Elogio funebre di Carlo Vanzina e dintorni

Poco tempo fa, discutendo di letteratura e di vita, qualcuno mi ha scritto su questo forum che “il Natale deve passare”. Si parlava ovviamente per metafore. L’importante, per me, sempre parlando metaforicamente è però che non passino mai le “Vacanze di Natale”. Indimenticate sono (per me, e credo per molti della mia generazione) quelle messe in scena dall’omonimo capolavoro di Carlo Vanzina (ambientato nel 1983, ma emblema immortale dell’Italia del benessere e dell’edonismo “craxiano”, prima che l’ondata pauperistica e moralistica di tangentopoli e del politicamente corretto “rivoltassero l’Italia come un calzino”), quelle che vedono nelle prima scene un Jerry Calà, abbigliato da fighetto anni 80, con tanto di pellicciotto e mocassini, scendere da una Mini De Tomaso (quella con il 3 cilindri turbo, una scatolina a quattro ruote “modello ideale” del concetto di mini-bomba) e prende servizio come pianista-DJ in uno degli alberghi più alla moda di Cortina. “Chissà che cosa ci trovano le donne in un pupazzo come te?” Gli dice “simpaticamente” il proprietario, con evidente accento veneto (con le consonanti doppie pronunciate singole). Solo dopo aver trattato il cachet, Calà, rimasto solo, risponde fra sé, con voce compiaciuta (e la boccuccia per pronunciare le doppie “c” dolci): “Non sono bello, piaccio”. In una sola battuta, sono condensati tutti i concetti (dal fascino alla simpatia, dalla personalità alla voglia di vivere e divertirsi) con cui, dopo 35 anni, cerchiamo ancora su questo forum di spiegare perché “alcuni non scopano nemmeno se sono strafighi palestrati” e perché “una bella figa sta con uno che non è né bello né giovane senza trarne nessun vantaggio economico”. È solo un esempio del genio di Vanzina nel narrare la vita attraverso la commedia.
I critici sostengono che non sia stato un genio perché “lo schema della commedia era fisso” e “i personaggi sempre quelli” (il ricco e cafone commenda, il giovane spiantato e gaudente, la moglie fedifraga, le belle oggetto del desiderio eccetera), così come le trame (i ricchi in vacanza che cercano avventure e rimangono beffati dalla malasorte o da un “servus” più furbo di loro). Sono le stesse critiche che venivano mosse duemila anni fa a Plauto, “reo” di ripetere lo schema del “servus” che fungeva da “deus ex-machina” per la trama in cui un "adulescens” era innamorato di una bella (che oggi si direbbe “donna-oggetto” e che allora, spesso, manco compariva sulla scena) ed era ostacolato da un “lenone” o da un “senex” (il vecchio, che a volte è un concorrente, altre volte un padre severo). Eppure il popolo romano si sbellicava dalle risate in teatro durante le commedie plautine, mentre altri autori considerati “più colti e geniali” annoiavano soltanto.

Una volta un mio amico, per svilire, Plauto, affermò che fosse il “Carlo Vanzina dell’antichità”. Io, per onorare oggi la memoria di Carlo Vanzina, dico che semmai sono i film di Vanzina ad essere la versione moderna delle commedie plautine.
Perché fanno ridere anche quando sappiamo già la trama? Perché i personaggi ci paiono simpatici anche se sono sempre quelli? Perché hanno un segreto che generi più “elevati”, autori più “dotti” (o, meglio, con pretese di “insegnare al popolo”, dato che personalmente dotto era anche Vanzina), film più “intellettuali” (o, meglio, intellettualizzati) dimenticano quasi sempre, presi come sono dall’intento di “migliorare la società”, “mettere alla berlina il malcostume”, e, aggiungo con una punta della mia solita perfidia, cantare “le magnifiche sorti e progressive”.
I personaggi di Vanzina (così come a suo tempo quelli di Plauto) non vogliono stabilire teoricamente quale sia il mondo più giusto, quale sia il modo corretto di porsi verso le donne, quale sia la morale più “progredita”. Vogliono vivere al meglio delle possibilità umane nel mondo presente, vogliono far sì di avere tutto quanto serve per spostare il loro favore la libera scelta delle donne, vogliono seguire il modello sociale che garantisce le migliori possibilità di autoaffermazione. Vogliono quindi, innanzitutto, vivere.

Parlano amabilmente (prendendo il sole nella terrazza della seggiovia) di specialità locali e buona cucina “tortellini e quattrini non stancano mai”, ma subito spostano il discorso su quanto a noi tutti interessa di più: “il cugino del tortellino: la gnocca!”. E, come ogni animale sano, cercano di ottenerla in tutti i modi a loro disposizione (“free”, come il Calà che sfrutta il fascino e le relazioni del dj per “ripassarsi” tutte le ospiti carine, le mogli degli ospiti e le cameriere dell’albergo, o “pay” come il milanese Nicheli a cui la “suina”, dopo aver finto sdegno alle prima advance, chiede “se te chiedo un milion, te sembro esosa?”), a costo di cornificare l’amico o il vicino di sedia. Vedono ancora l’automobile come uno status-symbol con cui esprimere non solo la propria posizione, ma pure la propria personalità, quasi come una donna da scegliere per passione (“ho passato notti insonni indeciso fra l'Alfetta turbo e il Bmw a iniezione", anche se forse qua si intende l'Alfetta GTV) e non per calcolo di convenienza (andare da A a B col minor costo) o di responsabilità sociale (elettrodomestico su quattro ruote con il minimo impatto ambientale come vorrebbero gli odierni sostenitori dell’ibrido). Vedono ancora il lavoro e la ricchezza (allora era ancora possibile pensare a questo) come i mezzi principali per conquistare una bella vita e delle belle gnocche.

Pensate a come li vorrebbe correggere la cultura “progressista”.
Vi piace la bella gnocca, ve ne sentite attratti con la rapidità del fulmine e l’intensità del tuono al primo sguardo e volete trovare il modo di raggiungerla? No, perché già guardandola con desiderio la riducete “a oggetto” (come se proprio l’essere oggetto di desiderio non ponesse la donna su un piano superiore in termini di situazione psicologica, forza contrattuale e possibilità di scelta, come già in abstracto è se si capisce che l’oggetto di desiderio è il fine che muove il soggetto costretto a farsi egli stesso mezzo per raggiungerlo e si pensa a quanto un fine sia sempre superiore ai mezzi…), già desiderandola per le sue grazie la “discriminate” (come se il nostro desiderio di natura, spontaneo come l’avvento della primavera e culturalmente nobilitato da secoli di poesia, fosse addirittura una colpa, come se la vera discriminazione non fosse quella contro di noi costretti alle fatiche ed ai disagio della cosiddetta conquista…), e se poi cercate non velleitariamente di ottenerne i favori sfruttando quella posizione sociale, economica o intellettuale che con lo studio, il lavoro, la cultura, il potere, la fortuna o il merito individuale avete raggiunto, commettete “molestia” (come se fosse possibile per un uomo avere le stesse possibilità di scelta, la stessa forza contrattuale, le stesse opportunità di vivere libero e felice, possedute dalle donne per natura, senza ricorrere a bilanciamento sociali, come se, realisticamente, esistessero modi “naturali” e “amichevoli” per ottenere dalle donne risposte diverse dai due di picche più irridenti, plateali e umilianti o dalla stronzaggine più illudente, dolorosa e ferente, come se le donne, dal canto loro, non sfruttassero in ogni modo, tempo e luogo, e per motivi variabili dall’interesse economico-sentimentale al gratuito sfoggio di preminenza erotica, passando per la stronzaggine intenzionale ed il vanitoso sadismo, senza limiti, remore né regole le disparità di numeri e desideri nell’amore sessuale a loro favorevoli per natura…).
Vi piacciono le belle macchine e la velocità che, come scriveva il Leopardi dello Zibaldone “è bella per sé sola, per la forza, l’intensità, la vita di tal sensazione: essa desta una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica, e tutto ciò tanto più la velocità è maggiore” e amate i record casello-casello? No, perché bisogna ridurre la velocità per ridurre gli incidenti (come se la maggioranza degli incidenti non avvenisse in città, dove la velocità è bassa ma in compenso è massimo il disordine), perché non bisogna mandare certi messaggi (come se la distruzione di un intero modo di vivere l’automobile e in fonda la vita fosse giustificato da un risibile decremento delle probabilità di incidente, comunque, per inciso, minori del rischio di finire accusato di violenza/molestia in un mondo in cui la parola della donna anche in assenza di riscontro oggettivi è “prova” e lo stesso confine fra lecito e illecito viene lasciato alla definizione soggettiva ed ex-post della presunta vittima), perché bisogna ridurre il riscaldamento globale (come se i riscaldamenti delle città, tenuti spesso a manetta senza motivo durante 9 mesi all’anno dalle varie amministrazioni locali, non fossero la causa principale dell’inquinamento, assieme alle “intoccabilI” industrie che non hanno fatto 1/1000 di quanto hanno fatto le automobili per diventare più pulite).
Volete una bella vita come principi rinascimentali, fra “cani, cavalli e belli arredi”, o comunque più agiata di quella che potrebbe essere garantita da un semplice “lavoro dignitoso”? No, dovete accettare “cagne (femministe), cavalle (di cui voi non sarete mai gli stalloni e che potrete solo da guardare in TV e neanche più in bikini) e Ikea”, perché non avete diritto a continuare a vivere nel benessere quando il terzo mondo muore di fame, perché è “giusto”, “inevitabile”, “conforme al progresso del capitalismo” che si creino nuovi ricchi fuori dall’Europa ed il denaro si sposti dalle classi medie italiane ai paria delle fogne di Calcutta, perché dovete essere contenti anche solo di essere appena sopra la “soglia di povertà”.
Volete il benessere materiale e morale implicito nel vivere in un’Italia di italiani, con il lavoro tutelato, una buona prospettiva per i vostri figli, la base culturale comune del liceo di stampo gentiliano, la sensazione di sicurezza data dall’incontrare facce note per la città che parlano la vostra lingua e spesso il vostro dialetto? No, perché il lavoro deve diventare flessibile, i vostri figli non valgono più di quelli degli immigrati, la scuola gentiliana era “classista” (sic! Detto da chi ha distrutto quell’unico ascensore sociale che era l’istruzione! Da chi poi si lamenta che la cultura non venga più amata! Da chi ha demolito l’edificio classico della cultura erede della Grecia a di Roma! Da chi giustificava i somari con gli argomenti pauperistici e “antifascisti” di Don Milani!), perché il mondo (e quindi anche il vostro paese, la vostra casa, la nostra Italia erede del Rinascimento) deve diventare “globalizzato” (e quindi il nostro stesso popolo dissolversi nel magma umano universale), perché se degli stranieri vi rubano in casa o se non capite quello che gli allogeni si dicono guardandovi con occhi di bragia, siete “xenofobi” se vi sentite a disagio.

“No, no, no, no”. Sono i no alla vita, dimostrazione che la cultura progressista, femminista, (psedo)egalitaria, (falsamente) “antifascista” altro non è se non la laicizzazione di quel grande “no” alla vita rappresentato dalla “sovversione dei valori” cristiana.
Non avevo ancora letto Nietzsche, ma avevo istintiva simpatia per questi personaggi di Vanzina, che invece ad ogni battuta, ad ogni espressione di desiderio per un’auto o per una donna, ad ogni sgasata, ad ogni scopata, esprimevano un’irrefrenabile voglia di vivere, “di là dal bene e dal male”.
Erano egoisti? Non esiste argomento contro l’egoismo. Difatti, le religioni monoteiste devono inventare la minaccia del fuoco eterno dell’inferno per rendere credibile la pretesa di una sua limitazione! Se fosse ragionevole limitare l’egoismo in migliaia di anni un’argomentazione puramente razionale (scevra di sentimentalismi) sarebbe stata trovata. Nessuna considerazione morale può cancellare il fatto che se non si vive pienamente l’unica breve luce della vita non ci sarà alcuna occasione di ricompensa (Catullo docet: “sole occidere et redire possunt, nobis, cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda”). L’unico limite all’egoismo in senso individualistico è quello di morire con l’ego mortale e di avere un’azione limitata alle limitate capacità (in potenza e durata) dell’individuo isolato. Sono però limiti che possono essere superati non certo dalla retorica dell’altruismo, ma da un egoismo ancora più potente, quello della nazione. Essa, come io collettivo, mantiene tutte le caratteristiche di un’identità (che, pur necessariamente contenendo anche contraddizioni come tutto ciò che vive, non può accettare tutto indistintamente) di sangue e spirito permettendo però per grandezza, potenza e durata di andare di là dall’individuo effimero. Ma i critici dei personaggi di Vanzina non sono nazionalisti, ma internazionalisti, quindi la loro non è morale ma moralismo.

Erano cafoni? Prima che Flavio Briatore rendesse universalmente odioso lo stereotipo del cafone arricchito associandolo al disprezzo per ogni tipo di istruzione (mascherato dal compiacimento per potersi dire “cool” senza aver studiato nulla e poter chiamare “sfigato” chi non è riuscito ad entrare nel giro delle modelle e dei locali perché non ha trovato nello studio i mezzi per arricchirsi anche economicamente) ed alla gioia per lo sfruttamento internazionalista (non a caso ha lavorato per i Benetton da quando sottopagavano le massaie a cottimo di Treviso a quando hanno delocalizzato la produzione in paesi senza diritti del lavoro), il cafone era semplicemente un italiano di umili origine che non aveva avuto alle spalle una famiglia abbastanza agiata da poterlo far studiare fino al liceo o all’università e che usava quindi alla meglio il proprio ingegno per primeggiare nella competizione capitalista (quando questa in Italia era possibile). Non avendo grandi modelli culturali, spesso questo personaggio vedeva nella nuova auto, nella nuova casa, nel nuovo ritrovato tecnologico il simbolo di una “dimensione superiore” dell’esistenza. Cosa c’era di male in questo? Con un pelo di cultura in più, si sarebbe ottenuto, dal “cafone arricchito”, il “signore del rinascimento” che affermava il proprio io chiamando ad arricchire la propria città o il proprio castello i pittori più in voga, gli scultori più affermati, i poeti più acclamati, gli architetti più famosi. Invece agli intellettuali di oggi manca non tanto una corretta educazione erudita (che comunque in qualche caso effettivamente latita, quando si scava a fondo, sotto la patina dell’intellettualmente corretto), quanto piuttosto un corretto istinto all’affermazione positiva (fanno carriera solo fingendosi “non egoisti”, spandendo, a parole, amore per l’umanità anziché per se stessi), ovvero alla “vita ascendente”.
Erano ignoranti? L’ignoranza è uno stato di verginità mentale di gran lunga preferibile alla malattia dell’intellettualità corrotta dai valori della decadenza (come le idee moderne) e al falso sapere dei progressisti. Ad un Luciano Canfora il quale, con tutta la sua presunta filologia, riesce persino a falsificare i Greci per giustificare il concetto malato di “solidarietà” e “accoglienza” che sta distruggendo (già dal punto di vista demografico) ogni residua possibilità per i popoli europei di rimanere almeno in parte (per lingua se non per sangue, per spirito se non per politica) eredi degli Antichi (di rimanere, insomma, noi stessi: basti pensare a come fra dieci anni rischiamo di non incontrare più persone per strada a cui comunicare in questa tosca favella che, quasi sola al mondo, ha la mirabilia di fondere il Greco ed il Latino con una musicalità nata con Petrarca in poesia e con Boccaccio in prosa), è di gran lunga preferibile “un ignorante del nord”, se ha l’istinto sano dell’autoconservazione e dell’espansione (anziché la “cupio dissolvi” propria al cristianesimo, al socialismo, all’internazionalismo e a tutte quelle “religioni” che dietro la parola magica “Umanità” nascondo i valori nichilisti denunciati nell’Anticristiano da prof. di Basilea).
Erano evasori? Parliamoci seriamente. In Italia le tasse erano (e sono) come i limiti di velocità. L’assurdità di certe loro imposizioni motiva le molte infrazioni. Se devo arrivare in tempo ragionevole a destinazione, non posso mettermi a fare i 30 dove gli amministratori locali hanno messo il cartello solo per non rispondere delle loro inadempienze in caso di incidente. Così, se voglio vivere al livello che mi spetta, dal momento in cui rinuncio al reddito fisso, alle ferie pagate, alla tutela in caso di malattia per dovermi “inventare” ogni giorno il modo di meritarmi un profitto, non posso, in molti casi, rispettare alla lettera certe imposizioni fiscali, cui peraltro non corrisponde un’adeguata contropartita da parte dello stato in termini di servizio ai cittadini. Poi certo, come esistono i pirati della strada che sfrecciano a duecento all’ora in centro fregandosene di tutto, così esistono gli evasori totali. Non sono però questi i soggetti che in controluce vediamo nei “cummenda” di Vanzina. Sicuramente chi ha costruito il benessere proprio (e contribuito a quello della nazione) con un lavoro autonomo sa bene cosa vedere di sé in certi personaggi troppo superficialmente considerati “negativi”.
Erano maschilisti? A parte che la propaganda politicamente corretta definisce con tale termine chiunque si rifiuti di accettare i dogmi femminil-femministi quando questi, come accade quasi sempre, si scontrano contro ogni diritto, contro ogni ragione, contro ogni etica, contro ogni logica, contro ogni natura (tanto che ormai è “maschilista” essere semplicemente mossi dai più forti e sani istinti, come mirare, disiare e cercare di ottenere la bellezza, e non mostrarne pentimento o vergogna, come invece pretenderebbero la moderna “antropologia” gender ed il veterofemminismo vittimista), i personaggi femminili di Vanzina non hanno nulla di quella donna oggetto passivo che potrebbe giustificare il termine. A partire dall’amica Grazia (quella a cui l’Ivana interpretata da Stefania Sandrelli dice “gli altri uomini li hanno inventati per venire a letto con te”) e al suo cornificare tranquillo (“è capace di vederci qui e di credere che quello a letto con me sia lui: nato cornuto, un caso patologico”) per finire con la deliziosa Karina Huff che non esita a lasciar perdere l’indeciso e ricco De Sica per una notte romantica con il goffo ma almeno amorosamente disiante Claudio Amendola e una futura vita con uno più ricco (a proposito di doppi e triple vite sessuali…) le donne vanziniane non paiono proprio mogli e compagne trasparenti o succubi. Sia quando decidono di tradire il marito in una romantica avventura con l’amico d’infanzia (come appunto nel caso del personaggio della Sandrelli in “Vacanze di Natale”), sia quando (come il personaggio interpretato dall’indimenticata Virna Lisi in “Sapore di Mare”) decidono di restare fedeli, hanno sempre un’autonomia decisionale che le rende emancipate. Per non parlare del personaggio dei personaggi, quella Laura Antonelli in “viuuulentemente mia” che tutto è tranne una vittima della cosiddetta “violenza maschile”. Lì di violenta c’è sopra tutto la forza istintuale della passione amorosa con il personaggio del finanziere interpretato da Diego Abbatantuono. La protagonista femminile non è né una vittima né una poveretta, ma una imprenditrice di successo che, in maniera assolutamente paritaria, fa tutto quanto fanno i suoi consimili maschi: soldi ed elusione fiscale. Per questo è inseguita dalla finanza, da cui sfugge, se vi ricordate, con un accordo. Sarà lei ad offrirsi ai contrabbandieri arabi che li hanno “ripescati” (salvando “il culo” in senso letterale allo sventurato finanziere che altrimenti avrebbe dovuto soggiacere ai piaceri anali dell’equipaggio come forma di “pagamento del viaggio”) in cambio della promessa di essere lasciata libera. Il finanziere ovviamente perderà il posto per questo (trasferito in Sardegna), ma guadagnerà l’amore in un finale sorprendentemente romantico.

Insomma, i personaggi di Vanzina (almeno fino a metà degli anni Novanta) parevano aver appreso il nocciolo della lezione nietzscheana: qualunque idea di mondo, qualunque tavola di valori, qualunque convinzione etica, qualunque legge morale essere funzionale al rafforzamento e all’ascesa della vita (e sulla base di questa valutata), non il contrario (con le ideologie, i valori sedicenti “universali”, la mitologia egalitaria, il cristianesimo et similia a pretendere di giudicare, di limitare, di consentire o negare, addirittura di “rieducare”, gli istinti più sani dell’uomo e gli impulsi fondamentali della vita). Il Cinquecento ha saputo rielaborare originariamente persino il cristianesimo (trasformandolo da integralismo sovversivo a cattolicesimo molto malleabile, da “platonismo per plebei” a “neoplatonismo” per nuovi aristoi) al fine di costruire un edificio ideologico e morale adatto alle arti, alla guerra, ai buoni costumi, insomma alla vita in senso superiore. Così certi tipi umani Italiani degli anni ottanta, tanto ben raccontati da Vanzina, hanno rielaborato liberalismo e capitalismo con l’obiettivo di renderli teoria e pratica per l’affermazione della propria personalità, del proprio valore, del proprio tocco artistico di vita (anche la vita vacanziera del commenda di Vacanze di Natale, fra riti automobilistici e teoremi sociali, è a suo modo una piccola opera d’arte). E se nel cinquecento è arrivato un Lutero a ripristinare l’originaria maledizione del cristianesimo contro la vita, nel nostro secolo sono arrivati i Di Pietro, i governi tecnici (da Ciampi a Monti) e gli intellettuali di sinistra (tipo quello che ha parlato ieri sera a Hollywood Party) a far terminare giudiziariamente, economicamente e culturalmente quel miracolo di bella vita che sono stati gli anni della “Milano da bere”. Ma si può sapere quale sarebbe questo “lato oscuro” degli Anni Ottanta che Vanzina avrebbe avuto per alcuni la colpa di non aver messo consapevolmente alla berlina e per altri il merito di averlo fatto attraverso il ridicolo? Viene da dire con doppio significato delle parole: ma che film avete visto? Se il Ventennio è lontano e di esso se ne può dire quello che si vuole senza che io possa smentire, gli anni ottanta-novanta sono un periodo che ho fatto (anche se appena) in tempo a vivere nell’età della ragione. Sempre a mentire dunque i nostri signori progressisti! Ad un buono studio corrispondeva in genere un buon lavoro, una buona parte della popolazione poteva permettersi, appunto, le “vacanze di Natale”, i diritti e le tutele del lavoro non contrastavano con la competitività delle imprese italiane, persino le tanto maledette “tangenti” avevano spesso la funzione di “sbloccare” pratiche finalizzate a concessione di prestiti per nuovi imprenditori, ad avvio di attività generatrici di lavoro e ricchezza. Cosa si poteva criticare in quel mondo, soprattutto al confronto con l’inferno di oggi? Che non fossero più gli anni di piombo, quando si poteva impunemente incitare i compagni a spaccare la testa ad un ragazzo solo perché scriveva temi contro le BR o a favore della destra? Che il pci iniziasse a perdere voti in favore del psi di Bettino? O che magari qualcuno (magari qualche residuato sessantottino a disagio nella realtà del lavoro) fosse comunque non pienamente incluso nel benessere? Certo, il benessere non era per tutti, ma sicuramente per più gente rispetto ad oggi! Sicuramente era a portata di mano per chi avesse avuto voglia di intraprendere! Persino per mio padre che era solo un ragioniere! Allora Cortina e le altre mete turistiche alpine erano piene di turisti italiani, oggi lo sono di ricchi stranieri (addirittura indiani e arabi). Oggi, grazie a manipulite, ai governi tecnici, ai retori della solidarietà, dell’uguaglianza e dell’umanitarismo (e soprattutto a chi ha accelerato l’internazionalizzazione), non solo c’è meno ricchezza da ripartire, ma è anche peggio ripartita (con più disuguaglianze, e pure meno motivate da colpe/meriti individuali). E questi coglioni sinistr(at)i vengono pure alla radio a “ridimensionare” un Carlo Vanzina! Oh quali ricordi liceali mi suscitano questi figuri!

Quando, messi da parte a sera i libri dello studio “matto e disperatissimo” e le “sudate carte” dei compiti che mi avevano occupato il pomeriggio, dopo cena la tv che aveva ancora soltanto 6 canali (i 3 della rai e i 3 del berlusca) trasmetteva un film di Carlo Vanzina, non era solo, leopardianamente, “figlio d’affanno” il piacere che provavo. Era un vero e proprio sospiro di sollievo intellettuale figlio di una affinità elettiva con i personaggi oggi più criticati.
Era per me una beffa atroce essere nato in una regione “rossa” e frequentare un liceo dove anche solo sostenere in assemblea d’istituto che “si viene a scuola per studiare” (e non per “socializzare”) valeva ad essere classificato come “fascista” e a ricevere telefonate di minaccia dai “compagni” (doppio senso voluto), dove era considerato “disumano” (e tale da richiamare i genitori) lo scrivere apertamente, secondo verità e giustizia, che alcune persone del gruppo non avevano se non saltuariamente collaborato al cosiddetto “lavoro di gruppo”, dove ogni santo giorno almeno uno (anzi una) degli (delle) docenti sfruttava la propria posizione per imporre la propria “narrazione” politica della materia (ovviamente sempre da sinistra). Ma poter ogni volta “uscire” da quel mondo ed entrare in un film di Vanzina, dove mancavano sia gli intellettuali di sinistra sia le donne che facevano la morale, era per me una vera gioia. Era un po’ come uscire con papà, quando lo accompagnavo in giro (le prime guidate abusive) o mi faceva aspettare in ufficio (ed intanto vedevo un po’ di mondo reale in confronto a quello idealizzato da sinistra della scuola): apprendevo un’idea di mondo da persone (come appunto mio padre) forse meno istruite dei professori, ma sicuramente più dotte in quella che Nietzsche chiamerebbe “scienza della vita”. Uguaglianza? Gli uomini non sono uguali e nemmeno devono diventarlo. Solidarietà? Figlio mio, qua ognuno fa il proprio interesse, e se non ci pensi tu, a farti valere, non ci sarà un professore a supplire alla tua coglionaggine. Ideali? Pensa a vivere bene.

Venivo da una scuola nella quale qualunque visione del mondo radicalmente aristocratica in senso nietzscheana era, con argomenti lucacsiani, definita di per sé “irragionevole” (come se, a fronte di un logo egalitario che dai tempi del mito ”cristico” ha avuto duemila anni per “razionalizzarsi” in giacobinismo, marxismo, liberalismo, femminismo, l’opposto mito “sovrumanista” avesse invece il dovere di passare dalla fase mitica, nella quale le parole hanno ancora il significato del precedente logos, i significati possono trasmettersi, e persuadere, solo per immagini e suggestioni e le contraddizioni non sono sentite come tali, a quella dialettica, in cui, grazie alla “trasvalutazione” delle parole prima che dei valori, la “dimostrazione razionale” di questa o di quella idea può avvenire una volta sentite per vere le premesse mitiche, in relativamente pochi anni).
Venivo da una scuola nella quale qualunque concezione virile e guerriera dell’esistenza veniva tacciata, seguendo la “lezione” di Umberto Eco, “Ur-fascismo” (come se fosse segno di intelligenza quel paradossale anacronismo per il quale qualunque filosofo, da Platone a Nietzsche, non sia riconducibile all’alveo “democratico” e qualunque idea di mondo, dall’origine dei tempi ad oggi, non sia conforme all’estremismo egalitario moderno sarebbe “intrisecamente fascista” anche ante litteram, anzi, ab-eterno : ma d’altronde cosa aspettarsi da un “semiologo” che ha costruito la propria fama letteraria su quel colossale anacronismo che è il “nome della rosa”, ovvero un’avventura di Sherlock Holmes traslata pari pari nel Trecento solo per poter irridere, al contatto con l’illuminismo spiccio di Guglielmo da Baskerville, la grandezza di un San Tommaso - vero fondatore del Cattolicesimo con la spericolata fusione fra Aristotele e le Scritture, fra tradizione spirituale indoeuropea ed elementi di sovversione cristiana – o la profondità di un Bernardo di Chiaravalle – dittatore spirituale della cristianità capace di riscoprire l’antica etica guerriera o di un Meister Erkhart – mistico in cui, per la prima volta dalla comparsa del cristianesimo, la parola “spirito” prendeva finalmente un senso superiore alla menzogna degli “agitatori cristiani”, ricollegandosi alla tradizione sapienziale di ogni epoca, grandezza che non avrebbe mai potuto entrare nel cervello banalmente “razionalista” di un accademico piccolo-piccolo).

Da “primino” non avevo ancora tutto Nietzsche, per poter spiegare, a me stesso e agli altri, come l’idea stessa di uguaglianza (o, meglio, la pretesa di fondare il valore e quindi il diritto su quanto rende uguali gli uomini nella appartenenza bassamente biologica alla medesima specie) sia di per sé nichilista, in quanto negazione di ogni possibilità di “generare verso l’alto”, di produrre, per l’uomo, valore, significato e bellezza “nel mondo” (senza aspettare ciò dall’altro mondo, o da un concetto già dato di uomo, come fa l’antropologia progressista), di ordinare quindi l’umano (e il divino) secondo quanto distingue gli uomini fra loro e li distanzia dal tutto indifferenziato dell’umano primordiale (quello delle società matriarcali senza classi in cui nulla poteva sorgere di bello, significativo e spiritualmente valido perché tutto era soffocato dalla grande matrice cosmica da cui ogni individuo dirama e a cui ogni individuo ritorna dopo un’esistenza effimera), secondo quanto, ad esempio, eccezionali casi di “superumanità” (la Grecia di Omero, la Roma Repubblicana, l’India Vedica, la Persia Iranica, la Germania sacra e imperiale, anche se quest’ultima allo zio Friedrich piaceva stranamente meno) hanno saputo edificare ne loro pro-gettarsi nella storia, nel loro ordinare il chaos in kosmos con il loro “martello” di “artisti” che ha dato una forma (e quindi un valore, un senso, una bellezza) al marmo umano primordiale (riducendo ovviamente in polvere quanto non doveva appartenere all’opera) e come l’idea di progresso derivo da un residuo di credulità nei confronti delle stronzate hegeliane sul “senso della storia” (concepita come una retta su cui progressisti e reazionari fanno il tiro alla fune) e una sostanziale “mancanza di fantasia” circa la possibilità di concepire un tempo sferico (in cui ogni momento la decisione umana, gli scontri fra forze storiche e il caso possono far cambiare direzione in modo imprevedibile e in cui la meta-politica è principalmente l’arte di vedere nella parte voluta del passato la meta e modello per il futuro, come hanno sempre fatto i popoli fondatori di civiltà attraverso il mito).
Da liceale non avevo ancora Evola e Dumezil ad evidenziare chiaramente come sia l’identificazione della “vera vita” con quella spirituale ed ascendente data dal padre (a cui si accede con rito iniziatico, in cui si ricerca l’eroismo guerriero e su cui si fonda il naturale diritto delle genti eroiche di cui parlava Giambattista Vico), sia la tripartizione fra guerrieri, sapienti e artigiani siano non la “criminale” idea di un circolo di esaltati interventisti o l’arbitraria costruzione di un determinato regime politico, ma i fondamenti etico-spirituali (quali, volendo, possiamo ancora apprendere per exempla dall’Iliade, dall’Eneide, dalla Baghavad Gita, dai Poemi Persiani, dall’Edda, del Beowulf) di tutte i grandi popoli indoeuropei capaci “generare verso l’alto” in grandezza potenza e durata, di realizzare imprese degne degli dei e tali da fondare città e civiltà, di costruire mirabilie nell’arte come nella religione, nella politica come nella storia, nel pensiero come nella società, pensate per misurare i millenni e non essere raggiunte dai contemporanei né superate dai posteri (e che persino i banditori di menzogne progressiste come Canfora sono ancora costretti a studiare).
Avevo solo un retto istinto che mi faceva sentire tutta la narrazione progressista come falsa (ovvero non adeguata alla mia natura) e tutto l’insegnamento “democratico” come un cumulo di menzogne contro la vita ascendente (il cui culmine storico è sempre per me stato individuato nell’antichità classica e nel rinascimento latino). E poi si dice che non c’è cultura a destra…

Che potevo fare con un Nietzsche depotenziato da intellettuali deboli come Vattimo, falsificato da politicanti come Cacciari, ridotto e denigrato da comunisti come Losurdo? Con un Evola completamente censurato dai vari Feltrinelli, nonché distorto e diffamato dai “democratici e antifascisti” “sgherri del pensiero” in servizio permanente effettivo? Non potevo ovviamente ancora nulla con il pensiero dimostrativo. Potevo però ancora fare qualcosa per non lasciarmi falsificare nell’istinto (e farmi quindi trovare pronto per le giuste premesse di verità e di valore una volta trovate le idee e le parole nei miei futuri maestri). Potevo, insomma, vivere e ridere.
In attesa di avere le idee e le parole per pensare con la mia testa. Ecco perché dal dopoguerra non ci sono veri intellettuali a destra: chi ha davvero un intelletto, non corrotto dagli istinti perversi della negazione e della rinuncia (ovvero da “istinti cristiani” laicizzati ora in demo-cristiani o in “progressisti”), non riducibile al pietismo umanitario (oggi utile ai “filantropi” di wall street per imporre la “società aperta” sopra gli interessi dei popoli storici) non può tollerare il contatto con quanto il potere culturale sinistrorso ha reso attualmente la “cultura”. Ed allora ci sono solo due sentieri: o sceglie facoltà scientifiche dove i colleghi progressisti possono essere sfottuti da un ufficio all’altro senza danno per la propria carriera (almeno fino a quando rimarrà un minimo di oggettività appunto scientifica) e lascia le lettere e la filosofia per i momenti di “cazzeggio culturale”, oppure inizia ad odiare il castello di balle che la sinistra chiama “umanità” e “progresso” con tutta la forza del proprio sano istinto, del proprio vero amore per la vita (e quindi, necessariamente, odio per la sua falsificazione), e diventa orgogliosamente “ignorante”. Come, appunto certi personaggi di Vanzina. Amo in loro la rettitudine dell’istinto almeno quanto odio, a sinistra, la perversione dell’intelletto.

Se i personaggi vanziniani degli anni ottanta non possono certo ancora essere detti nietzscheani (e tantomeno evoliani), almeno hanno ucciso in me, attraverso il riso, ogni credibilità per il mondo della sinistra che li criticava (e sotto sotto li invidiava). Hanno avuto la funzione che, per Nietzsche, l’umanità del rinascimento ha rischiato di avere nell’uccisione attraverso una risata dell’intero cristianesimo. Quel cristianesimo per laici che è il progressismo, quell’umanesimo senza vera arte e senza vera vita che è il pensiero sinistrorso, sono morti seppelliti sotto le risate di film come Vacanze di Natale.
Vivere e ridere. Per me la voce della vita aveva il suono del commenda milanese, appassionato di auto come me (“fai ballare l’occhio: via della Spiga, Hotel Cristallo di Cortina, 2 ore, 54 minuti e 27 secondi: Alboreto is nothing!”). E il riso ha sempre avuto il suono delle sue battute “ho il passpartout, stammi dietro e non prendere iniziative (quando allunga centoni alla reception per saltare la fila e stare dentro il muro delle tre ore)”, “la mia non è un’opinione, è un teorema: in spiaggia solo dopo le due, quando gli animali sono impegnati in pensione con lo spago”, “asciugamani come se piovesse, rapido! (mentra allunga l’ennesima lauta mancia alla servitù”, “la libidine sarebbe per il sì (mentre rifiuta le advances della moglie), ma dopo il gran premio il pilota deve riposare, e poi dimentichi il teorema numero due, giro di ricognizione degli amici, see you later”. Persino l’uso dell’Inglese, oggi purtroppo oggi ormai insopportabile sinonimo di conformismo culturale filoyankee e di supina accettazione delle menzogne politicamente corrette che in quella lingua si coniano (prima fra tutte quelle femminil-femministe della “inclusion”, della “discrimination”, del “sessual harrasment”, del “mansplaining” e via andare con simili sintagmi stereotipati nati artificialmente nei laboratori culturali del gender e privi di senso vivo) è in lui gradevole espressione vitale: segno distintivo di chi, avendo denaro da spendere (e quindi anche da investire) è in contatto linguistico con il mondo della finanza angloamericana e, non avendo paura di vivere, accetta tutto quanto lo fa uscire dalla comunanza di lingua e pensiero con la plebe (di allora). Non è neppure una risata grassa la sua, ma un tocco di divertita leggerezza anche sugli aspetti apparentemente noiosi e banali della vita borghese. Il personaggio di Guido Nicheli è quasi un moderno banchiere mediceo che cerca di nobilitarsi attraverso l’arte del vivere.
Allora ridevo solamente, ma ora quel riso mi permette di pensare lucidamente.

Certo, il mio modello di società non è mai stato quello delle commedie di Vanzina, né ho mai visto nel craxismo il mio ideale politico. Devo però ammettere che in quella società e in quell’Italia avrei potuto “vivere sopportabilmente” non solo da ragazzo, ma anche da adulto, al contrario di quanto accade nell’Italia attuale. In “Vacanze di Natale”, ad esempio, c’erano tutti i dettagli che rendono vivibile la vita quotidiana: l’ideale (anche se in questo caso solo sportivo) di appartenenza non dettato dal caso (stesso luogo – scuola o ufficio – nello stesso tempo) o da ragioni di convenienza (lavoro, fare affari ecc.), ma da uno stile di vita (“ci lega una vita sugli spalti”), la possibilità non solo teorica di un “amorino” estivo su base non solo di “convenienza” (il pay del personaggio di Nicheli con “la Luana” e l’indipay di quello di De Sica con “il ciclone Samantha”) o di “metafisica dell’amore sessuale” (schema attrattivo “bella model type” – uomo con capacità di spesa, come si discuteva nell’altro 3D), ma anche a suo modo “romantica” (come nel doppio caso dell’incontro dopo 12 anni fra il personaggio di Calà e quello della Sandrelli o in quello del colpo di fulmine non schermato, ma anzi incoraggiato con delicatezza, di Claudio Amendola per la bella Karina Huff), una sana autostima (quella che manca a molti di noi che ricorrono al pay non riuscendo più, dopo vent’anni di femminismo 2.0, a pensare: “dove trovi un altro bello come me, con intelligenza superiore e preparazione atletica pari alla mia?”) e, non ultima, la possibilità per quasi chiunque di raggiungere la ricchezza e il benessere partendo dal basso grazie al lavoro. Quando, infatti, la “finta nobile” di Frascati esclama esterefatta “ecco l’Italia socialista!” – evidente riferimento politico al governo Craxi - quando vede i “burini” a Cortina (“se dopo averci preso Piazza di Spagna ci prendono anche Cortina, allora è finita!” dice poi piangendo a casa) dice una verità storica: in quell’Italia anche persone di umili origini potevano arricchirsi lavorando. Oggi sembra una barzelletta.
Vi erano poi persino dettagli che avrebbero reso felice me in particolare: l’ambiente sociale ancora amichevole per chi ama il femminile che è nell’automobile, per chi vive l’amore per l’auto come quello per una particolare donna, per chi lo vuole condividere con gli amici (e soprattutto le amiche), le strade in cui era ancora possibile (al netto di quel minimo di buon senso necessario a non trasformarsi in pirati stradali) sfogare il proprio amore per le “curve perfette” a suon di staccate, punti di corda e accelerazioni brutali, alla ricerca della miglior traiettoria come un poeta della più sublime armonia e, infine, le passioni sportive messe pure, con distaccata noncuranza della donna, al di sopra dell’amore stesso (“avevi promesso di venirmi a trovare a Genova e invece…” – “non avevo ben presente il calendario: Sampdoria-Roma si gioca il 3 marzo”) e delle feste (“chissà come starà passando questa nottata Tonino Cerezo…per me dorme, perché è un professionista”). Anch’io ho sempre avuto per l’automobilismo quella zelante passione che vedo nel personaggio di Luca Covelli per il calcio e l’ho volutamente mostrata sopra quella per il sesso femminino (mai mostrare alle donne di avere occhi e desiderio soltanto per loro, o si diventa come quelli che qui sul forum vengon detti zerbini): “forse finirà per sposarla, non potendosi sposare con Roberto Pruzzo”.
E tutto sembra, in forma moderna, una novella di Annibal Caro per leggiadria e voglia di vivere bene.

Anche se non ho fatto in tempo a vivere la mia giovinezza in quegli anni, ci sono quindi in parte anch’io in Vacanze di Natale 1983 (qui si vede quanto è grande un regista, dalla capacità di coinvolgere emotivamente persino uno spettatore “postumo”). Come in parte sento di “esserci” nel Rinascimento.
Certo, non ci sono più quei tempi. E’ arrivato Lutero, è arrivato Di Pietro. E’ arrivato il rancore degli inetti al bello della vita, mascherato da pietà e da onestà.
E se oggi tutto quanto ho amato della vita (le auto belle e veloci, le donne belle e raggiungibili, la vita bella e divertente, l’Italia ricca e pronta a divertirsi) è stato distrutto (dai limiti di velocità e del fisco, dalla retorica della sicurezza, dell’ambientalismo e del mondo social, dalle proibizioni e dalle battaglie culturali del femminismo e della pubblicità antimaschile, dalle scelte dei piccoli politici e dei grandi industriali, dall’acquiescienza al mondialismo d’oltre atlantico che ha sacrificato la piccola ricchezza di molti qui per la grande ricchezza di pochi altrove, chiamando questo esproprio “progresso”), se quanto avrei voluto vivere, la possibilità di essere al centro dell’attenzione di coetanei e coetanee grazie a culo su una “mini-bomba” a quattro ruote, la possibilità di conquistare fotomodelle o presunte tali con la simpatia di Jerry Calà o con la grana di Guido Micheli, la possibilità di divertimi spensierato dopo il lavoro o durante le vacanze grazie ad un lavoro tutelato, retribuito e meritato con lo studio, la possibilità di vivere in un’Italia di Italiani, con la nostra arte culinaria, le nostre libertà rinascimentali di costumi (scevre dal puritanesimo di stampo anglosassone che si sta riproponendo con me too e che in fondo è alla base di ogni discorso sul “corpo della donna”), la nostra pienezza di vita e di gusto (nelle auto, nelle donne, nelle barzellette, nelle vacanze, pure nella vita quotidiana e soprattutto nella lingua) è stato cancellato anzitempo (bastava non accelerare, almeno in Italia, la presunta “inevitabilità” della globalizzazione per salvare ancora la mia generazione), so che c’è chi lo ha voluto, e, se non lo ha agito direttamente, ne è stato fiancheggiatore culturale (se non politico).

I giudici di manipulite, gli ex-comunisti, gli intellettuali democratici, gli internazionalisti di ogni provenienza, le femministe di ogni parte politica e, soprattutto, gli insegnanti e i professori di sinistra che “con un po’ di Marx e con molto antifascismo hanno fatto la carriera i soldi ed anche il nepotismo” e, proprio mentre criticano il mondo narrato da Vanzina in quanto “ignorante“, “cafone”, “materialista”, fanno finta di non essere stati proprio quelli che “dalle cattedre di scuole e dell’università hanno fatto al cultura con i ragli ed i qua qua” hanno, con le loro solite intenzioni moralizzatrici e progressiste (in realtà dettate da invidia e menzogna, chè tali sono, dietro la loro retorica, le idee di uguaglianza e progresso), portato l’Italia di oggi ad essere infinitamente peggio di quella del PSI di Craxi (anche, ironia della sorte, dal “loro” punto di vista della “cultura”, del “progresso sociale” e dell’equità).
Ringraziamo loro se un’auto sportiva vale meno del nuovo i-phone, se dopo la laura c’è solo la disoccupazione o lo sfruttamento in “programmini” anche dei migliori ingegneri, se non saremo mai ricchi come i nostri genitori, se non potremo mai pagarci le vacanze a Cortina con il nostro lavoro, se dovremo emigrare per lavorare dignitosamente o andare nel lontano est per aprire un’attività lucrosa, se comportarci come i personaggi di Jerry Calà e di Guido Nicheli ci darà con le donne lo status non di seduttori ma di molestatori, non di artisti ma di maiali.
E’ grazie ai “progressisti”, agli “internazionalisti”, alle “femministe”, se “un’automobile potente è un retaggio del mondo arcaico dell’autoaffermazione su strada” e “lo status fra i giovani deve essere dato dalle tecnologie social”, se “i giovani non devono essere choosy”, se “bisogna essere felici di essere meno ricchi per avere meno poveri nel mondo”, se “va bene che a Cortina arrivino i ricchi stranieri al posto degli Italiani”, se “il lavoro deve essere globalizzato”, se “un’autentica evoluzione dei sessi non può permettere di continuare a vedere la donne come un oggetto di desiderio”.
E’ grazie a loro se tutto quanto avremmo potuto amare, vivendo, nell’Italia di Vanzina, è stato gettato via e calpestato.
Quanto costituiva la premessa politica di tutto questo (una classe politica legata agli interessi della nazione e non della presunta universale umanità dietro cui si celano gli interessi della finanza senza patria ma con sede in USA) è stato fatto fuori nel 1992-1993 per via giudiziaria e soppiantato da politici tanto incapaci da accettare di entrare in Europa con regole svantaggiose, tanto gretti da pensare solo ai propri amici ed alle propria aziende o tanto venduti da barattare lo stesso Marx con il turbocapitalismo neoliberista in economia e orwelliano in cultura (pensiero unico). Le entità sovranazionali che guidano la finanza (e quindi anche la cultura, lo spettacolo, il costume) hanno poi dichiarato guerra al maschio come abbiamo più volte da questo forum fatto notare. Gli intellettuali nostrani, da Aldo Cazzullo a tutti gli scribacchini di Repubblica, hanno recepito. E noi abbiamo, dal lato lavoro e dal lato gnocca, avuto un doppio impedimento a vivere.

Anche Carlo Vanzina non è immune da questa “svolta”. I suoi ultimi film (a partire dagli anni 2000) erano difatti allineati alla visione hollywoodiana dell’uomo visto solo come punching-ball sessuale da sollevare nell’illusione e da gettare nella delusione con il massimo del dolore, dell’irrisione e dell’umiliazione possibili, come massa di ormoni priva di qualità degnamente umane e inadatto a porsi su un piano di parità con la donna (che infatti deve sempre in qualche modo pagare, ma in un contesto culturale, e con una forza contrattuale, ben diversi da quelli del 1983), come zerbino o pupazzo davanti a cui permettersi di tutto (dalla più sottile stronzaggine ai più clamorosi calci nelle palle). Per questo non fanno più neanche ridere: vedere Boldi o De Sica ridotti a “zerbini sbavanti e umiliati” (tanto per citare un titolo da forum) mentre inseguono la bellona di turno ad Aspen o in altri posti extraeuropei non rispecchia più né quello che ogni uomo non morto dentro si sente di essere, né quello che oggettivamente l’italiano medio può ancora economicamente fare. Gli ultimi vent’anni di film di Carlo Vanzina non rispecchiano più gli Italiani, va detto. E non ci fanno più nemmeno ridere.
Perché è solo guardandosi allo specchio che si può ridere. Ma davanti alla morte bisogna perdonare. Voglio quindi ricordarlo per sempre con l’ultima scena di Vacanze di Natale, al piano come Jerri Calà, mentre, riassumendo quella commedia umana che fu l’Italia Anni Ottanta “cantano, litigano, insomma, si divertono” fa della finta autocommiserazione “per me invece è diverso, perché oltre a lavorare tutta la sera qui nel locale, a volte mi devo portare del lavoro a casa”, mentre appaiono intorno le avvenenti avventrici del locale pronte a sedurlo e farsi sedurre al ritmo di “Maracaibo” e delle “ventitrè mulatte” che “danza come matte” nella “casa di piacere per stranieri” fra “room e cocaina”.
Riposa in pace almeno tu, Carlo Vanzina. Se per Allah ci sono 72 vergini, per me, nel mio personale paradiso pagano, ci dovrebbero essere altrettante avvenenti clienti per te attorno a quel piano.

Per chi ha distrutto il mondo che hai cantato, non darò invece né pace né tregua. Secondo il principio per cui “non è disdicevole dare la morte a chi ci ha reso invivibile la vita”, non avrei alcuna remora ad augurarmi persino l’arrivo vendicatore dell’ISIS per procurarmi un’occasione di resa dei conti definitiva con i figuri culturali e politici sopra elencati. Essi non hanno avuto remore quando si sono imposti nella storia che falsificano!
Non dimenticate: sanno solo mentire. Gli episodi, i particolari, sono importanti. Li vedo gridare ai quattro vento che “bisogna difendere la cultura e il sapere”. Sono gli stessi che esaltano ancora come eroi i gappisti che hanno sparato in faccia al filosofo Giovanni Gentile nascondendo l’arma fra i libri di scuole e fingendosi studenti. Questo è il loro “amore per il sapere”, la loro “filosofia”. Mi dovevo sorprendere che nella loro scuola non ci fosse libertà di pensiero? Che la scuola gentiliana fosse “fascista” poi, è effettivamente un concetto passabile, paradossalmente, solo prendendo per vera proprio la propaganda del ventennio: nella realtà era semplicemente la scuola capace di vedere l’ascensore sociale nell’oggettivo merito di studio (quello che i vari Don Milani, più dannosi di un bombardamento alleato, hanno sempre disconosciuto) e le radici del futuro nazionale nell’identità storica figlia della Grecia e di Roma (e per questo in grado, nonostante il sessantotto, nonostante i professori comunisti, di educare ancora i volenterosi del sapere). Il mondo “culturale” che critica Vanzina è quello che ha distrutto quella scuola (anche solo perché ormai non vi si parla più l’Italiano).
Quelli che oggi criticano i “populisti” che “non sanno coniugare i congiuntivi” sono gli stessi che, fino a vent’anni fa, elogiavano l’abolizione del congiuntivo in favore dell’indicativo dopo “penso che”, sono gli stessi che ai tempo della “Voce” denigravano i “rondisti” per la loro volontà di preservare la lingua poetica, la lingua di Dante e di Petrarca, giunta quasi intatta fino al Leopardi vincendo miracolosamente i secoli, magari nell’ultimo secolo danneggiata dai cretini come Palazzeschi, ma ancora forte nella lirica di un D’Annunzio. Dopo aver plaudito alla distruzione della “lingua colta” in favore dei dialetti e della “lingua delle plebe” (già dalle opere di Pasolini e del neorealismo) osano ora proporsi come difensori della cultura?
Quale cultura? Quale sapere? Avete lasciato Petrarca in poesia e Boccaccio in prosa in favore di ragionieri improvvisatisi poeti e di sessantottini impegnati nel giornalismo! Serve proprio una parola tratta da Vacanze di Natale: “mavaff…”.
Quegli stessi intellettuali progressisti che oggi criticano i cinque stelle perché “vogliono l’anarchia”, non “capiscono l’importanza delle elite” sono quelli che cinquant’anni fa gridavano “vietato vietare” nel Sessantotto e che hanno attaccato la scuola gentiliana proprio in quanto “scuola d’elite” (e quindi non “popolare”). Si lamentano che oggi le generazioni allevate dalla loro scuole senza lettere, senza principio di autorità e senza culto delle elite non vogliano accordare loro alcun “diritto da elite”. Bene fanno! Non sono degni di essere un’elite di alcun genere.
Credono di risolvere tutto dichiarandosi “antifascisti”. Potranno accusare, se vogliono, il fascismo di aver rovinato la vita di chi è stato giovane nel ventennio, dibattano gli storici su questo (possibilmente senza minacce legali). Ma a rovinare, da ormai più di vent’anni, le nostre vite, non possono più essere stati i fascisti. E nemmeno i “nazionalisti”. Sono stati proprio gli amichetti dell’antifascismo, la finanza internazionale, la magistratura democratica, i “filantropi” della “società aperta”, assieme in particolare, guarda caso, a tutti quelli che “piangono” i “torti” subiti dalla storia (non solo nel periodo fascista). Sono gli internazionalisti (che sono riusciti a rovinare persino i corsi di ingegneria!) ad aver distrutto l’Italia degli Italiani, ad aver “riunito” i figli dei borghesi e quelli dei proletari nel nuovo eterno precariato (come dice giustamente Diego Fusaro), ad aver reso antisociale il capitalismo.

Hanno perso oggi la politica, ma mantengono ancora magistratura e cinematografia.
Perché è chiaro: come un tempo era proprio quell’Orazio pronto senza alcuno scrupolo a fare della propria arte un mezzo della propaganda augustea (tanto da inventarsi il “nunc est bibendum” alla morte di Cleopatra e la vecchia menzogna del “dulci et decorum est pro patria mori”) a criticare in Plauto la disposizione “a scrivere commedie solo per far ridere il popolo e guadagnare”, oggi sono i registi e i critici servi del potere culturale sinistro a criticare Vanzina come “autore commerciale” e a non volerlo porre alla pari di un Visconti o di un Monicelli. Ebbene si dica: Visconti e Monicelli hanno prodotto capolavori immortali (io stesso vorrei avere “Il gattopardo” e “la caduta negli dei” da proiettare nella mia tomba, assieme ad “Amici miei” ed a “Brancaleone alle Crociate”), ma il contenuto di quei capolavori era anch’esso propaganda politica filocomunista, né più né meno di quello di Orazio per Augusto. Anche il genio al servizio della politica. Proprio questo significa “potere culturale” (a proposito, si ristudino Gramsci questi retori dell’antifascismo).
Quando si dice che “non facciamo della legalità una questione di destra” non la si dice tutta. Per decenni la sinistra ha avuto a disposizione il cinema per mandare messaggi come quello di “guardie e ladri”, dove Aldo Fabrizi, carabiniere, ha quasi dispiacere nell’arrestare il ladro Totò (che ruba per sfamare la famiglia). Tale visione del mondo, estesa per mille film in mille contesti, produce ancora oggi l’effetto culturale di giudici che, nel dubbio, condannano il proprietario che si difende dal ladro, risarciscono il delinquente che si è introdotto per rubare e si è fatto male, prendono la casa a chi ha ucciso un bandito che ha delle donne per piangerlo!
E lo stesso si potrebbe dire con mille esempi per le sentenze a senso unico femminil femministe. Ora la misura è colma. Se non lo capiscono da soli, glie lo si farà capire. Arriverà un bel giorno in cui non saranno più loro a poter minacciare.

Se dovessi dare un consiglio a Salvini (che rischia di fare la fine di Berlusconi senza avere le stesse tv e gli stessi avvocati per difendersi) gli direi di badare al cinema: per la prossima guerra, sarà l’arma più potente. Non solo il parlamento, ma la visione del mondo deve cambiare (e solo una rivoluzione culturale può farlo), se si vuole che gli Italiani si riprendano l’Italia e licenzino chi, da loro pagato, non fa, da decenni ormai, il loro interesse (ma, nel migliore dei casi, si balocca in questioni di diritto teorico). La magistratura deve smettere di essere considerata questa creatura astratta e superiore, inviolabile ed infallibile quale ci viene vergognosamente proposta dai tempi di Di Pietro e tornare ad essere trattata per quello che è in ogni stato reale: un organo al servizio del pubblico bene (che è il bene dei cittadini italiani, non dell’uomo in astratto amato dagli antropologi e dai teorici dei diritti umani) formato da individui influenzabili e fallibili, che da troppo tempo sono stati lasciati alla deriva di “correnti” sinistrorse, ed ora devono essere ricondotti alla ragione ed alla realtà.
Tanto è lontana dall'essere impolitica la magistratura che, fino a quando la sinistra aveva il mito della difesa del lavoratore, non si trovava un giudice del lavoro che desse ragione al datore di lavoro (la Fiat faceva fatica a licenziare o a trasferire persino elementi attigui alle BR), mentre ora che la sinistra ha sposato la causa del liberismo danno torto ai precari!
Non condividono? Condividerà sempre più gran parte della nazione se vanno avanti con certe sentenze! Non accettano? Dovranno accettare se vorranno rimanere, E lo stesso dicasi per i professori universitari. Non è più tempo di mantenere dentro lo stato gente che rema contro. L’esempio d’azione dell’attuale governo turco in materia ha, da parte di me sultano di Costantinopoli, piena solidarietà! Contro i nemici internazionali tanto minacciosi (e stiamo vivendo sulla nostra pelle gli effetti), una nazione deve essere internamente coesa. Costi quello che costi (e non è neanche un gran costo che la parte politico-culturale abituata, da ben più di un ventennio, ad ostracizzare, inizi provare sulla propria pelle cosa significhi l’ostracismo). E adesso criticate pure.

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“E che minchia c’è da criticare, Brigadiere ha scritto? Bene può andare Sig. B., ora ci pensiamo noi”
Il commissario girava la penna a sfera nel caffè ormai freddo: “‘stu Café non serve più a niente”
Gira gira di casi del genere né capitavano ormai quotidianamente, da quando era stato trasferito a Milano poi non si faceva altro che parlare di furti
“Ci hanno rubato il futuro, si futtiru il passato, le minchia di stagioni non sono più le stesse”
Bei tempi quelli di Vigata, un’ammazzatina e si poteva stare in pace per un bel po’ , la gente ci faceva una stagione con un morto, e la smetteva di romperci con la storia del ponte sullo stretto
Di Vigata ormai aveva notizie sporadiche, amici rimasti al paese praticamente nessuno, la fabbrica di amaro era stata comprata e chiusa dai soliti americani, la spiaggia era scomparsa
Un mondo intero inghiottito dalla modernità e dalla delocalizzazione al nord.
Giusto un pasticcere eroico ed un parente cordiale gli facevano ricordare qualche domenica passata dai cugini all’apertura del pacchetto di foglie da tè arrivate da giù
Il suo dialetto era scomparso, le sue abitudini mutate, si era portato avanti con il lavoro ed aveva fatto un po’ di carriera
Cosa pretendere da questi nuovi compaesani? Niente, la solita dinamica del pensare che esista qualcuno che dovrebbe risolvere le cose e tanta nostalgia per un passato così passato ed abusato che manco allungandolo ci si faceva una pasta
“I figli crescono, bisognerà comprare delle valigie nuove “
Ormai la giornata era finita, il problema era tornare a casa in tempo per la partita, stasera Francia-Belgio per le semifinali mondiali.
Una sensazione di fastidio, come di qualcosa tra i denti lo disturbava, pensando alla partita
“Deve vincere il Belgio”, si ripeteva, senza capire il motivo di un’istintiva antipatia per i Francesi
Eppure aveva parenti in Francia, Parigi era stata un po’ cara ma piacevole e come dimenticare la Fenec
Poi si ricordò di un film, “il marchese del grillo” e dei francesi che si ritirano riconsegnando Roma ai preti, lasciando il marchese alla decadenza della sua Roma provinciale
A causa di quel film era nato l’astio per un popolo cialtrone e snob, per aver lasciato il marchese senza Olimpià, condannato ciclicamente a bearsi dei suoi panorami fatti di contadini, ruderi e pecore, in una fuga di persone che per Rima risaliva a Bisanzio.
“Speriamo nell’unione Bancaria” pensò parcheggiando sotto casa, “magari non ci fottono l’euro e si va da olimpià con un ryanair, se non fosse per gli irlandesi Vigata in quattro sarebbero 1600 euro”

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