad esempio, all’accademico Hegel stipendiato dall’università prussiana e quindi in fondo pagato per mostrare lo “stato” come “massima espressione dello spirito umano” nella sua “fenomenologia”.
La fortuna di Schopenhauer si scontrò allora contro quella dell’idealismo tedesco: alla ricerca della “verità in objecto” attraverso l’osservazione della natura e la dura disposizione di sé ad accettare anche conclusioni contrarie alle proprie aspirazione eudemoniche, i suoi concittadini preferivano quella mediata dalla “dialettica hegeliana”, che li mostrava come “figure dello spirito” in grado di “marciare vittoriosamente” lungo il “corso della storia”.
In Italia, ad esempio, l’opera di Schopenhauer venne “declassata” rispetto a quella dell’altro grande pessimista ottocentesco, il Leopardi, in fondo soltanto perché, secondo il De Sanctis (autore di quell’agghiacciante dialogo fra i due viaggiatori del treno che comparano le due filosofie, amorevole nei modi e nelle apparenze, ma ferocemente ideologico nella conclusione che si fa perfidamente emergere dalle garbate battute), non “faceva sorgere in petto” il desiderio di “amore, patria, libertà” (al contrario, a suo dire, di quella dell’Infelice Recanatase).

Anche nei secoli successivi del dilagare del Marxismo (che aveva preso Hegel davvero troppo sul serio, finendo per annacquare le genuine intuizioni di Marx su molti aspetti oggettivi, a volte anche scientifici, dell’economia e della società, con le illusioni del positivismo e le fumisterie del progressismo da cui siamo tuttora inondati), Schopenhauer continuò ad essere emarginato (tanto che il suo unico discepolo, dopo Nietzsche, può essere considerato l’isolato Carlo Michaelstedler). Semplicemente, affermare che l’infelicità umana derivasse dalla condizione esistenziale dell’individuo, nato dal nulla e destinato a tornare nulla, dopo un’esistenza nella quale la natura del piacere è per lo più breve o immaginaria mentre quella del dolore è persistente e reale (si veda il celebra brano della gazzella e del leone) era in contrasto con i dogmi marxisti secondo i quali una sorta di paradiso terrestre sarebbe stato possibile “cambiando i rapporti di produzione” e “rivoluzionando la società”.

Perché oggi, che anche il marxismo è finito nella pattumiera della storia assieme ad Hegel, c’è ancora chi chiama “pipparolo” Schopenhauer?
Sempre per motivi politico-ideologici, come nei due secoli precedenti. Viviamo infatti nel “secolo americano”. Negli Stati Uniti il mondo scientifico si è a suo tempo formato sulla teoria “behaviourista”, secondo la quale gli individui sarebbero “tabulae rasae” a cui sarebbe possibile insegnare di tutto, con opportuni stimoli ambientali. Non ci sarebbe quindi alcuna differenza innata fra un individuo e l’altro e tutti sarebbero come hardware universali su cui sarebbe possibile far funzionare qualunque software. Nata scientificamente come “estensione” della teoria pavloviana dei “riflessi condizionati”, tale teoria è divenuta ideologia in America, tanto che la potete ancora vedere rappresentata in continuazione dalla cinematografia (come in “una poltrona per due”, come in tutte le “belle storie” in cui l’uomo qualunque “se ci prova ci riesce”, e come in fondo in gran parte dei films, dove, a differenza delle opere europee, l’interiorità dei personaggi è assente, ed anche i protagonisti delle storie più mirabolanti paiono rappresentare solo un “uomo-tipo” che si comporterebbe come ragionevolmente farebbe lo spettatore-medio). Insomma, un’ideologia che a parole vorrebbe esaltare l’individuo e la sua libertà, cancellerebbe l’idea stessa che l’individuo abbia una sua identità propria (quindi non data dall’ambiente), sostenendo che, alla nascita, sarebbero tutti “indistinguibili” l’uno dall’altro (come tanti pezzi prodotti in serie). Perché stupirsi dunque se negli Usa l’unico valore che classifica gli uomini è il denaro?
Questo perché nella costituzione americana sta scritto “noi crediamo che gli individui siano creati uguali”. Appunto, direbbe Schopenhauer, “o si pensa o si crede”. Ecco l’elemento extra-naturale di cui si diceva prima, indispensabile per poter negare la biologia e quindi l’etologia come strumenti di indagine sull’uomo: l’ideologia politica (in questo caso quelle egalitario-progressista di stampo yankee).
Continuino pure, lorsignori, a credere. Noi preferiamo pensare. Torneremo in successivi capitoli sulla critica al concetto di uguaglianza. Qui occorre soffermarsi sul verbo “sono creati”. Qui è la prima delle menzogne egalitarie. Gli uomini non sono stati creati da un Dio fuori dal mondo. Sono semplicemente stati generati dalla Natura nel corso di milioni di anni di evoluzione. Come già intuito da Nietzsche l’individuo non è un punto isolato da studiare e valutare fuori dal tempo e dallo spazio (come fanno le dottrine eudemoniche, individualiste e liberali), ma è, in un certo modo, solo la “posizione” che la traiettoria della “vita” (ascendente o discendente) assume in un dato momento ed è quindi studiabile e valutabile solo tenendo conto della sua storia contenuta nei geni. Va bene che parlare di “fase della parabola della vita” potrebbe giustificare arbitrarie associazioni di idee fra genetica e valutazioni morali (tipo razzismo biologico), ma non è certamente un comportamento degno dello scienziato nascondere la verità per paura che questa venga usata a sproposito. Mica dobbiamo fare come il venerabile Jorge nel Nome della Rosa!

Non si sta qui sostenendo una sorta di “determinismo genetico” cancellando ambiente e cultura: non è vero neanche che tutto l’individuo sia descritto dai geni, essendo la sua personalità certamente frutto dell’interazione con l’ambiente e, per chi la pensa come me, delle proprie scelte autonome. Si sta solo dicendo che non si può studiare cosa sia l’uomo (come vorrebbe l’antropologia) ignorando totalmente la sua storia genetica (sia individualmente, sia a livello di gruppi umani). Detta in altre parole, è vero che qualunque sia la predisposizione genetica, nessuna qualità potrà essere sviluppata nell’uomo se questo ne viene impedito dall’ambiente (nessun potenziale musicista diventerà Chopin se nessun maestro gli farà amare la musica), ma è anche vero che nessun ambiente potrà far nascere dal nulla qualità per le quali un uomo non sia portato geneticamente (un diciassettenne qualunque non diventerà mai come Max Verstappen, vincente due anni fa al debutto, per quanto lo si faccia guidare continuamente dai 3 anni d'età in poi). Chi nega questo dovrebbe spiegare come sia possibile che le doti (e le differenze) descritte come “dipendenti da ambiente e cultura” (e quindi trasmesse dall’educazione “a prescindere dai geni” secondo gli antropologi) si siano, in principio, generate dal nulla, da un ambiente che non le conosceva (e quindi non le poteva insegnare), senza che vi sia stata, in qualche individuo o gruppo umano, una predisposizione naturale (ovviamente in senso totalmente casuale, non certo “provvidenziale”, intendo del genere “per caso quel gene ci ha resi bravi in questo” e non “stava scritto nel destino…”).

Tanto nell’educazione quanto nella “filosofia” si fa invece finta che “non esistano doti innate”.
E’ divertente (ma non troppo) raccontare un episodio capitatomi anni fa durante una lezione del TFA (tirocinio formativo attivo) che avevo deciso di frequentare (mi pento ancora di aver speso tempo e denaro in quel modo e mi vergogno ancor oggi per aver anche solo preso in considerazione un’ipotesi del genere per il mio incerto futuro quando la porta all’università pareva chiusa, ma è stato istruttivo). Una “esperta di comunicazione/filosofa/antropologa”, a furia di rispondere che “non esiste il dono” a chi (ingenuamente) faceva notare come anche il migliore degli insegnanti debba fare i conti con predisposizioni differenti (“doni di natura”), fece davvero inalberare non un “reazionario”, “razzista”, “di destra”, “fascista” ecc. come spesso vengo a raglio definito, ma un simpatico anarchico, uno di sinistra, uno che avrebbe dovuto essere della sua stessa parte! Questo ragazzo, portando ad esempio il fatto che due diversi bambini, messi nella stessa scuola calcistica, possano rivelarsi quasi subito l’uno un novello Messi, l’altro un negato per il gioco, alzò addirittura la voce (terminando con un significativo: “ma cosa mi viene a raccontare….”). Se è divertente vedere lo stesso “fronte progressista” frantumarsi davanti agli esiti estremi di certi dogmi, lo è meno immaginare i danni che tali “verità scientifiche” (così vengono raccontate al pubblico dei futuri insegnanti) hanno fatto e soprattutto faranno qui in Europa.

La stessa tipa citata prima, alla mia obiezione “non può essere vero che l’individuo sia definito solo dalla specificità della sue relazioni, perché non è vero che la socialità sia la caratteristica distintiva della specie umana, ma semmai il contrario: proprio gli animali più semplici come gli insetti hanno più bisogno della società, mentre quelli più complessi come i lupi riescono a volte anche a vivere da soli, come certi individui che si sentono tali anche senza relazioni sociali.” Rispose “ma gli animali non hanno società”. L’intera etologia ignorata. Ecco una misura dell’ignoranza di questi signori progressisti.
Un abisso di ignoranza toccato solo da quell’utente che mi ha risposto l’altro giorno: “uomini e donne hanno gli stessi impulsi, è la cultura a inibirli di più nelle donne”. Come se non esistessero prove chimiche, biologiche ed etologiche a dimostrare l’esatto contrario, ovvero l’origine naturale delle differenze di genere (specie nel comportamento sessuale, come vedremo nel dettaglio in seguito).

E dico ignoranza perché sono benevolo. Dovrei dire impostura. E’ difficile pensare che davvero si ignorino certe prove scientifiche. Certo vengono fatte passare per “opinioni scientifiche superate” da chi ha interesse a far finta che la scienza si sia fermata a Pavlov, alla “tabula rasa” dei behaviouristi, per dar spazio all’egalitarismo che frattanto la “cultura” ha sviluppato e affermato politicamente.
La teoria behaviourista fa comodo alla “sinistra culturale” perché l’indifferenza rispetto al substrato biologico di ciascun individuo e dell’uomo in generale le permette di pensare che “chiunque possa diventare qualunque cosa”, anzi, che si possa “creare qualunque tipo di società” a prescindere dalla biologia come piace alla mitologia “rivoluzionaria” della “immaginazione al potere”, fa comodo ai terzomondisti, perché ignorare la genetica cancella le diverse caratteristiche (che hanno permesso a certi popoli e non ad altri di trovare le condizioni storiche più adatte per costruire, ad esempio, l’edificio della civiltà ellenica piuttosto che rimanere prigioniere della paura e delle femmine come i pelasgi, o di generare il rinascimento piuttosto che continuare a defecare nella foresta o nella giungla) e permette di dire che “solo il più aggressivo comportamento dei popoli ex-colonialisti ha prodotto le differenze fra nord e sud del mondo”, fa comodo agli internazionalisti, perché permette di dire che “non si disperde nessun patrimonio” se un’incontrollata mescolanza di stirpi renderà fra poco irriconoscibile il popolo che ha fatto uscire il mondo dal medioevo (cioè noi), giacché “tanto nulla era scritto nei geni” (e allora dove stava scritto, se non in un delicato e misterioso equilibrio di stirpi di diversa origine e provenienza ritrovatesi, alla fine del medioevo, per una fortunata irripetibile serie di coincidenze storiche, a condividere l’eredità della Grecia e di Roma e a parlare la lingua del “sì”? Nel clima?), fa comodo ai turbocapitalisti, perché permette di giustificare le migrazioni imposte da guerre e crisi volute con la grande menzogna della “società aperta” (la quale ha l’indifferenza all’origine fra individui e popoli come presupposto etico e, come conseguenza pratica, la “massa senza volto”, un blog umano di individui senza nome e senza identità – se non quella effimera e volubile di facebook -, variabile senza soluzione di continuità dal brulicare dei bisogni della masse migranti all’intellettuale cosmopolita privo di radici e quindi di per sé “inorganico”, incapace di opporsi al totalitarismo consumista).
E fa comodo alle femministe perché permette di far passare per “oppressione” il nostro equo e umano tentativo di bilanciare in desiderabilità e potere tutto quanto ad esse è dato per natura dalle disparità di numeri e desideri (nell’amore sessuale) che le donne raccontano a parole di non avere (specie se sono antropologhe), ma confermano nei fatti di saper sfruttare senza limiti, remore né regole.
Fa comodo insomma a molti continuare a fingere che “alla nascita siamo tabulae rasae” su cui cultura e società possono tutto, ignorando che esistano strutture biologiche e psichiche non modificabili per contratto sociale o comunque non nei tempi brevi (rispetto alle ere evolutive) della cultura umana.

Ovviamente la scienza è progredita dai tempi di Pavlov ed ha indagato, come si diceva, il legame fra il comportamento umano, la struttura biologica dell’uomo ed il resto del mondo animale.
Il fondatore dell’etologia (la scienza che studia il comportamento degli esseri viventi, e quindi anche dell’uomo) fu Konrad Lorenz, il quale individuò i quattro impulsi fondamentali nell’istinto sessuale, nell’istinto di fuga (paura), nella fame e nell’aggressività. Tutto questo ha non solo una base biologica, confermata dalla chimica (produzione di ormoni) e dall’evoluzione (selezione dei modelli comportamentali codificati geneticamente), ma ha pure riscontro in tutto il resto del mondo vivente. Viene dunque a cadere quella “barriera” che, un po’ ingenuamente e molto ipocritamente, si continuava a mantenere fra l’uomo e l’animale. L’uomo è soltanto un animale senziente, non è “signore della creazione” e nemmeno “unico vivente a vivere in società”. Il punto che distingue l’etologia come scienza rispetto all’antropologia culturale è proprio il non ignorare le società presenti in natura presso tutto gli altri animali.

Proprio l’osservazione oggettiva di come l’impulso moralisticamente definito “male” dal mondo “umano”, ovvero la cosiddetta “aggressività”, sia un fondamentale elemento nella vita evolutiva di tutte le speci (non “sopraffazione”, come raccontano le narrazioni cristiane, socialiste e femministe, ma “difesa della comunità dai pericoli esterni”, “scontro ritualizzato per decidere questioni indecidibili”, e “impulso a superare la paura dell’ignoto e provare nuove esperienze “) ha reso Lorenz oggetto degli strali “progressisti” e “antifascisti”. Facile per questi figuri accusare lo scienziato austriaco di “simpatizzare” per la “mitologia nazista della guerra e della forza”. Ancora più facile, però, è per me vedere nell’identificazione fra “male” (e quindi, nel dopoguerra, nazismo) e “impulso vitale” (l’aggressività è uno di quattro principali, come detto), i residui di quella sovversione dei valori che Nietzsche (chiamato irrazionalista, ma su questo punto molto più scientifico dei suoi detrattori) aveva denunciato nella sua opera.

Se per un cristiano il comportamento aggressivo è sinonimo di “peccato”, di “violazione dei comandamenti divini”, di “allontanamento dalla grazia”, se per un socialista è “conseguenza dei rapporti di produzione che generano violenza”, se per una femminista è “comportamento tipico dell’uomo-maschio che usa da sempre violenza sulla donna”, per un osservatore della natura non è altro che la conseguenza di un impulso. Lo stesso impulso che rende ferocissima una leonessa quando i cuccioli le sembrano minacciati e impegnatissimi i cervi quando si incornano nel combattimento ritualizzato per conquistare la femmina. E se l’evoluzione lo ha preservato, è evidentemente utile alla vita. Certo, nell’umano, come tutti gli impulsi (ivi compreso quello sessuale) può produrre risultati di segno opposto a seconda dei casi, delle intenzioni, degli individui e delle culture: può essere violenza gratuita verso il prossimo o verso se stessi (come vediamo accadere nelle “città-gomorra” di oggi) oppure azione comunitaria e anagogica (come il patto sociale spartano siglato sugli scudi), può essere violazione di norme sociali a fine di gretto utilitarismo (come nel crimine) oppure “rito” per decidere qualcosa (come nelle competizioni sportive o di altro genere). Non è sinonimo di “brutalità”: i cervi potrebbero essere in combattimento molto più micidiali tirando calci all’avversario, di quanto non possano essere soltanto con le loro coreografiche corna: eppure è loro natura essere “leali” nell’aggressività. Non è neanche sempre unito alla violenza: presso gli Eschimesi gare canore (aggressività ritualizzata) risolvono dispute molto serie. Neppure è sinonimo di “scorrettezza”: sono anzi gli individui più forti e le speci più “armate” a combattere più “correttamente” ed a sapersi “moderare”, mentre (e qui pare aver ragione Nietzsche) i deboli e i pacifici diventano, all’occasione “spietati”: un lupo, per quanto “feroce”, non finirebbe mai un avversario che si fosse arreso, mentre lo stesso non si può dire per i “pacifici” topi che arrivano a sbranare il loro simile.
Non è escluso che l’aggressività che fa vincere la paura sia alla base di quella “voglia di conoscenza e conquista” che ha spinto l’uomo a “varcare le colonne d’Ercole”, a “rubare il fuoco agli Dèi”, a violare insomma quello che pareva la “norma naturale” per “generare oltre” e pro-gettarsi, quindi, nella storia.

Ad ogni modo non è assolutamente “ragionevole”, in nome, ironia della sorte, di un astratto razionalismo (quello che pensa gli individui mossi da puri calcoli razional-utilitaristici, quello che, in fondo, è alla base tanto del liberalismo quanto del marxismo), fingere che non esista. Una società che ignori l’impulso aggressivo, limitandosi a condannarlo moralmente e a reprimerlo normativamente, può solo ottenere individui che lo sfogano improvvisamente in maniera violenta o autodistruttiva (basta guardare i giovani delle nostre periferie educati dalla scuola della “non-violenza” e della “non-competizione). Far sì che tali impulsi si incanalino in funzioni anagogiche e comunitarie (come era per la virtù guerriera di età classica) o almeno ludico-ricreative non dannose ma anzi utili alla società (come nello sport o nello studio) è cruciale.
Perché i giovani maschi soffrono l’età scolare? Perché, mentre alle femmine è consentito di esplicare la naturale aggressività (tanto nei comportamenti – intrisi quando vogliono di una stronzaggine, verbale o comportamentale, che non solo non viene punita o limitata, ma neppure riconosciuta come tale - quanto nell’abbigliamento “aggressivo” per richiamo sessuale e vanto estetico, che dà ammirazione e accettazione universali, nonché effettivo potere psicologico e contrattuale in ogni incontro ed in ogni relazione, più di quanto darebbe in un campo di battaglia una “castrorum acies ordinata”) ai maschi non solo è vietato (per cavalleria o per “civilizzazione” effemminata eccetera) essere aggressivi fisicamente, ma è ormai pure preclusa (o comunque sconsigliata in ogni modo) la visione “competitiva” dello studio in età scolare (tanto che tale attività diventa per molti ahimè più noiosa di una “pallosa” partita di pallone!).

Stesso discorso per l’istinto sessuale (che, essendo regolato da diversi ormoni in grado di influenzare diversamente quella rete neurale da cui dipendono tutti i nostri comportamenti, dal più bassamente naturale al più nobilmente umano, è diverso nei due sessi). Se non si capisce come esso agisca in noi con i meccanismi selezionati dall’evoluzione naturale, non si potrà mai capire quale modello di società, fra i tanti che gli antropologi si dilettano a studiare, sia il più vivibile.

Non si possono dunque accettare nemmeno come provocazione quello che vanno raccontando le “studiose” del gender secondo le quali maschile e femminile sarebbero solo costruzioni sociali o personali che ogni individuo dovrebbe poter scegliere. Quando infatti citano ad esempio “l’antropologia culturale” e le sue “civiltà totalmente diverse dalla nostra nelle quali uomini e donne hanno ruoli impensabili da noi” dimenticano furbescamente di aggiungere che sono quasi tutte matriarcali e che quindi, in tutte quelle società, la donna trova, evidentemente proprio da quegli stessi ruoli di madre e di oggetto di desiderio di cui si ostinano a negare l’origine “naturale”, la fonte di ogni potere e di ogni diritto. O gli uomini riescono, come nelle società (quasi sempre ingiustamente) chiamate “patriarcali” a bilanciare tale potere con le costruzioni dell’arte, della religione, della politica come della storia, del pensiero come della società, oppure sono destinati a fare, socialmente e generalmente, la fine dei fuchi (ovvero restare apolidi), sentimentalmente e sessualmente quella degli elefanti (ovvero gridare al cielo in solitudine il proprio desiderio inappagato). Con tanti saluti a possibilità di scelta e parità di dignità. Basta ricordarci quanta “parità” ci fosse in quella sottospecie di natura che era l’età scolare! E non per malvagità delle donne, ma per inevitabile disparità di potere in quanto conta davanti alla natura. E se per evitare tutto questo è necessario offendere qualche antropologo, non mi faccio scrupoli.

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Studiare un sistema lo si può fare partendo dai costituenti, si può misurarne le forze e le accelllerazioni, modellare, plasmare, armonizzare, normalizzare o nella complessità approssimare.

Poi arriva il genio, guarda la cattedrale e la smonta, pezzo dopo pezzo, non classifica le guglie, non numera le finestre, intuisce le armonie che regolano le forze e le disegna su spirali discendenti sempre più complesse e psichedeliche

La discesa rimbalza sulla superficie del pianeta perfettamente formato, una roccia perfettamente sferica annichilita dalle forze violente della natura e dal tempo.

Risale in geometrie frattali e li, sul punto di impazzire si gusta Schopenhauer, quando inizia a suonarti il jazz di Beethoven in testa e le passioni diventano onde da cavalcare

Le passioni ed un decennio, poi riprodursi e trasmettere passioni. Quanto capisco il dolore di Enzo quando Dino ha lasciato la sua sedia vuota, non ci sono cose che un uomo possa controllare fino in fondo

Onda su onda ,il mare mi porterà alla deriva in balia di una sorte bizzarra e cattiva

Saluti cari

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@Beyazid_II said:
INTRODUZIONE

Nella "Metafisica dell'amore sessuale" Schopenhauer dice che NELLA SESSUALITA' gli uomini e le donne non sono mossi dal LIBERO ARBITRIO, ma dal GENIO DELLA SPECIE.
I primi sono spinti dalla brama di bellezza e di piacere a disiare al primo sguardo il maggior numero possibile di femmine, fatalmente attratti dalle loro forme (ivi comprese, come vedremo nel dettaglio e come comunque sappiamo, quelle rotonde dei seni) e dalle loro chiome, mentre le seconde sono parimenti spinte a farsi desiderare dal maggior numero possibile di maschi, in modo da poterli mettere alla prova e selezionare colui che fra tutti eccelle nelle qualità da lei volute (se fosse mossa da ugual desiderio non potrebbe selezionare efficacemente).
Tutto ciò non è voluto dalla Società, ma dalla Natura (la quale persegue i propri fini, che attendono alla conservazione, alla prosecuzione e all'evoluzione della specie e della vita e non coincidono con quelli degli individui, i quali si volgerebbero invece alla Felicità, ad un concetto diverso). La società al massimo può variare i concetti di bellezza e di eccellenza cui naturalmente donne e uomini saranno portati a desiderio e perseguimento, ma non lo schema di cui sopra, che è semplicemente NATURA e non ha nulla a che vedere neppure con l'educazione, la cultura, il gusto e l'animo individuale. I desideri di natura non cambiano per contratto sociale, né per volontà del singolo.

Non possiamo infatti scegliere chi e cosa ci deve piacere, altrimenti non si chiamerebbero passioni (dal latino "patior": subire). E' la natura che, tramite i desideri più veri e le pulsioni più profonde, ci fa bramare con tutto il nostro essere le doti a lei più utili. Non è dato sentirsi appagati nell'ambito amoroso senza seguire e soddisfare tali desìi.

Anche tutte le contro-argomentazioni fondate sul fatto che (ovviamente) uomini e donne si cerchino senza pensare alla riproduzione non hanno valore in quanto, nell'ambito sessuale, è la natura (e non certo il pensiero o il libero arbitrio), a far sì che al nostro sguardo, al nostro tatto, ai nostri sensi tutti e persino al nostro intelletto, risultino in genere desiderabili gli individui del sesso opposto con determinate caratteristiche, immancabilmente correlate alla sfera riproduttiva e utili non a noi ma alla nostra discendenza("che ci corrispondono individualmente", direbbe il filosofo di Danzica). Ad esempio:

"Un seno femminile turgido esercita un'attrattiva straordinaria sul sesso maschile perché, stando esso in rapporto diretto con le funzioni riproduttive della donna, promette nutrimento abbondante al neonato. Invece le donne eccessivamente grasse suscitano in noi repulsione: la causa è che una tale costituzione indica atrofia dell'utero: cioé sterilità; e non è la mente, ma l'istinto a saperlo".

Schopenhauer scriveva questo quasi due secoli fa; oggi, anche solo cercando su google o sulle news di yahoo, potete trovare decine e decine di articoli divulgativi dove vengono esposti (o, per essere precisi “raccontati”) i risultati di ricerche di biologia, etologia, genetica o neuroscienza che spiegano questo così come tanti altri “meccanismi” dell’attrazione e del comportamento sessuali a suo tempo trattati ad uno ad uno dal nostro Arturo. E’ vero che, a volte, il taglio “giornalistico” (per non dire “sensazionalistico”) di tali articoli fa effettivamente sorridere (come quando si afferma che “gli uomini pensano al sesso ogni cinque minuti”, dimenticando come, se opposti-complementari sono i desideri naturali delle donne, e se mostrarsi belle, attrarre, mettere alla prova ed indagare con le parole sono un’espressione comportamentale, spesso inconscia, dell’istinto femminile elevato all’umano, allora con tutto il tempo speso dalle donne in cura del corpo, scelta dei vestiti, attività sociali e chiacchiere con l’altro sesso, si potrebbe anche sostenere queste pensino al sesso continuamente, o come quando, con evidente tono irrisorio verso il nostro sesso, si sparano titoli del genere “bastano dieci minuti ad una donna per fare di un uomo un cretino”, quando se appariamo subitaneamente “stupidi” a volte innanzi alla bellezza femminile, piuttosto che ad una nostra cretineria innata, si dovrebbe pensare alla radice comune alla parola “stupor”: stupore innanzi a quanto, come le parvenze suscitanti disio, non può essere compreso dall’individuo – in questo caso proprio perché, come appunto l’istinto sessuale, in quanto “sospiro della specie”, ci trascende – ed in quanto tale profonda, inesausta, inesauribile fonte d’ispirazione, negli uomini nati per le cose dell’intelletto, o comunque “meno cretini della maggioranza”, per quella creazione di immagini e suoni con le parole chiamata poesia, molto più di quanto potrebbero mai spiegare tutte le cause addotte dalle femministe per giustificare la minore presenza di donne nell’arte – si noti che la meraviglia è anche la sorgente del desiderio di conoscenza dell’ignoto senza cui neppure la scienza non sarebbe mai esistita). E’ però altrettanto vero che il legame fra la biologia, l’etologia (il comportamento degli animali ed in particolare dei mammiferi cui apparteniamo) e le origini filogenetiche di istinti e comportamenti diffusi nella nostra specie potrebbe difficilmente essere messo in dubbio senza appellarsi a qualcosa di extra-naturale.

Il fatto che un filosofo riesca ad anticipare con tanta esattezza conclusioni verificate sperimentalmente secoli dopo dovrebbe, se non far gridare al miracolo, almeno costituire un elemento di autorevolezza nel dibattito sul pensiero.
Schopenhauer è stato il primo a formulare una filosofia che non fosse pura speculazione astratta o moraleggiante (come Kant) ma che fosse al contrario fondata sull’osservazione del mondo naturale quale gli poteva essere noto con il livello scientifico di allora. La sua invidiabile familiarità con gli Antichi gli permetteva di ricollegarsi direttamente alla “scienza dei fatti” della civiltà “pagana”, saltando a più pari gli “spiritualismi” e gli “idealismi” di una filosofia che, anche se non più nominalmente “cristiana”, manteneva ancora del cristianesimo la tendenza a vedere l’uomo separato dalla natura (che in Hegel è difatti soltanto “pattumiera” dell’universo). Certo, la sua comprensibile reazione di fronte al “mondo come volontà” cieca di propagazione della vita e dei suoi istinti, totalmente indifferente alle esigenze “tutte umane” e individuali di “bene” e di “felicità”, fu di “orrore”, al punto da concepire un pessimismo più nero (almeno secondo il De Sanctis) di quello del Leopardi e di rifugiarsi nel “no alla vita”, nel “Nirvana”. Anche in questo, però, dimostrò un’apertura mentale superiore ai suoi contemporanei: smise di guardare al cristianesimo o all’idealismo (nuova religione d’Europa, specie in Germania) per scoprire perle di saggezza orientale che l’eurocentrismo della filosofia aveva fino ad allora ignorato. E’ a lui che si deve la prima diffusione di idee come quelle Buddhiste.
Tale apertura mentale, unita al fatto di poter dedicare l’intera vita allo studio (tanto umanistico quanto scientifico) e di essere intimamente solitario, gli ha permesso di guardare al mondo con molto più disincanto, molto più disinteresse e, soprattutto, molto più rigore, di quanto potessero fare i suoi critici, perennemente alla ricerca di stipendi e applausi. Il fatto di poter contare su una consistente rendita paterna ha reso oggettivamente più obiettivo qualunque suo giudizio filosofico rispetto, ad esempio, all’accademico Hegel stipendiato dall’università prussiana e quindi in fondo pagato per mostrare lo “stato” come “massima espressione dello spirito umano” nella sua “fenomenologia”.
La fortuna di Schopenhauer si scontrò allora contro quella dell’idealismo tedesco: alla ricerca della “verità in objecto” attraverso l’osservazione della natura e la dura disposizione di sé ad accettare anche conclusioni contrarie alle proprie aspirazione eudemoniche, i suoi concittadini preferivano quella mediata dalla “dialettica hegeliana”, che li mostrava come “figure dello spirito” in grado di “marciare vittoriosamente” lungo il “corso della storia”.
In Italia, ad esempio, l’opera di Schopenhauer venne “declassata” rispetto a quella dell’altro grande pessimista ottocentesco, il Leopardi, in fondo soltanto perché, secondo il De Sanctis (autore di quell’agghiacciante dialogo fra i due viaggiatori del treno che comparano le due filosofie, amorevole nei modi e nelle apparenze, ma ferocemente ideologico nella conclusione che si fa perfidamente emergere dalle garbate battute), non “faceva sorgere in petto” il desiderio di “amore, patria, libertà” (al contrario, a suo dire, di quella dell’Infelice Recanatase).

Anche nei secoli successivi del dilagare del Marxismo (che aveva preso Hegel davvero troppo sul serio, finendo per annacquare le genuine intuizioni di Marx su molti aspetti oggettivi, a volte anche scientifici, dell’economia e della società, con le illusioni del positivismo e le fumisterie del progressismo da cui siamo tuttora inondati), Schopenhauer continuò ad essere emarginato (tanto che il suo unico discepolo, dopo Nietzsche, può essere considerato l’isolato Carlo Michaelstedler). Semplicemente, affermare che l’infelicità umana derivasse dalla condizione esistenziale dell’individuo, nato dal nulla e destinato a tornare nulla, dopo un’esistenza nella quale la natura del piacere è per lo più breve o immaginaria mentre quella del dolore è persistente e reale (si veda il celebra brano della gazzella e del leone) era in contrasto con i dogmi marxisti secondo i quali una sorta di paradiso terrestre sarebbe stato possibile “cambiando i rapporti di produzione” e “rivoluzionando la società”.

Perché oggi, che anche il marxismo è finito nella pattumiera della storia assieme ad Hegel, c’è ancora chi chiama “pipparolo” Schopenhauer?
Sempre per motivi politico-ideologici, come nei due secoli precedenti. Viviamo infatti nel “secolo americano”. Negli Stati Uniti il mondo scientifico si è a suo tempo formato sulla teoria “behaviourista”, secondo la quale gli individui sarebbero “tabulae rasae” a cui sarebbe possibile insegnare di tutto, con opportuni stimoli ambientali. Non ci sarebbe quindi alcuna differenza innata fra un individuo e l’altro e tutti sarebbero come hardware universali su cui sarebbe possibile far funzionare qualunque software. Nata scientificamente come “estensione” della teoria pavloviana dei “riflessi condizionati”, tale teoria è divenuta ideologia in America, tanto che la potete ancora vedere rappresentata in continuazione dalla cinematografia (come in “una poltrona per due”, come in tutte le “belle storie” in cui l’uomo qualunque “se ci prova ci riesce”, e come in fondo in gran parte dei films, dove, a differenza delle opere europee, l’interiorità dei personaggi è assente, ed anche i protagonisti delle storie più mirabolanti paiono rappresentare solo un “uomo-tipo” che si comporterebbe come ragionevolmente farebbe lo spettatore-medio). Insomma, un’ideologia che a parole vorrebbe esaltare l’individuo e la sua libertà, cancellerebbe l’idea stessa che l’individuo abbia una sua identità propria (quindi non data dall’ambiente), sostenendo che, alla nascita, sarebbero tutti “indistinguibili” l’uno dall’altro (come tanti pezzi prodotti in serie). Perché stupirsi dunque se negli Usa l’unico valore che classifica gli uomini è il denaro?
Questo perché nella costituzione americana sta scritto “noi crediamo che gli individui siano creati uguali”. Appunto, direbbe Schopenhauer, “o si pensa o si crede”. Ecco l’elemento extra-naturale di cui si diceva prima, indispensabile per poter negare la biologia e quindi l’etologia come strumenti di indagine sull’uomo: l’ideologia politica (in questo caso quelle egalitario-progressista di stampo yankee).
Continuino pure, lorsignori, a credere. Noi preferiamo pensare. Torneremo in successivi capitoli sulla critica al concetto di uguaglianza. Qui occorre soffermarsi sul verbo “sono creati”. Qui è la prima delle menzogne egalitarie. Gli uomini non sono stati creati da un Dio fuori dal mondo. Sono semplicemente stati generati dalla Natura nel corso di milioni di anni di evoluzione. Come già intuito da Nietzsche l’individuo non è un punto isolato da studiare e valutare fuori dal tempo e dallo spazio (come fanno le dottrine eudemoniche, individualiste e liberali), ma è, in un certo modo, solo la “posizione” che la traiettoria della “vita” (ascendente o discendente) assume in un dato momento ed è quindi studiabile e valutabile solo tenendo conto della sua storia contenuta nei geni. Va bene che parlare di “fase della parabola della vita” potrebbe giustificare arbitrarie associazioni di idee fra genetica e valutazioni morali (tipo razzismo biologico), ma non è certamente un comportamento degno dello scienziato nascondere la verità per paura che questa venga usata a sproposito. Mica dobbiamo fare come il venerabile Jorge nel Nome della Rosa!

Non si sta qui sostenendo una sorta di “determinismo genetico” cancellando ambiente e cultura: non è vero neanche che tutto l’individuo sia descritto dai geni, essendo la sua personalità certamente frutto dell’interazione con l’ambiente e, per chi la pensa come me, delle proprie scelte autonome. Si sta solo dicendo che non si può studiare cosa sia l’uomo (come vorrebbe l’antropologia) ignorando totalmente la sua storia genetica (sia individualmente, sia a livello di gruppi umani). Detta in altre parole, è vero che qualunque sia la predisposizione genetica, nessuna qualità potrà essere sviluppata nell’uomo se questo ne viene impedito dall’ambiente (nessun potenziale musicista diventerà Chopin se nessun maestro gli farà amare la musica), ma è anche vero che nessun ambiente potrà far nascere dal nulla qualità per le quali un uomo non sia portato geneticamente (un diciassettenne qualunque non diventerà mai come Max Verstappen, vincente due anni fa al debutto, per quanto lo si faccia guidare continuamente dai 3 anni d'età in poi). Chi nega questo dovrebbe spiegare come sia possibile che le doti (e le differenze) descritte come “dipendenti da ambiente e cultura” (e quindi trasmesse dall’educazione “a prescindere dai geni” secondo gli antropologi) si siano, in principio, generate dal nulla, da un ambiente che non le conosceva (e quindi non le poteva insegnare), senza che vi sia stata, in qualche individuo o gruppo umano, una predisposizione naturale (ovviamente in senso totalmente casuale, non certo “provvidenziale”, intendo del genere “per caso quel gene ci ha resi bravi in questo” e non “stava scritto nel destino…”).

Tanto nell’educazione quanto nella “filosofia” si fa invece finta che “non esistano doti innate”.
E’ divertente (ma non troppo) raccontare un episodio capitatomi anni fa durante una lezione del TFA (tirocinio formativo attivo) che avevo deciso di frequentare (mi pento ancora di aver speso tempo e denaro in quel modo e mi vergogno ancor oggi per aver anche solo preso in considerazione un’ipotesi del genere per il mio incerto futuro quando la porta all’università pareva chiusa, ma è stato istruttivo). Una “esperta di comunicazione/filosofa/antropologa”, a furia di rispondere che “non esiste il dono” a chi (ingenuamente) faceva notare come anche il migliore degli insegnanti debba fare i conti con predisposizioni differenti (“doni di natura”), fece davvero inalberare non un “reazionario”, “razzista”, “di destra”, “fascista” ecc. come spesso vengo a raglio definito, ma un simpatico anarchico, uno di sinistra, uno che avrebbe dovuto essere della sua stessa parte! Questo ragazzo, portando ad esempio il fatto che due diversi bambini, messi nella stessa scuola calcistica, possano rivelarsi quasi subito l’uno un novello Messi, l’altro un negato per il gioco, alzò addirittura la voce (terminando con un significativo: “ma cosa mi viene a raccontare….”). Se è divertente vedere lo stesso “fronte progressista” frantumarsi davanti agli esiti estremi di certi dogmi, lo è meno immaginare i danni che tali “verità scientifiche” (così vengono raccontate al pubblico dei futuri insegnanti) hanno fatto e soprattutto faranno qui in Europa.

La stessa tipa citata prima, alla mia obiezione “non può essere vero che l’individuo sia definito solo dalla specificità della sue relazioni, perché non è vero che la socialità sia la caratteristica distintiva della specie umana, ma semmai il contrario: proprio gli animali più semplici come gli insetti hanno più bisogno della società, mentre quelli più complessi come i lupi riescono a volte anche a vivere da soli, come certi individui che si sentono tali anche senza relazioni sociali.” Rispose “ma gli animali non hanno società”. L’intera etologia ignorata. Ecco una misura dell’ignoranza di questi signori progressisti.
Un abisso di ignoranza toccato solo da quell’utente che mi ha risposto l’altro giorno: “uomini e donne hanno gli stessi impulsi, è la cultura a inibirli di più nelle donne”. Come se non esistessero prove chimiche, biologiche ed etologiche a dimostrare l’esatto contrario, ovvero l’origine naturale delle differenze di genere (specie nel comportamento sessuale, come vedremo nel dettaglio in seguito).

E dico ignoranza perché sono benevolo. Dovrei dire impostura. E’ difficile pensare che davvero si ignorino certe prove scientifiche. Certo vengono fatte passare per “opinioni scientifiche superate” da chi ha interesse a far finta che la scienza si sia fermata a Pavlov, alla “tabula rasa” dei behaviouristi, per dar spazio all’egalitarismo che frattanto la “cultura” ha sviluppato e affermato politicamente.
La teoria behaviourista fa comodo alla “sinistra culturale” perché l’indifferenza rispetto al substrato biologico di ciascun individuo e dell’uomo in generale le permette di pensare che “chiunque possa diventare qualunque cosa”, anzi, che si possa “creare qualunque tipo di società” a prescindere dalla biologia come piace alla mitologia “rivoluzionaria” della “immaginazione al potere”, fa comodo ai terzomondisti, perché ignorare la genetica cancella le diverse caratteristiche (che hanno permesso a certi popoli e non ad altri di trovare le condizioni storiche più adatte per costruire, ad esempio, l’edificio della civiltà ellenica piuttosto che rimanere prigioniere della paura e delle femmine come i pelasgi, o di generare il rinascimento piuttosto che continuare a defecare nella foresta o nella giungla) e permette di dire che “solo il più aggressivo comportamento dei popoli ex-colonialisti ha prodotto le differenze fra nord e sud del mondo”, fa comodo agli internazionalisti, perché permette di dire che “non si disperde nessun patrimonio” se un’incontrollata mescolanza di stirpi renderà fra poco irriconoscibile il popolo che ha fatto uscire il mondo dal medioevo (cioè noi), giacché “tanto nulla era scritto nei geni” (e allora dove stava scritto, se non in un delicato e misterioso equilibrio di stirpi di diversa origine e provenienza ritrovatesi, alla fine del medioevo, per una fortunata irripetibile serie di coincidenze storiche, a condividere l’eredità della Grecia e di Roma e a parlare la lingua del “sì”? Nel clima?), fa comodo ai turbocapitalisti, perché permette di giustificare le migrazioni imposte da guerre e crisi volute con la grande menzogna della “società aperta” (la quale ha l’indifferenza all’origine fra individui e popoli come presupposto etico e, come conseguenza pratica, la “massa senza volto”, un blog umano di individui senza nome e senza identità – se non quella effimera e volubile di facebook -, variabile senza soluzione di continuità dal brulicare dei bisogni della masse migranti all’intellettuale cosmopolita privo di radici e quindi di per sé “inorganico”, incapace di opporsi al totalitarismo consumista).
E fa comodo alle femministe perché permette di far passare per “oppressione” il nostro equo e umano tentativo di bilanciare in desiderabilità e potere tutto quanto ad esse è dato per natura dalle disparità di numeri e desideri (nell’amore sessuale) che le donne raccontano a parole di non avere (specie se sono antropologhe), ma confermano nei fatti di saper sfruttare senza limiti, remore né regole.
Fa comodo insomma a molti continuare a fingere che “alla nascita siamo tabulae rasae” su cui cultura e società possono tutto, ignorando che esistano strutture biologiche e psichiche non modificabili per contratto sociale o comunque non nei tempi brevi (rispetto alle ere evolutive) della cultura umana.

Ovviamente la scienza è progredita dai tempi di Pavlov ed ha indagato, come si diceva, il legame fra il comportamento umano, la struttura biologica dell’uomo ed il resto del mondo animale.
Il fondatore dell’etologia (la scienza che studia il comportamento degli esseri viventi, e quindi anche dell’uomo) fu Konrad Lorenz, il quale individuò i quattro impulsi fondamentali nell’istinto sessuale, nell’istinto di fuga (paura), nella fame e nell’aggressività. Tutto questo ha non solo una base biologica, confermata dalla chimica (produzione di ormoni) e dall’evoluzione (selezione dei modelli comportamentali codificati geneticamente), ma ha pure riscontro in tutto il resto del mondo vivente. Viene dunque a cadere quella “barriera” che, un po’ ingenuamente e molto ipocritamente, si continuava a mantenere fra l’uomo e l’animale. L’uomo è soltanto un animale senziente, non è “signore della creazione” e nemmeno “unico vivente a vivere in società”. Il punto che distingue l’etologia come scienza rispetto all’antropologia culturale è proprio il non ignorare le società presenti in natura presso tutto gli altri animali.

Proprio l’osservazione oggettiva di come l’impulso moralisticamente definito “male” dal mondo “umano”, ovvero la cosiddetta “aggressività”, sia un fondamentale elemento nella vita evolutiva di tutte le speci (non “sopraffazione”, come raccontano le narrazioni cristiane, socialiste e femministe, ma “difesa della comunità dai pericoli esterni”, “scontro ritualizzato per decidere questioni indecidibili”, e “impulso a superare la paura dell’ignoto e provare nuove esperienze “) ha reso Lorenz oggetto degli strali “progressisti” e “antifascisti”. Facile per questi figuri accusare lo scienziato austriaco di “simpatizzare” per la “mitologia nazista della guerra e della forza”. Ancora più facile, però, è per me vedere nell’identificazione fra “male” (e quindi, nel dopoguerra, nazismo) e “impulso vitale” (l’aggressività è uno di quattro principali, come detto), i residui di quella sovversione dei valori che Nietzsche (chiamato irrazionalista, ma su questo punto molto più scientifico dei suoi detrattori) aveva denunciato nella sua opera.

Se per un cristiano il comportamento aggressivo è sinonimo di “peccato”, di “violazione dei comandamenti divini”, di “allontanamento dalla grazia”, se per un socialista è “conseguenza dei rapporti di produzione che generano violenza”, se per una femminista è “comportamento tipico dell’uomo-maschio che usa da sempre violenza sulla donna”, per un osservatore della natura non è altro che la conseguenza di un impulso. Lo stesso impulso che rende ferocissima una leonessa quando i cuccioli le sembrano minacciati e impegnatissimi i cervi quando si incornano nel combattimento ritualizzato per conquistare la femmina. E se l’evoluzione lo ha preservato, è evidentemente utile alla vita. Certo, nell’umano, come tutti gli impulsi (ivi compreso quello sessuale) può produrre risultati di segno opposto a seconda dei casi, delle intenzioni, degli individui e delle culture: può essere violenza gratuita verso il prossimo o verso se stessi (come vediamo accadere nelle “città-gomorra” di oggi) oppure azione comunitaria e anagogica (come il patto sociale spartano siglato sugli scudi), può essere violazione di norme sociali a fine di gretto utilitarismo (come nel crimine) oppure “rito” per decidere qualcosa (come nelle competizioni sportive o di altro genere). Non è sinonimo di “brutalità”: i cervi potrebbero essere in combattimento molto più micidiali tirando calci all’avversario, di quanto non possano essere soltanto con le loro coreografiche corna: eppure è loro natura essere “leali” nell’aggressività. Non è neanche sempre unito alla violenza: presso gli Eschimesi gare canore (aggressività ritualizzata) risolvono dispute molto serie. Neppure è sinonimo di “scorrettezza”: sono anzi gli individui più forti e le speci più “armate” a combattere più “correttamente” ed a sapersi “moderare”, mentre (e qui pare aver ragione Nietzsche) i deboli e i pacifici diventano, all’occasione “spietati”: un lupo, per quanto “feroce”, non finirebbe mai un avversario che si fosse arreso, mentre lo stesso non si può dire per i “pacifici” topi che arrivano a sbranare il loro simile.
Non è escluso che l’aggressività che fa vincere la paura sia alla base di quella “voglia di conoscenza e conquista” che ha spinto l’uomo a “varcare le colonne d’Ercole”, a “rubare il fuoco agli Dèi”, a violare insomma quello che pareva la “norma naturale” per “generare oltre” e pro-gettarsi, quindi, nella storia.

Ad ogni modo non è assolutamente “ragionevole”, in nome, ironia della sorte, di un astratto razionalismo (quello che pensa gli individui mossi da puri calcoli razional-utilitaristici, quello che, in fondo, è alla base tanto del liberalismo quanto del marxismo), fingere che non esista. Una società che ignori l’impulso aggressivo, limitandosi a condannarlo moralmente e a reprimerlo normativamente, può solo ottenere individui che lo sfogano improvvisamente in maniera violenta o autodistruttiva (basta guardare i giovani delle nostre periferie educati dalla scuola della “non-violenza” e della “non-competizione). Far sì che tali impulsi si incanalino in funzioni anagogiche e comunitarie (come era per la virtù guerriera di età classica) o almeno ludico-ricreative non dannose ma anzi utili alla società (come nello sport o nello studio) è cruciale.
Perché i giovani maschi soffrono l’età scolare? Perché, mentre alle femmine è consentito di esplicare la naturale aggressività (tanto nei comportamenti – intrisi quando vogliono di una stronzaggine, verbale o comportamentale, che non solo non viene punita o limitata, ma neppure riconosciuta come tale - quanto nell’abbigliamento “aggressivo” per richiamo sessuale e vanto estetico, che dà ammirazione e accettazione universali, nonché effettivo potere psicologico e contrattuale in ogni incontro ed in ogni relazione, più di quanto darebbe in un campo di battaglia una “castrorum acies ordinata”) ai maschi non solo è vietato (per cavalleria o per “civilizzazione” effemminata eccetera) essere aggressivi fisicamente, ma è ormai pure preclusa (o comunque sconsigliata in ogni modo) la visione “competitiva” dello studio in età scolare (tanto che tale attività diventa per molti ahimè più noiosa di una “pallosa” partita di pallone!).

Stesso discorso per l’istinto sessuale (che, essendo regolato da diversi ormoni in grado di influenzare diversamente quella rete neurale da cui dipendono tutti i nostri comportamenti, dal più bassamente naturale al più nobilmente umano, è diverso nei due sessi). Se non si capisce come esso agisca in noi con i meccanismi selezionati dall’evoluzione naturale, non si potrà mai capire quale modello di società, fra i tanti che gli antropologi si dilettano a studiare, sia il più vivibile.

Non si possono dunque accettare nemmeno come provocazione quello che vanno raccontando le “studiose” del gender secondo le quali maschile e femminile sarebbero solo costruzioni sociali o personali che ogni individuo dovrebbe poter scegliere. Quando infatti citano ad esempio “l’antropologia culturale” e le sue “civiltà totalmente diverse dalla nostra nelle quali uomini e donne hanno ruoli impensabili da noi” dimenticano furbescamente di aggiungere che sono quasi tutte matriarcali e che quindi, in tutte quelle società, la donna trova, evidentemente proprio da quegli stessi ruoli di madre e di oggetto di desiderio di cui si ostinano a negare l’origine “naturale”, la fonte di ogni potere e di ogni diritto. O gli uomini riescono, come nelle società (quasi sempre ingiustamente) chiamate “patriarcali” a bilanciare tale potere con le costruzioni dell’arte, della religione, della politica come della storia, del pensiero come della società, oppure sono destinati a fare, socialmente e generalmente, la fine dei fuchi (ovvero restare apolidi), sentimentalmente e sessualmente quella degli elefanti (ovvero gridare al cielo in solitudine il proprio desiderio inappagato). Con tanti saluti a possibilità di scelta e parità di dignità. Basta ricordarci quanta “parità” ci fosse in quella sottospecie di natura che era l’età scolare! E non per malvagità delle donne, ma per inevitabile disparità di potere in quanto conta davanti alla natura. E se per evitare tutto questo è necessario offendere qualche antropologo, non mi faccio scrupoli.

Supremo

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per natura il maschio cerca la donna più bella e la femmina l'uomo più forte

per cultura questo meccanismo si declina storicamente nei modi dell'epoca

nella nostra epoca la più bella è la model-type e il più forte è quello con più potere d'acquisto

questo spiega le relazioni con grande differenza d'età tra queste due tipologie

e annulla il valore dei moralismi 'puttana' e 'porco' che sono espressione di risentimento

mentre resta il valore del principio libertario per cui ciascun individuo maggiorenne fa ciò che vuole purchè non usi violenza nei confronti di un altro

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@Itaconeti riflesaioni interessanti

@Beyazid_II ti faccio una domanda. Quando ci provavi con una ragazza e magari venivi "rifiutato" con gentilezza (se ti è successo) non ti capitava di avere un calo di autostima? Di sentirti non desiderato, inutile e quasi come se fossi un miserabile, uno scarto della società? Ti succedeva che una ragazza che tu continuavi a tampinare smettesse gradualmente di interessarsi a te? Di contattarti? Di darti feedback?

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whip69
26/06/2018 | 21:26
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@Itaconeti said:
per natura il maschio cerca la donna più bella e la femmina l'uomo più forte

per cultura questo meccanismo si declina storicamente nei modi dell'epoca

nella nostra epoca la più bella è la model-type e il più forte è quello con più potere d'acquisto

questo spiega le relazioni con grande differenza d'età tra queste due tipologie

e annulla il valore dei moralismi 'puttana' e 'porco' che sono espressione di risentimento

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Concordo in pieno, ottima sintesi.👍

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titolo che rimanda ad una celebre opera di Julius Evola !
(senza dubbio, lo hai detto ad abundantiam in seguito...devo ancora leggere il lungo testo che, come al solito si annuncia interessante... cosa che farò adesso !)

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@Itaconeti said:
per natura il maschio cerca la donna più bella e la femmina l'uomo più forte

per cultura questo meccanismo si declina storicamente nei modi dell'epoca

nella nostra epoca la più bella è la model-type e il più forte è quello con più potere d'acquisto

questo spiega le relazioni con grande differenza d'età tra queste due tipologie

e annulla il valore dei moralismi 'puttana' e 'porco' che sono espressione di risentimento

mentre resta il valore del principio libertario per cui ciascun individuo maggiorenne fa ciò che vuole purchè non usi violenza nei confronti di un altro

Questa volta sono tanto d'accordo con te (anzi, hai addirittura anticipato, praticamente con gli stessi termini che mi apprestavo ad usare, il tema del risentimento come origine di una certo puritanesimo che volevo trattare nel prossimo capitolo) che, per amore della "dialettica", quasi mi trovo "costretto" a "prendere la parti" (per finta s'intende) dei miei avversari storici, i marxisti e le femministe radicali.

Entrambi potrebbero contestare (io non lo faccio, ma, se non riporto almeno in parte le loro argomentazioni, rischiamo di sprofondare nella noia, essendo tutti d'accordo): "a cosa vale porre i principi della libera scelta e della non-violenza nel singolo rapporto, quando le scelte sono condizionate dal bisogno (tesi principalmente femminista) ed è stata usata proprio la violenza, almeno in senso storico, nello stabilire i rapporti di forza, fra persone e fra stati, in virtù dei quali qualcuno è ricco ed altri no (tesi originariamente marxista, ma ora in voga in tutto il mondo social-progressista, in particolar modo nel femminismo scandinavo)"?

Fino ad una decina di anni fa, quello che hai scritto era scolpito in me come nella pietra. Ne avevo fatto una religione e mi ero eletto papa con il nome di Alessandro VI (al secolo, come noto, Cardinal Rodrigo Borgia).

Ogni mio intervento era volto o a dimostrare che il “bisogno” il quale spinge a scegliere non annulla il libero arbitrio e, a vari livelli, è in comune a tutti i cittadini che non siano nati ereditieri e debbano quindi scegliere un lavoro per vivere (di cui il profitto è uno dei criteri di scelta e in cui la libertà di questa è ovviamente diversa a seconda del grado di “fortuna” in cui ci si trova), o a mostrare che tutti i terzomondismi e tutti i socialismi del mondo non avrebbero mai potuto cancellare il merito dei nostri avi che hanno creato il Rinascimento, la rivoluzione industriale ed il benessere, né quello di chi ha studiato e lavorare per avere “di più della media”.

Ero tanto convinto di questo che desideravo più di ogni altra cosa incontrare (anche solo virtualmente) una di quelle escort tanto altolocate da aver scelto la professione per puro desiderio di vivere “da principesse rinascimentali”, “fra cani, cavalli e belli arredi”, ovvero molto più agiatamente di quanto non si sarebbe mai potuto con un lavoro “normale”. Una cortigiana, magari italiana, o comunque non proveniente ad un paese economicamente arretrato, che avesse scelto (per motivi assolutamente svincolati da una originaria e strutturale o casuale e momentanea o, anche solo temuta, “situazione di povertà”), di concedere le proprie grazie a chi, ogni sera, fosse stato disposto a devolverle l’equivalente di uno stipendio medio, avrebbe dimostrato la mia tesi anche in pratica (per la dimostrazione teorica me la cavavo bene con gli esempla ficta ed i sillogismi delle mie "encicliche").

Ero già un puttaniere convinto (anzi, il papa del “Sacro Antichissimo Culto di Venere Prostituta") e avevo soltanto paura che tesi avverse a quanto da te esposto potessero favorire il proibizionismo (o il socialismo). Da gaudente “moscardino”, temevo i due pericoli in egual misura.

Tanto pregai il cielo di incontrarla, che il cielo me la mandò (virtualmente, s’intende).
Se da un lato ella confermò certamente le mie tesi, dall’altro “rovesciò” sia i miei timori, sia le mie “alleanze”.
Ad essere condizionata dal bisogno è anche (se non soprattutto) la scelta dell'uomo, il quale agisce mosso dai riflessi condizionati dell’istinto (su questo, una biologa quale ella era poteva divertirsi a produrre mille esperimenti virtuali), quando la donna può al contrario muoversi secondo il calcolo razionale (ad esempio, scegliere la preda più “facile” e “saporita”, come fa il predatore, a differenza del “seduttore” che segue la “più difficile” e la meno “conveniente”). “Ho amiche che non hanno lasciato neanche gli occhi per piangere agli uomini che si sono innamorati di loro, mentre non ne conosco nessuna che sia finita in miseria per un uomo” – disse chiosando una memorabile dimostrazione dialettica (ohibò, mi accorgo che sto “spoilerando” l’ultimo capitolo dei miei “Sei gradi di separazione”).
Non voglio qui riaprire la decennale polemica sul fatto che, nell’escorting, le donne siano leonesse e gli uomini gazzelle (prima o poi, nel mio “romanzo a puntata” sull’altro 3D, arriverò anche a narrare di queste epiche battaglie forumistiche).

Non voglio neanche dire che tutto l’amore sessuale si riduca ad escorting. Voglio solo rimarcare come alcuni principi tanto “sacrosanti” in teoria non sempre siano “equi” in pratica e come chi ami parole “tutte umane” (anzi, forse, “troppo umane”) come “felicità”, “bene”, “pietà”, “giustizia”, non possa prescindere dal riconoscere i diversi bisogni naturali (diversi innanzitutto per sesso, e da bilanciare assolutamente se si vuole che anche agli uomini siano date "pari opportunità" di vivere liberi e felici nel mondo reale - non in quello ideale - e pari forza contrattuale in ogni rapporto con le donne ed in genere in quanto davvero conta innanzi alla natura, alla discendenza ed alla felicità individuale).

La tua ultima frase è sicuramente vera all'interno del paradigma liberale, ma, al contrario dello "schema attrattivo" “bella”-“forte” (che è natura e non può essere cambiato per “contratto sociale”), non ha una base “naturale”, bensì soltanto “etica”. Su tutte le affermazioni precedenti sono costretti a concordare tutti (eccetto, ovviamente, gli antropologi culturali contro cui è nato questo 3D, i quali continuano a sostenere le pulsioni sessuali essere solamente “cultura” e quindi potenzialmente uguali nei due sessi). Sull’ultima frase concorda (io sono ancora in fondo fra questi, ma non so per quanto tempo) solo chi vede ancora possibile un mondo in cui, “mediamente”, ambo i sessi abbiano abbastanza “potere contrattuale” da poter sempre scegliere fra un “sì” ed un “no”, senza per questo deperire di bisogno.
Un paese ex-comunista degenerato in cui non vi sia alcuna via d’uscita dalla miseria se non venire in Italia per spacciare o in Austria per lavorare in un fkk non dà effettivamente un gran potere di scelta alle belle ragazze (alcune dotate di una bellezza tanto alta e nova da non aver nulla da invidare a quella di certe modelle o showgirls) che vedo sfilare a “Miss Wellcum” (e che per bellezza naturale potrebbero benissimo sfilare per Miss Italia).
Un’Italia “melanzanizzata”, nella quale un giovane maschio, se non erede di una fortuna da “sputtanare” (letteralmente) non ha alcuna alternativa all’autoerotismo (e alla conseguente depressione a rischio di deperimento psichico) se non il disporsi con molte sofferenze e poche speranze (tanto che solo giocando sui grandi numeri si avrà successo) a recitare da seduttore per compiacere la vanagloria della donna o da giullare per farla divertire (a volte non “con lui”, ma “su di lui”), il “mettersi in fila” come un “mendicante” alla “corte di miracoli d’amore” sperando che la “corteggiata” di turno (colpita da quanto abbiamo offerto e sofferto durante i suoi dinieghi) si degni di allungare una sia pur misera “sportule”, o addirittura l’accettare di fare da cavalier servente pronto a tutto per un sorriso (pronto, soprattutto, a rinunciare ad una visione del mondo “propria” che non sia condivisa dal mondo femminile, ad uno stile di vita “sincero” che non porti ad essere “popolare” fra le ragazze), non lascia un grande “libero arbitrio” a chi, con troppa facilità (dall’alto delle nostre fortune socio-economiche che ci permettono un certo tipo di free, pay o indipay) chiamiamo “zerbino”.

Non voglio far sentire in colpa nessuno. Voglio solo dire che il principio del libero arbitrio da te esposto è messo a rischio non solo dalle femministe scandinave (o francesi) che con argomentazioni vetero-socialiste chiamano la prostituzione “stupro a pagamento” o che con il metoo chiamano “molestia” certe forme di free o di indipay (quelle in cui l’uomo ha poteri e ricchezze per bilanciare la bellezza della donna), ma anche dai turbo-capitalisti che stanno facendo di tutta l’Europa occidentale (o almeno della sua parte meridionale) un luogo di impoverimento ex-sovietico e, non lo dimentichiamo, dalle neo-femministe che non si contentano di una parità di diritti, ma vorrebbero pure quella di guadagni (a valle delle scelte individuali e quindi prescindendo dai diversi bisogni naturali e sociali di uomini e donne che anche dopo il femminismo li portano in genere su strade diverse).
Quando 999 uomini su 1000, a prescindere dal loro studio e dal loro impegno individuali, non guadagneranno abbastanza da poter vivere dignitosamente (e quindi figuriamoci andare in un fkk straniero e trovare una indipay in Italia), spiegare il “principio libertario” della non violenza, applicato tanto all’economia quanto al sesso, sarà come spiegare alla plebe in rivolta di manzoniana memoria che non è giusto rubare il pane.
Quando sarà evidente a tutti che il "merito" (di studio, di lavoro o di altro) influisce attualmente (e a differenza del recente passato) sempre di meno sullo stato economico del singolo individuo (tanto che interi paesi come la Grecia o noi possono essere messi sul lastrico dai giochi di potere dei "filantropi" di Wall Street senza particolari colpe dei loro cittadini, a meno che tale non si consideri non aver fatto la rivoluzione contro una classe politica e intellettuale di servi), sarà difficile raccogliere consensi anche qua dentro con una frase del genere.
Quando le politiche sulla “parità di genere” saranno tanto efficaci da rendere introvabili fanciulle più belle di noi che guadagnino così meno di noi da considerare interessante una relazione (occasionale o sentimentale che sia) basata su un loro vantaggio economico o sul mito dell’uomo con alto potere d’acquisto, sarà difficile associare ad un qualsivoglia concetto morale di equità la situazione de facto che il liberalismo avrà a quel punto creato.
Con questo non voglio inneggiare né allo stupro né all’esproprio proletario, ma solo avvisare che i principi morali con cui giustifichiamo il nostro modo di vivere “sopportabilmente” sono funzione dei mutamenti storici ed economici (a differenza dei bisogni naturali che sono costanti).

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@Serendipity said:
@Itaconeti riflesaioni interessanti

@Beyazid_II ti faccio una domanda. Quando ci provavi con una ragazza e magari venivi "rifiutato" con gentilezza (se ti è successo) non ti capitava di avere un calo di autostima? Di sentirti non desiderato, inutile e quasi come se fossi un miserabile, uno scarto della società? Ti succedeva che una ragazza che tu continuavi a tampinare smettesse gradualmente di interessarsi a te? Di contattarti? Di darti feedback?

Purtroppo non sono in grado di risponderti. Le ragazze che mi hanno "rifiutato" (o comunque ignorato) non hanno MAI usato la GENTILEZZA. Non capisco come sia stato possibile in passato anche solo associare l'aggettivo "gentile" al sesso femminile. Da chi mi ha riso in faccia al telefono mentre avevo la voce rotta dal pianto a causa delle sue stesse parole a chi non ha neanche degnato di un rifiuto le mie lettere (che, se non ancora d'amore, erano almeno d'interesse sentimentale), si può dire siano state tutto, da sadiche a maleducate, ma mai e poi mai gentili.

Per questo ho anche abolito il termine "donna" nelle mie relazioni sociali. Se per noi non si usa "don" (signore), ma semplicemente "uomo" che deriva da "humus" (umile come la terra), non è accettabile che per il corrispettivo femminile si usi aprioristicamente un termine che deriva da "domina" (ovvero signora), quando l'interessata non abbia prima dato prova di quel grado di "cor gentile" proprio agli animi delle persone nobili.
Non nego che, reiterando i tentativi su tutto il genere, avrei potuto anche scovare qualche perla gentile fra le donzelle, ma non ho ritenuto di dover affrontare, per queste gioie ipotetiche e future, ulteriori fatiche e patimenti immediati e sicuri.

Come ho fatto a non sentirmi un miserabile? Beh, mi sono sentito tanto misero che per i successivi vent’anni non solo non ho più avuto il coraggio di farmi avanti in qualunque modo, ma non ho neppure più voluto immaginarmi indotto ad un’ipotesi del genere. Può bastare come umiliazione? Per questo ho scelto il “Sacro Antichissimo Culto di Venere Prostituta”.

Magari, recuperando autostima, avrei potuto davvero, con le doti che nemmeno nel mio periodo più nero ho mai messo in dubbio di avere, conquistare qualche bella ragazza senza pagare, ma a che scopo? Se una fanciulla preferisce la vanità dell’esser corteggiata alla sincerità di un dialogo senza ruoli da commedia (dell’arte o della seduzione) con me, cosa ha davvero ai miei occhi di più da una prostituta d’alto rango che misura la propria vanità nel proprio compenso? Considerando anche che per entrambe l’interesse economico è (per i motivi “naturali” di cui stiamo discutendo) importante quasi allo stesso modo!

Certo, la mia autostima erotica è andata non a zero, ma sotto. Mi vedevo (e fu una donna che a suo modo mi ha amato a notarlo) come un brutto anatroccolo incapace di attrarre una qualunque donna con una qualunque dote.

Vuoi chiedermi quindi, come ho fatto a non suicidarmi (come capitò, in situazioni simili, al cugino di un mio amico)?

Per tre motivi: c'era la guerra, c'era papà, c'era la "rivolta". Mi spiego meglio:

  • "c'era la guerra". Ho lasciato ogni tentativo di conquista amorosa e mi sono dedicato a tutt'altre battaglie. Ho pensato solo e soltanto ad eccellere nello studio quant'altro mai. Ed ho scelto una facoltà senza donne. In tal modo (illusione liberal-napoleonica di un adolescente!) avrei conquistato una posizione di prestigio e preminenza nella società tale da permettermi di far pentire chiunque mi avesse in precedenza rifiutato (come in quel bel film in bianco e nero in cui Alberto Sordi, neo-ricco con auto e chauffeur, fa sgasare quest’ultimo sotto il balcone della pretenziosa che lo aveva rifiutato). Ho perso la guerra (pur vincendo tutte le battaglie), ma almeno sono sopravvissuto;
  • "c'era papà": per i bisogni naturali di bellezza e piacere dei sensi, avevo (fortunato me all'epoca) tutto il denaro necessario per pagare il biglietto alle attrici (che fosser escort professioniste, lapdancer che arrotondavano, o pure mistresses per i piacere più "piccanti", non mi facevo mai problemi) disposte a recitare ogni sfumatura del mio sogno estetico completo attingendo alla ricchezza paterna. Ho dilapidato (va beh, sto un po’ esagerando) una fortuna (non solo con le escort), ma almeno ho vissuto. Meglio: ho vissuto come volevo io, non come avrebbe voluto la società in cui gusti e costumi sono diretti dal capriccio “selezionatore” femminile. Ed anche quando non andavo realmente con le escort ero felice anche solo pensando di poterlo fare, a differenza di chi era costretto a sottomettersi a giudizi pseudo-psicologici ed a valutazioni pseudo-amorose di fanciulle mosse da prepotenza vanagloriosa e tirannica vanità;
  • "c'era la rivolta": ho letto Evola (“Rivolta contro il mondo moderno”) ed ho capito la differenza fra il principio lunare e quello solare. Lunare è tutto ciò che ha in altro il proprio centro. Lunare per eccellenza è la bellezza femminile, che splende solo e soltanto in quanto è illuminata dal fuoco del desiderio maschile. Con parole molto meno poetiche, Schopenhauer direbbe che solo “un intelletto abbacinato dall’istinto sessuale può vedere come più bello un corpo che è meno alto, meno forte ecc.”, portando ad esempio il fatto che in quasi tutti i mammiferi il “bello” è maschile (si pensi al leone con la criniera e al pavone con la coda colorata, più belli ad un osservatore esterno delle leonesse spelacchiate e delle pavonesse biancastre). Anche al di là del discorso “estetico” sul corpo, solare è il principio maschile in quanto le civiltà sopra esso fondate (storicamente), come la Grecia di Omero, l’India vedica, la Persia Iranica, la Germania sacra e Imperiale e ovviamente la Roma della prima età repubblicana (ai tempi di Augusto era già tutto a puttane in ogni senso) hanno quel “grande stile che disdegna di piacere” di cui parlava il grande Nietzsche. Guardate le colonne doriche. Non sono erette per prendere applausi o raccogliere consensi. Persuadono istantaneamente con la loro “nobile semplicità” e si impongono a tutti nella loro “quieta grandezza”. Come appunto il sole, che splende di luce propria e non riflessa, solare è ogni principio che ha in sé il proprio centro, la fonte della propria forza, il principio del proprio valore, il senso della propria bellezza, e che quindi (a similitudine delle nature siderali) può vivere eternamente uguale a sé.
    Una donna moderna ha bisogno del mondo che le dica quanto è brava (un tempo le bastava l’uomo che la faceva sentire bella). Un uomo moderno ha bisogno delle donne che gli dicano quanto è affascinante (un tempo voleva almeno il mondo che gli dicesse quanto era bravo). Sono entrambi lunari e femminei.
    Non solo il femminismo, ma anche il “machismo” è lunare. Quando l’uomo lascia alla donna il compito di stabilire il proprio valore (come fanno i “ducetti” da balera o i “berluschini” da commedia di Vanzina, che si vantano delle proprie “conquiste” da “maschi alfa” e da “uomini affermati e che in questo dicono “valgo perché conquisto”, ovvero “perché piaccio alle donne” o perché “mi trovano utile”), quando pone in quanto fa con la donna il principio della propria forza (come chi si vanti delle proprie performance sessuali e si pensi “forte” in quanto “scopatore”), allora ha già perduto ogni virilità in senso alto.
    Il tipo superiore del guerriero non chiede di essere riconosciuto. Tanto meno si cura di cosa dicono in basso. Ha o la forza per imporre le proprie verità (come fece il mondo indoeuropeo allorché “riordinò” il chaos in kosmos nel momento stesso della fondazione di città e civiltà che studiamo ancora fra storia e mito e che furono rottura con il mondo precedente il neolitico, tanto da apparire “crimine” nella narrazione biblica, “peccato” nella trasvalutazione cristiana dei valori), o il coraggio di morire per esse (come Mishima). Per questo, alla pari del “fiore di ciliegio” del Bushido, è “il più bello fra gli uomini”. La sua bellezza non è nel desiderio altrui, ma nella pura coerenza con il proprio principio interno. L’opposto, se vogliamo, della bellezza femminile, che è trucco, dissimulazione, desiderio/bisogno suscitato nell’altro.

Il mio occhio ceruleo è bello perché ha misurato l’abisso azzurro di un crepaccio che ho scavalcato senza timore (e con molta follia) scendendo solitario da una vetta di roccia e ghiaccio, non perché una collega cretina, per provocarmi, mi dice “che begli occhi!”. Io mi sento bello quando, spettinati dal sudore e dalla fatica, i miei biondi capelli (che mai conosceranno il pettino o, peggio, il gel) rilucono al sole nell’aria sottile dell’alta quota in primavera, nella soddisfazione di una terribile parete vinta d’estate, o nel primo gelo dell’autunno fra le ardite guglie dolomitiche, non perché la modellina di turno mette un “I like” sul facebook che non ho. Ci sono modelli più alti di me, attori dal viso più bello, manager dal portafoglio più pieno? Ebbene, io sono più vivo. “Le donne vogliono quelli”? Chissenefrega, sono problemi di cui non mi occupo più. Alla malora! Se voglio chiavare pago, se voglio essere bello vivo.

Certo, per diventare così non è bastato né rifuggire del corteggiamento, né leggere il Barone. Ho dovuto essere amato d’amore quasi materno dalla più stronza fra le odiatrici di uomini ed averla lasciata come l’ultima della baldracche. Dopo averla desiderata come la più dolce delle amanti ed odiata come la più terribile delle maledizioni. Ho dovuto visitare il regno oscuro della regina delle Amazzoni, scendere negli abissi del suo odio ed ascoltare i sospiri del suo cuore. Come Achille con Pantasilea. Ed ho dovuto sentirmi morto per poter rinascere. E a quel punto le parole “amante” e “nemica” si fondono in un nuovo e terribile concetto di madre (perché “nulla nasce senza dolore”, diceva Nietzsche).
Ma questa è un’altra storia. Se la volete sentire, dovete avere pazienza. Il romanzo a puntate (nell’altro 3D, peraltro) richiede tempo per arrivare al suo ultimo capitolo.

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@beautifulgirlsliker said:
titolo che rimanda ad una celebre opera di Julius Evola !
(senza dubbio, lo hai detto ad abundantiam in seguito...devo ancora leggere il lungo testo che, come al solito si annuncia interessante... cosa che farò adesso !)

Permettetemi...

va bene che anch'io (come credo si evinca da sopra) ho conosciuto e amato l'opera del Barone, ma addirittura ritenerla così al di sopra di quella, quasi omonima, di Schopenhauer da porre quella a modello di questa (piuttosto che viceversa) mi pare troppo.

Rilevo due cose:

  • l'imbecillità del "fronte culturale progressista" il quale, ritenendo Evola "pericoloso fascista" lo ha rimosso completamente dalla "cultura ufficiale", mentre, ritenendo Schopenhauer soltanto "simpatico reazionario moderato", lo lascia studiare a scuola. Come effetto paradossale, gli studenti dimenticano il secondo e ricordano il primo (in quanto vietato). Esempio di quanto sia controproducente la censura.
  • a prescindere dalle vicende "politiche" post-mortem degli autori, non si può non rilevare come l'opera di Schopenhauer sia legata allo stato dell'arte dello studio della biologia contemporanea, mentre quella di Evola sia volutamente (e provocatoriamente) un discorso mitico (il che non vuol dire nè intrisecamente "irrazionale" nè tantomeno "falso").

Poichè questo 3D è nato per controbattere la plateale menzogna antropologica dell'uguaglianza potenziale fra le pulsioni sessuali di uomini e donne (pretesa uguaglianza che contrasta con ogni evidenza scientifica, ad esempio, dell'etologia), ritengo che convenga seguire Schopenhauer piuttosto che Evola. Più in generale, laddove si debba dibattere con i sostenitori dell'egalitarismo e del progressismo, è sempre bene combattere con le loro stesse armi (la scienza, la dialettica, la dimostrazione, l'evidenza), evitando che la "ragione" sia percepita come bagaglio culturale proprio del fronte "egalitario", quando, al di fuori delle interpretazioni politicamente corrette della scienza o di certe sue "deviazioni interessate", troviamo già nella "scienza dei fatti" sufficienti evidenze per smascherare le grandi menzogne dei progressisti e delle femministe. Anche l'esperienza comune è in grado di darci ragione (non serve, mi si perdoni la battuta, il soprasensibile!). D'altronde ha ragione Il Fusaro che cita il suo maestro Preve: "viviamo nella prima epoca della storia in cui la classe intellettuale è inferiore, e di molto, alla gente comune".

Non dico di non leggere e di non citare Evola, ma eviterei di tirarlo in ballo quando non serve (anche per i rischi di polemica inutile che inevitabilmente comporta il solo nominarlo in certi contesti non proprio "amichevoli" nei suoi confronti). A me servì per evitare una crisi da suicidio. Serve come "mito interiore" per decidere su quelle premesse di verità e di valore di cui ogni vita, per quanto razionale e razionalizzata, ha bisogno ma che nessun discorso logico-razionale potrà mai arrivare a "dimostrare" (tantomeno a mostrare per tutti), Serve, insomma, per "mostrare a chi ha occhi addestrati a vedere", là dove la ragione non ha più potere. Serve ad esempio, oggi, quando, contro ogni ragione, ogni etica, ogni diritto, ci viene sempre e soltanto sbattuto in faccia, da questo mondo sedicente razionale, democratico ed egalitario, il "mito matriarcale". Senza tale mito, gli uomini capirebbero l'ingiustizia delle sentenze a senso unico delle separazioni, le iniquità dei moderni diritti concessi alle donne mentre queste tengono saldamente fra le loro mani gli antichi privilegi, l'insensatezza delle condanne sulla sola parola della donna. Le nostre rivendicazioni di "diritti maschili" sono vane perchè si trovano di fronte al mito (della Grande Madre, delle Amazzoni, della Grande Menzogna femminista figlia di hegel minuscolo e basata sul vittimismo, eccetera). Alle ragioni si controbatte con altre ragioni, ma al mito si deve contrapporre il mito. Qua, però, eravamo solo di fronte ad un pisquano di antropologo....

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CAPITOLO PRIMO
"la scelta delle donne (e degli uomini) fra miti e realtà scientifica"

Per quanto riguarda l’argomento di cui si discuteva qui sul forum, ovvero i criteri di scelta delle donne nei nostri confronti, una ricerca di una decina di anni fa (ma probabilmente potrete con più pazienza trovarne di più recenti: io riporto quanto a suo tempo mi colpì per la capacità di uscire, per la prima volta in questo secolo, dalle ipocrisie maschili e femminili sull’argomento) condotta, mi pare in Germania (quindi in un paese obiettivamente rappresentativo dell’oggi, non in un paese arabo dove le donne non possono lavorare, in un paese allora come ora governato da una donna, economicamente socialmente “forte” nella “modernità”, non in quella che veniva definita “mignottocrazia” italiana, in un paese ricco di opportunità lavorative per chiunque, non nella moldavia post-sovietica dove l’unica opportunità di migliorare la propria vita sono una buona fuga in occidente a lavorare negli fkk o un buon matrimonio con un ras locale, in un paese guida dell’Europa, non in quel posto economicamente e socialmente arretrato o “intriso di retaggi maschilisti” come la propaganda “progressista” vorrebbe l’Italia) mostrò quanto in pochi, fra uomini e donne, avrebbero avuto coraggio di ammettere in pubblico o addirittura a se stessi.

I ricercatori analizzarono oggettivamente (ovvero basandosi puramente sui numeri) una certa mole di incontri a fine di “dating” e, basandosi sulle preferenze espresse anonimamente (e, quindi, si suppone, sinceramente) dagli interessati riguardo a chi avrebbero voluto re-incontrare, riscontrarono che, nella quasi totalità dei casi, gli uomini richiedevano di rivedere le donne più attraenti, con un ordini di preferenza abbastanza correlati fra loro e quasi degni della votazione di un concorso di bellezza, mentre le donne si mostravano tanto più interessate quanto più elevata era emersa dal primo colloquio la posizione socioeconomica dell’uomo in questione.

Non avevo mai creduto alle favole delle principesse che baciavano i rospi (e il rospo, in un mondo capitalista, non è l'uomo brutto, ma quello privo di ricchezze). Nemmeno nel medioevo si sono baciati i rospi. Le donne hanno sempre voluto i cigni migliori. Solo che ora invece di avere i mantelli, i cavalieri devono avere i quattrini.

Meglio la sincerità, mi dissi, di una forma ipocrita di "rispetto". Non è infatti davvero rispettoso degli uomini e delle donne pretendere che essi siano altro da loro e considerare colpe o malvagità i loro desideri naturali (o la loro modificazione intellettuale o evoluzione sociale). E' rispettoso invece accettare i loro desideri e i loro bisogni naturali, culturali e sociali senza giudicarli (e rispettando le loro decisioni ed i loro modi di appagarli).
E soprattutto non è rispettoso illudere la gente con frottole sull'amore, sul sentimento e sulla bontà d'animo. A furia di dire "sei un bravo ragazzo, sei carino, hai un animo buono, troverai una bella donna, quando sarà il momento" gli uomini si illudono, poi finiscono con il disilludersi, l'abbandonarsi alla disperazione, l'uccidere o l'uccidersi (un po' come Aiace Telamonio quando scoprì l'inganno dei giudici e di Ulisse). Onore e merito a chi dice loro la verità da subito.

"Il maschio, precisa Todd, 'fara' sua' la donna piu' attraente che lo accetti tra tutte quelle che lui reputa attraenti, la femmina invece scegliera' 'il buon partito', settando i propri standard sulla base della propria avvenenza, o in soldoni in base a chi col proprio aspetto fisico potra' permettersi di conquistare".
Se lo avesse scritto qualsiasi altro, sarebbe stato considerato un maiale o una puttana, un uomo materialista e bruto o una donna priva di valore sentimentale e morale, un "volgare maschilista" che sostiene tutte le donne esser puttane o una "bastarda" che usa tutti gli uomini come strumenti stupidi per i propri fini egoistici. Per fortuna, dato che lo si dice in maniera scientifica, si evitano tali sproloqui retorici.

Se le “spiegazioni” morali (consistenti fondamentalmente nel dire “gli uomini sono tutti maiali” e “le donne tutte puttane”), qui come in tutte le altre questioni, non spiegano nulla, essendo un semplice (ed arbitrario, anzi, dettato dall’invidia) giudizio di valore su qualcosa di esistente a priori con ben altre motivazioni, nemmeno quelle “socio-culturali” appaiono convincenti. Dire che “tutto dipende dall’organizzazione economica” non spiega, infatti, né perché anche le donne che non avrebbero affatto bisogno economicamente di un uomo continuano ad essere attratte dalla posizione socio-economica di questo, né perché neanche gli uomini che avrebbero invece giovamento da un’unione con una donna ricca riescano ad essere attratti da lei su un piano amoroso (la “ricerca” non riguardava agenzie matrimoniali, ma siti di dating a scopo “free”). Dire che “tutto dipende dagli stereotipo culturali” non spiega poi né come sia possibile che fra migliaia e migliaia di persone non ci sia traccia statisticamente rilevabile di tutti questi uomini e donne “anticonformisti” (che si divertono, come dice qualcuno, a “scandalizzare” e a “rompere gli schemi”) come per stile di vita e di pensiero se ne vedono invece tanti al giorno d’oggi, né perché un dato “schema comportamentale”, tanto deprecato come “costruzione culturale”, si sia affermato su tutti gli altri possibili se davvero non ha avuto alcun “supporto” dalla natura e dall’istinto.

L’antropologia si narra come scienza, ma, in realtà, non fa altro che osservare dall’esterno il comportamento di tante popolazioni diverse (lontane nel tempo e nello spazio) cercando “a senso” di ricostruire quelle leggi che dovrebbero essere proprie della “specie umana”. Non ci sarebbe niente di male in questo (anzi, sarebbe proprio scientificamente corretto), se non fosse che, una volta possibile, per il progredire della biologia, della chimica e delle neuroscienze, iniziare ad “indagare” per così dire dall’interno quella “black-box” che fino a due secoli fa era considerata la mente, la psiche, l’istintualità umana, gli antropologi non continuassero oggi imperterriti a preferire i “dogmi” di Levi-Strauss.
Quest’ultimo, considerato fra i massimi padri fondatori dell’antropologia culturale, ha in effetti condotto una lunga e approfondita serie di studi su popoli tanto diversi da quelli sedicenti “civilizzati” (nel giusto tentativo rifuggire dagli stereotipi borghesi occidentali e di creare quel “distacco” in grado di rendere l’uomo oggetto di studio da parte di un altro uomo), ricavando osservazioni certamente interessanti, anche scientificamente, ma, ahimè, inframmischiate senza remore con sentenze e convinzioni derivanti dalla propria personale visione del mondo. Intendiamoci: è tutto diritto degli scienziati avere opinioni personali ed aderire ad ideologie, filosofie o religioni.

Anche Einstein aveva le proprie opinioni, ma ha sempre avuto il merito di separarle rigorosamente dal proprio lavoro di fisico. E’ così possibile concordare con Albert sulla “pericolosità” delle donne americane (l’ha capito subito, un secolo prima di noi, che là gli uomini erano solo cagnolini pronti a scodinzolare per compiacere delle tiranne vanagloriose e a fare tutto per denaro solo per essere accettati da quelle: non per niente era un genio), ma non sull’affermazione che “Dio non gioca a dadi con l’universo” (una volta persuasi invece dalle dimostrazioni e dagli argomenti della fisica quantistica sulla natura “caotica” della realtà). O dissentire da lui politicamente (davvero ingeneroso sparare contro il “lupo prussiano” che pure lo aveva “allevato” scientificamente, ben prima che in Germania fosse soppiantato dal “mostro nazista”, e per me inqualificabile l’aver fatto il pacifista nella prima guerra mondiale, di fatto una neutralità ostile alla propria patria molto prima che questa cadesse nella follia nazista, per poi giustificare l’uso della bomba atomica nemmeno contro la Germania nazista, ma contro il Giappone che non aveva mai perseguitato nessun ebreo, anzi, ne aveva salvati diversi) e non avere comunque alcun dubbio sulla teoria della relatività, in quanto “more geometrico demonstrata” (anzi, dimostrata riprendendo da Hilbert geometrie non euclidee!).
Con Levi-Strauss questa scissione non è possibile. Le sue osservazioni contengono le sue opinioni e viceversa.
Insomma, credere nell’egalitarismo che discende dall’antropologia di Levi-Strauss solo perché questo ha “oggettivamente” studiato dei selvaggi, sarebbe come credere alla “superiorità della razza germanica” basandosi sul trattato etnografico di Tacito che ha “scientificamente” (per l’epoca) osservato usi e costumi degli Antichi Germani. Solo Hitler poteva crederci!
E Levi-Strauss, esattamente come Tacito, non cessa di colorare di valutazioni morali quelle che dovrebbero essere osservazioni scientifiche.

Da qualche parte si è addirittura lasciata scappare un’affermazione del genere “il problema è quindi far rientrare l’uomo nella specie”. Questo ci dice molto della sua ideologia. Pare che per lui la “rivoluzione neolitica”, quando i popoli fondatori di città e civiltà, la Grecia di Omero, la Roma Repubblicana, l’India del Veda, la Persia Iranica, la Germania Sacra e imperiale hanno abbandonato il concetto di “uomo naturale” (ovvero definito semplicemente dalle qualità comuni a tutta la specie) per sostituirlo con quello più propriamente storico (definito invece dalla sua specifica visione del mondo e dall’organizzazione sociale conseguente, quale noi, negli esempi citati, possiamo studiare tanto dalle opere etico-spirituali come l’Iliade, l’Eneide, i poemi persiani, l’Edda, il Beowulf, quanto dalla storia stessa) sia un “problema”, anzi, una “colpa” dalla quale redimersi. Ma questo ci ricorda la bibbia. E’ infatti evidente la comunanza dello schema teleologico: l’uomo creato dal nulla da un dio fuori dal mondo, per aver voluto “farsi un nome nel mondo”, viene cacciato dall’Eden. E potrà ritornare in Paradiso solo dopo essersi pentito e redento.
E’ il “mito cristico”. E’ parente del mito comunista: la storia vista come una maledizione e la lotta di classe come mezzo per ripristinare una versione “hi-tech” delle società matriarcali senza classi (e senza nazioni).
E sempre il mito femminista dell’umanità felice (sic!) sotto il governo delle donne che ad esso dovrà ritornare “pacifico” dopo gli anni “bui e sanguinosi” del “patriarcato”.
Tutte queste ideologie hanno in comune la “maledizione della storia”: la possibilità stessa per l’uomo di generare diverse identità storiche, diverse civiltà con diverse visioni del mondo, e diverse idee stesse di uomo (a volte in conflitto fra loro, a volte in armonia, sempre in confronto storico) è vista come un crimine (anzi, come “male assoluto”, dato che viene bollato di “nazismo” chiunque oggi la sostenga). Perché? Perché, così come “dato una volta per tutte” è il concetto di uomo della Bibbia, così, indissolubilmente legato ad una concezione di umanità astratta dal tempo e dalla storia (dalla quale si traggono i sempre più onnicomprensivi e pretenziosi “diritti umani”) è il concetto di uomo moderno, funzionale all’internazionalismo tanto marxista quanto capitalista. Senza supporre l’uomo, biologicamente, come “tabula rasa” (astratto dalle diverse origini dei popoli), tanto le dottrine liberal-liberiste quanto quelle marxiste sarebbero inapplicabili. Inoltre, se si ammettessero diverse possibilità per diversi popoli, si rischierebbe di mettere in dubbio l’universalità di un modello sociale che si vorrebbe rendere infinito, anzi eterno, con quel “fine della storia” di cui parlava Francis Fukuyama, in cui “tutti sono felici perché non succede più nulla”. Il colmo è che si definisce per universale quanto è stato invece storicamente inventato in occidente con gli “immortali diritti” della rivoluzione francese, mentre si disconosce l’origine naturale e l’onnipresenza nella specie di quanto è davvero universale (al di là di culture, razze e religioni): il bisogno di bellezza e piacere dei sensi degli uomini e la capacità delle donne di trarne profitto.

Ma al di là del mito che permea il retropensiero di questo o quello studioso (anche Lorenz aveva i suoi miti, nessuno è “neutrale”), è sul metodo che ci si deve focalizzare. In quanto si rifiutano di studiare i meccanismi interni della mente, regno della chimica e della biologia, tanto l’antropologia quanto la psicanalisi stanno ad etologia e psichiatria come la medicina “tradizionale” (che, non conoscendo l’interno dell’organismo, parlava di aristotetelici equilibri fra “elementi” e nel 90 percento dei casi ordinava salassi ai malati) sta a quella moderna (quella che conosce gli organi interni e, dopo Pasteur, ha scoperto gli antibiotici). Certo, qualcosa di buono avranno pure compreso i medici del tempo dei Promessi Sposi, non tutte le loro diagnosi erano menzogna, ma sfido io a curare la peste con quei metodi! Eppure c’è oggi chi vorrebbe risolvere la guerra fra i sessi con le enunciazioni egalitarie dell’antropologia e i problemi mentali seri con la psicoanalisi! Come se il dualismo cultura/natura fosse scientificamente verificato ed Es, Ego, Superego fossero stati logici verificabili della rete neurale che è il nostro cervello!
Certo, gli antropologi e gli psicanalisti possono anche dire qualche verità, di quando in quando, ma il loro discorso non è strutturato per dire sistematicamente la verità in senso scientifico. Un po' come i medici di corte del Seicento. Ci prendono per caso (o quando fa loro comodo prenderci).

Chi vi scrive ha ascoltato un tempo con attenzione, da studente liceale, le divulgazioni su certe teorie basate sulla sequenza fase-orale, fase-anale e fase fallica, ad opera di un simpatico professore comunista che raccontava barzellette su donne, suore e carabinieri durante gran parte le ore teoricamente di filosofia, ma, poiché ha frattanto anche vissuto, si riserva di porre dei dubbi su certe “apparizioni improvvise di ninfomani” o, quanto meno, sulla loro frequenza statistica.

Qualunque spiegazione antropologica o psicologica dell’istinto sessuale e del sentimento amoroso parte infatti da un presupposto viziato: l’eccezionalità della specie umana rispetto agli altri mammiferi.

Sia detto infatti questo in definitiva contro gli antropologi: la distinzione natura-cultura è falsa in entrambi i sensi. Non solo perché, come qui si sta dimostrando e si continuerà a dimostrare, molte espressioni “culturali” dell’amore sessuale (dal corteggiamento alla poesia, dall’attrazione al comportamento differenziato nei sessi) hanno una base biologica ed un’origine filogenetica. Ma anche perché nel regno animale vi sono comportamenti che non sono innati ma debbono essere insegnati dai genitori ai piccoli, che sono, dunque, “cultura”. Le taccole non sanno volare dalla nascita. Sono mamma e papà che lo insegnano ai figli, con tanto di piccoli e continui allenamenti, sgridate e “versi di richiamo”, come ha scientificamente studiato e perfettamente divulgato nell’Anello del re Salomone lo stesso Konrad Lorenz. Non solo, quindi, parte di quanto chiamiamo cultura nell’uomo è natura, ma anche una parte di quello che chiamiamo natura negli animali è cultura. Gli antropologi, per farci credere che potenzialmente siamo tutti uguali, si ostinano a volerci far credere che “tutto quello che c’è nell’uomo (quindi anche e soprattutto le differenze) è cultura”, mentre “natura è tutto e solo quanto è negli altri animali”. La scienza dell’etologia ci ha mostrato che questo è falso. E se l’antropologia culturale mi mente si questo punto, perché dovrei crederle su tutto il resto?

Se si scelgono invece le spiegazioni biologiche, le spiegazioni diventano molto meno ricche, complesse e divertenti, ma molto più semplici. E spiegano perché le “ninfomani” sono poche e gli “sfigati” tanti. Spiegano anche (con l'invidia), un certo femminismo e le sue ondate "puritane". Una volta una racchia femminista che si dava arie di filosofia classica, mi disse "troppo semplice spiegarla così". Ed io le risposi: “simplex sigillum veri”. I Latini avrebbero smascherato il femminismo anche solo con il loro amore per la semplicità e la chiarezza! E noi "moderni", almeno, non complichiamoci la vita con la psicoanalisi! Non facciamoci dire dagli freudomarxisti perchè siamo puttanieri! Spieghiamo nel modo più semplice il desiderio per il corpo della donna. Eviteremo che loro, con le femministe, spieghino noi come "gli oppressori". Anche da un punto di vista disinteressato e propriamente "scientifico", già diceva Guglielmo di Ockham: ”a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire”.

Nei mammiferi la gravidanza è molto lunga e necessita di molte risorse, mentre la mortalità infantile è elevata. E’ inoltre dimostrato pressoché universalmente che questa cala in proporzione alle cure che i genitori pongono verso i nascituri. E’ dunque evidente come l’evoluzione naturale abbia selezionato quelle speci nelle quali la femmina scelga il futuro padre con criteri incentrati su questo punto fondamentale per le propagazione della vita.

E questo spiega la grande domanda di quel post “perché una modella 20 sta con un uomo 58 enne?”, che non aveva risposte né dall’economia, né dalla sociologia, né dall’estetica, senza dover tirare in ballo né esoterismo, né psicoanalisi. Se sul primo non riteniamo neanche di doverci soffermare, la seconda merita una puntualizzazione. La psicoanalisi non è una scienza in quanto non falsificabile (come giustamente sottolineato da Popper, pessimo filosofo ma ottimo epistemologo). Esattamente come il verbo biblico, la parola di Freud non tollera la controprova della negazione di verità. Se la si nega, tutta la teoria cade, non avendo la possibilità di verificare sul campo i risultati in modo ripetibile ed oggettivo. Dobbiamo fidarci di lui. Ed io non mi fido, dato che vedo in lui il tentativo di ripescare la bibbia (nello schema colpa-punizione fatto rientrare dalla finestra per spiegare i vari complessi, da Edipo in poi, dopo aver cacciato Dio dalla porta). Faccio notare in proposito che la teoria della “ricerca della figura paterna” per spiegare certe scelte sessuali da parte di donne giovani e belle è del tutto superflua, se si considera l’origine biologica dell’attrazione fra i sessi. L’uomo più maturo è in società in genere anche più ricco e più protettivo, ovvero quanto di meglio la prole possa avere. Non serve scomodare Freud. E nemmeno Jung (che ha solo sostituito la mitologia biblica con quella indoeuropea per andare più di moda in Germania e Austria). Se si vuole curare la mente, per inciso, bisogna rivolgersi alla psichiatria, che del cervello conosce la struttura biologica e le interazioni con la chimica e i medicinali, non a mode letterarie come quella dell’anti-psichiatria (che hanno portato ad assurdità, come affermare che le malattie mentali, intendo quelle biologicamente dimostrabili, non le eccentricità o i disturbi comportamentali di cui tutti un po’ soffriamo, non esistono, perché “siamo tutti un po’ matti”, anzi “la normalità non esiste”).

La natura inculca nel petto dell'uomo una brama infinita di cogliere l'ebbrezza ed il piacere dei sensi da quante più donne possibili, e ne fa nascere il desiderio immediatamente e al primo sguardo, con l'immediatezza del fulmine e l'intensità del tuono, ma con la soavità di plenilunio di giugno dopo la pioggia, non appena la bellezza si fa sensibile a lui nelle fattezze del corpo muliebre, nella claritate del viso, nelle forme dei seni rotonde, nelle membra scolpite, nella figura slanciata, nelle chiome fluenti e nell'altre grazie ch'è bello tacere.
Parimenti inscrive nell'istinto della donna la dote di farsi sommamente desiderare e seguire in ogni dove, (come una fiera nei boschi) dal maggior numero possibile di maschi, in modo da ampliare al massimo la rosa di coloro che sono disposti a competere per lei e dai quali selezionare chi mostra eccellenza nelle caratteristiche volute per la riproduzione e il bene della discendenza (o, razionalizzato nelle società più evoluto, quelle doti materiali o intellettuali che rendono un uomo gradito o utile alla femmina, o conferiscono prestigio sociale).
Tutto ciò risponde ai fini della natura, non a quelli dell'uomo (ed è infatti motivi di infinite infelicità individuali, da quelle dei giovani uomini intimamente feriti dalle "stronze" a quelle delle donne tradite): il desiderio maschile serve garantire la massima propagazione dell'istinto vitale, quello femminile a garantire la selezione dell'eccellenza.
Questo è l'amore naturale "l'inganno che la natura ha dato agli uomini per propagarne la specie".
Tutto il resto, nell'amore, è solo costruzione dell'uomo, della sua ragione, della sua arte, della sua parola, e, più profondamente, del suo inconscio.

L'aveva già compreso Schopenhauer:
"L'uomo tende per natura all'incostanza in amore, la donna alla costanza. L'amore dell'uomo cala sensibilmente non appena è stato soddisfatto: quasi tutte le altre donne lo eccitano più di quella che già possiede, perciò desidera variare. Invece l'amore della donna aumenta proprio da quel momento. Ciò dipende dal fine della natura, la quale mira a conservare la specie e quindi a moltiplicarla il più possibile. L'uomo infatti può comodamente generare in un anno più di cento figli, se ha a disposizione altrettante donne: la donna invece, per quanti uomini abbia, potrebbe comunque mettere al mondo un solo figlio all'anno (a prescindere dalle nascite gemellari). Perciò l'uomo va continuamente alla ricerca di altre donne, mentre la donna si attacca saldamente a un unico uomo: la natura infatti la spinge a conservarsi, d'istinto e senza alcuna riflessione, colui che nutrirà e proteggerà la futura prole." (LA METAFISICA DELL'AMORE SESSUALE)

E qui si torna a quanto stiamo vivendo tutti al giorno d’oggi.
O un uomo riesce a diventare "capobranco" o la sua sarà una vita fatta di irrisioni al desiderio, ferimenti psicologici, umiliazioni intime, frustrazioni fisiche e mentali, infelicità sia sensitiva sia intellettiva e inappagamento continuo, con conseguente disagio da sessuale a esistenziale. Questa è la pura e amare verità. La storia dell'anima gemella è una favola, illusoria come quasi tutto quanto narrato dai poeti. Sin dai tempi di Omero, molto mentono gli Aedi. Solo chi emerge ottiene. E' così anche fra gli animali, solo che essi non sono dotati dell'autocoscienza che rende certe situazioni peggiori della morte. Il Capobranco in questo mondo è o il calciatore, o il cantante o il personaggio famoso in genere, oppure l'uomo di successo finanziario. Siamo in un mondo de-spiritualizzato e questa è la conseguenza necessaria sul piano erotico-sentimentale. Sia detto senza moralismi o comunismi. Tramontata è l'epoca spirituale dei poeti e dei cavalieri.
Se un uomo non raggiunge una certa posizione socio-economica non può esercitare alcuna attrattiva di sorta verso il mondo femmineo.

Per le puttane, diranno socialisti e anime belle del vario femminismo, mentre con le donne "vere" servono sentimenti nobili e buona volontà?
No, non solo per le puttane, che sono una minoranza, servono i denari, ma per gran parte delle donne "normali", giacché l'istinto femminile non è disiare diffusivamente come l'uomo, ma selezionare l'eccellenza, la quale in un mondo capitalista tende ineluttabilmente ad identificarsi più o meno velatamente con quella economica. Oggettivamente, al di là di ogni demagogia anti-consumistica, il denaro è quanto di meglio esista per fornire non solo una base su cui vivere serenamente in coppia, ma anche una possibilità di garantire il benessere e l'avvenire ai figli. Per questo l'uomo deve possederne anche se non si parla di "puttane". Anche le donne normali lo pretendono. Non è una questione di interessi, ma di desideri. Mentre l'uomo vorrebbe sempre cento donne belle tutte assieme la donna vorrebbe sì circondarsi di cento uomini, ma per selezionare colui che eccelle in doti non necessariamente estetiche (non solo bellezza, ma anche cultura, sensibilità, potere, forza, intelligenza, cuore, o quant'altro ogni singola donna soggettivamente ritiene importante) per ottenere il miglior padre per la futura prole. E ciò è istinto, per cui rimane a dettare i desideri anche quando il cervello della donna decide di non avere figli o di divertirsi solamente con gli uomini. Non sto parlando dei legami per interesse. Anche gli uomini del resto rimirano le grazie femminili correlate alla riproduzione (come le forme rotonde dei seni o quelle dei fianchi, per non dire quanto è bello tacere) anche quando non hanno alcuna intenzione di riprodursi. Non è giusto dare delle puttane alle donne normali che mirano al portafoglio così come non è giusto dare dei maiali agli uomini che mirano alla bellezza. E' natura. Piuttosto ci sarebbe da interrogarsi sulla validità del sistema capitalista, ma è un altro discorso....

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whip69
02/07/2018 | 19:55
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@Beyazid_II

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@Beyazid_II
"Se un uomo non raggiunge una certa posizione socio-economica non può esercitare alcuna attrattiva di sorta verso il mondo femmineo.

triste, ma nella sostanza vero (le possibili eccezioni che assolutamente non nego restano appunto delle cose straordinarie e dunque irrilevanti)
P.S: ciò non vale per i cosiddetti, veri o presunti, "strafighi" nella fascia di età 20-30 anni (talora si sfora un po', dunque anche un po' di più le cas échéant)

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@beautifulgirlsliker

Ottima osservazione, ci sono variabili che dipendono dal tempo e pesi da dare alle costanti ( ricchezza ha un valore relativo )

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@beautifulgirlsliker said:
@Beyazid_II
"Se un uomo non raggiunge una certa posizione socio-economica non può esercitare alcuna attrattiva di sorta verso il mondo femmineo.

triste, ma nella sostanza vero (le possibili eccezioni che assolutamente non nego restano appunto delle cose straordinarie e dunque irrilevanti)
P.S: ciò non vale per i cosiddetti, veri o presunti, "strafighi" nella fascia di età 20-30 anni (talora si sfora un po', dunque anche un po' di più le cas échéant)

Mi rallegro se oggi fra i giovani è avvenuta una "rivalutazione" della bellezza maschile. Ogni volta che rileggo il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde sono preso da amarezza mista a rivalsa verso le donne che "ci hanno rubato la bellezza" (nel senso che, a furia di pretendere da noi tutt'altre doti, non ci fanno vivere, da giovani, quel dono della natura che mette il protagonista del romanzo al centro dell'attenzione di gentiluomini come Sir Herny e di artisti come quello che lo immortala nel dipinto, ovvero, che fuor di metafora gli permette, solo per quello che è, di stare al centro di tutto quell'apprezzamento sociale, intellettuale e amoroso, che, fuori del romanzo, noi uomini possiamo semmai raggiungere solo da "maturi" non con quello che siamo, ma con quello che "abbiamo costruito": denaro, cultura, posizione ecc.).

Personalmente non sono mai stato uno strafigo, o almeno non nel senso in cui questo viene raffigurato nell'immaginario moderno dei palestrati e dei tatuati. Ero semmai un angioletto (d'aspetto) vispo come un diavolo che faceva (suo malgrado) innamorare soprattutto certe insegnanti (che stravedevano per me oltre ogni mio possibile merito umano) e certe commissioni d'esame tutte al femminile. Difatti, ho sempre avuto l'impressione di piacere molto più alle madri che alle figlie (le quali hanno spesso scelto personaggi inferiori a me anche esteticamente...). Ma sono altri tempi. Lasciamo stare me che non faccio testo.

Ho visto però ragazzi molto più fighi di me (nel senso dell'immaginario moderno), con fisici staturi e visi da Brad Pitt, dover accettare di essere trattati da zerbini da melanzane con il culo basso e le gambe storte, o comunque da fanciulle "normalissime", assolutamente prive di quella delicatezza di tratti, di quello slancio di figura, di quella altezza di beltade caratteristica dello stereotipo di attrice/modella. Da lì ho maturato le mie convinzioni. Non credo che anche essendo molto più bello avrei avuto tanto più successo. Sicuramente un uomo, anche se bellissimo, non viene mai "dispensato" dal dovere della cosiddetta "conquista" e dai rischi, dalle fatiche, dalle sistematiche "frustrazioni" del dover "fare la prima mossa" alla cieca.

Magari riceve meno no quando ci prova, viene con più frequenza "facilitato" nel compito, è accolto da sorrisi più che da spenta indifferenza, ma non potrà mai (finzione televisiva della De Filippi a parte) starsene seduto sul "trono" della bellezza" a selezionare chi si fa avanti per lui come può fare (almeno in Italia) persino la più mediocre delle nostre fanciulle. Dovrà sempre e comunque "inventarsi qualcosa" per farsi notare, pensare a cosa dire e cosa fare per "sorprendere" e "compiacere", dichiarare di fatto il proprio interesse e sottoporsi con questo al solito esame femminile (con annesse tensioni e possibilità di subire ogni tipo di irrisione al disio, umiliazione pubblica o privata e ferimento fisico o psichico), e provare ogni volta l'illusione (necessaria sempre al pari dell'idealizzazione della donna: senza esse nessuno accetterebbe il rischio) e la delusione (nemmeno il più bello degli attori piace e tutte le spettatrici).

Ecco perchè non ho mai rimproverato il cielo di non avermi creato abbastanza bello: avrei comunque dovuto corteggiare, ovvero passare sotto quelle forche caudine che non posso più sopportare psicologicamente.
Ecco perchè rimprovero invece il mondo di non avermi "permesso" (ovviamente scherzo) di diventare schifosamente ricco: avrei potuto, anche qualore bruttissimo, essere "corteggiato" (anche se solo per interesse), ovvero entrare in contatto con le donne senza doverne sperimentare il lato più naturalmente crudele e respingente (altro che l'empatia e l'inclusione di cui le femminil-femministe blaterano politicamente!).

L'unica "magia" che permette di "invertire" i ruoli nel sesso è il denaro. Basta entrare in un FKK per capire che il titolo del capolavoro di Hjalmar Schacht potrebbe avere un risvolto dal lato "gnocca" oltre che da quello finanziario.

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@whip69 said:
@Beyazid_II

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Ti ringrazio molto per la stima, ma non penso che, almeno per questo testo divulgativo, la questione si ponga. Sei davvero carino se pensi che qualcuno sarebbe disposto addirittura a pagare per leggere quanto scrivo su Schopenhauer e Lorenz. Se anche fosse, rinuncio volentieri agli spiccioli pur di diffondere consenso e conoscenza su idee che vedo e sento come vere. Insomma, meglio un "partito" (anche se virtuale) che banali ed individualstici diritti su un testo.

Potrei avere qualche idea sul "romanzo a puntate" che sta nascendo, per scherzo, nell'altro 3D (dove all'inizio avrei solo dovuto spiegare in 6 gradi di separazione l'origine del mio nick), perchè è più intimo. Se però dovessi davvero scrivere un romanzo sui "miei primi quaranta anni" da pubblicare, quanto sto postando sarebbe solo la traccia. Un romanzo, per come lo intendo io, deve avere dei dialoghi e delle descrizioni. Un "mio" romanzo deve avere, inframezzata alla parte narrativa "reale", una parallela onirica (come nel caso del "Maestro e Margherita" di Bulgakov) che ne rilevi il senso (al contrario di quanto fanno gli psicanalisti, i quali spiegano invece i sogni con la realtà). Tranquillo che se mi mettessi in testa di pubblicare da qualche parte (ammesso di trovare i soldi ed il tempo per farlo), quanto scritto qui sarebbe "irriconoscibile" e comunque quantitativamente infinitesimo rispetto al resto.

Prendetelo come un "teaser". In ogni caso, molto meglio condividere qua in anticipo il contenuto che lasciarlo poi sepolto fra gli invenduti (come realisticamente avverrebbe).

Ma prima di apprestarmi ad un'opera del genere, dovrò assicurarmi una posizione accademica relativamente tranquilla. Come ho spiegato, lavoro in tutt'altro campo da quello della letteratura e non posso permettermi troppe distrazioni. Già ora sto perdendo forse troppo tempo con le parole, ma fino a quando non funzionerà davvero l'aria condizionata, in questa cavolo di facoltà, è difficile per me applicare il mio cervello a calcoli integrali....(quindi approfitto per cazzeggiare culturalmente: mia personale alternativa alle comune macchinette del caffè e alle chiacchiere fra colleghi).

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@Tesista76

Grazie per le tue belle parole. Penso che tu abbia centrato il punto su entrambe le questioni.

Il genio è colui che scorge la bellezza nel chaos e già per quello la ordina in kosmos, prima di chi, per farlo, ha bisogno di derivare leggi razionali.

Schopenhauer diceva, giustamente, che la salute non è tutto, ma senza la salute tutto è nulla. Il denaro è, nella nostra società, un gradino sotto: non permette di comprare tutto nella vita, ma senza di esso non si compra nulla (e quindi, oggi, non si vive). Da ventenne credevo che la poesia potesse provocare quella "frattura" nelle leggi metafisiche dell'attrazione di cui tu parli (come eccezione). Da prossimo quarantenne cerco disperatamente di capire se, smettendo di crederci, ho in realtà perso l'occasione dell'amore o, come solo convinto quando ragiono, solo occasioni di turbamento, ferimento, umiliazione, derisione e illusione.

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beyazid_II hai scritto tanta roba ed è difficile seguirti, Ho dato una lettura veloce e sono d'accordo con quanto diceva Schopenhauer, aveva totalmente ragione; A mio avviso donne e uomini hanno bisogni diversi che non riescono piu' ad incontrarsi, per questo prevedo che in futuro avremo una società orientata sui transessuali e sulle bambole meccanotroniche, che sostituiranno in gran parte i rapporti uomo-donna. Il problema a monte è che alle donne non interessa il sesso, scopare, se non in un rapporto di coppia e che abbia come finalità la monogamia e fare figli, probabilmente la maggior parte delle donne nemmeno provano piacere a fare sesso, perchè altrimenti non si spiegherebbero tutte queste difficoltà che hanno a farsi una scopata, sesso ludico appunto, proprio come fanno gli uomini; L'uomo vuole sborrare, la donna non producendo sperma non deve eiaculare e quindi non sente nemmeno l'esigenza di scopare, è tanto semplice che non ci vuole uno scenziato per capirlo. Anzi, io sono convinto che tante donne fanno sesso solo per tenersi stretto l'uomo e coinvolgerlo in una relazione. Molti utenti su questo forum saranno in disaccordo, diranno che hanno scopato con questa o quella donna e che la lei godeva, ma il fatto che la donna si bagna non ha a che fare con l'orgasmo ma con la produzione di lubrificazione vaginale per evitare che senta dolore alla vagina, poi se proprio vogliamo parlare di orgasmo femminile , probabilmente si fa riferimento a quello mentale che è diverso rispetto a quello dell'uomo che è genitale.
A tal fine, sono dell'idea, che tutte le nazioni, in ogni società debba esistere la prostituzione legale e a prezzi accettabili per tutti, proprio a causa di qeuste differenze biologiche , che il maschio oggi è svantaggiato, mentre la donna ha potere sessuale il maschio non ne ha alcuna. Gli imperi antichi come quello greco, romano, egizio, avevano capito l'importanza della prostituzione legale, mentre oggi si tende a proibirla con grossi danni alla società. La prostituzione è sempre giusta, e non lo dico che pure maschilismo, ma solo perchè ci sono profonde differenze biologiche e fisiologiche tra uomini e donne.
Io sono dell'idea che le donne, oggi, non vadano corteggiate, vedo che su internet, che piovono siti web e video su youtube sulla seduzione femminile, tutti che attribuiscono all'uomo le cause dei loro insuccessi, viviamo in una società in cui viene attribuita all'uomo la colpa per non riuscire a trovare una donna, quando invece il problema non è quello. Comunque non ascoltate i consigli di questi corsi o video, sono tutti sbagliati perchè non tengono conto delle differenze fisiologiche e biologiche. Poi se volete ne parliamo piu' in dettaglio

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@Fubelli
alle donne non interessa il sesso, scopare, se non in un rapporto di coppia, probabilmente nemmeno provano piacere a fare sesso

in generale, purtroppo, é così almeno in alcune Nazioni..
MA, MA
vi sono alcune donne a cui piace, e molto !
il guaio sta nel fatto che é difficile trovarle ! (almeno io le trovo molto raramente altri, da quel che leggo qui, invece non hanno questi problemi
e chi é fortunato da "scoprirle", spesso, si guarda bene dal condividerle...chiamateli fessi

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beautifulgirlsliker , si è parlato spesso su questo forum di tale argomento, se cerchi troverai tante discussioni simili. Tanti qui affermano che alle donne piace scopare, pero' poi praticamente non lo dimostrano; ma che senso ha questa affermazione? Non è che il sistema in cui viviamo vuole farci credere una cosa che invece non è vera ,solo per proprio interessi? Chi ha attenzione a dire che alle donne piace scopare? forse il capitalismo consumistico? il quale diffonde l'ideologia che se spendi e acquisti scopi?
Ma se alle donne piace scopare perchè allora la maggior parte degli uomini al mondo ( almeno la metà) va a puttane? Oppure perchè se un uomo va vicino una donna in un locale per proporgli qualcosa loro rifiutano quasi sempre? Oppure perchè le donne non corteggiano mai? (nessuno mi venga a dire il contrario). E facile a dire che alle donne piace scopare, pero' poi i fatti reali, dico reali,e ripeto reali, non lo dimostrano.
E' risaputo che al maschio piace scopare, perchè lo dimostrano ogni giorno sul campo, praticamente, ma la donna cosa dimostra ogni giorno ? a me non sembra dimostri che cerchi sesso, ma piu' che altro cerchi una relazione e un uomo per fare figli. Quindi come si puo' dire che donne e uomini siano fatti l'uno per l'altro se cerchiamo cose diverse e abbiamo bisogni diversi? Siamo talmente diversi uomini e donne che oggi la maggior parte degli uomini e donne ha difficoltà ad incontrarsi, anzi ormai nemmeno piu' ci cerchiamo gli uni e gli altri, perchè tanto le donne sanno che vogliamo scopare, mentre noi uomini sappiamo che loro, le donne, cercano di sistemarsi , quindi ci sentiamo entrambi (uomini e donne) demotivati a cercarci gli uni con gli altri . Ecco perchè ho affermato e continuo a dire che le società, tutte, hanno bisogno di legalizzare la prostituzione E' l'unica via di salvezza per mantenere la società sana, altrimenti avremo un mondo di frustrati e pieno di violenza. Cosa accadrà quando tra 50 anni molti paesi in via di sviluppo saranno ricchi e le donne di quei paesi diventeranno pretenziose come queste occidentali? Quale maschio avrà le energie , soldi e tempo per soddisfare i loro capricci? Come fa un uomo medio, oggi ad andare a lavorare (minimo 8 ore al giorno), poi avere tempo per se stesso e poi aloo stesso tempo a spendere energie ,tempo e denaro, che non ci sono, appresso a una donna che è sempre piu' pretenziosa. Questo sistema che vede l'uomo dover dare il massimo per avere una donna, non funziona, presenta delle falle e come gia detto sta creando i presupposti per un mondo in cui uomini e donne non si cercano piu'.
Come vedete la questione è seria e i governi non stanno facendo nulla.

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alla donna non piace scopare alla donna piace conquistare e se il mezzo è la vagina allora scopano.
(innamoramento e menate varie della durata di neve al sole esclusi )

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@Fubelli
ho affermato e continuo a dire che le società, tutte, hanno bisogno di legalizzare la prostituzione E' l'unica via di salvezza per mantenere la società sana, altrimenti avremo un mondo

su questo, d'accordissimo con te al 100 % !
e onestamente non riesco a capire lo stigma sociale che spesso é attaccato alla figura della escort (ma perché non chiamarla semplicemente, e senza alcun intento offensivo, "puttana" ?)....incredibile dictu, talora (in casi tutto sommato rari) financo qui ! su un forum, si presume, non frequentato da anacoreti, insensibili alle corruzioni del mondo
la escort/puttana/mignotta che dir si voglia é una figura professionale che (non scherzo !) ha un'immensa utilità !
anzi, tra il serio e il faceto, fra i diritti da tutelare ci dovrebbe pure essere quello a mignotte di buona qualità a buon prezzo per tutti
in Italia una delle cose da fare [e che non si farà sarebbe abrogare la legge che prende il nome dalla senatrice veneta del PSI (donna di valore, sia chiaro, che realmente credeva-o beata ingenuitas-che si potesse eliminare il meretricio !) e aprire molti fkk..o qualche altra formula ad hoc tutta nostra..perché copiare dagli stranieri ? e permettere a tutti di scopare di più, in modo facile e cheaply
nella sostanza condivido anche le altre tue argomentazioni...vedi la situazione in un modo forse un po' pessimistico ma assolutamente realistico, te ne va dato atto

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@IlBaronetto
alla donna piace conquistare e se il mezzo è la vagina allora scopano.

riconosco che hai ragione pure tu !
la figa é un mezzo...e sanno valersene son furbissime, di norma-va riconosciuto-mangiano in insalata tanti maschi (poi ci sono le eccezioni)
il guaio nostro (di [molti] maschi) é che spesso diventa un fine, un Ziel, uno scopo
il nostro scopo é la scopa(ta)

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La ragazza di Alessandria

Vivere una vita di passioni era qualcosa che avesse senso, Schopenhauer gli aveva rivelato la vera natura del tempo: un banale metronomo. La musica funzionava abbastanza, ma il non senso della vita gli suggeriva di non porre limiti alla sinfonia, dovrebbe essere grandiosa, pensava.

Una buona cultura positiva è un’attenta disciplina razionale permettevano tutto, tutto quello che voleva, bastava fissare un obbiettivo e partire con il primo mattone

Ed eccolo lì, realizzato nel suo lavoro, una sposa perfetta e bimbi perfettamente in salute

Una sensazione di benessere impareggiabile, tutta la contemporaneità ignorata, padrone del proprio destino.

Ed eccola lì, un vento, bastava solo l’ombra per ingrossare le vene, rosso maledetto colore, le valvole impazzite, un coraggio ...parte la musica

Quel che fatto e quel che sei,
Quel che si dice “il tuo mondo”
In un attimo vedrai
Senza un sussulto andare a fondo,
Basta incontrare un certo sguardo
Com quel lievissimo ritardo
Che fa tutto più facile…

E riemergono per lei
Le tue attitudini perduta,
Una stagione si aprirà
Per frasi mai inaugurate…
Sarai più giovana, più audace,
In te l’instinto più feroce
Si farà, è sin troppo facile…

Poi, finita che sarà
Questa parentisi di gloria,
E il batticuore cederà
Al ritornare della memoria,
Non bastaranno mille donne
A toglierti la notte insonne,
Com’è… com’è difficile…

Tu cercherai di far capire
Chi sei, cosa vali, cosa vuoi dire…
Ma ormai è troppo difficile…

Ma ecco la cosa che lo salva, quel maledetto anello!
Non può finire così, deve rinunciare e soffrire, per cosa?
Per l’oro di quell’anello, perché vince la vita, non le passioni, ma la vita, la vita senza senso ma che vita! Ma che dolore, bitter che bontà, che grigi, che cicatrici

Che meraviglia le forme dell’amore

La letteratura per piacere, la matematica per ottenere, il jazz per sopravvivere

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wellcum_discussioni
Mille_erotici_mobile

@Fubelli

Sottoscrivo parola per parola quello che hai scritto.
Non è me che devi convincere, ma i vari antropologi, i vari filosofi, le varie femministe che sostengono l'uguaglianza (potenziale) delle pulsioni sessuali fra i sessi!
Purtroppo sono loro a fare le leggi. O comunque le leggi sono fatte come se essi avessero ragione.
E questo spiega tutti gli assurdi che hai esemplificato benissimo.
Spiega anche, mi sia permesso di dirlo, perchè un certo mondo "progressista" (lo stesso che fa pisciare gli uomini seduti in Svezia, vieta la prostituzione in mezza Europa e rende invivibile la vita ai maschi di mezzo mondo) deve essere spazzato via dall'Italia non solo politicamente. Gente come la Boldrini o gli scribacchini di Repubblica devono temere di perdere molto di più che voti e credibilità. Devono perdere il posto. Gente come chi viene qua a scrivere che "siamo tutti uguali, è tutto colpa della cultura maschilista" deve essere messa in condizioni di non nuocere più ai propri simili (noi maschi giovani e meno giovani).
Invece per ora siamo ancora nella situazione in cui, se mi firmassi, il posto lo perderei io.
Ne abbiamo ancora di strada da fare, per il cambiamento. Ma dobbiamo iniziare da qui, parlando di cose reali, realmente universali e realmente desiderate come la gnocca. E parlandone tra uomini (perchè simmetricamente lo stesso fanno le nostre avversarie). Senza dover compiacere una donna. Senza doverci mettere in mostra per loro. Senza dover temere il giudizio del politicamente corretto a senso unico.

P.S.
Forse sono un pessimo divulgatore, dato che ho mancato l'obiettivo di farmi capire. In realtà la parte che forse ti appare meno chiara della mia trattazione è proprio quella in cui cerco di dimostrare l'origine culturale del preteso pensiero "scientifico" (antropologia, psicoanalisi ecc.) che nega l'evidenza dei fatti da te posta. Purtroppo a discorsi tanto oscuri è necessario contrapporre argomentazioni non sempre facili.

Abbandonati al relax e al piacere, scopri i centri massaggi della tua citta'!
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@Tesista76 said:

La ragazza di Alessandria

Vivere una vita di passioni era qualcosa che avesse senso, Schopenhauer gli aveva rivelato la vera natura del tempo: un banale metronomo. La musica funzionava abbastanza, ma il non senso della vita gli suggeriva di non porre limiti alla sinfonia, dovrebbe essere grandiosa, pensava.

Una buona cultura positiva è un’attenta disciplina razionale permettevano tutto, tutto quello che voleva, bastava fissare un obbiettivo e partire con il primo mattone

Ed eccolo lì, realizzato nel suo lavoro, una sposa perfetta e bimbi perfettamente in salute

Una sensazione di benessere impareggiabile, tutta la contemporaneità ignorata, padrone del proprio destino.

Ed eccola lì, un vento, bastava solo l’ombra per ingrossare le vene, rosso maledetto colore, le valvole impazzite, un coraggio ...parte la musica

Quel che fatto e quel che sei,
Quel che si dice “il tuo mondo”
In un attimo vedrai
Senza un sussulto andare a fondo,
Basta incontrare un certo sguardo
Com quel lievissimo ritardo
Che fa tutto più facile…

E riemergono per lei
Le tue attitudini perduta,
Una stagione si aprirà
Per frasi mai inaugurate…
Sarai più giovana, più audace,
In te l’instinto più feroce
Si farà, è sin troppo facile…

Poi, finita che sarà
Questa parentisi di gloria,
E il batticuore cederà
Al ritornare della memoria,
Non bastaranno mille donne
A toglierti la notte insonne,
Com’è… com’è difficile…

Tu cercherai di far capire
Chi sei, cosa vali, cosa vuoi dire…
Ma ormai è troppo difficile…

Ma ecco la cosa che lo salva, quel maledetto anello!
Non può finire così, deve rinunciare e soffrire, per cosa?
Per l’oro di quell’anello, perché vince la vita, non le passioni, ma la vita, la vita senza senso ma che vita! Ma che dolore, bitter che bontà, che grigi, che cicatrici

Che meraviglia le forme dell’amore

La letteratura per piacere, la matematica per ottenere, il jazz per sopravvivere

Occhio che l'articolo 5 del regolamento vale anche per te!

Mi dispiacerebbe non poter comprare un giorno il libro che potresti scrivere!
Al di là della mia idiosincrasia per le rime "imperfette"....

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CAPITOLO SECONDO:
"perchè l'amore sessuale è natura, i sessi esistono ed i loro desideri sono dispari"

Avevo smesso di proseguire il topic dato che tutti mi sembravate anche troppo d’accordo, ma ieri ho trovato le motivazioni per proseguire il discorso. Nella bacheca della mia sciagurata facoltà ho letto la scritta “progressista”: “le vere donne hanno la vagina” seguita dalla denuncia “questa è transfobia” (era la solita pubblicità progresso sotto le bandierine arcobaleno).

Io avrei detto “tautologia”, ovvero verità ovvia. Evidentemente anche l’ovvio viene contestato, anzi, perseguitato, in questa fase “sintetica” del logos egalitario. Per chi frequenta questo sito, che vive su una grande sineddoche (figura retorica consistente considerare una parte, in questo caso “la gnocca” per il tutto, ovvero “la bella fanciulla che la porta”) non può, tautologicamente esistere “gnocca” senza gnocca”. Evidentemente fuori di qua vivono su un altro pianeta, in cui enunciare una verità biologica verificabile praticamente in ogni specie in cui esista la differenziazione sessuale è “potenzialmente reato” (per non dire “d’opinione”, chè evocherebbe una sorta di censura - quale in effetti vi è oggi - dicono “d’odio”).
Nello stessa bacheca “voi siete tutti alla moda, artisti e sensibili” – “questa è omofobia” (e allora non si possono neppure fare i complimenti! Anche le delicatezze verbali sono “pregiudizio”, “discriminazione” e “odio”; praticamente non odia solo chi sta zitto).

Cos’è un “crimine d’odio”? Ve lo spiego con un frammento di filmaccio hollywoodiano visto per caso dalla tv lasciata accesa di casa mia. Dopo aver mostrato i duri addestramenti dei paracadutisti, le loro spacconate tipicamente yankee e le solite scene di guerra “alla rambo” (in cui i russi sono sempre nemici e i radicalisti islamici prendono il posto dei vietkong), il regista decide di mostrare uno di loro farsi agnellino alle prese con l’approccio di una appena passabile passera femminista:
-“posso offrirti da bere senza che sia considerato crimine d’odio?”- (io manco avrei attaccato discorso sapendo la controparte una propagandista universitaria che insegna “teorie di genere”, ma evidentemente il biondino del film era in lunga astinenza da crociato fantozziano).
-“scommetto che non sai fare un’altra battuta”- (ecco che le stesse femmine tanto veementi nel pretendere parità di diritti moderni tengono ben stretti i loro antichissimi privilegi, primo fra i quali quello di poter starsene sul piedistallo delle corteggiate a schernire chi ha il dovere sociale di farsi avanti per primo)
-“potrei ma non la farò”- “certo”- (sguardo di compatimento, di irrisione e di strafottente superiorità “culturale” di una lei che pare la quint’essenza della sinistra mondialista).
Bla bla bla e poi “ho studenti che potrebbero mostrare la tua battuta sul crimine d’odio come una micro-aggressione”. Quanto mi sarebbe piaciuto rendere il film interattivo per introdurre una riposta multipla:

1) “e se ti mando affanculo l’aggressione diventa macro?”;
2) “ti avranno insegnato tutto quello che sai” (battuta di Monkey Island indimenticabile per gli amanti di avventure grafiche della mia generazione);
3) “solo perché hanno come insegnante una che spara maxi-cazzate”.
L’aspirante paracadutista biondino (lo stesso che nella scena prima avrebbe doluto “far ingoiare tutti i denti” al suo istruttore) inizia invece, fra l’impaurito e l’affamato, a zerbinarsi alla tipa fino ad accettare come regola la di lei grande menzogna (pseudo)egalitaria, ricevendo in cambio un “ma non ho voglia di discutere i capisaldi della dottrina di genere con il primo ragazzo carino…”.
Ci sarebbe voluto l’angioletto (o diavoletto) custode a urlargli nell’orecchio: “ma ti rendi conto, brutto idiota, del tipo di “civiltà” che stai difendendo? Se non vuoi, per “sacro” patriottismo mettere in dubbio di essere davvero dalla parte giusta, ti converrebbe almeno cercare imparare qualcosa dai tuoi nemici quanto ai rapporti con le donne? Anche un grande sterminatore di turchi come il Principe Eugenio Von Savoy lo faceva!

Sempre dalla stessa America “democratica” provengono i tentativi di far apparire “scientifica” la grande menzogna egalitaria: come era falso un secolo fa il discorso behaviorista che voleva far credere la mente umana di qualsiasi uomo una tabula rasa programmabile con qualsiasi qualità, è falsa oggi la teoria del gender che (contro le evidenze dell’etologia, delle biologia, delle neuroscienze) vorrebbe far credere il genere sessuale essere una arbitraria “costruzione”.
Se anche le qualità personali e le sfumature di comportamento e di pensiero che crediamo discendere dal "puro spirito" sono in realtà determinate in gran parte dalla natura (geni, evoluzione ecc.), figuriamoci il sesso (che è già scritto in “xx” o “xy”)!

Il patetico tentativo di far credere il contrario discende solo dalla perfidia femminista del volerci impedire di bilanciare la naturale preminenza femminea nel “mondo come volontà” (quello degli istinti diseguali, dei desideri naturali dispari, dei bisogni psicosessuali asimmetrici, quello in cui davvero si decide della felicità individuale e del destino della discendenza, quello che si può davvero chiamare “metafisica” in quanto è la spiegazione non ulteriormente spiegabile di tutto il resto, la causa prima non causata di tutto quanto nel mondo semplicemente fisico si spiega con il legame causa-effetto - “si vuole vivere, mangiare, dormire e scopare semplicemente perché….si vuole”, mentre “si vogliono un buon lavoro, un buon guadagno, una buona posizione sociale proprio perché si vuole vivere bene, mangiare bene, dormire sicuri e scopare molto” - ) con le nostre costruzioni individuali (studio, lavoro, posizione sociale, fama, ricchezza, cultura, potere e quant’altro possa conseguire da merito o fortune di ognuno) o collettive (istituzioni civili, religioni, costruzioni artistiche o sociali e quant’altro uomini saggi hanno edificato nei secoli delle loro civiltà non già per opprimere ma per non essere troppo oppressi e dare anche a noi le stesse possibilità di scelta e la stessa forza contrattuale possedute per natura dalle donne in quanto davvero conta innanzi alla natura, alla discendenza ed alla felicità individuale) nel “mondo come rappresentazione” (proprio quello che vogliono bollare come “discriminazione”, “maschilismo”, “sessismo”, dopo aver negato la realtà di una “natura” in sé “sessista” a svantaggio degli uomini, se si considerano dal punto di vista individuale ed eudemonico le conseguenze dello schema biologico nel quale al sesso femminile è dato il privilegiato e “comodo” ruolo di poter star ferme ad attirare tutti e selezionare chi eccelle nelle doti qualificanti la specie e al sesso maschile quello ingrato, ”scomodo” e periglioso di propagare la vita – farsi avanti, competere, mostrare valore o primato, affrontare ogni rischio, colpa e dolore nella speranza di essere scelti - in conseguenza di un desiderio che sia accende con la rapidità del fulmine e muove all’azione con l’intensità del tuono non appena la bellezza – o vogliam dire la sua illusione – si rende sensibile nelle grazie che, per dirla con Dante, è bello tacere ma che con Schopenhauer esamineremo a campione fuori da ogni poesia).

Perché si cerca di emergere nello studio, di procurarsi un lavoro ben rispettato e remunerato, di raggiungere una posizione di preminenza o almeno prestigio nella società? Non perché studio, lavoro e posizione sociale non sono natura siano mondo come volontà (sono solo costrutti sociali, solo rappresentazione)! Ma perché si vuole essere riconosciuti, si vuole avere possibilità di vivere liberi e felici, si vuole sentirsi apprezzati sessualmente e socialmente (questi sono gli impulsi fondamentali).
E, poiché già dalla bellezza hanno le donne la possibilità di essere universalmente mirate, socialmente accettate e amorosamente disiate (al primo sguardo e per quello che sono, senza dover obbligatoriamente fare qualcosa per “dimostrare” o compiere particolari imprese cui sono invece costretti i cavalieri i quali senza esse restano puro nulla socialmente trasparente e negletto dalle “dame”), già dai loro ruoli naturali di madri, amanti o confidenti hanno esse la possibilità di influire nelle scelte degli uomini (e quindi nell’andamento del mondo) tramite quanto di essi vi è di più profondo e irrazionale (e quindi influenzabile), già da giovani, senza alcun bisogno di affermarsi nelle varie costruzioni culturali, ricevono ovunque il sorriso degli astanti, lo sguardo dei passanti, i complimenti dei parlanti e le tacite o esplicite profferte di tutti (e, con esse, implicitamente, l’apprezzamento, l’ammirazione, l’accrescimento di autostima) è veramente disumano non voler riconoscere come, se davvero c’è (o c’era) qualcosa di prevalentemente maschile negli studi più socialmente ed economicamente riconosciuti (come quelli tecnico-scientifici), nelle attività più remunerate (oltre che, spesso, pericolose e faticose o comunque più stressanti psicologicamente e più implicanti rinunce in termini di tempo libero e stile di vita), nell’arte più seguita e rappresentata (come il cinema) la causa sia non una fantomatica discriminazione, non un presunto soffitto di vetro, non un maschilismo strisciante, bensì un reale e orgoglioso, umano e disperato, tentativo dei migliori fra gli uomini di avere quanto quasi tutte le donne hanno in termini di “pari opportunità” effettuali (e non solo teoriche).

Invece, come involontariamente mostra la stessa scena del film propagandistico filofemminista, le donne raccontano di “lottare contro le discriminazioni di genere” nello stesso momento in cui, con sciocca superficialità o consapevole perfidia, sfruttano senza limiti, remore né regole le disparità naturali in loro favore nella sfera erotico-sentimentale e da lì in tutto.
Ovvio che per poter continuare a fare le doppiogiochiste hanno bisogno di convincere la fallace mente umana maschile che quegli stessi privilegi naturali femminili che stanno sfruttando non esistano! Ecco dove nasce “Il gender”, il genere sessuale come pura costruzione!
Tutta una gigantesca costruzione teorica senza alcuna dimostrazione nella realtà biologica e quotidiana volta primieramente a tacciare di maschilismo, discriminazione ed odio l’uomo che vuole soltanto bilanciare in desiderabilità e potere la bellezza femminile e l’influsso materno, rendere pari le opportunità di vivere liberi e felici fra uomini e donne, ed acquisire socialmente quella posizione necessaria ad essere desiderato, apprezzato, accettato per poter finalmente amare su un piano di parità colei da cui è attratto per natura. Tutto questo si chiama oggi “crimine d’odio”.

E allora sia giusto odiare. Sia doveroso odiare. Sia un diritto odiare. Già Oswald Spengler aveva intuito che odiare è un diritto di ogni uomo ben nato al pari di amare. Del resto lo stesso “progressista” Carducci (l’autore dopo tutto dell’Inno a Satana identificato nella locomotiva e quindi nell’avanzamento tecnologico contro religioni e misticismi) aveva un “petto ov’odio e amor mai non s’addorme”.
Meglio, mille volte meglio un odio sincero, sgorgante dal più profondo di un animo che ama la verità e la vita (motivato dai fatti che ci vedono impediti di compensare in desiderabilità e potere quanto le donne hanno per natura da disparità di numeri desideri e da predisposizioni psicologiche ad esser madri, potenzialmente accusabili di molestia per uno sguardo o per un complimento e di violenza per un invito o un approccio, culturalmente accusati di sessismo quando semplicemente non nascondiamo il nostro desiderio per la bellezza, non reprimiamo o pervertiamo i nostri impulsi più forti, profondi e sani e seguiamo la nostra natura, i nostri bisogni d’ebbrezza e piacere dei sensi, i nostri comportamenti “sessualmente poligami”) piuttosto che l’amore falso per la presunta umanità senza genere e senza patria (quello delle boldriniane sacerdotesse dell’accoglienza e dell’inclusione che, nei fatti, rendono sempre più invivibile la vita degli uomini reali e sempre più morta l’identità nazionale).

Esse commettono, come spiegato, l’ingiustizia (eterni privilegi di natura e cultura assieme ai moderni diritti, sentenza a senso unico nei divorzi, distruzione dell’oggettività e della certezza del diritto nelle cosiddette violenze o molestie, stronzaggine eletta a modus vivendi sociale e sessuale nei termini da me precisati più volte su questo forum) e poi pretendono di poter chiamare odio ogni possibile contromossa da parte nostra. La scusa dell’odio è ideata dal femminismo politicamente corretto solo per mettere a tacere qualunque contestazione, qualunque argomento, qualunque risposta alla propaganda femminil-femminista, specie quando la narrazione ufficiale sarebbe in difficoltà a negare l’evidenza. Poiché l’evidenza non può essere ovviamente negata, si è inventato il reato d’opinione (anzi d’odio) perché sia almeno taciuta. Per timore di perdere il lavoro, di dover pagare una multa o semplicemente per brama di essere considerati “socialmente evoluti”. E gli intellettuali di sinistra ci sono cascati tutti. Pecore da gregge!

Più coglioni di quel paracadutista del film, con l’aggravante di aver studiato e di non aver capito nulla.
E poi parlano di scienza? E poi dicono che sono i “populisti” ad opporsi alla scienza? Ma cosa è scientifico? Ciò che può essere messo in dubbio (Poppet docet, limitatamente a questo).
La storia romana è scienza, perché chiunque può mettere in dubbio che Giulio Cesare sia stato davvero il quel grande conquistatore che si è autoraccontato o che Nerone abbia davvero dato alle fiamme Roma come racconta la propaganda filo-senatoria prima e filo-cristiana poi. Ci sono i documenti per discutere e le fonti per provare a giudicare con distacco.
La storia del novecento non è scienza, perché nessuno può mettere in dubbio la versione fornita dai vincitori (i “cesari” moderni) e soprattutto nessuno può culturalmente dubitare che la visione del mondo sedicente “democratica” sia davvero “universalmente preferibile” a tutte le alternative via via eliminate con le due guerre mondiali e la guerra fredda (prussianesimo, zarismo, fascismo, comunismo ecc.). Peggio, nessuno può neanche immaginare un paradigma politico-culturale diverso da quello “egalitario” e “progressista” perché il solo fatto di mettere in dubbio gli “immortali principi” è considerato “umanamente inaccettabile” (ecco perché Putin è anacronisticamente bollato come “fascista” anche quando non fa altro che difendersi da una Nato la quale fa “espansione di spazio vitale ad est” esattamente come il III Reich). Peggio ancora: la storia non è più oggetto di studio distaccato (se mai lo è stata), ma è il mito fondativo del presente con il quale si pretende di decidere il futuro dei popoli. Tanto che ogni “deviazione” dal “destino manifesto” viene a priori condannata tramite il riferimento sistematico alla “storia” (che però viene identificata non con l’intero sviluppo etnoculturale e storico-politico dei vari popoli, ma con l’esatto segmento di tempo in cui chi governa il mondo oggi è diventato padrone del vapore).

Almeno sulla storia della nostra piccola vita di uomini singoli potremmo avere ancora diritto di parola?
O volete usare la grande storia anche per dire che quanto abbiamo vissuto e continuiamo a vivere non sia vero?
Quindi vi invito a dubitare di tutto mettendo ogni teoria a confronto con la nostra esperienza quotidiana. La scienza deve infatti spiegare anche quanto è realtà spiccia (come l’acqua che bolle ad un po’ più di 100 gradi se ci mettiamo del sale). Se la migliore teoria scientifica non è in grado di spiegare quanto vediamo tutti i giorni deve essere rigettata o comunque rivista. Non fidatevi quindi degli antropologi che per sostenere le loro teorie vi invitano ad andare con loro in Africa o in Polinesia, oppure ad attendere che una ninfomane vi si butti fra le braccia. Guardate in voi, nei vostri sensi, nei vostri istinti, nei vostri desideri, per verificare se quanto vi dirò qui sull’amore sessuale sia vero o meno. Pensate alla vostra vita. Pensate alle gnocche di cui scrivete o alle melanzane di cui vi lamentate. Non vi è verifica più probante di quella degli istinti. Il ragionamento può sbagliare, la mente può mentire, ma le narici ed il basso ventre non mentono e non sbagliano mai.

Secondo Schopenhauer, L’Amore…

È fondato sul sesso

“Ogni innamoramento, per quanto si atteggi a etereo, è radicato esclusivamente nell’istinto sessuale, anzi non è che un istinto sessuale ulteriormente determinato, specializzato e addirittura individualizzato nel senso più rigoroso del termine.“

Vi siete mai davvero innamorati di una donna che non vi attraesse? Avreste mai voluto da una donna che trovavate bella “solo amicizia”? Avendo di fronte la donna più bella del mondo, vorreste davvero soltanto parlare di poesia?

*Ma è una forza metafisica...

“Ciò che alla fin fine attira con tanta violenza due individui di sesso diverso esclusivamente l’uno all’altro è la volontà di vivere che si manifesta nell’intera specie.
Non vi siete mai detti “quanto è egoista l’amore”?*

... e una misteriosa prescrizione

Uomini e donne, finché la vecchiaia non li abbia ridotti a un’esistenza quasi vegetale, si abbandonano incessantemente all’infaticabile ricerca del compagno loro conveniente. Il passante e la sconosciuta che sfiorandosi per strada si scambiano un’occhiata, o coloro che si sbirciano da lontano a teatro, il popolano che alza gli occhi verso le imperatrici, la gran dama che getta lo sguardo su qualche povero diavolo e lo trova ben fatto ... tutti sono guidati dal medesimo istinto, tutti obbediscono alla stessa misteriosa prescrizione... Una bocca sorridente, che mette in mostra bei denti, vi fa sognare un giorno intero: è perché la bellezza dei denti, che svolge un ruolo tanto importante come condizione per il compiersi delle funzioni digestive, è eminentemente ereditaria. Una gamba elegante e un piede grazioso vi precipitano in pericolose emozioni; non crediate che ciò accada perché gambe degne di Diana su piedi ben fatti siano, secondo il detto di Gesù Siracide, come colonne auree su basi d’argento: è perché le dimensioni minori del tarso e del metatarso distinguono l’uomo e la donna da tutti i loro fratelli del regno animale. Una bocca fine e l’ovale sottile del viso vi estasiano: è che la strettezza delle mascelle è caratteristica del volto umano. Un mento sfuggente non vi piace: è perché la sporgenza del mento, mentum prominulum, è un tratto esclusivo della razza umana.
Alzi la mano chi non ama un bel paio di gambe, una boccuccia delicata, un viso da dipinto. Come si può non vedere in qualcosa che ci trascende (che è, appunto meta-fisico) la ragione per cui, senza alcun motivo, ci voltiamo verso una sconosciuta rapiti dalla sua bellezza e con l’intenzione pure di seguirla. E per la quale anche la sconosciuta, a volte, ricambia lo sguardo. Qui tutto è spiegato.

Una follia
Questa elevata, reciproca passione dei futuri genitori, che tutto sminuisce fuorché se stessa, è un vaneggiamento senza pari in virtù del quale l’innamorato darebbe tutti i beni del mondo per copulare con una certa donna, la quale in verità non gli procura un piacere maggiore di quello che egli avrebbe con una qualsiasi altra.
Qua pare di sentire davvero una discussione fra scapoli e ammogliati all’uscita di un FKK. Il marito un tempo innamorato che ha speso (per matrimoni, figli, divorzi ecc.) a causa di una donna di medio livello estetico-intellettuale quanto gli sarebbe bastato per spassarsela nel lusso (e con escort di lusso) per anni. Il coetaneo single che si vanta di non aver mai ceduto all’inganno. E l’uno e l’altro ad invidiarsi segretamente a vicenda. L’uno per non poter più godere realmente (no cash ormai), l’altro per non aver mai avuto almeno l’illusione di godere massimamente (l’ora è fuggita).

È cieco
La volontà della specie è talmente più potente di quella dell’individuo da far chiudere gli occhi all’innamorato su tutte le caratteristiche per lui ripugnanti, da farlo passare sopra a tutto, da fargli disconoscere tutto e da indurlo a legarsi per sempre con l’oggetto della sua passione: così interamente lo acceca quella illusione, la quale, non appena sia appagata la volontà della specie, svanisce, lasciandogli dietro un’odiosa compagna di vita. Solo così si spiega perché vediamo spesso uomini molto ragionevoli, anzi eccellenti, uniti a vipere e diavoli di mogli, e non comprendiamo com’essi abbiano potuto fare una scelta del genere.

Come si vede, anche duecento anni fa si facevano nei bar di Danzica le stesse considerazioni dei 3D di gnoccatravel. Pare di leggere i post di chi si felicita di non aver commesso gli errori dei coetanei che hanno sposato le melanzane.

È commedia o tragedia
L’innamoramento negli esseri umani presenta spesso fenomeni comici, talvolta anche tragici; gli uni e gli altri perché gli uomini, posseduti dallo spirito della specie, ne sono ora dominati e non appartengono più a se stessi.
Chi, ripresosi da un’illusione amorosa, non si è mai sorpreso a maledirsi per la figura ridicola che ha fatto davanti a sé o al mondo per una gnocca o per il danno che a causa della gnocca è ricaduto sulla sua vita?

È poesia
La sensazione di operare in faccende di importanza tanto trascendente eleva l’innamorato così in alto al di sopra di tutte le cose terrene, anzi al di sopra di se stesso, e dà ai suoi desideri molto fisici un rivestimento tanto metafisico da far diventare l’amore un episodio poetico perfino nella vita dell’uomo più prosaico.
Difatti non ho mai valutato con troppa indulgenza i poeti d’amore. Tutti sono capaci di scrivere poesie da innamorati. I veri poeti sono quelli che sanno cantare il sentimento profondo in ogni momento della vita, quando gli altri uomini vedono solo la banalità. Vero poeta è, per eccellenza, l’altro pessimista coevo di Schopenhauer, Leopardi. Per un pelo un giorno, a Venezia, non si poterono incontrare!

Non è la religione della bellezza
L’amore è per voi una religione; amando, voi credete di praticare il culto della bellezza e di entrare nei concer ti celesti. Non inebriatevi di parole: no, voi risolvete, a vostra insaputa, un problema di armonie fisiologiche.
Chi non ha mai parlato di “chimica” a proposito dell’attrazione reciproca, sia fisica, sia mentale, con una gnocca? Specie quando, vista da altri occhi, la stessa gnocca non pare di bellezza e intelletto così speciali? Qui c’è la base scientifica.
È il sospiro della specie
Lo struggente desiderio d’amore, l’ίμερος, che i poeti di tutti i tempi si sono incessantemente affannati a esprimere in innumerevoli variazioni, senza mai esaurire l’argomento, anzi senza riuscire a rendergli giustizia, questo desiderio che collega al possesso di una determinata donna l’idea di una beatitudine infinita e al pensiero che non lo si possa conseguire un indicibile dolore – questo desiderio e questo dolore dell’amore non possono attingere la loro materia dai bisogni di un individuo effimero, ma sono il sospiro dello spirito della specie, la quale si vede qui in procinto di acquistare o perdere un mezzo insostituibile per i suoi fini e manda quindi un, gemito profondo.

Ecco spiegato, con parole migliori delle mie, il significato di “metafisica” nel caso dell’amore sessuale. Ecco perché l’amore non è mai un fatto borghesemente “individuale”.

È una trama occulta

Se noi ora ... guardiamo nel guazzabuglio della vita, scorgiamo che gli uomini, immersi nella miseria e nelle sofferenze, si affannano con tutte le loro forze per soddisfare i loro infiniti bisogni e per evitare il dolore nelle sue molteplici forme, senza tuttavia poter sperare in cambio nient’altro che di conservare per un breve lasso di tempo proprio questa tormentata esistenza individuale. Eppure, in mezzo a quel guazzabuglio vediamo gli sguardi di due innamorati incontrarsi spasimando di desiderio: ma perché sono così misteriosi, trepidi e furtivi? Perché quegli innamorati sono dei traditori: tramano di nascosto per perpetuare tutte quelle miserie e tutti quei tormenti che altrimenti avrebbero avuto presto una fine, una fine che essi vogliono impedire, come prima di loro l’hanno impedita i loro simili.

Qui il pessimismo di Schopenhauer (la cui radice affonda, come nel caso del Leopardi, nella constatazione inevitabile che, posta la felicità come fine dell’individuo effimero, la vita è necessariamente infelice essendo la natura del piacere sempre “sperata” e quindi futura e illusoria –ché nell’appagamento il piacere stesso svanisce e nel raggiungimento qualunque meta perde quell’aurea di idealità che la rendeva desiderabile da lontano - e quella del dolore invece sempre presente e reale) è in grado vedere in chiaroscuro la vita come un romanzo misterioso. Aveva proprio ragione il Leopardi: l’opera di genio serve sempre di consolazione.

Attenti all’amore!

L’amore è il male. Codesto turbamento che vi rapisce, codesta serietà e codesto silenzio sono una meditazione del genio della specie. L’adolescente pronto a morire per colei che ama e il cui fiero sguardo non ha che lampi di generosità; la vergine che avanza circonfusa della sua grazia come di un’aurora, rivestita di una bellezza che fa mormorare tra loro come cicale i vecchi e cadere in ginocchio chiunque abbia un cuore umano, sono due macchine nelle mani di questo genio imperioso. Esso non ha che un pensiero, un pensiero positivo e senza poesia: la durata del genere umano. Ammirate, se volete, i suoi procedimenti; ma non dimenticate che esso non pensa che a colmare i vuoti, a riparare le brecce, a mantenere l’equilibrio tra le provviste e la spesa, a tenere sempre abbondantemente popolata la stalla in cui il dolore e la morte recluteranno presto le loro vittime.

Tutto lo stilnovo è riassunto nella prosa del filosofo di Danzica, ma qui la scienza non è “dottrina religiosa”, ma realtà fisica. Dietro l’attrazione sublimata in poesia c’è la prosaica realtà della specie. Ecco perché Nietzsche aveva ragione nel sostenere che in un uomo di intelletto “Il grado e la specie della sessualità si elevano fino alle vette del suo spirito”. Ecco perché prima dicevo che anche le qualità apparentemente più “angelicate” hanno una base biologica.

L’amore esclusivo

È un’illusione della voluttà a ingannare l’uomo, facendogli credere che troverà fra le braccia di una donna, dalla bellezza conforme ai suoi ideali, un piacere più grande che in quelle di una qualsiasi altra; o addirittura a convincerlo fermamente, se indirizzata esclusivamente su un’unica donna, che il possederla gli procurerebbe un’immensa felicità.
Su questo, credo, siamo tutti d’accordo. Altrimenti non saremmo su gnoccatravel, ma fra le braccia dell’onesta consorte.

L’amore spirituale
Fu una donna, Diotima, che insegnò a Socrate la scienza dell’amore spirituale; e fu Socrate, il divino Socrate, che, per eternare a suo piacimento il dolore della terra, trasmise al mondo, attraverso i suoi discepoli, questa scienza funesta.

Però sono stato il divino Platone e il grande Plotino a renderla organismo filosofico sulla cui base i Bembo, i Ficino costruirono l’immenso edificio della poetica e della filosofia umanistico-rinascimentale.

L’amore vero

Poiché non esistono due individui perfettamente uguali, ci sarà una sola determinata donna che corrisponderà nel modo più perfetto a un determinato uomo. La vera passione d’amore è tanto rara quanto il caso che quei due si incontrino.

Questo spiega statisticamente perché ci siano tanti uomini disillusi sull’amore eppure qualcuno che ancora lo magnifica con la prosa, la poesia o la vita.

L’amore in tempi di contagio

La sifilide estende i suoi effetti molto più in là di quanto potrebbe apparire a prima vista, poiché tale influsso non è semplicemente fisico, ma pure morale. Da quando la faretra di Amore contiene anche dardi avvelenati, nel rapporto reciproco dei sessi è intervenuto un elemento estraneo, ostile, anzi diabolico, e in ogni relazione è penetrata un’oscura e terribile sfiducia.

Almeno, due secoli dopo, usiamo sempre il preservativo!

Amore e fede

L’amore è come la fede: non si può ottenere con la forza. Cupido, dio dell’amore Gli antichi personificarono il genio della specie in Cupido, un dio ostile, crudele e quindi malfamato, malgrado il suo aspetto infantile, un demone capriccioso e dispotico, e però signore degli dèi e degli uomini: σύδ’ ώθεών τύραννεκ’,ανθρώπων, Έρως!
(Tu, deorum hominumque tyranne, Amor!)
[Tu Amore, tiranno degli dèi e degli uomini!]
Micidiali saette, la cecità e le ali sono i suoi attributi. Queste ultime alludono all’incostanza: la quale subentra di regola con la delusione che è conseguenza dell’appagamento.

Qualche tempo dopo Nietzsche dirà “il cristianesimo diede del veleno da bere ad Eros: ei non ne morì, ma si tramutò in vizio”.

Spinoza

La definizione dell’amore di Spinoza, per la sua esuberante ingenuità, merita di essere riportata al
fine di rasserenare: Amor est titillatio, concomitante idea causae externae
(Ethica, IV,prop. 44, dem.).

Per la sua solleticante coglionaggine, Spinoza andrebbe eletto “padre spirituale” degli antropologi culturali, degli intellettuali progressisti e del politicamente corretto.

Amore allo specchio

Un uomo che ama senza speranza la sua bella crudele può paragonarla epigrammaticamente allo specchio concavo, poiché quest’ultimo, come la donna amata, brilla, incendia e consuma, rimanendo esso stesso freddo.

Qui sta tutto il vantaggio delle donne, poter suscitare disio con la bellezza e quindi senza dover ancora entrare in contatto emotivo con il desiderante. Qui sta tutta la nostra difficoltà: essere angustiati dal desiderio prima ancora di aver possibilità di mostrare a nostra volta eventuali doti di sentimento o intelletto con cui poter essere apprezzati. Altro che “cervello multitasking” o “intelligenza più raffinata”! Il “fica-power” può essere riassunto nell’immagine dello specchio concavo. Concavo, appunto, come una vagina.

Amanti e pensieri

La presenza di un pensiero è come la presenza di un’amante: noi crediamo che non dimenticheremo mai il pensiero e che l’amante non ci sarà mai indifferente. Eppure, lontano dagli occhi lontano dal cuore: anche i pensieri più belli, se non li abbiamo fissati sulla carta, diventano irrecuperabili, e all’amante, se non l’abbiamo sposata, cercheremo un giorno di sfuggire.
Questo accostamento fra amore e pensiero è probabilmente una delle osservazioni più profonde e vere siano mai state enunciate. Mi smentisca qui chi non si è mai illuso e poi disilluso sulla presunta “fissità” dell’attrazione.

Il suicidio per amore

Nei gradi più alti dell’innamoramento questa chimera si fa poi così radiosa che, se non può essere raggiunta, la vita stessa perde ogni attrattiva e appare ormai così vuota di gioia, insulsa e inaccettabile che la nausea che suscita supera perfino il terrore della morte, per cui allora viene talvolta accorciata volontariamente. Qui la volontà dell’uomo è caduta nel vortice della volontà della specie, oppure questa ha preso a tal punto il sopravvento sulla volontà individuale che, se quest’ultima non può operare in quanto specie, disdegna di farlo anche in quanto individuo. L’individuo è qui un vaso troppo fragile per poter sopportare l’infinita brama della volontà della specie concentrata su un oggetto determinato. In questo caso, dunque, l’esito è il suicidio, talvolta il doppio suicidio degli amanti: a meno che la natura, per salvare la vita, non faccia subentrare la follia, che ricopre allora con il suo velo la coscienza di quello stato senza speranza.

Meglio, molto meglio delle elucubrazioni contemporanee femministe sul cosiddetto femmicidio-suicidio in chiave vittimistica a senso unico, questa disamina di Schopenhauer spiega le “ragioni” della “follia” omicida-suicida. Proprio perché a volte nell’uomo è realtà e non finzione il verso che il Tasso rivolse all’amata nelle languide Rime (“vita de la mia vita”), una volta abbandonato da essa si uccide o uccide. Una volta spenta la prima vita (la donna amata “partita”), la seconda non ha più senso. In conseguenza neanche più legge. E quindi, detto per inciso, a nulla valgono educazione, propaganda, leggi speciali, cultura eccetera, per contrastare certi episodi, perché l’educazione è una costruzione che richiede a priori un senso, la propaganda è rappresentazione che necessita di uno spettatore interessato, le leggi speciali sono minacce verso chi valuta razionalmente il futuro, perché tutto quanto il progressismo chiama “cultura” è in fondo apparenza (rispetto alla “natura”, con tutte le riserve del caso sulla discutibile e prima discussa distinzione natura-cultura). E come si può educare, far riflettere, minacciare, con l’apparenza, chi vuole uccidere o morire perché non vede più alcun senso, alcun interesse a vivere, perchè il suo mondo come volontà non ha più le condizioni di vita? L’incapacità delle donne moderne di comprendere questo punto non finisce mai di stupire. Ma forse basterebbe dire che non vogliono capire per non far crollare il mito della loro presunta maggiore sensibilità amorosa. Giacché questo è chiaro: se sono prevalentemente gli uomini a disperarsi per amore fino ad uccidere e ad uccidersi (quando in caso contrario le donne si rifanno una vita con un altro uomo, a volte pure con i soldi del primo, e in certi casi pure pianificando la fuga dopo aver ucciso o fatto uccidere l’ex-marito) non possono certo essere le donne a “conoscere di più il vero amore”. La loro maggiore “razionalità”, la loro superiore “capacità di risolvere il problema psicologico” potrebbero semplicemente essere lette come maggiore falsità di fondo nell’amore. Possono “passarci sopra” perché per loro il cosiddetto amore era più prosaicamente interesse, progetto di vita, benessere sentimentale.

Se nemmeno Schopenhauer vi ha convinto ed ancora credete agli antropologi che vi raccontano di desideri uguali fra uomini e donne, fate almeno un esperimento mentale.

Pensate a due speci, chiamiamole A) e B).

In A) come pretenderebbero gli antropologi culturali, gli impulsi siano “naturalmente” uguali (anziché, come io dico, opposti complementari) fra maschi e femmine.

In B) invece il desiderio dei primi verso le grazie delle seconde sorga con molta maggiore immediatezza ed infinita maggiore intensità rispetto al reciproco.

Supponiamo inoltre che le doti qualificanti la specie si trasmettano per via genetica e siano rilevanti nel caso maschile in quanto le cure parentali (e la “protezione sociale”) del padre sono decisive per la sopravvivenza della futura prole (in pericolo invece nel caso di un padre disinteressato, assente o “debole”, o di una madre sola). Tale supposizione, per inciso, è biologicamente verificabile nei mammiferi (laddove per società si consideri quella studiata dall’etologia, non i costrutti culturali degli antropologi).

La specie A) tenderebbe a formare società in cui i migliori maschi e le più belle femmine si cercano e si incontrano naturalmente, mentre i mediocri di ambo i sessi finiscono per accontentarsi l’uno dell’altra. Come risultato, tutti o quasi si accoppiano e tutti i geni si trasmettono. E’ quello che gli antropologi raccontano succederebbe nel mondo umano presente.

La specie B) tenderebbe a costruire società in cui i pochi maschi portatori dei geni “migliori” conquistano di fatto l’interesse di tutte le femmine in quanto queste, meno interessate al sesso, preferiscono rimanere solo ed aspettare (anche se spesso in vano) “Il principe” piuttosto che “accontentarsi” di un maschio mediocre. I maschi, invece, non possono fare a meno del sesso, e pur di ottenere le grazie di una sia pur mediocre femmina, danno vita ad una competizione feroce e disperata (nella quale “i migliori” rilucono ancora di più). Come conseguenza, solo i maschi portatori dei geni “migliori” trasmettono il proprio patrimonio, mentre i mediocri muoiono senza scopare e senza figliare. E’ quello che vediamo tutti i giorni nel mondo reale e non è contraddetto dal fatto che anche gli sfigati si sposino. Semplicemente, la struttura sociale del matrimonio monogamico fu inventata proprio per dare un “contentino” agli uomini “beta” (la mogliettina mediocre), impedendo agli “alfa” di sposarne cento alla volta come Priamo. Nel mondo del sesso “libero” la “legge della giungla” emerge invece in tutta la sua brutalità. Ed è per questo che esiste e deve esistere (se non si vuole anche la violenza della giungla) la prostituzione.

Pensate un po’ dal punto di vista spietato e disumano della Natura Onnipossente, quale, fra le speci A) e B) ha maggiore probabilità di sopravvivere del evolvere. La A) dove tutti i geni si trasmettono o la B) dove lo fanno solo i “più adatti”?

Dovete poi sapere che in molti aspetti della ricerca scientifica, in mancanza di altri elementi di valutazione, si può assumere per vera l’ipotesi “più efficiente”, con l’argomento sufficiente che “la natura di solito sceglie quella”. E’ così persino nella meccanica razionale (quando si minimizza l’energia potenziale per trovare la condizione di equilibrio). E’ così nella biologia, dove l’evoluzione si cura di eliminare le combinazioni meno “efficienti”. Negli studi “information theory oriented” sul metabolismo cellulare, processo complesso (fondamentale per la comprensione dei meccanismi che generano e che, se opportunamente corretti, potrebbero invece impedire, i tumori) in cui l’associazione fra gli “input” (codice genetico) e gli output (prodotti della cellula, riproduzione della stessa ecc.) avrebbe teoricamente miliardi di combinazioni valide, si prende per verosimile quella che massimizza gli output.

Perché per interpretare la sessualità umana, dovendo scegliere fra A) e B), abbiamo ancora dei dubbi?

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@Beyazid_II mi piacerebbe conoscerti. In che zona del pianeta abiti? Se ricordo bene hai detto che frequenti i postriboli, eventualmente potremmo incontrarci in uno di questi locali (terra neutrale)

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@Serendipity said:
@Beyazid_II mi piacerebbe conoscerti. In che zona del pianeta abiti? Se ricordo bene hai detto che frequenti i postriboli, eventualmente potremmo incontrarci in uno di questi locali (terra neutrale)

Nella Bassa il giorno io vidi
Ed io son nella pianura
Gran Sultano e puttanier;

Le città rifuggo e i lidi:
Preferisco la natura,
La montagna e gli efkaka
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