Sei gradi di separazione (ovvero, dell'origine dei nick su questo forum)

INTRODUZIONE

Secondo la teoria dei sei gradi di separazione, esistono non più di cinque intermediari che collegano una persona a qualunque personaggio più o meno famoso. Attualmente si dice che con facebook il numero si sia "ridotto" a 3 virgola qualcosa. Cionondimeno, l'omonima trasmissione musicale su radio 3 che tiene compagnia a chi torna dal lavoro in auto, rimane fedele ai sei gradi. Passando dalla musica radiofonica alla vita virtuale, qui spiegherò la catena che collega me al Sultano di Costantinopoli Beyazid II Ottomano. Pubblicherò (se potrò essere assiduo in questo periodo) un capitolo al giorno per spiegare ognuno dei sei "gradi" che mi riguardano. In seguito anche i colleghi potranno fare altrettanto.

Ringrazio @beautifulgirlsliker e @Teeruk per avermi dato l'occasione di spiegare in questo modo il mio rapporto con le donne, la letteratura, il pensiero filosofico, la cultura in generale e, in fin dei conti, la vita. Difficilmente avrei avuto occasione di farlo, perlomeno non in una forma, come vedrete, così "intima" (quasi da psico-analisi).

Vi posso già anticipare, a titolo di sommario, che i miei cinque "intermediari" sono

  • lo scrittore triestino Italo Svevo, autore del primo novecento divenuto un classico per chi prepara la maturità
  • il poeta e uomo di corte medicea Michelangelo Ambrogini, nato a Montepulciano e percò detto "Il Poliziano"
  • il filosofo neoplatonico Marsilio Ficino
  • il professore di filolofia a Basilea Friedrich Nietzsche
  • Sua Santità Papa Alessandro VI, al secolo Cardinale Rodrigo Borgia
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@Beyazid_II
oh, grante sultano e il padisah del Mediterraneo, del Mar Nero, della Rumelia, dell'Anatolia, dei paesi di Rum e Karaman, del paesi di Zu'l-kadr, di Diyarbakir, e di Adana...
... attendo impaziente la seconda puntata

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@Beyazid_II
felice di avere in qualche modo "contribuito" a darti l' (ottima) idea....veramente interessante ! sono convinto che, quando sarà finito, il tuo sarà un post memorabile !
anch'io come @Teeruk attendo con impazienza il prosieguo

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PRIMO GRADO: da me a Italo Svevo

Ovvero, “IL ROMANZO DI (DE)FORMAZIONE”

Quando ancora la smania di lavoro (inteso come “negotium”) e la mitologia aziendalistica non pervadevano la scuola italiana e questa lasciava ancora ai giovani i modi e i tempi per fare delle vacanze estive il momento di vita dato alla formazione della propria personalità attraverso il meglio della letteratura (sublimazione di quanto per gli Antichi era “otium”), io mi trovavo, proprio in questo periodo, in un infinito tardo pomeriggio di sole, a pedalare solitario per la pianura (erano gli ultimi giorni di scuola del 1996) pensando a quali romanzi (fra le decine e decine proposti dall’occhialuto docente di italiano) avrei dedicato la mia estate. Uscivo allora da un inferno, tanto sul piano erotico-sentimentale, quanto su quello scolastico-carrieristico.

Dopo due anni pieni di successi liceali (grandi sorprese, per chi mi considerava un “outsider di villaggio”, avendo frequentato le medie in una piccola frazione considerata “contado” dai “fighetti” del centro, ma non per me, che nell’estate del 1993 avevo con metodo e convinzione pianificato il mio ingresso al liceo studiando addirittura in via preventiva alcuni aspetti chiave come la grammatica Latina e alcune teorie matematiche) i miei voti avevano iniziato a segnare il passo, vuoi per la causa oggettiva della sostituzione improvvida (fra secondo e terzo anno) di alcune insegnanti che stravedevano per me (con un paio di docenti molto più “rognosi” nel concedere voti oltre l’otto, per il quale era già necessaria la perfezione), vuoi per la causa soggettiva dell’aver scoperto, l’estate precedente, la perfidia delle donne, con la conseguente perdita di motivazione anche nello studio (rispetto al quale le vacanze estive e le associate avventure amorose rappresentavano, nella mia visione del mondo, un premio per i migliori, per gli eccellenti insomma in quella qualità qualificante la nostra specie consistente nella conoscenza).

Quanto alle “compagne” di classe (mai termini mi furono più odiosi), tanto il loro aspetto fisico (molto distante dal sogno estetico dell’anima moderna e solo vagamente, ed in qualche raro caso, somigliante a qualcosa in grado di suscitare un sia pur minimo palpito di desiderio) quanto quello comportamentale (trattavano con malcelata sufficienza se non con aperto disprezzo qualunque coetaneo, e da ogni loro battuta emergeva si considerassero premio prezioso ad ogni maschio per il solo fatto di essere nate, per caso, femmine) me le rendevano repellenti come, secondo il mito, dovevano essere ai mariti le abitanti puzzolenti di quella famosa isola di Lemno.

Ecco perché ogni anno, per i rapporti con il mondo femminile, aspettavo l’estate. Ero ancora convinto che, in un mondo normale, al di fuori di quella piccola Recanati cui ero confinato durante l’anno scolastico, l’eccellenza nello studio avrebbe dovuto portarmi in dono l’eccellenza nella bellezza da parte del sesso femminino, a similitudine di quanto avviene in ogni altra specie, laddove il maschio che primeggia nelle doti più rappresentative di essa viene circondato dalle femmine più belle (ciò è anche umanamente giusto: se alle donne è concesso il privilegio di venire mirate, disiate ed accettate da tutti al primo sguardo a prescindere da tutto, a noi deve pur essere data l’occasione di conquistarle tutte semplicemente battendo tutti, e questo deve avvenire, pensavo allora, nella sfida più alta, ovvero quella della conoscenza, essendo essa, e non già, la “tendenza alla socialità”, di cui si riempiono la bocca le signore donne e i signori socialisti e in cui primeggiano semmai gli insetti, il vero impulso che ci eleva rispetto agli altri animali). Per distinguermi dalla plebe, non adottavo mai l’atteggiamento da cercatore esplicito di femmine, proprio agli adolescenti che hanno appena scoperto l’impulso dei sensi: al contrario, un contegno attendista alla Quinto Fabio Massimo, unito ad una costante e distaccata ironia degna di un personaggio interpretato da David Niven (tipo il Willy Fog del “Giro del mondo in 80 giorni”) caratterizzava ogni minimo rapporto con il (cosiddetto) gentilsesso. Nulla, a partire dall’incontro e dal dialogo, doveva essere forzato o anche solo “cercato”: ci si doveva incontrare casualmente come gocce che scendono sullo stesso piano inclinato della vita e le mie doti dovevano emergere da battute magari dotte ma sempre spontanee e pronte, senza alcuna ombra di “affettazione”, nella piena consapevolezza che, al contrario del cortigiano maldestro e del corteggiatore costretto, il vero uomo profondo di animo e ricco di spirito sa e vuole essere quasi sempre leggero e spiritoso (professori seriosi come Luciano Canfora erano e sono per me la negazione dello spirito, e vengono pertanto usati ad me come mero intrattenimento comico-giocoso, mentre quel sentimentalismo che “si getta a manate e si vende a staia”, tanto diffuso fra le donne e i moderni, era ed è, per il Leopardi come per me, la negazione di ogni vero sentimento: parole come “cuore” dovevano essere usate con la massima parsimonia e la parola “amore”, se possibile, mai neppure pronunciata, giacché, quando vera, emerge da tutte le altre, quando falsa, bolla di menzogna la persona tutta).

Due anni prima (in quell’incendiato 1994 del sogno azzurro in USA con Baggio, Massaro e Signori) questa strategia aveva apparentemente funzionato, allorquando una fanciulla, casualmente incontrata in hotel pareva gradire la mia serafica compagnia (fatta di attese e di ritrovi, di silenzi e di humour, di diluvi verbale e di interminabili non-azioni, mentre davanti alla distesa marina luccicante per i tramonti di giugno – era ancora il tempo in cui le spiagge non erano i divertimentifici di oggi e fuori dagli orari di frequentazione dei bagnanti tornavano alla quiete naturale, con tanto di gabbiani sugli scogli - ci cullavamo sulle sedie a dondolo della terrazza). Non fui per nulla saccente (con una studentessa del classico rimandata in Greco sarebbe stato inutile, essendo io, studente dello scientifico, un “omo sanza lettere” in materia). Lasciai perdere le nozioni scientifiche e letterarie e mi concentrai su quanto, piacendomi, potevo maneggiare con leggerezza. Il culmine dello spirito si raggiunse quando, paragonando le scuole alle categorie di monoposto, sostenni i licei classici e scientifici essere l’Indycar e la Formula 1, il liceo linguistico la F3000, ragioneria e geometra le F3 italiana e inglese, gli istituti tecnici la F3 giapponese. Essere tanto diverso dai “cuccadores” della riviera in stile “Rimini Rimini”, così abituati ad essere volgarmente diretti o ad approcciare con scherzi di dubbio gusto pareva dare un vantaggio a me, pronto alla battuta ma misurato nei gesti (per questo, capivo, piacevo soprattutto alla madre, professoressa di Italiano, che pareva volermela “parcheggiare” vicino ad ogni occasione). Così accorato fu il suo commiato alla mia partenza che quasi le esclamai “addio, my darling”. Pareva dovesse dare l’addio all’amato che parte per la guerra (ed il padre era militare!). Mi sembrava di essere ad un passo dall’entrare dentro quella scena nota come “bacio del volontario” resa celebre dal quadro di Hayez (che però, al di là della fama risorgimentale, tecnicamente raffigurava solo Romeo e Giulietta).

Al contrario di Giulietta, e similmente invece a tante vedove di guerra, trovò il modo di consolarsi in fretta, dato che l’anno dopo, convinto di ritrovare ella ad aspettarmi (come in quel bel canto di guerra dell’aspirante ufficiale) “col primo sole di primavera”, trovai invece la madre a dirmi “quest’anno la Federica la vedrai poco perché sta con un altro ragazzo del Miramare”. “E il chissenefrega non ce lo metti” – risposi in sostanza, con forma ovviamente più garbata. Insomma, come direbbe il Pirata di Bellini: “Mille soffria tormenti,/ L’onde sfidava e i venti/ Sol per vederti in seno/ Del mio persecutor”. Avevo passato un anno intero di fatiche scolastiche (confermarsi al top il secondo anno è sempre difficile per chiunque in ogni sport) sognando il momento in cui avrei rivisto “quell’immagine adorata” che al mio pensiero si presentava quasi tutte le notti “come un angelo celeste di virtude consiglier”. Avevo superato mentalmente ad uno ad uno ogni scoglio per un anno solo grazie a quel pensiero, per scoprire alla fine che ella si era “messa” (in senso vacanziero) …. con un pilotino di F3 giapponese (cioè uno del tecnico, un tipo non bello, con un volto ordinario, un certo slancio fisico ma nessuno caratteriale o culturale). Posso dirlo perché dopo qualche giorno, assieme ad una precedente “fiamma”, mi invitò ad entrare nel gruppo giovanile simil-boccaccesco che si era formato dei cui membri maschili mi feci una chiara idea: feccia bolscevica (o, se preferite, “cessi sociali”, di quelli, per intenderci, la cui massima immagine di “eroismo” è morire uccisi dalla polizia durante una manifestazione di protesta “progressista”).

Da studioso e sostenitore di tutti i significati etico-politici della “Virtus” romana (solo per quello amavo Cicerone), da intimo aderente (all’epoca) ad uno stile “prussiano” di disciplina e dovere (al punto da presentarmi, impassibile come niente fosse, a scuola nel giorno in cui, con il pretesto della manifestazione di protesta, tutti gli altri erano assenti e i professori dovettero fare presenza e a volte lezione per me solo), da lettore di D’Annunzio (proprio quell’anno affrontavo la mia prima lettura del “Piacere”) e quindi da amante del nazionalismo irredentista e fiumano, della parola imaginiFICA che si fa potere politico, dell’eroismo alato del “poeta guerriero”, potevo solo essere nauseato da quell’ambiente. Poco ci mancò che non venni alle mani (duelli con le spade sono impossibili con la marmaglia) con uno di questi sessantottardi, fermato solo da una ragazza che ci divise. Si chiamava Emma (meno male che non avevo ancora letto Madame Bovary) e, come persino io fui in grado di capire, era colei che avrebbe voluto essere al posto della mia “darling” a fianco del “pilotino giapponese di F3”.

Non finivo di chiedermi perché mai la “mia” Federica, anziché “aspettare” il mio arrivo con i fiori in mani (come si conviene ad un vero pilota di formula uno quale effettivamente ero parlando in termini di risultati scolastici, da cingere quindi con la corona d’allora in stile anni ‘80 con tanto di bacio alla francese della prosperosa e scosciata miss americana come avveniva nel GP di Long Beach), avesse preferito un insignificante “pilotino di F3 giapponese”, generando così una “coppia” mal assortita (la propria) ed una di delusi (che solo in certe commedie americane si mettono assieme). Come aveva, la Divina Provvidenza, potuto permettere una così pessima gestione degli accoppiamenti? Non saremmo stati una bella coppia assieme? Non si sarebbero così avute quattro persone felici? Non capivo, all’epoca, che le donne non nascono per essere ingegnere ed ottimizzare un sistema, ma per massimizzare semplicemente la propria vanagloria. Pur di dimostrare la propria “femminilità” strappando all’altra il ragazzo (altrimenti insignificante) su cui questa aveva messo gli occhi, era stata disposta a “cestinare” me (nonostante avesse iniziato ad apprezzarmi).

Mi sentivo come Andrea Sperelli quando riceve il rifiuto di Elena a tornare con lui. E, come il conte d’Ugenta, dovevo ostentare indifferenza. Una soddisfazione, però, dovevo prendermela. Agli sconfitti in amore è concesso prendersi la rivincita in duello in velocità (nel romanzo di D’Annunzio, come del resto in quello di Tolstoj, si correva coi cavalli). Diedi in questo due sonori “ceffoni” al “pilotino”: il primo vincendo davanti a lui una sfida a quattro in uno dei primi simulatori di F1 in sala giochi (il primo con il sedile che ruotava per dare l’effetto della forza centrifuga ed il volante che vibrava per rendere l’idea dell’aderenza con l’asfalto), il secondo dandogli mezza pista sui kart a noleggio (peccato che, per tirchieria, comprammo per tutti il biglietto per la versione “B” più lenta, per cui il complimento non fu “hai vinto”, ma “sei stato l’unico a non farti doppiare” – essendo la vittoria ovviamente stata ad appannaggio di chi aveva noleggiato la versione “A”).

Non mi sentivo comunque sconfitto neppure in amore. In qualunque romanzo inglese dell’Ottocento non sarebbero finiti così gli “abbinamenti”. Sarebbe successo qualcosa che avrebbe “riscambiato” le coppie. In effetti il comportamento di Federica era perlomeno sospetto. Anziché ignorarmi come sarebbe stato suo diritto/dovere, pareva fare di tutto per mettere in bella mostra il suo trasporto amoroso verso “l’altro”. Forse faceva apposta per farmi ingelosire e suscitare una mia reazione di chiaro interesse verso di lei (che in effetti il mio “corteggiamento mascherato” mai aveva reso troppo palese).

Il culmine si raggiunse l’ultima sera. Non aveva un fisico propriamente da indossatrice, essendo anzi piuttosto formosa (come la madre, del resto), ma con quel fascinoso abito da sera nero poteva anche passare. Il bel viso ed il davanzale prosperoso la rendevano comunque attraente anche da un punto di vista fisico (ma non era quello l’aspetto che un leopardiano qual ero all’epoca desiderava di più, essendo io attratto massimamente – all’epoca - da un contegno gentile e riservato di perla nascosta, da un animo aperto ai teneri sensi ed ad un “flusso di coscienza” più che al “kamasutra”, da un tipo di rapporto “autunnale”, quasi una consolazione armoniosa melanconica dalle dissonanze della vita, fra due persone che disdegnano le folle e i divertimenti comuni e preferiscono le distese deserte, i grandi tramonti di silenzio di acque in cui le parole scambiate hanno ancora un valore “primigenio”). Davanti a tutti noi chiamò da parte il suo “Lui” e gli chiese “mi accompagni?”. Si fece comprare una rosa rossa che per tutta la sera tenne in mano. Quella rosa aveva per me mille spine.

La cara e triste Emma volle spiegare a me e agli altri maschi la “ratio” del comportamento di Federica (“fa così perché è l’ultima sera”). Senza proferire una parola pensai invece: “no, fa così perché è una stronza”. Se la di lei intenzione era quella di mostrare verso di me “gelo che ti dà foco e dal tuo foco più gelo prende” per farmi incendiare come Turandot con il principe sconosciuto, ottenne l’effetto opposto. Gelo assoluto (zero gradi Kelvin! Morte della materia del mio interesse). Inutile cercare perle rare pensai in quel momento: Elena Muti o Federica Vattelapesca sono tutte uguali. Indecifrabili con il metro razionale, prevedibilissime se le si assume a priori come stronze.

Non era tanto la perdita di un eventuale rapporto con lei (di cui, probabilmente non ero propriamente neppure invaghito) a farmi soffrire, ma la perdita nella sicurezza della “legge di natura e cultura” secondo la quale al primato fra gli uomini (nella mia età il primato scolastico) avrebbe dovuto corrispondere la fascinazione suscitata nelle donne. Questo episodi dimostrava che, almeno alla mia età, ogni azione umana (per bilanciare, in questo caso, la bellezza o, meglio, la sua illusione nata dal desiderio) era vana come quella di dannati che non vedranno mai la “porta celeste”.

Cos’è, d’altronde, l’inferno? In un episodio de “L’Isola del giorno prima”, Eco immagina l’inferno di Giuda come la condanna a rivivere infinitamente, su un’isola deserta, le ore, i minuti ed i secondi precedenti la morte di Cristo, con un tempo sempre più rallentato, senza alcuna speranza di vedere la fine (“fino a quando, goccia dopo goccia, il bere di un fringuello avrà prosciugato gli oceani? No, ad saecula”). Mentre Dio, eternamente lontano, ride.
Per quello l’anno fu infernale. Come ogni inferno, anche quello aveva il girone dei lussuriosi. Gli ormoni crescevano molto più rapidamente della mia capacità di capire il mondo circostante (che pure, alla mia età, pareva divertirsi). Incompreso dalle compagne di classe e rifiutato persino fuori dalla “Piccola Recanati” scolastica per motivi di opportunità femminile, non ero più capace di vedermi desiderabile nemmeno da un punto di vista fisico. Non vi sono mai specchi abbastanza chiari per guardarsi quando chi sta su un piedistallo ha il potere di farci sentire inadeguati. Durante il Motor Show di quell’anno, mi sentivo come un satiro che si aggirasse fra veneri inaccessibili disgustate da lui come da un Efesto che tentasse di infangarle con fiumi di orrori brutalmente fallici (come nell’episodio mitologico con Minerva).

Anche le attività autoerotiche sprofondarono in questo abisso. Se fino ad allora esse si svolgevano davanti a foto di modelle (intervistate e ritratte con varie scuse da riviste “alternative” di automobilismo come la mai dimenticata “Starter”) a cui la mia mente associava poesie e autori (ad esempio, una fanciulla mora, dalla pelle chiara ma dagli occhi scuri e profondissimi e dai capelli bruni come la notte veniva “sentita” come “alla Sera” del Foscolo, con tanto del desiderio suscitato paragonato allo zefiro di una fresca nottata, mentre una modella raffigurata sospirante ad occhi chiusi dopo la doccia, con le goccioline cosparse sulle belle rotondità del petto era “vista” come il piacer figlio d’affanno di leopardiana memoria, abbellito da quel senso di “vago” nascente dal sostituire gli occhi del corpo con quelli dell’immaginazione), da quel momento in poi anche l’onanismo si separò dalla dimensione fantasiosa e imaginifica, in cui il piacere era conseguenza di una storia elaborata e vissuta mentalmente, per divenire cieca pulsione, moto ossessivo senza uscita, come quello cui sono eternamente incatenati i dannati dell’inferno, mai fermi ma eternamente allo stesso posto. Ogni risveglio dal piacere in cui mi affogavo come in un oppiaceo era amaro: non l’amore sessuale era un sogno, ma il risveglio dall’ebbrezza dei sensi era un incubo.

Le figure al centro delle mie subitanee e fuggevoli eccitazioni (era l’epoca nella quale, sottobanco, iniziavano a circolare fra compagni di classe le prime immagini “gif” da guardare sul pc, scannerizzazione di chissà quali riviste per adulti, via di mezzo fra il vecchio mondo dei giornaletti pornografici che non feci in tempo a sperimentare ed il nuovo mondo del porno su internet in cui sta affogando attualmente l’umanità maschile) erano tanto belle quanto lontane, tanto perfette quanto impenetrabili, come fredde statue di dee marmoree che non rivolgono più ascolti e sguardi alle preghiere degli uomini. Erano sì stelle dell’alto cielo, ma non più nel senso romantico dell’ideale cui tendere, bensì in quello decadente e nichilista di una certa poesia sulle generazioni maledette dei giovani contemporanei (i quali, non essendo più soldati “non sono più nemmeno un numero”) che sentii a suo tempo dal vivo, letta e interpretata da Vittorio Sgarbi, finire con la disperata e pregnante endiadi “stelle gelide e puttane” (l’accostamento con le donne di piacere era motivato dal fatto che anche queste, alla pari di quel dio che “per non essere venuto venne”, per dirla con Vassalli, anzi, che “è morto”, come dice Nietzsche, danno agli uomini un amore gelido e finto come di morta cosa). Quelle membra, quei seni, quei glutei che non potevano e non volevano parlarmi mi parevano la figurazione incarnata della “donna petra” dantesca. Ed erano sacerdotesse, anzi, diavolesse, del mio inferno. Del resto, anche le madonne stilnoviste, così purificate di ogni elemento corporale, di ogni “peccato”, di ogni “emozione”, di ogni “tentazione”, pure figure insomma della “Sapienza”, della “Giustizia”, della “Bontà”, addirittura di “Dio”, non avevano mai suscitato alcuna simpatia in me. Sacerdotesse di un paradiso che non solo non vedevo, ma neppure desideravo. Meglio i dannati nella buia notte dell’inferno. Farinata, Jacopo del Cassero, Ulisse, Ciacco, persino quell’orgoglioso sodomita di Brunetto Latini, erano i miei compagni di sventura a cui potevo parlare quando non vedevo una via d’uscita dalla mia crisi umana.

Ma, come disse un altro poeta, anche la notte più lunga eterna non è. Se all’inizio dell’anno scolastico la disperazione per dover riaffrontare ancora fatiche senza premio dopo la delusione aveva inevitabilmente compromesso la mia efficienza come studente, giorno dopo giorno, durante le battaglie scolastiche che mi piovevano comunque addosso, assomigliavo sempre più ad un esercito che, tanto abituato a combattere, si riorganizzi spontaneamente anche dopo la decapitazione dei propri vertici. Con un ultimo colpo di reni, infatti, ero comunque riuscito a ricucire il gap con quel corridore ideale che vedo sempre davanti a me (il me stesso che non ha mai incertezze ed ottiene sempre il massimo) e la media non ne risentì più di tanto.
Pensando a quello, pedalavo e pedalavo, dal fondo della pianura dove abitavo ed abito, fino quasi alle montagne. Era quasi sera (ma si vedeva ancora bene) ed ero praticamente giunto sotto l’Abbazia di Monte…..(dove un assalto delle truppe imperiali venne respinto ai tempi di Matilde di Canossa e di Enrico di Franconia). Tornai verso casa pensando ai miei libri estivi appena comprati.
“Era già l’ora che volge al disio/ i navicanti e intenerisce il core/ lo dì ch’han detto ai dolci amici addio/ E lo novo peregrin d’amore/ punge s’ode squilla di lontano/ che paia il giorno pianger che si more”

Sentivo di esser tornato, come Dante, a riveder le stelle, passato, insomma, dall’Inferno al Purgatorio.

Le illusioni di due anni prima e le delusioni dell’anno prima erano alle spalle: avevo superato la crisi e mi sentivo come in una bella immagine vista in quei giorni sul numero di Autosprint che raccontava del successo di Andrea Dallavilla al Rally del Salento con il quale il pilota bresciano, dopo un periodo buio, si rilanciava nel Campionato Assoluto 1996 contro la Ford Escort Martini di Cunico: la Toyota Celica della Grifone emergeva radendo saettante l’asfalto con l’immenso mare blu sullo sfondo. Anch’io stavo per partire per il mare. Sempre con mia madre, da prossimo diciasettenne. Mai più a Gabicce, però. Dalle Marche dovevo muovermi in Abruzzo. Da nazionalista a quattro ruote, tifavo Alfa Romeo nel Superturismo Italiano (contro Audi e BMW) e il migliore dei piloti di Arese era omonimo e conterraneo di D’Annunzio: Gabriele Tarquini (dopo 22 anni, corre e vince ancora, da ultracinquantenne, con una grinta degna del soprannome “Il Cinghio”). Ero riuscito, dopo una decina d’anni, a ottenere un cambio di destinazione in favore del suo paese natale: Giulianova. Non più le spiagge industrializzate ed i palazzi della riviera romagnola sullo sfondo, ma l’Abruzzo “solitario e selvaggio” dell’autore di “Primo Vere” e delle “Novelle della Pescara”.

Per dirla con il giovane Dante, “incipit vita nova”. Volevo, in quel giugno 1996, rinascere anche intellettualmente, seguendo senza superbia e critiche i consigli degli esperti. Dopo una rapida lettura del processo di Franz Kafka (che ha scolpito in me la traccia indelebile del rigetto a priori di ogni sistema giudiziario non fondato sulla ragione, sulla dimostrabilità e sul diritto alla difesa, come quello che sta delineando ora il femminismo di metoo), mi apprestai ad aprire le pagine della “Coscienza di Zeno” di Italo Svevo.

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@Beyazid_II
un contegno attendista alla Quinto Fabio Massimo

egli "cunctando restituit rem", ma se avesse dovuto conquistare una donna italiana dei nostri giorni [qui "melanzana"] mica gli sarebbe riuscito così facile
a parte gli scherzi, ottimo intervento il tuo ! non può che elevare il livello culturale, già (di norma) elevato, di questo forum
non dubito che potrà aprirsi un dibattito e uno scambio di opinioni proficuo e interessante

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Ma questa discussione su che cazzo è? Che cosa centra con la fica?

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@Europeo said:
Ma questa discussione su che cazzo è? Che cosa centra con la fica?

Devi aspettare le prossime puntate...

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@beautifulgirlsliker said:
@Beyazid_II
un contegno attendista alla Quinto Fabio Massimo

egli "cunctando restituit rem", ma se avesse dovuto conquistare una donna italiana dei nostri giorni [qui "melanzana"] mica gli sarebbe riuscito così facile
a parte gli scherzi, ottimo intervento il tuo ! non può che elevare il livello culturale, già (di norma) elevato, di questo forum
non dubito che potrà aprirsi un dibattito e uno scambio di opinioni proficuo e interessante

beh, anche con i Cartaginesi non è che abbia concluso granchè.....

Il punto è che a volte il contegno delle melanzane fa venire voglia di metterle dentro la botte irta di chiodi al posto di Attilio Regolo.

La tattica attendista è semplicemente quanto l'illustre #flautomagico ha chiamato "seduzione passiva". Gettarsi esplicitamente sulla preda serve solo a farla fuggire, come si può verificare anche fra i pesci. Il problema è che certe trote non valgono il costo dell'esca e la pazienza dell'attesa, mentre altre, per quanto desiderabili fisicamente, sono repellenti nell'animo, o semplicemente insignificanti. Una fanciulla che si fosse concessa subito senza alcun trasporto sentimentale, non avesse rivelato alcuna profondità d'animo e si fosse mostrata interessata soltanto a banalità non avrebbe suscitato il mio interesse di allora (ora sono meno esigente da quel lato).

P.S.
Devo rivedere i miei piani. Solo il primo grado di separazione mi è costato 4 volte (in tempo) il preventivo. Facciamo un grado alla settimana anzichè al giorno. Confido nella pazienza dei miei due lettori.

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alcuni tra i tuoi lettori sapranno attendere con rispettosa pazienza

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Nessuno sano di mente legge 'sta roba. Purtroppo mi arrivano le notifiche e quindi devo cliccare sulla discussione per "spegnere" la notifica. Penso che molti "lettori" in realtà sono persone come me che sono caduti nella trappola di vedere che cosa è ma scappano via...

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@Europeo said:
Nessuno sano di mente legge 'sta roba. Purtroppo mi arrivano le notifiche e quindi devo cliccare sulla discussione per "spegnere" la notifica. Penso che molti "lettori" in realtà sono persone come me che sono caduti nella trappola di vedere che cosa è ma scappano via...

Nella misura in cui la letteratura è malattia, tu hai ragione. Prendi questo 3D come un esempio patologico di dove possa portare la "letterarietà del vivere" (parafrasando il "mestiere di vivere" a cui Cesare Pavese non seppe reggere). D'altronde, il mio sottotitolo "romanzo di de-formazione" dovrebbe chiarire come certi indirizzi letterari, così indiscussi nei licei da decenni a questa parte, portino a discutibili conseguenze sulla vita degli studenti (deformati a vita, nel mio caso). Questa "trappola" è nata dalla discussione sul rapporto fra cultura e seduzione. Se il primo capitolo ti è parso già insano, non hai idea del prossimo....

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IlRedivivo
19/06/2018 | 00:53
Firenze  |  26-35
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Ma che roba é, mi hai messo inquietudine! Passa direttamente alla fica

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@IlRedivivo said:
Ma che roba é, mi hai messo inquietudine! Passa direttamente alla fica

L'adolescenza è il periodo inquieto per eccellenza. Se non avessi trasmesso inquietudine, avrei sbagliato totalmente il mio racconto. Quello ERA il mio rapporto con la fica a 15-16 anni, fuori dalle narrazioni autocelebrative ex-post che caratterizzano molti miei simili. O avresti voluto un racconto romanzato?

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IlRedivivo
19/06/2018 | 11:22
Firenze  |  26-35
Newbie

@Beyazid_II avrei voluto un racconto inerente al nome del sito, che ti ricordo essere Gnoccatravel! Se avessi voluto cercare post letterari o romamzati avrei fatto ricerca su altri siti! Ma se ti piave tanto decantare le tue doti letterarie continua pure, magari ci insegni come conquistare le donne a colpi di libri

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@IlRedivivo said:
@Beyazid_II avrei voluto un racconto inerente al nome del sito, che ti ricordo essere Gnoccatravel! Se avessi voluto cercare post letterari o romamzati avrei fatto ricerca su altri siti! Ma se ti piave tanto decantare le tue doti letterarie continua pure, magari ci insegni come conquistare le donne a colpi di libri

Ma tu sei davvero un fiorentino? Risulta difficile dalle tue parole desumere una tua qualche vicinanza con Dante, Guinicelli e gli altri stilnovisti. Per non parlare di Lorenzo il Magnifico, del console Coluccio Salutati, di Poggio Bracciolini, o di un qualsivoglia letterato umanista. Al massimo potresti essere fra quelli che, credendo di essere la più piena espressione del divertimento e della vita, volevano prendere per i fondelli Cavalcanti e vennero da questo eternamente sbeffeggiati fra i sepolcri di marmo davanti ad una chiesa:

"Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse:
– Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace – ;
e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano,
sì come colui che leggerissimo era,
prese un salto e fussi gittato dall’altra parte,
e sviluppatosi da loro se n’andò."

G. Boccaccio, Decameron, VI, 9

Anche allora c'erano almeno due modi di interpretare il termine "gnocca": quello di chi la vedeva come immagine e simbolo di ogni beatitudine fatta sensibile, da porre accanto alle bellezze eterne del cielo e quindi da tangere primieramente attraverso le cose dell'intelletto, e quello di chi non aveva altro che l'uccello (altrimenti detto "c...o" dopo la calata di Lanzichenecchi) da infilarvi. I primi, per dirla con l'illustre concittadino che avete fatto morire in esilio a Ravenna, "hanno intelletto d'amore", i secondo sono, in senso puramente etimologico non dispregiativo, "c..zz...oni".

Se avessi letto prima di scrivere, avresti potuto capire che io non ho voluto "decantare" nulla, ma ho solo accettato un invito da parte di due utenti del forum a raccontare nei dovuti modi l'origine del mio nick. Mi permetto, per inciso, di notare che, essendo questo thread classificato come "cazzeggio culturale", parlare di libri e romanzi non è fuori tema. Infine, se tu avessi letto l'altra discussione sul forum generale, avresti anche potuto comprendere che non mi sono mai vantato di poter "conquistare donne con i libri". Al contrario, ho preso le parti di chi sostiene che "carmina non dant panem neque ficas" e sto semplicemente riportando le mie esperienze in merito (che puoi benissimo classificare come negative),

P.S.
Se vuoi davvero imparare a conquistare donne con la cultura devi chiedere a senatori come @flautomagico.
Se invece vuoi solo provocare, sei capitato nel posto e nel momento giusti, poichè sto proprio rievocando il mio periodo liceale, durante il quale era la norma che coetanei privi di qualità mostrassero eccellenza nel prendermi in giro.

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IlRedivivo
19/06/2018 | 13:57
Firenze  |  26-35
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Io non ho nulla da imparare né da te né da fantomatici senatori! Leggo e recepisco informazioni, le uniche lezioni le imparo dalle mie esperienze, ti lascio ai tuoi romanzi , poi se dovessi pubblicare un libro tienici aggiornati, sul water una lettura la faccio sempre volentieri

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@IlRedivivo said:
Io non ho nulla da imparare né da te né da fantomatici senatori! Leggo e recepisco informazioni, le uniche lezioni le imparo dalle mie esperienze, ti lascio ai tuoi romanzi , poi se dovessi pubblicare un libro tienici aggiornati, sul water una lettura la faccio sempre volentieri

Sei deludente anche come polemista. Non hai nemmeno notato che Guido Guinicelli era un mio concittadino bolognese e non un fiorentino. L'ho citato assieme a Dante come automatismo in quanto dello stilnovo è stato il riconosciuto padre. Hai perso la tua occasione per cogliermi in errore. Addio, Io, con te, tiro subito l'acqua...

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IlRedivivo
19/06/2018 | 15:18
Firenze  |  26-35
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La cosa che più mi fa sorridere sai qual è? che credi chi qui ci sia un concorso letterario e che a giorni distribuiranno un premio, mi dispiace deluderti, non c è nessuna gara e per di più non sono neanche fiorentino! Ti lascio ai tuoi versi in prosa 😂😂 A volte dubitare è molto meglio che aver certezze, quindi prima di lasciarti andare in narrazioni o citare i sommi letterati d'un tempo sii sicuro di aver almeno la certezza di dove sia il tuo interlocutore! Alla prossima domanda, qualora ci fosse, risponditi da solo che ti ho dedicato pur fin troppo del mio tempo prezioso, pubblicità e visualizzazioni ne avrai abbastanza per continuare la tua tediosa recensione! ti suggerisco il titolo" Sei gradi per raggiungere il rincoglionimento totale"

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@IlRedivivo said:
La cosa che più mi fa sorridere sai qual è? che credi chi qui ci sia un concorso letterario e che a giorni distribuiranno un premio, mi dispiace deluderti, non c è nessuna gara e per di più non sono neanche fiorentino! Ti lascio ai tuoi versi in prosa 😂😂 A volte dubitare è molto meglio che aver certezze, quindi prima di lasciarti andare in narrazioni o citare i sommi letterati d'un tempo sii sicuro di aver almeno la certezza di dove sia il tuo interlocutore! Alla prossima domanda, qualora ci fosse, risponditi da solo che ti ho dedicato pur fin troppo del mio tempo prezioso, pubblicità e visualizzazioni ne avrai abbastanza per continuare la tua tediosa recensione! ti suggerisco il titolo" Sei gradi per raggiungere il rincoglionimento totale"

A me invece fa sorridere che tu scriva bugie (tipo mettere "Firenze" nell'indicazione sotto il nick se non sei di Firenze) e poi dia la colpa a me. Mi dispiace, ma non posso avere dubbi su cosa tu sia...

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IlRedivivo
19/06/2018 | 15:56
Firenze  |  26-35
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C è un regolamento che dice di mettere la città d'origine? Io vivo a Firenze e metto Firenze, ma sono nativo di tutt'altra parte! Confermi la tua superficialità, buona giornata e buon lavoro per il tuo libro di sicuro successo!

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@IlRedivivo said:
C è un regolamento che dice di mettere la città d'origine? Io vivo a Firenze e metto Firenze, ma sono nativo di tutt'altra parte! Confermi la tua superficialità, buona giornata e buon lavoro per il tuo libro di sicuro successo!

Il mio "superficiale" sospetto era fondato. Non sei fiorentino. Non mi sbagliavo, quindi. Difatti, in una città popolata di tuoi simili non avrebbero mai potuto sorgere né "Il dolce stilnovo ch'io odo" nè il Rinascimento che il mondo invidia.

Devi essere parte di una versione moderna della "gente nova" che con i "subiti guadagni" ha portato la città alla rovina già secondo Dante!

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ahhahahah che risate sto post, madonna..... Cmq beyazid ma quanti problemi.... ma non ti è chiara la pillola di saggezza
La figa è come la droga, se non hai soldi non te la fai hahahahahha....ed anche perke non ne puoi fare a meno.

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IlRedivivo
19/06/2018 | 17:14
Firenze  |  26-35
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Ha solo bisogno di una visita psichiatrica, per il resto va tutto bene! Lasciatelo sfogare, abbiamo il nuovo Mughini 😁

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@napoluegno said:
ahhahahah che risate sto post, madonna..... Cmq beyazid ma quanti problemi.... ma non ti è chiara la pillola di saggezza
La figa è come la droga, se non hai soldi non te la fai hahahahahha....ed anche perke non ne puoi fare a meno.

E' quello che penso da vent'anni a questa parte. Ho copulato a pagamento per la prima volta esattamente nella primavera del 1998 (in gita scolastica a Parigi, trovando una vera modella nel locale più caro della città da portare in hotel: per stare al tuo paragone, "droga" e champagne, e della miglior marca.). Però, un po' come nel "nome della Rosa" il frate Remigio da Varagine, il quale, dopo anni di oblio passati in convento a "riempirmi la pancia e soddisfare la mia verga", ringrazia l'inquisitore per avergli ricordato il suo lontano passato da "eretico", ammetto che è bello rimembrare quel tempo in cui "credevo in qualcosa", in cui, fuor di metafora, la "figa" non era solo un buco da riempire, la scuola non soltanto un esamificio e i libri non soltanto un insieme di parole.

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@IlRedivivo
dai è divertente, è acculturato, mi pare na brava persona... Chi non è interessato magari non legga, cioè non mi pare il caso di prenderlo in giro. Diciamo che comunque queste digressioni filosofiche possono o almeno ai tempi miei erano superate con quella che noi definimmo la perla di saggezza del secolo ahahaha

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@Beyazid_II
ao spero che non ti sei offeso, non intendevo problemi di salute o di mente, ma problemi di come dire quando uno si complica la vita...

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@napoluegno
Figurati se mi offendo. C'è saggezza nelle tue parole. Con l'altro mi stavo semplicemente divertendo a comportarmi come quando i compagnucci mi facevano arrabbiare. Non serbo rancore.
Anche questo è dolce ricordare.

Sì, da giovani ci si complica la vita. E' proprio ciò che rende la vita più difficile forse, ma sicuramente più intensa, più densa di significati e per cui ricordiamo gli anni della giovinezza come fossero secoli, mentre quelli della maturità ci scorrono via come da un vaso senza fondo (per usare un'immagine care ad un altro saggio, Seneca).

Sì, seguire la perla di saggezza del secolo mi ha fatto vivere meglio. Nell'altro secolo, però, ho lasciato qualcosa che mi manca.

Ho riflettuto a lungo se pubblicare o meno i seguenti "capitoli", specie il prossimo che è quello "centrale". "Artista senza pubblico" mi hanno scritto i più gentili. "Mughini" mi scrivono i più ostili. Il mio primo impulso è stato quello di concludere qui, scusandomi con chi gentilmente mi aveva invitato (e aspettato), per non rischiare di gettare quelle che da un punto di vista molto intimo sono "perle" a gente che gioca a fare il "maialino epicureo".
E' però quello che già ho fatto per 22 anni, non raccontando questa storia neppure a mia madre. E a cosa è servito? Oggi sono alla soglia degli anta, la protagonista del capitolo dovrebbe compierli. Dichiarare certe cose fra altri 40 anni, da ottuagenari, farebbe sorridere. Forse non è così vecchio neanche il narratore del nome della Rosa. Quanto ho avuto di più caro in vita rischia di venire qui sbeffeggiato? Beh, sicuramente avrà avuto dalla vita altrettanta volgarità. E allora? Che abbia da me quello che mi è ancora possibile di gentilezza.

Torno al proposito originale: sfrutto l'anonimato per raccontare la mia storia fra belle fanciulle e belle (o meno belle, a seconda dei gusti) lettere.

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**SECONDO GRADO: da Italo Svevo ad Agnolo Poliziano

Ovvero: "AMATA IMMORTALE"

Come quasi tutti gli studenti della Maturità sono stati costretti ad imparare, la “Coscienza di Zeno” è il principale romanzo scritto in Italiano (insomma, “Italiano” …con quell’incedere barbarico della parola e quegli arcaismi come “rimase dessa”… parliamone) sulla psicoanalisi. Come noto, la tesi dell’Autore (il cui “nick” denuncia il bilinguismo di un esponente della ricca borghesia ebraica in grado di scegliere perfettamente fra la lingua dell’amministrazione austroungarica e quella dei caffè letterari italiani) non sposa in pieno le teorie di Freud. Alla fiducia (in fondo, ancora pienamente positivista) del professore di Vienna sulla possibilità di curare l’anima (“l’io”) attraverso la razionalizzazione dei ricordi, della paure, delle pulsioni (identificate nel substrato inconscio “dell’es”) e la critica (storica, culturale e sociale) alle idealizzazioni del “dover essere” (il cosiddetto “super-io”), sorta di dio tirannico che ognuno di noi porterebbe sulle spalle come prodotto delle proprie fisime e delle imposizioni morale o religiose altrui, Svevo contrappone la (oserei dire, con termine nietzscheano) “scienza della vita”, ovvero di quel caos in cui la sopra citata rivisitazione pseudoscientifica della tripartizione platonica (corpo-anima-spirito) viene continuamente rivoltata e travolta dagli eventi (esistenziali, psichici ed alla fine anche storici).

E’ vero che, come un paziente freudiano, il Zeno Cosini del romanzo triestino trova (momentaneo) sollievo a raccontarsi, ma è altrettanto vero che, come mostra l’esito della trama, alla fine del racconto non vi è la parola “guarigione”. Se per Freud il racconto è uno strumento di cura, per Svevo è, semmai, il sintomo di quella inguaribile patologia che è la vita moderna, intesa come mondo in cui l’uomo ha perduto il legame con i ritmi della natura e i desideri spontanei (direi: primigeni) per via dell’aver delegato alla tecnica e all’economia (il “possesso di ordigni”, dice l’Autore nelle indimenticate pagine finali del romanzo) ogni fonte di valore, di diritto, di senso della vita.

Con un’intuizione che par anticipare fortemente la filosofia di Emanuele Severino sulla “volontà di potenza” della tecnica che, proprio in quanto tale, “esautora” l’uomo dalla sua stessa vita con un processo progressivo ma inarrestabile di cui non si può dar colpa a nessun tipo umano, a nessuna dottrina morale e a nessuna organizzazione sociale in particolare (essendo questi, in tale prospettiva, i prodotti della tecnica e non i produttori di essa), Svevo sposta il dibattito dalla dialettica “salute-malattia” su base individuale a quella su base storica e filosofica (quella che il professore di Basilea chiamerebbe “Grande Salute”), fino al punto da profetizzare il “disastro atomico” come unico modo per far ritornare la terra allo stato di “nebulosa vergine” di nuovo “vivibile”.

La psicoanalisi in Svevo è quello che dio e la religione sono per molti atei: il sintomo di un bisogno umano piuttosto che una realtà oggettiva. Zeno vorrebbe con tutte le sue forze che Freud avesse ragione (perché potrebbe così guarire tutte le sue nevrosi), così come l’aspirante credente moderno (ovvero il borghese) ben accetterebbe un dio buono, giusto e ordinatore del mondo in senso morale (perché così potrebbe, se non liberarsi dal dolore del mondo, almeno capirlo), ma la scienza dei fatti contrappone all’uno e all’altro la vita (in cui, come mostra uno dei più tragicomici capitoli del romanzo, “razionalizzare” la complessità con cui il nostro sistema nervoso comanda un’attività apparentemente banale come camminare porta a diventare irrimediabilmente almeno un po’ zoppi), l’amore (in quanto Natura, “grande e immorale per tutta l’eternità”) e la storia (eternamente di là dal bene e dal male proprio perché, “per innalzare un templio, un templio deve essere distrutto”, continuamente “imprevedibile” e “ingiusta” proprio perché, tanto individualmente quanto collettivamente, frutto del caso, dei variabili rapporti fra numeri e forze, delle correlazioni statistiche, piuttosto che, come credono razionalisti e predicatori, delle cause e degli effetti, o dei meriti e delle colpe). Parlando più terra-terra, andare dallo psicanalista per un uomo moderno è come per un cercatore di gnocca rivolgersi ad uno “psicologo” o “guru” della seduzione: comprensibile ma infondata speranza di risolvere su base individuale e con metodo “scientifico” (o apparentemente tale) un problema da un lato sociale (nel caso, la disparità di numeri e desideri nell’amore sessuale, favorevole grandemente alle donne e da queste sfruttata senza limiti, remore né regole in ogni modo tempo e luogo se, all’interno delle strutture sociale, non è dato all’individuo utilizzare, a mo’ di freni e compensazioni, opportuni meccanismi culturali ed economici per riequilibrare ogni eventuale rapporto in realismo, desiderabilità e potere) e dall’altro legato alla natura caotica e impredicibile di cui è appunto costituita la vita stessa (e non solo nel mondo degli istinti naturali). Per dirla con una boccaccesca endiadi che Woody Allen mette in bocca ad un suo personaggio, non si può andare avanti a “scienza e fica” (così anche chi si lamentava di non trovare tal termine in questo thread è servito).

Nessuna pianificazione potrà funzionare nell’ars amandi: se funzionasse, negherebbe l’imprevedibilità che dà senso e bellezza ad una avventura erotica (rendendola scontata né più né meno che una visita dal dottore, ciò di cui si ha in effetti la percezione in certi rapporti con gentili ed impeccabili professioniste del sesso). Come magistralmente messo in scena in quel capolavoro di Allen che è “Match Point”, è la fortuna a decidere nella vita, molto più di quanto ai giocatori (bravi o tristi) faccia piacere ammettere (per opposti motivi di vanto nelle vittorie o per necessità di spiegazione nelle sconfitte). Significativamente, anche nella “Coscienza di Zeno”, non un’avveduta scelta del protagonista, ma una serie di “provvidenziali” sconfitte, fallimenti, irrisioni e delusioni lo portano, fra le quattro sorelle che iniziano per “A”, a scegliere la moglie migliore (bella nel tempo e fedele).

Il collegamento fra l’autore triestino e l’unico regista di hollywood (volutamente minuscolo) degno di questo nome non è casuale: la goffaggine, “l’inciampare nelle cose”, l’essere presi da tutti (ed il non prendersi in prima persona) mai sul serio, l’essere “anti-eroe” (ovvero privo di quella caratura etica fatta di senso del dovere, spirito di sacrificio, coraggio e fiducia in sé o nel destino da cui è guidato l’eroe del romanzo epico da Enea in poi), anzi, all’apparenza un “uomo senza qualità” (tanto per citare il Musil che fu caro a @Flautomagico qualche discussione fa), il riuscire anzi ad ottenere risultati migliori rispetto a chi è nato “lottatore” (si veda il rivale che soffia Ada a Zeno, mostrando tante doti artistiche, culturali e “spirituali” – per non dire “spiritiche” se pensiamo all’episodio del “tavolino tremante” - per poi rivelarsi pessimo marito e sfortunato uomo d’affari capace solo di fuga e suicidio) costituiscono quel substrato psicologico che, secondo studiose come Tullia Zevi, tanto Italo Svevo quanto Woody Allen hanno assorbito da un certo spirito da “cabaret yiddish”.

Si tratta della medesima caratterizzazione psichica che l’abbandono del classicismo (e, con esso, per contrasto, dello stesso “malgusto” romantico), voglio dire del “nobile”, del “grande”, “dell’eroico”, per riprendere il Leopardi, in favore della letteratura decadente novecentesca (frammentata e caotica nell’idea stessa di uomo prima ancora che nello stile e nelle trame) induce in ogni studente (intendo: avente anche orecchie addestrate ad apprendere e non solo un culo per star seduto su una sedia pensando ad altro) e che l’intera cultura occidentale, anche e soprattutto nelle sue forme più “stimate” e “serie”, contribuisce a consolidare (a parte qualche discutibile tentativo di eccezione in chiave “colossal”, ogni tentativo di eroismo classico viene deformato e irriso dalla cinema e dalla letteratura, ed anche gli esempi presentati come “positivi”, sono posti sotto la luce dell’autoironia: insomma, il “superuomo” viene visto come un antipatico e un prepotente da mettere in ridicolo, mentre il successo arride a vari “Forrest Gump”). Questo ha indubbiamente segnato il mio (tentativo di) rapporto con le donne che, all’epoca (ma potrei dire anche oggi), prescindeva dal “dover essere” seduttore (bravo a mostrare le proprie doti come fossero muscoli, sicuro delle proprie capacità e possibilità, indifferente alle critiche ed alle crisi) e si faceva anzi quasi vanto dell’essere “imbranato”.

La mia naturale timidezza, la non celata inesperienza con l’altro sesso, unite ad uno studio “matto e disperatissimo” delle umane lettere (forse leopardianamente ancora più intenso di quello impersonificato dai vari personaggi “alleniani” che aspirano ad essere scrittori, registi e critici) e ad una costante “attività sessuale con una persona che stimo moltissimo” mi avrebbero fatto “inciampare” in tante e affascinanti donne come capita in “Manhattan” o in “Io ed Annie”, molto più di quanto sarebbe capitato ai miei compagni di scuola o di paese, tutti intenti, con mezzi variabili dalla palestra alla musica leggera (per le mie orecchie abituate a rime e allitterazioni, per il mio gusto avvezzo al dialogo sentimentale ed alla accurata scelta dei vocaboli, dei momenti e degli argomenti, semplice e raccapricciante “rumore moderno”), dalla “esposizione mediatica” dell’attivismo studentesco all’attività sportiva, a “dare la caccia” alle straniere sulla riviera, alle “primine” dell’altra sezione, alle coetanee incontrate in giro fra concerti, discoteche e occasioni extra-scolastiche (intenti, soprattutto a parlare di “caccia”)?

A proposito di simpatici “inciampi” nelle cose e nelle persone: durante l’inverno avevo casualmente visto di sfuggita la madre di Federica (io abitavo in una zona lontana della provincia, lei era del capoluogo) mentre accompagnava la propria classe a vedere “l’Importanza di chiamarsi Ernesto” di Oscar Wilde (io ero con i miei compagni di classe ad assistere alla stessa rappresentazione). Da quale noia culturale (nulla contro l’immortale autore del “Ritratto di Dorian Gray”, ma molto contro la moda di portare la gente a teatro per forza) mi ero probabilmente salvato evitando il rischio di avere quella professoressa di Italiano come “quasi suocera”. Più culo di Zeno Cosini!

E ancora non potevo sapere che, d’estate, il romanzo triestino sarebbe stato a suo modo, galeotto, anche se in maniera del tutto fortuita ed incorrelata al contenuto. Non potevo nemmeno sapere che, impegnato a leggere manciate di “romanzi di formazione” e di “nuovi modi di scrivere novecenteschi”, il romanzo della vita mi avrebbe, negli stessi momenti, messo all’improvviso di fronte alle pagine centrali, rispetto alle quali il vissuto precedente sarebbe stato solo un prologo e quello successivo un ricordo, un rimpianto, il “rimpianto di ciò che non è stato”.
Eppure, in quello che poi non fu, avrei ben dovuto intra-vedere tutti gli elementi del grande romanzo: una anteprima interiore “rubata”, come quella che il principe Andrej ha di Natasha ascoltando per caso il di lei dialogo con la luna nelle più belle pagine di “Guerra e Pace”, un primo vero incontro al ballo come in “Anna Karenina” quando il Conte Vronskij può finalmente conoscere la donna da cui era stato attratto al primo sguardo in stazione, una paura condivisa incombente come la peste nei “Promessi Sposi” (nel nostro caso era ovviamente l’esame maturità), un muoversi su barca a remi come in “Piccolo Mondo Antico” del Fogazzaro o in “Addio alle Armi” di Hemingway.

Ho un ricordo chiaro di quei giorni a Giulianova fra giugno e luglio, con il Gran Sasso e la Maiella (montagne su cui avevo fantasticato tanto viaggiando mentalmente durante lo studio della geografia quanto leggendo quelle “Novelle della Pescara” che, per aurea di avventura e intensità di trama, quasi fiabesca, parevano evocare i racconti degli esploratori dell’Africa o di altre terre lontane) a fare da sfondo a tramonti interminabili e le spiagge, spesso semideserte per il tempo instabile ed il mare mosso, a svolgere da scenario per mattinate così insolite, così solitarie, così, oserei dire, “randagie”, che, a parte l’odore di salsedine, pareva di essere rimasti ancora immersi nel sonno, isolati dal mondo, in un “non luogo” inconscio (quasi come nella Commedia dantesca quelle sorgenti purgatoriali che donano l’oblio dalla vita precedente preparando le anime alla beatitudine celeste).

Anzi, ho due ricordi, uno diurno ed uno notturno, uno chiaro e uno scuro.

Quello diurno mi vede sotto l’ombrellone, a leggere instancabilmente le pagine della “Coscienza di Zeno”, spinto non dalla curiosità della trama, non dalla passione per la psicoanalisi, ma dalla voglia di conoscere e decifrare le prossime parole dal libro della mia stessa vita, dal desiderio, anzi, di raggiungere “l’origine della vita” fino ad unirmi in corpo ed anima alla bellezza. Sembrano in effetti desideri fuori tema associati ad un romanzo così celebrale, così poco avventuroso e ancor meno erotico. Pure, diventano comprensibilissimi in quel contesto, e vivissimi ancora nel ricordo, se si aggiunge che a pochi metri da me, sdraiata su uno sdraio identico al mio, all’ombra di un ombrellone attiguo, carezzata dalla stessa brezza che di quando in quando rendeva fisicamente piacevole la permanenza in spiaggia, una lettrice leggeva il medesimo libro.
Chiudendo gli occhi, a più di vent’anni di distanza, posso ancora sentire il calore del mezzogiorno permeare la pelle nonostante l’ombra, il fruscio degli arbusti marittimi mossi dal vento, le voci dei gabbiani e quelle, più rade, dei relativamente pochi turisti presenti, la risacca marina sullo sfondo, mentre tutto il mio essere era sprofondato in un totale stato di “rovesciamento dell’ordine delle cose”. Gli occhi del corpo leggevano le parole scritte dal romanziere, le parole astratte, ma gli occhi dell’immaginazione, i soli che davvero percepiscano la bellezza del mondo concreto, guardavano lei. Fisicamente non la guardavo, perché mi schermava il libro stesso, ma percepivo la sua presenza, vedevo costantemente il suo lungo corpo modellato dalla pallavolo e indorato nella pelle liscia e luminosa come sabbia carezzata dall’onda e baciata dal sole, la piattezza del ventre levigato dall’attività atletica, nonché le forme rotonde e angelicate dei seni.

Senza bisogno di scambiare una sola parola, mi pareva che un fiume di vocaboli scorresse fra noi. Mi pareva di sentirla leggere le pagine che avevo letto un’ora o un giorno prima, anzi, di essere lì ad ascoltare quello che pensava ad alta voce di certe vicende esistenziali richiamate dal romanzo, di certi aspetti della vita sentimentale anche solo sfiorati dall’autore, di poter aprire insomma uno squarcio sul mondo interiore di lei prima ancora di incontrarla nella “vita esteriore”, proprio come capitò al principe Bolkonskji sotto il balcone di quella Natasha Rostova che prima di andare a dormire parlava liberamente con la luna non credendosi sentita.

Era una comunione spirituale che non avevo mai neppure sognato possibile nemmeno nel più alato dei miei sognati amori. Come infatti seppi da lei stessa, la precedevo di qualche capitolo, ed era così come passeggiare per lo stesso sentiero, erto e stretto, uno un po’ davanti all’altra. In ogni grande romanzo europeo c’è una passeggiata nel bosco in cui i due protagonisti si svelano l’un l’altro. Nel mio caso il disvelarsi era silenzioso, ma il fatto medesimo che finissimo per pensare le stesse cose dello stesso libro sanciva la nostra “affinità elettiva”. In tale situazione, le difficoltà stesse della lettura, i suoi passaggi stilisticamente scabrosi e narrativamente ostici, erano piacevoli diversivi come i tratti un po’ più faticosi o scivolosi di una traccia che si segua assieme per inerpicarsi fra i monti scordando nel fresco gli affanni della calda pianura.

Ecco perchè avevo curiosità di proseguire nella lettura di Svevo: cercavo pagina dopo pagina ispirazione e segno per quello che avrebbe potuto essere un incontro, un dialogo, una fascinazione. Sezionavo parola per parola il romanzo in tutta la sua profondità come un aruspice avrebbe fatto delle viscere di un animale sacrificale prima di una importante avvenimento, per capire come comportarsi in base al volere degli Dèi. Le disavventure di Zeno erano il sacrificio necessario. Non leggevo l'autore, leggevo (o cercavo di anticipare leggendo) la mia vita.

Una sera, per caso, ci presentammo (nell’albergo vi erano l’animazione che aggregava i clienti per allietare un tempo altrimenti a rischio di noia data l’assenza in loco di divertimenti “comuni”). Sinceramente, fu ella a presentarsi a me con il pretesto che mi aveva visto leggere il suo stesso libro. L’atmosfera conviviale indotta dal bravo animatore rendeva possibili anche questi miracoli di “inversione” dei ruoli di genere nel corteggiamento (cosa che, effettivamente, non ho mai più visto verificarsi in vita mia). Mi disse che anch’ella frequentava il liceo scientifico e l’anno dopo avrebbe avuto la maturità (era dunque di un gradino più “grande”, anagraficamente di me, oltreché un poco più alta fisicamente). Aveva un bel viso greco, di quelli che ci si può immaginare dipinti sulle urne eternatrici di cui parla l’ode di John Keats, capelli castani ricci non troppo voluminosi (proprio come se dovessero essere scolpiti in un marmo eterno), “occhi soavi e più chiari che il sole da fa giorno seren la notte oscura”. Le sue membra abbronzate parevano scolpite da un divino artefice e le sue lunghissime gambe di modella stupende colonne in grado di dare eterna classificazione al templio della sua bellezza (dorico per slancio e purezza di linee, ionico per eleganza di portamento e corinzio per raffinatezza di capigliatura). Quella sera indossava un aderente vestito bianco che la faceva sembrare creatura lunare a cui gli sguardi suspicienti dei mortali si volgano nella speranza di scorgere, avvolti da un’aurea di idealità armoniosa e beata, tutte quelle gioie e quelle bellezze di cui sulla terra si ha solo l’immagine parziale ed imperfetta.

Se non l’avesse fatto ella, io non avrei mai avuto ardire di rivolgerle la parola (sarei rimasto silente come silenti sono le preghiere dei fanciulli quando, prima di addormentarsi, esprimono i propri desideri al cielo), figuriamoci di chiederle di ballare. Per quella volta, lo sconosciuto autore del romanzo che stavo vivendo provvide al posto mio. L’animazione prevedeva una sorta di “ballo in maschera” (con tanto di parrucche ed altre burle). Ella rifiutò (o, meglio, pudicamente si tirò indietro silenziosa ma palesemente inorridita) l’invito (non troppo convinto) di un concorrente locale (l’immedesimazione con il Leopardi mi faceva vedere brutto all’epoca, ma quel tipo, poverino, era brutto seriamente). Io, che già pensavo di dover ripiegare, more solito, su mia madre, ricevetti di fatto l’invito dell’animatore (avevo davvero bisogno dell’assistente sociale!): “dai, Flavio, fai ballare Elisa”. Aveva quindi il nome, abbreviato, di mia madre. Il nome semitico di Didone (avrei dovuto capire che, come Enea, sarei stato destinato ad abbandonarla). Poiché ella, non so se per effettiva simpatia nei miei confronti o per lo scampato pericolo di dover ballare anche solo per scherzo con la precedente “alternativa”, mi rivolse un immenso sorriso (come del resto i suoi genitori), riuscii a formulare l’invito, ricevendo istantaneamente le sue braccia protese ed accoglienti. Non poteva esservi regalo più divino per il mio diciassettesimo compleanno (sospeso fra la pungente delusione per il motore di Schumacher andato in fumo nel giro di ricognizione in quel Gran Premio di Francia in cui aveva la pole, ed il completo disinteresse per la finale europea in cui, mi pare, vinse la Germania che ci aveva eliminati nei gironi).

I giorni successivi la invitai sempre, sul finire di ogni mattina, sulla mia imbarcazione (un gommone gonfiabile che ai giorni nostri saprebbe di sbarco clandestino, ma che all’epoca poteva passare per vaga immagine di barca a remi mutuata da romanzi ambientati vicino ad un lago come “Piccolo Mondo Antico”) e, mentre la conducevo in “crociera” lungo la costa (con la costante vigilanza delle nostre madri e la protezione degli scogli paralleli al tragitto), discutevamo appunto di temi liceali (dalle lezioni di fisica alle paure per la maturità, dalle personalità dei diversi insegnanti a quelle della comune letteratura). Da lì appresi che non solo ci avevano consigliato gli stessi romanzi, ma, ancora prima di conoscerci, avevamo pure finito per valutarli allo stesso modo. Ecco il senso dell’affinità elettiva. Quello su cui discordavamo era la questione Dante/Petrarca. Io, pur riconoscendo all’Alighieri il ruolo di Pater della lingua, vedevo nel suo lessico fin troppo robusto e nel suo sincretismo culturale un certo che di (non vorrei bestemmiare) “polpettone enciclopedico” che invece la lingua “purificata” e “attentamente selezionata” del Petrarca, con il suo stile puro e rarefatto senza uguali nel mondo, i suoi termini codificati, le sue parole melodiose, il suo andamento bimembre, la sua vera e propria lingua poetica insomma, giunta pressoché cristallizzata fino al Leopardi (“solo et pensoso”, “tardi e lenti” hanno stilisticamente lo stesso ritmo di “ridenti e fuggitivi” e di “lieta e pensosa”), non conosce punto. Ovviamente, non avevo ancora letto il Purgatorio e mi basavo unicamente sull’Inferno, per di più nella parafrasi e nell’interpretazione del mio pedante professore di Italiano. Se la mia ammirazione per l’autore di “Chiare, fresche, dolci acque” è rimasta sempre immutata, la mia rivalutazione di Dante, in chiave squisitamente poetica, è ancor oggi merito involontario di Elisa (involontario perché non le sue parole mi convinsero, ma le mie in conseguenza di quello che poi vissi per causa sua).

Il ricordo oscuro, notturno è quello della sera prima della partenza (un film già visto l’anno prima). Mi vedo ancora insonne ad attendere l’alba, immaginando di passeggiare “solo et pensoso” sulla spiaggia alla luce del plenilunio (ma in realtà in camera con mia madre, come del resto la mia controparte con i suoi genitori). In tutte le serate precedente avevo preso sonno pensando a quali argomenti avrei dovuto sfoderare nei miei colloqui sul mare con Elisa per mostrarmi più autentico possibile. Ora dovevo decidere cosa fare, prima ancora che cosa dire, all’indomani. Quel giorno, infatti, al contrario degli altri, la mia corteggiata aveva rifiutato di farsi accompagnare “in barca”, adducendo motivi di stanchezza cui nemmeno io potei credere. La coincidenza temporale era troppo evidente ed era ovvio che si aspettasse qualcosa. Forse si era annoiata, o forse…

Alla sera, durante i saluti (all’epoca partenze e arrivi erano quasi sempre concomitanti al fine di creare convivialità tra gli ospiti settimana per settimana), dopo essersi scambiata un qualche indirizzo con lo staff dell’animazione, la vidi piangere. Non stava fingendo. Piangeva davvero. Può darsi che si fosse innamorata della simpatia dell’animatore (come gran parte delle donne presenti, del resto) e fosse triste semplicemente per dover tornare alla noiosa vita di città, così insoddisfacente per la sua femminilità così vitale, sportiva e prorompente (oltreché a suo modo sofisticata e dotta). L’infallibile istinto del principiante, però, mi parlava in un altro modo. Parlava di qualcuno che l’aveva delusa. Del resto, ella aveva ben fatto la sua parte sia nell’aggirare la mia timidezza approcciandomi per prima, sia dandomi tempo, modo e luogo per esplicare in prosa le mie eventuali doti di sentimento e intelletto. Di contro, io non avevo fatto nulla per uscire di un millimetro dalla parte del gentiluomo inglese dell’Ottocento che usa sì lo humour e la cultura per affascinare le dame, che usa sì la barca a remi per traghettarle fra le onde tenendo loro amabilmente compagnia letteraria, ma che nulla mette in gioco di sé (men che meno con in ballo il rischio di essere rifiutato) e soprattutto nulla lascia trapelare di un eventuale interesse per la donna di là dal semplice passatempo. Ero stato probabilmente tanto amabile da non apparire per nulla amante.

Forse il mio “corteggiamento mascherato” aveva finito per essere una maschera davvero troppo fredda ed inespressiva, incapace di comunicare un sentimento più vivo di quello raccontato dalle lettere, e la mia ironia “ariostesca” mi aveva fatto percepire distante da lei come l’Ariosto lo è dalle pene amorose dei personaggi dell’Orlando Furioso (ero pure stato capace, come l’autore estense verso le sofferenze del paladino, di essere ironico sul suo dolore per la partenza). Se così fosse stato, mi sarebbe bastato, la dimane, anche solo un minuto prima della sua partenza, dire la verità fin troppo taciuta: “sei semplicemente troppo bella perché io possa dire sinceramente quello che provo. Dammi il tuo indirizzo e permettimi di scriverti…”. Sarebbe basato anche solo rifugiarsi in un rapporto epistolare per superare paure e insicurezze. Mi fossi sbagliato sul motivo del suo contegno nei miei confronti, avrei rischiato al massimo la (del tutto scusabile a quell’età) figura barbina di chi si crede affascinante ed invece è soltanto tollerato da una bella ragazza troppo gentile per mandarlo subito a quel paese. Avessi invece avuto ragione, avrei colto la rosa del paradiso.

La questione che mi teneva sveglio, però, non era tanto e solo cosa avrei rischiato nel caso ella non fosse stata innamorata di me, bensì, quello che avrei perduto proprio se lo fosse stata. Se anche avessimo avuto una relazione più o meno profonda e più o meno lunga (cosa comunque difficile a distanza), cosa mi sarebbe rimasto di lei, alla fine? Come il cavaliere nel castello di Atlante, l’uomo è su questa vita terrena continuamente attratto da parvenze e mete che, una volta raggiunte, si dissolvono come incantesimi al contatto con il reale o si rivelano prive di quell’alone di luce diffusa che da lontano le rendeva radiose qual nulla di reale può essere. Avevo desiderato (e avrei desiderato ancora) molte mete e molti frutti nella mia vita. Ne avevo (e ne avrei in futuro) raggiunte e ottenuti in quantità, senza mai averne definitivo appagamento. Sempre erano state soppiantate da ulteriori desideri (“e sempre corsi e mai non giunsi il fine”, mi aveva detto il Carducci già dalle medie). Qualcosa doveva e deve rimanere irraggiungibile per restare desiderabile e quindi amato. Qualcuno, come le fanciulle ritratte sulle urne greche di Keats un attimo prima di venire baciate dai loro amanti, deve rimanere eternamente uguale a sé, a similitudine delle creature siderali e degli stessi Dei, nella chiusa perfezione dell’opera d’arte, per restare al di fuori dalla corruzione del tempo e della morte. Perché, nel mio caso, questa persona non avrebbe potuto e dovuto essere Elisa? Avrei potuto immaginare forma umana più perfetta ai miei occhi e ascoltatrice di teneri sensi più viva al mio intelletto?

Certo, non avevo ancora provato nulla assieme a lei che ci facesse risuonare d’amorosi sensi, ma, come dice appunto il giovane poeta inglese nella stessa ode, “Heard melodies are sweet, but those unheard/ Are sweeter; therefore, ye soft pipes, play on;/ Not to the sensual ear, but, more endear'd,/ Pipe to the spirit ditties of no tone”. Proprio quelle scene di musiche raffigurate ma mai udite, quei baci immaginati ma mai dati, fanno dire al poeta: “tu l’amerai per sempre, per sempre così bella”.

“Fair youth, beneath the trees, thou canst not leave
Thy song, nor ever can those trees be bare;
Bold Lover, never, never canst thou kiss,
Though winning near the goal yet, do not grieve;
She cannot fade, though thou hast not thy bliss,
For ever wilt thou love, and she be fair!”.

Se mi fossi dichiarato ed avessi ricevuto un rifiuto, ella avrebbe fatto il paio con Federica e tutte le altre fanciulle che, per vanità, calcolo “economico-amoroso” (aumento del proprio valore per diniego o accrescimento della propria importanza agli occhi del loro vero obiettivo) o diletto sadico, lasciano scambiare la propria gentilezza per interesse sentimentale e non avrebbe potuto essere nulla più di un ghigno della vita ed un doloroso ricordo (e in questo caso la delusione sarebbe stata tale e definitiva da impedirmi in futuro qualunque altra idealizzazione di una figura femminile).
Se fossi stato accettato, sarebbe certo rimasta una bella ragazza, ma “normale”, con gli inevitabili difetti che le relazioni reali fanno emergere, e soprattutto soggetta come tutte le creature mortali, ad annoiare e ad appassire. Così invece, proprio come gioia danzante fra quegli “alberi che mai saranno spogli”, eternamente adornata dal “dolce per sé” della giovinezza, continuamente davanti a me mentre mi sorride e mi parla, in quell’estate sorprendente ed irripetibile che per me non avrebbe mai conosciuto l'autunno, per sempre bella “fra il giorno senza fiamme e la notte senza ombre” del novilunio di un settembre che non cancellerà mai quell'ultima sera di giugno, cristallizzata nel ricordo, resa perfetta dal mio stesso pianto come il cerchio che si forma nell’acqua attorno ad una goccia caduta nell'acqua prima immobile di un laghetto alpestre, sarebbe rimasta per sempre la mia “amata immortale”.

Dice il monaco narratore del “Nome della Rosa” che dell’unico amore terreno della sua vita non ha mai saputo nemmeno il nome. Dico invece io, che del mio unico amore terreno ho conosciuto solo e soltanto il nome, non avendo avuto quel genere di conoscenza biblica che il buon Adso ha avuto con la fanciulla incontrata quella volta nella cucina del convento. Anch’io continuo a ripetermi che “la mia scelta fu buona”. Grazie alla religione delle belle lettere, l’immagine di lei non morirà mai, ma andrà (almeno finché io avrò vita) ad occupare (almeno per me) il Pantheon su cui Bellona, Minerva e Venere siedono da quando, secondo il mito rivelato dall’autore dell’Ode “All’amica risanata”, i poeti che le hanno amate hanno deciso di trasformarle da donne mortali a dee, eternandole con quell’armonia che, insegna sempre il Foscolo, “vince di mille secoli il silenzio”.

Un’ottava delle “Stanze per la Giostra” del Poliziano pare scritta per lei:

“Con lei sen va Onestate umile e piana
che d’ogni chiuso cor volge la chiave;
con lei va Gentilezza in vista umana,
e da lei impara il dolce andar soave.
Non può mirarli il viso alma villana,
se pria di suo fallir doglia non have;
tanti cori Amor piglia fere o ancide,
quanto ella o dolce parla o dolce ride.”

Non avrei mai potuto descrivere meglio il suo contegno non altezzoso, la sua gentilezza spontanea, le sue movenze paradisiache, le sue risa, la sua voce e, soprattutto, quello che provocò in me. Prima ero come Julo, tutto dedito alle attività “belliche” (anche lo studio lo era nella mai percezione del mondo), ai divertimenti, alla “caccia” (nel mio caso, l’automobilismo). Dopo, non avrei più sopportato di avere anche un’ombra non gentile nel mio cuore per non essere indegno di quello per cui il mio cuore aveva avuto l’avventura di palpitare, anche se solo per qualche giorno e per qualche ora.
Non la rividi più. Morta per me, o almeno svanita con lei, è da quel giorno la mia possibilità di avere un rapporto amoroso “terreno”. “Passasti” - direi con voce leopardiana identificandola con la mia speranza arcana di felicità – “e come un sogno fu la tua vita”. Se, come diceva Cavalcanti, la vista è il più nobile dei sensi, solo il progressivo trascolorare del paesaggio dal meriggio alla notte può simboleggiare il mio stato d’animo dopo averla conosciuta. Lascio allora a questa perfetta ottava del Poliziano il compito di concludere questo secondo “grado di separazione”:

“Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che ’l ciel tutto asserenò d’intorno,
mosse sovra l’erbetta e passi lenti
con atto d’amorosa grazia adorno.
Feciono e boschi allor dolci lamenti
e gli augelletti a pianger cominciorno;
ma l’erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia e azurra fassi.”

moscarossa_recensioni
Oceano_mobile

@Beyazid_II, leggo con piacere quello che continui a scrivere, superiore alle inutili polemiche create da chi non vuole vedere ( o sognare?) di la dalla vulva
Hanno migliaia di post centrati sulla gnocca( come è giusto sia in un forum come quest)
Tu, se hai voglia non lasciare il retto sentiero che hai imboccato
Ps, terra terra, la cultura non migliora di per se il buon rapporto con la gnocca, certo non lo ostacola, e dà modo di percepire sfumature che vanno al di là del colore del pelo

Incontra ESCORT e TRANS nella tua città
Mombasa_resort

"Tu, se hai voglia non lasciare il retto sentiero che hai imboccato"

@Teeruk sei un genio!

- Che cazzo è quello?
- Ti sei risposto da sola.

Abbandonati al relax e al piacere, scopri i centri massaggi della tua citta'!
Margarita_mobile

TERZO GRADO: DA AGNOLO POLIZIANO A MARSILIO FICINO

Ovvero: “PALINGENESI”

“Presto fu tardi nella mia vita”. Così inizia il romanzo “l’amante” da cui è tratto il bellissimo film di Jean-Jacques Annaud. “A diciott’anni era già troppo tardi”. Difatti, ne avevo giusto diciassette quando mi accorsi all’improvviso che l’apice interiore era già alle mie spalle. Come proprio e solo al momento della separazione da lui, in un’indimenticata scena del finale in cui la protagonista, dalla nave che abbandona il Vietnam (allora colonia francese) per riportarla in Europa, vede spuntare, dietro i containers del porto, la limousine di lui venuto a salutarla, ella capisce chi davvero era quell’uomo con cui credeva di aver solo giocato, così io capii solo in viaggio. Ero sul treno che mi riportava a casa. Avevamo viaggiato in taxi all’andata, ma al ritorno insistetti con mia madre per prendere il treno. Forse perché volevo semplicemente risparmiare per comprare il prima possibile la mia prima auto nuova. O forse perché, se in Tolstoj era avvenuti in treno l’incontro primo fra Anna Karenina e il giovane Vronskij, nella mia vita volevo che ci fosse ancora una stazione ad associarsi, almeno mentalmente, all’addio.

Sentii leggere ancora da Vittorio Sgarbi che “quando si ama bisogna partire”. Quel viaggio mi riportò indietro nel riepilogare la mia stessa vita in vista di una “oltre-esistenza” diversa. In Dante, le anime del purgatorio, prima di accedere alla gloria celeste, devono bere dai fiumi del Letè e dell’Eunoè, le cui acque hanno la facoltà di cancellare la memoria del male e rendere indelebile il ricordo del bene. Questa ansia di redenzione, questo miracolo di “palingenesi” pervade l’intera cantica di mezzo (che è “il viaggio” per eccellenza della nostra letteratura). Tutti i personaggi che Virgilio e Dante incontrano, infatti, sono oltremodo desiderosi di ricordare la loro vita terrena, e, nel momento stesso in cui la ricordano, di avere commiato definitivo da essa anche nel pensiero. Come un Sordello da Goito, una Piccarda Donati, un Guido Guinicelli durante il colloquio nell’al di là col poeta, ero pervaso di ricordi durante quel viaggio in treno (ed ho viaggiato in treno ben poche altre volte in vita mia, da amante dell’automobile qual sono). Ed era come se, nel momento stesso in cui mi si palesassero come immagini e parole, quei ricordi mi dessero l’addio.
Attraversammo dapprima, appena lasciato l’Abruzzo, la bassa costa marchigiana, dove le rive selvagge, le rade spiagge e i sassi a picco sul mare rendevano il paesaggio ancora simile a quello in cui avevo conosciuto Elisa. Il primo ricordo era dunque lei. Non conoscevo ancora il Poliziano (che avrei studiato l’autunno successivo, assieme a tutto l’Umanesimo-rinascimento e la cui “vita serena spenta a quarant’anni”, ancor più dell’opera, stando a quanto scrive il De Sanctis, è l’emblema del secolo quindicesimo), ma conoscevo bene l’infelice Petrarca (cui tutto l’umanesimo-rinascimento poetico si è ispirato). Se dunque non posso dire di aver in quel momento accostato Elisa alle ottave delle “Stanze”, scritte dal poeta e maestro di corte medicea per la Simonetta del suo secolo ma ancora perfette secondo me per lei, posso però ricordare benissimo che “Chiare, fresche et dolci acque” non ha mai risuonato così armoniosamente in me rispetto a quanto stavo vedendo e provando seduto al finestrino, con gli occhi fissi alle stesse acque in cui si era bagnata coma una Venere fra le onde e la mente fissata sulle parole che ci eravamo scambiati sopra la distesa assolata del mare o sotto le stelle scorrenti del dopocena alberghiero.

“ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna”.

In effetti, non ho mai più potuto guardare donna alcuna, più o meno bella, senza involontariamente paragonarla a lei per aspetto fisico e carattere. Non ho mai più provato interesse per fanciulle la cui slanciata figura non mi avesse costretto a protendere almeno un po’ lo sguardo verso l’alto come verso la luna (come appunto dovevo fare con Elisa che era un po’ più alta di me), né, soprattutto, per donne prive di quella gentilezza spontanea ma non timida (“posso sedermi?” – “ah scusa, forse volevi stare vicino a tua madre” – “oh, non guardi la partita come gli altri?”), di quella gioiosità viva ma non scomposta (come quando sorridendo mi protese le braccia), di quell’interesse per l’altro sesso intelligente ma mai cortigiano (che la spinse ad attaccare discorso per prima: “pure io faccio il liceo” ed ha cercare un argomento condiviso “ho visto che stai leggendo la coscienza di Zeno”), di quella femminilità orgogliosa ma mai femminista (“dite tutti così, ma se una va in giro sciatta la additate a ludibrio”, “a me non piacciono gli uomini troppo …” – e qui ahimè non le fecero finire le frase, per cui mai saprò cosa avrei dovuto non essere…- ma stavano parlando solo di barba più o meno incolta – chissà se non le piacevano gli uomini troppo effemminati e modaioli o quelli troppo selvatici e casual), di quel buon senso “da sposare” (che non le fece prendere la parti della solita femminil-femminista “gli uomini non fanno niente, senza le donne il mondo si fermerebbe” contro chi aveva detto “e allora smettetela di fare se dovete sempre lamentarvi e rompere” e “nel paese dei sultani il mondo va avanti anche senza il vostro rumore e si vive anche meglio”, preferendo, assieme a me, la linea del silenzio che in questi casi esprime sempre l’intelligente via di mezzo fra estremismi), che, prima, avevo visto solo in mia madre e, dopo, solo in certi personaggi femminili di Stendhal come la duchessa Gina della “Certosa di Parma”. Era insomma, in Elisa, tanto la “voglia di essere bella” che non significa affatto essere oca (e che faceva convivere lo sfoggiare un vestito nuovo ogni sera, ed ogni volta più eccitante per i sensi, con il parlare di un libro nuovo ad ogni incontro sul mare, ed ogni volta con un’osservazione più nuova e più eccitante per la mente), quanto la “voglia di giocare e divertirsi”, che non significa per nulla “prendere in giro gli uomini” (come quando accettava di appartarsi con me in mare senza per questo fingere interessi o simulare attrazione o addirittura ostentare seduzione come invece troppe donne fanno per chissà quale calcolo sentimentale, o come quando ammetteva sinceramente di preferire gli ambienti più mondani delle riviere a quelli selvaggi delle montagne per poter conoscere gente ed essere almeno un po’ ammirata).

“gentil ramo ove piacque
(con sospir' mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;”

Sì, l’avrei sempre ricordata sospirando. Avrei, anzi, sospirato ad ogni lirica, ad ogni opera cinematografica, ad ogni prosa in grado di riportarmi alla memoria una situazione, un particolare, o anche solo un desiderio corporeo in qualche modo riecheggiante l’immagine impressa di lei nella memoria. E quelle colonne slanciatissime che erano le sue gambe, su cui mi pareva che gli Dei dell’Olimpo avrebbero potuto edificare un templio dorico senza sfigurare al confronto con le altre sette meraviglie del mondo, non hanno da quel momento mai smesso di essere la pietra di paragone per qualunque bellezza femminile incontri, il primo criteri per la mia classificazione estetica delle donne.

“erba e fior' che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;”

Se i critici si sono scontrati su questi versi fra chi, sostenendo che “il Petrarca non sale mai oltre il bel più”, interpreta l’ultimo di essi come “la campana formata dalla gonna gonfiata dal vento” e chi, ben conoscendo quanto carnale sia la passione per la quale l’autore di “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”, da cristiano, chiede “pietà nonché perdono”, lo legge come “forme rotonde dei seni”, io, nel mio paganesimo, non ho mai avuto bisogno di scegliere. La sua bellezza era tanto perfetta e pura da non avere nulla di peccaminoso nemmeno immaginandola piena di ogni grazia terrena. E così quando la sospiravo nel desiderio mi sentivo tremare di purezza come un fanciullo inginocchiato davanti alla Madonna.

“aere sacro, sereno,
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:”

Ho sempre amato le mattinate terse, da quell’estate (in cui peraltro erano rare). Perché era con il bel tempo che potevo “uscire in gommone” accompagnandola nei nostri “tragitti letterari” a forza di remi. E da quel momento io, che da studente avevo sopportato soltanto con estrema noia tutti i poemi e le poesia d’Amore, dal “Tresoretto” di Brunetto Latini al siculo “Pir meu cori alligrari”, dai sonetti del notaio fredericiano Jacopo da Lentini alle liriche toscane di Guitton d’Arezzo, dal “Dolce Stilnovo ch’io odo” del giovane Dante e dell’uno e l’altro Guido, fino allo stesso Petrarca (la cui lirica “Amor m’ha posto come segno a strale” ero pure arrivato quasi ad odiare avendo dovuto inventarmi un arditissimo e faticosissimo commento stilistico per cercare di prendere otto o nove in un tema), capii che quella lirica aveva un significato ulteriore rispetto a quello scolastico. Ecco che persino “Monna Vanna e Monna Lagia e colei ch’è nel numer de le Trenta” uscirono dall’antipatia in cui le avevo relegate (quasi come pretenziose compagne di classe che facessero pesare allo spasimo la loro presunta bellezza) per divenire “amiche e compagne” di Elisa nell’Empireo delle amate di tutti i tempi.

“date udïenza insieme
a le dolenti mie parole estreme.”

Avevo diciassette anni. Il numero porta ancora sfortuna in Italia, perché il suo anagramma conduce alla parola latina “vixi”, ovvero “sono vissuto” (e quindi ora non vivo più, essendo, il modo, il perfetto dell’azione compiuta). Ecco che dunque avere diciassette anni fu per me come dire, se non “sono morto”, almeno “il centro della vita è dietro di me”. Anche i miei pensieri in quel momento, quindi, erano “estremi” come le parole del Petrarca. Anziché inorridire, ne fui quasi placato.

Al contrario di Marguerite Duras, che vede “un invecchiamento brutale” “impossessarsi dei miei lineamenti uno a uno, alterare il rapporto che c’era tra di loro, rendere gli occhi più grandi, lo sguardo più triste, la bocca più netta, incidere sulla fronte fenditure profonde”, in me nulla di fisico ha mai lasciato trapelare all’esterno quella “accelerazione del tempo” che “può investirci quando attraversiamo l’età giovane, la più esaltata della vita”. Anzi, nessuno si accorse del mio turbamento interiore, perché, come consiglia il vangelo per chi sta digiunando “per amore del Signore” (“profumatevi il viso, etc…”), all’esterno cercavo di esprimere solo serenità e gioia. Nemmeno mia madre ha mai sospettato. Il mio invecchiamento precoce è stato tutto interiore. Non avrei più amato. Non avrei più guardato ad una fanciulla con quell’ingenuo trasporto verso la bellezza che ci mostra ogni giovane, anche quando non ci interessa, anche quando non ci attrae, piena di promesse e di misteri. Non avrei mai più cercato “per istinto” in ogni contatto con l’altro sesso gli eventuali indizi della “anima gemella”. Ero sicuro di averla già conosciuta e le altre avrebbero al massimo potuto “assomigliarle”. Quando lo pensai, la mia voce più controcorrente, il mio angelo razionale, mi diceva “è solo l’infatuazione estiva, il furore giovanile: altre estati ed altre donne la cancelleranno”. Dopo più di vent’anni posso dire che la sua immagine è ancora pura e immutata come il marmo. Aveva ragione la voce del cuore che, all’obiezione razionale “non posso dire di essere innamorato perché non so cosa sia l’amore”, mi spiegava: “l’amore è quella cosa per cui non servono definizioni chiare e distinte, quando la incontri la riconosci”. Era vero. Me lo sentivo che avevo incontrato “colei che non ha l’uguale”.

Che dopo quell’incontro, quell’occasione mancata, quella rinuncia, sarebbe iniziato il “tardi” mi è confermato dal cambio di ritmo nello scorrere stesso del tempo. Fino ad allora ricordo gli anni passare uno ad uno, con tutte le “grida” e i “lamenti” che li hanno caratterizzati. Dopo, inizio a vederli scorrere dapprima due a due (gli ultimi due anni del liceo, il biennio iniziale di ingegneria, i primi due anni del triennio, i due anni a cavallo della tesi in California, i primi due anni dell’incertezza lavorativa), poi cinque a cinque, come lenti ed estenuanti piani quinquennali stalinisti che mi hanno condotto al “sol dell’avvenire” universitario. E i prossimi, forse, scorreranno a decadi “senza un grido, senza un lamento, levato a vincere d’improvviso un giorno”. Ma allora non lo capivo, ero come il giovane tenente Drogo del “Deserto dei Tartari” che, pieno di speranze, aspetta il momento della battaglia cui si è a lungo preparato, per mostrare il proprio valore e compiere così la propria vita, senza accorgersi che proprio quell’attesa era il triste e monotono compimento della sua vita, e che il fortunato incontro con la sorridente ragazza da cui viene allontanato dal caso durante una festa non si potrà ripetere. Stranamente, credevo anzi che un qualche evento del fato, come scritto dalla mano invisibile di un romanziere, mi avrebbe fatto re-incontrare Elisa (magari, nella versione più ingenuamente ottocentesca di me stesso, quando sarei stato, per posizione sociale e buone maniere, pronto per chiederne la mano). Non avevo preso alcun recapito, tuttavia, per quasi due anni, immaginavo sempre. Una telefonata insperata, una lettera improvvisa, un incontro fortuito. Intanto mi pareva di vivere una dolcissima ed incerta attesa.

Poi il treno passò per Porto Recanati, e non potei fare a meno di ripensare a quante volte, seduto al tavolo della mia cameretta a finire i compiti, mi ero immedesimato nel Leopardi allorquando sentivo le voci dei coetanei che invece giocavano. Quando, guardando il tramonto, immaginavo l’infinito (per contrasto con la stanza piuttosto piccola in cui mi trovavo, con quel rapporto dialettico con il finito, quindi, che il Lotman ha ben fatto notare analizzando l’uso particolare dei deittici nell’omonima lirica), o quando mi sentivo trattato male senza motivo da quella “gente zotica e vil per cui argomenti di riso e trastullo son dottrina e saper” come capitava all’Infelice di Recanati, era stato facile, per me, entrare nel mondo poetico leopardiano, conoscendolo e amandolo quasi istantaneamente, quasi come fosse stato mio da sempre. Impossibile mi era stato invece capire i siculo-toscani e gli stilnovisti che parlavano di pene amorose (o di politica). Ora una luce nuova rileggeva gli studi del terzo anno del liceo. Guittone d’Arezzo, i due Guido e lo stesso Dante, mi apparivano finalmente comprensibili (mentre prima erano solo blocchi di parole da analizzare per far contento un professore così rigoroso da rendere impossibile qualunque coinvolgimento emotivo nella materia letteraria). E Monna Vanna e Monna Lagia e colei ch’è nel numer de le Trenta meno antipatiche.

Passammo per Gabicce-Cattolica, e tosto rivissi tutti gli anni in cui avevo trascorso lì le vacanze marittime di giugno/luglio con mia madre. Parevano nella mia mente come secoli. Emergevano dalla nebulosa degli Anni Ottanta, in cui ogni anno pareva sempre uguale all’altro nella monotonia ancora serena dell’infanzia, i primi ricordi temporalmente scanditi. Il 1989 in cui ero veramente ancora solo un fanciullo che giocava con i castelli di sabbia e, a volte, con gli altri coetanei. C’era ancora il Muro di Berlino e nella seconda parte dell’estate saremmo andati nella materna Polonia. Il 1990 delle “notti magiche” dell’Italia di Vicini chiuse con la cappella di Zenga, in cui portavo sul gommone una friulana corpulenta ma simpaticissima che abbracciavo sempre simpaticamente e con cui a volte cadevamo in acqua. Avevo appena finito le elementari. Il 1991 in cui compilavo interminabili elenchi di vetture da comperare con i “talleri immaginari” ed iniziavo a parlare anche con gli adulti. Avevo appena iniziato a leggere riviste (di auto) e a guardare film (di guerra). Non credevo che avrei mai amato la letteratura. Il 1992 in cui mi riempivo di tutte le possibili e immaginabili riviste di automobili e, per la prima volta, guardai con un minimo (ma proprio minimo) interesse una ragazza alta e bionda con cui andammo (con genitori e fratellini) in chiesa (inconsapevole stilnovo ante-litteram!). Di lì a poco, nell’ultimo anno delle medie, avrei scoperto “l’interiorità”, quel dialogo con me stesso basato non più sull’immediatezza del “cosa fare adesso” e sull’ingenuità del gioco, ma sulla domanda senza fine “chi sono?”. La risposta era nel mio studio matto e disperatissimo (forse sono l’unico che ha passato più tempo a studiare in terza media che in tutti i successivi anni di liceo, grazie ad un’indimenticata insegnante fissata con le analisi dei libri, con i commenti ai testi, e con la grammatica propedeutica al Latino), che mi aveva fatto scoprire, in quelle sere tranquille squarciate dai tramonti che incendiavano il vasto orizzonte e le colline in lontananza, il “piacer figlio d’affanno” (da bambino e figlio unico avevo prima di allora conosciuto solo la noia). Il 1993 in cui ero reduce da un anno di “analisi psicologica dei personaggi” (oltreché di trasloco dalla campagna alla cittadina) ed iniziavo a guardare anche il mondo reale degli adulti con altri occhi. Dovevo iniziare il liceo e tutte le letture, le riflessioni sull’attualità e gli studi storici che quell’insegnante mi aveva indotto a seguire mi facevano percepire da me stesso come “adulto”. Mi sentivo quasi un piccolo ateniese pronto l’anno successivo ad entrare nella polis del liceo. Quell’anno provai anche per la prima volta il “turbamento” di essere (anche se solo psicologicamente) attratto (anzi, in qualche piccola decisione quasi “manipolato”) da una ragazza più grande di me che non disdegnava di mostrarsi “seduttiva” e che aveva il nome della madre di Napoleone. E con lei parlavo pure di guerra (la prima mondiale di cui mi ero frattanto appassionato) e del generale Cadorna (era anche lei piemontese). Il 1994 in cui ero patito di Formula 1 dopo la morte di Senna e, con un distacco “very british” (alla “Jim Clark”), dopo il primo anno di successi scolastici che per me erano all’epoca esistenziali, avevo flirtato con Federica. E il 1995 della delusione infernale.

Poi risalimmo la costa romagnola, dove la mamma mi portava quando ero davvero piccolo, quando i ricordi si sfumano in qualche fotografia e qualche immagine, di cui una, la sola che ricordi distintamente, mi vede su una spiaggia isolata in un giorno ventoso ad aspettare una giovane donna con un vestito bianco che si tiene il cappellino. Era mia madre? O era un sogno premonitore?

Arrivai finalmente a casa, passò l’estate ed arrivò la scuola. Al contrario dell’anno prima, non me ne pesava l’inizio. Quando, in quel quarto anno, arrivai alla cantica purgatoriale in cui Dante sente, “sì dolcemente, che la dolcezza ancor dentro mi suona”, le anime intonare una sua canzone, “Amor che nella mente mi ragiona”, mi parve di udire anch’io quella melodia. Avevo per diciassette anni ignorato anche in poesia l’esistenza dell’amore (mi piaceva il Leopardi proprio perché non ne parlava, anzi perché parlava, con trasporto e profondità quasi amorose, di tutti gli altri aspetti, perché sapeva dare ad ogni sfumatura della vita, persino al dolore, alla malinconia, alla morte, l’importanza, la dolcezza, la soavità e la levità di un incontro d’amore, di una visione di fanciulla, di un dialogo fra giovani amanti). L’avevo addirittura bandito come parola dal mio dizionario (per un misto di pudore e di rigore). E mi ritrovavo ora a parlare d’amore con me stesso tutti i giorni. Certo, mi chiedevo se sarei stato all’altezza di una creatura come Elisa. Ed allora lo studio prese un significato diverso da quello della semplice competizione che aveva sempre avuto: era uno dei modi per elevarmi spiritualmente e rendermi degno di lei.
Avevo la stessa ansia di divino delle anime del purgatorio. E’ anche l’ansia che, a mio modo di vedere, muove l’intero umanesimo-rinascimento, quando vuole “dimenticare” il medioevo e rigenerarsi nella visione idealizzata della Grecia e di Roma. E’ la stessa ansia di palingenesi che mosse la riforma religiosa di Costantinopoli prima della caduta, quando l’idea di una cristianità “sorgiva” muoveva i filosofi neoplatonici a ricercare quel “microcosmo che è il mondo” all’interno di quel “macrocosmo che è l’uomo”.

Quando seppi che il nuovo insegnante di filosofia non era ancora stato assegnato, iniziai per mio conto, estratto dal solito scaffale il libro che parlava di umanesimo, a studiare quanto si intonava con le mie corde. Lessi che quando, nel 1397, il console fiorentino, Coluccio Salutati, chiamò da Costantinopoli (il cui pericolante impero stava tentando la riconciliazione fra ortodossia e cattolicesimo nell’ultimo, disperato e alla fine vano tentativo di opporre un fronte comune cristiano all’avanzata ottomana) un maestro di Greco, tale Manuele Crisolora, si stava verificando un tale “idemsentire” in tutti i campi dell’agire e del sapere umano da fare di quell’anno la data simbolo dell’inizio dell’Umanesimo. Il fatto che la città più economicamente (e forse anche politicamente) avanzata d’Italia (e d’Europa), Firenze, sentisse il bisogno di chiamare addirittura “ufficialmente” qualcuno dall’altra parte del mondo cristiano per imparare, da un “madrelingua”, l’idioma di Platone, di Pericle, di Eratostene, e di tutti i filosofi, di tutti i politici, di tutti gli scienziati che la civiltà ellenica aveva prodotto, e di cui il medioevo aveva avuto soltanto qualche vago accenno tramite l’Aristotele tradotto dagli Arabi, era il segno di un cambiamento epocale della visione del mondo. Se fino ad allora l’uomo era stato visto come la creatura peccaminosa che si era allontanata da Dio e doveva patire e redimersi per essere stato indegno dell’Eden, da quel momento diventava il capolavoro di dio (l’immagine leonardesca), il figlio generato a sua immagine e somiglianza (la scena della Sistina di Michelangelo) quasi, oserei dire, la stessa prova dell’esistenza di Dio. E tanto forte era il desiderio di esprimere questa gioia di vivere la presenza di dio nella bellezza del mondo, che si vollero cercare le parole in una nuova lingua, anzi in una lingua antica che si era perduta, dimenticata ma in cui si voleva vedere la propria rinascita, il proprio ritorno all’origine, la propria riconquista dell’Eden. Una lingua che pare nata per la filosofia, per la conoscenza, per politica. La lingua greca. Non, come oggi, la brama di aumentare i commerci, le ricchezze, le occasioni di lavoro e di incontro con amici e amiche (ciò che oggi impone di imparare l’Inglese) aveva spinto i fiorentini ad imparare il Greco, ma la pura, sincera, disinteressata ricerca del Bello, del Vero, del Giusto, che non possono essere né detti né pensati con una lingua impropria. Anche il Latino venne re-inventato. Al polpettone linguistico tardo-medievale ed ecclesiastico si sostituì la più rigorosa ed inesausta ricerca filologica per restituire l’eloquio latino alla “nobile semplicità” ed alla “quieta grandezza” dei tempi di Cicerone. Poggio Bracciolini, Leonardi Bruni, Lorenzo Valla discutevano tutti i giorni sulle rive dell’Arno su costrutti, immagini e ablativi. Il Valla, sosteneva, ad esempio, che si dovessero seguire le orme degli antichi senza copiarli, come si fosse appunto su una spiaggia sabbiosa in cui, per capire dove andare, non sia necessario mettere i piedi nelle orme e procedere così goffamente, ma solo cogliere la direzione e poter così andare spediti. Il più sapiente di tutti, Niccolò Niccoli, cui tutti si rivolgevano quando non sapevano risolvere un dubbio linguistico, stilistico o grammaticale, addirittura non scrisse alcun libro perché “nessuna opera conclusa avrebbe potuto essere pari alla sua conoscenza inesauribile e sconfinata”.

Il più misurato di tutti, Lorenzo Valla, pur avendo un incarico in Vaticano, non ebbe alcuna ritrosia a dimostrare per via filologica il falso della cosiddetta “donazione di Costantino” che per tutto il medioevo era stata la presunta base documentale del potere temporale dei Papi in lotta contro l’Impero. Evidentemente l’amore per la perfezione linguistica superava anche le fedi politiche. Ma il capolavoro del Valla resta il “De libero arbitrio”, in cui, con il metodo del dialogo platonico, mostra mirabilmente come la pre-scienza divina non infici l’autodeterminazione umana. E’ l’emblema del pensiero umanistico. L’homo faber ipsius fortunae sta al centro della scena del mondo, le forme possenti del David michelangiolesco simboleggiamo le sue multiformi possibilità, ma il divino non è fuori. E’ in lui. Nulla a che vedere con quanto per “umano” si intende oggi: lì l’uguaglianza e l’universalità sono, con tutta evidenza, di tipo teomorfo.
L’abusata formula dell’uomo al centro dell’universo (nel posto precedentemente occupato da dio) risponde più ad una successiva ricostruzione ideologica illuminista (di cui fu principalmente artefice il francese Jules Michelet che coniò il termine di “Rinascimento” per indicare la rinascita delle arti e della cultura dopo il presunto buio medievale), che non alla realtà del quattro-cinquecento. “Marsilio Ficino scrive la Teologia platonica, non l’antropologia platonica”. Ciò ci fece notare il professore di filosofia arrivato per sostituire quello dell’anno prima (la cui attività principale in aula era consistita in “operazioni simpatia” a favore della “cultura progressista”, come impiegare le ore di filosofia per raccontare barzellette erotiche su suore – discutibile quella delle due religiose che chiedono un passaggio a due escort in carriera e, ai racconti di queste, esclamano “e a noi don Lino regala solo un santino!” - e carabinieri – epica quella dell’angolo retto che bolle a novanta gradi secondo i bigliettini dell’aspirante appuntato all’esame -, per smontare il “mito” del sesso “voi siete nella fase del prurito, ma alla mia età vi assicuro che provata una, provate tutte” e per illustrare la teoria pedagogica del Piaget). Il nuovo insegnante era tutt’altro tipo (anche se sempre schierato a sinistra). Non più un simpatico bonaccione, ma un vero “stronzo” (e lo dico qui in maniera bonaria, “come potrei dirlo a mio figlio”, per usare una sua tipica espressione di quando rivolgeva con nonchalance quell’aggettivo a tutta la classe). Ed era la prima volta che vedevo la stronzaggine in un uomo anziché in una ragazza. Forse, per questo piaceva a tutte le donne, le quali, madri o insegnanti che fossero, parevano impazzite al suo arrivo (con tanto di commenti ammirati o piccanti carpiti da noi). Era magro, di media altezza, dalla pelle così abbronzata da parere un arabo: lo chiamavamo, infatti, in onore del grande studioso mussulmano di Aristotele, “Averroè” (mentre, mi ricordo, quando si era presentato l’insegnante precedente, avevamo pensato fosse un muratore lì per caso e perdutosi fra i corridoi). Era originario del centro città, figlio di una famiglia ricchissima (che aveva un negozio centralissimo) e sposato ad una donna che si vociferava fosse bellissima, oltre che ancora più ricca. Arrivava su una Citroen Xantia che guidava a braccia distese e pipa in bocca come un novello Arsenio Lupin uscito da un cartone. La sua dialettica era pungente come le mosse di un spadaccino che si divertisse a ferire leggermente l’avversario per il puro gusto di irriderlo e sorridere al pubblico. Mi ricordo che mi indispose a tal punto che tirai fuori la clava della matematica e della fisica per farlo smettere. Parlavamo di Plotino, ed alla sua enfasi retorica autocompiaciuta nel raccontare come all’esplicarsi nel mondo la potenza divina, prima concentrata in un solo punto, si attenuasse, replicai: “no, lei è in errore, essa non si attenua per nulla. Eì vero che diminuisce l’intensità, ma aumenta la superficie”. “Va bene – e storpiò il mio cognome appellandomi, - cosa ti proponi di dimostrare con questo?” Ed io glaciale “che il flusso, e con esso la potenza, rimane costante”. Da quella volta mi rispettò.

La continuità fra il tardo medioevo e l’umanesimo (ciò che ora mi faceva rivalutare il Dante del Purgatorio) emergeva non solo dal dotto richiamo del nostro professore filosofo, ma dalle due cose che in quel tempo mi erano più vicine: la letteratura ed il ricordo di Elisa. Come anche il professore di Italiano non si stancava di ripetere (e soprattutto di farci ripetere), gli stessi modelli letterari furono per tutti i secoli dell’umanesimo rinascimento, in fondo, due modelli trecenteschi: Petrarca in poesia e Boccaccio in prosa. Ed entrambi mi rimandavano al ricordo dei colloqui con Elisa. L’andamento bimembre (“a volte anche trimembre”, ci ricordava sempre l’occhialuto insegnante), la scelta di un ristretto e selezionatissimo numero di vocaboli (rispetto alla “robustezza” del precedente lessico dantesco) accumunati da una particolare musicalità e da una sempre più codificata significazione evocativa, il perfezionamento stilistico e musicale della stessa metrica principe del sonetto (appunto “rime con suoni”), lo stile puro e rarefatto che pare poter cantare anche gli argomenti più gravi (come la morte) e le passioni più focose (come l’amore dei sensi) con un lirismo esilissimo ed una voce melodiosa ed alta come quella di soprano (non posso non pensare a Petrarca quando ascolto un’opera pucciniana ed immagino la protagonista femminile protendersi al cielo cantando) furono le caratteristiche che elevarono a modello ideale (durato di fatto fino al Leopardi, che a volte ne riprende pure l’uso particolarissimo – quasi un gioco di allitterazioni e assonanze - delle preposizioni) i “rerum vulgarium fragmenta” di un poeta che, per tutta la vita, si era pensato come autore “latino” piuttosto che volgare. Il periodare ampio ed armonioso del Boccaccio, il suo saper costruire frasi lunghissime e complesse senza perdere mai il senso e la misura dell’armonia e della corrispondenza fra parti, la sua capacità di far rivivere anche nel volgare quegli stilemi propri del latino scritto di Cicerone (miracolo autentico, se si pensa a quel disordinato e disarmonico “polpettone” che la nascita orale della “lingua di sì” e le sue contaminazioni con barbarismi d’oltralpe avevano reso la prosa italiana dei tempi, ad esempio, di Dante, il quale difatti, come prima cosa, nella sua prima opera, si diede da fare a portare un po’ di ordine e di “poesia” tramite lo stratagemma del prosimetro: sonetti, ballate e canzoni in mezzo ai capitoli) fecero del “Decamerone” il modello con cui narrare non soltanto storie appunto “boccaccesche”, ma tutto quanto di umano si potesse raccontare nel mondo letterario (dalle novelle di Annibal Caro, di Angelo Firenzuola e del Bandello, da cui lo stesso Shakespeare attinse a piene mani, per non dire copiò, la storia di Romeo e Giulietta). E dell’uno e dell’altro avevo parlato con lei. Se con Boccaccio mi identificavo pensando a quanto avrei potuto vivere se non avessi adottato la scelta della rinuncia a priori, con Petrarca avevo le parole per cantare il mio dolore per l’amore perduto:

“Poi che deposto il pianto e la paura
pur al bel volto era ciascuna intenta,
per desperazïon fatta sicura,
non come fiamma che per forza è spenta,
ma che per sé medesma si consume,
se n’andò in pace l’anima contenta,
a guisa d’un soave e chiaro lume
cui nutrimento a poco a poco manca,
tenendo al fine il suo caro costume.
Pallida no, ma più che neve bianca
che senza venti in un bel colle fiocchi,
parea posar come persona stanca.
Quasi un dolce dormir ne’ suo’ belli occhi,
sendo lo spirto già da lei diviso,
era quel che morir chiaman gli sciocchi:
Morte bella parea nel suo bel viso.”

Quest'ultimo è per me il verso più bello della letteratura. Ed il più sublime. Perchè solo sapendo quanto nel "cristiano" Petrarca sia insopprimibile il desiderio "pagano" per le bellezze del "breve sogno" che è la vita, quanto sia struggente il desiderio di rivedere "quanto piace al mondo", si può apprezzare quanto gli sia costato accostare "bella" alla sua fine. Eppure per Laura, per la bellezza di Laura, per le grazie "terrene" di Laura (che, non lo si deve mai scordare, è la prima donna della nostra letteratura ad avere un corpo) l'ha fatto. E qualcosa di simile stavo io facendo con Elisa. Era per me come morta eppure vivevo come se fosse a fianco a me. Respiravo un’aurea soave e tristissima ben rappresentata dalle immagini della nevicata silenziosa e dallo spegnimento naturale di una candela. Avevo il dolore nel cuore eppure provavo, vivendo, gioie novelle (“vivere ardendo e non sentire il male”, avrebbe detto “l’alta Gasparra” citata da D’Annunzio nel “Fuoco”). Avevo un rimorso amaro (per non averla seguita chiedendole un contatto) eppure sentivo un sapore dolcissimo nel ricordo. Non l’avrei più rivista, eppure la continuavo a vedere. Mi sentivo come l’austero personaggio di “Tutte le mattine del mondo”, il quale, soltanto suonando, con una dolcezza e una perfezione “sconosciuta anche al musicista del re”, la viola da gamba, riesce a superare il suo dolore esistenziale e riavere accanto l’immagine della moglie morta. Le rime del Petrarca ed il suono della viola sarebbero rimasti per sempre in me sinonimi del termine “sublime”.

Il libro di letteratura, che leggevo spontaneamente per poter continuare a pensare ad Elisa anche studiando, mi fece notare che passano giusto un centinaio di anni fra la morte del Petrarca e l’affermazione del Poliziano. Quel periodo a cavallo fra tre e quattrocento è infatti passato alla storia come “il secolo senza poesia”. Per me quel passaggio durò solo qualche mese, il tempo trascorso fra il viaggio di ritorno da Giulianova, in cui avevo solo la canzone di Petrarca per cantare la mia amata, e l’autunno successivo, in cui conobbi la Simonetta delle “Stanze per la Giostra”, che per me ebbe ed avrebbe avuto per sempre le sembianze di Elisa vestita di bianco.
Nella Storia della Letteratura Italiana, Francesco De Sanctis pone il Poliziano come emblema dell’umanesimo-rinascimento. Nato a Montepulciano come Michelangelo Ambrogini, ha passò la vita organizzando feste e banchetti per Lorenzo de’ Medici e componendo ottave di rara bellezza, rimate con una perfezione compiuta ed una musicalità policroma. Appena le conobbi, vidi subito in esse la più musicale e malinconica descrizione di quella bellezza che avevo lasciato sfuggire.
“Nulla al mondo è più soave di un paradiso pagano narrato da un cristiano” disse una volta D’Annunzio. Da un lato, infatti, il paradiso cristiano cantato cristianamente (come quello di Dante) non può avere la stessa pienezza di vita (la vita scorre e diviene per definizione, mentre il paradiso cristiano è un termine), la stessa innocenza (nel paradiso cristiano tutto è conoscenza e quindi non più ingenuità), la stessa gioiosità (nelle celesti sfere si contempla ma non si ride). Dall’altro lato, il paradiso pagano cantato paganamente è un luogo reale, qualcosa cioè su cui non riverbera la dolcezza di quell’alone di luce diffusa, di quell’aurea di idealità armoniosa e beata che solo un sogno, un ricordo, un luogo immaginato possono avere. E’ un modo di essere proprio degli dèi, che sono immortali, ma per tutto il resto non sono diversi dagli uomini. E quindi non è in definitiva più bello del mondo umano. Nessuna gioia, nessuna bellezza, avrà in esso il tocco malinconico della caducità, la grazia struggente dell’addio. Come avrebbe detto l’Achille interpretato da Brad Pitt, il giorno eterno degli dèi ha sempre dovuto invidiare i colori sfumati delle albe e dei tramonti umani. Per avere il gusto sublime di una gioia che forse sarà l’ultima, il tocco delicato di una rosa che domani appassirà, bisogna che il paradiso in cui quelle gioie e quelle rose siano vissute e colte sia sì pagano, ma che per il narratore non sia reale (non sia il vero paradiso). E chi ha il vero paradiso altrove e sulla terra solo il ricordo dell’Eden è il cristiano.
Ecco perché il Poliziano è il poeta che ha cantato la mia Elisa nella sua Simonetta che sparisce nella sua gioiosa e naturale bellezza con il trascolorare stesso del meriggio in sera riverberato sui fiori, nei prati, nella natura. Ella era sparita per me come il bel giorno che non tornerà più. Era diventata quindi il mio Eden, il mio paradiso pagano (perché dalla sua terrena bellezza di dea pagana ero attratto nei sensi) narrato da un cristiano (perché sapevo che la sua immagine era materia di sogno e, come Iulo, l’avevo vista dissolversi).

Fu una coincidenza del fato che nello stesso periodo iniziai ad innamorarmi (e fino a quel momento, oltre ai cartoni, avevo guardato solo film di guerra con carri armati ed aeroplani) del cinema d’autore (in particolare in costume). Forse perché anche quello è una successione di immagini presenti da sogni lontani. Il primo film visto sulla tv satellitare fu, ben ricordo, “l’Ussaro sui Tetti”, in cui il giovane protagonista, capitato per caso sul tetto della casa di un’aristocratica promessa sposa rimasta sola e senza scorta, si offre (dopo le inevitabili incomprensioni che oggi sarebbero scambiate per dibattito sulla legittima difesa e sui ladri) di accompagnarla nel lungo viaggio verso il nobile (e anziano) sposo. Tosto mi piacque, forse perché, inconsciamente, non potevo non vedere nella donna un po’ più matura e incontrata per caso, anzi, per sbaglio, colei che amavo e non potevo non sperare, mano a mano che il legame, da reciprocamente diffidente (“ma chi vi può aver fatto ussaro alla vostra età?” – “mi ha comprato il titolo mia madre” – “e vostra madre non vi ha messo in guardia dalle donne?”) ad amichevole (durante il viaggio assieme), poi ad amorevole (quando lui la salva dalla malattia strofinandola per riscaldarla) ed infine ad amoroso, di avere anche io la possibilità di suscitare in “colei che è promessa ad un altro” (ed anche Elisa doveva essere fidanzata – probabilmente con qualcuno più grande di me) qualcosa più dell’amicizia. Ma il film che più mi rimase impresso fu di Anna Maria Tatò (una donna! e non lo seppi per quasi vent’anni!): “La notte e il momento”. Un film ambientato nel Settecento illuminista e libertino, tutto basato sui dialoghi ancora più dei capolavori di Allen, in cui un libero pensatore (e scopatore) prigioniero viene in contatto con una misteriosa compagna di cella tramite le lettere scambiate da una fessura. E al suo ritorno in società, in una villa in cui viene organizzata la serata in suo onore, rivive con la padrona di casa (anche lei, come la protagonista dell’altro film, all’inizio pare volerlo scacciare, ma poi si lascia coinvolgere dal dialogo, e, quando è egli ad accennare di andarsene, lo trattiene) quei dialoghi, quelle storie, quelle fantasie erotico-intellettuali che aveva confessato alla sconosciuta e scritto nelle lettere del carcere (non serve troppa fantasia né troppo erotismo al lettore per capire che la prigioniera altro non era se non la stessa nobildonna travestita che aveva organizzato tutto – addirittura facendosi arrestare apposta - per affascinare, anzi, per poter essere affascinata da, il protagonista maschile). La situazione di convivialità notturna in cui anche io avevo vissuto nell’albergo al mare con l’animazione, l’ambiente in cui un respingimento non è mai un rifiuto definitivo ma semmai un invito a ritentare con più ardore e più arguzia, il contesto in cui l’istinto di fuggire è la prima dichiarazione d’amore, la magia della sorpresa per cui la confessione dei sogni più segreti porta, per un arcano meccanismo, a vederli realizzati nel momento e nel luogo meno aspettati (e con persone che si erano mascherate) non poterono non fecondare le mie fantasie su quanto avevo vissuto (ed avrei poi potuto vivere) con Elisa. Non avrei mai più dimenticato quel film.

Comprensibile. Ma straordinario fu che anche filmetti ben più ordinari mi permettevano di pensare a lei. Ad esempio, in quella storiella americana in cui il figlio di papà, con la casa libera dai genitori, cerca una top-escort sull’elenco telefonico e, non avendo i soldi in casa per pagarla, si reca in banca trovando al suo ritorno un oggetto prezioso mancante, mi permetteva dei paragoni. Non riguardanti ovviamente i mestieri di prostituta d’alto bordo o di ladra scaltra. La ragazza del film si rivelerà, peraltro, molto più onesta delle apparenze (pensava semplicemente di essere stata fregata e ricorreva quindi ad un auto-risarcimento) e la trama verterà sulla fuga di lei assieme a lui su una (ai tempi della pellicola inizio anni Ottanta) fiammante Porsche 944 (“dai, sgommi sempre, perché adesso non sgommi” dice in una memorabile frase il ragazzo che tenta di fuggire dai malavitosi da cui sono inseguiti), nonché sul tentativo dei ragazzi di mettere tutto in ordine prima del ritorno di “mamma e papà”. La presenza delle automobili veloci e della bella sconosciuta che entra per caso nella vita di un ragazzo altrimenti solitario non potevano non attrarmi al di là della scarsa qualità puramente cinematografica della pellicola. La protagonista non assomigliava per nulla alla mia Elisa, ma era comunque molto bella. E, soprattutto, era di un livello altrimenti inconquistabile per un coetaneo (quando il loro rapporto materialistico-conflittuale era interrotto da momenti in cui, improvvisamente, si dicevano “facciamo l’amore qua” non potevo non pensare a come sarebbe stato soave avere una fidanzata di quel livello estetico). Bellissimo il finale in cui, nel “giro di ragazze” messo in piedi grazie alle amiche della nuova fidanzata (motivo per cui i vecchi papponi inseguivano i giovani) vengono coinvolti come clienti anche i professori più moralisti della scuola frequentata dal protagonista. Ancor oggi mi ricordo che era la vigilia del Gran Premio d’Italia. La sera ci sarebbe stato il concorso di Miss Italia vinto per la prima volta da una morettina di pelle scura. L’anno in cui per la prima volta Kaiser Schumy trionfò a Monza con la Ferrari (ho ancora negli occhi i passaggi sui cordoli delle chicane modificate fra qualifica e gara). Lo ricordo perché continuavo a pensare malinconicamente al film (e alla bellezza di congiungersi con un sogno estetico) mentre giocavo al primo “F1GP “di Geoff Crammond con le monoposto modificate per simulare la stagione 1996 (vinsi ovviamente il GP nel virtuale). Ricordo anche perfettamente lo svolgimento della gara, con la battaglia fra Hill e Alesi all’inizio, la telecronaca di Andrea de Adamich (“durissimo Damon Hill!”), l’errore del primo, la solita sconfitta ai pit stop del secondo, la fortuna di Schumy (bravo, ma anche graziato da un contatto con le gomme senza conseguenze, quando lo stesso errore era costato la gara all’inglese), la delusione del duo Mclaren (ancora sponsorizzate Marlboro). Sembravano passati anni luce dalle delusioni (una più cocente dell’altra) dei due anni precedenti (le rotture alla ripartenza ai box di Alesi e la telecamera sulla sospensione di Berger con due gare già vinte).

In quel tempo tutto, d’altronde, mi sembrava più bello e più possibile. Ero finalmente riuscito a mettere in garage (con due anni di anticipo rispetto alla patente) l’ultimo esemplare nuovo di Renault Clio Williams (prima che la Casa cessasse definitivamente la produzione). Avevo cioè a disposizione (per ora solo nei giri pomeridiani abusivi della domenica con papà per strade isolate e curvilinee: ricordo ancora la sensazione “Doctor Jackyll vs Mister Hyde” quando, da scolaro modello, entravo nella porticina del condominio sotto cui si trovava il garage, che non era vicino a casa, e uscivo motorizzato e illegale) il “modello ideale” di vettura compatta, che stravinceva nei Rallies e si faceva rispettare pure nel Campionato Italiano Velocità Turismo. Due litri pieni, centocinquanta cavalli di potenza per meno di una tonnellata di peso, tantissima coppia, tonalità blu-France con cerchi d’oro per richiamare la Williams-Renault vincente in F1 (la “W” sul volante e le cinture blu erano, per me, dettagli “estatici” più che estetici), assetto facile e kartistico (nulla a che vedere con quello rigido e traditore delle Peugeot rivali), passo lungo. Insomma, la perfezione del turismo di allora su quattro ruote. Le dedicai un libello (con incipit in latino ispirato ai carmi di Catullo) come fosse una donna. Avessi dovuto darle un nome come ora fa Vettel con le Ferrari, l’avrei chiamata Elisa.

Persino i compagni di scuola non erano più soltanto degli ostici avversari nei “certamina” di latino o matematica, ma stavano diventando quasi amici. D’altronde, avevo vinto con tanto distacco negli anni precedenti (perché l’avversario principale aveva sostanzialmente mollato, preso com’era dalla sua attività politico-studentesca) che non potevo più divertirmi se non essendo io stesso il “regista” delle gare. In pratica, preparavo diverse copie di soluzioni di compiti in classe graduate secondo la fascia di voto da far raggiungere all’amico da aiutare. E lo stesso avveniva per i compiti a casa. Così, anche facendo copiare tutti o quasi, i risultati rimanevano credibili (io al top, gli amici più forti fra il 7 e l’8, gli altri 6 stentato) agli occhi dei docenti (con un compito da 9 a tutti saremmo stati scoperti). Persino le compagne di classe non erano più tanto antipatiche (e questa nuova parvenza era davvero miracolosa). Le loro ridicole decorazioni dei diari con le frasi da bacio perugina dei loro cantanti non mi irritavano più (anche Elisa doveva avere un diario da decorare!), vedevo in certi loro atteggiamenti che un tempo mi indisponevano il riflesso forse di una timidezza che avrebbe anche potuto denotare un barlume di cor gentil, apprezzavo la conversazione con loro (quando possibile con qualcuna) su argomenti dotti, non mi azzittivo più impaurito se per caso mi finivano davanti al naso le loro tette. Se per l’umanesimo, in ogni uomo c’è almeno un po’ di dio, per me innamorato in ogni donna c’era, allora, almeno un po’ della mia. “Donne ch’avete intelletto d’amore” mi stava dicendo Dante.

Miracolo della presenza immanente di dio nel mondo, o di Elisa in me. Ma le due cose, secondo il neoplatonismo, potevano essere considerate coincidenti.
Se in Platone, ci spiegava sempre il fascinoso ed abbronzato insegnante, l’Iperuranio, che è il mondo vero di cui noi siamo copia, sta in un altro luogo rispetto al mondo apparente in cui viviamo come ombre, in Plotino, dio (ovvero il mondo vero, il senso del mondo) è immanente nelle cose, ed il minor grado di perfezione delle cose terrene rispetto a quelle celesti dipende solo dal fatto che la potenza divina, esplicandosi, cala d’intensità mano a mano che si diffonde. Ecco perché l’umanesimo e il rinascimento si devono dire neoplatonici prima che platonici: l’uomo, che può con il libero arbitrio scegliere “se elevarsi fino al dio o degenerare fino al verme”, è la prova dell’immanenza divina. L’uomo e soltanto l’uomo può mettere in contatto cielo e terra. L'uomo, e soltanto l'uomo, è quella “copula mundi sospesa fra le cose inferiore, che sono terrene, e quelle superiori, che sono divine”. Così ci lesse, tirando fuori dal cassetto, con coup de theatre da cabarettista di Parigi, la “Teologia Platonica” di Marsilio Ficino.

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@Beyazid_II la tua è erudizione ma rischi di annoiare e non di affascinare a mio avviso. Evidentemente non è questo il tuo scopo.

Ora la cultura la devo maneggiare anche io, ma almeno anche se è raro che una persona capisca tutto quello che dico l'impressione di avere capito ce l'ha. Sarà divulgazione ma sticazzi.

Ad una milanese ho spiegato che uno dei fiumi sotterranei che attraversano la cultura di tutte le epoche è la distinzione tra classico e romantico.

Questa distinzione naturalmente è anche una cifra che vale per il presente e la si ritrova tra l'altro nell'architettura e nella politica, le dittature ad esempio sono classiche perché seguono un canone mentre le democrazie vivendo di ideali e contrasti sono romantiche.

Infine le ho spiegato perché la distinzione tra classico e romantico è cruciale per comprendere l'intelligenza artificiale e l'impatto che avrà sul nostro futuro.

Questa persona che si considerava colta più della media e soprattutto più degli uomini che ha incontrato in passato ha avuto uno shock enorme, e ora ha una infatuazione per me, che poi era lo scopo della mia predica. So che durerà poco perché è piuttosto frivola e incostante, ma intanto ho una milanese tutta per me che si fa scopare e mi spiega pazientemente come funziona questa dannata città, che purtroppo sotto l'apparenza ha il vuoto pneumatico… ma questa è un'altra storia.

- Che cazzo è quello?
- Ti sei risposto da sola.

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@FlautoMagico said:
@Beyazid_II la tua è erudizione ma rischi di annoiare e non di affascinare a mio avviso. Evidentemente non è questo il tuo scopo.

Uno scopo, in fondo, è stato raggiunto: ti ho indotto a scrivere un post lungo quasi come i miei interventi in giro per il forum. Di solito (giustamente) non perdi tanto tempo per rispondere (come invece spesso, ingenuamente, faccio ancora io). Si vede che, al contrario di molti, hai molte migliori occasioni dalla vita di impiegare il tuo tempo ed il tuo intelletto. Qui hai scritto, permettimi di dirlo, una delle cose più intelligenti su di me. Te ne sono grato.
E' questo il punto. Io non ho mai concepito e forse mai riuscirò a concepire che la cultura in generale e la letteratura in particolare debbano avere una funzione strumentale. Tanto meno strumentale alla gnocca. Cultura e letteratura sono modi dell'essere, non mezzi dell'agire. Sarò in fondo rimasto platonico, ma per me l'uomo colto è tale nella misura in cui ha come fine la conoscenza, non secondi fini di natura materiale o sessuale. D'altronde, lo stesso Nietzsche, che avrebbe dovuto essere il più barbaro di tutti nel distruggere l'edificio platonico, scrisse qualcosa di memorabile in merito:

«La vera cultura disdegna […] contaminarsi con un individuo bisognoso e pieno di desideri: essa sa sgusciare accortamente dalle mani di colui che vorrebbe impossessarsi della cultura come di un mezzo per i suoi fini egoistici. E quando qualcuno crede di averla afferrata, per ricavarne in qualche modo un guadagno, e sfruttandola placare i bisogni della sua vita, essa allora corre via subitaneamente, a passi impercettibili e con atteggiamento di disdegno.
Di conseguenza, amici miei, non scambiate questa cultura, questa dea eterea, raffinata, dal piede leggero, con quell’utile domestica che talvolta viene anche chiamata ‘la cultura’, ma non è altro se non la serva e la consigliera intellettuale delle necessità della vita, del guadagno e della miseria. Un’educazione, peraltro, che faccia intravedere alla fine del suo corso un impiego, o un guadagno materiale, non è affatto un’educazione in vista di quella cultura che noi intendiamo, ma semplicemente un’indicazione delle strade che si possono percorrere per salvare e difendere la propria persona, nella lotta per l’esistenza»

Parole da scolpire nel marmo quando ci si riempie la bocca di "scuola" e di "cultura".
Nello specifico della letteratura che ho amato, non mi sono accostato ad essa per apparire istruito alla società o per avere qualcosa da raccontare con le gnocche, ma perchè, appena passato dall'età dei giochi a quella della ragione, ho trovato in altri uomini vissuti secoli prima di me (anzi, dapprima in coetanei, come nel caso del giovane Leopardi) le parole, il linguaggio, le immagini ed i suoni per rappresentare quei sentimenti che provavo innanzi alle onde della vita (sempre diverse in superficie, ma in fondo sempre uguali). La natura è "idemsentire" (tanto per usare un vocabolo di cui ho abusato prima).
Cosa ha in più il dialogo con la letteratura rispetto a quello con amici e coetanei? Che ci mette in contatto non con chi, per puro caso, si trova negli stessi luoghi della stessa epoca, ma con chi, fra i migliori selezionati dal tempo, possiamo scegliere come più vicino a noi.

E' un pensiero asociale? Evidentemente ho sempre preferito la ideale comunità dei dotti di ogni epoca alla società moderna. E' un pensiero da idealista privilegiato?
Sì, sono socialmente un privilegiato. Lo ero da fanciullo e lo sono, nonostante tutto ciò di cui mi lamento, ora da adulto. Privilegiato nel senso che ho avuto prima tutta la tranquillità per studiare senza dovermi preoccupare degli aspetti "materiali" della vita, e, poi, la possibilità di lavorare mantenendo comunque quei "due terzi di tempo" a mia disposizione necessari a non essere classificato, secondo Nietzsche, fra gli schiavi ("qualunque cosa sia per il resto: uomo di stato, commerciante, impiegato statale, studioso" ). Certo, uomini meno fortunati hanno dovuto prima lavorare per studiare e poi usare strumentalmente la cultura per trovare un lavoro migliore. Non sono fra gli intellettuali ipocriti che fingono di non vederlo. Io però continuo a chiedere: una civiltà superiore, come riteniamo che fosse, ad esempio, quella ellenica, non è tale proprio perchè può permettersi di sentirsi superiore alla fatica del vivere, al mestiere di vivere? Perchè ha il tempo per pensare ad una cultura che non debba essere strumentale alla lotta per la sopravvivenza?

E tornando al punto iniziale: per me la letteratura non è un mezzo (per vendere libri, per raccogliere like, per affascinare donzelle), ma un modo (il modo, se vogliamo, più poetico) di percepire la realtà. Tutto il polpettone che (lo capisco benissimo) rende indigeribile la lettura di questo "romanzo a puntate" è quanto io ho effettivamente avuto in testa mentre vivevo la realtà che ora racconto, il modo in cui la filtravo e la percepivo, la amavo e la odiavo. Non è un'aggiunta "rodiense" posticcia di valore esornativo (in tal caso avrei clamorosamente fatto fiasco). Qualcuno, fra i miei due lettori, mi ha chiesto qualcosa di personale ed io, sfruttando l'anonimato della rete, ho colto l'occasione per confessare un flusso di ricordi che, arrivato alla soglia degli anta, non sentivo più di tenermi dentro. Ci sono opere che si scrivono per altri ed opere che si scrivono per se stessi (come, appunto, il famoso "memoriale" del personaggio di Svevo). Questa ricade nella seconda categoria.

@FlautoMagico said:
Ora la cultura la devo maneggiare anche io, ma almeno anche se è raro che una persona capisca tutto quello che dico l'impressione di avere capito ce l'ha. Sarà divulgazione ma sticazzi.

Guarda, la mia è ancora meno di divulgazione. La mia è nevrosi. Un po' come lo Zeno Cosini che citavo, io mi sorprendo a scrivere per ore e a volte per giornate intere non perchè abbia effettivamente un interlocutore da interessare o un'interlocutrice da affascinare, ma perchè ho necessità di spostare dalla mia testa alla parola scritta pensieri che, altrimenti, continuerebbero a infastidirmi. Per anni non sono riuscito, in certe mattine, ad iniziare a lavorare se prima non "sfogavo" certi pensieri, se non rispondevo con certe argomentazioni a domande scoccianti.

@FlautoMagico said:

Ad una milanese ho spiegato che uno dei fiumi sotterranei che attraversano la cultura di tutte le epoche è la distinzione tra classico e romantico.

Diciamo pure dell'epoca in cui è stato istituito l'esame di maturità. Distinzione, a ben guardare, discutibile in sè, come gran parte delle schematizzazioni scolastiche (come, in fondo, anche quella tardo medioevo/umanesimo di cui parlavo), anche se sicuramente necessaria per dare dei riferimenti agli studenti. I migliori del secolo sono entrambe le cose. Leopardi ha avuto una formazione tutta illuminista, ma poeticamente viene messo (forse per errore) fra i romantici (contro il cui malgusto ha lanciato motivati strali), Felice Romani, il miglior librettista che abbiamo avuto in Italia, era intellettualmente un fervente avversario del romanticismo, salvo poi, per mestiere e per guadagno, insierire furbescamente temi romantici in opere d'argomento neoclassico (si veda la Norma) per prendere gli applausi di tutta Europa con la musica di Bellini.
E' comunque la classica domanda da fare ai maturandi. Strano che la tipa non se la ricordasse. Che abbia forse passato l'esame "orale" in altro modo?

@FlautoMagico said:

Questa distinzione naturalmente è anche una cifra che vale per il presente e la si ritrova tra l'altro nell'architettura e nella politica, le dittature ad esempio sono classiche perché seguono un canone mentre le democrazie vivendo di ideali e contrasti sono romantiche.

Se sei riuscito a farle credere che le democrazie liberali vivano davvero di ideali sei stato molto bravo. Parlano di ideali per meglio fottere gli interlocutori, come tu stai facendo con lei. Ti ammiro per questo, ma faccio notare che avresti anche potuto fare (in maniera, s'intende, altrettanto arbitraria) l'associazione inversa.
La dittatura di Cesare fu romantica perchè infranse il canone (la legge di Romolo che impediva l'ingresso in armi nel territorio metropolitano, le stesse leggi repubblicane, la costituzione di Silla ecc.), fu furia e tempesta (il bellum civile) e finì in tragedia (la morte di Cesare messa in scena da Shakespeare). La democrazia idealizzata a fine settecento fu invece classica, perchè si richiamava ad Atene ed a Roma, proprio vedendo in esse i luoghi storici in cui la ragione, e non la superstizione, l'irragionevolezza, la brutalità, il chaos di forze contrastanti e di reciproche protervie, avevano guidato la politica. Tutti i repubblicani chiamavano i figli "Mario" (un buon aggancio per invitarla al lirico a sentire "La Tosca"). Perdura ancora proprio perchè è classica quindi eterna (avresti potuto filosofeggiare in conclusione). Il fatto che i primi americani abbiano scelto di chiamare "Campidoglio" la sede della loro politica e di costruire gli edifici in stile neoclassico dovrebbe "plasticamente" dimostrare questa (provocatoria, ma per le milanesi va bene) tesi.

@FlautoMagico said:

Infine le ho spiegato perché la distinzione tra classico e romantico è cruciale per comprendere l'intelligenza artificiale e l'impatto che avrà sul nostro futuro.

Questo interessa anche a me. Potrei raccontarlo ai ragazzi nel prossimo corso di Big Data. Le reti neurali sono "romantiche" perchè restano in fondo delle black box di cui capiamo poco e in cui non possiamo applicare l'analisi "riduzionista", pezzo per pezzo, componente per componente, punto per punto,
al contrario di quanto, per formazione, noi ingegneri siamo abituati dai tempi della meccanica razionale?

@FlautoMagico said:

Questa persona che si considerava colta più della media e soprattutto più degli uomini che ha incontrato in passato ha avuto uno shock enorme, e ora ha una infatuazione per me, che poi era lo scopo della mia predica. So che durerà poco perché è piuttosto frivola e incostante, ma intanto ho una milanese tutta per me che si fa scopare e mi spiega pazientemente come funziona questa dannata città, che purtroppo sotto l'apparenza ha il vuoto pneumatico… ma questa è un'altra storia.

Una volta un vecchio indù disse che non è saggio turbare gli spiriti semplici. Non sarai stato saggio, ma almeno hai trombato. Sarei ipocrita se negassi tanto l'ammirazione quanto un pizzico di invidia per l'occasione che hai saputo individuare e cogliere (cosa per cui il sottoscritto è sempre stato negato: nel prossimo capitolo ne darò anche qualche divertente esempio).
Non nascondo che forse un giorno non lontano metterò da parte il mio "tirarmela intellettualmente" ed accetterò anch'io di "prostituire" pezzi di cultura per ciullare. Sempre che si trovino ancora le controparti femminili adatte (le poche volte in cui sono stato tentato di farlo non ho avuto grandi risposte di incoraggiamento). Per ora ho sempre preferito lasciar prostituire le donne e pagare in moneta piuttosto che in "prediche". Non è affatto una critica a chi fa scelte diverse. Anzi, la monotonia del pay quale è tristemente diventato negli ultimi dieci anni in Europa potrebbe avere effetti di miracolosa smentita di quanto ho detto all'inizio di questo stesso post....

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