Margerita
margerita

Racconto dettagliato di un viaggio della gnocca in Thailandia

Pubblico il racconto di un viaggio della gnocca in Thailandia di un amico...

Prefazione.

Due persone che si sono da poco conosciute decidono di fare un viaggio. Condividono alcuni punti di vista, essi dovevano avere sempre gl’infradito ai piedi e alla bisogna, anche dormire sotto le palme. Senza orologio e telefonino. Passare il tempo senza pensieri, scegliendo al momento cosa fare. Entrambi seppur in situazioni diverse hanno viaggiato. Due caratteri opposti.

Uno è fortunato, fantasioso, amante dell’arte e della letteratura, perennemente spinto dalla curiosità, si trova spesso in situazioni sconsiderate.
L’altro è compito, ambizioso, per sentirsi a suo agio deve avere sempre la situazione sotto controllo. “…facciamo questo viaggio, ma dopo mi odierai per tre mesi!”.
Uno è responsabile della cassa e propone il da farsi, “Prima regola, devi fare quel che dico io! Seconda regola, fai quello che vuoi!”. L’altro approva o meno e ci aggiunge del suo.
La curiosità, la conoscenza delle genti, la fortuna, l’esperienza, la sagacia, l’estro hanno permesso di vivere “appagati” per un mese, tra strade, spiagge, isole, feste e vita notturna.
Uno dei due laggiù, incontra per caso un italiano suo amico, fanno amicizia con altri italiani veterani della Tahailandia e decidono di rimanere a Pattaya. Nascono così serate piacevoli, con donnine, birra Singha e Go-go Bar.
Passeggiate o meglio avventure, tra le strade del divertimento, in Wolking Street e a Jomtieng. Nottate passate a osservare la vita notturna sul lungomare, tra duemila donnine e non, che lo frequentano. Il ritorno a Bangkoc per l’ultima serata al Far West..

In giro per il mondo. Thailandia.
Pattaya.

“Povero” am… amico mio! Ha vinto dodici viaggi in un anno! Dieci li ha trasformati in “oro” e gli altri li abbiamo fatti assieme. Carta pre-pagata con millecinquecento euro da succhiare entro dicembre e altrettanti per gennaio. E lo feci. I biglietti li avevamo da mesi, buon viaggio!
Bangkok, era la seconda volta che ci arrivavo. La detestai subito, l’atmosfera è un autentico bagno d’ottani in quella città dal traffico serrato, dal continuo formicolare di gente, dalla frenesia per il cibo, ma dopo un po’ ti lasci andare e ti abitui. E’ così che cominciò a piacermi.
Durante la prima corsa che fai in touch-touch, ti trovi a ridere senza averlo voluto. Allora ti domandi: “Ma come cavolo fanno ad andare avanti così?”. E’ tutto così spontaneamente comico qui.
La prima sera seguimmo la piantina della città e mossi dall’idea di esplorare i dintorni, ci accingemmo a seguire d’istinto le strade. Finimmo a Pat Pong! Riconobbi subito l’entrata della via, c’ero stato diciassette anni fa. Man mano che avanzavo in quella via, riconoscevo o mi pareva di riconoscere i luoghi. Dopo alcuni minuti tutto mi fu chiaro. Percorremmo la via due o tre volte, fin che infilammo un locale e ci bevemmo qualcosa guardando le ballerine. Andammo poi sul locale di fronte che ci pareva interessante e anche su quello accanto che non era male. In tutti i locali c’erano ballerine in topless e anche senza. C’era di che perdere la testa e alfine ci trovammo nella stanza superiore di un locale, uno in un angolo, uno nell’altro con due ballerine che ci facevano felici. La festa era lanciata, ma avevamo addosso il fuso orario, alle tre rientrammo.

Ti svegli dopo quattro ore e sei rincoglionito. Fai colazione con gli occhi ancora velati. Bangkok ti culla, si fa tutto con calma qui. Ti agevola… anche quando cammini per le sue arterie più strette ti senti bene. Cammini tutto il giorno e il luogo più comune che incontri, sono le cucine improvvisate per strada. Non tanto improvvisate perché col tempo ho notato sempre le stesse persone nei stessi luoghi. Qua si mangia a tutte le ore, e a tutte le ore, trovi chi cucina. In una laterale vedemmo europei seduti in un ristorante thailandese all’aperto.
Dopo un breve conciliabolo e golosi di assaggiare una loro zuppa, ci sedemmo. Ordinai una zuppa cotta nel latte di cocco, con frutti di mare e speziata. Accanto a noi si avvicendavano alcuni europei, andata via una coppia di danesi, arriva un tedesco. Uno stuart della Lufthansa che da undici anni viene a Bangkoc, e, per il suo modo di parlare lo soprannominai “Esse Esse”. Discorrendo in inglese, mi disse che dopo il pranzo mi avrebbe portato lui in un posto super, per fare i massaggi.

  • Tu non andare da quelle che fanno i massaggi sulle strade grandi!
  • Dove devo andare che non conosco la città?
  • Tu vai sulle stradine piccole, là sono professioniste.
  • Davvero?
  • Si, ti massaggiano per due ore con ottocento bath, molto brave! Dopo due ore tu diventi
    stupido.
  • Fanno anche altro?
  • Si naturalmente, dai mancia! Loro fanno tutto. Dammi cinque minuti, vi accompagno, non è
    tanto distante, quindici minuti.
  • Ok.
    298/10Soi Silom28,SilomRd.,Bangrak, Bangkok. Ci fermammo sotto il cartello, gettammo lo sguardo all’imbocco della viuzza e notammo in fondo due ragazze con la divisa gialla, che da una quindicina di metri facevano cenni al nostro amico Esse Esse. Di fronte alle ragazze e dopo una leggera angolatura della casa, c’era l’entrata dello studio. Dalla strada principale non la si può vedere, così allora le ragazze stanno appoggiate al muro di fronte la viuzza per farsi notare. Non ci saremmo mai andati se Esse Esse non ci avesse portati. Mi presentò Lin. Ci raccomandò, e data la sua stazza e l’abitudine a farsi rispettare, stabilì che dare quattrocento bath all’ora più cinquecento di mancia per l’extra, era corretto. Ci strinse la mano cameratescamente e ci salutò. Dopo un ora mi rinvennero in mente le sue parole e lo rividi scuotere la testa a destra e sinistra, con gli occhi semi socchiusi aprire le bocca e dire caldamente: “Loro sono vere professioniste, dopo due ore di massaggio diventi stupido…”. Era tutto vero, due ore che ricorderò a lungo.
    Le vie di Bangkok sono un costante brulichio di vita. Non puoi neanche descrivere tutto
    quello che tu vedi, non ci sono praticamente spazi vuoti è tutto occupato, un po’ come le gallerie dove le formiche si sono in maggior numero addensate e portano appresso di tutto. Alcuni portano cibarie: pane, acqua, ghiaccio, pesce, carne, frutta, verdura e altri con minibancarelle offrono: maglie, ombrelli, cappelli, cinture, stivali, orologi, cassette, accendini, sigarette, dentiere, occhiali e tutto dentro un andirivieni di cittadini di tutto il mondo.
    La temperatura nella seconda quindicina di dicembre è piacevolissima.
  • R. andiamo a pranzare lassù?
  • Lassù?
  • Si dai, almeno lassù le zanzare non arrivano.
  • Ah! Se vuoi ne vedo uno ancora più in alto.
  • Dove?
  • Al quarto piano, non li vedi che stanno preparando un tavolo!
  • Ah si, con le luci spente non ci avevo fatto caso. Voglio quel tavolo.
  • Muoviamoci!
  • Splendido! Come seconda sera, non ci trattiamo male.
  • Mi pare che hai idee piene di buon senso.
    Bangkok emergeva dall’ombra man mano che questa s’addensava, la sua aria umida e satura,
    velava gli ultimi bruciori rossi del tramonto nella direzione dove l’astro arancione s’era dileguato.
    Mezz’ora dopo che siamo usciti dall’Hotel Anantara rinfrescati e lindi, ci troviamo di nuovo in strada. E’ sceso il buio. Sui ristorantini lungo i marciapiedi, i posti erano tutti esauriti. Pranzavano di gran gusto con i bastoncini in mano e le lampadine accese sopra la testa, genti di tutte le razze e professioni.. Stavano li, seduti a mezzo metro dalla strada, come fosse la cosa più normale. Tavoli con famiglie, tavolate di ragazze tutte con la stessa divisa, di giovani, di anziani, di cinesi o altri orientali che distinguevi dai locali per via dei capelli.
    In un’altra strada cominciavano ad allestire un mercato e le bancarelle imbarazzavano il traffico pedonale, così che andando piano sei costretto a guardare cosa vendono.
    Io penso che ognuno nella vita, lotta per una sua ambizione. Ed è una grande soddisfazione quando una persona riconosce su di “te”, la tua intima ambizione. E’ da pochi. Il mio inflessibile amico:
  • Sai ho visto un paio di pantaloni bianchi, fatti benino.
  • Prendili!
  • Pensavo a quest’estate per muovermi in casa, leggeri, di cotone… .
  • Dove sono?
  • Li vuoi anche tu?
  • No, no, non ne ho bisogno.
  • Li ho visti due o tre bancarelle più indietro. Andiamo, fai strada.
  • No no, fai tu strada.
  • Dai su… vai tu avanti! Non mi piace far strada..
  • Ok. Andiamo!
  • Ehi, fermati eccoli qua… sono questi!
  • Questi? Mm sei sicuro che ti piacciono? Vederli qui è una cosa poi… .
  • Vedi? Sono tagliati bene, quando c’è caldo sono freschi. Andare fuori la sera così, mai! Ma
    per casa, vanno benissimo. Ehi… boy, la taglia! Più grande per me.
  • Yes, Yes.
  • Bianchi, no colorati.
  • Yes, yes.
  • No, è piccola… più grande capito? Meno piccola insomma!
    Non so come facessero a capirsi… il mio impaziente amico gesticolava eloquentemente per un europeo, ma per un orientale questo sistema non era concepibile, ma si capivano… . Eccome se si capivano, quando alzi la voce loro si ritraggono. Per noi italiani parlare forte non è un problema, il problema è loro poiché capiscono che ci stiamo arrabbiando. Sono piuttosto timide le genti di questa contrada.
  • R! Forse non ne hanno, ma mi sembra che sia della tua misura quello che hai in mano,
    guarda che taglia è?
  • Si, ma qui le taglie non sono sempre uguali, voglio la xxl, capito. Questa troppo piccola! Dai
    Sbrigati boy… .
  • Però sono belli questi tre tagli laterali, mi piacciono.
  • Dove si provano… Ehi boy… madame insomma, camerino?
  • Questa porta.
  • Che sudate, oh qua dici una cosa ma non capiscono.
  • Per forza, non parlano bene inglese, e tu li tratti come se fossero i tuoi dipendenti… .
  • Come mi stanno?
  • Beh d’estate, in giardino o quando siamo in piscina a casa tua, con quei pantaloni… si, certo
    può andare. Vuoi che le chieda quanto costano?
  • Mi ha scritto il prezzo sulla calcolatrice.
  • Quanto?
  • Vuole cinquecento, io dico che con trecento li portiamo via.
  • Vuoi trattare tu l’affare? Beh dai, quasi quasi se riesci a spuntare il prezzo a trecento l’uno
    allora li compro anch’io.
  • Eh, sono sicuro che stanno meglio a te, che a me…vedrai. La taglia che hai provato prima di
    questa, era quella migliore.
    • Erano questi?
  • Si erano quelli li! Ehi boy! Money… quanto? Fammi vedere! Nooo ma stai scherzando?
    Dammi la calcolatrice: vediamo… ecco così!
  • No mister… e… e… nuovo prezzo, guarda!
  • No no… vado hotel, capito vado via.
  • Dimmi il tuo prezzo. Scrivi qua, si.
  • Dammi qua... dammi qua la calcolatrice… ecco. Questo e non un centesimo di più.
  • No mister… .
  • Ma io te ne compro due! Capito? 600 bath, tciu pantaloni.
  • Due pantaloni 600 bath, va bene.
  • Riproviamoli prima di comperarli, non so più se erano questi, i pantaloni di prima.
  • Vedi che a te stanno bene e a me invece... no, non li voglio più, mi tirano li. Ehi garcon non
    mi vanno bene, vedi tira qui, non li voglio più.
    Guardavo divertito il mio inalberato amico indicare la patta, mentre la tela tesa disegnava una imbarazzante “V” con un gonfiore che partiva dal cavallo dei pantaloni.
    La negoziante e la sua commessa, a cui lui si rivolgeva indistintamente dando del maschio, mi facevano compassione e per non rovinar loro la serata comprai io, un paio di pantaloni.

Mio imprevedibile amico! Non li ha più voluti lui che gli servivano, e alla fine, li ho presi io, che non ne avevo bisogno.
Girammo alcuni locali di Pat Pong, sempre con i pantaloni dentro il sacchetto di plastica, non lo mollai mai quella sera, ora il suo contenuto è nell’armadio di casa mia. Provai un brivido quando all’uscita dell’ultimo locale tastandomi il fianco non lo sentii subito, era annodato alla cintura ed io rivestendomi l’ho inavvertitamente spostato dall’altra parte.
Al mattino seguente dopo la colazione, prendemmo gli accordi per il pernottamento della sera prima del volo. Domani mattina si parte per Pattaya. Facemmo quattro conti e convenimmo fermamente di porre un freno alle nostre bizzarrie. E fu così che per darci una dimostrazione di senno e sapere, finimmo per fare un summit sulla dissipatezza e insipienza, avevamo divorato ottocento e trenta euro in poco tempo. Avremo potuto far anche peggio, in quel posto di matti. Ma per fortuna che c’ero io, che ho la testa a posto!
Il pomeriggio del giorno seguente ci trova a Jomtieng, passeggiamo sul lungomare a casaccio e ci infiliamo tra ombrelloni variopinti e sdraie a strisce. Fantasticando su come avremmo fatto a rintracciare un italiano in Thailandia, non sapendo il suo preciso nome, e senza alcun numero di telefono. Il litorale conta di cinque chilometri a Pattaya e altri tre a Jomtieng. Rientrando dalla spiaggia, sempre in fila indiana, percorrevamo a ritroso il viale del lungomare. Il mio imparziale amico:

  • Senti Mauro, credi che sia possibile rintracciare quel tuo amico?
  • No, non credo, perché quando ho scritto sulla guida, il nome dell’hotel, dove l’anno scorso
    alloggiava, non sapevo che quella parola è qui usata comunemente per indicare ristorate, pensione, albergo. Per esempio: “Pensione…” Umberto !° di Savoia, oppure “Pensione“ Alisei, oppure come: “Ristorante“ Silver Spoon, oppure “Albergo“ Bellavista, intendi cosa voglio dire?.
  • Mm si. Hai guardato sulla guida qualcosa, mi pare… .
  • Si, ma non ne ricavo niente.
  • Non importa, non abbiamo tutto quel che ci serve per divertirci, no?
  • Stai a vedere!
    Il mio sguardo si era appena appoggiato su un gruppetto di europei seduti su una panca di cemento e si era subito fermato sulla faccia abbronzantissima di uno di loro, obbligandomi a guardarlo meglio, conoscendo me stesso fino in fondo alla coscienza, capii in un millesimo di secondo che lo conoscevo, e sapevo che era “lui”. Sotto lo sguardo perplesso del mio imparziale amico, non persi tempo in esclamazioni, ma mi avvicinai tranquillamente. Sedendomi, mi misi di fronte “lui” e guardando il mare in direzione, poco sopra la sua spalla , dissi a tono di dialogo:
  • Mi riconosci?
  • Ma… Ma… Ma… Mauro! Ma… ma… ma cosa fai qua? Ma va… va… fanculo!
    Impossibile… un compaesano… ehi gente… cosa mi è capitato, un compaesano qua… .
    Cominciò a balbettare, si alzò in piedi e barcollando dallo stupore, continuava a ripetere le stesse frasi, come in uno stato confusionale.
  • Mauro, è lui?
  • Si è lui, quello che cerchiamo!
    Mi viene da ridere, trovato al primo giorno. Da non crederci. Da quel giorno e per tutto il mese pranzammo quasi sempre insieme a lui. E’ prodigo di esempi, è uno che ti dà soccorso, anziché consiglio. La sa, secondo me, lunga su quale sia la peggior o la migliore moneta con cui si possano pagare gli amici. Bepone è buono, e sono contento che sia così.
    A tavola quella sera conobbi otto italiani, e i Go Go bar delle vicinanze. La mattina dopo Bepone ci fece da cicerone a Pattaya, ci disse per filo e segno la storia di almeno una decina di Ristoranti e Go Go bar, prima di cominciare la Wolking Street.
    Li c’era una bolgia, una arteria impazzita del mondo, una calamita che attira le persone, un vortice di sensazioni. Wolking Street due chilometri di sesso.
    Una sera, prendemmo una laterale di W.St., dopo duecento passi entrammo in un locale che i nostri amici ben conoscevano. In mezzo ad ogni tavolo c’era il palo d’acciaio per la Lap Dance.
    Alcune tavolate ne avevano tre. Dal tavolo di fronte partirono applausi verso le ballerine che cominciavano il loro numero. C’era un australiano che era tutto un sorriso, la ragazza gli si avvicinò e gli mise in testa come una specie di casco, quando si fu tolta dalla vista, vedemmo che si trattava di un affare maschile ben piantato. La ballerina a tempo di musica gli si sedette in testa. Questi erano ben allegri e tiravano fuori i soldi in anticipo sul numero che le ballerine dovevano fare, a loro questo piace, vedemmo come si apre la bottiglia, come se tirano i dardi con la cerbottana, come si centra con la palla da carambola il bicchiere, come si tirano su i soldi da terra sempre usando la patatina, la patatina che fuma… ed altro.
    La mattina seguente in spiaggia facemmo conoscenza con gli altri italiani della compagnia. Erano tutti pensionati, alcuni erano venti anni che venivano qua, altri addirittura trentacinque. Beppone ci presentò la compagnia ad uno ad uno. Giorgio un signore di Borgomeduna, Primo il capo della compagnia di Bergamo, Ernesto, Gigio, Nando, Francesco, il francese “vicentino”, Bepi Piscina, Podavini G.Pietro appassionato di moto e macchine d’epoca e grande amico di Primo. Mi sarei ben ricordato di questi momenti di presentazione, quando dopo tre settimane li avrei rivisti abbracciati ruzzolare nell’acqua del bagnasciuga, cercando di aiutarsi a vicenda a scendere dalla barca. Il nostro inaspettato arrivo creò un fermento che fece fatica ad assopirsi.
    In spiaggia il mio inesorabile amico dormiva. Reduce dalla notte di Natale appena trascorsa.
    Ieri, infatti, dopo la cena andammo in W. St.! Frugammo un locale dove Bepone mi disse:
  • Stai appoggiato lì Mauro. Perché vedi la colonna… l’ho pagata io, io e Sandrone eravamo
    ogni sera in questo tavolo qui.
  • Come sarebbe a dire che l’hai pagata tu e un altro.
  • Perché appena aperto, io e il mio amico, con tutti i soldi che abbiamo lasciato in questo
    posto gli abbiamo pagato una colonna e anche… anche!
    Fu una nottaccia, io e R. camminavamo in fila indiana. Facevo strada io e lui seguiva.
    Eravamo in due, ma procedevamo come una fila di soldati, che si preparavano a calare in una città. Non c’era tanto spazio vuoto per girarsi tra le persone, e, per muoversi meglio in W.St. ad una certa ora della sera, chiudono la strada e tutto il mondo converge in questa via.
    Passi sempre in mezzo a labbra che ti chiamano, a braccia che ti attirano, sei in mezzo ad un corridoio di donnine, trans, lady boys, gay, lesbiche e attorniato da luci, colori, costumi, suoni, profumi che fanno allegramente festa insieme.

    Dopo W:St. prendemmo un taxi per rincasare e in taxi facemmo conoscenza con Baccalao, un norvegese, che non ci permise una sola volta di pagare. Vicino alla sessantina, aveva una vitalità impressionante, appreso che eravamo italiani e da poco arrivati, entusiasta ci fece lui da cicerone in altri tre o quattro localini. Bevemmo credo otto wiskys e sei birre. Aveva una fabbrica al nord, dove oltre alle aringhe lavorava il “Baccalao”, credo alludesse al baccalà. Di cose interessanti non gliene cavai di bocca. Seguitava solo ad insultare la gente locale, ma era certamente conosciuto ed era generoso con i soldi.
    Il mio implacabile amico dormiva sempre. Sempre, e sempre al sole. Io osservavo, ascoltavo, e dialogavo con tutti. L’esperienza e l’età, portano le persone ad esprimersi ognuno alla sua maniera, forse per paura di dimenticare, riducono ciò che ti devono dire in un sunto, che ti obbliga a riempire da te il racconto nelle parti mancanti.

    • Mauro! Senti cos’è successo a uno. Che è uno particolare, ma non vuole essere fotografato, e non so neanche se ti direbbe niente della sua vita, ma quello li, ne ha da raccontare di tutti i colori.
      Lo chiamavano “Ringo”. Ti interessa? Perché vedo che scarabocchi sempre!
  • Ti sto ascoltando! Risposi schiettamente, mentre in stenografia prendevo appunti.
  • Questo Ringo si trovava nello scompartimento di un treno, dentro la metropolitana di New
    York, seduto vicino ad altri passeggeri. Iniziano a conversare. Una donna gli dice che sua sorella si è sposata in Italia con un italiano e ha avuto un figlio che si chiama Massimo. Ringo le chiede come si chiama il padre. Lei gli risponde “Ringo”. E lui: “Io sono Ringo!” . “Non è possibile!”, e cominciano a darsi le descrizioni, si mettono d’accordo e vanno a casa della sorella.
    Ringo ritrova l’ex moglie e vi rimane tre mesi, poi da giramondo che era riparte alla volta della Svezia. Hai capito?
  • Che storia pazzesca… .
  • Tu gli assomigli!
  • Io…?
  • Stai attento, qua sembra tutto facile, ma non è così, tu sei un “Fallang”. Sai cos’è un fallang?
  • No.
  • Per loro noi siamo la gente dal naso lungo! Fallang. Quello che deve sempre pagare. Qua
    non capiscono mica come da noi. Se tu gli vuoi far capire che hai tanta sete, loro capiscono che non ne hai. Al contrario… come i gamberi, e non puoi neanche alzare la voce, perché prendono subito paura. Se insisti non ti ascoltano più e tendono a seguire sempre la loro maniera. Sono cocciuti peggio di un mulo. Non li togli fuori dalle loro idee. Qua funziona così, non puoi farci niente! Vuoi un esempio.
  • Si.
  • Allora ascolta questa, appena arrivato qua, otto anni fa, quando sono andato in pensione, ho
    conosciuto un italiano. Mi pare sia morto due anni dopo, non ho più saputo niente, mi ha raccontato che una sera la sua morosa Thai, arriva da lui piangendo disperata. Devono tagliare una gamba a suo padre, ferito in un incidente stradale. Le servono cinquemila bath! Qua o paghi o non ti curano, e allora? Il fallang paga! Il giorno dopo lei arriva tutta felice e mostra a lui e ai suoi amici, la bicicletta nuova! Il fallang le chiede:
  • Quanto costa la bicicletta nuova?
  • 5000 bath!
  • E tuo padre?
  • Guarito!
  • Hai capito Mauro? Il papà è guarito… dei soldi faccio quel che voglio. Neanche da pensare
    che tirino fuori qualcosa per te, anzi devi sempre dare.
    Seguirono altri esempi, poiché ben presto imparai che vige in quel tratto di spiaggia, dove di fronte, c’è un isola tanto muliebre che ha la forma di un culetto; una regola, che consisteva nell’informare i nuovi arrivati, per tenerli lontani dai possibili guai.
    Passammo i pomeriggi di Natale in spiaggia e le notti nei Go Go Bar, dove si gioca a carambola con le ragazze del locale. Il mio ingegnoso amico, ha la passione per la carambola e ha un biliardo a casa. Rende la vita dura agli avversari, in un mese, ricordo benissimo di aver vinto solo due volte contro di lui. Nei Go Go bar, che spesso sono uno accanto all’altro, vai per far conoscenza con le “donnine”, ma ci sono assieme a loro, anche gli immancabili lady boy.
    29 dicembre. La sera siamo a cena con Bepone e la Naam, dopo esserci lasciati, ci troviamo satolli a crocidare come cornacchie sulle sedie di un “Go Go” bar. Una tipa niente male mi circonda di attenzioni. La lascio fare, le offro un drink e parla, parla e ride. Ad ogni pausa mi guarda negl’occhi, riflette e sorride, sta giocando, sa di essere bella. Ha due occhi neri indefinibili emana una gioia di vivere che mi ricorda l’infanzia. Mi mette le mani al collo e mi stringe tra le braccia. La sete era notevole e le bottiglie di Singha traghettavano volentieri il loro contenuto nelle nostre gole polverose, la ragazza beveva un’altra marca di birra la Leon.

Dopo vari drink il mio amico mi dice:

  • Ma non vedi che gli piaci! Portatela via no?
    Dopo mezz’ora camminavamo in direzione del mio letto. Mi si era come fusa addosso, si staccò una volta sola e solo per prendere dei fiori e metterseli tra i suoi lunghi capelli. Non parlava bene l’inglese, ma la naturale gestualità del suo corpo, era più che seducente! Vicino a lei mi sentivo adorato, rifocillato da un benessere che da tanto non assaporavo, rinvigorito da un’energia che mi cresceva dentro, eh si… col sangue che mi girava a mille, e la prospettiva del letto sempre più vicino… chiunque si sarebbe sentito come mi sentivo io.
    Una cosa mi colpì inaspettatamente, essa per due volte in quel tragitto si girò per sputare. Come fosse la cosa più naturale, si gira sul fianco opposto e senza alcun rumore lascia cadere a terra un fiocco di saliva bianca. Si gira, ride, mi abbraccia, mi stringe forte per alcuni secondi poi riprendiamo la strada. Mentre mi stringeva pensavo: “Questa ha bevuto, speriamo che non sia ubriaca”. Non era ubriaca. La gente di questa contrada è pulita, dicono di avere l’abitudine di farsi almeno sei docce al giorno. Ella segue tutte le misure di sicurezza per tutelarsi la salute. Con la pelle ancora umida dalla doccia si stese sopra di me… .
    Avevo le mani ansiose, e lei labbra vellutate, dolcemente mi chiuse gli occhi con un bacio, mentre i sensi accendendosi mi rendevano più libero, un vortice delizioso di emozioni cominciava a girare sempre più forte dentro di me, prendendomi pelle ed animo fino ad esplodere affannosamente in un lampo sensuale che non finiva mai e spegnersi come dentro un piccolo sonno eterno.

Quando lentamente sentii il mio corpo ravvivarsi, avrei voluto non riaprire mai più gli occhi, dovetti invece farlo. Le osservai la faccia addormentata. Nella penombra i lineamenti rilassati del suo volto mi piacevano, si era addormentata su di me, rimasi immobile un quarto d’ora, poi con molta attenzione la destai. Aprì gli occhi, si tirò su un attimo, poi si rimise su di me.
Dopo mezz’ora eravamo di nuovo al “Minnie Bar”, ordinammo una serie di Singha. Alle due i locali chiudono, io e R. ormai eletti apostoli di bacco, salutiamo tutti e ci dirigiamo verso il lungomare in cerca di nuove ebbrezze. Dovevo fare strada io, R. come al solito si distrae con le bellezze locali e devo stare attento a non perdermi. Quasi non ricordavo più dove dovevamo andare, avevo come… la memoria che andava e veniva.
Mi muovo tra i meandri di una contrada che da poco conosco, con la mente ottenebrata dalla Singha. Scopro che a momenti mi sento lucido e perfetto, mentre a volte una nebbia mi assale la zucca e la ragione funziona a corrente alternata. Allora mi veniva da pensare che io cambio tutti i giorni e che quindi la mia esperienza in fin dei conti, è stata fatta da uno che non sono più io!
Parlare in quei stati mi piace, ma a volte capisco una cosa per l’altra e ne vengono fuori degli equivoci impossibili. A un certo punto, mentre ero perso tra i miei soliloqui, il mio amico mi afferra deciso il braccio.

  • Stai attento che ci sono le macchine!
  • Ah perché, c’è anche la strada?
  • Ah benone, siamo giunti all’incrocio, dove si va adesso? Dobbiamo attraversare?
  • Orpo… ma abbiamo sbagliato strada! Dobbiamo tornare indietro.
  • Sei sicuro?
  • Certo! Ci sono già venuto qui io con Bepone. La nostra è la terza strada tornando indietro.
  • Ma mi pareva… che dalle casette, alla Soi 5, non c’era tanta strada.
  • Va bene andiamo giù di qui che tanto si arriva sempre al lungomare.
  • Sei sicuro? Perché io qua mi sono già perso d’orientamento.
  • Non ti preoccupare, andiamo a vedere se è ancora aperto il bar della Puy.
  • Quale?
  • Quello vicino a noi, dove c’è quella bella… con gli occhi neri.
  • Si, ho capito quale, ma non mi viene in mente il posto!
  • Quello dove mi sono fermato a parlare con la norvegese l’altra sera.
  • Ah si! Ma se è chiuso, cosa facciamo?
  • Andiamo a mangiarci un kebab!
  • Mi sembra sai, che tu hai sempre delle ottime idee… in Italia non l’ho mai voluto assaggiare
    e qui tu adesso mi hai convinto a mangiarlo. Ma come fa a venirti fame alle quattro di notte dopo tutto quel che hai mangiato, bevuto e… e… stai attento, ti sporcherai!
    Non risposi, trascinato dagli eventi, avevo la testa che passeggiava per conto suo. Ormai ero andato con la mente al bar di Puy, mi pareva già d’averla di fronte. La mia mente delirava fantasie incomunicabili, mi si offuscò qualcosa dentro e non feci buon uso del sentimento. Esternamente davo a vedere di essere normale e di rispondere in modo appropriato, ma dentro avevo… il caos.
    Come stordito, fluttuai con la mente fulminata nell’aria per un po’ di tempo, fino a che una voce determinata mi afferra per le caviglie e con le sue mani fredde, mi rimette con i piedi a terra.
    • No Lady Boy!.
      Da un pianerottolo, mi giunge il rumore dei passi decisi del mio amico che scendono dalla scala in legno.
  • Che cazzo succede? Mi domando. Sta andando via. Lo chiamo.
  • Ehi R ... . Niente. È già andato. Ma che cazzo è successo?… Come? Lady Boy? Mi giro
    verso la tipa che sta cambiando le lenzuola e gli chiedo senza tanti complimenti.
  • Are you Lady Boy?
  • Yes!
  • Ma pork... . Vado nel pianerottolo, aspetto due secondi, poi entro nell’altra stanza. La tipa
    sdraiata sul divano, è visibilmente contrariata. Gli chiedo in inglese:
  • Dov’è il mio amico? Non mi risponde, si scrolla le spalle alzando un poco il braccio, come
    per mostrarmi l’uscita.
  • Cosa è successo? Mi guarda in silenzio e dice di non capire. Sta arrivando l’altro, s’avvicina,
    si parlano nel loro idioma, poi mi si rivolge.
  • Andiamo nella mia stanza.
  • No grazie, ho cambiato idea.
  • Perché?
  • Se il mio amico è andato via, vado via anch’io. Non ci sono problemi.
  • Dammi cinquecento Bath.
  • Io non ho soldi, hai visto anche tu, quando ho dato tutti i soldi che avevo al mio amico..
  • Perché glieli hai dati?
  • Perché, me li ha chiesti.
  • No, tu hai ancora soldi.
    Non l’ascolto più. Tra i fumi delle birre che albergano nella mie mente, iniziò a farsi sentire il classico campanellino d’allarme rosso, che richiama la mia coscienza dalla villeggiatura all’erta; sto finendo nei guai: anzi sono nei guai.
    Nando ci aveva avvertiti: < State attenti a quelle delle motorette sono terribili, se non le paghi chiamano subito la polizia e sono dolori. Se ti succede qualcosa, paga quello che ti dicono e finisce li >.
    Anche Giorgio mi aveva raccontato di uno che si è visto arrivare la polizia, dopo che aveva pagato. <Lei diceva che lui non aveva pagato, la polizia dà sempre torto al fallang e così si è fatto due giorni in prigione, duemila euro alla polizia per il disturbo, e pagare di nuovo quella pia meretrice. Ti conviene prendere una dei Minibar, dai mille bath a lei, e trecento alla padrona del bar e te la porti via, sei sicuro che non ti succedono cose strane, quando hai finito la rimandi al bar. Quando dopo un po’ le conosci… diventano meno preziose. Quelle sul lungomare costano cinquecento, ma sono terribili, ti addormentano e ti portano via tutto. Non portatele mai nella vostra stanza! Voi non potete sapere chi sono, e se succede qualcosa valle a trovare tu… mentre quelle dei Go Go Bar, sono sempre rintracciabili >.
    Ogni tanto ritorno in me e la nebbia comincia sempre più a diradarsi ho bisogno di essere lucido per cavarmela. Cerco disperatamente di ricordare come faccio a trovarmi in questa situazione, poi ecco che piano piano, comincio a ricordare: “Accidenti, non potevamo invece andare da un’altra parte… ah si, dalla Puy era chiuso… il kebab, il lungomare, noi che mangiamo il kebab, ci sporchiamo, due ragazze ci guardano e ridono. Scambio di sorrisi… un’altra s’aggiunge alle due e siamo invitati nel loro appartamento, parla sempre Maria, le due gnocche tacciono sempre. Anche il Corano parla per alcune pagine della figura di Maria. Maria parlava e Mauro rispondeva… traduceva, rideva, sempre composto nelle apparenze, almeno…”.

Ore tre di notte, Maria lavora in un’agenzia turistica e parla bene, mi distrae, le altre sono massaggiatrici e una è la proprietaria. All’improvviso sento la voce del mio invaghibile amico che mi dice: < Dammi i soldi!>. <Quanti?>. <Tutti, tutti i soldi che hai, so io come si fa!>. Si arrangia lui per le trattative. Io sono tranquillo . Una tipa riordina la stanza, Maria se ne va e all’improvviso, colpo di scena: ”No Lady Boy! Accidenti… non mi piace Lady Boy”, e se ne va senza aspettarmi.
Ha pagato ma ha fatto i conti senza l’oste. Il Lady Boy dice che i soldi che il mio amico gli ha dato sono per lui. Il parabolico che è con me vuole soldi. Ma io, i miei glieli ho dati al mio amico che ora se ne è andato. Come finirà? Mi sento tirare, è il parabolico che mi dice di seguirlo. L’altro, presa la borsetta esce. Mi porta nella sua camera.

  • Tu hai fatto una cosa brutta. Tu devi darmi cinquecento bath.
  • Tu hai visto quando ho dato i miei soldi al mio amico, lui ha pagato tutto.
  • Non ho ricevuto soldi.
  • Li ha dati alla tua amica, chiedi a lei, io non ho altri soldi.
  • La mia amica non mi darà mai soldi, adesso sono suoi e tu devi darmi soldi.
  • Sono sicuro che il mio amico ha dato duemila bath. Glieli ho dati io e tu hai visto.
    Non risponde, medita, telefona un paio di volte. Io non parlo, abbassando gli occhi come per dormire e senza mai chiuderli del tutto, rifletto sdraiato, mentre osservo quello che fa il parabolico, mi chiedo come cazzo farò a cavarmela. Devo dire, che con il termine “Parabolici” Gigio, un simpatico lavapiatti in pensione del lido di Venezia., definiva i lady boy.
    Dopo un po’ di tempo ritorna l’altro e si mettono a discutere con una contenuta aggressività. Capisco subito chi è il capo. Il titolare è, quello appena arrivato! Dopo altri cinque minuti di silenzio ricominciano a farmi richieste. Dico che ho dato duemila bath all’amico e che quindi ha pagato per tutti e due. La padrona dice di aver ricevuto solo mille bath. La mattina dopo appresi che aveva ragione. Ma in quel momento non lo sapevo e mi impuntai sui soldi.
    Il parabolico cambia tattica. Si avvicina fa più volte per toccarmi. Salgono alti i miei “No”. Vorrebbe farmi… ma io non voglio. Gli ripeto che non posso dargli denaro… solo perché i miei soldi li ha l’altro.
    • Poiché non ho consumato, perché non mi lasci andare?
  • Tu devi darmi cinquecento bath.
  • I miei soldi li ho dati tutti al mio amico.
  • Andiamo all’ Hotel e ti fai dare i soldi dal tuo amico.
  • Come parli bene l’inglese adesso, eh? Può darsi che tu… anche, capisca l’italiano!
    Mi avvicinai per vezzeggiarlo e continuando in lingua italiana, gli dissi affettuosamente agitandogli l’indice davanti alla faccia:
    • …eh? Guarda che faccia da… che hai? Eh? Sei un figlio di puttana tu, eh? Mi vuoi inculare cinquecento soldi, eh?
  • Non capisco.
  • Lo so… lo so... .
    Si incavola, poi parlando nel loro idioma, mi fanno capire che mi vogliono mettere le mani in tasca, per vedere se ho soldi. Non permetto loro di mettermi le mani in tasca, poiché avevo con me tutte e due le chiavi delle cassette di sicurezza. Nel tardo pomeriggio eravamo andati a prelevare soldi dalle cassette in banca e non avevamo riportate le chiavi in Hotel. Tastarono le tasche dall’esterno, cercavano banconote e non fecero attenzione al portachiavi.
    Avevano tastato le fotocopie del passaporto e volevano vedere. Mi alzai mettendo le mani nelle tasche, come per accingermi a svuotarle. Attirai la loro attenzione sulla mano destra, serrando il pugno dentro la tasca e aprendolo un paio di volte, mentre nell’altra tasca, tra le tre dita della sinistra, serravo le due chiavette.
    Mi vollero togliere i pantaloni. Rovesciarono il contenuto delle tasche sul letto. Trovarono le fotocopie e un biglietto da visita di un italiano. Videro sul retro un numero di telefono.
  • Di chi è quel numero di telefono?
  • Di un amico del Barhain.
  • Togliti gli slip.
  • Toglimeli tu!
    Lo fece ed io mani dietro la schiena li guardavo tranquillo.
  • Perché non ti piace Lady Boy?
  • Non fare così, lo sai che sono senza soldi.
  • Andiamo all’Hotel… il tuo amico… .
  • No il mio amico non si disturba. Questa è una storia che è cominciata qui e deve finire qui.
  • Ma io non ho avuto soldi.
  • Il mio amico ha pagato duemila bath a lei e adesso il problema è vostro.
    L’altro visibilmente innervosito si alzò, disse qualcosa al parabolico e se ne andò. Non mi ero sbagliato anche qui i capi si fanno rispettare e i sottoposti devono subire. Lei i soldi li ha ricevuti, l’altro si arrangi, e senza far tante storie. Mi ero rivestito e avevo messo le chiavette sulla tasca con la cerniera.
    Mi condusse nello studio e io mi sedetti in una poltrona. Incurante del tempo che passava, davo segni di assoluta tranquillità, rallentando volutamente i miei movimenti. Dopo cinque minuti il parabolico si alza e sale su per le scale. Rimango solo, la porta è laggiù. Aspetto dieci lunghi minuti, nessuno si fa vivo, mi alzo a vado alla porta. Accidenti è aperta. Dentro di me però, percepisco che la storia non finisce così! Troppo semplice… e non ho mai avuto la sensazione netta di aver in pugno, la situazione. Esco.

Mi incammino verso il lungomare, ma dopo poche decine di passi sento lo scalpiccio nervoso delle scarpe del parabolico. Mi segue, meglio che mi fermi. Mi arriva li vicino e mi dice di seguirlo in camera sua. Non ci penso neanche. A due passi vicino a me emerge dal buio anche l’altro parabolico. Mi aspettava… mi fa sentire qualcosa di appuntito sul fianco, faccio finta di niente e mi riportano sul salone dei massaggi. Mi spogliano di nuovo e si accaniscono su un biglietto da visita. Frugano dappertutto, lascio fare, avendo come prima, cura di celare nelle ultime tre dita della mano, le chiavi delle due cassette di sicurezza.
Sul biglietto da visita che un italiano mi aveva dato c’era anche la traduzione in Thai, il parabolico legge, mi guarda soddisfatto e dice:

  • “Adesso so, dove tu abiti”. Si mette a leggere in Thai, e diventa improvvisamente tutto miele.
  • “No!”. Dissi mentre stavo pensando a valorizzare il biglietto, chiedendone la restituzione. Mi
    toglie ancora i pantaloni per controllare se avessi una tasca interna, poi si interessa d’altro, ancora dico. “No”. Di nuovo parlano tra loro e nominano spesso la parola “Police” in modo che sia da me intesa. Mi siedo, dopo essermi rivestito e mi metto a mio comodo. Loro si fanno vedere seri e molto arrabbiati e parlano spesso al telefonino, io sono tranquillo e comincio a vezzeggiarli, dopo un po’ chiedo:
  • Non c’è niente da bere qui?
    La padrona se ne va, l’altro risponde male ai miei vezzeggiamenti e dice qualcosa, ora capisco di avere la situazione in pugno io, e devo consolidarla. Ribadisco che da qui non mi muovo fin che non mi rende il mio numero di telefono. Il parabolico si incavola ancora di più, e con i loro tipici gesti di stizza, mi lascia solo nel salone.
    Dopo alcuni lunghi minuti esco. Mi butto in una buia traversa che fa da uscita secondaria ai bazar, poiché penso che la padrona uscita poco prima abbia il compito di seguirmi. Esco cautamente da quella viuzza e percorro pochi passi in una maggiore, mi ributto in una laterale. Riemergo in un’altra via principale vado destra, dritto verso il viale del lungomare, mi tengo negli angoli bui, mi fermo venti minuti e aspetto. Nessuno. Splendido!
    Prendo la parallela prima della “Soi 6”, dove alloggio al “Blue Star”, attraverso il buco sulla rete che avevo notato giorni prima e sbuco in un parcheggio, lo attraverso, oltrepasso un giardino e arrivo sulle panche in cemento davanti alla nostra Guest House. Mi stendo su una panca e aspetto mezz’ora, nessuno mi ha seguito.
    Li rividi dopo due settimane, una sera mentre rincasavamo dalla spiaggia, erano sedute su uno scooter grigio mi riconobbero e mi salutarono amichevolmente. Quello che per me era stato un problema imbarazzante, probabilmente per loro… era una cavolata.

       In spiaggia, un pomeriggio ventoso, il mio immortale amico si sta facendo tagliare le unghie, Bepo è in Cambogia e io con la testa sono tra le gambe di una pupa. Il rumore del mare porta lontano la mia memoria a scovare ricordi sepolti. 
    

    Sono a pari distanza dai rumori di una moto d’acqua e di una moto in strada, che passa ronzando fastidiosamente, mentre una thai mi propone i suoi massaggi. Onde, vento, un russo a sinistra con la sua bella, altri che mangiano con tutta la famigliola, tutti fanno ciò che più gli aggrada nella più totale indifferenza degli altri. Passa una ragazzina con degli uccelletti in gabbia, una borsa di plastica gonfiata dal vento rotola rapidamente in acqua, una moto d’acqua sfreccia mentre una super maggiorata emerge dall’acqua, bellissima, ma non come la vergine anadiomene del Botticelli.

Il russo s’è fatto portare un pescione cotto al sale, si mangia, si beve, si nuota, si passeggia, si guarda, in questa spiaggia c’è di tutto. Gli ombrelloni sono piantati sotto grandi alberi dalle foglie palmate. Una villeggiante giapponese tratta l’acquisto di una gabbietta di uccellini. Assisto alla trattativa e penso a come farà a portarseli a casa. Poi con una piacevole sorpresa apprendo dai miei connazionali che sta trattando la “liberazione” di quegl’uccelletti.
Il bagnasciuga è a tre metri e all’orizzonte, diritto in fondo, c’è un’isola che emerge dall’acqua e che sembra la parte terminale della spina dorsale di una carnosa donna prostrata, con le ginocchia e i gomiti appoggiati sul fondo del mare. Si vedevano tutte le isole. Nando disse:

  -    Oggi l’orizzonte è sgombro, si vedono benissimo i promontori e le isole, il tempo cambierà. Sai da bambino leggevo Emilio Salgari, era ambientato in posti da queste parti, forse l’hai letto anche tu e ti ricordi anche le parole che dicevano i  marinai quando per fare le previsioni  osservavano il cielo al mattino: “C’è tanta umidità nell’aria e c’è foschia, non si vede distante, il tempo è stabile”.

Penso al mio bambino e quanto felice sarei se an… .
Il giorno dopo eravamo in una spiaggia a quindici miglia da Jomtieng. E’ una spiaggia militare, per visitarla si pagano cento bath al giorno. Affitti sul posto, tutto quel che ti serve per stare in spiaggia, spiaggia questa per la gran parte occupata da russi. Dove inizia la boscaglia c’è un laghetto e vicino alla sua sponda destra, hanno costruito il retro di un ristorante. Da li arriva un gruppetto di scimmie, un altro arriva dalla sponda opposta del lago e si ritrovano dove la gente porta loro da mangiare. Le scimmie si contendono continuamente il territorio, con divertenti andirivieni, strepitii, strilli, schiamazzi, inseguimenti, ruzzoloni e scaramucce a volte pesanti. C’era un capo-branco che aveva uno squarcio sul collo di almeno tre centimetri di larghezza e sei dita di lunghezza.
A duecento passi da lì, si sentiva il mare allagare fragorosamente il bagnasciuga, Giorgio e Bepone non vollero venire a causa della troppa brezza che in quei giorni spirava. Ma li era bello, là dove il colore dell’acqua diventa, da limpido e sabbioso, ad azzurro trasparente, incoraggiate dall’aria grandi onde si schiantano sulla spiaggia, ed è un divertimento tuffarsi dentro. Delizioso era nuotare fino alle protezioni, girarsi e guardare dall’acqua questa penisola, alta neanche cento metri, con ben visibile la boscaglia di bambù e l’ultimo tratto della strada che porta in questo posto delimitato dalla foresta. Sullo sfondo di questo litorale, tra le palme da cocco ombreggia il ristorante, accanto tre bazar offrono ai visitatori souvenir e frullati.
Gli italiani, ogni settimana andavano in un’altra spiaggia per passare un pomeriggio insieme. Affittavano un pullman e partivano, ci invitarono subito, facevano parte del gruppo anche quattro signore di cui una spagnola. Erano ormai la media di otto anni che queste signore si trovavano per nove mesi all’anno in Thailandia. Avevano avuto professioni importanti durante il periodo del lavoro. Erano molto contente, vedendomi prestare attenzione a quanto mi raccontavano. Si finì col discorrere di vita notturna, Bruna parlava molto volentieri e pure la sua amica spagnola, l’altra signora mi traduceva ciò che non capivo bene. Ad un certo punto della conversazione, quando penso che uno si sia fatto una seppur minima idea su chi gli sta di fronte, chiedo alle signore: <Adesso che ci conosciamo da poche ore, potreste dirmi a parole vostre come mi vedete?>. Da tre di loro ebbi una risposta che ancora ricordava la loro professione. Una mi sorprese del tutto, quella più affettuosa delle altre e mi disse:

  -   Eh, come vuoi che ti veda… sei un bel figone… .  

Andammo un paio di volte anche nell’isola di fronte a Pattaya.
Una sera siamo a cena con Bepone, la Naam sua compagna, Giorgio, io e il mio immutabile amico. Sto parlando con la Naam e sento Bepone chiedere a R.

  • E Mauro cosa combina con le donne?
  • Quello li, fa di tutto… .
  • Ma cosa fa? Si può sapere? Se non vuoi dirlo non importa.
  • Gli strappa i capelli.
  • Ma… i capelli? Io non le ho prese mai per i capelli. R. cosa dici?
  • Ma almeno tromba sul tuo letto!
  • Ma lei non sapeva di chi era… un letto vale un altro! No?
  • R. insomma Mauro ti ha riempito di capelli il letto.
  • Ma io non ho visto i capelli sul letto.
  • Dove allora?
  • Per terra! C’è n’era uno l’ho visto benissimo, era nero, lungo così, era vicino al mio letto… e
    e tu non hai i capelli lunghi un metro.
    Non so da dove venisse e neanche che forma avesse la simpatia che avevo per questo mio improvviso amico. Mi diverte, sa sempre trasformare le cose in un gioco.
    Il pomeriggio seguente Bepone mi sveglia, sono in spiaggia, mi dice:
  • Va a prepararti tra un’ora, tu e il tuo amico andate al Body Massage!
  • Come? Tra un’ora si va al Body Massage! Come si va?
  • Ti viene a prendere un mio amico che ha la machina, andate con lui, io non vengo.
  • Perché?
  • Posso venire se voglio, ma devi sapere che qui le voci girano in maniera che tu non
    immagini neanche, O prima o dopo lei viene a saperlo. Tu non sai che razza di parentele hanno questi.
  • Con quanti soldi devo andare via, sempre per due.
  • Quando hai cinquemila bath, sei tranquillo. Ti costa milleottocento bath, se è brava
    quando paghi gli lasci il resto di mancia.
  • Come funziona il gioco?
  • C’è una grande vetrina con dentro trenta ragazze, hanno tutte un numero, tu ti siedi bevi un
    drink, le guardi, ne scegli una, dai il numero al cameriere e dopo dieci minuti la trovi alla reception che ti prende per mano e ti porta in camera, lì stai un’ora, un’ora e mezza, non di più, dentro le camere sono… .
    Le camere sono ricoperte di raso rosso, il letto ha le lenzuola linde, il cameriere impiegando una decina di minuti, finalmente ci lascia soli dopo aver portato una pila di asciugamani e un cesto di flaconi e saponette. Sul pavimento, la moquette si allarga fino ad un abbassamento in piastrelle che ospita una vasca idromassaggio e un materasso in lattice.
    La tipa che ho scelto ha i tacchi alti, i capelli lunghi e neri come l’inferno, mi dice scherzosamente di sentirsi un po’ cicciona, la consolai dandole ragione, ma era come la desideravo. Dentro la vasca idromassaggio esprimeva la sua arte splendidamente, mi avevano più volte assicurato una professionalità al di sopra di ogni esigenza, era vero! Nel materassino steso sopra un velo d’acqua, venivo irrorato da liquidi tiepidi, profumati e schiumosi che poi lei col suo corpo distribuiva su di me dappertutto. La sua già velluta pelle, scivolava sulla mia persona, il mio corpo insaponato si lasciava scorrere addosso quella leggera figura fino alla schiena, dove sento pungente l’arrivo del suo bacino.
    Mi disse qualcosa in inglese, io compresi solo le parole: … io ti fumo! La lascio fare fino a quando si stende sopra di me, allora le chiedo: <Condom, per favore!> lei mi fa notare sorridendo che c’è già. Non me n’ero neanche accorto, ma adesso avevo capito cosa significava quella frase. Mi par di capire che qui le donne fanno loro, il movimento durante l’amore. E si fanno anche delle belle sudate, non mollano, fino alla tua felicità. Ci tengono, ecco cosa hanno le straniere che vengono da noi, in più delle nostre donne. Rischiano, hanno più coraggio. Vogliono che tu sia felice. Anche se, far felice uno, per una sera, sia più facile che farlo sentire felice una vita.
    Nella sala del bar R. arrivò per ultimo e si fece anche attendere. Era scattato subito per primo, aveva scelto la 145, dalla fretta non aveva neanche consumato la birra, se la bevette poi Giorgio ed ora arrivava tutto felice e contento, dopo essersi fatto attendere un quarto d’ora.

Emanava entusiasmo, come un vulcano che sprigiona nubi di fumo, quando è in piena attività. Ci contagiavamo di contentezza, dimenticando perfino che nella strada per venire fin qua, abbiamo urtato e buttato a terra una vespetta mal parcheggiata e abbiamo pagato un danno che non c’era, ma va ben anche così.
L’ultimo dell’anno lo passai con diciannove italiani. Una serie giusta di antipasti e poi quattro aragoste a testa, per tirare fino a mezzanotte ed aprire qualche bottiglia di vino.Vino che veniva dal South africa, dal Chile e dall’Australia. Il mio impratichito amico volle ordinare, un tre, tre, due, che raddoppiò in un attimo il prezzo stabilito per quel cenone. Non tutti bevevano e così tre Sudafricane, due cilene e tre spumanti rosè australiani per festeggiare l’anno furono quasi sufficienti. A cena terminata non ancora contento, il mio impagabile amico, ordinò altre due bottiglie di vino bianco. Dopo averlo assaggiato convenimmo soddisfatti per la felice scelta.
Di giorno il mare, la sera la baraonda dei posti ci faceva muovere d’istinto tra amori facili e pomeriggi al sole. Venne la sera in cui fummo invitati da un compaesano al suo compleanno. Si è costruito una stupenda villa, con cinque bagni un parco dove ci sono altre due case per la figlia e amici, da loro ci sono spesso ospiti. S’è mangiato benissimo poiché la signora, sua moglie è una Thailandese simpaticissima, è un’eccellentissima cuoca, eravamo in undici uomini.
Come vuole l’usanza, le donne si siedono in un’altra tavola con i bambini, si sta separati qua. Abbiamo distrutto nove litri di vino e trentadue birre da tre quarti.A fine pranzo facemmo quattro passi nel parco per muoverci, tra un discorso e l’altro andammo a vedere la casa dove erano alloggiati gli ospiti. Le stanze del pianterreno erano tutte occupate e in più, fuori nel giardino, stesi su cartoni, c’erano una decina di ospiti. Il mio compaesano mi spiegò: “Qui in Thailandia, l’ospite è sacro; devi dargli da mangiare e da bere. Punto e basta! Chiunque passa di lì può fermarsi. Tutti gli invitati possono portare gli amici, qui ognuno lo dice all’altro. Così una volta preparai da mangiare per quindici persone e me ne trovai trent’otto in più. Cosa fare? Via al ristorante e ordina di nuovo.
Il fallang paga!
Risaliamo sui Pik Up e salutiamo questa squisita compagnia. Fine della festa si va a donne, si girano tutti i Go Go Bar della Soi 1, trascinati da Nando, un signore settantatreenne, con una ottima condizione fisica e dallo spirito giovanile. Ci propone di andare a vedere uno spettacolo di ballo in costume, fatto in un locale di tendenza. Esteticamente lo spettacolo che ci fanno vedere è molto bello, vale la pena di essere veduto. Aveva ragione quando ce lo consigliava. La gente a fine spettacolo diventa generosa e dà molte mance ai ballerini. Le danze e la coreografia erano piacevoli, il corpo di ballo è tutto maschile, gli attori erano vestiti da donne, i ballerini erano bamboline.

Martedì 10, siamo andati sull’isola grande, le due spiaggette erano piene di turisti russi e cinesi, avevo poco distante una bellissima ragazza russa, molto giovane e da quando era arrivata, a sera quando partimmo, non la vidi mai senza la bottiglia di birra in mano. Bellissima e sconsiderata, le russe non sanno darsi un limite. Quando avrà trent’anni sarà da buttare via. C’è di che camminare, conoscere, parlare, guardare in questo arenile che forse non rivedrò mai più.
E’ così calmo, lo scorrere del tempo in questo antro del mondo. Al ritorno salimmo in traghetto per primi, c’era un arietta, ma essendo già occupati i primi posti sullo scafo, salimmo ad occupare quelli del primo piano, davanti alla cabina del pilota. Il quale non si scompose minimamente vedendomi proprio davanti alla sua visuale, decisi così di sedermi per garantirgli la visuale libera. Quando partimmo, all’improvviso un’onda sormonta lo scafo e bagna alcuni egiziani che si erano seduti a prua tra il cordame. Una seconda arrivò immediata e molto più grande, non diede scampo a nessuno, tutti grondanti d’acqua, a noi erano arrivati solo alcuni spruzzi, e ridevamo come bestie, c’erano tanti russi, bielorussi, moldavi, ucraini che ridendo facevano il passaparola con i telefonini per metterli al riparo dall’onde. Io dicevo a Giorgio: <Hai visto che doccia, meno male che siamo saliti al primo piano, se rimanevamo la sotto sai che lavata?>.
Guardavamo la prua del traghetto che virava controvento per mettersi in direzione delle onde. In un momento la situazione cambia, si alzano le onde in abbondanza che cominciano a frustare gli egiziani i quali ormai tutti inzuppati, rimangono seduti ai loro posti. Poi si verifica l’impossibile, quando il traghetto prende velocità e vira puntando Pattaya, alcune ondate gli si sono sparate addosso e lo hanno superato in altezza. C’è stato un fuggi-fuggi verso l’interno del primo piano. Io ero nei primi posti, cosa potevo fare, rimasi li, inzuppato come una spugna, fin che un’altra ondata mi fece cambiare idea. Quando il traghetto prese la direzione delle onde, non vi furono più sorprese.
La sera uscimmo col Bepone e Naam a cena, al ritorno, per strada un’idea mi scodinzolava per la mente. Fermammo il taxi e a piedi ritornammo indietro fino al luogo che mi aveva incuriosito. Per strada c’erano molti bar e con la sete che ci aveva colti non potevamo tirar dritto ad ogni sorgente.
Usciamo da una serie di bar ben allegri e camminiamo, R. guardava continuamente in alto gli attici di cui è perennemente invaghito, mentre io, qualche volta guardavo anche dove mettevo i piedi. Poiché camminavamo sempre, io davanti, lui dietro e lo sentii parlarmi alla mia sinistra, non lo avvisai che alla sua destra c’era un grosso cane che dormiva. La bestia ben in carne ed avanti con l’età stava stesa con la schiena appoggiata al muro e le zampe propense verso il marciapiede.
Un secondo dopo un lacerante guaito di disperazione attraversò violentemente l’aria in quella via. R. aveva pestato il cane, il quale sentendosi schiacciare, certamente si era ormai dato per morto e pur di farsi udire, ha tirato fuori più fiato di quanto poteva. Chiamate in appello tutte le sue forze e senza perdere un attimo, schizzò via come un fulmine e dopo avermi schivato si è fermato di botto in mezzo alla strada. Lì, ansante per lo sforzo, espose a mezzi guaiti le sue querele ad un autobus che sopraggiungeva, costringendolo a fermarsi. Poi ripreso fiato se ne andò lentamente.
R. pallido come uno straccio, aveva ancora i peli dritti dallo spavento e mi guardava ridere come un matto. C’era un bosco di gente che ci guardava.

  • Ma dove lo hai pestato?
  • Qui vicino al muro, mi pare… .
  • Si, ma… la coda, le gambe, dove ti è finito sotto.
  • Ma che ne so… mi ero appoggiato un momento con la mano al muro, guardavo in alto e
    dopo mi è sembrato di aver messo i piedi in una cosa che si muoveva, quando ho sentito il guaito mi si è gelata la gamba. Volevo dargli un pugno in testa.
  • Nooo non puoi, per le loro credenze i cani rappresentano la reincarnazione di un’anima.
    Guai toccarli, ti mettono in prigione.

    Giovedì 12 gennaio, siamo ad una cena con italiani residenti in Thailandia, a scopo di beneficenza. Durante la cena ci fu una pausa in cui si parlò del volontariato di queste persone, che col loro sostegno portano avanti la lotta alla pedofilia, si occupano dei bambini senza genitori e aiutano gli ammalati di Aids. L’associazione ha come punto di riferimento Padre Giovanni, che non ebbi il piacere di conoscere. Ernesto ci aveva portati qui e Giorgio il direttore di questa casa ci informava su come facevano a finanziarsi. E a quante persone recuperate l’associazione ha restituito la dignità e donata una somma in denaro per ricominciare. Dentro mi domandai se potevo far anch’io qualcosa per quell’associazione, mi vennero in mente solo le immagini di alcuni miei quadri.
    Ne uscii turbato, ci pensò l’amica Taa del Minnie Bar a cambiarmi l’umore e fu una lunga notte. Avevo due amiche: Puy che conobbi alcune sere prima di incontrare Taa e lavorava in un bar di fronte alla nostra Guest House.
    Puy aveva i capelli scuri e lunghi, il sorriso giovanile tra donna e bambina, aveva un fisico stupendo, un figlio e ventisei anni. Aveva gli occhi neri come una miniera di carbone che mi calamitavano. Girata, sapeva quando la osservavo e allora si voltava e mi guardava imitando un felino.
    Quando penso a lei, le prime immagini che mi salgono alla mente, sono le sue mani con le dita artigliate che graffiano la copertina del letto, creando una serie di solchi ombrosi. Mi vedeva spesso passare con l’altra, ma non diceva mai niente. Un giorno forse mi dimenticherò di tutto, ma anche da morto vorrò ricordarmi dei momenti più belli passati da vivo con loro due.
    Non so se me lo ricorderò ancora questo posto, le foto del Re in alta uniforme con la moglie. Il Re con tutta la famiglia .
    Gli occhi mi bruciano, il corpo intontito, la mente che vorrebbe… .
    Mi piace stare la notte sulla strada, tra lady boy e puttane, per vedere come si svolge la vita notturna qui. Funziona tutto con i soldi. Voglio sapere come vive la gente che incontro qui, così offro drink a puttane, lesbiche, gay, francesi, olandesi, tedeschi in cambio di un discorso, faccio domande ma spesso non ci si capisce. Il più delle volte non permettono alla mia curiosità di saperne di più. Ogni tanto trovo qualcuna o qualcuno disposto a dirmi qualcosa di suo, ma è piuttosto difficile. Poiché mi rivolgo a tutti con rispetto, da tutti sono sempre stato contraccambiato, i tailandesi in particolare, sono molto educati e l’ultimo sguardo che mi rivolgono prima di lasciarmi mi serra nell’animo quel sentimento di smarrimento e mi chiedo sempre: “Chissà chi sei, chissà da dove vieni, chissà cosa avresti potuto raccontarmi e infine mi chiedo se lo rivedrò ancora…”.
    Adesso che è passata da un bel pezzo la mezzanotte e devo tornare alla Guest House mi accorgo che la gente non è male qui. Sto indugiando. Seduto sopra una catasta di palette si avvicinano un po’ tutti, mi parlano ed io in cambio vado al Seven-Eleven e prendo loro patatine e the verde. Apprendo le loro origini, così come posso, con la scarsa conoscenza che hanno loro dell’inglese.
    Mi colpiscono i lady boys, questi ragazzi con i seni rifatti, sono più belli delle donne. Per cui il detto è: “Se per strada vedi una super figa, stai attento che è un maschio”. Ho strane sensazioni di fronte a questa vita notturna di Pattaya e Jomtieng, che sia la notte che mi fa rabbrividire… tutto sommato, chi mi conosce mi vuole bene. I miei sensi, nonostante non capisca il loro idioma, mi dicono che la gente con cui ho a che fare qui, parla bene di me agli altri che ancora non mi conoscono.
    Una sera rimasi solo sul lungomare e mi sedetti con una bottiglia da tre quarti piena. Di solito quando succede sono le tre di notte. Si avvicina una ragazza e mi chiede in inglese.

  • Cerchi una ragazza?
  • No. Grazie.
  • Perché tu non funzioni bene?
  • Perché stasera sono finito.
  • Tuo cazzo non funziona bene?
  • Ma parli bene l’inglese, sei per caso tedesca?
  • Alemanna? Oh! No no, sono cambogiana.
  • Sei della Cambogia?
  • Si! Ti piace Cambogia?
  • Non sono mai stato in Cambogia.
  • Andiamo io e te domani!
  • Hai la tua famiglia in Cambogia?
  • Si, ho due bambini.
  • Come mai sei qui?
  • Lavoro.
  • Che lavoro fai?
  • Lavoro.
  • Vuoi bere una birra? Te la offro io.
  • Preferisco patatine e the verde… .
  • Vieni al Seven-eleven e prenditeli.
  • Vuoi anche un cioccolatino? Prendilo.
  • Ehi Cambogia, avevi sete? Eh?
  • Thank you, thank you.
  • Parli bene l’inglese, come mai?
  • Ho fatto scuola.
  • Sei laureata? Allora mi capisci quando parlo.
  • Si certamente, non tutto… .
  • Mi piace parlare con la gente, e chiedere cose che desidero sapere. Aumenta la conoscenza.
  • Si, la gente si deve parlare.
  • C’è una cosa che al mio paese si parla a bassa voce, vorrei chiedere la tua opinione, ma non
    so se mi è permesso farlo.
  • Perché?
  • Poiché le mie domande riguarderebbero i bambini piccoli e la pedofilia.
  • Tu vuoi bambini?
  • No. Io ho un bambino di otto anni. Sono contrario. Però so che esiste, ma non la vedo,
    dov’è’?
  • Dov’è cosa?
  • Dov’è che vanno i pedofili a procurarsi i bambini?
  • Non qui, all’interno.
  • All’interno dove?
  • Nei villaggi.
  • Ma cosa succede, vai li… e aspetti?
  • La gente porta bambini.
  • E poi?
  • Non so, non ho mai visto. Sono cambogiana.
    Se ne va, dopo due minuti scoppio in un rutto pazzesco, ci sono stranieri nottambuli in giro, si fermano e mi fanno gli applausi, un gruppo di giapponesi attraversa la strada e viene a fotografarmi seduto sulle palette, scambio con loro due parole, se ne vanno continuando a salutarmi anche da lontano.

...CONTINUA

INCONTRA DONNE VOGLIOSE
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Il sole è cresciuto sull’orizzonte, ho accanto a me un cane con le orecchie tirate, guarda di traverso la strada, si chiama “Pepsi”. Sono dilaniato, devo impormi di rispettare di più il mio corpo, troppe donne e alcool non va bene. Oggi arriverà Renato, quindici o più anni che non ci vediamo. Ieri sera ho fulminato il portafoglio con una donnina, ma ne è valsa la pena. Adesso i cani sono tre, ore undici e sette minuti, ho dormito quattro ore… forse.
Sono steso sulla poltrona davanti al biliardo, nessuno mi disturba, ho solo sonno, gli occhi mi bruciano. Faccio pisolini di alcuni minuti, un ciangottio mi sveglia, scrivo due frasi e mi riaddormento. Devo stare sulla poltrona poiché se dormo in camera, non mi fanno il letto. Alla padrona dico che se non mi fa il letto, le spacco un braccio e le uccido tre cani, non so se mi ha capito, ma va su per le scale . Ogni tanto schiaccio il clik della penna e mi desto. “Massage, massage”, gridavano in coro, ogni volta che appariva un forestiero, le ragazze delle tre sale massaggi che avevamo accanto e io sono ancora steso sul divano nella hall della Guest House. Mi sveglio del tutto quando Pepsi stava aggredendo verbalmente un bambino locale. Stanotte a momenti mi mordeva la Taa. Sarà meglio che mi trascini verso la spiaggia. Mi sembra di muovermi tutto di muscoli, come un polpo in secca. Per strada guardo la gente con un occhio solo, mi fermo quando arrivo nel vialetto della spiaggia, ci sono degli olandesi che suonano la chitarra, discutono su un testo, hanno una certa età. Gente che passa due o quattro mesi all’anno, a suonare la chitarra qui, uno di loro si chiama Bob Faulhaber.
Arrivo in spiaggia e mi butto su di una sdraia, gli italiani mi guardano e a qualcuno scappa da ridere, sanno già qualcosa, mi addormento mentre mi fanno domande e li sento sempre più lontani, ridere. Dopo un paio d’ore Bepone mi sveglia:

  • Ehi va a prepararti, alle due al Silver Spoon, arriva Renato, sai il locale dove ho mangiato per
    anni e che siano andati a bere quando ci siamo incontrati la prima volta, ti ricordi?’.
  • Si certamente è poco distante da dove alloggiamo.
  • Ecco bravo, andate a mettervi qualcosa addosso perché non so dove vuole portarvi stasera.
    Andammo a casa, per strada prendemmo uno yogurt grande a testa e un casco di banane. Girandomi per prendere una banana, feci in tempo ad evitare per un soffio che il mio invincibile amico pestasse di nuovo un cane. Più che un cane, ormai aveva le sembianze di un porco iper nutrito. Da tanto era grasso, si muoveva malfermo sulle gambe, la spinta che diedi a R., non solo, non impedì che ci fosse un contatto, ma non aiutò il cane, che già malfermo di suo, capitolò guaendo spaventato.
    Io ridevo esageratamente, ricordando anche la scena con l’altro cane, R. si incazzò indignato e tutto irrigidito si diresse, inveendo contro tutti i canidi del mondo, verso la Guest House. Mi sorpresero le massaggiatrici, queste ragazze lo nutrivano e alcune di loro che videro la scena mi ringraziarono, per aver evitato a R. di rovinare sul cane. Dopo una doccia arrivammo all’appuntamento contemporaneamente a Renato.
    Quando lo vidi da lontano, tra i bambini e Beppone, lo riconobbi subito, nonostante la barba e la figura più rotondeggiante. Nelle prime due ore di conversazione e per tutto il tempo che rimanemmo al bar, rivolgevo la mia attenzione alle parole che diceva e a come modulava le frasi.
    Era un portento di eloquenza, la sua parlata era chiara e i temi, avviluppanti! Uno che ti dice ciò che i suoi occhi hanno visto o le sue orecchie sentito, oppure tutti e due insieme. Parla ai bambini in lingua Thai, sforzo il mio udito per capire che suono fa la lingua locale, quando è parlata da una persona con cui ho in comune anche il dialetto. Colgo così dei suoni distinti, nuovi, che lui pronuncia e che non fanno parte delle parole, o meglio “suoni”, che noi quotidianamente emettiamo in Italia quando conversiamo. I bambini davano subito l’impressione di essere bene educati, parlavano composti e avevano nel loro volto tailandese un’espressione che mi colpiva. Non riuscivo a capire se era veramente la loro espressione che mi colpiva o era altro. Cercavo di vederli in un’altra maniera togliendo quell’espressione dai loro volti, ma non potevo farlo, poiché se così facevo non mi restava niente su cui riflettere. Erano seduti davanti a me, allungando i piedi sottrassi loro le ciabattine, quando se ne accorsero ci mettemmo a ridere.
  • Parlate italiano?
  • Si, poco… .
  • Quanti anni avete?
  • Io quindici.
  • Io quattordici.
  • Sai Renato, è da un po’ che osservo i tuoi bambini, si vede che c’è la tua mano, nella loro
    educazione.
  • Perché?
  • Perché li vedo composti a tavola e quando rivolgi loro la tua attenzione, hanno delle belle
    espressioni. Anche il taglio dei capelli mi sembra opera tua.
  • No, ti sbagli. La Thailandia è il paese dei controsensi. Ad esempio, loro parlano male in
    inglese, intendo la massa, se tu vuoi spiegare che hai tanta fame, alla fine essi capiscono il contrario, che tu di fame, proprio non ne hai.
  • Si, l’ho sempre saputo, ma perché “Controsensi?”
  • Ti faccio un esempio: “I Bonzi non possono toccare il danaro, poiché la loro religione lo
    vieta”. Ebbene un giornale pubblicitario, ha pubblicato la foto di un Bonzo che aveva in mano dei biglietti di Banca. La loro maniera di agire è diversa. Prima di tutto: le apparenze! Tutto deve sembrare… . Lui, va ogni settimana dal barbiere. Qua impazzano le telenovelas! La gente fa di tutto per vederle, si fa persino spostare gli orari di lavoro. Pure la Naam, una sera che c’era una puntata importante, fece di tutto per rincasare in tempo, con gran incazzatura di Bepone, che brontolò sul fatto per tre giorni di fila. Si vestono come gli attori della loro telenovela preferita. Con le conseguenze poi di vederli imitare i vari personaggi, non lo vedi lui come si atteggia a tavola. Tiene le mani così, in faccia un contegno lievemente distaccato, parla rimanendo immobile sempre a bassa voce e i capelli tagliati come nella telenovela. Così funziona, prima di tutto la bella immagine.
  • Sono più di vent’anni che sei in Thailandia, è sempre stato così?
  • Ti dirò che a Bangkok quaranta anni fa, uno poteva andare in giro nudo, che nessuno aveva
    niente da dire. La gente pensa che è fatto così e che quella è la sua naturale maniera di vivere. Ora non lo puoi più fare. Da quindici anni a questa parte sono cambiati tanto.
    Ci vollero cinque buoni minuti per attirare l’attenzione dei camerieri.
  • Vedi come sono fatti? Quando non ti serve, il cameriere ce l’hai sempre accanto, quando hai
    bisogno non ce n’è uno che si volti verso il tuo tavolo, eppure sono li a dieci passi. Venti anni fa avevi sempre il cameriere a fianco che ti serviva fin che rimanevi al ristorante. Guarda la ragazza che ha preso l’ordinazione… è lesbica.
  • La conosci?
  • No, non l’ho mai vista prima.
  • Ma come fai a capire.
  • Le vedi! Hanno tutte lo stesso carattere e modo di fare. Quella, sul rapporto di coppia è
    l’uomo.
  • Non riesco a vederla… .
  • Guarda i capelli, la fisicità, come guarda negli occhi, la vedi come si muove, ce ne sono tante
    lesbiche, gran parte di loro gestiscono insieme all’amica, negozietti di vestiti.
    Renato aveva un appuntamento a Pattaya, per sbrigare gli affari suoi. Dopo un ora che eravamo al ristorante, telefonò al suo cliente e rimandò l’incontro. Subito decise che verso sera si andava a pranzare nel ristorante di un suo amico thai, che parlava bene l’italiano, gli piacevano i convivi e le discussioni. Pasteggiammo alcune pietanze thai, lasciando il compito a Renato di sceglierle. Lui legge e scrive il Thai e mi par di ricordare che Bepone un giorno mi disse che Renato legge e scrive anche in inglese, francese e forse sa scrivere anche in cinese, poiché lo parla molto bene.
  • Sai che si sta bene qua! Eh Renato… . Bella compagnia, mi sento bene, anzi benissimo, e
    dire che sono rincasato stamattina mi pare dopo le sei.
  • Ti sarai divertito, immagino.
  • Si, e mi sono anche promesso di non bere birra oggi… .
  • Ma invece una l’hai bevuta, il tuo amico non beve birra?
  • No… . Grazie, quando vai via con quello li, non sai mai cosa succederà. Lui ora è tutto
    tranquillo e continua a bere e stasera è capace anche di tornare a troie. E’ una macchinetta. Io invece ho ancora confusione in testa e fin che non mi sento bene, non bevo. Chiedigli, chiedigli cosa ha combinato stanotte!
  • Beh, al bar dove giocavo con le freccette, ho fatto una scommessa.
  • Com’è andata.
  • Bene!
  • L’hai vinta quindi!
  • Certo, io non scommetto, ne gioco mai, il mio denaro. L’ho fatto perché ero sicuro di
    vincere.
  • Come hai fatto? Qui sono accaniti delle scommesse e si giocano i soldi che guadagnano
    lavorando.
  • Non lo sapevo… .
  • Ve lo dico io, questo te la racconta… è un artista prima di tutto, poi è pittore, scrittore,
    ubriacone e infine un gran pu… . Ha scommesso con una che lui c’è l’aveva più grosso del suo polso! Qua questi sono bassi, poi la ragazza era bassetta, cioè è tutto proporzionato… . Dopo tutto quel che si è bevuto, ha anche vinto la scommessa. Quando ho visto la ragazza mettergli decisamente le mani dentro i pantaloncini, sono scappato via. Lui è tornato alle sette e mezza di mattina.
  • Com’è finita?
  • La casa ha offerto un paio di giri, poi me ne sono andato da un’altra parte. Qua la birra è
    buona, se bevessi in Italia la stessa quantità di birra che bevo qui, starei male per tre giorni di fila.
    Uscimmo dal ristorante ma solo dopo che il numero delle bottiglie era pari.
    Prima legge di Renato: mai bere un numero di bottiglie dispari, sempre pareggiare. Aveva una macchina da sei posti. Bepone davanti, poi io e R. dietro i bambini. In qualche curva del tragitto mi vennero su le otto bottiglie da tre quarti che ci eravamo bevuti, tra gamberi, riso, salse, cibi fritti e verdure grigliate. Ma come mi vennero su, se ne tornarono anche giù.
    Il ristorante fatto a ferro di cavallo, è completamente in legno, costruito sul ramo di un laghetto ne ha ereditato la forma. I pali piantati sull’acqua portano l’immaginazione all’idea di una palafitta. Le sue barchesse distano tra loro una ventina di passi, sotto, a tre metri c’è l’acqua. Sulle pareti esterne riparate da un’ampia tettoia, stavano appesi rudimentali arnesi agricoli dei tempi passati, come nei musei. Le due barchesse convergevano in una grande sala, piena di sedie, con un lungo tappeto che la separava dal belvedere. Quando mosso dalla curiosità mi sporsi dal belvedere per guardare, la mia curiosità scese con gli occhi verso l’acqua sottostante e vidi i grandi pesci che vi nuotavano, allora mi ricordai di essere già stato anche qui la volta scorsa, e mi venne in mente che allora il locale era famoso.
    Ci sedemmo e conversammo, il padrone di casa si sedette con noi, era stato in Italia per una ventina d’anni, non ricordo bene, ma parlava benissimo la nostra lingua. Parlando di politica, con parole sue sollevò dei punti di pensiero nuovi, interessanti, chiariti alla bisogna da Renato, e dal mio inalienabile amico a cui piaceva l’argomento. Decisi che più che partecipare al dialogo, era meglio per me, ascoltare.
    Seconda regola di Renato: la birra la mesce sempre uno. Si avvisavano i camerieri di non versarci da bere. Si ordinava alla Thai, cinque sei piatti in tavola, ognuno assaggia un po’ di tutto. Mi scopro abile con i bastoncini. La politica fece banco fino all’arrivo di un architetto loro amico. Egli arrivò con un figlio che subito si unì alla tavola accanto, con le donne e con gli altri due bambini che già dicevano:
  • Mauro… mao!
    Mauro ha bevuto! Quando ad un certo punto Renato e l’architetto parlavano tra loro in inglese, mi accorsi che non capivo una mazza di quello che dicevano. Renato mi disse che era un inglese che subiva influenze orientali e che bisogna farci l’orecchio. Questo Signore ha costruito la metropolitana di Singapore. Il bambino che era con lui non era suo figlio, ma un bambino sfortunato, che lui ha deciso di adottare con la sua mamma, credo, ma non ricordo bene. So che sono legati a Padre Giovanni, per aiutare chi ha bisogno.
    Arrivò la coppa di maiale tagliata in piccole striscioline, cotte non so come, ma buonissime, con risotti, verdure, salse e alcune zuppe, una in particolare con il latte di cocco, verdure, riso, gamberi, cotta su un fornello direttamente sopra la tavola. Eravamo sei uomini, due donne con tre bambini più quelli del padrone di casa. Ci si faceva un sacco di risate e i duetti sorprendenti tra Renato e R. divertivano anche gli altri. Venne il momento dei commiati e tra la confusione dei saluti, prima di lasciare il locale il mio inconsueto amico andò a contare quante bottiglie avevamo bevuto e in disparte mi disse:
  • Sono andato lì a contare le bottiglie.
  • Orpo, ce n’è un bel mucchio.
  • Ventitré Singha e quattro Haineken da tre quarti, quanti litri sono?
  • Sono circa diciassette litri!
  • Quanto a testa?
  • Meno di tre litri.
  • Mamma mia! Quanta birra abbiamo bevuto, tu poi quando mangi fai schifo.
  • Ma non abbiamo bevuto tutti la stessa quantità.
  • Bon, Bepone non può bere e poi dormiva sull’angolo del tavolo. L’architetto è arrivato dopo
    un bel po’… abbiamo bevuto in quattro e mezzo.
  • Eh, non vorrei dire una fesseria, ma se è così, sono più di tre litri a testa e poi le otto Singha
    nell’altro ristorante... .
  • Le hai bevute tu, io non ho bevuto.
  • Orpo… vuoi dirmi che sono alticcio?
  • Ne ho di che dire… sapessi!.
    Ci salutammo intorno alle tre, poco distante dalla nostra Guest House, con la promessa di fare tutto il possibile per rivederci a Bankok. Io non avevo ancora voglia di andare a dormire e dovetti andarmene a zonzo da solo. Entrai in un Seven Eleven mi sorpresi per la musichetta all’entrata, non l’avevo mai sentita così. Presi due birre da tre quarti e mi sedetti da qualche parte sul viale del lungomare ad osservare la gente.
  • Hello?… come stai?
  • Seduto!
  • Mmmm, vuoi me?
  • Non capisco.
  • Mmmmmmmh…?
  • Parlaaa… non capisco!
  • Vuoi… lady?
  • No, grazie non voglio più niente adesso.
  • Tu… hai finito stasera?
  • Ma tu sei un lady boy?
  • Si.
  • E quei due occhioni che hai li davanti? Fai vedere.
  • Guarda!
  • Belle si, ben fatte.
  • Hai tagliato anche… .
  • No, mister.
  • Eh, sei molto bella.
  • Thank you mister.
  • Vuoi bere una birra?
  • Thank you.
  • Posso farti alcune domande mentre bevi la birra? Ci proverai almeno a rispondermi? Eh?
    Cin cin.
  • Va bene, cin cin.
  • Costa molto farsi operare i seni?
  • Si.
  • Quanto?
  • Qui non so dirti. Io vengo dalla Cambogia, ho fatto tutto in Cambogia.
  • Avevi tu i soldi?
  • Non tutti.
  • Come hai fatto.
  • Ho dato i soldi che avevo, poi ho cominciato a lavorare e ho pagato il resto.
  • Ho incontrato altri cambogiani qui, come mai?
  • Per lavoro.
  • Ti senti felice?
    Non mi rispose, aveva visto arrivare un europeo e si preparava. Bevve ancora mezzo sorso di birra, mi guardò negl’occhi e movendo la mano in segno di saluto, appoggiò la bottiglia quasi piena e senza aggiungere altro, segui la sua strada.
    Sul lungomare la gente continuava a passeggiare, molti rientrando da Pattaya scendevano dai taxi pendolino e venivano subito avvicinati da figure che del proprio corpo facevano commercio. Bastava guardarne una negli occhi, che subito veniva a sedersi vicino. Era divertente stare in quel incrocio, sdraiato sulle palette accatastate sotto un albero e osservare la vita notturna.
    Ognuno aveva la sua maniera per abbordare. Le donnine erano le più discrete. Si offrivano parlando tranquillamente ed erano vestite normalmente. Si notava che non erano professioniste, conversai con più di una, capii che queste ragazze venivano qui per arrotondare. Spesso erano accompagnate da morosi, mariti o amici. Sono tolleranti i loro uomini, pur di farsi una bevuta.
    A Nando successe di far amicizia con una conosciuta in strada e scambiata per “donnina”. Nando settantatreenne, così ben pimpante e pien di salute, non ci pensò due volte e la baciò, dopo tre minuti che l’aveva conosciuta. Due secondi dopo si trovò di fronte ad un thai con un coltello in mano che lo minacciava, si scusò e se la cavò senza nessun danno. I Thai sono gente mite, ma se sono ubriachi, non capiscono più niente e allora si che c’è d’aver paura. Ma non sono solo questi i pericoli.
    Bisogna stare attenti, poiché molte sono tossicodipendenti, ricordo di aver visto in alcune, quegli occhi a spillo inequivocabili, l’aids e non solo, circola in questi posti.
    I lady boy erano i più intraprendenti, prima di attaccare bottone, essi osservavano la persona fin da lontano, si atteggiavano a donne, ammiccando i loro occhi, e toccando ripetutamente il petto di colui che hanno di fronte. Lo fanno sotto la luce dei lampioni. Se li lasci fare, poi quelli ti mettono subito le mani lì e devono anche saperci fare, poiché ho visto in due occasioni convincere qualcuno a salire sulle loro motorette e portarselo via.
    All’improvviso sbuca una bella gnocca che cammina ispirata, mi colpisce la maniera che ha di camminare, mette le gambe, bellissime, sempre una davanti all’altra che ti pare stia marciando. Era una checca che sculettava divinamente, alzando le frange della sua minigonna e facendole fluttuare in aria, senza mai scoprire gli slip. Lo fermai, aveva l’aria delle persone importanti, dei… “Non fatemi perdere tempo”, parlava con quella voce in falsetto che mi faceva morire dal ridere, ovviamente non gli ridevo in faccia. Capì subito le mie intenzioni e senza perdere tempo in ulteriori risposte se ne andò per la sua strada.
    Andai a dormire quando mi venne in mente che domani alle nove, avremmo dovuto imbarcarci nel peschereccio. Mi alzai ad un certo punto del mattino, poiché non avevamo l’orologio dovetti scendere in sala per vedere l’ora, erano le sette, mi piombò addosso una stanchezza e uno stordimento accompagnati da nausea, tornai a dormire. 
    

Per strada e dovevamo percorrerla a piedi fino al tempio di Budda, R. mi disse che ci imbarcavamo alle nove e mezza. Facemmo colazione e aspettammo gli altri italiani. Non vedevo il peschereccio, vedevo solo una grande barca cabinata, con due grossi motori dietro e non il peschereccio che Primo pochi giorni prima mi aveva così descritto.

  • … c’è un mio amico svedese, che ha affittato un peschereccio, ha voluto offrire tutto lui e
    mi ha detto che posso portare amici. Ecco, ci farebbe piacere che anche tu e il tuo amico veniste, ospiti graditi… con noi.
  • Va bene, ci siamo ditemi quello che devo fare?
  • Abbiamo visto quanto sei bravo a pescare, non devi fare niente ti danno loro tutto
    l’accorrente e il pesce che peschiamo ce lo cucinano lì, al momento, tu sai pescare, pesca fin che vuoi… .
    Successe che alcuni pomeriggi prima, venisse a pescare in spiaggia un thai, lo osservai attentamente per tutto il pomeriggio. Prese sei pesci. Il giorno dopo lo rividi, ma per breve tempo, prese altri tre pesci. La compagna thai di un italiano aveva portato una canna da pesca. Lui pescò quasi tutto il pomeriggio, al primo lanciò pescò un pesce, poi più nulla e alla fine visto che lo osservavo ostinatamente, mi porse la canna. Prima cosa che feci, fu di trovare tra gli ami che aveva a disposizione, quello più adatto alla bocca di quel pesce, tagliai a pezzettini gli ultimi gamberi e pescai immediatamente una decina di quei pesci. Sorpresi tutti.
    Il giorno seguente la ragazza mi portò gli ami del numero cinque, pescai tutto il giorno e presi una bella quantità di quel pesce che al mercato, mi dissero i locali, costava duecento bath al chilo, pescai anche alcuni esemplari di un’altra specie. La signora fece due conti e disse che potevano bastare per tutti gli Italiani, che c’erano qui. Ce li cucinò il giorno dopo per le dodici.
  • … visiteremo, tra l’altro, tre isolette e alle sei siamo a casa.
  • Ok, Primo dimmi in che posto dobbiamo trovarci!
  • Tra cinque minuti ti ci porto in moto.
    La mattina dopo, non salimmo su un peschereccio, ma su quel cabinato che era ormeggiato lì. Ci imbarcammo in una trentina, tra donne, bambini, svedesi e italiani. Le donne e i bambini davanti, gli uomini dietro, circolò un vassoio bucato pieno di bicchieri di wiskj.
    Mi par ancora di sentirlo, un metro dietro me, il ronzio dei motori in costante accelerazione, il bicchiere di wiskj ingollato mi allungava i tempi di percezione, per cui mi sembrava che fosse un quarto d’ora che continuava ad accelerare. Divenni euforico, ma per fortuna solo dentro di me, quando parlavo e mi muovevo nessuno notava stranezze ed euforie. Ma dentro avevo il caos e mi ripetevo:
  • Io sono fortunato, anche questi mi hanno invitato a far festa con loro e nessuno mi permette
    mai pagare niente. Questo viaggio è nato sotto l’insegna della fortuna, mi sembra impossibile… ma una cosa che è successa a me può succedere anche a te.
    Il ronzio sommerso dell’elica e il suono vibrante del suo motore, mi massaggiano la parte posteriore del capo, rendendolo molle come una nube. Nella mente, quando alzo lo sguardo al cielo le idee evaporano. Devo abbassare la testa, allora la fantasia comincia lentamente a rifluire e vedo galleggiare una ciabatta sull’acqua con due granchi sopra, i miei pensieri allora, prendendo forza, disbisciano lungo i crinali delle onde, dove i giochi di luci e scintillii mi stuzzicano gl’occhi. Sopraffatto da tante sensazioni improvvise, sento dentro di me il bisogno di ringraziare l’essere supremo se adesso sono qui come spettatore, ringraziarlo di aver il pensiero, con cui parlarmi nella mente e gli occhi, con cui godere i giochi che la natura mi offre in questi deliziosi luoghi. In quei momenti quando mi si chiama è come se mi arrivasse un’onda ghiacciata addosso. Ma il ricordo dei motori e della striscia che lasciavano dietro è prepotente, rammento come se l’avessi davanti agli occhi ora, il colore verdastro dell’acqua tagliata in due parti e rovesciata ai lati dall’elica, mentre spinto dal mare uno scalino d’acqua gli si richiudeva sopra, allargandosi man mano che si allungava la scia. A prua nessuno indossava il copricapo. Si filava .
    Nell’isola trovammo una spiaggia eccellente, poco sfruttata, con le immancabili scimmie i russi e i cinesi. Pescai anche un paio di seppie, poi lo stordimento della sera prima, quello della sera precedente, le poche ore dormite, prese il sopravvento, mi sentivo malino. La giornata trascorse senza che noi due assaggiassimo più alcolici. Al rientro G. Pietro grande amico di Primo, nell’intento di aiutarlo a scendere dalla barca, scivolò trascinandolo in una caduta pazzesca, che più che da una barca, parevano precipitare da una rupe, con tanto di grido e distensione del corpo di uno, aggrappato all’altro. Si rialzarono dall’acqua, sciogliendosi le gambe, allacciatesi durante la tombola.
  • Ti sei fatto male, Primo? L’altro si tira su dall’acqua e comincia a palparsi.
  • No, no niente, ma non trovo più gli occhiali.
  • Ma guardi in tasca? Forse sono caduti in acqua.
  • No non sono in acqua, cerco in tasca perché prima di scendere li ho messi in tasca… ecco
    li ho trovati.
  • Stai bene? Non ti fa male da nessuna parte? E’ stata causa mia… .
  • No no, sono scivolato io.
  • No Primo, scusami, sono inciampato sulla scaletta sommersa e sono andato giù come un
    salame.
    Improvvisamente si ricordarono dei loro telefonini, dei loro portafogli e delle cose che avevano in tasca.
    Fu quella sera e un’altra che andammo a dormire prima di mezzanotte, di solito erano le tre, le quattro, le cinque, con puntate fino alle sei, sette. Ci rimanevano ancora due giorni. Uno qui e uno a Bangkok. La sera andai a salutare le mie due amiche.
    Puy; bellissima! Indossava un vestitino nero a veli e una larga cintura, mi guarda stando in piedi, leggermente di fianco, le mani allungate, la testa lievemente piegata sulla spalla lascia cadere i capelli sulla schiena, mentre un sorriso dolcemente malinconico appare nel suo viso. Una spanna più bassa di me e un corpo delizioso. Intelligente ed umile ha un bambino di sei anni. Fa fatica a parlare, quasi non amasse il dialogo. Ha il comportamento dignitoso. Le leggo un velo di nostalgia dentro i suoi occhi neri, come la mia anima. Non fingeva. Una sera mi dette preziosi consigli su alcune persone che frequentavano il locale dove lavorava.
    Taa, sempre allegra e sorridente, un po’ più alta, le piace parlare e baciarmi. Mi guarda fissandomi con quegl’occhi scuri e ride. Mi diceva sempre: <Quando tu andrai, io piangerò! Maruoro Lait>. Trasmetteva allegria e voglia di divertirsi, quando arrivavo mollava tutto e mi correva incontro. Non mi mollava più, fin che non la portavo a letto. Mi riempì il collo di macchie.
  • Ehi, ma hai un ciuciotto sul collo?
  • E’ stata quella di ieri sera.
  • Ma tu ti lasci fare i ciuciotti come un bambino?
  • Ha marcato il territorio.
  • E com’è a letto?
  • Si dà da fare, è brava, ti travolge subito e con che iniziativa... le piaccio.
    Rimanemmo in spiaggia fino all’ultimo, salutammo tutti e ce ne andammo. Prima di partire col taxi dovevamo chiamare Renato. Lui mi disse subito che aveva ricevuto un invito, per l’inaugurazione di un nuovo padiglione proprio all’hotel Anantara. Con due giorni di pernottamento gratis. “Ho declinato l’invito poiché io non conosco nessuno all’hotel Anantara, ma loro sono stati gentilissimi, mi hanno detto: <Lei è stato presidente del Rotary Club, lei è una persona importante per noi, venga, parteciperà a un dibattito…>, poi mi diranno in serata come vestirmi, non voglio andarci e studierò una maniera per svincolarmi. Quando siete alla periferia di Bangkok chiamatemi, così mi organizzo per arrivare, Se qui trovi tre semafori rossi, hai perso un ora, se no quindici minuti!”.
    Arrivati all’hotel subito chiamammo Renato e dopo quaranta minuti eravamo tutti e tre in taxi. Andavamo verso un ristorante rumoroso, ma estremamente tipico, tutto in legno, un tempo aveva prezzi ragionevoli, ora era lievitato in pochi anni di dieci volte.
  • Vedi che qui sono tutti cinesi, quelli che mangiano!
  • A parte il personale, la gran parte sono proprio cinesi.
  • I cinesi danarosi sono segno di una buona cucina, dove si mangia bene.
  • Vi ordino io delle zuppe di pollo, come le fanno i contadini volete pesce? Maiale… .
  • Siii.
  • Siii.
  • Era buono quello dell’altra sera. E poi com’è andata? A che ora siete andati a dormire?
    Parlò R. fu così spontaneo che alla fine ci congratulammo tutti e tre di esserci conosciuti. Era stata una serata da “Ecce Homo”. E questa non poteva che essere migliore. Noi eravamo curiosi volevamo assaggiare sempre qualcosa di nuovo e Renato ci accontentava. Purtroppo delle tante cose buone che ci siamo detti, la birra ne ha gran parte annegato il ricordo.
    Renato ordina e noi assaggiamo, pasteggiando le pietanze con dieci bottiglie di birra grandi. Arriva del pollo alla maniera contadina Thai, maiale, meduse, una cofanata di gamberi, un pesce gigante all’aglio fritto, pollo bollito nello spirito, zuppa bianca bollita con latte di cocco e pesce. Specialità thai cotte in una confezione di foglie e arricciata in un letto di verdure.
    Pagato il dovuto prendiamo un taxi e andiamo al Far West. Una specie di Pat Pong, ma più soft. Un po’ meno carnoso ma ugualmente divertente. La via non è occupata da bancarelle di venditori e la visuale va lontano. Ci sediamo sul primo bar all’entrata della via. Ci siamo bevuti una decina o una dozzina di caraffe di birra, sempre in numero pari e sempre da litro. La seconda volta che andai alla toilette, mi accorsi che anche in quel posto, c’ero stato l’altra volta. Me lo ricordò la porta del bagno, era a forma di un otto con un’apertura che portava all’interno. Mi ricordai anche della corriera che allora, ci aveva fermato nella stradina prima.
    Ci alziamo da quel posto e avanziamo camminando lentamente per la via, verso la fine, entriamo in una discoteca. Li ballando, ci viene su la sbronza. Il nostro amico seduto al tavolo ci osserva, sembra un Doge. A pochi passi da lui facciamo conoscenza con dei portoghesi, americani, svizzeri e naturalmente siamo assaliti dalle ballerine locali. Stanchi, ci sediamo per una pausa a parlare con Renato.
    Il mio impregnato amico si lamenta del fatto che lo tengo a stecca, ha voglia di divertirsi, non fa neanche tempo a dire la parola “Bancomat” che Renato mi caccia in mano cinquemila bath. Apro il portafoglio nonostante i dinieghi a farlo e gli caccio con un abile mossa, centocinquanta euro nel taschino della camicia.
    La festa continua.
    E’ circa la mezza, quando Renato ci lascia. Dopo i convenevoli, ormai siamo lanciati, non beviamo più, quello che abbiamo addosso ci basta. Entriamo in un’altra discoteca, una ragazza mi parla, dopo un po’ mi piace quel che dice, mi piace sentirmi addosso il suo sguardo, le sue mani, dopo pochi minuti annodò la sua lingua con la mia e si prende cura di me, capendo lo stato alcolico in cui mi dibattevo, per stare un po’ con la testa a galla. Balla con me e mi bacia, mi si avviticchia addosso quando sono un po’ troppo euforico e mi trascina alla realtà, baciandomi fino a farmi male. Allora mi discostavo da lei e rinsavito dal bacio, la guardavo riconoscente in faccia, mentre le mie labbra incendiate dai suoi denti mi riportano alla coscienza. Avevo le tasche fornite poiché mi vedevano quando pagavo i conti. Quindi le ragazze mi stavano addosso. Ogni volta che la osservavo, mi appariva sempre più chiaro che aveva “Lo spirito del buon Samaritano”. Più volte ricorse a questo stratagemma per contenermi, non cercava di succhiarmi soldi, sembrava volesse prevenirmi dal cadere in alte mani. Mi segue anche in un’atra discoteca, dove il mio irrefrenabile amico mi trascinò, invaghitosi di un’americana che aveva appena conosciuta. Si lamentò di esser stato rovinato dalle locali, poiché gli saltavano sempre addosso.
    Quando poi cercammo un mezzo per andare a dormire, lei ci fu d’aiuto col taxi. Le detti l’indirizzo dell’Hotel Anantara scritto su un foglietto da Renato in thai. Un attimo prima di salire in taxi le diedi l’ultimo bacio e un centinaio di bath di mancia. Erano le sei quando lasciammo “Far West”.

Appena arrivati, eravamo alloggiati al trentaquattresimo piano e con l’ascensore impiegavamo poche decine di secondi per arrivare al piano del ristorante. Ora eravamo al ventitreesimo, nonostante fossimo più bassi, trovai il tempo per addormentarmi in ascensore con la faccia appoggiata ad una parete, quando R. mi mise la mano nella spalla per chiamarmi, mi accorsi che c’erano altre persone in ascensore, erano le dieci meno un quarto. Lasciammo i bagagli nella stanza di cortesia. Il volo era per l’una e venti, dovevamo essere fuori dalla Tahilandia entro le undici e mezzo. Tempo ce n’era. Ma eravamo dilaniati, la giornata la passammo come ci eravamo promessi, prima cosa due ore di Oil Massage in Soi 28, non trovai Lin, che quel giorno, era via, ma un’altra, che seppur bravissima, non era Lin.
Pranzammo di nuovo al ristorante dove incontrammo Esse Esse, facemmo un’ora di touch-touch in giro per Bangkok. Ritornammo a Part Pong e rimanemmo fino alle nove in un bar, dove conversammo un po’ di tempo con uno svizzero. Mangiammo un ultimo risotto, ritirammo i bagagli, ordinammo un taxi e l’avventura fini all’entrata dell’aeroporto.

Bozzo Mauro
Via Ghetti 2°, n.8
33080 Bannia
Pordenone
Cell. 333.5982069
Email: bozzo.mauro@alice.it

Cordiali saluti e buona gnocca.

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