Gentili libertini, nobili puttanieri, regali trombatori (vedi NOTA *), vogliate permettermi un intervento.
E’ quasi comico che la presente replica ad un post scritto parlando delle assolate pianure dell’Ucraina sia stata concepita all’ombra del Monte Bianco. Ed è quasi degno di una trama ad anello che solo l’ultimo giorno di agosto abbia trovato il modo di postarla (quando il post iniziale risale esattamente al primo del mese).
Comprenderete però che, impegnato com’ero a godermi solatii pomeriggi nella piscina all’aperto di un “luxury hotel” (ahi lasso, mi devo adeguare agli inglesismi), non potevo certo mettermi alla scrivania. E così ho semplicemente appuntato le mie riflessioni sul laptop ed aspettato il mio ritorno in ufficio per postare e discutere con voi, secondo i codiFICAti precetti del “cazzeggio CULturale”.
In una recente discussione sull’Ucraina steppica, aperta da Europeo
si legge: "chiaro, se hai l'involucro giusto, vale sempre la regola moderna de "involucro-ama-involucro".
Non mi sorprende l’affermazione (che continuo a sentire dall’età di bimbo), mi sorprende che (ora) sia passata tra voi come ovvia verità, senza nemmeno uno straccio di contestazione o di dibattito. Mala tempora currunt.
Involucro (chi)ama involucro? Non sono del tutto d'accordo.
Diciamo che un bell'involucro femminile richiama tutti gli involucri maschili con tutto quanto essi contengono di corpo e mente (conformemente al nostro ingrato ruolo di propagazione della vita, il disio di natura sorge in noi con la rapidità del fulmine e l'intensità del tuono non appena la bellezza si fa sensibile nelle lunghe chiome, nel claro viso, nella figura slanciata, nella liscia pelle ed indorata come sabbia baciata dal sole, nelle forme rotonde del petto, nel ventre piatto e levigato, nella lunghe gambe di modella e in quell’altre grazie ch'è bello tacere), mentre un bell'involucro maschile attrae solo certe donne (solo quelle che, fra le varie doti potenzialmente possedute dagli uomini, pongono la bellezza fisica al primo posto, ma in tal caso, conformemente al loro opposto-complementare nonché privilegiato ruolo di selezione della vita, lo fanno per scelta, magari per moda, non già per istinto come siamo spinti a fare noi da quanto spiegato dai versi dell’Elisir d’Amore:
“Chiedi al rio perché gemente
dalla balza ov'ebbe vita
corre al mar, che a sé l'invita,
e nel mar sen va a morir:
ti dirà che lo strascina
un poter che non sa dir”).
Mentre noi miriamo sempre alla bellezza (la quale, in natura, è sinonimo di salute) e alle grazie in cui si manifesta, per motivi legati all'interesse della specie e non alla nostra felicità individuale (come già spiegato nella “Metafisica dell'amore sessuale” di Schopenhauer, quando ancora tutto il mondo credeva alle favole romantiche e all'idealismo hegeliano, prima ancora che razionalismo positivista e freudo-marxismo potessero dare le loro pseudo-spiegazioni ideologiche, e come possono confermare oggi tutte le ricerche scientifiche sull'origine filogenetica del comportamento umano in amore, un bel fondoschiena denota una conformazione del bacino adatta a portare avanti una gravidanza, un bel seno è spia di abbondante nutrimento per il neonato, delle belle gambe sono un tratto distintivo della nostra specie rispetto a quelle di altre scimmie antropomorfe), la donna, chiamata dal “genio della specie” a scegliere il miglior padre per la futura prole, può essere attratta da tutte quelle doti che potenzialmente conferiscono primato o prestigio sociale (e quindi buona vita per i figli) o denotano costanza di interesse per la futura mamma (garanzia di buona possibilità sopravvivenza per il nascituro).
In particolare, delle quattro principali doti che, a similitudine dei quattro semi delle carte, compongono la rosa delle possibilità in cui un uomo può eccellere (bellezza, intelligenza, forza, cuore), ogni donna ha una precisa e personalissima pretesa di combinazione (somma pesata con coefficienti che solo ella conosce).
E' questa la nostra sfiga. La carta principale della donna (la bellezza) è evidente, mentre tre delle nostre quattro (fra l'altro spesso le più importanti con le donne veramente belle, le quali non si contentano di avere nell'uomo una semplice replica della propria più evidente qualità) non possono essere mostrate al primo sguardo e per essere svelate necessitano di occasioni particolari, di relativi tempi e modi, spesso di un incontro solus ad solam (a parte forse la “forza” intesa come ricchezza o posizione di primato o prestigio sociale, subito evidente ed oggettivamente apprezzabile se si è miliardari, attori, politici, manager, star televisive o campioni dello sport).
Il cosiddetto “gioco della seduzione” è una partita curiosamente asimmetrica di poker o di briscola nella quale la donna vede benissimo quale carte ha in mano, e sa quindi fino a che punto spingersi a bluffare o a vedere, mentre l'uomo non solo non sa esattamente quali assi gli siano toccati in sorte (ché valutare il grado di eccellenza nelle specifiche doti di sentimento o intelletto potenzialmente apprezzabili dall'interessata sulla base di precedenti esperienze con altre donne interessate a diverse doti è assai più arduo di quanto non sia, per una donna, valutare la propria bellezza allo specchio o sulla base degli sguardi, dei complimenti, degli approcci e delle offerte di migliaia di ammiratori occasionali o pretendenti sentimentali succedutisi ora per ora, giorno per giorno, anno per anno), ma non può neppure conoscere quale sia, dei quattro, il seme dal valore più alto nella mano corrente. Costretto a giocare alla cieca, è condannato, salvo casi totalmente fortuiti, alle più meschine figure e alle più sconvenienti perdite.
Puntare sulla bellezza fisica è sempre svantaggioso per noi, perché comunque dispari (e a nostro sfavore) sono desideri e bisogni nell'amore sessuale.
Poiché il numero di disianti la bellezza è di diversi ordini di grandezza maggiore delle belle disiate (ché tutti gli uomini di tutte le età desiderano quella minoranza di donne giovani belle e leggiadre) e il bisogno di appagare tale desiderio è nei maschi incomparabilmente maggiore che nelle femmine (per le quali l'attrazione sorge solo in un secondo momento e sub-conditione con l'individuo prescelto), sarebbe sempre e solo la femmina ad avere possibilità di scelta e forza contrattuale, e, quindi, a decidere tutto (più nel male che nel bene, dal nostro punto di vista). Il maschio, anche qualora fortunato prescelto fra mille, sarebbe sempre e solo un uomo episodico, uno fra i tanti, un banale “belloccio” da gettare via qualora se ne trovi uno più alla moda (o più malleabile, più utile, più “nuovo”).
Anche nel caso di una bellezza intellettualizzata e raffinatamente fattasi arte di vivere come nel caso del personaggio di Andrea Sperelli, lo scontro fatto in punta di vanità con una controparte femminile (nel caso, la fatale Elena Muti) si risolve sistematicamente con il soccombere di una parte maschile fatta di puro “involucro” privo di nervo (parafrasando un noto proverbio, si dovrebbe dire “mai accettare di competere in vanità terrene con una donna: ti abbassa al suo livello e ti batte con l'esperienza”).
Più che il protagonista del “Piacere”, è da prenderne ad esempio l'autore. Il D'Annunzio poeta e artista del vivere aveva trovato la strategia vincente nel certamen amoroso, in quanto puntava sul vero bisogno femminile che solo, per origine naturale e profondità psicologica, possa essere paragonabile a quanto noi proviamo verso la bellezza: il bisogno stesso di sentirsi in ogni modo, tempo e luogo belle e disiabili. Tanto con i versi immortali quanto con le effimere “cronache bizantine”, egli poteva decidere volta per volta, giorno per giorno, quale dama fosse abbastanza bella, elegante e ammirabile da essere divinizzata con le più musicali parole e con le più paradisiache immagini poetiche, o anche solo citata in alati commenti giornalistici, e quale invece dovesse essere lasciata all'oblio del tempo, nemmanco distinta per un giorno dal “grigio diluvio democratico odierno”.
Questo contrapporre alla bellezza corporale e mortale della donna la bellezza non corporale e non mortale della parola, del verso, del poema (a volte pure soltanto dell'articolo giornalistico) permetteva al Vate di bilanciare, e a volte addirittura di rovesciare, il privilegio naturale femminile in desiderabilità e potere nell'amore sessuale. E questo vita natural durante. Altro che “dopo i venti si scopa meno” o “se siete over 35 lasciate perdere le ventenni”!
Anziché ascoltare una classe di professori occhialuti ed invidiosi per i quali certe dicerie su costole tolte e sesso orale valgono più di ogni manifesta abilità poetica e di intellettuali “antifascisti” che non perdonano l'esperienza fiumana (fra l'altro, al di là del condividere o meno il nazionalismo, socialmente molto più “avanti” del tanto esaltato '68) e l'invenzione dell'ejaeja-alalà, sarebbe bene, per gli scolari di oggi, riflettere su come trasferire hic et nunc le tecniche dannunziane che permettevano al verso musicale e all'immagine lirica di lasciare i polverosi scaffali delle biblioteche per divenire scintillanti strumenti d'attrazione per la Donna (con la maiuscola solo qui).
- NOTA: Formula di saluto che, se siete d’accordo, diventerà rituale nei post da me aperti. I tre epiteti si riferiscono rispettivamente ai cercatori di gnocca free, pay ed indipay (dalle cui pratiche nasce il doppiosenso del termine “regali” inteso letteralmente come aggettivo, ma anche, metaforicamente, come sostantivo!).
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