INTRODUZIONE
Nella "Metafisica dell'amore sessuale" Schopenhauer dice che NELLA SESSUALITA' gli uomini e le donne non sono mossi dal LIBERO ARBITRIO, ma dal GENIO DELLA SPECIE.
I primi sono spinti dalla brama di bellezza e di piacere a disiare al primo sguardo il maggior numero possibile di femmine, fatalmente attratti dalle loro forme (ivi comprese, come vedremo nel dettaglio e come comunque sappiamo, quelle rotonde dei seni) e dalle loro chiome, mentre le seconde sono parimenti spinte a farsi desiderare dal maggior numero possibile di maschi, in modo da poterli mettere alla prova e selezionare colui che fra tutti eccelle nelle qualità da lei volute (se fosse mossa da ugual desiderio non potrebbe selezionare efficacemente).
Tutto ciò non è voluto dalla Società, ma dalla Natura (la quale persegue i propri fini, che attendono alla conservazione, alla prosecuzione e all'evoluzione della specie e della vita e non coincidono con quelli degli individui, i quali si volgerebbero invece alla Felicità, ad un concetto diverso). La società al massimo può variare i concetti di bellezza e di eccellenza cui naturalmente donne e uomini saranno portati a desiderio e perseguimento, ma non lo schema di cui sopra, che è semplicemente NATURA e non ha nulla a che vedere neppure con l'educazione, la cultura, il gusto e l'animo individuale. I desideri di natura non cambiano per contratto sociale, né per volontà del singolo.
Non possiamo infatti scegliere chi e cosa ci deve piacere, altrimenti non si chiamerebbero passioni (dal latino "patior": subire). E' la natura che, tramite i desideri più veri e le pulsioni più profonde, ci fa bramare con tutto il nostro essere le doti a lei più utili. Non è dato sentirsi appagati nell'ambito amoroso senza seguire e soddisfare tali desìi.
Anche tutte le contro-argomentazioni fondate sul fatto che (ovviamente) uomini e donne si cerchino senza pensare alla riproduzione non hanno valore in quanto, nell'ambito sessuale, è la natura (e non certo il pensiero o il libero arbitrio), a far sì che al nostro sguardo, al nostro tatto, ai nostri sensi tutti e persino al nostro intelletto, risultino in genere desiderabili gli individui del sesso opposto con determinate caratteristiche, immancabilmente correlate alla sfera riproduttiva e utili non a noi ma alla nostra discendenza("che ci corrispondono individualmente", direbbe il filosofo di Danzica). Ad esempio:
"Un seno femminile turgido esercita un'attrattiva straordinaria sul sesso maschile perché, stando esso in rapporto diretto con le funzioni riproduttive della donna, promette nutrimento abbondante al neonato. Invece le donne eccessivamente grasse suscitano in noi repulsione: la causa è che una tale costituzione indica atrofia dell'utero: cioé sterilità; e non è la mente, ma l'istinto a saperlo".
Schopenhauer scriveva questo quasi due secoli fa; oggi, anche solo cercando su google o sulle news di yahoo, potete trovare decine e decine di articoli divulgativi dove vengono esposti (o, per essere precisi “raccontati”) i risultati di ricerche di biologia, etologia, genetica o neuroscienza che spiegano questo così come tanti altri “meccanismi” dell’attrazione e del comportamento sessuali a suo tempo trattati ad uno ad uno dal nostro Arturo. E’ vero che, a volte, il taglio “giornalistico” (per non dire “sensazionalistico”) di tali articoli fa effettivamente sorridere (come quando si afferma che “gli uomini pensano al sesso ogni cinque minuti”, dimenticando come, se opposti-complementari sono i desideri naturali delle donne, e se mostrarsi belle, attrarre, mettere alla prova ed indagare con le parole sono un’espressione comportamentale, spesso inconscia, dell’istinto femminile elevato all’umano, allora con tutto il tempo speso dalle donne in cura del corpo, scelta dei vestiti, attività sociali e chiacchiere con l’altro sesso, si potrebbe anche sostenere queste pensino al sesso continuamente, o come quando, con evidente tono irrisorio verso il nostro sesso, si sparano titoli del genere “bastano dieci minuti ad una donna per fare di un uomo un cretino”, quando se appariamo subitaneamente “stupidi” a volte innanzi alla bellezza femminile, piuttosto che ad una nostra cretineria innata, si dovrebbe pensare alla radice comune alla parola “stupor”: stupore innanzi a quanto, come le parvenze suscitanti disio, non può essere compreso dall’individuo – in questo caso proprio perché, come appunto l’istinto sessuale, in quanto “sospiro della specie”, ci trascende – ed in quanto tale profonda, inesausta, inesauribile fonte d’ispirazione, negli uomini nati per le cose dell’intelletto, o comunque “meno cretini della maggioranza”, per quella creazione di immagini e suoni con le parole chiamata poesia, molto più di quanto potrebbero mai spiegare tutte le cause addotte dalle femministe per giustificare la minore presenza di donne nell’arte – si noti che la meraviglia è anche la sorgente del desiderio di conoscenza dell’ignoto senza cui neppure la scienza non sarebbe mai esistita). E’ però altrettanto vero che il legame fra la biologia, l’etologia (il comportamento degli animali ed in particolare dei mammiferi cui apparteniamo) e le origini filogenetiche di istinti e comportamenti diffusi nella nostra specie potrebbe difficilmente essere messo in dubbio senza appellarsi a qualcosa di extra-naturale.
Il fatto che un filosofo riesca ad anticipare con tanta esattezza conclusioni verificate sperimentalmente secoli dopo dovrebbe, se non far gridare al miracolo, almeno costituire un elemento di autorevolezza nel dibattito sul pensiero.
Schopenhauer è stato il primo a formulare una filosofia che non fosse pura speculazione astratta o moraleggiante (come Kant) ma che fosse al contrario fondata sull’osservazione del mondo naturale quale gli poteva essere noto con il livello scientifico di allora. La sua invidiabile familiarità con gli Antichi gli permetteva di ricollegarsi direttamente alla “scienza dei fatti” della civiltà “pagana”, saltando a più pari gli “spiritualismi” e gli “idealismi” di una filosofia che, anche se non più nominalmente “cristiana”, manteneva ancora del cristianesimo la tendenza a vedere l’uomo separato dalla natura (che in Hegel è difatti soltanto “pattumiera” dell’universo). Certo, la sua comprensibile reazione di fronte al “mondo come volontà” cieca di propagazione della vita e dei suoi istinti, totalmente indifferente alle esigenze “tutte umane” e individuali di “bene” e di “felicità”, fu di “orrore”, al punto da concepire un pessimismo più nero (almeno secondo il De Sanctis) di quello del Leopardi e di rifugiarsi nel “no alla vita”, nel “Nirvana”. Anche in questo, però, dimostrò un’apertura mentale superiore ai suoi contemporanei: smise di guardare al cristianesimo o all’idealismo (nuova religione d’Europa, specie in Germania) per scoprire perle di saggezza orientale che l’eurocentrismo della filosofia aveva fino ad allora ignorato. E’ a lui che si deve la prima diffusione di idee come quelle Buddhiste.
Tale apertura mentale, unita al fatto di poter dedicare l’intera vita allo studio (tanto umanistico quanto scientifico) e di essere intimamente solitario, gli ha permesso di guardare al mondo con molto più disincanto, molto più disinteresse e, soprattutto, molto più rigore, di quanto potessero fare i suoi critici, perennemente alla ricerca di stipendi e applausi. Il fatto di poter contare su una consistente rendita paterna ha reso oggettivamente più obiettivo qualunque suo giudizio filosofico rispetto, ad esempio, all’accademico Hegel stipendiato dall’università prussiana e quindi in fondo pagato per mostrare lo “stato” come “massima espressione dello spirito umano” nella sua “fenomenologia”.
La fortuna di Schopenhauer si scontrò allora contro quella dell’idealismo tedesco: alla ricerca della “verità in objecto” attraverso l’osservazione della natura e la dura disposizione di sé ad accettare anche conclusioni contrarie alle proprie aspirazione eudemoniche, i suoi concittadini preferivano quella mediata dalla “dialettica hegeliana”, che li mostrava come “figure dello spirito” in grado di “marciare vittoriosamente” lungo il “corso della storia”.
In Italia, ad esempio, l’opera di Schopenhauer venne “declassata” rispetto a quella dell’altro grande pessimista ottocentesco, il Leopardi, in fondo soltanto perché, secondo il De Sanctis (autore di quell’agghiacciante dialogo fra i due viaggiatori del treno che comparano le due filosofie, amorevole nei modi e nelle apparenze, ma ferocemente ideologico nella conclusione che si fa perfidamente emergere dalle garbate battute), non “faceva sorgere in petto” il desiderio di “amore, patria, libertà” (al contrario, a suo dire, di quella dell’Infelice Recanatase).
Anche nei secoli successivi del dilagare del Marxismo (che aveva preso Hegel davvero troppo sul serio, finendo per annacquare le genuine intuizioni di Marx su molti aspetti oggettivi, a volte anche scientifici, dell’economia e della società, con le illusioni del positivismo e le fumisterie del progressismo da cui siamo tuttora inondati), Schopenhauer continuò ad essere emarginato (tanto che il suo unico discepolo, dopo Nietzsche, può essere considerato l’isolato Carlo Michaelstedler). Semplicemente, affermare che l’infelicità umana derivasse dalla condizione esistenziale dell’individuo, nato dal nulla e destinato a tornare nulla, dopo un’esistenza nella quale la natura del piacere è per lo più breve o immaginaria mentre quella del dolore è persistente e reale (si veda il celebra brano della gazzella e del leone) era in contrasto con i dogmi marxisti secondo i quali una sorta di paradiso terrestre sarebbe stato possibile “cambiando i rapporti di produzione” e “rivoluzionando la società”.
Perché oggi, che anche il marxismo è finito nella pattumiera della storia assieme ad Hegel, c’è ancora chi chiama “pipparolo” Schopenhauer?
Sempre per motivi politico-ideologici, come nei due secoli precedenti. Viviamo infatti nel “secolo americano”. Negli Stati Uniti il mondo scientifico si è a suo tempo formato sulla teoria “behaviourista”, secondo la quale gli individui sarebbero “tabulae rasae” a cui sarebbe possibile insegnare di tutto, con opportuni stimoli ambientali. Non ci sarebbe quindi alcuna differenza innata fra un individuo e l’altro e tutti sarebbero come hardware universali su cui sarebbe possibile far funzionare qualunque software. Nata scientificamente come “estensione” della teoria pavloviana dei “riflessi condizionati”, tale teoria è divenuta ideologia in America, tanto che la potete ancora vedere rappresentata in continuazione dalla cinematografia (come in “una poltrona per due”, come in tutte le “belle storie” in cui l’uomo qualunque “se ci prova ci riesce”, e come in fondo in gran parte dei films, dove, a differenza delle opere europee, l’interiorità dei personaggi è assente, ed anche i protagonisti delle storie più mirabolanti paiono rappresentare solo un “uomo-tipo” che si comporterebbe come ragionevolmente farebbe lo spettatore-medio). Insomma, un’ideologia che a parole vorrebbe esaltare l’individuo e la sua libertà, cancellerebbe l’idea stessa che l’individuo abbia una sua identità propria (quindi non data dall’ambiente), sostenendo che, alla nascita, sarebbero tutti “indistinguibili” l’uno dall’altro (come tanti pezzi prodotti in serie). Perché stupirsi dunque se negli Usa l’unico valore che classifica gli uomini è il denaro?
Questo perché nella costituzione americana sta scritto “noi crediamo che gli individui siano creati uguali”. Appunto, direbbe Schopenhauer, “o si pensa o si crede”. Ecco l’elemento extra-naturale di cui si diceva prima, indispensabile per poter negare la biologia e quindi l’etologia come strumenti di indagine sull’uomo: l’ideologia politica (in questo caso quelle egalitario-progressista di stampo yankee).
Continuino pure, lorsignori, a credere. Noi preferiamo pensare. Torneremo in successivi capitoli sulla critica al concetto di uguaglianza. Qui occorre soffermarsi sul verbo “sono creati”. Qui è la prima delle menzogne egalitarie. Gli uomini non sono stati creati da un Dio fuori dal mondo. Sono semplicemente stati generati dalla Natura nel corso di milioni di anni di evoluzione. Come già intuito da Nietzsche l’individuo non è un punto isolato da studiare e valutare fuori dal tempo e dallo spazio (come fanno le dottrine eudemoniche, individualiste e liberali), ma è, in un certo modo, solo la “posizione” che la traiettoria della “vita” (ascendente o discendente) assume in un dato momento ed è quindi studiabile e valutabile solo tenendo conto della sua storia contenuta nei geni. Va bene che parlare di “fase della parabola della vita” potrebbe giustificare arbitrarie associazioni di idee fra genetica e valutazioni morali (tipo razzismo biologico), ma non è certamente un comportamento degno dello scienziato nascondere la verità per paura che questa venga usata a sproposito. Mica dobbiamo fare come il venerabile Jorge nel Nome della Rosa!
Non si sta qui sostenendo una sorta di “determinismo genetico” cancellando ambiente e cultura: non è vero neanche che tutto l’individuo sia descritto dai geni, essendo la sua personalità certamente frutto dell’interazione con l’ambiente e, per chi la pensa come me, delle proprie scelte autonome. Si sta solo dicendo che non si può studiare cosa sia l’uomo (come vorrebbe l’antropologia) ignorando totalmente la sua storia genetica (sia individualmente, sia a livello di gruppi umani). Detta in altre parole, è vero che qualunque sia la predisposizione genetica, nessuna qualità potrà essere sviluppata nell’uomo se questo ne viene impedito dall’ambiente (nessun potenziale musicista diventerà Chopin se nessun maestro gli farà amare la musica), ma è anche vero che nessun ambiente potrà far nascere dal nulla qualità per le quali un uomo non sia portato geneticamente (un diciassettenne qualunque non diventerà mai come Max Verstappen, vincente due anni fa al debutto, per quanto lo si faccia guidare continuamente dai 3 anni d'età in poi). Chi nega questo dovrebbe spiegare come sia possibile che le doti (e le differenze) descritte come “dipendenti da ambiente e cultura” (e quindi trasmesse dall’educazione “a prescindere dai geni” secondo gli antropologi) si siano, in principio, generate dal nulla, da un ambiente che non le conosceva (e quindi non le poteva insegnare), senza che vi sia stata, in qualche individuo o gruppo umano, una predisposizione naturale (ovviamente in senso totalmente casuale, non certo “provvidenziale”, intendo del genere “per caso quel gene ci ha resi bravi in questo” e non “stava scritto nel destino…”).
Tanto nell’educazione quanto nella “filosofia” si fa invece finta che “non esistano doti innate”.
E’ divertente (ma non troppo) raccontare un episodio capitatomi anni fa durante una lezione del TFA (tirocinio formativo attivo) che avevo deciso di frequentare (mi pento ancora di aver speso tempo e denaro in quel modo e mi vergogno ancor oggi per aver anche solo preso in considerazione un’ipotesi del genere per il mio incerto futuro quando la porta all’università pareva chiusa, ma è stato istruttivo). Una “esperta di comunicazione/filosofa/antropologa”, a furia di rispondere che “non esiste il dono” a chi (ingenuamente) faceva notare come anche il migliore degli insegnanti debba fare i conti con predisposizioni differenti (“doni di natura”), fece davvero inalberare non un “reazionario”, “razzista”, “di destra”, “fascista” ecc. come spesso vengo a raglio definito, ma un simpatico anarchico, uno di sinistra, uno che avrebbe dovuto essere della sua stessa parte! Questo ragazzo, portando ad esempio il fatto che due diversi bambini, messi nella stessa scuola calcistica, possano rivelarsi quasi subito l’uno un novello Messi, l’altro un negato per il gioco, alzò addirittura la voce (terminando con un significativo: “ma cosa mi viene a raccontare….”). Se è divertente vedere lo stesso “fronte progressista” frantumarsi davanti agli esiti estremi di certi dogmi, lo è meno immaginare i danni che tali “verità scientifiche” (così vengono raccontate al pubblico dei futuri insegnanti) hanno fatto e soprattutto faranno qui in Europa.
La stessa tipa citata prima, alla mia obiezione “non può essere vero che l’individuo sia definito solo dalla specificità della sue relazioni, perché non è vero che la socialità sia la caratteristica distintiva della specie umana, ma semmai il contrario: proprio gli animali più semplici come gli insetti hanno più bisogno della società, mentre quelli più complessi come i lupi riescono a volte anche a vivere da soli, come certi individui che si sentono tali anche senza relazioni sociali.” Rispose “ma gli animali non hanno società”. L’intera etologia ignorata. Ecco una misura dell’ignoranza di questi signori progressisti.
Un abisso di ignoranza toccato solo da quell’utente che mi ha risposto l’altro giorno: “uomini e donne hanno gli stessi impulsi, è la cultura a inibirli di più nelle donne”. Come se non esistessero prove chimiche, biologiche ed etologiche a dimostrare l’esatto contrario, ovvero l’origine naturale delle differenze di genere (specie nel comportamento sessuale, come vedremo nel dettaglio in seguito).
E dico ignoranza perché sono benevolo. Dovrei dire impostura. E’ difficile pensare che davvero si ignorino certe prove scientifiche. Certo vengono fatte passare per “opinioni scientifiche superate” da chi ha interesse a far finta che la scienza si sia fermata a Pavlov, alla “tabula rasa” dei behaviouristi, per dar spazio all’egalitarismo che frattanto la “cultura” ha sviluppato e affermato politicamente.
La teoria behaviourista fa comodo alla “sinistra culturale” perché l’indifferenza rispetto al substrato biologico di ciascun individuo e dell’uomo in generale le permette di pensare che “chiunque possa diventare qualunque cosa”, anzi, che si possa “creare qualunque tipo di società” a prescindere dalla biologia come piace alla mitologia “rivoluzionaria” della “immaginazione al potere”, fa comodo ai terzomondisti, perché ignorare la genetica cancella le diverse caratteristiche (che hanno permesso a certi popoli e non ad altri di trovare le condizioni storiche più adatte per costruire, ad esempio, l’edificio della civiltà ellenica piuttosto che rimanere prigioniere della paura e delle femmine come i pelasgi, o di generare il rinascimento piuttosto che continuare a defecare nella foresta o nella giungla) e permette di dire che “solo il più aggressivo comportamento dei popoli ex-colonialisti ha prodotto le differenze fra nord e sud del mondo”, fa comodo agli internazionalisti, perché permette di dire che “non si disperde nessun patrimonio” se un’incontrollata mescolanza di stirpi renderà fra poco irriconoscibile il popolo che ha fatto uscire il mondo dal medioevo (cioè noi), giacché “tanto nulla era scritto nei geni” (e allora dove stava scritto, se non in un delicato e misterioso equilibrio di stirpi di diversa origine e provenienza ritrovatesi, alla fine del medioevo, per una fortunata irripetibile serie di coincidenze storiche, a condividere l’eredità della Grecia e di Roma e a parlare la lingua del “sì”? Nel clima?), fa comodo ai turbocapitalisti, perché permette di giustificare le migrazioni imposte da guerre e crisi volute con la grande menzogna della “società aperta” (la quale ha l’indifferenza all’origine fra individui e popoli come presupposto etico e, come conseguenza pratica, la “massa senza volto”, un blog umano di individui senza nome e senza identità – se non quella effimera e volubile di facebook -, variabile senza soluzione di continuità dal brulicare dei bisogni della masse migranti all’intellettuale cosmopolita privo di radici e quindi di per sé “inorganico”, incapace di opporsi al totalitarismo consumista).
E fa comodo alle femministe perché permette di far passare per “oppressione” il nostro equo e umano tentativo di bilanciare in desiderabilità e potere tutto quanto ad esse è dato per natura dalle disparità di numeri e desideri (nell’amore sessuale) che le donne raccontano a parole di non avere (specie se sono antropologhe), ma confermano nei fatti di saper sfruttare senza limiti, remore né regole.
Fa comodo insomma a molti continuare a fingere che “alla nascita siamo tabulae rasae” su cui cultura e società possono tutto, ignorando che esistano strutture biologiche e psichiche non modificabili per contratto sociale o comunque non nei tempi brevi (rispetto alle ere evolutive) della cultura umana.
Ovviamente la scienza è progredita dai tempi di Pavlov ed ha indagato, come si diceva, il legame fra il comportamento umano, la struttura biologica dell’uomo ed il resto del mondo animale.
Il fondatore dell’etologia (la scienza che studia il comportamento degli esseri viventi, e quindi anche dell’uomo) fu Konrad Lorenz, il quale individuò i quattro impulsi fondamentali nell’istinto sessuale, nell’istinto di fuga (paura), nella fame e nell’aggressività. Tutto questo ha non solo una base biologica, confermata dalla chimica (produzione di ormoni) e dall’evoluzione (selezione dei modelli comportamentali codificati geneticamente), ma ha pure riscontro in tutto il resto del mondo vivente. Viene dunque a cadere quella “barriera” che, un po’ ingenuamente e molto ipocritamente, si continuava a mantenere fra l’uomo e l’animale. L’uomo è soltanto un animale senziente, non è “signore della creazione” e nemmeno “unico vivente a vivere in società”. Il punto che distingue l’etologia come scienza rispetto all’antropologia culturale è proprio il non ignorare le società presenti in natura presso tutto gli altri animali.
Proprio l’osservazione oggettiva di come l’impulso moralisticamente definito “male” dal mondo “umano”, ovvero la cosiddetta “aggressività”, sia un fondamentale elemento nella vita evolutiva di tutte le speci (non “sopraffazione”, come raccontano le narrazioni cristiane, socialiste e femministe, ma “difesa della comunità dai pericoli esterni”, “scontro ritualizzato per decidere questioni indecidibili”, e “impulso a superare la paura dell’ignoto e provare nuove esperienze “) ha reso Lorenz oggetto degli strali “progressisti” e “antifascisti”. Facile per questi figuri accusare lo scienziato austriaco di “simpatizzare” per la “mitologia nazista della guerra e della forza”. Ancora più facile, però, è per me vedere nell’identificazione fra “male” (e quindi, nel dopoguerra, nazismo) e “impulso vitale” (l’aggressività è uno di quattro principali, come detto), i residui di quella sovversione dei valori che Nietzsche (chiamato irrazionalista, ma su questo punto molto più scientifico dei suoi detrattori) aveva denunciato nella sua opera.
Se per un cristiano il comportamento aggressivo è sinonimo di “peccato”, di “violazione dei comandamenti divini”, di “allontanamento dalla grazia”, se per un socialista è “conseguenza dei rapporti di produzione che generano violenza”, se per una femminista è “comportamento tipico dell’uomo-maschio che usa da sempre violenza sulla donna”, per un osservatore della natura non è altro che la conseguenza di un impulso. Lo stesso impulso che rende ferocissima una leonessa quando i cuccioli le sembrano minacciati e impegnatissimi i cervi quando si incornano nel combattimento ritualizzato per conquistare la femmina. E se l’evoluzione lo ha preservato, è evidentemente utile alla vita. Certo, nell’umano, come tutti gli impulsi (ivi compreso quello sessuale) può produrre risultati di segno opposto a seconda dei casi, delle intenzioni, degli individui e delle culture: può essere violenza gratuita verso il prossimo o verso se stessi (come vediamo accadere nelle “città-gomorra” di oggi) oppure azione comunitaria e anagogica (come il patto sociale spartano siglato sugli scudi), può essere violazione di norme sociali a fine di gretto utilitarismo (come nel crimine) oppure “rito” per decidere qualcosa (come nelle competizioni sportive o di altro genere). Non è sinonimo di “brutalità”: i cervi potrebbero essere in combattimento molto più micidiali tirando calci all’avversario, di quanto non possano essere soltanto con le loro coreografiche corna: eppure è loro natura essere “leali” nell’aggressività. Non è neanche sempre unito alla violenza: presso gli Eschimesi gare canore (aggressività ritualizzata) risolvono dispute molto serie. Neppure è sinonimo di “scorrettezza”: sono anzi gli individui più forti e le speci più “armate” a combattere più “correttamente” ed a sapersi “moderare”, mentre (e qui pare aver ragione Nietzsche) i deboli e i pacifici diventano, all’occasione “spietati”: un lupo, per quanto “feroce”, non finirebbe mai un avversario che si fosse arreso, mentre lo stesso non si può dire per i “pacifici” topi che arrivano a sbranare il loro simile.
Non è escluso che l’aggressività che fa vincere la paura sia alla base di quella “voglia di conoscenza e conquista” che ha spinto l’uomo a “varcare le colonne d’Ercole”, a “rubare il fuoco agli Dèi”, a violare insomma quello che pareva la “norma naturale” per “generare oltre” e pro-gettarsi, quindi, nella storia.
Ad ogni modo non è assolutamente “ragionevole”, in nome, ironia della sorte, di un astratto razionalismo (quello che pensa gli individui mossi da puri calcoli razional-utilitaristici, quello che, in fondo, è alla base tanto del liberalismo quanto del marxismo), fingere che non esista. Una società che ignori l’impulso aggressivo, limitandosi a condannarlo moralmente e a reprimerlo normativamente, può solo ottenere individui che lo sfogano improvvisamente in maniera violenta o autodistruttiva (basta guardare i giovani delle nostre periferie educati dalla scuola della “non-violenza” e della “non-competizione). Far sì che tali impulsi si incanalino in funzioni anagogiche e comunitarie (come era per la virtù guerriera di età classica) o almeno ludico-ricreative non dannose ma anzi utili alla società (come nello sport o nello studio) è cruciale.
Perché i giovani maschi soffrono l’età scolare? Perché, mentre alle femmine è consentito di esplicare la naturale aggressività (tanto nei comportamenti – intrisi quando vogliono di una stronzaggine, verbale o comportamentale, che non solo non viene punita o limitata, ma neppure riconosciuta come tale - quanto nell’abbigliamento “aggressivo” per richiamo sessuale e vanto estetico, che dà ammirazione e accettazione universali, nonché effettivo potere psicologico e contrattuale in ogni incontro ed in ogni relazione, più di quanto darebbe in un campo di battaglia una “castrorum acies ordinata”) ai maschi non solo è vietato (per cavalleria o per “civilizzazione” effemminata eccetera) essere aggressivi fisicamente, ma è ormai pure preclusa (o comunque sconsigliata in ogni modo) la visione “competitiva” dello studio in età scolare (tanto che tale attività diventa per molti ahimè più noiosa di una “pallosa” partita di pallone!).
Stesso discorso per l’istinto sessuale (che, essendo regolato da diversi ormoni in grado di influenzare diversamente quella rete neurale da cui dipendono tutti i nostri comportamenti, dal più bassamente naturale al più nobilmente umano, è diverso nei due sessi). Se non si capisce come esso agisca in noi con i meccanismi selezionati dall’evoluzione naturale, non si potrà mai capire quale modello di società, fra i tanti che gli antropologi si dilettano a studiare, sia il più vivibile.
Non si possono dunque accettare nemmeno come provocazione quello che vanno raccontando le “studiose” del gender secondo le quali maschile e femminile sarebbero solo costruzioni sociali o personali che ogni individuo dovrebbe poter scegliere. Quando infatti citano ad esempio “l’antropologia culturale” e le sue “civiltà totalmente diverse dalla nostra nelle quali uomini e donne hanno ruoli impensabili da noi” dimenticano furbescamente di aggiungere che sono quasi tutte matriarcali e che quindi, in tutte quelle società, la donna trova, evidentemente proprio da quegli stessi ruoli di madre e di oggetto di desiderio di cui si ostinano a negare l’origine “naturale”, la fonte di ogni potere e di ogni diritto. O gli uomini riescono, come nelle società (quasi sempre ingiustamente) chiamate “patriarcali” a bilanciare tale potere con le costruzioni dell’arte, della religione, della politica come della storia, del pensiero come della società, oppure sono destinati a fare, socialmente e generalmente, la fine dei fuchi (ovvero restare apolidi), sentimentalmente e sessualmente quella degli elefanti (ovvero gridare al cielo in solitudine il proprio desiderio inappagato). Con tanti saluti a possibilità di scelta e parità di dignità. Basta ricordarci quanta “parità” ci fosse in quella sottospecie di natura che era l’età scolare! E non per malvagità delle donne, ma per inevitabile disparità di potere in quanto conta davanti alla natura. E se per evitare tutto questo è necessario offendere qualche antropologo, non mi faccio scrupoli.
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